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L’urbanistica riformista

Di EUGENIO PARI

Nel tentativo di riportare, seppure per sommi capi, quanto di importante e positivo ci sia stato nell’esperienza di governo della sinistra, del Pci, in Emilia-Romagna non si può tralasciare senz’altro la stagione dell’urbanistica riformista che ha visto in Giuseppe Campos Venuti il proprio rappresentante principale.
In Emilia Romagna negli anni Sessanta e Settanta si sperimentarono i cosiddetti ‘piani riformisti’. Tema fondante di questi piani era il contenimento della rendita urbana. Nei Comuni il contenimento della rendita avveniva tramite la riduzione delle previsioni private dei piani regolatori comunali. Lo strumento utilizzato per comprimere la rendita fu il piano delle aree per l’edilizia economica e popolare – il Peep – introdotto dalla legge del 1962. Nell’aprile del 1962, il ministro Sullo era riuscito a fare approvare dal Parlamento un’anticipazione della sua riforma che riguardava l’acquisizione delle aree per l’edilizia economica e popolare prevedendone l’esproprio a prezzi più bassi di quelli di mercato.
Essenzialmente alla base dell’urbanistica riformista ci sono tre caratteri distintivi1:
1. Lotta alla rendita urbana ed edilizia, alla speculazione, perché sottrae risorse agli investimenti produttivi deprimendo al tempo stesso lo sviluppo economico del paese;
2. La città pubblica è una risposta prioritaria alla domanda di servizi collettivi che esplode a seguito della massiccia crescita della città trasformata dall’immigrazione dalle campagne;
3. I Comuni vogliono governare le trasformazioni fisiche e funzionali delle città e del suolo urbano, sia quello pubblico che quello privato con strumenti, piani e leggi appositamente elaborati.
Il reperimento di aree a costi più contenuti permetteva ai comuni di immaginare e pianificare strumenti con obiettivi di regolazione economica e per l’innalzamento della qualità di vita nelle città “(…) Il primo principio era quello di usare il Peep per anticipare la riforma urbanistica, sottraendo aree alla rendita urbana, mentre il secondo chiedeva di usare il Peep, quale elemento determinante dello sviluppo urbano”2.
Nel 1970, vennero istituite le Regioni a statuto ordinario, e ad esse si trasferirono le funzioni relative al governo del territorio ed alla pianificazione.
È a partire da quegli anni che, da parte dei Comuni dell’Emilia-Romagna, si sviluppa una intensa attività di pianificazione urbanistica. La legge urbanistica nazionale vigente, che costituisce ancora oggi il riferimento per tutta l’attività di pianificazione urbana e territoriale è del 1942. L’attività pianificatoria coinvolge una parte considerevole del territorio regionale e rappresenta una base concreta di sperimentazione e innovazione, “ un vero e proprio laboratorio di elaborazione, di proposta e di verifica”3.
Un laboratorio in crescita che fornisce indicazioni di straordinaria importanza all’iniziativa e alle leggi non solo a livello regionale, ma anche, e soprattutto, a quello nazionale.
Sono, infatti, i piani delle città emiliane degli anni ’60 che affrontano il sistema insediativo in termini di struttura e di funzionalità dello spazio pubblico, di rapporto tra spazio pubblico e attività urbane, in termini di standard urbanistici e di concorso dell’intervento privato nella costruzione del sistema urbano, e sono appunto questi piani che rappresentano la provocazione determinante.
Nel 1967 per i tipi di Einaudi esce “Amministrare l’urbanistica” di Giuseppe Campos Venuti, che racconta le esperienze “sul campo”, come assessore all’urbanistica del Comune di Bologna fra il 1960 ed il 1966, e come progettista di numerosi piani. In alcuni capitoli viene sviluppato il tema della rendita fondiaria urbana ed il ruolo assunto dal regime immobiliare4.
Campos Venuti ne parlerà in una intervista del 2007 sostenendo che

la strategia era tutto sommato semplice. Allora era possibile che il comune acquisisse i terreni agricoli che si volevano urbanizzare espropriandoli ad un prezzo di mercato non troppo superiore a quello agricolo originario; oppure proponendo un esproprio soggetto a compenso consensuale leggermente maggiorato, per fare presto ed evitare lunghi contenziosi, metodo pragmatico che poi diventò legge. Il comune poteva realizzare la politica urbanistica del nuovo piano, a vantaggio di tutti i cittadini che finalmente avevano a disposizione i servizi pubblici prima mancanti, ma anche di tutti gli utilizzatori, che costruivano abitazioni, uffici, fabbriche su terreni ben urbanizzati, ottenuti a prezzi non speculativi. Questa politica si spiega facilmente con un esempio emblematico: durante gli anni Sessanta e Settanta, quindi nel corso di vent’anni, 2.000 ettari di terreni (per capirsi 20 milioni di metri quadrati, pari al 15% del territorio comunale) passarono materialmente dalla condizione agricola a quella urbana. Di questi: 1.700 ettari, cioè l’85 per cento, passarono per le mani del comune con il meccanismo antispeculativo che ho ricordato quindi il controllo della trasformazione urbanistica fu in larghissima misura sottoposto alle scelte dell’amministrazione. Gran parte dei suoli, quelli degli uffici, delle fabbriche e delle abitazioni non riservate all’edilizia economica e popolare, tornavano in seguito ai privati a prezzi non speculativi mentre restavano al comune e ad altri enti pubblici le aree dei servizi e del verde, in misura enorme rispetto al passato, e quelle delle abitazioni popolari ed economiche.5

Non c’è dubbio che anche il Piano per l’edilizia popolare, varato a Bologna tra anni Sessanta e Settanta, volesse rappresentare, oltre che una classica misura anticongiunturale dell’ente locale e un esplicito sistema di riequilibrio territoriale, demografico e sociale della città e delle funzioni urbane, anche un forte, anzi il più forte esempio di “pubblicizzazione” di un consumo primario e di per sé strettamente privato.
È il rilancio e il riorientamento di un settore, quello edilizio che, dal 1963 al 1965, conosce un importante calo di attività pari al 67% sulle nuove costruzioni, mentre i prezzi in lire al metro quadro delle abitazioni cittadine rimangono comunque alti. Non a caso, è lo stesso Dozza, lo si è già ricordato, a parlare della necessità di “imporre scelte di investimenti tali da convertire settori produttivi di beni di consumo durevoli in fonti di moderni beni strumentali e di investimento (…). Questa appunto è condizione perché si affermi una diversa struttura dei consumi”6.
Il bene durevole qui in questione è chiaramente la casa, che, per tradizione, poteva divenire una legittima allocazione di risorse in capo al pubblico ricoprendo una funzione marcatamente assistenziale, ovvero “per difendere i cittadini più deboli dalle intemperie sociali (necessità di un alloggio o necessità di un lavoro)”. Agli occhi della giunta bolognese essa veniva invece a rappresentare “una condizione di completa integrazione sociale con la comunità(…) un servizio sociale e un consumo pubblico (…). Significa che la casa, come la cultura, come la salute, rappresenta, più che un diritto dell’individuo, una necessità collettiva per tutta la società”7. Significava inoltre un esplicito intervento di orientamento dei bilanci familiari in direzione di un fondamentale consumo reso maggiormente accessibile in tempi di progressiva redistribuzione dei redditi. I risultati complessivi di questa scelta sono ben noti: mentre a Roma, tra il 1963 e il 1968, solo il 7,4% dei vani costruiti erano opera di piani di edilizia popolare e a Milano complessivamente toccavano appena il 15%, nello stesso periodo la percentuale realizzata a Bologna arrivò al 34,7% del totale costruito116.

