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Rimini 2012

di Eugenio Pari

Sullo “scontro di potere”(1) fra il Sindaco Pd Gnassi  e il capogruppo “ribelle” Agosta (2)

È davvero sorprendente leggere le dichiarazioni pubbliche del capogruppo Pd Agosta rese in una lettera aperta al Sindaco Gnassi  . È sorprendente perché, nemmeno ad un anno di distanza, emergono elementi che forse nel centrosinistra qualcuno aveva già intravisto e, andando fino in fondo decise di presentare una candidatura autonoma  per un centrosinistra alternativo, plurale e autenticamente incentrato su parole come: partecipazione, sviluppo sostenibile e sostegno alle classi sociali più deboli. Queste poche cose, come alternativa al programma patinato, suggestivo, giovane e moderno di Gnassi fatto di riferimenti a Friburgo, Stoccolma, “borghi di 150mila abitanti” e così via. Le suggestive “parole d’ordine” del sindaco Pd, ma poco riscontrabili nella realtà dei fatti,  hanno concesso la ribalta nazionale al sindaco attraverso la tribuna di programmi di approfondimento, il cui esito è stato riportato con tanto di fanfare dalla stampa nostrana.

Duello all’interno del Pd a Rimini

È antipatico, lo so, dire “noi l’avevamo detto” (3) , ma è pur sempre vero.

Fin qui però ci si limita all’osservazione degli scontri mezzo stampa tra i due principali protagonisti del Pd cittadino, ed è già molto, però c’è un però grande come una casa e sta nello scontro tra diverse fazioni interne al partito di maggioranza riminese, uno scontro che sarebbe inesatto ricondurre a sole questioni di potere, anche se come diceva Orwell “il potere è fine al potere”, credo che ci sia effettivamente qualcosa di più profondo, di culturale che si dovrebbe saper cogliere. Credo che il “profondo”, se si può davvero utilizzare questo termine, stia anche in una battaglia di posizione molto legata a pratiche politiche legate a poteri forti che non hanno mai mollato la presa e tanto meno intendono farlo oggi.

Certo, chi conosce il Sindaco Gnassi, parla anche di suoi tratti comportamentali piuttosto spigolosi e si parla anche di una certa permalosità, però nell’ottica struttura/sovrastruttura questo aspetto lo catalogherei come secondario.

Io sono convinto che giocoforza questa Giunta abbia davvero fermato lo strapotere della rendita immobiliare, non so dire se per una effettiva convinzione ideologica, ovvero per perseguire una strategia politica, oppure se solo per motivi economici congiunturali in quanto di fatto il mercato immobiliare è bloccato. Ma, com’è o come non è, da tempo, così mi pare, non vengono fatte varianti (anche perché con 12 anni di Ravaioli, di varianti da fare ne restano davvero poche).

So che coloro che oggi vestono i panni dei “ribelli”, si sono sempre caratterizzati per essere gli interlocutori più fedeli del cosiddetto “Partito del mattone riminese”. Agosta, il capogruppo del Pd, è stato uno di questi .

Credo che l’uscita televisiva di Gnassi dalla Gruber gli sia servita a “puntellare” le proprie posizioni: nel miglior caso a staccare un biglietto per Roma, nel “peggiore” per rimanere sindaco a Rimini. Credo anche che dentro il Pd vi siano propugnatori della teoria del “tanto peggio, tanto meglio” e stiano veramente ragionando per mandare in crisi l’amministrazione e quindi andare a votare. Penso che se davvero qualcuno intendesse portare al voto Rimini commetterebbe un errore clamoroso, darebbe chiavi in mano la città al prossimo sindaco grillino di un comune capoluogo e sinceramente di sindaci orwelliani etero diretti da personaggi inquietanti come il Sig. Casaleggio io fare anche a meno.

Ma queste sono solo congetture e, laconicamente, credo che la realtà a cui assistiamo stia superando e supererà l’immaginazione. Però, mentre chi dovrebbe governare la città all’interno di una crisi di sistema, oggi polemizza sui giornali fra chi è più giovane, trendy e fra chi difende la politica riminese di sempre quella del “lotto libero”, del “mettere un mattone sopra l’altro” dovrebbe davvero cercare di capire che diavolo sta facendo, cercare di capire che cosa vuol fare e, soprattutto, dare una risposta concreta a chi la crisi la vive sulla propria pelle. La crisi va affrontata, si devono dare protezioni a chi rischia di rimanerne schiacciato e non va utilizzata per polemiche interne al proprio partito, per sostenere le ragioni di chi in tutti questi anni attraverso la rendita immobiliare ha creato le proprie fortune rendendo sempre più difficile la creazione di condizioni per uno sviluppo a vantaggio di tutti. Credo, davvero, si dovrebbe ragionare su quest’ultimo punto, piuttosto triste a dire il vero.

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(1) http://nqnews.it/news/136441/Gnassi_furioso___Riti_della_politica_.html

(2)   http://nqnews.it/news/136455/Agosta_a_Gnassi___No_all_Uomo_solo_al_comando_.html

(3)   https://eugeniopari.wordpress.com/2011/03/17/intervento-di-eugenio-pari-allassemblea-sel-rimini/

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Frana di governo

Di Paolo Berdini – il manifesto, 06/11/2011

Il dolore per la nuova strage causata dal cemento e dall’asfalto che stanno soffocando il paese è durata 24 ore. Il silenzio che ha fatto seguito all’ennesimo tragico lutto e alla constatazione che l’Italia ha i piedi d’argilla, sembrava far presagire uno scatto d’orgoglio. Aspettavamo di sentire le sole parole che il paese si attende: basta con la devastazione del territorio.

Ci eravamo illusi. La mala politica che controlla le istituzioni si è ripresa dal colpo ed ha messo in atto il più vergognoso diversivo di massa. Passi per il presidente del Consiglio che per sfuggire alle proprie responsabilità si è chiesto retoricamente se non si era costruito in luoghi inadatti. Se esistesse un limite alla decenza, verrebbe travolto da quattro facili argomentazioni. Si è affermato nel lontano 1994 con la parola d’ordine “padroni a casa nostra” cioè basta con le regole. Nel 1994 ha approvato il secondo il condono edilizio permettendo di legittimare edifici che in un paese civile dovevano essere demoliti perché mettevano a repentaglio la sicurezza di tutti. Nel 2003 ha approvato un nuovo condono edilizio. In questi ultimi tempi vorrebbe cambiare un articolo del dettato Costituzionale, riconducendolo alla formula che “tutto ciò che non è espressamente vietato è consentito”. Sempre più padroni a casa nostra, mentre il paese frana.

Città e territorio beni comuni

Ma fin qui siamo ad un bersaglio facile. Per combattere questa devastante involuzione ci vorrebbe una classe dirigente e un’opposizione dotate di una cultura alternativa. Siamo infatti, come afferma Salvatore Settis, un paese immobile proprio perché dominato dal cemento armato bipartisan. Bastava leggere i titoli dei maggiori quotidiani di ieri. Tsunami, apocalisse e così via. Nelle pagine interne si leggeva invece che per mettere in sicurezza il Ferreggiano, il torrente che ha causato la tragedia, si parlava di costruire uno scolmatore almeno dal 1960. Dopo cinquant’anni di inerzia, con quei titoli si cancella qualsiasi responsabilità.

L’assessore all’ambiente della regione Liguria ha invece affermato che occorre fare un salto di qualità nella prevenzione e “dati i cambiamenti climatici” verranno distribuiti depliant che educhino i cittadini. Consigliamo all’assessore di leggere i due recenti, documentatissimi volumi dedicati allo scempio che è stato perpetrato dall’urbanistica contrattata ai danni del territorio ligure. Con la carta del suo depliant non si fermano il cemento e l’asfalto che hanno sfigurato la regione.

Di fronte al fallimento della monocultura del cemento, è tempo di dare respiro ad una proposta alternativa, la sola in grado di fermare la dissoluzione del territorio. Basta con la cementificazione delle aree agricole. Non si tratta di fermare le imprese edilizie. Al contrario, si tratta di indirizzarle verso una straordinaria opera di miglioramento e messa in sicurezza del troppo che è stato costruito. Soltanto da noi si possono rendere edificabili senza sforzo i terreni agricoli: i proprietari guadagnano milioni di euro e la collettività paga il conto umano e quello economico.

