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Marchionne chiede di più. Forte dibattito nella Cgil

“Emma così vado via”

Marchionne per una volta non scrive alle tute blu ma a Marcegaglia: l’accordo non ci soddisfa, fate di più o Fiat uscirà da Confindustria

Emma Marcegaglia e Sergio Marchionne

 Antonio Sciotto, Il manifesto,  1 luglio 2011, pag. 2 www.ilmanifesto.it

 A Sergio Marchionne l’accordo tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil non basta: vuole di più, perché gli accordi siglati a Pomigliano, Mirafiori e alla ex Bertone restano senza soluzione. E così ieri l’amministratore delegato Fiat ha preso carta e penna e ha scritto a Emma Marcegaglia, chiedendo che la Confindustria compia “ulteriori passi” per venire incontro al Lingotto: altrimenti la Fiat, è la minaccia, “uscirà dall’associazione il primo gennaio del 2012”. Un nuovo ultimatum, quindi, dopo i tanti a cui il super manager globale ci ha ormai abituato, ma questa volta indirizzato non agli operai ma ai confindustriali. Marcegaglia risponde a stretto giro di posta, replicando sostanzialmente che a suo parere una soluzione si può trovare già nell’accordo del 28 giugno, ma che se così non fosse, va chiesta una legge ad hoc allo Stato.

Un tira e molla pesante, quello lanciato ieri da Marchionne, e che ha riflessi nel sindacato – con il braccio di ferro tra Cgil e Fiom che si alimenterà di nuova linfa – e nel governo, visto che il ministro Maurizio Sacconi ha subito chiesto di rimando che “le parti firmatarie dell’accordo trovino una soluzione per la Fiat”, ipotizzando anche “una legge ad hoc”.

“Cara Emma – scrive Marchionne – l’accordo raggiunto tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, è sicuramente un risultato di grande rilievo. Mi auguro che, nei prossimi mesi, il lavoro prosegua con ulteriori passi che ci consentano di acquisire quelle garanzie di esigibilità necessarie per la questione degli accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Questo ci permetterà di portare a compimento gli investimenti avviati e quelli già programmati. Sono fiducioso che queste condizioni si realizzeranno entro la fine dell’anno. Ho il dovere di informarti che in caso contrario, Fiat e Fiat Industrial saranno costrette a uscire dal sistema confederale con decorrenza dall’1 gennaio 2012”.

Marchionne fa sapere di aver inviato copia di questa lettera “anche ai segretari delle confederazioni firmatarie per confermare che la nostra iniziativa non intende mettere in discussione l’importanza dell’accordo e naturalmente i diritti dei lavoratori. Vogliamo soltanto – conclude l’ad della Fiat – che le nostre persone possano lavorare in un contesto nel quale tutti si assumano i propri obblighi e le proprie responsabilità, come previsto dagli accordi di Pomigliano d’Arco, Mirafiori e Gruglisco”.

A spiegare perché l’accordo non può soddisfare il Lingotto, le parole dello storico dell’industria Giuseppe Berta, ex responsabile dell’archivio storico Fiat: “Innanzitutto non validità retroattiva, e poi lascia scoperti i nodi posti dagli accordi di Pomigliano e Mirafiori; quelli della governabilità e dell’esigibilità delle intese”. Le clausole di tregua sindacale, infatti, osserva ancora Berta, “pur accettate dai firmatari dell’accordo continueranno a essere rigettate da Fiom e Cobas che non vogliono subire nessuna disciplina al diritto di sciopero”.

Tra l’altro si deve notare che la segretaria Cgil Susanna Camusso aveva difeso l’accordo dagli attacchi della Fiom, proprio affermando che esso “è l’opposto di quello che chiedeva Fiat”: giudizio ribadito ieri, dopo la lettera di Marchionne. Ma dall’altro lato, il segretario Fiom Maurizio Landini sottolinea che Marchionne è “prigioniero delle sue coerenze” e chiede la riapertura del tavolo Fiat.

Emma Marcegaglia risponde a tono, non cedendo al momento alle richieste di rivedere l’accoro: l’intesa scrive la leader della Confindustria rispondendo a Marchionne, “non può essere messa in discussione”. “A noi sembra che l’accordo soddisfi anche le vostre istanze, in quanto gli accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco possono facilmente rientrare nelle nuove norme pattuite – dice ancora Marcegaglia alla Fiat – Mi riferisco in particolare alle regole riguardo l’esigibilità degli accordi conclusi con una maggioranza di rappresentanti dei lavoratori, alla clausola di tregua e all’adattabilità dei contratti aziendali”. “Se invece non ritieni utile la praticabilità di questa via, al fine di ottenere garanzie riguardo agli accordi già raggiunti nel gruppo Fiat a fronte della causa intentata dalla Fiom – conclude la leader degli industriali rivolgendosi direttamente a Marchionne – non vediamo altra strada se non quella di un intervento legislativo con effetto retroattivo che, in quanto tale, non è nella disponibilità di Confindustria”.

