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L’Unione Europea nel gorgo della crisi

di Vladimiro Giacché* e Fausto Sorini**

2011: l’Unione Europea vara il Fondo salva-Stati…

Partiamo dai fatti, dalla congiuntura.

Quando, nel marzo scorso, i contorni del cosiddetto Fondo salva-Stati hanno cominciato a chiarirsi, qualche quotidiano ha avuto il

Proteste in Grecia

coraggio di definirlo come una svolta storica. I fatti sono questi: l’Unione Europea ha deciso di dotarsi di un Fondo per interventi di emergenza (dotazione: 440 miliardi di euro), che a partire dal 2013 si trasformerà in Meccanismo Europeo di Stabilità (la stessa cosa di prima, ma con una dotazione di 500 miliardi di euro). Al Fondo dovranno contribuire i Paesi membri della zona euro, in proporzione alla quota di partecipazione alla Banca Centrale Europea. Il Fondo potrà erogare prestiti ai Paesi in difficoltà, e anche comprare i loro titoli di Stato.

Ma c’è un problema: i prestiti servono soltanto a risolvere le crisi di liquidità e non quelle di solvibilità. Possono cioè risolvere soltanto condizioni di difficoltà momentanee di un Paese nel reperire denaro sul mercato dei capitali (quando, ad esempio, i titoli di Stato si deprezzano bruscamente a causa di un attacco speculativo). Purtroppo, a dispetto della retorica ricorrente sugli speculatori – retorica che ad ogni tornante cruciale di questa crisi interviene per farci inseguire “colpevoli” di cartapesta e per impedirci di comprendere i processi reali – la situazione dei Paesi europei che oggi sono nell’occhio del ciclone non è questa.La loro crisi è infatti una cronica crisi di solvibilità, perché hanno un deficit strutturale nei confronti dell’estero (ossia consumano da anni più di quanto producano). Quando succede questo, è inevitabile che una o più categorie di agenti economici di quel Paese accumuli debiti: si può trattare del settore privato (famiglie e imprese) o si può trattare del settore pubblico, o anche di entrambi.

L’elenco dei Paesi europei della zona euro che oggi si trovano in questa situazione contiene qualche sorpresa: vi troviamo infatti non soltanto Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, ma anche Francia e Italia (la nostra bilancia commerciale si è chiusa nel 2010 in passivo per oltre 29 miliardi di euro; nel luglio 2011 la produzione industriale in Italia è diminuita dello 0,7%, mentre in media nella zona euro cresceva dell’1%). Tutti questi Paesi sono caratterizzati da un calo del peso dell’industria e da un peso rilevante, invece, di settori non rivolti all’esportazione (commercio al dettaglio, edilizia, trasporti, servizi al consumo e simili); in particolare, è relativamente bassa la loro quota di esportazioni verso i Paesi a crescita più elevata. La presenza nell’elenco di Francia e Italia ci fa capire che il problema degli squilibri strutturali nei conti con l’estero non interessa soltanto i Paesi già andati in crisi, ma è molto più generale e potenzialmente dirompente.

Ma consideriamo ora gli Stati già investiti dalla crisi del debito. Nessun prestito potrà risolvere il problema sottostante all’indebitamento del loro settore pubblico, ossia la loro crisi di solvibilità. Anzi, potrà soltanto aggravarlo. E questo per almeno due motivi.

Il primo è ovvio: i prestiti devono essere restituiti, e anche con gli interessi. Quindi, se i deficit strutturali non migliorano, i prestiti ricevuti non faranno che peggiorare la situazione.

Il secondo motivo è rappresentato dalle condizioni che accompagnano questi prestiti. Esse prevedono sempre una forte riduzione della spesa pubblica e l’incitamento a riequilibrare i propri conti con l’estero (migliorando la competitività delle proprie merci e simili). Tutto molto ragionevole, in apparenza. Purtroppo però la richiesta di ridurre la spesa pubblica comporta una forte riduzione della domanda interna se i tagli riguardano le spese sociali, e un peggioramento in prospettiva della competitività di sistema se i tagli riguardano invece gli investimenti (ad esempio quelli in ricerca e sviluppo tecnologico, o in formazione, o in infrastrutture). Quanto alla richiesta di riequilibrare i conti con l’estero, visto che ormai per i Paesi che fanno parte dell’euro le svalutazioni competitive sono impossibili, è praticamente impossibile in tempi brevi aumentare le esportazioni in misura sufficiente a riequilibrare i deficit commerciali. C’è quindi un’unica strada: ridurre drasticamente le importazioni. Ma questo presuppone una riduzione anche molto violenta della domanda interna, che ha l’effetto di deprimere l’economia, e quindi di ridurre le entrate fiscali, accrescendo così il deficit statale. Inoltre, siccome una recessione comporta un calo del prodotto interno lordo, alla fine della storia il rapporto debito/pil sarà addirittura aumentato, perché il denominatore (il pil) sarà sceso più del numeratore (il debito).