Ed è proprio la questione dei cambiamenti climatici in atto a rendere improcastinabile il provvedimento di blocco della speculazione. Perché se è vero che la crisi economica non permette più di tutelare neppure il territorio già urbanizzato, occorre essere coerenti: non si deve rendere impermeabile un solo metro quadrato di territorio in più di quello che non riusciamo a mettere in sicurezza. E’ facile, basta una legge breve. Un solo articolo per liberare l’Italia dalla spirale della devastazione.

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Città e territori come beni comuni.

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/17907/0/399/

Nove proposte per salvare il Belpaese

Città e territorio

 

Di Paolo Berdini, 29.10.2011

Efficace sintesi della devastazione in atto. Inarrestabile? Le cose che si possono fare per fermare il trend.MicroMega, Newsletter, 28 ottobre 2011

Dopo Tangentopoli la legislazione urbanistica è stata smantellata. Le metropoli sono diventate terreno di conquista degli speculatori. Fiumi di cemento hanno inondato i nostri territori. Ripristinare la legalità, bloccare le espansioni urbane, riqualificare le periferie, recuperare il costruito abbandonato: ecco tutto ciò che andrebbe fatto per fermare il saccheggio del territorio e delle città.

Regole e legalità cancellate

Il 1993 segna lo spartiacque per comprendere cosa è avvenuto nel territorio e nelle città. Tangentopoli aveva mostrato lo stretto intreccio tra l’urbanistica e la corruzione: a Roma e Milano, solo per fermarci alle due maggiori città, le regole venivano sistematicamente cambiate dalla politica collusa con la proprietà fondiaria e con l’affarismo.

Nulla di nuovo. Una storia iniziata nell’immediato dopoguerra:la Roma dominata dalla Società generale immobiliare,la Napoli dei tempi di Lauro, lo scandalo di Agrigento, il sacco di Palermo avevano dimostrato l’arretratezza del sistema economico che dominava le città. È stata la speculazione parassitaria a imporre il proprio dominio: dappertutto erano sorte periferie sfigurate e incivili.

Eppure in quel periodo il legislatore aveva risposto agli scandali con una serie di riforme che avevano collocato l’Italia nel panorama dei paesi virtuosi. Regole e strumenti pubblici chiari e efficaci: la legge sull’edilizia pubblica del 1962, [del 1971 e del 1978 – n.d.r.] la legge ponte del 1967,la Bucalossi del 1977,la Galasso del 1985, la legge sulle aree protette del 1991. Era stato mancato l’obiettivo di scindere in maniera definitiva il diritto di proprietà dal diritto di edificare analogamente agli altri paesi europei poiché il tentativo di riforma di Fiorentino-Sullo fallì nel 1963 per la violentissima reazione del blocco immobiliare. Ciò nonostante, la risposta agli scempi urbanistici portò a una profonda evoluzione della legislazione.

La risposta allo scandalo di Tangentopoli è stata di segno opposto: la legislazione urbanistica è stata infatti smantellata. La cultura delle regole viene sostituita dalla prassi della deroga. I piani regolatori, e cioè il quadro coerente dello sviluppo delle città, vengono sostituiti dall’urbanistica contrattata: volta per volta si decide la dimensione e i caratteri degli interventi urbani, al riparo di qualsiasi trasparenza. Conseguenza inevitabile, se si pensa che le elezioni politiche del 1994 portarono alla vittoria Silvio Berlusconi che all’interno del suo programma aveva promesso «padroni a casa propria» slogan che dà il via alla serie di leggi – mai contrastate negli anni dei governi di centro-sinistra – che avrebbero messo in crisi il governo pubblico del territorio.

Quando scompaiono le regole trionfa l’illegalità. Questo è avvenuto in molti casi, dall’attacco continuo alla magistratura al falso in bilancio alle prescrizioni facili. Ma è nelle città che il malaffare ha trionfato. Quanto emerge dall’inchiesta della magistratura su Sesto San Giovanni ne è la più chiara dimostrazione. I colloqui tra i protagonisti vertono sull’esigenza di variare le volumetrie da realizzare nell’area ex Falk da un milione a un milione e mezzo di metri cubi. Senza alcuna procedura di evidenza pubblica si regalano alla proprietà fondiaria 500 mila metri cubi: un arricchimento in termini economici di oltre 200 milioni di euro. Ammettiamo pure per assurdo che non ci sia stata alcuna tangente: il fatto grave è che attraverso l’urbanistica contrattata si alterano le regole di mercato. Altri operatori che sulla base delle scelte urbanistiche avevano deciso di investire in differenti aree vengono danneggiati e se non vogliono soccombere hanno un’unica strada: venire a patti con la politica e iniziare la contrattazione urbanistica.

Questa patologia spiega il motivo per il quale non c’è nessun operatore edilizio di altri paesi europei che investa sul mercato italiano: chi è abituato al rispetto delle regole non può avventurarsi in un far west dominato da taglieggiatori, speculatori e amministratori pubblici infedeli. Del resto, siamo il paese dei tre condoni edilizi, una vergogna sconosciuta negli altri paesi.

Le periferie più grandi e desolate d’Europa

Dopo circa vent’anni dalla sua affermazione è venuto il momento di tentare un bilancio degli effetti sulle città e sul territorio dell’urbanistica contrattata. Esso deve partire da una constatazione statistica: nel quindicennio che va dalla ripresa del mercato delle costruzioni (1995) ad oggi, un fiume di cemento e asfalto si è riversato sul paese. L’Istat ha certificato (2009) la costruzione di oltre 3 miliardi di metri cubi di cemento, una produzione edilizia imponente, molto simile per dimensioni a quella realizzata negli anni Cinquanta-Settanta quando l’Italia era investita da grandi flussi demografici e da indici di crescita economica a due cifre. La cancellazione delle regole urbane ha dunque giovato al mondo della proprietà fondiaria e delle costruzioni. Ha giovato anche alla qualità delle nostre città?

La risposta è inequivocabile. Le periferie – che rappresentano la parte preponderante delle nostre città – sono in assoluto, con alcune lodevoli eccezioni, le più brutte, disordinate e invivibili dell’intera Europa. Lo sono per le carenze dei sistemi di trasporto, per la qualità dei servizi pubblici e degli stessi edifici. I luoghi scelti per realizzare le nuove periferie hanno anche contraddetto la regola usuale della città liberale, quella cioè di espandersi in adiacenza ai precedenti tessuti, mantenendo la città compatta e minori i costi di funzionamento urbano. In ogni parte del territorio agricolo sono nati centri commerciali, nuclei abitati, residence, cittadelle del consumo: lo sprawl urbano è la caratteristica più evidente del ventennio liberista. Le città italiane nel ventennio dell’urbanistica contrattata sono diventate più estese, più disordinate, socialmente più ingiuste. La speculazione immobiliare ha fatto enormi affari. Gli altri sono stati costretti a spostarsi nelle sempre più lontane e squallide periferie.

Una gigantesca periferia senza struttura e senza relazioni: abbiamo il più basso livello di infrastrutture su ferro, il più alto numero di automobili ad abitante, con il più elevato livello di superficie urbanizzata a parità di popolazione, un consumo di suolo senza uguali nei paesi ad economia forte. Un’immensa «non città», anonima e disordinata. Una frammentazione che genera consumi energetici insostenibili, disfunzioni economiche e scarsa qualità della vita.

Verso il default urbano

Raccogliamo dunque gli effetti di processi giustificati dall’ideologia di uno «sviluppo» che oltre a lasciare macerie urbane ha anche vuotato le casse delle amministrazioni pubbliche. Paradigma di quanto è avvenuto nelle città italiane è il caso di Parma. Una città ricca, con una parte antica meravigliosa e una periferia storica bella, è stata saccheggiata dietro lo schermo dello sviluppo. Oggi Parma ha un deficit di bilancio che pesa sulle spalle delle future generazioni per 600 milioni di euro.

Del resto, la stagione delle «grandi opere» è servita soltanto al saccheggio. Dietro i concetti dell’ammodernamento del paese sono state avviate opere dannose e inutili: dal Mose al ponte di Messina; dal corridoio della Val di Susa alle emergenze della Protezione civile, è stata messa a punto una macchina perfetta che ha favorito soltanto le cricche del malaffare e dilapidato risorse pubbliche. Del resto, per collocare in un panorama più vasto le dinamiche italiane, non si deve dimenticare quanto è avvenuto in Grecia. Anche lì l’ideologia liberista ha imposto a tutti i costi lo svolgimento dei Giochi olimpici nel 2004: il deficit di bilancio accumulato per la folle sfida è stato di 20 miliardi di euro dilapidati in cattedrali nel deserto, poco meno di un decimo del debito che sta collassando quella nazione.

