Archivi tag: società

Ceto medio e Emilia Rossa (2)

Di seguito alcuni appunti sul celebre discorso di Palmiro Togliatti. Nelle mie intenzioni questo sarebbe il primo di una serie di riflessioni che vorrei svolgere sul cosiddetto “modello emiliano”.

Di Eugenio Pari

“Emilia rossa” è l’espressione con cui per decenni si è caratterizzato il modello non solo politico, ma sociale economico e culturale dell’Emilia Romagna.

Come noto questa formula trae le sue origini dal celebre discorso che Togliatti pronunciò al Teatro comunale di Reggio Emilia il 24 settembre 1946, discorso i cui contenuti determinano una vera e propria “pietra angolare” del modello emiliano e nella linea politica nazionale del Pci.

togliatti

Palmiro Togliatti

Il modello a cui Togliatti si ricollega nel tentativo di indicare da un lato la linea generale del Pci e dall’altro di offrire un riferimento concreto di governo ai comunisti emiliano romagnoli, è quello del “riformismo” dei Costa, dei Marabini, dei Massarenti e Prampolini.

Ecco il passaggio in questione:

“Il socialismo è stato tra di noi un grande movimento progressivo, non soltanto perché ha portato sulla scena politica l’operaio, colle sue rivendicazioni di libertà e di giustizia sociale, ma perché sulla stessa scena ha collocato al primo piano anche il bracciante e le altre categorie decisive di lavoratori della terra. Aver fatto delle plebi rurali povere, miserabili, febbricitanti e turbolente una massa di milioni di donne e di uomini inquadrati nelle Leghe, nelle cooperative, nelle Camere del lavoro, nelle sezioni di un partito nazionale; avere insegnato loro a conquistare e gestire i comuni; e soprattutto averle strette insieme con legami di solidarietà e avere acceso nell’animo loro la fede inestinguibile di un avvenire migliore, nella redenzione del lavoro da ogni sfruttamento e da ogni oppressione, questo fu il grande merito dei pionieri del socialismo, degli Andrea Costa, degli Anselmo Marabini, dei Giuseppe Massarenti, dei Camillo Prampolini e di tutti gli alrti.1

Il “Migliore” citando i nomi dei “pionieri” che edificarono il socialismo municipale in Emilia parlerà nei loro confronti di “venerazione”. Togliatti si esprimerà in questi termini:

“I nomi di questi uomini, noi comunisti, li onoriamo e li veneriamo, e non solo perché fanno parte delle migliori tradizioni del popolo italiano, che noi sentiamo nostre, ma perché in essi riconosciamo dei maestri di quella politica che si fonda sulla capacità di esprimere le aspirazioni più profonde degli uomini che vivono del loro lavoro, e sulla capacità di organizzare la lotta per la realizzazione di queste aspirazioni.2

Togliatti dopo queste frasi si sofferma però su una critica, che può apparire un monito ai dirigenti emiliani del Pci, partito che ha avuto una rapidissima crescita organizzativa e di voto, partito con “profondissime radici in tutti gli strati”. Una critica a posteriori rispetto alla necessità di costruire quella che verrà definita politica delle alleanze, ovvero il blocco sociale del Partito nella regione.

“(…) Vi era nei riformisti un pericoloso particolarismo, cioè la tendenza a separare l’uno dall’altro i problemi, in modo che veniva quasi sempre perduta la visione di prospettiva e dell’interesse generale del movimento. Il vecchio dirigente riformista era capace, meglio di chiunque di fare l’interesse della cooperativa da lui fondata e diretta; ma ad un certo punto non era più in grado di comprendere se, per fare questo interesse in modo esclusivistico, non andava contro l’interesse e i fini di tutto il movimento, o non cedeva al nemico qualcuna delle posizioni di principio che non debbono essere cedute. Lo stesso avveniva nel movimento sindacale. Lo stesso nel campo politico. In questo modo di producevano due conseguenze principali, che dovevano essere fatali alla sorte del riformismo e anche del socialismo in Italia: da un lato veniva spezzata l’unità delle classi lavoratrici e della loro azione, che perdeva il necessario rilievo nazionale; dall’altro penetravano nelle file stesse del socialismo le influenze dei nemici del socialismo stesso, e questo perdeva il suo slancio, si corrompeva, si imborghesiva, diventava l’arena delle ambizioni di avvocati e di altri politicanti della città.3