La stagione del riformismo urbanistico matura nei piani attraverso lo sviluppo di nuovi metodi e strumenti di pianificazione. Il punto di partenza è rappresentato dal riconoscimento del peso della rendita fondiaria su ogni scelta urbanistica. Si può senz’altro dire che i piani innovativi hanno anticipato le leggi riformiste. Come ha sostenuto Campos Venuti “(…) l’urbanistica riformista è molto semplicemente quella che riconosce il mercato e le sue esigenze, ma ad esso impone però regole di comportamento che, senza soffocare, anzi stimolando l’iniziativa imprenditoriale, sono necessarie a difendere e garantire gli interessi generali della comunità urbana e nazionale”.
Il tema della proprietà immobiliare “ fu dunque la prima trasformazione innovativa che caratterizza il passaggio dalla generica urbanistica moderna ad una più impegnata urbanistica riformista(…)” all’interno di una cornice normativa che nel corso degli anni ’60 e ’70 e di una prassi pianificatoria che venivano sicuramente implementate dal contributo culturale dell’urbanistica riformista. a Bologna e a Reggio Emilia, a Modena e negli altri comuni che “ praticarono la politica riformista finchè questa fu possibile, si realizzarono città a misura d’uomo e fu la città bella a imporsi “8. Anche se, come ha notato Piccinini

l’urbanistica riformista non è però riuscita sempre a contrastare con efficacia il sistema immobiliare (…). L’auspicato ‘modello regolativo’ non ha funzionato, perché: a) si è sostanzialmente sottovalutato il progressivo impoverimento delle fonti di finanziamento degli enti locali e il meccanismo, per certi versi perverso, degli oneri di urbanizzazione; b) si è sopravvalutato il metodo della concertazione/negoziazione: non si è cioè mai data attenzione al tema della fiscalità locale, o almeno non lo si è fatto fino a quando tale questione non è stata sollevata, maldestramente con altri fini, da determinate forze politiche nazionali.117.

L’urbanistica riformista e le stagioni dei piani che sono stati prodotti ha messo in luce il paradosso che, nella regione più pianificata d’Italia, seppure in modi più composti si è accentuato il consumo di suolo urbano e la dispersione insediativa, realizzando uno scarto notevole tra le enunciazioni e l’attuazione.
L’urbanistica, nonostante quello che se ne dicesse e nonostante le non poche perplessità (per usare un eufemismo) di alcuni settori del Partito comunista, non equivaleva al “mettere un mattone sopra l’altro”, rappresentò in quegli anni un altro strumento di lotta politica per il cambiamento, uso il termine lotta perché gli interessi su cui andava ad intervenire e che giocoforza doveva anche contrastare erano fortissimi, basti pensare alla fine ingloriosa che il democristiano Fiorentino Sullo dovette subire contrastato prima di tutto all’interno del suo partito non appena, nel primo governo di centrosinistra, tentò di mettere una mano regolatrice ai fortissimi interessi speculativi che si andavano sempre più sviluppando nel Paese. Campos Venuti ne parlò in questi termini, spiegando la funzione anticiclica, progressiva e riformista dell’urbanistica e della linea adottata dal Pci “ci battevamo per mantenere le industrie a Bologna che se ne stavano allontanando proprio a causa dei valori di mercato già raggiunti dalle aree industriali. Il comune fece allora una scelta coraggiosa: espropriò i terreni agricoli in periferia e li trasformò in aree industriali attrezzate da vendere a basso costo, facendo un’efficace concorrenza ai prezzi speculativi del mercato”. Ciò permise la nascita di decine di nuove industrie che “sorsero (…) in città negli anni Sessanta e Settanta, mentre dalle grandi città italiane già fuggivano nelle cinture intercomunali, o più lontano; così evitammo a Bologna un troppo rapido decentramento industriale”. Il sistema verteva sull’acquisto di aree a costi accessibili essendo il loro valore non troppo distante da quello delle aree agricole tale da aprire la strada ad una politica “che poi risultò decisiva per maturare nella città una nuova condizione sociale e conquistare anche il consenso dell’opinione pubblica: la diffusione capillare dei servizi. Cominciando dalla scuola; ci eravamo accorti, infatti, che fuori dal centro storico nel Comune di Bologna c’era una sola scuola media, il che per un’amministrazione di sinistra era una lacuna certamente grave. I lavoratori che abitavano in periferia avevano a disposizione soltanto le scuole elementari e ciò rifletteva una concezione della classe operaia di tipo retrogrado e non certo emancipatrice”. L’acquisizione di aree i a costi accessibili consentì di “diffondere le scuole di ogni ordine e grado in tutto il territorio comunale così il primo intervento pubblico che si operava in un nuovo quartiere, era quello di realizzare i servizi scolastici”. Successivamente all’implemento di dotazioni scolastiche venne l’attuazione di tutti gli altri servizi. Diffusione dei servizi, collocazione non più periferica dei quartieri popolari “fu il segno che meglio fece capire ai cittadini bolognesi la novità dell’urbanistica riformista”. La politica dell’urbanistica riformista era quindi composta dalla salvaguardia del centro storico, delle aree ambientalmente rilevanti come la collina, dal decentramento dei servizi terziari e dal mantenimento dei servizi industriali a comporre “una strategia che investiva complessivamente tutta la città, (…) [che] andava a beneficio dell’intera città e di tutti i cittadini. Così il nuovo piano regolatore generale che venne adottato nel 1970 ebbe il consenso dell’opinione pubblica e della comunità”. Aggiunse Campos, riportando le differenze con l’oggi che “il sistema immobiliare è radicalmente cambiato perché durante l’iniziale crescita delle città era possibile applicare la scelta riformista bolognese espropriando a prezzi relativamente bassi le aree di espansione. Oggi invece prevale il problema di vaste aree che è necessario riqualificare nelle città esistente e il costo degli espropri, cresciuto a dismisura, è diventato impraticabile per governare la trasformazione”9.
L’urbanistica, la pianificazione del territorio, le politiche edilizie e le varie declinazioni della rendita immobiliare negli anni presi in oggetto dovevano emergere nel dibattito sociale e politico perché dalle soluzioni progressive ai problemi che ponevano si potevano neutralizzare questi congegni del capitale per attuare la lotta di classe.

