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Dentro il recinto

Un appello al movimento per l’acqua pubblica

Di Eugenio Pari

La Filtcem – CGIL ha fatto dei conti davvero interessanti: nel 2011 i dirigenti e i manager di Hera sono costati 19 milioni di euro, 2 milioni in meno dei 21 spesi per investimenti sulla rete idrica.

La notizia che questi boiardi costino come l’ammontare complessivo di investimenti per l’acqua potrebbe già essere sufficiente per gridare – giustamente – allo scandalo, ma come se non bastasse Hera nello stesso periodo ha visto aumentare il proprio indebitamento, infatti solo fra il 2010 e il 2011 l’indebitamento finanziario netto passa da 1860,2 milioni di euro a 1.987,2 milioni. Tra il 2010 e il 2011 il debito di Hera aumenta di 127 milioni di euro. La manfrina degli azionisti (i sindaci) e dei manager è la solita: “abbiamo dirigenti di altissimo livello che se lavorassero nel privato percepirebbero sicuramente di più”.

In assenza di qualsiasi controllo dentro queste aziende succede di tutto e chi detiene il bastone del comando sono questi manager che, da quando è nata Hera, sono sempre stati liberi di fare qualsiasi cosa. Chi dovrebbe applicare forme di controllo e regolazione (il soggetto pubblico), non solo non lo fa, ma collide con queste dinamiche mettendo nei Cda tante brave persone che però delle materie di cui dovrebbero discutere capiscono poco o niente, l’unica loro prerogativa è un cursus honorum all’interno di partiti e la fedeltà silente al capo di turno.

Chi tutela i cittadini? Chi tutela gli investimenti? Chi decide se è meglio costruire un inceneritore piuttosto che incrementare la raccolta differenziata? I manager, o meglio, la Borsa e quindi per Hera i fondi di investimento e le banche che non stanno tanto a guardare alla tutela dell’ambiente, ma alle cedole che periodicamente vengono staccate come profitti di Borsa.

Le azioni di Hera hanno perso il 10% del loro valore, per i comuni soci c’è stata una perdita di 36 milioni di euro sui dividenti e quindi la strategia della “gallina dalle uova d’oro” è fallita, fallita come il modello finanziario su cui Hera è stata ideata e su cui ha proliferato a danno dei cittadini che si sono visti aumentare le bollette e i costi.

Ora, non per invertire questa tendenza, ma per implementarla Hera si fonderà con un’altra multiutility del settore Acegas-Aps, un’operazione di cui cittadini e amministratori sanno niente, ma di cui si conosce un dato inquietante: l’indebitamento complessivo dopo la fusione assommerebbe ad oltre 2 miliardi e 800 milioni di euro. Questa mole di indebitamento anziché rafforzare i servizi producendo economie di scala, o anziché permettere politiche industriali diverse incentrate magari sulla riconversione energetica richiederà la gestione di ulteriori servizi (privatizzazione) perché per provare a sedare l’incredibile voracità finanziaria di questo soggetto occorre rifilarle sempre qualcosa d’altro. Il tentativo di sedare, dentro questa dinamica di speculazione utile a pochi, è un tentativo che risulterà vano e ininfluente. Perché i mercati finanziari non sono propensi ad investire in nuove tecnologie o produzioni, ma ricercano il monopolio ovvero l’occupazione di settori “protetti” e, in questo caso, sarebbe da dire “da proteggere” dalla loro ingordigia distruttiva.

Che fare? Se aspettassimo un qualche “colpo di reni” dalla politica o dai partiti rischieremmo di rimanere amaramente delusi, la collusione dei partiti è un dato di fatto e al di là di valutazioni molto strumentali e quotidiane essi non sono assolutamente in grado di ragionare e mobilitarsi su una visione strategica di ripubblicizzazione dei servizi. Occorre quindi “rianimare” il movimento referendario che ha prodotto uno dei risultati democratici più importanti nella storia del Paese ossia il “plebiscito” dei referendum del giugno 2011 contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Occorre farlo ora, cercando di allargare il più possibile questo movimento. Con questo non voglio affermare che fra gli amministratori, la politica e anche i sindacati non vi siano positive eccezioni, però mi pare di capire siano troppo deboli perché decidendo di stare “dentro il recinto” non hanno sufficiente forza per poter provare ad indicare un’alternativa che, invece, è “fuori dal recinto”.

L’appello che mi sento di inviare, quindi, più che indirizzato alla politica e agli amministratori che a questo punto dovrebbero aver ben chiaro lo scenario, ma che sempre più volte affermano di “essere tenuti allo scuro”, va rivolto a quelle persone la cui azione meritoria ha permesso di mantenere aperta la partita alimentando con la loro passione e iniziativa l’attività di questi movimenti: è arrivato il momento di ripartire e di aprire una nuova fase a difesa dei cittadini e dei beni comuni!