 

LO SCONTRO TRA FIOM E CGIL

Landini a Camusso: “Sospendere la firma fino al voto dei lavoratori”

 An. Sci. Il manifesto, 1 luglio 2011, pag. 2

Maurizio Landini Segretario generale Fiom

E mentre la vicenda Fiat si arricchisce di un nuovo capitolo, con lo scambio di lettere Marchionne – Marcegaglia e la minaccia del Lingotto di uscire da Confindustria, è sempre più alto lo scontro tra Cgil e Fiom. Ieri un infuocatissimo Comitato centrale ha decretato il no assoluto dei metalmeccanici all’accordo siglato il 28 giugno da imprese, Cgil, Cisl e Uil. Il segretario Maurizio Landini, confortato dalla sua maggioranza interna alla categoria, ha chiesto ufficialmente alla Cgil di “tenere in sospeso la firma finché non ci sarà stata la consultazione dei lavoratori”. Per tutta risposta la segretaria Susanna Camusso si dice “preoccupata dalla vera, distante valutazione che abbiamo con la Fiom”.

Insomma, si preannunciano giorni di passione, con in vista il Direttivo Cgil dell’11 luglio, quando dovrà essere non solo approvato definitivamente l’accordo, ma che dovrà affrontare anche il tema – a questo punto spinoso – della consultazione: Camusso aveva annunciato che avrebbe chiesto a Cisl e Uil di far votare tutti i lavoratori, o che in subordine si sarebbero almeno espressi i soli iscritti Cgil.

“Se l’accordo è un passo avanti sarà anche l’ultimo passo avanti che faremo perché altri non ce ne faranno fare – ha detto Landini davanti al Comitato centrale Fiom – L’accordo non solo non prevede il voto di tutti i lavoratori ma indebolisce il contratto nazionale, apre alle deroghe su cui per anni abbiamo detto no”. “ Se la Cgil firmerà definitivamente questo accordo – prosegue il leader dei meccanici – avrà fatto un capolavoro perché l’intesa non risolve i problemi di Fiat ma estende a tutto il mondo industriale le nuove regole su deroghe e contro gli scioperi”.

Ecco dunque la richiesta avanzata a Susanna Camusso e alla Cgil: “Bisogna sospendere la firma fino alla conclusione della consultazione – dice Landini – Una consultazione che dovrà essere fatta solo tra gli iscritti alla Cgil e nelle sole categorie coinvolte dall’intesa, senza estenderla anche a quelle che non sono toccate dall’accordo siglato”. Chiaro che il segretario Fiom teme un effetto “colletti bianchi”: come a Mirafiori, con un sì all’accordo Fiat che aveva vinto grazie al voto massiccio dei capiarea, non interessati in prima persona ai ritmi alla catena di montaggi, ribaltando il no proveniente dalle tute blu alla linea.

Poi il messaggio diretto, personale, a Susanna Camusso, e alle sue dichiarazioni sulla Fiom: “Una cosa non accetto – ha detto Landini – quando leggo che la Fiom sta dicendo cose false e chiedo che questo venga retificato. Lo chiedo in modo esplicito. Si rischia di mettere in discussione la fiducia delle persone”.  L’altroieri la numero uno della Cgil, subito dopo l’incontro in cui aveva esposto l’accordo ai segretari di categoria (e dunque anche allo stesso Landini), aveva detto infatti che “la Fiom sbaglia: dice cose false e imprecise”.

Ieri Susanna Camusso ha comunque replicato, soprattutto alle accuse avanzate da Giorgio Cremaschi, che ne aveva chiesto esplicitamente le dimissioni; “Quei termini non mi appartengono e non appartengono nemmeno alla Cgil. Invece di dissenso si parla di tradimento. Ognuno si assuma le sue responsabilità – aveva detto riferendosi alla parola porcellum, usata da Cremaschi per definire l’accordo – Porcellum è un insulto: ogni militante Cgil considera tale un termine usato anche per la legge di Calderoli”.

In ogni caso, al di là delle divergenze, sia da Landini che da Camusso è arrivato un invito alla Fiat, dopo la lettera di Marchionne: “Adesso di riapra il tavolo”.