 

  1. Intervento di F. Tomasetti al convegno Gli anni ’60 e il futuro: Urbanistica riformista, Rimini, febbraio 2018
  2. G. Campos Venuti, Amministrare l’urbanistica oggi, pag. 33, INU Edizioni, Roma 2012
  3. Rapporto sullo stato della pianificazione urbanistica in Emilia-Romagna, Regione Emilia-Romagna 1999, a cura di Regione Emilia-Romagna Assessorato al Territorio programmazione e Ambiente, Province dell’Emilia-Romagna, INU Emilia-Romagna, pag.24. in M. Piccinini, Le stagioni dell’urbanistica riformista in Emilia-Romagna, Ricerche e progetti per il territorio, la città e l’architettura, n. 6, giugno 2013, ISSN 2036 1602
  4. G. Campos Venuti, ibidem.
  5. G. Campos Venuti, Quando il Comune di Bologna scelse l’urbanistica riformista,Bologna, 4 aprile 2007 Intervista di Paola Furlan
  6. ACCBo, relazione del sindacodi presentazione al bilancio comunale preventivo per il 1965, seduta del 23 giugno 1965, p.1216 in R. Parisini, La città e i consumi. Consumi e trasformazioni urbane a Bologna tra anni ’50 e ’70, tesi, pag. 100
  7. P. Ginsborg, Storia d’Italia…, cit., p.401 in R. Parisini, La città e i consumi. Consumi e trasformazioni urbane a Bologna tra anni ’50 e ’70, tesi, pag. 100
  8. G. Campos Venuti, L’urbanistica riformista. Antologia di scritti, lezioni e piani, a cura di F.Oliva, Etaslibri in M. Piccinini, Le stagioni dell’urbanistica riformista in Emilia-Romagna, Ricerche e progetti per il territorio, la città e l’architettura, n. 6, giugno 2013, ISSN 2036 1602
  9. G. Campos Venuti, Quando il Comune di Bologna scelse l’urbanistica riformista,Bologna, 4 aprile 2007 Intervista di Paola Furlan
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Rimini 2012

di Eugenio Pari

Sullo “scontro di potere”(1) fra il Sindaco Pd Gnassi  e il capogruppo “ribelle” Agosta (2)

È davvero sorprendente leggere le dichiarazioni pubbliche del capogruppo Pd Agosta rese in una lettera aperta al Sindaco Gnassi  . È sorprendente perché, nemmeno ad un anno di distanza, emergono elementi che forse nel centrosinistra qualcuno aveva già intravisto e, andando fino in fondo decise di presentare una candidatura autonoma  per un centrosinistra alternativo, plurale e autenticamente incentrato su parole come: partecipazione, sviluppo sostenibile e sostegno alle classi sociali più deboli. Queste poche cose, come alternativa al programma patinato, suggestivo, giovane e moderno di Gnassi fatto di riferimenti a Friburgo, Stoccolma, “borghi di 150mila abitanti” e così via. Le suggestive “parole d’ordine” del sindaco Pd, ma poco riscontrabili nella realtà dei fatti,  hanno concesso la ribalta nazionale al sindaco attraverso la tribuna di programmi di approfondimento, il cui esito è stato riportato con tanto di fanfare dalla stampa nostrana.

Duello all’interno del Pd a Rimini

È antipatico, lo so, dire “noi l’avevamo detto” (3) , ma è pur sempre vero.

Fin qui però ci si limita all’osservazione degli scontri mezzo stampa tra i due principali protagonisti del Pd cittadino, ed è già molto, però c’è un però grande come una casa e sta nello scontro tra diverse fazioni interne al partito di maggioranza riminese, uno scontro che sarebbe inesatto ricondurre a sole questioni di potere, anche se come diceva Orwell “il potere è fine al potere”, credo che ci sia effettivamente qualcosa di più profondo, di culturale che si dovrebbe saper cogliere. Credo che il “profondo”, se si può davvero utilizzare questo termine, stia anche in una battaglia di posizione molto legata a pratiche politiche legate a poteri forti che non hanno mai mollato la presa e tanto meno intendono farlo oggi.

Certo, chi conosce il Sindaco Gnassi, parla anche di suoi tratti comportamentali piuttosto spigolosi e si parla anche di una certa permalosità, però nell’ottica struttura/sovrastruttura questo aspetto lo catalogherei come secondario.

Io sono convinto che giocoforza questa Giunta abbia davvero fermato lo strapotere della rendita immobiliare, non so dire se per una effettiva convinzione ideologica, ovvero per perseguire una strategia politica, oppure se solo per motivi economici congiunturali in quanto di fatto il mercato immobiliare è bloccato. Ma, com’è o come non è, da tempo, così mi pare, non vengono fatte varianti (anche perché con 12 anni di Ravaioli, di varianti da fare ne restano davvero poche).

So che coloro che oggi vestono i panni dei “ribelli”, si sono sempre caratterizzati per essere gli interlocutori più fedeli del cosiddetto “Partito del mattone riminese”. Agosta, il capogruppo del Pd, è stato uno di questi .

Credo che l’uscita televisiva di Gnassi dalla Gruber gli sia servita a “puntellare” le proprie posizioni: nel miglior caso a staccare un biglietto per Roma, nel “peggiore” per rimanere sindaco a Rimini. Credo anche che dentro il Pd vi siano propugnatori della teoria del “tanto peggio, tanto meglio” e stiano veramente ragionando per mandare in crisi l’amministrazione e quindi andare a votare. Penso che se davvero qualcuno intendesse portare al voto Rimini commetterebbe un errore clamoroso, darebbe chiavi in mano la città al prossimo sindaco grillino di un comune capoluogo e sinceramente di sindaci orwelliani etero diretti da personaggi inquietanti come il Sig. Casaleggio io fare anche a meno.

Ma queste sono solo congetture e, laconicamente, credo che la realtà a cui assistiamo stia superando e supererà l’immaginazione. Però, mentre chi dovrebbe governare la città all’interno di una crisi di sistema, oggi polemizza sui giornali fra chi è più giovane, trendy e fra chi difende la politica riminese di sempre quella del “lotto libero”, del “mettere un mattone sopra l’altro” dovrebbe davvero cercare di capire che diavolo sta facendo, cercare di capire che cosa vuol fare e, soprattutto, dare una risposta concreta a chi la crisi la vive sulla propria pelle. La crisi va affrontata, si devono dare protezioni a chi rischia di rimanerne schiacciato e non va utilizzata per polemiche interne al proprio partito, per sostenere le ragioni di chi in tutti questi anni attraverso la rendita immobiliare ha creato le proprie fortune rendendo sempre più difficile la creazione di condizioni per uno sviluppo a vantaggio di tutti. Credo, davvero, si dovrebbe ragionare su quest’ultimo punto, piuttosto triste a dire il vero.

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(1) http://nqnews.it/news/136441/Gnassi_furioso___Riti_della_politica_.html

(2)   http://nqnews.it/news/136455/Agosta_a_Gnassi___No_all_Uomo_solo_al_comando_.html

(3)   https://eugeniopari.wordpress.com/2011/03/17/intervento-di-eugenio-pari-allassemblea-sel-rimini/

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Città e territorio beni comuni

Cemento in aree agricole a Rimini

Alla cortese attenzione della Direttrice Patrizia Lanzetti

Con gentile preghiera di pubblicazione

 

Gentile Direttore,

nella mia breve esperienza di assessore provinciale all’urbanistica fra il 2004 e il 2006 ho sentito ripetere dagli amministratori dei comuni dell’entroterra, come una litania, la richiesta di “sbloccare” i lotti in aree agricole “per dare una casa ai figli dei contadini”. Una richiesta che, nella realtà, il più delle volte riproduce in scala i meccanismi di speculazione edilizia che generalmente si vogliono confinare all’interno delle aree urbane.

Enrico Santini, nei giorni scorsi, ha giustamente lanciato l’allarme sul cemento “divoratore” di aree agricole, sulla dissoluzione di centinaia di imprese del settore ammaliate dai più facili profitti di trasformazione immobiliare dei suoli. Santini ha perfettamente ragione nel sostenere l’importanza delle imprese agricole, con buona pace per chi sostiene l’inutilità dell’istituzione provinciale, quella di Rimini tra il 2000 e il 2005 ha ridotto di oltre 2 milioni di metri quadrati le previsioni sovrastimate dei piani comunali, previsioni che andavano a “divorare” terreno agricolo. La Provincia ha ricoperto e ricopre un ruolo di presidio fondamentale in tema di tutela del territorio e più in generale dell’ambiente e forse e proprio per questo che i propugnatori del laissez fair vorrebbero abolire sostenendo l’inutilità di questo ente che, invece, ha un ruolo evidentemente importante.