Se si mettono queste caratteristiche del territorio in relazione con la crisi economica e finanziaria che sta colpendo sempre più intensamente il paese e che provocherà un’inevitabile diminuzione delle capacità di spesa delle amministrazioni pubbliche, gli interrogativi sul futuro delle nostre città si fanno allarmanti. Non avremo risorse per portare i servizi nel territorio diffuso e – ciò che in prospettiva è più importante – non potremo competere con i livelli di efficienza delle città europee, con la qualità dei servizi erogati ai cittadini, con la loro capacità di fare rete – e richiamare investimenti privati – proprio in virtù dell’alto livello di funzionalità.

Viaggiamo verso una prospettiva insostenibile. Nella crisi globale una struttura forte del territorio è un potente fattore di traino di nuove attività: territori a bassa densità non sono invece in grado di competere con i livelli di concentrazione di servizio esistenti nelle città del mondo.La Comunità

europea prevede che nel 2020 l’80 per cento della popolazione degli Stati membri vivrà in ambiente urbano. La sfida per la ripresa economica passa dunque per le città e l’Italia è la cenerentola rispetto ai paesi, che anche in questi anni di liberismo non hanno abbandonato la cultura del governo delle città.

Abbiamo minato le stesse basi per una nuova fase di sviluppo e per tentare di colmare la distanza dobbiamo essere in grado di rendere concrete due condizioni: bloccare per sempre le espansioni urbane perché è un costo che non possiamo permetterci più e investire risorse pubbliche per migliorare le città. Assistiamo purtroppo a una rincorsa bipartisan a espandere ancora le città e a impoverirle cancellando il welfare urbano, i trasporti,fino a ipotizzare di svendere i monumenti.

È come se una banda di malfattori si fosse impadronita del paese. Continua infatti l’assalto alle coste marine ancora integre. Dalla Sardegna alla Sicilia l’unico motore di sviluppo è il cemento. Assistiamo poi a un altro assalto all’integrità dei luoghi condotto mediante nuovi mostri giuridici come i «piani casa» (nel Lazio si deroga perfino per le aree ricomprese nei parchi) o le «zone a burocrazia zero» volute dal ministro Tremonti con le quali si possono superare anche i vincoli paesaggistici che hanno rilevanza costituzionale sulla scorta dell’articolo 9. Salvatore Settis ha lanciato l’allarme sul rischio della definitiva cancellazione dei paesaggi storici italiani.

Se a questo si aggiunge ancora che – deroghe a parte – i vigenti piani regolatori prevedono espansioni illimitate (solo i recenti piani di Roma e Milano prevedono un incremento di 120 milioni di metri cubi di cemento, e cioè un milione di nuovi abitanti in due città che perdono popolazione da circa trenta anni!) c’è davvero da preoccuparsi. Occorre interrompere questa folle corsa alla distruzione del paese.

Le città e il territorio sono beni comuni

Solo in base a nuovi princìpi giuridici si potrà fermare il saccheggio del territorio e delle città. È necessario un nuovo paradigma e, se finora lo sviluppo delle città e del territorio ha favorito la speculazione immobiliare e il mondo delle imprese colluse con la politica, è venuto il momento di riportare i destini delle città e del territorio nelle mani delle popolazioni insediate. Occorre affermare che il territorio, le città e le risorse naturali che consentono la vita insediativa sono beni comuni non negoziabili. Le istituzioni pubbliche, attraverso le forme della partecipazione attiva della popolazione, ne sono i custodi e i garanti nel quadro delle specifiche competenze. È questo il pilastro su cui deve essere rifondato il governo del territorio. I beni comuni non possono essere trasformati in funzione dell’esclusivo tornaconto dei proprietari degli immobili ma ogni mutamento deve essere deciso dalle amministrazioni pubbliche attraverso forme di partecipazione delle comunità insediate, specie in questo periodo di scarse risorse economiche.

Il principio generale si completa con due corollari. In primo luogo occorre conoscere quanto è avvenuto. Finora non ci sono dati ufficiali su quante abitazioni sono state costruite e quante sono invendute, quante aree industriali sono dismesse, quante aree urbane sono prive delle più elementari opere di urbanizzazione. Per completare il quadro conoscitivo è necessario applicare un anno di moratoria edilizia in cui sono consentiti soltanto gli interventi in corso, quelli di recupero e ristrutturazione di edifici esistenti ma è preclusa ogni urbanizzazione di terreni agricoli. Una sorta di simmetria con l’anno di sospensione dell’entrata in vigore della «legge ponte» che la proprietà immobiliare impose e che servì per compiere alcuni dei più gravi misfatti che deturpano ancora oggi il territorio.

Il secondo corollario riguarda il fatto che su ogni opera di rilevanza territoriale, da un nuovo centro commerciale a una grande opera, è la popolazione insediata che deve esprimersi attraverso le mature forme di partecipazione, e cioè i referendum confermativi. Visto che le regole sono state infrante, occorre ricostruirle a partire da un nuovo protagonismo: quello dei custodi del bene comune, i cittadini.

Insieme al nuovo principio su cui deve rifondarsi il governo del territorio e delle città, è poi urgente definire le principali linee di azione da intraprendere per una nuova forma di governo. Lo faremo individuando nove fondamentali provvedimenti.

Le politiche individuate hanno bisogno di investimenti pubblici. Una prassi normale nella storia delle città: esse sono infatti luoghi pubblici per eccellenza e la loro evoluzione è stata sempre alimentata dalla lungimiranza di coloro che la governavano. Oggi non si investe più perché «non ci sono più soldi». Una menzogna vergognosa. Non passa giorno in cui non apprendiamo scandali e ruberie compiuti ai danni del territorio e dell’ambiente. È purtroppo vero che le risorse pubbliche vengono spese per opere inutili, per alimentare un sistema di potere che sfugge ormai al controllo democratico. La spesa pubblica per i provvedimenti contenuti in questo elenco serve per favorire la ricerca tecnologica e nuove produzioni, per rendere le città più vivibili. È un investimento per il futuro del paese e delle giovani generazioni.

 