Ora, tralasciando i toni pacati e razionali, propri del leader comunista, toni a cui, vale la pena dircelo, siamo completamente disabituati osservando il dibattito politico contemporaneo, Togliatti mette in guardia i dirigenti e militanti comunisti tracciando le responsabilità che hanno portato al “fallimento” i socialisti. Fra queste vi è l’incapacità di non aver saputo attuare politiche unitarie fra il proletariato delle campagne e gli “strati intermedi”, una “errata impostazione del problema contadino” espressa in questi termini:

“Il riformismo, (…) non seppe mai prendere una giusta posizione verso gli strati intermedi delle campagne. Legò la soluzione del problema della terra a formule generali, astratte e vuote, non aderenti alla realtà, come quella della socializzazione. Nell’azione pratica si comportò verso i gruppi intermedi come se non ne comprendesse le caratteristiche e i bisogni, lasciando affiorare errate e pericolose tendenze livellatrici, come se lo scopo fosse stato quello di far diventare tutti i lavoratori agricoli dei braccianti e per questa via portarli per forza al socialismo. Questa posizione era antimarxista, quant’altra mai, e assurda poi, tanto nella vostra regione, quanto nelle altre regioni italiane dove le forme di economia agricola individuale, (…), hanno radici profondissime.4

Si potrebbero trarre alcune conclusioni su questo brano. La prima potrebbe consistere in una critica alla fase di collettivizzazione forzata voluta in Urss negli anni ’30, una critica che per quanto “a posteriori” unita alla dottrina del “partito nuovo” e al carattere nazionale del Pci, già metteva in luce elementi di differenziazione del Pci rispetto al Pcus, in anni, peraltro, dove la difformità rispetto alla linea del partito di riferimento era

s-l500

copertina di Politica nazionale e Emilia Rossa (Editori Riuniti)

pesantemente sanzionata dai sovietici. L’altra potrebbe essere rispetto al dibattito interno al Partito in tema di politiche agrarie in particolare sulla polemica fra Sereni, interprete della linea togliattiana e Grieco, su posizioni più ortodosse, divisione a cui ci riferiremo più avanti. Un’ultima riflessione potrebbe riguardare l’indicazione a dirigenti e militanti di non attuare politiche e atteggiamenti livellatori e pauperistici, che porteranno il partito negli anni successivi a sostenere l’iniziativa privata di piccoli e medi imprenditori i quali militeranno e rafforzeranno il partito stesso.

I “gruppi intermedi” delle campagne, in particolare la classe mezzadrile, stringerà quell’alleanza, con il proletariato operaio e con il ceto medio, che sta alla base del successo elettorale, politico e amministrativo del Pci nelle “regioni rosse”, in particolare in Emilia Romagna e Toscana.

Un’altra differenza tra comunisti e socialisti, questa volta non distinti dai riformisti, la sancisce Renato Zangheri5 il quale in un articolo su Rinascita del 1969 riprende gli aspetti non razionali dei socialisti. È interessante sottolineare che Zangheri scrive questo articolo quando il modello di governo comunista nella regione, già arrivato a maturazione, è alla vigilia di importanti cambiamenti che cercherò di definire più avanti.

Scriveva Zangheri:

“(…) c’era nel vecchio socialismo della nostra regione una concezione del mondo, una filosofia (…), un costume, una morale, una fede nella liberazione dell’umanità. Oggi siamo pervenuti ad una concezione più logica del partito, l’adesione al quale è essenzialmente l’adesione ad un programma politico, e quindi tende ad escludere gli elementi di fideismo e di dogmatismo. Una delle conseguenze del carattere “messianico”, (…), del vecchio socialismo (…), fu di trasferire le attese e le speranze in un futuro remoto, al quale ci si rivolgeva in modo approssimato e assieme confuso ed astratto (…). oggi noi [comunisti] siamo forti in Emilia e in Romagna perché abbiamo profonde radici fra i proletari della città e della campagna, ma anche perché siamo usciti dallo steccato e abbiamo stabilito collegamenti con tutte le forze interessate alla trasformazione della società.6

Un approccio “logico”, razionale al tema della trasformazione che doveva essere collocata all’interno dell’idea di “democrazia progressiva”; non certo un approccio insurrezionale o di preparazione all’insurrezione, cose queste ultime, che Togliatti aveva escluso, come risaputo, fin dal 1944, anno della cosiddetta “Svolta di Salerno”.