Per troppo tempo il territorio è stato ridotto a puro elemento di profitto. Su un bene collettivo come questo è imprescindibile la centralità del ruolo del soggetto pubblico, ruolo che invece si è sacrificato sull’altare della logica della contrattazione tra pubblico e privato.

Nel nostro Paese, nei nostri territori penso invece sia prioritario rovesciare questa pratica cominciando – come mi pare abbia detto il Presidente Vitali – da un rigoroso processo di messa in sicurezza del territorio. Tragedie come quella di Genova o delle Cinque Terre non sono il frutto del destino cinico e baro, bensì del malgoverno che ha lasciato mano libera agli speculatori che hanno tratto vantaggi economici enormi dalla cementificazione selvaggia e quindi dall’impermeabilizzazione dei suoli.

Si è sempre sostenuto che la cementificazione era la conseguenza di dinamiche che, giocoforza, i comuni dovevano esercitare. Infatti, per poter chiudere i propri bilanci i comuni hanno dovuto concedere cemento ai privati. Gli oneri provenienti dalle concessioni edilizie e dall’ICI erano l’unica leva che essi avevano ed hanno per poter garantire i servizi per poter redigere i bilanci in parte corrente (quella parte dove incide la spesa per servizi). Ma, se i comuni incassano cento euro dall’edificazione del territorio, ne spendono cinquecento per portare i servizi indispensabili, senza considerare poi gli interventi emergenziali. Il conto quindi, non torna e non è mai tornato!

Ritengo sia fondamentale considerare la città e il territorio come beni comuni. Città e territorio come beni comuni al centro di una nuova concezione dell’urbanistica e di una nuova coesione sociale. Una città e un territorio dove i servizi necessari sono previsti in quantità e localizzazioni adeguate aperti a tutti i cittadini.

In questo senso vorrei rivolgere un appello al Sindaco Gnassi: salvare l’unica area verde della nostra litoranea, mi riferisco a quella di via Coletti a Rivabella, al centro di tante iniziative del consigliere Fabio Pazzaglia. Quest’area si può salvare dalla cementificazione garantendo peraltro un’area verde ai cittadini di quella zona utilizzando i meccanismi di perequazione inseriti nel nuovo PSC.

Infine, un’ultima considerazione sulle “grandi opere” come il TRC o la nuova statale 16. In democrazia bisognerebbe ascoltare, discutere e trovare le soluzioni migliori e convincersene tutti, stabilire delle regole al cui interno agire tutti, la maggioranza come le minoranze, e con la possibilità di modificare i progetti che non sono scritti nella roccia. Invece di considerare i comitati come fastidiose seccature o, peggio, di non considerarli nemmeno, bisogna considerarne l’azione per quella che effettivamente è, cioè il normale, seppur scomodo, esercizio della dialettica democratica. Se, però, a prevalere sono sempre le ragioni dell’economia e della crescita economica, la sostenibilità delle scelte, l’efficienza e l’efficacia delle scelte stesse rischiano di essere vanificate.

Occorre, invece, trovare lo spazio per arrivare a scelte convinte e condivise da tutti, compresi i comitati NO – TRC o NO – Statale 16.

Cordiali saluti.

 Eugenio Pari

Coordinatore comunale SEL Rimini

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Svelato l’imbroglio urbanistico

Di Paolo Berdini, il manifesto 5 giugno 2011, pag. 6 

La sindaca credeva che indicare Lupi fosse vincente. Ma i guasti dei cementari sono sotto gli occhi di tutti i votanti

Le elezioni amministrative indicano per la prima volta dopo vent’anni la possibilità di aprire una nuova prospettiva per il futuro delle città. La tornata elettorale ha infatti dimostrato che il ventennio dell’urbanistica contrattata può dirsi concluso per sempre.

A Milano, Letizia Moratti aveva tentato la carta vincente annunciando che nel caso di vittoria al ballottaggio avrrebbe nominato Maurizio Lupi assessore allo sviluppo del territorio. Lupi non è un personaggio qualsiasi. Già assessore all’urbanistica dal 1997 al 2001, con il sindaco Albertini, poi deputato Pdl, esponente di primo piano di Comunione e liberazione, amministratore delegato di Fiera di Milano congressi.

Sul tema delle città, Lupi è stato uno degli esponenti più determinati nel tentare di cancellare l’urbanistica dal panorama legislativo italiano. Lo ha fatto come assessore a Milano praticando oltre ogni limite l’urbanistica contrattata. Lo ha fatto come parlamentare con la proposta di legge che porta il suo nome e che non è stata approvata nel 2006 per un miracolo. In quella legge c’era scritto che le amministrazioni pubbliche e la proprietà fondiaria hanno stesse prerogative nel governare il territorio: è l’economia che deve prevalere ad ogni costo. Letizia Moratti aveva dunque sperato di avere l’asso nella manica, affidandosi alla speculazione immobiliare per recuperare consensi.

Pisapia ha vinto con largo distacco. Per la prima volta la lobby del cemento ha fallito il colpo e dobbiamo chiederci perché. Finora, infatti, la cultura urbana liberista era stata egemone. Urbanisti folgorati sulla via di Damasco si sono messi a cantare le lodi del mercato come unica possibilità di salvezza delle città. Le amministrazioni di centrosinistra hanno fatto propri i paradigmi degli avversari e anche l’opinione pubblica ha dimostrato consenso verso questa impostazione.

A Roma la giunta di Veltroni ha rovesciato 70 milioni di metri cubi di cemento (il micidiale Pgt di Milano ne contiene “soltanto” 35 milioni) e nessuno ha fiatato. A Torino sono state approvate circa 150 varianti urbanistiche per lo più ritagliate sulle esigenze della proprietà fondiaria. A Firenze hanno aperto le porte a Ligresti e, se non fosse sufficiente, basta andare a vedere l’inaudito scempio della scuola della Guardia di Finanza. A Venezia, l’isola del Lido viene devastata dal cemento perché solo così si può ristrutturare il Palazzo del cinema. la macchina del consenso funzionava.

Perché allora a Milano il collaudato gioco non ha funzionato? Perché i risultati del ventennio dell’urbanistica liberista sono ormai sotto gli occhi di tutti e i cittadini hanno giudicato sulla base della propria esperienza. Lo hanno fatto le giovani coppie a cui avevano fatto credere che Santa Giulia era il modello di città nuova. Si sono indebitate con un mutuo ed hanno scoperto che la proprietà aveva costruito scuole e abitazioni su un mare di sostanze velenose. Lo hanno fatto le coppie di anziani che – come nel caso della zona Garibaldi – vedono sorgere mostruosi grattacieli che sconvolgono il tessuto della loro città solo per far guadagnare un pugno di speculatori. Lo hanno fatto tutti i milanesi nel vedere che la cancellazione delle regole nelle città (dai “piani casa” al “decreto sviluppo) serve solo a spregiudicati speculatori, compresi i rampolli dell’aristocrazia proprietaria, per fare ciò che vogliono, compresa la casa di batman. A Milano hanno dunque compreso l’imbroglio dell’urbanistica liberista che aggrava le condizioni di vita di tutti per favorire i guadagni di pochi. Ma non è finita, perché la parte più avveduta del sistema finanziario ha compreso, essendo esposta per enormi cifre, che continuare ad espandere le città è ormai un gioco folle. C’è troppo invenduto in ogni città d’Italia e continuare così porterà inevitabilmente ad un pericoloso corto circuito.