  1. Chiudere la fase dell’espansione urbana. È preminente interesse pubblico bloccare la corsa all’ulteriore espansione delle città e ridurre a zero il consumo di suolo ai fini insediativi e il mantenimento della parte naturale che è il luogo della biodiversità. Alcune normative regionali hanno già stabilito che nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali devono essere consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riuso e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti. La norma di principio valida su tutto il territorio nazionale potrebbe affermare ad esempio che «la realizzazione di nuovi insediamenti di tipo urbano o ampliamenti di quelli esistenti, ovvero nuovi elementi infrastrutturali, nonché attrezzature puntuali può essere definita ammissibile soltanto ove non sussistano alternative di riuso e di riorganizzazione degli insediamenti, delle infrastrutture o delle attrezzature esistenti». L’esperienza ci insegna però che una simile norma non ha da sola la forza per fermare l’espansione urbana. Sono troppe le deroghe che consentono il nascere di nuovi insediamenti. L’efficacia della norma può essere resa stringente recuperando una proposta che da tempo Italia Nostra propugna, quella di inserire le aree agricole all’interno delle categorie dei beni tutelati ai fini paesaggistici dalla legge Galasso. Si dovrà dunque aggiungere al codice dei Beni culturali e paesaggistici (decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) un comma che afferma: «Il territorio agricolo è vincolato come bene paesaggistico» in modo che sia conseguentemente sottoposto alla tutela dei piani paesaggistici. Un piccolo e combattivo nucleo di sindaci ha dato vita al movimento «Stop al consumo di suolo», dimostrando che sono i cittadini a chiedere che le città non crescano più: si tratta di estendere all’intero paese ciò che è già in movimento.
  2.  Il territorio del lavoro. I suoli agricoli sottratti alla monocultura del mattone e dell’asfalto possono fornire una prospettiva produttiva. Ai fini di una lungimirante gestione del territorio nazionale, infatti, si deve recuperare un uso agricolo consapevole, puntare sulla qualità del prodotto, sulla riconversione biologica, sulla filiera corta. Un tema decisivo per il futuro economico del paese, una prospettiva che comporta la possibilità di integrazioni di reddito, la riscoperta delle radici culturali e della qualità del cibo. L’avvio di nuove politiche sarebbe di grande importanza perché i territori collinari e montani si stanno spopolando sempre più velocemente, con gravi rischi sulla stessa stabilità geologica dei versanti. Compito delle autorità pubbliche è riattivare il tessuto sociale dell’Italia «marginale». Un solo esempio: i terreni abbandonati costano poco sul mercato immobiliare e le amministrazioni pubbliche potrebbero dunque inserirsi come operatori attivi e acquisire estese porzioni di territori da affidare poi alle comunità locali. Non sarebbe questa una spesa pubblica «classica», improduttiva. È al contrario un modo intelligente di investire sul futuro del paese, utilizzando ad esempio le risorse liberate attraverso la vendita delle proprietà pubbliche non indispensabili.
  3.  Pareggio di bilancio dei conti pubblici a carico della rendita parassitaria. Il blocco delle espansioni urbane porterebbe un consistente riequilibrio dei bilanci pubblici. Si spendono ingenti risorse per inseguire e raggiungere tutti i frammenti delle espansioni urbane nati recentemente. A carico della collettività resta infatti il pesante compito di realizzare le strade e le infrastrutture energetiche, di garantire i servizi pubblici, i trasporti e la quotidiana gestione dei quartieri. Questi oneri sono ormai insostenibili poiché la crisi economica ha ridotto le capacità di spesa delle amministrazioni. Si deve dunque stabilire il principio che ogni attività di trasformazione urbanistica presuppone l’esistenza o la preliminare realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale, a iniziare dalle reti di trasporto su ferro. A carico del privato vanno anche tutte le spese di mantenimento e di gestione dei nuovi insediamenti: è ora di chiudere il rubinetto che prosciuga le casse dello Stato. In questo modo si possono cancellare le folli previsioni dei piani regolatori comunali. Se vogliamo davvero cambiare le città non possiamo consentire che si costruisca in luoghi privi di sistemi di trasporto non inquinante. I cittadini hanno il diritto, come in ogni altro paese europeo, di vivere in modo civile e non essere costretti a passare molte ore al giorno in spostamenti in automobile. È ora che gli attori edilizi si facciano carico della realizzazione delle infrastrutture, interrompendo il comodo gioco di scaricarne i costi sulle amministrazioni pubbliche che non sono più in grado di farsene carico. Stesso ragionamento vale nel campo dell’erogazione dei pubblici servizi dove si sperpera un altro fiume di risorse economiche attraverso un impressionante numero di società di scopo. In nome dell’ideologia della presunta «efficienza», ad esempio, a Parma sono state create 34 società partecipate per gestire compiti ordinari come erogare l’acqua. Anche nell’area bolognese e in molte altre città i servizi pubblici sono gestiti da un numero imponente di società. Presidenze, consigli di amministrazione, consulenti d’oro che riportano docilmente i soldi ai decisori politici. In questa stessa ottica di recupero di risorse economiche deve essere sottoposto a radicale revisione il paradigma della svendita del patrimonio pubblico così di moda nei circoli della finanza internazionale e dei politicanti nostrani. Nulla in contrario: proprietà pubbliche non utilizzate per il soddisfacimento delle esigenze collettive possano essere poste in vendita. Ma ciò deve in primo luogo escludere i beni culturali poiché un paese che guarda al futuro non vende le sue radici. In secondo luogo deve avvenire soltanto dopo aver coinvolto le popolazioni locali, poiché quel patrimonio appartiene a loro, e dopo aver verificato che quegli immobili da vendere non possano servire per abbattere il flusso delle risorse pubbliche spese per pagare affitti di uffici pubblici alla grande proprietà immobiliare. A Roma, ad esempio, importanti istituzioni – ad iniziare dal parlamento – pagano canoni altissimi a immobiliaristi e faccendieri anche se esistono ancora grandi edifici pubblici localizzati in posizione centrale. Invece di svenderli, potrebbero essere riutilizzati al posto di quelli per i quali si pagano i canoni di affitto. Un altro eloquente esempio riguarda lo stesso ministero dell’Economia guidato da Giulio Tremonti, e cioè l’istituzione che più di ogni altra dovrebbe perseguire una rigorosa politica di risparmio. La sede del ministero ubicata a ridosso del laghetto dell’Eur è stata di recente dismessa e venduta per consentire l’ennesima speculazione immobiliare. Le strutture lavorative prima concentrate sono state smembrate e ora sono localizzate in due immobili tra loro distanti. Paghiamo i costi del disservizio e lauti canoni di affitto a grandi società immobiliari: lo Stato svende e il privato ci guadagna.
  4.  Il diritto all’abitare. Occorre pertanto invertire questo meccanismo perverso: la vendita degli immobili pubblici deve essere decisa dalla collettività dopo attenta verifica della loro potenzialità di essere riutilizzati per fini istituzionali o per risolvere i fabbisogni abitativi. La grande produzione edilizia di questi anni non ha infatti risolto il problema delle abitazioni. Sono centinaia di migliaia le famiglie che non hanno casa o vivono in abitazioni improprie. Nelle grandi città italiane esistono oltre 300 mila abitazioni nuove invendute. Ciononostante, i valori economici degli immobili hanno subìto un’impennata provocando l’espulsione dalle zone centrali delle città di un numero enorme di famiglie a medio e basso reddito. Una nuova legge «sull’abitare», e cioè sul diritto di tutti non soltanto ad avere un tetto, ma anche ad avere una città efficiente e accogliente è un altro fondamentale tassello del programma di governo. Anche in questo settore va affermato un nuovo principio: a tutti i cittadini sono garantiti i diritti fondamentali all’abitazione, ai servizi, alla mobilità, al godimento sociale del patrimonio culturale, alla dignità umana. La legislazione dello Stato determina le quantità minime di dotazioni di opere di urbanizzazione, di spazi per servizi pubblici, e la fruizione collettiva e per l’edilizia sociale, nonché i requisiti inderogabili di tali dotazioni.
  5. Le radici culturali da conservare. Nel delirio della cancellazione delle regole, si è tentato perfino di aggredire le radici della nostra storia urbana, i centri antichi. Nel cosiddetto «piano casa» berlusconiano si alludeva infatti anche alla possibilità di trasformare le tipologie presenti nei centri storici e continuamente si tenta di forzare le norme esistenti. Converrà dunque ribadire con una legge ad hoc che gli insediamenti storici non possono essere manomessi, ma conservati gelosamente per le future generazioni. In forza della competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela dei beni culturali dovranno essere vincolati ope legis gli insediamenti urbani storici e le strutture insediative storiche non urbane; le unità edilizie e gli spazi scoperti, i siti in qualsiasi altra parte del territorio, aventi riconoscibili e significative caratteristiche strutturali, tipologiche e formali. Le radici culturali delle città e dei territori non possono essere modificate. 
  6. Periferie da rendere belle. Se da un lato si chiude la fase della crescita urbana, il governo delle città deve essere in grado di dare sbocchi concreti a un comparto produttivo che rappresenta comunque una percentuale importante del sistema produttivo italiano. In tal senso devono essere facilitate e avviate a trasformazione tutte quelle aree urbane che hanno bisogno di riqualificazione urbanistica. Si tratta dei tessuti abusivi ancora oggi privi dei requisiti minimi di civiltà e vivibilità (marciapiedi pedonali, piazze e servizi pubblici) e dei tessuti produttivi dismessi: è questo un patrimonio volumetrico imponente che potrebbe rappresentare – in una chiave sistematica – la chiave di volta di una riqualificazione urbana. In tal senso va varato un provvedimento legislativo «quadro» (la materia urbanistica è «concorrente» tra Stato e Regioni ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e lo Stato deve limitarsi alla definizione di norme quadro) che incentivi attraverso aiuti economici, fiscali e procedurali il rinnovo urbano e la creazione di periferie belle.
  7. La riconversione tecnologica ed ecologica delle città. I provvedimenti fin qui elencati appartengono a un orizzonte che potremmo definire «tradizionale», nel senso che fa i conti con la crisi urbana ma non tiene conto della necessità sempre più impellente della riconversione ecologica delle aree urbane, del risparmio energetico, del cambiamento climatico in atto. Abbiamo edifici e città energivore: puntare al risparmio energetico serve a mettere in moto un gigantesco volano di ricerca, produzione e occupazione superiore a qualsiasi altro investimento nelle cosiddette «grandi opere». Anche qui alcune esperienze già sono in campo. Il progetto «casa clima» delle provincie di Trento e Bolzano ha dimostrato di aver saputo essere volano di interventi di sostituzione edilizia e di risparmio energetico. Occorre però definire un provvedimento legislativo che aggredisca la questione urbana in maniera complessiva, dalla produzione energetica, ai sistemi di illuminazione fino alla forestazione urbana, definendo politiche efficaci e finanziando, anche attraverso forme di sgravio fiscale, l’evoluzione energetica delle città. Occorre aprire una fase di profonda e radicale innovazione tecnologica delle città e del territorio in grado di far tesoro del patrimonio di innovazione, di ricerca e di produzione che in altri paesi è ormai una solida realtà produttiva. Come è noto i nostri sistemi di trasporto urbano sono tra i più antiquati e inquinanti. Esistono invece infiniti esempi di sperimentazioni e attuazione di sistemi a impatto energetico e ambientale ridotto (tramvie, filovie, reti ciclabili integrate con i nodi del trasporto pubblico). È il caso di sottolineare che si dovrà interrompere il consumo di suolo agricolo che oggi viene alimentato da progetti di fonti energetiche alternative. Troppe aggressioni al paesaggio collinare dell’Italia sono già state compiute: discutibili impianti eolici e pannelli fotovoltaici deturpano paesaggi storici, si pensi soltanto al caso di Sepino. Nel futuro le fonti energetiche di nuova concezione devono trovare spazio nelle aree già compromesse lasciando intatti i territori aperti. Va infine superata l’arretratezza dei sistemi di smaltimento dei rifiuti urbani. Basta guardare all’Europa dove sono diventati un volano economico. A parte poche aree virtuose, siamo il paese delle discariche in cui viene sepolto tutto, compresi i materiali riciclabili, e di quelle abusive gestite dal circuito della criminalità organizzata. Il ciclo dello smaltimento dei rifiuti urbani deve invece diventare un elemento connotativo di politiche di risanamento ambientale e di innovazione delle filiere produttive. 
  8. Territori sicuri. Antonio Cederna poneva sullo stesso piano la tutela dell’integrità culturale delle città e la salvaguardia dell’integrità fisica dei territori. Siamo un paese ad alta fragilità geologica e abbiamo ogni anno un numero impressionante di frane. Tragedie che coinvolgono intere comunità locali e distruggono interi territori. Meglio prevenire che intervenire su emergenze senza fine. Una nuova politica di gestione del territorio passa prioritariamente per la sua messa in sicurezza, per il potenziamento dell’Ufficio geologico centrale (oggi lasciato nell’oblio); nella redazione della carta geologica nazionale che ancora non vede colpevolmente la luce; nell’avvio di politiche di regimazione dei corsi d’acqua. Piccole opere preziose invece di grandi, inutili cattedrali nel deserto.
  9. Il ripristino della legalità. È del tutto evidente che per essere efficace, le nuove norme in materia di governo del territorio devono essere perfezionate con l’abrogazione delle normative derogatorie. In ordine di importanza devono essere cancellati l’accordo di programma, e cioè il grimaldello che scardina le procedure urbanistiche ordinarie, e la strumentazione d’emergenza sperimentata in questi anni dai «galantuomini» della Protezione civile, i «piani casa», le zone a burocrazia zero, le compensazioni urbanistiche e quelle ambientali. Scorciatoie che servono soltanto a nascondere il saccheggio. E in tema di legalità un discorso particolare merita l’esigenza di bonificare i troppi siti inquinati esistenti sul territorio nazionale. È un problema che investe sia il Nord, che riutilizza i suoli precedentemente produttivi senza le necessarie bonifiche (come ad esempio a Santa Giulia a Milano), sia il Meridione, in cui il circuito dei rifiuti gestito dalla malavita organizzata ha riversato sul territorio ogni tipo di veleno. Un paese civile non può continuare ad abbandonare intere popolazioni al rischio di morbilità o di malattie ereditarie. Ripristinare la legalità serve alla salute di un paese smarrito
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EUGENIO PARI SUL PIANO PARTICOLAREGGIATO DELL’EX CORDERIA A VISERBA