…ma la Grecia va a fondo

L’assurdità di quanto viene richiesto è evidente nel caso della Grecia. Per capirlo basta ripercorrere per sommi capi quello che è accaduto negli ultimi anni.

La Grecia è uno dei Paesi più poveri d’Europa. Dopo l’ingresso nell’euro i redditi diminuiscono, le famiglie si impoveriscono, le produzioni greche non riescono a sostenere la concorrenza dei Paesi più forti. Al tempo stesso, l’evasione fiscale è la più alta d’Europa, e le spese militari in proporzione alla ricchezza del paese sono addirittura le più alte d’Europa. Per restare nel club della moneta unica (anzi, già per entrarci) i conti vengono truccati: ma le istituzioni europee chiudono un occhio, perché così conviene agli Stati che esportano merci e prestano soldi alla Grecia, Germania e Francia in testa. La cosa sembra sostenibile negli anni di grande crescita (drogata) che precedono lo scoppio della crisi economica mondiale nel 2007-2008. Poi tutto salta per aria. A fine 2009 emergono i trucchi contabili e i problemi del debito pubblico. A maggio 2010, dopo mesi di tentennamenti, l’Unione Europea mette in piedi un piano di salvataggio: che in realtà salva soltanto le banche tedesche e francesi, che avrebbero perso un sacco di soldi se i titoli di Stato greci non fossero stati rimborsati al 100%. In cambio chiede un piano lacrime e sangue che finisce di distruggere l’economia greca: crollo della crescita, degli investimenti, dei salari (-20%), impennata della disoccupazione (+14%); crollo anche delle tasse (perché se non guadagno niente non pago le tasse): e quindi peggioramento della spirale debitoria.

In definitiva, la cura da cavallo imposta a questo Paese in cambio del “salvataggio” operato nel 2010 non solo non ha affatto sortito gli effetti sperati, ma ha peggiorato la situazione. Tanto da rendere praticamente certa almeno una ristrutturazione del debito pubblico greco.

A marzo le probabilità che entro 5 anni la Grecia non sia in grado di onorare il suo debito sono stimate al 58%. Il Consiglio Europeo dell’11 marzo si decide quindi ad abbassare il tasso di interesse pagato dalla Grecia per il prestito ricevuto nel 2010, prorogando inoltre la scadenza del debito da 3 a 7 anni e mezzo. Di fatto, già questa è una ristrutturazione del debito greco, molto prossima a una dichiarazione di parziale insolvenza. Ma non basta. La situazione continua ad avvitarsi. A fine maggio, non un cittadino greco qualsiasi, ma il Commissario europeo per la pesca, Maria Damanaki, afferma che “lo scenario di una uscita della Grecia dall’euro ormai è sul tavolo”. Le probabilità di un default greco continuano a salire. L’11 giugno, infine, la cancelliera tedesca Angela Merkel – sino a quel momento assai ondivaga – rompe gli indugi e in un drammatico messaggio video afferma: “Bisogna salvare la Grecia, o una crisi molto peggiore di quella scatenata nel 2009 dal fallimento di Lehman Brothers si abbatterà sull’economia mondiale e travolgerà anche l’economia tedesca”. Le banche private tedesche e francesi si dicono disposte a cooperare, sottoscrivendo nuove emissioni di titoli di debito pubblico della Grecia per rimpiazzare le obbligazioni in scadenza. Si tratta a tutti gli effetti di un riscadenzamento del debito greco : si allungano le scadenze per il rimborso del debito, anziché farsi pagare oggi di meno. In questo modo si apre una grave frattura con la Banca Centrale Europea, che si è sempre schierata contro una tale eventualità, perché teme di maturare perdite sui 45 miliardi di euro di titoli di Stato greci che ha ricomprato dalle banche europee in questi mesi, ma soprattutto perché ha paura di un effetto domino sui titoli di debito di tutti gli Stati in difficoltà dell’Eurozona.