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La Camusso firma l’accordo peggiore

Un articolo ed una intervista pubblicati su il manifesto di oggi che spiegano i contenuti dell’accordo firmato ieri (29.06.2011) dal Segretario generale della Cgil Susanna Camusso. L’accordo interviene introducendo “nuove” regole per la rappresentanza dei lavoratori  concedendo sostanzialmente ampie facoltà di deroga per le aziende nell’applicazione dei contratti nazionali. Se la soddisfazione di Confindustria è scontata, così come quella di Cisl e Uil, rimangono da capire le motivazioni che hanno portato a condividere il testo al Segretario della Cgil un gesto che ha provocato e provocherà una forte discussione all’interno del maggior sindacato italiano e soprattutto ha già visto la contrarietà della Fiom.

 

La Cgil firma l’accordo peggiore

 Oggi verifica formale in segreteria. Controriforma del sistema contrattuale e della rappresentanza

 Di Loris Campetti, il manifesto, pag. 7 del 30.06.2011

www.ilmanifesto.it

 La notte non ha portato consiglio a Susanna Camusso: la segretaria della Cgil ha firmato con Cisl, Uil e Confindustria la controriforma delle relazioni sindacali e della rappresentanza. Il testo non è ancora noto neanche ai segretari nazionali  e generali di categoria, ma da quel che è trapelato potrebbe essere sancita la messa in mora del diritto di sciopero, la sostituibilità del contratto nazionale con quello aziendale come pretendeva la Fiat per non uscire da Confindustria, la non obbligatorietà del voto ai lavoratori, la possibilità per i sindacati di “nominare” i delegati. Oggi si riunisce il vertice della Cgil.

Susanna Camusso ed Emma Marcegaglia

Si può firmare un testo più che impegnativo che modifica un accordo fondamentale – nel bene e nel male – come quello del ’93 con cui si sono regolati 18 anni di relazioni sindacali senza un mandato formale, qualora l’accordo abbia dei contenuti la cui legittimità, o illegittimità, sta per essere sentenziata da un giudice? Si può impedire ai lavoratori di votare accordi e contratti che li riguardino, mettere in mora il diritto di sciopero (la chiamano tregua) con un accordo di solo vertice? Nel momento in cui scriviamo l’atteso – e da qualcuno temuto – confronto tra i vertici di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil è ancora in corso, e i tempi lunghi potrebbero far pensare a una “felice” conclusione. Un accordo che potrebbe entrare in contraddizione, anzi negare decisioni prese da un precedente direttivo nazionale della Cgil su democrazia, rappresentanza e intoccabilità dei contratti nazionali.

La domanda iniziale ottiene una risposta proprio mentre chiudiamo il giornale: sì, si può firmare e la Cgil ha firmato. Probabilmente, come si dice in sindacalese, Susanna Camusso ha “siglato” Cgil riservandosi di trasformare la sigla con la sua firma dopo aver informato la segreteria dell’organizzazione allargata ai segretari generali delle categorie. Lunedì il direttivo della Cgil si era chiuso senza un voto che desse un mandato alla segretaria generale Susanna Camusso a firmare, non essendo ancora noti i dettagli – l’essenza di ogni accordo sindacale – del testo proposto da Emma Marcegaglia. Dunque Camusso, prima della firma, dovrebbe quantomeno presentarsi alla segreteria allargata ai segretari di categoria (convocati per oggi), prima di suggellare l’accordo “storico” con la sua firma.

Nel direttivo chiara era stata la posizione della minoranza: nessuna delega in bianco, non firmiamo senza aver visto il testo finale. I punti più caldi, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, riguardano la possibilità di sostituire i contratti nazionali con quelli aziendali: la Fiat ha detto a chiare lettere che uscirà da Confindustria qualora non venisse assunta la filosofia del contratto di Pomigliano, Mirafiori e Bertone imposta con referendum-truffa. Contratti in cui è sospeso il diritto di sciopero, abolito il contratto nazionale e il principio “una testa un voto”, sostituire le Rsu con le Rsa (i lavoratori non potrebbero eleggere i propri rappresentanti, nominati invece dai sindacati degli accordi. I non firmatari non eserciterebbero più attività sindacale).