Il Piano particolareggiato dell’ex corderia a Viserba ci vede contrari. Contrari perché con questo atto si contraddicono e si annullano ancora prima di essere approvate tutte le previsioni del PSC volte a ridurre l’espansione demografica e quella residenziale. Mi pare che, a questo punto, l’approvazione del PSC sia solo un passaggio propagandistico i cui contenuti vengono contraddetti ancor prima di essere applicati.

Nel merito dell’atto si costruiranno 28 mila metri quadrati di cui 5 mila di commerciale in un’area già molto in sofferenza dal punto di vista dell’espansione residenziale, tutte le opere di urbanizzazione non sono altro che infrastrutture del tutto e per tutto strumentali a servire i circa 240 appartamenti che si insedieranno in quell’area, così come il verde è strumentale per vendere meglio gli appartamenti.

Inoltre vale la pena soffermarsi sulla quota di edilizia sociale prevista. Nel dispositivo della delibera si richiama la Legge regionale 6 del 2009 la quale prevede che una quota non inferiore al 20% dell’intero intervento sia destinata all’edilizia residenziale sociale, nell’intervento vengono destinati a questa tipologia neanche 1000 metri quadrati il che significa che non siamo ad un quarto, come previsto dalla legge, ma ad un miserissimo ventesimo.

Siamo inoltre contrari al fatto che il comune debba sborsare 40mila euro per realizzare una rotatoria che dovrebbe essere ad intero carico dei soggetti attuatori in quanto tale intervento va a loro esclusivo vantaggio, essa è a totale asservimento del centro commerciale e dell’area residenziale privata.

Continuare a dire che interventi come questo sono a vantaggio della collettività significa prendere in giro i cittadini che conoscono bene quale sia la situazione della città e quanto sia necessaria una iniziativa di edilizia sociale nel nostro comune che in questa voce è il fanalino di coda nella nostra regione.

Rimini, 03.02.2011

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Sel non ha pentimenti: è solo speculazione

Dal Corriere di Rimini del 18.09.2010

RIMINI. Il consigliere comunale della Sel, Eugenio Pari, era già stato abbastanza chiaro alla vigilia del voto. In sintesi: siamo stanchi di motori immobiliari, il privato dal suo punto di vista fa il proprio interesse, ma il pubblico a un certo punto deve fissare un paletto. A voto negativo confermato la segreteria di Sinistra Ecologia Libertà, conferma la “bocciatura” punto per punto.

“Era già molto discutibile trasformare un immobile di proprietà pubblica in un centro commerciale – recita un nota -: dov’è infatti l’interesse pubblico di un simile intervento? Com’è possibile utilizzare dei finanziamenti statali per quel tipo di progetto? Ma questo diventa ancora più inaccettabile se si aggiunge a tutto ciò anche un cospiquo motore immobiliare di contenuto puramente speculativo che si affianca ad altri motori immobiliari previsti in aree immediatamente adiacenti (sottopasso Via Portofino, Banco alimentare)”.

Ancora. “Prendiamo atto che il nostro atteggiamento di lealtà nei confronti dell’amministrazione è stato del tutto ininfluente ai fini del pur minimo cambio di indirizzo da parte della maggioranza. Con la ripresa dei lavori del consiglio comunale l’approvazione della delibera sull’ex seminario e questa sulla Murri confermano l’esistenza di condizionamenti rispetto ai poteri forti legati alla rendita immobiliare che sempre abbiamo cercato di arginare con proposte e con una visione che invece tenga al primo posto gli interessi collettivi e consideri la città e il territorio come beni comuni”.

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La questione delle aree in fregio a Rimini

Hotel Patrizia e aree in fregio. Pari: comune deve fare chiarezza
Il comune deve fare chiarezza sulla questione relativa alle aree in fregio.
RIMINI | 14 novembre 2009 | È il segnale – dice – di una scarsa consapevolezza e capacità di controllo da parte dell’amministrazione sui beni comunali e di una scarsa conoscenza degli strumenti urbanistici.