Lo straordinario merito di Pisapia è stato quello di aver fornito una figura di grande credibilità culturale e morale a questi segmenti di società abbandonati dalla politica. Da Milano arriva dunque un segnale che dobbiamo utilizzare senza incertezze. Al pari del ragionamento sul comparto Italcantieri su cui si è soffermato queste pagine Guido Viale, le città possono diventare un grande cantiere diffuso che consente la nascita di migliaia di piccole imprese qualificate nel risparmio energetico degli edifici, nella sicurezza e nella sostituzione dell’uso dell’automobile con sistemi su ferro. Una grande riconversione produttiva, dunque, l’unica prospettiva di uscita dalla crisi che può essere disegnata dallo schieramento che ha conquistato Milano, Napoli e tante altre città.

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I consiglieri Pari e Giovagnoli sull’inciucio Pd-Pdl

Il via libera in commissione del piano particolareggiato sull’area della ex colonia Murri fa arrabbiare i consiglieri di SEL che parlano di consociativismo e di un accordo Pd-Pdl per fini elettorali.

 RIMINI, 21 marzo 2011

Nelle sedute di commissione e di consiglio si sta procedendo verso un grave accordo tra Pd e Pdl già denunciato dal nostro candidato sindaco Pazzaglia. Un accordo volto a garantire gli interessi dei costruttori a tutto discapito della collettività.
In tre minuti questa mattina la commissione competente ha approvato il piano particolareggiato delibera che influenzerà il futuro di Rimini per i prossimi trent’anni e questo in primo luogo per puri motivi elettoralistici.
Questo modo di procedere sulla testa dei cittadini è frutto del consociativismo, come consociativo è stato il modo di governare gli ultimi dodici anni Rimini.
SEL a Rimini sta facendo una battaglia per impedire ulteriori cementificazioni che vanno a vantaggio di pochi e a discapito di molti, e questo, fra le altre cose, sarà il primo obiettivo che ci poniamo per dar vita ad un centrosinistra rinnovato, che dopo le elezioni ci dovrà vedere alternativi alle logiche di potere fin qui praticate.

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EUGENIO PARI SUL PIANO PARTICOLAREGGIATO DELL’EX CORDERIA A VISERBA

Il Piano particolareggiato dell’ex corderia a Viserba ci vede contrari. Contrari perché con questo atto si contraddicono e si annullano ancora prima di essere approvate tutte le previsioni del PSC volte a ridurre l’espansione demografica e quella residenziale. Mi pare che, a questo punto, l’approvazione del PSC sia solo un passaggio propagandistico i cui contenuti vengono contraddetti ancor prima di essere applicati.

Nel merito dell’atto si costruiranno 28 mila metri quadrati di cui 5 mila di commerciale in un’area già molto in sofferenza dal punto di vista dell’espansione residenziale, tutte le opere di urbanizzazione non sono altro che infrastrutture del tutto e per tutto strumentali a servire i circa 240 appartamenti che si insedieranno in quell’area, così come il verde è strumentale per vendere meglio gli appartamenti.

Inoltre vale la pena soffermarsi sulla quota di edilizia sociale prevista. Nel dispositivo della delibera si richiama la Legge regionale 6 del 2009 la quale prevede che una quota non inferiore al 20% dell’intero intervento sia destinata all’edilizia residenziale sociale, nell’intervento vengono destinati a questa tipologia neanche 1000 metri quadrati il che significa che non siamo ad un quarto, come previsto dalla legge, ma ad un miserissimo ventesimo.

Siamo inoltre contrari al fatto che il comune debba sborsare 40mila euro per realizzare una rotatoria che dovrebbe essere ad intero carico dei soggetti attuatori in quanto tale intervento va a loro esclusivo vantaggio, essa è a totale asservimento del centro commerciale e dell’area residenziale privata.

Continuare a dire che interventi come questo sono a vantaggio della collettività significa prendere in giro i cittadini che conoscono bene quale sia la situazione della città e quanto sia necessaria una iniziativa di edilizia sociale nel nostro comune che in questa voce è il fanalino di coda nella nostra regione.

Rimini, 03.02.2011

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Sel non ha pentimenti: è solo speculazione

Dal Corriere di Rimini del 18.09.2010

RIMINI. Il consigliere comunale della Sel, Eugenio Pari, era già stato abbastanza chiaro alla vigilia del voto. In sintesi: siamo stanchi di motori immobiliari, il privato dal suo punto di vista fa il proprio interesse, ma il pubblico a un certo punto deve fissare un paletto. A voto negativo confermato la segreteria di Sinistra Ecologia Libertà, conferma la “bocciatura” punto per punto.

“Era già molto discutibile trasformare un immobile di proprietà pubblica in un centro commerciale – recita un nota -: dov’è infatti l’interesse pubblico di un simile intervento? Com’è possibile utilizzare dei finanziamenti statali per quel tipo di progetto? Ma questo diventa ancora più inaccettabile se si aggiunge a tutto ciò anche un cospiquo motore immobiliare di contenuto puramente speculativo che si affianca ad altri motori immobiliari previsti in aree immediatamente adiacenti (sottopasso Via Portofino, Banco alimentare)”.

Ancora. “Prendiamo atto che il nostro atteggiamento di lealtà nei confronti dell’amministrazione è stato del tutto ininfluente ai fini del pur minimo cambio di indirizzo da parte della maggioranza. Con la ripresa dei lavori del consiglio comunale l’approvazione della delibera sull’ex seminario e questa sulla Murri confermano l’esistenza di condizionamenti rispetto ai poteri forti legati alla rendita immobiliare che sempre abbiamo cercato di arginare con proposte e con una visione che invece tenga al primo posto gli interessi collettivi e consideri la città e il territorio come beni comuni”.

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Una cascata di cemento

Data di pubblicazione: 31.07.2009

http://www.eddyburg.it/article/articleview/13585/0/164/

Autore: Biondani, Paolo

 

Consumo di suolo e devastazione del territorio in un ampio servizio de

sommersi dal cemento

sommersi dal cemento

L’Espresso, anno LV n. 31, in edicola dal 31 luglio 2009. E un’intervista a E.Salzano

Il governo Berlusconi ha promesso di battere la crisi rilanciando il business del mattone. In realtà dietro ai piani dell’esecutivo, a cominciare da quello sulla casa, non c’è altro che un nuovo sacco edilizio. Regione per regione ecco la mappa della nuova speculazione

Più cemento per tutti. Con il cosiddetto piano casa, e con altri interventi ispirati alla stessa ideologia della deregulation edilizia, il governo Berlusconi promette di battere la crisi rilanciando il business del mattone. Ma la ripresa resta dubbia. La crisi e il crescente indebitamento delle imprese e delle famiglie compromettono le capacità di investimento dei privati. A guadagnarci sicuramente saranno pochi grandi speculatori. Mentre per la maggioranza dei cittadini il nuovo boom dei cantieri rischia di produrre danni a lungo termine molto più gravi dei benefici apparenti e immediati. Un colpo di grazia per il già moribondo territorio italiano. Un’ipoteca pesante sul futuro del turismo, dell’agricoltura di qualità e della nuova economia verde. A lanciare l’allarme,insieme a tutte le più importanti associazioni per la difesa dell’ambiente e del paesaggio, sono autorevoli studi tecnicoscientifici e perfino gli asettici rapporti dell’Istituto nazionale di statistica. A differenza dei politici, gli esperti concordano che gran parte delle regioni hanno già raggiunto un livello di «saturazione edilizia ». Una nuova ondata di cemento «in un Paese come l’Italia, in cui il territorio è da sempre molto sfruttato», avverte l’Istat, «non può essere considerata in nessun caso un fenomeno sostenibile». Ma il peggio è che il piano casa è come una scommessa al buio: l’Italia è l’unico Stato occidentale dove già ora l’edilizia è fuori controllo, perché mancano perfino le misurazioni di quanti boschi, prati e campi vengono ricoperti ogni giorno dalla crosta inquinante del cemento e dell’asfalto.