Questi erano i punti contestati in teoria dall’intera Cgil, almeno fino a due giorni fa, ribaditi lunedì con forza dalla Fiom e dall’area “La Cgil che vogliamo”. Ancora ieri, il segretario dei metalmeccanici Maurizio Landini ha ripetuto l’assoluta contrarietà della Fiom a un modello che non preveda l’obbligatorietà del contratto nazionale, il diritto di sciopero e a eleggere i propri rappresentanti. Ieri l’incontro più delicato è iniziato alle 15.30 alla foresteria della Confindustria, con tutti i partecipanti – i tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Emma Marcegaglia e il vicepresidente dell’organizzazione padronale Alberto Bombassei – ottimisti sull’esito positivo. Il confronto è andato avanti per tutto il pomeriggio e la sera in un “clima disteso”, con dichiarazioni dal versante della politica, del Governo e della Fiat che incitavano a chiudere, unitariamente e in fretta. Un pressione a 360 gradi sulla Camusso ad avere coraggio e a liberarsi della palla al piede. Inutile dire che la palla al piede è la Fiom. I contenuti dell’accordo non sono noti. Non al manifesto, ma agli stessi segretari della Cgil.

 

L’INTERVISTA – Gianni Rinaldini: l’”avviso comune” cancella il diritto di voto dei lavoratori

“È il suicidio del sindacato”

Il coordinatore de “La Cgil che vogliamo” boccia senza appello metodo e merito dell’accordo con Cisl, Uil e Confindustria sulla rappresentanza e i contratti

 Rocco Di Michele, il manifesto, pag. 7 del 30.06.2011

 “Lunare e imbarazzante”. Per Gianni Rinaldini, 8 anni da segretario generale della Fiom, ora coordinatore dell’area “La Cgil che vogliamo” e membro del Direttivo nazionale di Corso Italia, la discussione che va avanti tra Confindustria e i sindacati è fotografata da questi due aggettivi. Che valgono però anche per il dibattito interno alla Cgil.

Gianni Rinaldini

 

Sembra abbiano firmato l’accordo…

È la conferma delle voci che dicevano che il testo c’era già. Non è credibile che in una trattativa così complicata abbiano fatto tutto nel giro di poche ore.

Si apre un problema nella Cgil?

Non è stato presentato nessun testo scritto. Al tavolo non c’era neppure una “delegazione trattante”.

Han fatto tutto in due o tre della segreteria. Una roba inaccettabile nella vita interna della Cgil. Non c’è stato nemmeno un “ufficio” ad affiancare, come si fa di solito, con i segretari di categoria. Nei miei ricordi, trattative così importanti e delicate vedevano la Direzione della Cgil (ora non c’è più) convocata in seduta permanente e in continuo contatto con la delegazione al tavolo. Viene siglato o firmato un accordo assolutamente misterioso per i segretari generali di categoria e il coordinatore di un’area nazionale della Cgil. Di fatto il Direttivo sarà messo nelle condizioni di votare una sorta di “fiducia” alla segretaria. Sì, esiste ormai un problema di democrazia nella vita interna della Cgil.

Non si è discusso abbastanza?

Con il meccanismo sviluppatosi purtroppo negli ultimi anni, ogni votazione del comitato direttivo si configura alla fine come un voto di fiducia sul segretario generale. Pensando in questo modo di annullare l’articolazione del dibattito esistente. Stavolta non mi sorprenderei che qualcuno, rientrato recentemente in Cgil come coordinatore della segreteria del segretario generale, dopo aver svolto a lungo  ruoli amministrativi (Gaetano Sateriale, ndr), abbia in questi giorni lavorato alla definizione del testo.

Cosa sai sul merito dell’accordo?

È riassumibile in un aspetto centrale decisivo, da cui discende tutto il resto: lavoratori e lavoratrici non sono chiamati a votare le piattaforme e gli accordi che li riguardano. Il meccanismo individuato prevede che attraverso la “certificazione” (un mix tra iscritti e voti alle rsu) le organizzazioni che superano il 50%+1 possono fare accordi che diventano immediatamente esecutivi. Questo è devastante. Perché nega la democrazia, che assieme al conflitto è l’unico strumento a disposizione dei lavoratori per intervenire sulla propria condizione. E inquina fortemente gli stessi tavoli di trattativa, perché quando si parla tra soggetti sociali espressione di interessi diversi, non si è un club di amici. È prevedibile che si darà vita ad un mercato del tesseramento, teso a favorire le organizzazioni più disponibili a cercare accordi. Non mi sorprenderebbe che arrivassero pacchi di iscritti a questa o quell’organizzazione. Sta nelle cose.

Qual è il punto di principio?

Non sottoporsi al voto e al giudizio dei lavoratori vuol dire affermare il concetto che i contratti sono proprietà delle organizzazioni sindacali, e non fanno capo all’espressione della volontà dei soggetti interessati. Non era mai avvenuto che la Cgil istituzionalizzasse in un accordo che questi sono validi senza il pronunciamento dei lavoratori. Tutt’al più in questi anni, si è discusso sulle forme della consultazione. Faccio presente che gli accordi separati dei metalmeccanici, nel 2001 e nel 2003, avvennero proprio sul referendum tra i lavoratori  a fronte di posizioni diverse. In ambedue i casi, Fiom e Cgil decisero congiuntamente.