A differenza di ciò che avvenne in Grecia, tenendo a bada pulsioni insurrezionali ancora presenti nel Partito, Togliatti appoggia una linea di governo, di cui l’Emilia Romagna sarà il prototipo, da svilupparsi all’interno dei principi democratici che verranno, di li a due anni, esplicitati nella Costituzione. La linea da seguire è quella delle “riforme di struttura”come fattori della “via italiana al socialismo”, egli aveva però anche ben chiaro il fatto che i rischi di un ritorno al fascismo era ben presente. D’altra parte egli non volle e non poté tralasciare le responsabilità del movimento operaio nei confronti dell’ascesa del fascismo in Italia.

“È assurdo pensare che il fascismo si piovuto sopra di noi dal cielo. Se il nostro paese è diventato fascista, è perché nell’organismo stesso italiano vi erano quei germi che, sviluppandosi, dovevano di necessità portare alla tirannide fascista. Questi germi devono essere cercati nella nostra stessa struttura sociale e nella natura delle nostre classi dirigenti. Se vogliamo dunque evitare la ricaduta, dobbiamo modificare parecchie cose nella struttura e nella direzione della vita nazionale.7

La lezione di Gramsci sul “sovversivismo delle classi dirigenti italiane”, ovvero la tendenza dei gruppi dominanti a sovvertire regole e procedure democratiche per conculcare le minoranze e difendere le proprie posizioni di potere è piuttosto esplicita in questo passaggio del discorso di Togliatti.

Torniamo quindi alla rottura fra gli “strati” dei lavoratori delle campagne esercitata dai riformisti, già accennata in precedenza a causa della “errata impostazione del problema contadino”.

“La sconfitta del movimento riformista emiliano fu essenzialmente una grande rottura tra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivistica, e i gruppi intermedi delle campagne e delle città. Questa rottura, che non fu solo di natura economica, ma si alimentò anche di elementi ideologici soprattutto di ordine nazionale, fu all’origine del fascismo.8

Questa revisione critica delle politiche agrarie dei socialisti esercitata dal Pci, arrivando alla conclusione che queste condussero alla divisione fra braccianti e mezzadri nella Valle Padana, divisione che a sua volta contribuì all’ascesa del fascismo non riguarderà, invece, la valutazione e le politiche comuniste sulla questione agraria nel Mezzogiorno. Nell’Italia meridionale, infatti, il Pci, nel secondo Dopoguerra, adottò una linea di cautela nei confronti delle lotte del movimento contadino meridionale che prima dell’avvento del fascismo adottarono i socialisti.

La linea comune di socialisti e comunisti nell’approccio alla questione agraria meridionale dipese, secondo un saggio di Anna Rossi Doria del 1976:

“(…) dalla mancanza di fiducia (…) verso la capacità dei contadini [del sud] (…) di organizzarsi in modo autonomo”, che riproduceva una caratteristica dei dirigenti socialisti degli inizi del secolo: “la diffidenza (…) circa la possibilità del cafone meridionale a saper rispettare la dura disciplina della lotta di classe e a non trascendere in eccessi”.9

Togliatti nel 1946 a Reggio Emilia, nel suo discorso a quadri e militanti comunisti con toni piuttosto espliciti si soffermerà sulla questione sollevata nel saggio di Anna Rossi Doria . In una passaggio si poteva ben comprendere che c’era e ci sarebbe stato un diverso atteggiamento dei comunisti rispetto alle lotte nelle campagne, differenziazione dovuta alle caratteristiche storiche, culturali e persino geografiche in cui esse si erano sviluppante e andavano riorganizzandosi.

Volesse il cielo che un movimento potente e vittorioso di masse come quello emiliano si fosse sviluppato in altre regioni: nel Veneto, in Sicilia, in Sardegna, in Calabria, in Basilicata, (…). Volesse il cielo che anche quei lavoratori avessero saputo spezzare da tempo la soggezione ai rapporti tradizionali d’autorità, e invece di conservare l’ossequio servile per il loro sfruttatore di votare secondo l’indicazione dell’agrario e del prete avessero saputo condurre una lotta potente e bene organizzata per redimersi dalla arretratezza e dalla miseria, collo stesso slancio ed impeto dei lavoratori emiliani. Se ciò fosse avvenuto, la nostra patria sarebbe oggi un paese molto più progredito di quanto non sia.10

Togliatti non poteva immaginare il futuro e quindi sapere che proprio nel tentativo di sovvertire quei rapporti feudali e di sottomissione, peraltro per via pacifica, il 1 maggio 1947 verranno uccise undici persone fra uomini, donne e bambini nella piana di Portella della Ginestra per mano del famigerato bandito Giuliano.