Assalto al territorio

Dagli anni Novanta i comuni italiani stanno autorizzando nuove costruzioni a ritmi vertiginosi: oltre 261 milioni di metri cubi ogni 12 mesi. Nel giro di tre lustri, dal 1991 al 2006, ai fabbricati già esistenti si sono aggiunti altri 3 miliardi e 139 milioni di metri cubi di capannoni industriali e lottizzazioni residenziali.

È come se ciascun italiano, neonati compresi, si fosse costruito 55 scatole di cemento di un metro per lato. Il record negativo è del Nordest, con oltre un miliardo di metri cubi, pari a una media di 98 scatoloni di cemento per ogni abitante. Il risultato, secondo l’Istat, è «impressionante ». Al Nord l’intera fascia pedemontana è diventata un’interminabile distesa di cemento e asfalto «quasi senza soluzioni di continuità»: città e paesi si sono fusi formando «una delle più vaste conurbazioni europee». Una megalopoli di fatto, cresciuta senza regole e senza alcuna pianificazione, che dalla Lombardia e dal Veneto arriva fino alla Romagna. Al Centro «stanno ormai saldandosi Roma e Napoli». E nel Mezzogiorno «l’urbanizzazione sta occupando gran parte delle aree costiere». L’escalation edilizia, come certifica sempre l’Istat, non ha alcuna giustificazione demografica. Tra il 1991 e i 2001, date degli ultimi censimenti, la popolazione italiana è lievitata solo del 4 per mille, immigrati compresi, mentre «le località edificate sono cresciute del 15 per cento».

Nonostante questo, dal 2001 al 2008 il consumo di territorio è aumentato ancora: in media del 7,8 per cento, con punte tra il 12 e il 15 in Basilicata, Puglia e Marche e un record del 17,8 in Molise. Fino agli anni ’80 la Liguria era la regione più cementificata. Negli ultimi sette anni le capitali del mattone, come quantità assolute, sono diventate Lazio, Puglia e Veneto. Solo quest’ultima regione ha perso altri 100 chilometri quadrati di campagne. A colpi di condoni Le statistiche dell’Istat segnalano un rapporto diretto tra i nuovi fabbricati e le sanatorie dei vecchi abusi, varate sia dal primo che dal secondo governo Berlusconi. Nonostante i proclami di regolarizzazione che accompagnavano ogni condono, l’edilizia selvaggia ha continuato ad arricchire i furbi: nel 2008 l’Agenzia per il territorio ha scoperto, solo grazie alle foto aeree, oltre un milione e mezzo di immobili totalmente sconosciuti al catasto, cioè non registrati neppure come abusivi. Uno scandalo concentrato al Sud. Al Nord invece la legge Tremonti del ’94, che detassava gli utili per farli reinvestire in nuovi macchinari aziendali, in realtà ha fatto esplodere la costruzione e l’ampliamento dei capannoni industriali e commerciali: oltre 156 milioni di metri cubi all’anno.

Dietro la cementificazione del territorio c’è anche un’altra ingiustizia fiscale. Damiano Di Simine, responsabile di Legambiente in Lombardia, spiega che «l’assurdità del caso italiano è che i comuni sono costretti a finanziarsi svendendo il territorio »: «Gli oneri di urbanizzazione, da contributi necessari a dotare le nuove costruzioni di verde e servizi, si sono trasformati in entrate tributarie, per cui le giunte più ricche e magari più votate sono quelle che favoriscono le speculazioni». Nei paesi europei più avanzati succede il contrario: apposite “tasse di scopo” puniscono chi consuma territorio. Mentre in Italia, come segnala l’Istat, la pressione edilizia è tanto forte da scaricare i cittadini perfino «in aree inidonee per il rischio sismico o idrogeologico ». E tra migliaia di enti inutili, non esiste neppure un ufficio pubblico che misuri l’avanzata del cemento. La distruzione del verde L’unico studio di livello scientifico è stato pubblicato all’inizio di luglio da un gruppo di ricercatori del Politecnico di Milano, dell’Istituto nazionale di urbanistica e di Legambiente. L’Istat infatti può quantificare, scontando i ritardi delle burocrazie locali, solo i «permessi di costruire», cioè le licenze legali. Alle statistiche ufficiali, dunque, sfuggono tutti gli abusi edilizi, oltre alle chilometriche colate di asfalto, dalle strade ai parcheggi, che accompagnano e spesso precedono le nuove costruzioni.

Mettendo a confronto foto aree e mappe della stessa scala, disponibili solo in tre regioni e in poche altre province, i ricercatori di questo “Osservatorio nazionale sui consumi di suolo” hanno scoperto che in Lombardia, tra il 1999 e il 2005, sono spariti 26.728 ettari di terreni agricoli. È come se in sei anni fossero nate dal nulla cinque nuove città come Brescia. La media quotidiana è spaventosa: ogni giorno il cemento e l’asfalto cancellano più di 10 ettari di campagne in Lombardia e altri 8 in Emilia, dove tra il 1976 e il 2003 (ultimo aggiornamento geografico) è come se Bologna si fosse moltiplicata per 14. Lo studio smentisce anche il luogo comune che vede nel cemento l’effetto dello sviluppo produttivo. In Friuli, tra il 1980 e il 2000, è scomparso meno di un ettaro al giorno. Mentre il Piemonte ha perso più di 68 chilometri quadrati di campagne nel decennio 1991-2001, quando il suolo urbanizzato è aumentato dell’8,7 per cento, mentre la popolazione è scesa dell’1,4. Gli urbanisti del Politecnico ammoniscono che questo modello di sfruttamento (l’Istat lo chiama «consumismo del territorio») ha ricadute pesantissime sulla vita delle famiglie. «Il fenomeno delle seconde e terze case è legato anche alla fuga dalle città sempre più invivibili», riassume il professor Arturo Lanzani: «Ma la scarsissima qualità dei nuovi progetti finisce per spostare il traffico e lo smog verso nuovi spazi congestionati ». Paolo Pileri, il docente che dirige l’Osservatorio, fa notare che «in Germania, Olanda, Gran Bretagna, Svezia e Svizzera i governi cambiano le leggi urbanistiche per limitare fino ad azzerare i consumi di suolo. Mentre in Italia non abbiamo neppure dati attendibili». Anzi, il governo punta tutto su un nuovo boom edilizio.