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Considerazioni sulla crisi dell’SCM di Rimini

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Eugenio Pari

Eugenio Pari, 09 marzo 2009

 La SCM, principale industria della nostra Provincia, ha dichiarato che 500 lavoratori sono in esubero strutturale e 400 non necessari a causa della crisi, totale 900 persone in carne ed ossa, circa il 50% dell’intera forza lavoro impiegata, saranno licenziate: una operazione di vera e propria macelleria sociale. Al tempo stesso la SCM non è mai stata parca nell’avvio di procedure di cassa integrazione e licenziamenti nel corso degli ultimi anni, nonostante il gruppo abbia registrato profitti per 220 milioni di euro nel decennio 1998 – 2008. I lavoratori dovranno pagare il peso della crisi, loro e nessun altro. Fonti della Confindustria hanno dichiarato in questi giorni che nonostante il crollo dell’economia mondiale le imprese italiane che hanno tenuto basse le retribuzioni dei manager, investendo gli utili sulla produzione stanno riuscendo a far fronte in modo positivo alla crisi, registrano addirittura crescite nella produzione e nei fatturati. Viene quindi da chiedersi come mai, nonostante i bilanci positivi degli ultimi anni, la SCM abbia deciso una cura da cavallo come quella presentata da far pagare, si badi, ai lavoratori?È la ricetta di Roberto Monetini ex direttore della Brembo, nonché braccio destro di Bombassei, uno dei più noti falchi di Federmeccanica? Bombassei, lo dico per chi non lo ricorda, era lo stesso che mentre chiedeva l’abbattimento delle tasse alle imprese (manovra che produsse 5 miliardi di euro in più per le aziende) investiva in Romania e nei paesi dove i lavoratori vengono pagati con una manciata di monete e godono di zero diritti sindacali e previdenziali.
C’è tutto questo e molto di più. Il caso SCM è il ritratto dell’economia e di grande parte dell’imprenditoria italiana: profitti per pochi e costi sociali per molti. Hanno messo tutto il fieno in cascina che era possibile mettere negli anni in cui, anche grazie al sostegno dello stato, era possibile registrare grandi profitti e oggi, a fronte della crisi, scaricano sulla collettività i costi sociali, mandando sul lastrico centinaia di persone che vivono del proprio lavoro.
Rimini, dunque, si scopre nel bel mezzo della crisi economica e industriale che sta attraversando il pianeta, ma a ben guardare il caso SCM è il caso più eclatante di quel processo di desertificazione industriale che si è avviato nel nostro territorio negli ultimi anni: Colussi, Ghigi, Granarolo, ecc. sono imprese che hanno chiuso i battenti a Rimini negli ultimi anni con l’obiettivo di fare speculazioni edilizie sui terreni dove sono installati gli stabilimenti industriali. La SCM non è immune da questo processo, infatti è dal 2004 che vuole edificare appartamenti nell’area della fonderia situata alle Celle. Le imprese, si sa, cercano il massimo dei profitti e, come dimostra questo caso, cercano la massimizzazione dei guadagni a qualsiasi costo. Il punto è che cosa fanno le istituzioni di governo locale oltre le semplici dichiarazioni di principio. Comunicati stampa da leggere davanti ai lavoratori che manifestano non bastano, occorrono politiche che disincentivino i progetti di speculazione sia finanziaria che immobiliare, occorrono politiche che sappiano prefigurare uno sviluppo in grado di creare occupazione attraverso l’innovazione e, sebbene a livello locale le competenze siano limitate, è necessario avere un indirizzo su cui pianificare lo sviluppo economico del proprio territorio. Lo dico amaramente: le istituzioni locali hanno dimostrato di non possedere questa capacità.
La crisi dell’SCM, che per centinaia di persone si trasformerà in dramma esistenziale, dimostra purtroppo la latitanza delle istituzioni negli ultimi anni, rappresenta la mancanza di saper prefigurare il futuro economico, produttivo e sociale delle proprie comunità. Ora, le istituzioni senza tentennamenti devono concretamente appoggiare le rivendicazioni dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali per ridurre gli effetti devastanti dei disegni della SCM e per impostare con tutta la comunità locale un nuovo disegno di sviluppo del nostro territorio che sappia finalmente liberarsi dagli effetti perversi dell’economia della rendita che va a vantaggio di pochi, rilanciando un processo di investimenti a vantaggio, invece, di molti.

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