Il punto è che allo stato attuale l’unica alternativa ad una ristrutturazione/riscadenzamento del debito è una vera e propria insolvenza, che avrebbe conseguenze ancora peggiori. E probabilmente si arriverà proprio o questo.

La crisi si allarga: anche l’Italia nell’occhio del ciclone

Quello che preoccupa la Merkel, ma soprattutto gli esportatori tedeschi, è però un’altra eventualità: la possibilità che la Grecia alla dichiarazione di insolvenza accompagni l’uscita dall’Unione Europea, ossia dall’euro (il trattato in vigore infatti non prevede un’uscita volontaria dall’euro, ma soltanto dall’Unione Europea). Probabilmente ciò sarebbe l’inizio di una serie di esplosioni a catena, che terminerebbero con la fine della moneta unica, di cui la Germania – potenza imperialista egemone dell’Unione europea – è stata la principale beneficiaria.

Il problema però è che, al punto a cui stanno oggi le cose, anche il riscadenzamento dei debiti della Grecia tardivamente sponsorizzato dalla Germania servirà a poco, in presenza della depressione economica indotta dalle misure straordinarie di taglio della spesa pubblica e delle prestazioni di un anno fa, e quindi di un crollo dell’attività economica, degli investimenti, dell’occupazione: e quindi anche del peggioramento dei conti pubblici (per via della diminuzione delle entrate fiscali) e la crescita del debito pubblico, che è ormai intorno al 150% del prodotto interno lordo.

Nessuno nell’establishment europeo osa ammetterlo, almeno in pubblico, ma ormai l’uscita della Grecia dall’euro è la cosa più probabile. Molti analisti finanziari ormai danno la cosa per scontata.

Tra le conseguenze più immediate, va menzionato un forte rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato di tutti i Paesi considerati in difficoltà, inclusa l’Italia. Che dal mese di luglio entra nell’occhio del ciclone essenzialmente per due motivi:

1) il primo è rappresentato dalla sciagurata revisione delle regole di Maastricht decisa al Consiglio Europeo del 24 marzo, che impone ai Paesi ad alto debito manovre di rientro nella misura di un 1/20 del debito eccedente il 60% del prodotto interno lordo ogni anno. Questo obiettivo – accettato supinamente dal governo Berlusconi – comporta tagli alla spesa pubblica (e quindi degli investimenti pubblici) tali da colpire fortemente la domanda interna e anche la crescita della competitività (a cui sarebbe essenziale, ad es., un potenziamento delle infrastrutture e degli investimenti in formazione e ricerca);

2) il secondo è la bassa crescita, che rende impossibile diminuire il rapporto debito pubblico / prodotto interno lordo.

La situazione a fine settembre 2011 è così grave che sarebbe sufficiente un rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato (ossia degli interessi che lo Stato deve pagare ai suoi debitori) anche solo dell’1% per renderla insostenibile. E condannerebbe l’Italia, se si decidesse di accettare fino in fondo la linea di rigore cara alla BCE e alla Commissione Europea, a un destino greco: manovre lacrime e sangue per ridurre il debito, depressione economica e quindi aumento del debito; e in prospettiva, dopo altri anni di stagnazione, l’insolvenza. Per non parlare del carattere brutalmente classista e antipopolare di questa linea dell’UE.

Una strategia classista e fallimentare

 Proviamo a trarre qualche conseguenza da quanto abbiamo visto.