Le pagelle al piano casa

Per il presidente di Italia Nostra, Giovanni Losavio, la riforma berlusconiana «è peggio di un condono, perché abolisce le regole anche per il futuro: permessi e controlli diventano inutili, ora basta la parola del progettista». «Bocciatura piena » anche da Legambiente, che ha fatto l’esame delle singole leggi (o progetti) regionali di attuazione: «promosse» solo Toscana, Puglia e provincia di Bolzano, che oltre a salvare parchi e centri storici, impongono rigorose migliorie ecologiche e risparmi energetici. A meritare i voti peggiori sono i piani casa delle regioni più cementificate: in Veneto la legge Galan concede aumenti di volume perfino ai capannoni più orribili, in Sicilia la giunta progetta «bonus edilizi fino al 90 per cento acquistabili dai vicini». E in Lombardia spunta il “lodo Cielle”: un premio del 40 per cento per l’edilizia sociale, ma con «possibile vendita a operatori privati». «Rimandate con debiti» tutte le altre regioni, mentre in Val d’Aosta è pronto il «piano camere»: più cubatura anche per gli alberghi. Il bilancio nazionale è «un puzzle urbanistico con regole diverse in ogni regione». E se in generale le giunte di sinistra resistono al Far West edilizio, la Campania fa eccezione. Vezio De Lucia, urbanista di Italia Nostra, e Ornella Capezzuto, presidente del Wwf Campania, sono i primi firmatari di un appello che descrive il piano casa varato dalla giunta Bassolino come «un nuovo sacco edilizio»: «Il solo annuncio della liberalizzazione delle nuove residenze nelle aree dismesse, senza neppure il limite che le fabbriche interessate siano davvero già chiuse, ha fatto triplicare in pochi giorni il valore dei capannoni». Il consigliere regionale della sinistra Gerardo Rosania, che da sindaco di Eboli fece demolire 437 villette abusive, lancia una mobilitazione antimafia: «Ci si dimentica che qui siamo in Campania. Chi può fare incetta di industrie abbandonate pagando subito è solo la camorra». (30 luglio 2009)

Una vergogna solo italiana

di Paolo Biondini

‘I paesi civili frenano il cemento, qui il governo lo incentiva’: colloquio con Edoardo Salzano

Edoardo Salzano è uno dei più autorevoli urbanisti italiani. Il suo sito Eddyburg.it sta diventando il primo forum di informazione e discussione democratica sullo sviluppo edilizio, l’ambiente e il paesaggio.

Che ne pensa del piano casa?

“È un’iniziativa vergognosa, che avrà effetti devastanti. È’ l’ennesima conferma che la cementificazione è una scelta politica: si favorisce uno sviluppo basato solo sull’appropriazione privata della rendita fondiaria. L’ideologia della bolla immobiliare ha fatto danni in tutto il mondo, ma l’Italia è l’unico Paese che continua a incentivarla. Ci stiamo allontanando sempre di più dall’Europa”.
Come si costruisce nei paesi più civili?

“Per capirlo basta sorvolare l’Europa in aereo. In paesi come Austria, Germania, Olanda e Francia c’è una pianificazione rigorosa che segna un taglio netto tra città e campagna. In Italia c’è una marmellata edilizia, chiamata ‘sprawl’, spalmata su quasi tutto il territorio. La grande differenza è che nei paesi avanzati si cerca da tempo di controllare e limitare la cementificazione”.

Qualche buon esempio?

“La Germania ha programmato dal ’98 una direttiva rigorosa per ridurre entro il 2020 il consumo di suolo, facendolo scendere da 120 a meno di 30 ettari al giorno. E ci sta riuscendo. Nel Regno Unito fin dal ’99 l’obiettivo è di realizzare almeno il 60 per cento della nuova edilizia abitativa in aree già urbanizzate. Perfino negli Usa, dove le estensioni sono gigantesche, alcuni Stati come l’Oregon hanno imposto confini invalicabili allo sviluppo delle città. In Italia il problema è totalmente ignorato. Cresce solo quella che Tonino Cederna chiamava la crosta di cemento e asfalto”.

Molti cittadini si mobilitano con associazioni, comitati e raccolte di firme. Il vero problema è che la lotta alla speculazione edilizia non trova un’adeguata rappresentanza politica?

“Purtroppo non è solo il centrodestra, ma anche una parte del centrosinistra a teorizzare la cosiddetta urbanistica contrattata, le grandi opere in deroga a tutto e magari gli accordi sottobanco con i furbetti del quartierino e gli immobiliaristi d’avventura. C’è un pensiero unico che va combattuto con una svolta culturale: il suolo libero è una risorsa scarsa che va conservata. E per farlo serve una pianificazione più seria e più vasta di quella comunale”. (30 luglio 2009)

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Piano casa, siglato l’accordo tra Regioni e Governo

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/12947/0/356/

 Invitiamo a leggere il testo dell’accordo e l’eddytoriale 121, qui a fianco. Resterete anche voi stupiti, o scandalizzati, dal commento di Errani. L’Unità online, 1 aprile 2009
Qui il testo dell’accordo, e qui il commento di eddyburg

Via libera questa mattina dal governo e dalla conferenza delle regioni al cosiddetto “piano casa”. Nel piano saranno sbloccate le procedure per ampliamenti degli immobili, che però saranno possibili «entro il limite del 20% della volumetria esistente», per immobili che non superino i 1.000 metri cubi e fino a un massimo di incremento di 200 metri cubi. Il tutto secondo le norme regionali, che potranno escludere aree «con particolare riferimento ai beni culturali» e aree «di pregio ambientale e paesaggistico». E’ quanto si legge nell’intesa raggiunta tra governo e regioni.
Il limite di ampliamento sale al 35% nel caso di demolizioni, «con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell’efficienza energetica e secondo criteri di sostenibilità ambientale». Le regioni, prevede l’intesa, «si impegnano ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate preferibilmente» agli obiettivi dell’accordo stesso. La validità delle leggi regionali non sarà superiore a 18 mesi. Mentre «entro dieci giorni dalla sottoscrizione dell’accordo il governo emanerà un decreto-legge i cui contenuti saranno concordati con le regioni e il sistema delle autonomie».
L’obiettivo, si legge, è quello «di semplificare alcune norme di competenza esclusiva dello Stato, al fine di rendere più rapida ed efficace l’azione amministrativa di disciplina dell’attività edilizia» e «introdurre forme semplificate e celeri per l’attuazione degli interventi edilizi», sempre «in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale».
Il governo e le regioni, infine, «ribadiscono la necessità assoluta del pieno rispetto della vigente disciplina in materia di rapporto di lavoro, anche per gli aspetti previdenziali e assistenziali e di sicurezza dei cantieri».
«Si tratta di un risultato molto importante al quale abbiamo lavorato intensamente – ha commentato il ministro Raffaele Fitto – abbiamo raggiunto un’intesa condivisa dall’intero governo».
Il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, oltre alla soddisfazione, ha sottolineato che l’intesa «è un risultato importante per noi e per il Paese, confermiamo pienamente l’impostazione di quando avevamo detto che il decreto era inaccettabile». Con gli accordi raggiunti oggi «non ci sono scelte che possono compromettere il sistema di governo e la tenuta urbanistica del territorio. Ora però bisogna occuparsi della vera emergenza che è quella di trovare risorse per le famiglie in difficoltà che non riescono a pagare l’affitto, abbiamo 550 milioni di euro, bisogna trovare altre risorse pubbliche e private». Soddisfazione è stata espressa da Errani anche perché nella bozza dell’accordo «non c’è più la vendibilità del 20% e non c’è più il cambiamento della destinazione d’uso».
Errani ha poi sottolineato che i lavori del piano casa saranno svolti nel rispetto delle norme sulla sicurezza e con lavoro regolare e forme di rendicontazione che mettano in chiaro tutti i lavori che verranno fatti. Le Regioni avranno 90 giorni di tempo per emanare, ciascuna, le norme per consentire l’attuazione del piano casa. In extremis si è raggiunto l’accordo per il varo di un tavolo che metta a punto uno studio di fattibilità per verificare quali misure adottare per l’edilizia pubblica. Dall’accordo, infatti, sono sparite «le risorse aggiuntive» che lo Stato avrebbe dovuto apportare, seppure in quantità non determinata.
Al termine del consiglio dei ministri anche Berlusconi ha commentato l’intesa: «Sono soddisfatto per l’accordo raggiunto, un’altra intesa importante dopo quella sugli ammortizzatori sociali. Ringrazio le Regioni per la collaborazione istituzionale, ora ci avviamo a studiare l’altro grande piano per la casa. E’ intenzione dell’esecutivo – ha spiegato Berlusconi – dare il via alla costruzione di ‘new town’ in ogni capoluogo di provincia per mettere a disposizione nuove case, in particolare per i giovani».