L’intervento di Eugenio Pari

Le vicenda dell’Hotel Patrizia è il segnale di una scarsa consapevolezza e capacità di controllo da parte dell’amministrazione sui beni comunali, beni di tutti noi.
Vi è, evidentemente, anche una scarsa conoscenza degli strumenti urbanistici emanati dal Comune stesso, non cento anni fa, ma all’inizio della vicenda politica di questa amministrazione che a quanto pare approva atti di cui poi dimentica contenuti e principi.
Ricordo che a causa della scarsa tutela degli interessi pubblici, all’inizio di questa legislatura, già un’altra area in fregio era stata, per così dire, sottratta al comune con lo strumento dell’usucapione provocando un mancato introito di centinaia di migliaia di euro per le casse comunali. In quell’occasione l’amministrazione affermò che tali episodi non si sarebbero più verificati, i fatti di oggi dimostrano la infondatezza di tali dichiarazioni.
Ora, c’è chi sostiene che gli albergatori che invece hanno pagato sono stati “gabbati”, chi lo fa fomenta un andazzo sbagliato, quei cittadini non hanno fatto altro che compiere il proprio dovere, si tratta invece di capire quali e di chi siano le responsabilità di questa continua dissipazione di beni pubblici e porvi quanto prima un argine e un rimedio.
Ce lo dirà l’Amministrazione? La città lo dovrà capire e qualsiasi iniziativa per fare chiarezza e arginare questi episodi sarà benvenuta. È chiaro, infine, che qualora vengano accertate delle responsabilità queste non potranno rimanere esentate.
Bisogna assolutamente fare chiarezza, porre un rimedio e attendiamo proposte di soluzione in questo senso a cominciare dal conoscere quante situazioni di questo tipo sussistano ad oggi.
NEWSRIMINI ore 15.39
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Hotel Patrizia. Il sindaco avvia indagine interna urgente

Ancora strascichi per la vicenda relativa all’Hotel Patrizia di Rimini. Il primo cittadino ha dato mandato di avviare un’indagine interna per verificare la corretteza del procedimento.

RIMINI | 14 novembre 2009 | Questa mattina il Sindaco Ravaioli ha dato formale incarico al Direttore generale Laura Chiodarelli di procedere ad un’indagine interna per verificare regolarità, e eventuali responsabilità, nelle fasi del procedimento amministrativo che hanno portato alla concessione dell’autorizzazione all’ampliamento dell’hotel Patrizia.
La verifica, si legge in una nota, ha carattere urgente e dovrà analizzare tutti i passaggi per la tutela della pubblica utilità del procedimento.
A portare all’attenzione la vicenda un’interrogazione in cosiglio di Renzi del PdL che aveva evidenziato come l’Hotel Patrizia, in viale Regina Elena, fosse stato autorizzato a costruire una torre di 7 piani su un’area in fregio al lungomare acquisita per usucapione dopo il mancato ricorso in appello del Comune
NEWSRIMINI ORE 17.07
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Note a margine
Le aree in fregio al lungomare sono aree di proprietà pubblica, alcune delle quali non destinate, che nel corso degli anni sono state utilizzate dai privati come parcheggio per esempio. Nel corso del tempo, passati 20 anni, se il proprietario (cioè in questo caso il Comune) non ne rivendica la proprietà esse passano nella disponibilità dei privati per il principio dell’usucapione. Al momento non si conosce con precisione la quantità di queste aree, all’inizio di questa legislatura il comune, non avendo rivendicato la proprietà di una di queste aree si è visto sottrarne una dal valore di 500mila euro. Oggi la situazione che si presenta è la stessa. Di fatto il proprietario di un hotel dopo 20 anni ha fatto regolare richiesta di costruire su quest’area all’incirca 25 camere (praticamente un’altro albergo) senza alcun esborso per acquistare la proprietà dell’area, utilizzando, appunto, l’istituto dell’usucapione. Il Comune, pertanto, ha approvato il progetto edilizio in quanto coerente con le norme di PRG.
La questione è che il Comune sostiene che queste aree erano prive di destinazione (cd aree bianche), invece il PRG (approvato ed emanato dal comune stesso) a quelle aree, peraltro di sua proprietà, una destinazione ce l’attribuisce eccome.
Credo che in una situzione come questa dove l’Amministrazione lamenta ristrettezze di bilancio enormi, non conoscere i propri beni e, anzi, farseli “sottrarre” in questo modo sia davvero una cosa gravissima a cui si deve porre assolutamente un argine.
Ora, gli esponenti del Pdl intendono “cavalcare la tigre” pilotando quei privati che, non facendo altro che il proprio dovere, hanno invece pagato per ottenere la proprietà di queste aree. Non vorrei che arrivassero a sostenere l’idea secondo la quale il Comune li debba rimborsare perché qualcun’altro invece a causa della sua noncuranza gode di un bene pubblico a costo zero.
La questione grave è che su aree così sensibili per la nostra città si proceda con leggerezza da parte di chi dovrebbe controllare, una leggerezza che rende il nostro lungomare un accatastamento di bugigattoli e colate di cemento. In secondo luogo i beni della collettività non vengono tutelati nemmeno dal punto di vista finanziario, cioè le nostre proprietà vengono sottratte alla luce del sole, in forza di legge che comunque da delle garanzie anche ai proprietari (in questo caso il Comune). A conti fatti su quelle aree il Comune avrebbe potuto ricavare circa 1,5 milioni di euro, il ricavo invece è zero, in Giunta per esempio qualcuno sta proponendo un tetto di spesa ai servizi di scuolabus per bambini disabili perché il comune non è in grado di trovare 190mila euro. Lascio a voi le conclusioni di questa vicenda.
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Eugenio Pari su proposta di commerciale a Italia in Miniatura

Affare per la città o solo per qualcuno? Il progetto prevede, in particolare, un ampliamento di 7.500 mq da destinare a commerciale.

http://www.newsrimini.it//news/2009/ottobre/19/rimini/commerciale_a_italia_in_miniatura._piva_e_pari__percha__si_e_percha__no.html

italia-in-miniatura_1

Italia in miniatura (San Pietro)

Il commento di Pari:

Rispetto alla proposta di ampliamento di 7500 mq delle superfici commerciali all’interno di Italia in miniatura appare evidente a tutti che si sta giocando una partita interna al Pd. Mi pare, inoltre, una modo surrettizio per costruire l’ennesimo centro commerciale a Rimini.
La città deve domandarsi se un’ulteriore centro commerciale è sostenibile o meno. Personalmente ho sempre ritenuto che questa città non potesse continuare a costruire superfici commerciali già dal momento in cui il Consiglio approvò l’Accordo sulla Murri e tanto meno con la variante Ikea – Mercatone.
Sarebbe anche utile uno sforzo di chiarezza e dire che si, ci potrebbero essere aumenti occupazionali, ma che il lavoro che si crea, come dimostrato dalle vertenze alle Befane, è un lavoro con scarsissime garanzie per i lavoratori, con retribuzioni anche’esse scarse e con una sicurezza sulle prospettive occupazionali e diritti bassissime. Sarebbe utile inoltre dire che questi investimenti producono davvero poco per il territorio, per il tessuto commerciale e la sua riqualificazione, il vero interesse è di chi costruisce e di chi è proprietario che già oggi ha in tasca, magari, un lauto contratto di vendita sottoscritto da qualche catena commerciale. A conti fatti si parla di interesse per il territorio e per i cittadini peraltro mai avverato quando in Europa sono ormai dieci anni che la tendenza di costruire centri commerciali ha subito una brusca inversione.
Sarebbe ormai giunto il punto di capire dagli amministratori che modello di sviluppo economico intendono perseguire, piuttosto che, di volta in volta, trovarsi davanti a queste proposte estemporanee e più che altro rispondenti a logiche di partito.