1. La strategia UE di rientro del debito ha i seguenti caratteri:

a. è marcatamente di classe: il rientro dal debito pubblico, per tutti gli Stati che hanno impegnato ingenti risorse per salvare il sistema finanziario nel 2008 e 2009, significa che questi soldi ora si vanno a prendere riducendo il salario indiretto (le prestazioni sociali) e differito (le pensioni): a questo infatti nella sostanza si riduce gran parte delle manovre di rientro elaborate dai governi.

b. Si tratta di misure che comportano un drastico ridimensionamento del ruolo dello Stato nell’economia, riportando di fatto la situazione all’era del laissez faire, con un salto indietro di almeno 50 anni.

c. Quello che stiamo vivendo oggi è per l’appunto il tentativo di risolvere la crisi fiscale dello Stato attraverso la distruzione su larga scala dei sistemi di welfare. Con l’intento di conseguire due risultati: 1) scaricare il costo della crisi su salari indiretti e differiti, riportando i costi della riproduzione sociale in capo agli individui. 2) Aprire al capitale privato (o, come si preferisce dire, al “mercato”) nuovi ambiti di valorizzazione attraverso processo di privatizzazione su larga scala. Di fatto, si tratta della prosecuzione e radicalizzazione della tendenza a sussumere sotto il capitale privato l’intero ambito della vita associata.

d. Ma c’è un “ma”. Questo processo sta innescando nei principali Paesi capitalistici una forte crisi della domanda interna (che, in un mercato fortemente integrato come quello europeo, diventa immediatamente crisi dell’export). Questa a sua volta può imprimere una forte accelerazione alle insolvenze societarie, e quindi alle sofferenze bancarie, e per questa via dare il colpo di grazia a un sistema finanziario già minacciato dalla prospettiva di dover svalutare i titoli di Stato in portafoglio.

e. Siccome è praticamente scontato un effetto domino a livello europeo

i. per le ripercussioni che l’esplodere di crisi del debito nei Paesi del Sud Europa avranno inevitabilmente sui sistemi bancari dei Paesi del Nord;

ii. per le ripercussioni che tutto questo avrà sulla struttura stessa dell’Unione Europea, a partire dalla moneta unica;

iii. per il possibile innesco di un’altra crisi simil-Lehman Brothers (ma l’esempio migliore sarebbe quello del Creditanstalt austriaco nel 1931), ne consegue che la strategia UE di contrasto alla crisi ha un’altra caratteristica: non funziona in generale. Ossia, alla lunga, per nessuno. Neppure per la Germania. La strada che l’establishment UE ha imboccato per uscire dalla crisi non fa che aggravarla, rendendo ancora più ingente la distruzione di capitale necessaria per far ripartire l’accumulazione.

f. È importante notare che il processo di compressione dei redditi da lavoro e contemporanea distruzione del welfare non si sta verificando solo nei Paesi UE, anche in quelli governati dalle socialdemocrazie e da coalizioni di centro-sinistra (clamoroso in proposito il fallimento di Zapatero, su cui pure molti, anche a sinistra, nutrivano illusioni che si sono rivelate del tutto infondate). Con riferimento alla situazione degli Stati Uniti, Nouriel Roubini, intervistato ad agosto scorso dal Wall Street Journal, ha osservato: “Negli ultimi due o tre anni, in effetti abbiamo avuto un peggioramento della situazione a causa di una massiccia redistribuzione del reddito dal lavoro al capitale, dai salari ai profitti, di un’accresciuta disuguaglianza. Il punto è che le famiglie hanno maggiore propensione a spendere delle imprese… E quindi questa redistribuzione del reddito e della ricchezza ha ulteriormente aggravato il problema dell’insufficienza della domanda aggregata”. Roubini da ciò ha tratto una conclusione tanto più significativa trattandosi di un economista non marxista: “Karl Marx aveva ragione. A un certo punto, il capitalismo può autodistruggersi. Non si può trasferire all’infinito reddito dal lavoro al capitale senza avere come risultato capacità produttiva in eccesso e carenza di domanda aggregata. Ma è successo proprio questo. Pensavamo che i mercati funzionassero. Non stanno funzionando.”

g. È sempre più evidente che da questa crisi non si esce se non cambiando le regole del gioco: dal recupero dell’intervento pubblico nell’economia al radicale ripensamento del modello di sviluppo, introducendo cioè “elementi di socialismo”. Ma questo è precisamente quello che i dogmi del pensiero unico neocapitalista vietano nella maniera più assoluta. E quindi lo scontro investe le basi strutturali su cui si regge oggi il sistema ed assume portata strategica.

 (…)

http://www.marx21.it/internazionale/europa/37-lunione-europea-nel-gorgo-della-crisi.html

 * economista, vice-presidente Associazione culturale Marx21

** Ufficio politico PdCI (Partito dei comunisti italiani, per la ricostruzione del partito comunista)

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