Il testo del «piano casa»
(da l’Unità online, 1 aprile 2009)

Ecco il testo dell’accordo sul piano casa siglato la notte scorsa al tavolo tecnico dal governo e dalla conferenza delle regioni, recepito questa mattina dalla conferenza unificata a Palazzo Chigi.

«Rilevata l’esigenza, da parte del governo, delle regioni e degli enti locali di individuare misure che contrastino la crisi economica in materie di legislazione concorrente con le regioni, quale quella relativa al governo del territorio;

visto l’accordo delle regioni e degli enti locali in ordine alle esigenze di fronteggiare la crisi mediante un riavvio dell’attività edilizia favorendo altresì lavori di modifica del patrimonio edilizio esistente nonché prevedendo forme di semplificazione dei relativi adempimenti secondo modalità utili ad esplicare effetti in tempi brevi nell’ambito della garanzia del governo del territorio;

rilevata l’esigenza di predisporre misure legislative coordinate tra stato e regioni nell’ambito delle rispettive competenze;

governo, regioni ed enti locali convengono la seguente intesa:

per favorire iniziative volte al rilancio dell’economia, rispondere anche ai bisogni abitativi delle famiglie e per introdurre incisive misure di semplificazione procedurali dell’attività edilizia, lo stato, le regioni e le autonomie locali definiscono il seguente accordo.

Le regioni si impegnano ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate preferibilmente ai seguenti obiettivi:

a) regolamentare interventi – che possono realizzarsi attraverso piani/programmi definiti tra regioni e comuni – al fine di migliorare anche la qualità architettonica e/o energetica degli edifici entro il limite del 20% della volumetria esistente di edifici residenziali uni-bifamiliari o comunque di volumetria non superiore ai 1000 metri cubi, per un incremento complessivo massimo di 200 metri cubi, fatte salve diverse determinazioni regionali che possono promuovere ulteriori forme di incentivazione volumetrica;

b) disciplinare interventi straordinari di demolizione e ricostruzione con ampliamento per edifici a destinazione residenziale entro il limite del 35% della volumetria esistente, con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell’efficienza energetica ed utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e secondo criteri di sostenibilità ambientale, ferma restando l’autonomia legislativa regionale in riferimento ad altre tipologie di intervento;

c) introdurre forme semplificate e celeri per l’attuazione degli interventi edilizi di cui alla leggera a) e b) in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale. Tali interventi edilizi non possono riferirsi ad edifici abusivi o nei centri storici o in aree di inedificabilità assoluta.

 

Una mia lettera sul tema pubblicata dal Corriere di Rimini del 31 marzo 2009

 LETTERA APERTA SUL PIANO CASA

di Eugenio Pari, consigliere comunale Rimini

Con il Piano casa il Paese si sta preparando a diventare un cantiere al di fuori da qualsiasi idea di pianificazione, il che significa ancora una volta tutelare gli interessi della rendita a discapito dei cittadini.
Aumentare indiscriminatamente del 20% gli immobili esistenti e addirittura fino al 35% nel caso di demolizione e ricostruzione, significherebbe rendere ancora più invivibili le nostre città. Invece occorre sostenere una politica di accesso al diritto all’abitazione per quelle classi che vivono ancora più difficoltà a causa della pesantissima crisi che sta attraversando l’Italia.
Seicentomila famiglie sono escluse dal mercato della casa, sostenere che aumentando le costruzioni si aumenta anche la possibilità di reperire abitazioni per queste famiglie è una falsità del tutto priva di logica e di attinenza con i fatti. O sostenere come ha fatto il Presidente nazionale dei
costruttori che gli alloggi di edilizia popolare dovrebbero durare al massimo 20 anni esprime chiaramente che il problema per la destra non è che i comuni e i cittadini sono in ginocchio a causa dell’economia di rapina, il problema è che gli alloggi popolari sono costruiti con criteri troppo generosi. Dunque le persone sono merci e, come tali, vanno trattate. Di fatto il futuro delle città viene affidato agli speculatori e se si pensa che gli immobili industriali in disuso, posti generalmente nelle periferie delle città, potranno, grazie a queste disposizioni legislative, trasformarsi in condomini determinerà ancora di più la chiusura di impianti produttivi in
favore della rendita immobiliare. Guardiamo per esempio a cosa è successo a Rimini: la Ghigi poco tempo fa ha chiuso lo stabilimento in attivo e produttivo con l’obiettivo o prima o dopo di compiere una operazione edilizia su quell’area, quanti saranno gli imprenditori che faranno la stessa cosa visti i tempi di “vacche magre” nel comparto manifatturiero? Oggi alla Ghigi si potrà finalmente compiere l’operazione urbanistica che la proprietà aveva in mente quando decise di chiudere.
Ma c’è di peggio, la possibilità di cambio di destinazione d’uso varrà anche per il commercio. È stata l’arroganza dei grandi gruppi della distribuzione e la debolezza delle amministrazioni locali a disseminare il territorio di centri commerciali, oggi che sono in crisi per i protagonisti dell’economia della rendita sarà meglio riconvertirli in alloggi. Una città vivibile non nasce da
queste logiche, così si crea paura: disseminare il territorio di abitazioni sulla base delle volontà dei proprietari significherà condannare famiglie all’isolamento e all’emarginazione.
Quello che molte amministrazioni, anche a guida Pd, hanno sempre praticato, cioè la mercificazione del territorio e la contrattazione degli interventi urbanistici, trova oggi, dopo anni di teorizzazione in strumenti come per esempio i project financing, una conferma dal punto di vista normativo.
Sostenere quello che sostiene il candidato presidente Vitali, cioè che il problema sia quello dello snellimento delle procedure, è lo stesso punto di partenza da cui è partito il governo nel partorire questo obbrobrio legislativo e conduce alle stesse conclusioni. Le procedure aggravate e complesse in urbanistica, che peraltro hanno già ricevuto negli anni notevoli snellimenti in favore dei costruttori, sono a garanzia del territorio. Il territorio dove, garantendo comunque i diritti del privato, deve comunque essere considerato un bene collettivo per tutelare le persone in carne ed ossa dai rischi idrogeologici per esempio e per fornire alle persone condizioni migliori del vivere, partendo da norme che arginino il fenomeno della rendita immobiliare. Solo chi non ha chiaro questo può pensare che i temi del governo del territorio e dell’urbanistica quest’ultima intesa come sua componente, possano essere risolti con snellimenti e magari maggior flessibilità delle norme e delle procedure, la qual cosa, peraltro, non è segnata in alcun articolo della L.r. 20/2000, almeno non in quella vigente.

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