Che fine fanno le rsu?

A livello aziendale lì dove ci sono le rsu queste decidono senza il voto dei lavoratori; dove ci sono le rsa i lavoratori possono votare il loro contratto. Inoltre sulle deroghe, c’è una questione che non ho capito e che è inaccettabile: invece di “deroghe” si parla di “adattabilità” a livello aziendale. È anche peggio delle “deroghe definite”.

E sul diritto di sciopero?

Anche qui, o non ho capito bene oppure è inaccettabile: si parla genericamente di possibilità di una “tregua”, che in termini sindacali non può che voler dire tregua sugli scioperi. La clausola della Fiat, insomma. Ma la Cgil non ha mai firmato limiti all’esercizio del diritto di sciopero. E mi domando: se si accettano questi criteri in una trattativa con le aziende private, non credo si possano affermare cose diverse nel corso di una trattativa interconfederale con il governo. Penso che questa operazione sia il suicidio della Cgil.

Ma perché la Cgil si va a suicidare?

Non vorrei che fosse per le cosiddette “ragioni politiche”… Una divisione sindacale può creare problemi a partiti che in tutti questi anni si sono limitati a dire “fate l’unità”, per evitare di pronunciarsi sul merito. Poi c’è l’idea folle per cui, in questo modo, si creerebbe un rapporto “dinamico” nei confronti del governo “tra le forze sociali”, con Confindustria. E questo alla vigilia di una manovra economica in cui il contributo di Confindustria è chiedere sia ancora più pesante nei confronti dei lavoratori…

In queste condizioni, com’è possibile fare opposizione alla manovra?

La Cgil non potrà che decidere le necessarie iniziative di lotta contro la manovra. Sarà difficile spiegare che un accordo che annulla la democrazia dei lavoratori sia un elemento che rafforza iniziative contro il governo.

Se la democrazia sta così, anche in Cgil, come si cambiano le cose?

Siamo di fronte a una questione enorme. Abbiamo già convocato l’assemblea dell’area congressuale per il 13 luglio (dopo il direttivo dell’11-12), lì decideremo le iniziative conseguenti. È incredibile, con quello che è successo in altri paesi europei e in Italia – il voto di amministrative e referendum, il crescere di forti movimenti fondati sulla richiesta di partecipazione e democrazia –la Cgil non trovi di meglio che negare a chi lavora un diritto democratico fondamentale. Con l’evidente rischio di complicare tutti i rapporti con tutti i movimenti che ci sono nel paese, a partire da studenti, precari, diverse forme di autorganizzazione e iniziative. Ed è ora di dire che il “patto di stabilità” europeo va assolutamente cambiato.

In quale direzione?

Questo è un patto tutto finalizzato alla stabilità monetaria, senza alcuna politica: sociale, sull’ambiente, sull’armonizzazione fiscale. Niente. Alla fine l’Europa si presenta solo con la faccia dei vincoli monetari.

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DICHIARAZIONE SULLA VICENDA DELLA SCM (2) DI EUGENIO PARI

Rimini, 20 gennaio 2010 – Comunicato stampa

La CGIL è un’organizzazione che si è sempre battuta per la democrazia e ha fatto della libertà e del rispetto delle differenze un proprio carattere distintivo. Quanto riportato da alcuni sindacalisti e soprattutto la reazione di esponenti di centrodestra rispetto a non verificati gesti di intolleranza in una assemblea dei lavoratori SCM, puzza di strumentalizzazione e di attacco alla più grande organizzazione dei lavoratori italiani.

Se gli animi dei lavoratori sono esasperati non lo sono certo perché la CGIL li rinfocola, ma lo sono perché per centinaia di famiglie vanno sempre più assottigliandosi le speranze di mantenere il posto di lavoro e quindi le possibilità di prefigurare il futuro sono sempre più labili e perché il costo della crisi economica grava ancora una volta sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati.

Occorre che i deputati e le amministrazioni territoriali piuttosto che stare a guardare quanto sta avvenendo alla SCM, o addirittura come l’On. Pizzolante fomentare una campagna anti CGIL degna degli anni ’50, stiano dalla parte dei lavoratori e delle famiglie indicando prospettive del comparto produttivo locale, chiedendo garanzie alla direzione aziendale e sventando il pericolo di speculazioni immobiliari che da tempo insistono sulle aree della SCM a Rimini.

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