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Una cascata di cemento

Data di pubblicazione: 31.07.2009

http://www.eddyburg.it/article/articleview/13585/0/164/

Autore: Biondani, Paolo

 

Consumo di suolo e devastazione del territorio in un ampio servizio de

sommersi dal cemento

sommersi dal cemento

L’Espresso, anno LV n. 31, in edicola dal 31 luglio 2009. E un’intervista a E.Salzano

Il governo Berlusconi ha promesso di battere la crisi rilanciando il business del mattone. In realtà dietro ai piani dell’esecutivo, a cominciare da quello sulla casa, non c’è altro che un nuovo sacco edilizio. Regione per regione ecco la mappa della nuova speculazione

Più cemento per tutti. Con il cosiddetto piano casa, e con altri interventi ispirati alla stessa ideologia della deregulation edilizia, il governo Berlusconi promette di battere la crisi rilanciando il business del mattone. Ma la ripresa resta dubbia. La crisi e il crescente indebitamento delle imprese e delle famiglie compromettono le capacità di investimento dei privati. A guadagnarci sicuramente saranno pochi grandi speculatori. Mentre per la maggioranza dei cittadini il nuovo boom dei cantieri rischia di produrre danni a lungo termine molto più gravi dei benefici apparenti e immediati. Un colpo di grazia per il già moribondo territorio italiano. Un’ipoteca pesante sul futuro del turismo, dell’agricoltura di qualità e della nuova economia verde. A lanciare l’allarme,insieme a tutte le più importanti associazioni per la difesa dell’ambiente e del paesaggio, sono autorevoli studi tecnicoscientifici e perfino gli asettici rapporti dell’Istituto nazionale di statistica. A differenza dei politici, gli esperti concordano che gran parte delle regioni hanno già raggiunto un livello di «saturazione edilizia ». Una nuova ondata di cemento «in un Paese come l’Italia, in cui il territorio è da sempre molto sfruttato», avverte l’Istat, «non può essere considerata in nessun caso un fenomeno sostenibile». Ma il peggio è che il piano casa è come una scommessa al buio: l’Italia è l’unico Stato occidentale dove già ora l’edilizia è fuori controllo, perché mancano perfino le misurazioni di quanti boschi, prati e campi vengono ricoperti ogni giorno dalla crosta inquinante del cemento e dell’asfalto.

Assalto al territorio

Dagli anni Novanta i comuni italiani stanno autorizzando nuove costruzioni a ritmi vertiginosi: oltre 261 milioni di metri cubi ogni 12 mesi. Nel giro di tre lustri, dal 1991 al 2006, ai fabbricati già esistenti si sono aggiunti altri 3 miliardi e 139 milioni di metri cubi di capannoni industriali e lottizzazioni residenziali.

È come se ciascun italiano, neonati compresi, si fosse costruito 55 scatole di cemento di un metro per lato. Il record negativo è del Nordest, con oltre un miliardo di metri cubi, pari a una media di 98 scatoloni di cemento per ogni abitante. Il risultato, secondo l’Istat, è «impressionante ». Al Nord l’intera fascia pedemontana è diventata un’interminabile distesa di cemento e asfalto «quasi senza soluzioni di continuità»: città e paesi si sono fusi formando «una delle più vaste conurbazioni europee». Una megalopoli di fatto, cresciuta senza regole e senza alcuna pianificazione, che dalla Lombardia e dal Veneto arriva fino alla Romagna. Al Centro «stanno ormai saldandosi Roma e Napoli». E nel Mezzogiorno «l’urbanizzazione sta occupando gran parte delle aree costiere». L’escalation edilizia, come certifica sempre l’Istat, non ha alcuna giustificazione demografica. Tra il 1991 e i 2001, date degli ultimi censimenti, la popolazione italiana è lievitata solo del 4 per mille, immigrati compresi, mentre «le località edificate sono cresciute del 15 per cento».

Nonostante questo, dal 2001 al 2008 il consumo di territorio è aumentato ancora: in media del 7,8 per cento, con punte tra il 12 e il 15 in Basilicata, Puglia e Marche e un record del 17,8 in Molise. Fino agli anni ’80 la Liguria era la regione più cementificata. Negli ultimi sette anni le capitali del mattone, come quantità assolute, sono diventate Lazio, Puglia e Veneto. Solo quest’ultima regione ha perso altri 100 chilometri quadrati di campagne. A colpi di condoni Le statistiche dell’Istat segnalano un rapporto diretto tra i nuovi fabbricati e le sanatorie dei vecchi abusi, varate sia dal primo che dal secondo governo Berlusconi. Nonostante i proclami di regolarizzazione che accompagnavano ogni condono, l’edilizia selvaggia ha continuato ad arricchire i furbi: nel 2008 l’Agenzia per il territorio ha scoperto, solo grazie alle foto aeree, oltre un milione e mezzo di immobili totalmente sconosciuti al catasto, cioè non registrati neppure come abusivi. Uno scandalo concentrato al Sud. Al Nord invece la legge Tremonti del ’94, che detassava gli utili per farli reinvestire in nuovi macchinari aziendali, in realtà ha fatto esplodere la costruzione e l’ampliamento dei capannoni industriali e commerciali: oltre 156 milioni di metri cubi all’anno.

Dietro la cementificazione del territorio c’è anche un’altra ingiustizia fiscale. Damiano Di Simine, responsabile di Legambiente in Lombardia, spiega che «l’assurdità del caso italiano è che i comuni sono costretti a finanziarsi svendendo il territorio »: «Gli oneri di urbanizzazione, da contributi necessari a dotare le nuove costruzioni di verde e servizi, si sono trasformati in entrate tributarie, per cui le giunte più ricche e magari più votate sono quelle che favoriscono le speculazioni». Nei paesi europei più avanzati succede il contrario: apposite “tasse di scopo” puniscono chi consuma territorio. Mentre in Italia, come segnala l’Istat, la pressione edilizia è tanto forte da scaricare i cittadini perfino «in aree inidonee per il rischio sismico o idrogeologico ». E tra migliaia di enti inutili, non esiste neppure un ufficio pubblico che misuri l’avanzata del cemento. La distruzione del verde L’unico studio di livello scientifico è stato pubblicato all’inizio di luglio da un gruppo di ricercatori del Politecnico di Milano, dell’Istituto nazionale di urbanistica e di Legambiente. L’Istat infatti può quantificare, scontando i ritardi delle burocrazie locali, solo i «permessi di costruire», cioè le licenze legali. Alle statistiche ufficiali, dunque, sfuggono tutti gli abusi edilizi, oltre alle chilometriche colate di asfalto, dalle strade ai parcheggi, che accompagnano e spesso precedono le nuove costruzioni.

Mettendo a confronto foto aree e mappe della stessa scala, disponibili solo in tre regioni e in poche altre province, i ricercatori di questo “Osservatorio nazionale sui consumi di suolo” hanno scoperto che in Lombardia, tra il 1999 e il 2005, sono spariti 26.728 ettari di terreni agricoli. È come se in sei anni fossero nate dal nulla cinque nuove città come Brescia. La media quotidiana è spaventosa: ogni giorno il cemento e l’asfalto cancellano più di 10 ettari di campagne in Lombardia e altri 8 in Emilia, dove tra il 1976 e il 2003 (ultimo aggiornamento geografico) è come se Bologna si fosse moltiplicata per 14. Lo studio smentisce anche il luogo comune che vede nel cemento l’effetto dello sviluppo produttivo. In Friuli, tra il 1980 e il 2000, è scomparso meno di un ettaro al giorno. Mentre il Piemonte ha perso più di 68 chilometri quadrati di campagne nel decennio 1991-2001, quando il suolo urbanizzato è aumentato dell’8,7 per cento, mentre la popolazione è scesa dell’1,4. Gli urbanisti del Politecnico ammoniscono che questo modello di sfruttamento (l’Istat lo chiama «consumismo del territorio») ha ricadute pesantissime sulla vita delle famiglie. «Il fenomeno delle seconde e terze case è legato anche alla fuga dalle città sempre più invivibili», riassume il professor Arturo Lanzani: «Ma la scarsissima qualità dei nuovi progetti finisce per spostare il traffico e lo smog verso nuovi spazi congestionati ». Paolo Pileri, il docente che dirige l’Osservatorio, fa notare che «in Germania, Olanda, Gran Bretagna, Svezia e Svizzera i governi cambiano le leggi urbanistiche per limitare fino ad azzerare i consumi di suolo. Mentre in Italia non abbiamo neppure dati attendibili». Anzi, il governo punta tutto su un nuovo boom edilizio.

Le pagelle al piano casa

Per il presidente di Italia Nostra, Giovanni Losavio, la riforma berlusconiana «è peggio di un condono, perché abolisce le regole anche per il futuro: permessi e controlli diventano inutili, ora basta la parola del progettista». «Bocciatura piena » anche da Legambiente, che ha fatto l’esame delle singole leggi (o progetti) regionali di attuazione: «promosse» solo Toscana, Puglia e provincia di Bolzano, che oltre a salvare parchi e centri storici, impongono rigorose migliorie ecologiche e risparmi energetici. A meritare i voti peggiori sono i piani casa delle regioni più cementificate: in Veneto la legge Galan concede aumenti di volume perfino ai capannoni più orribili, in Sicilia la giunta progetta «bonus edilizi fino al 90 per cento acquistabili dai vicini». E in Lombardia spunta il “lodo Cielle”: un premio del 40 per cento per l’edilizia sociale, ma con «possibile vendita a operatori privati». «Rimandate con debiti» tutte le altre regioni, mentre in Val d’Aosta è pronto il «piano camere»: più cubatura anche per gli alberghi. Il bilancio nazionale è «un puzzle urbanistico con regole diverse in ogni regione». E se in generale le giunte di sinistra resistono al Far West edilizio, la Campania fa eccezione. Vezio De Lucia, urbanista di Italia Nostra, e Ornella Capezzuto, presidente del Wwf Campania, sono i primi firmatari di un appello che descrive il piano casa varato dalla giunta Bassolino come «un nuovo sacco edilizio»: «Il solo annuncio della liberalizzazione delle nuove residenze nelle aree dismesse, senza neppure il limite che le fabbriche interessate siano davvero già chiuse, ha fatto triplicare in pochi giorni il valore dei capannoni». Il consigliere regionale della sinistra Gerardo Rosania, che da sindaco di Eboli fece demolire 437 villette abusive, lancia una mobilitazione antimafia: «Ci si dimentica che qui siamo in Campania. Chi può fare incetta di industrie abbandonate pagando subito è solo la camorra». (30 luglio 2009)

Una vergogna solo italiana

di Paolo Biondini

‘I paesi civili frenano il cemento, qui il governo lo incentiva’: colloquio con Edoardo Salzano

Edoardo Salzano è uno dei più autorevoli urbanisti italiani. Il suo sito Eddyburg.it sta diventando il primo forum di informazione e discussione democratica sullo sviluppo edilizio, l’ambiente e il paesaggio.

Che ne pensa del piano casa?

“È un’iniziativa vergognosa, che avrà effetti devastanti. È’ l’ennesima conferma che la cementificazione è una scelta politica: si favorisce uno sviluppo basato solo sull’appropriazione privata della rendita fondiaria. L’ideologia della bolla immobiliare ha fatto danni in tutto il mondo, ma l’Italia è l’unico Paese che continua a incentivarla. Ci stiamo allontanando sempre di più dall’Europa”.
Come si costruisce nei paesi più civili?

“Per capirlo basta sorvolare l’Europa in aereo. In paesi come Austria, Germania, Olanda e Francia c’è una pianificazione rigorosa che segna un taglio netto tra città e campagna. In Italia c’è una marmellata edilizia, chiamata ‘sprawl’, spalmata su quasi tutto il territorio. La grande differenza è che nei paesi avanzati si cerca da tempo di controllare e limitare la cementificazione”.

Qualche buon esempio?

“La Germania ha programmato dal ’98 una direttiva rigorosa per ridurre entro il 2020 il consumo di suolo, facendolo scendere da 120 a meno di 30 ettari al giorno. E ci sta riuscendo. Nel Regno Unito fin dal ’99 l’obiettivo è di realizzare almeno il 60 per cento della nuova edilizia abitativa in aree già urbanizzate. Perfino negli Usa, dove le estensioni sono gigantesche, alcuni Stati come l’Oregon hanno imposto confini invalicabili allo sviluppo delle città. In Italia il problema è totalmente ignorato. Cresce solo quella che Tonino Cederna chiamava la crosta di cemento e asfalto”.

Molti cittadini si mobilitano con associazioni, comitati e raccolte di firme. Il vero problema è che la lotta alla speculazione edilizia non trova un’adeguata rappresentanza politica?

“Purtroppo non è solo il centrodestra, ma anche una parte del centrosinistra a teorizzare la cosiddetta urbanistica contrattata, le grandi opere in deroga a tutto e magari gli accordi sottobanco con i furbetti del quartierino e gli immobiliaristi d’avventura. C’è un pensiero unico che va combattuto con una svolta culturale: il suolo libero è una risorsa scarsa che va conservata. E per farlo serve una pianificazione più seria e più vasta di quella comunale”. (30 luglio 2009)

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Stadio cresce il “partito del restilyng”

stadio

Stadio cresce il “partito del restilyng”

di Enea Abati, Corriere di Rimini 19/02/2008

 

Progetto Romeo Neri. Dopo la raffica di email attacca Eugenio Pari: “Il costruttore Nicolini è un nuovo assessore aggiunto?”. Dubbi di Rifondazione sul motore immobiliare: “Dov’è la necessità?”

RIMINI. Mentre i tifosi biancorossi continuano ad aggrapparsi alla posta elettronica nel tentativo di convencere il sindaco Ravaioli a passare dalle promesse ai fatti, realizzando uno stadio nuovo, tra i politici, al contrario, sembra crescere il “partito del restyling”: stadio Neri ristrutturato e niente mattone ai costruttori.

Il ragionamento di fondo piuttosto contagioso, specie di recente, anche all’interno del Pd, oltre che dilagante dentro la Sinistra arcobaleno, è semplice e immediato. Punto uno: la società Rimini calcio, dopo la scomparsa del patron Bellavista, ha più volte pubblicamente manifestato l’intenzione, per ora, di mantenere la categoria (serie B). Punto due: la media degli spettatori paganti non supera le 5mila unità. La piazza è questa, nonostante la squadra di mister Acori offra il miglior calcio della serie cadetta, o quasi. Tesi: non servono i 15-20mila posti del nuovo Romeo Neri: è sufficiente una serie di interventi di manutenzione straordinaria o ristrutturazione; soprattutto non serve fa r costruire decine e  decine di palazzine per compensare ai costruttori una spesa che sfiora i trenta milioni di euro. Sembra difficile, per citare un paio di recenti slogan di Veltroni, risparmiare alla città un’altra abbondante colata di cemento, ma anche realizzare uno stadio nuovo. Insomma, stando al “partito del restilyng”, il Neri firmato Cooperativa muratori Verucchio, non si può fare.

Ne sono convinti in diversi. In sei, ta consiglieri comunali di Pd e Sinistra Arcobaleno, lo sono ormai da tempo: i famosi ribelli dello stadio. Ora però se ne aggiungono altri. I dirigenti di Rifondazione comunista (partito inizialmente a favore dell’intervento pur col sistema del motore immobiliare), per esempio, aderendo a Sinistra arcobaleno «non come cartello elettorale ma in maniera programmatica», vorrebbero trovare una posizione comune con gli altri alleati: Verdi, Comunisti italiani e Sinistra democratica (tutti contrari). L’assessore Vittorio Buldrini (Rifondazione), si domanda: «La presenza media di spettatori al Romeo Neri parla da sola, non si va oltre le 5mila persone: dov’è la necessità? Anche gli obiettivi della società mi sembrano ridimensionati: per quale motivo dovremmo spendere un sacco di soldi in uno stadio nuovo?Quantomeno dovremmo ridurre al minimo il baratto immobiliare». Dunque anche Rifondazione è contro il nuovo stadio? «Vogliamo una linea comune dentro a Sinistra arcobaleno, discuteremo. Su tutto però, non solo sullo stadio. La tendenza mi sembra questa».Nel frattempo, dentro al Partito democratico la domanda posta da Fabio Pazzaglia (ex Ds contrario al nuovo Neri in cambio delle palazzine) al congresso “provvisorio” del 24 novembre, “qual è la posizione del Pd sul nuovo stadio?”, continua a restare senza risposta. Una linea condivisa ancora non c’è, anche tra i vertici del partito di maggioranza relativa: ieri hanno fatto sapere che una posizione ufficiale sarà decisa non appena saranno stati definiti gli organismi dirigenziali, ancora da costituire. Sintomo che la volontà politica di approvare il progetto sostenuto da Ravaioli, tra politici e consiglieri, non è affatto chiara.Tra i sostenitori del “partito del restyling”, sin dalla prima ora, c’è senza dubbio Eugenio Pari, capogruppo dei Comunisti italiani. «E’ curioso – ironizza Pari – notare la presenza di un nuovo assessore aggiunto, con delega allo stadio: il costruttore Sauro Nicolini». Al capogruppo comunista non è piaciuto per nulla il silenzio di Ravaioli sull’argomento stadio. «Non solo, molto peggio: di fatto ha lasciato ai costruttori la parola su una questione così importante. Come se Nicolini parlasse a nome della maggioranza. Ma come si fa?». Pari, insieme agli alleati, lavorerà per trovare una posizione unitaria per Sinistra arcobaleno. Nel frattempo, dando per scontato che una maggioranza di centro-sinistra sullo stadio non esista, avverte: «Se il progetto dovesse passare con il voto del centro-destra naturalmente cambierebbero molte cose». Non è una minaccia, ma ci somiglia.

 

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