Di certo, però, era assolutamente in grado di trarre delle conclusioni sulle lotte nelle campagne del Mezzogiorno nel biennio 1944 – 46, ciclo che il Pci definiva “caratterizzato da rivolte disperate ed estremistiche, [di] spontaneità assoluta, tradizione secolare delle occupazioni delle terre e del ribellismo municipale”11.

Ciò che sostanzialmente manca ai lavoratori del Mezzogiorno è la capacità organizzativa che storicamente ha caratterizzato i proletari emiliano romagnoli. Oltre a ciò, la realtà di questa regione è sempre stata incentrata su solide doti di associazione fra i più deboli, doti che per ragioni storicamente determinate i lavoratori del Mezzogiorno non possedevano e che il movimento operaio fino ad allora non aveva nemmeno più di tanto provato ad instillare. I comunisti, attraverso soprattutto la penetrazione dell’organizzazione sindacale proveranno ad attivare queste capacità fra il proletariato del Mezzogiorno.

Mi sono semplicemente limitato a riportare alcune impressioni, in quanto l’analisi e il dibattito dei comunisti sulla questione agraria sono qualcosa di molto più profondo e non semplicemente sintetizzabile. Esse coinvolgono anche la differenza di prospettiva presente non solo tra i militanti, che comunque si adegueranno sempre nella stragrande maggioranza alla linea sancita dai gruppi dirigenti, ma all’interno del gruppo dirigente stesso. Posizioni che riguardavano il carattere che il Pci avrebbe dovuto assumere con la linea togliattiana di cui, come detto, l’interprete per le politiche agrarie nel gruppo dirigente era Emilio Sereni12; mentre la linea più ortodossa, per meglio dire su posizioni leniniste classiche era invece rappresentata da Ruggero Grieco.13 Sereni sosteneva una battaglia in funzione antimonopolistica anche nelle campagne e quindi una politica delle alleanze fra i “gruppi” delle campagne; al contrario, Grieco ribadiva con fermezza la tesi di disarticolare le categorie che componevano il lavoro nelle campagne utilizzando le contraddizioni interne per arrivare alla sua riorganizzazione in funzione anticapitalistica e rivoluzionaria.

L’approccio pragmatico e sicuramente incentrato sulla linea della “politica delle alleanze” di Togliatti e di tutto il Pci, nell’economia del ragionamento che si sta tentando di portare avanti, contribuirà in maniera determinante a rendere il “gruppo” mezzadrile alla base del forte consenso in Emilia Romagna e alla sua trasformazione in classe imprenditoriale.

Mi sembra opportuno riportare un passaggio di Caciagli, sulle differenze tra Pci e Pcf, cioè tra i due più importanti partiti comunisti dell’Occidente, caratterizzato il primo nella ricerca originale di una “via al socialismo” e quindi impegnato sulla costruzione delle necessarie alleanze per arrivarci; mentre il secondo ancorato ad una visione più ortodossa del proprio “compito rivoluzionario”.

‘I mezzadri costituirono il principale vettore di penetrazione comunista in Emilia Romagna (…). L’abilità del Pci fu di non accontentarsi di quella che Maurice Thorez chiamava ‘una materia di prim’ordine (…). Il Pci si rivolse agli artigiani, ai commercianti e agli intellettuali (…). I suoi sforzi suscitarono tensioni interne, qualcuno dei suoi militanti più radicali non apprezza per niente questa politica delle alleanze. Ma non modificano la composizione sociale del partito dominata da mezzadri, braccianti e operai. (…) A differenza del monolitismo operaio della banlieu parigina, la base sociale del Pci è dunque tridimensionale’ (Lazar, Maison Rouges). Il Pci chiamava quel sistema di alleanze “blocco sociale”, ma possiamo chiamarlo alleanza interclassista. Proprio qui stava, rispetto al Pcf, la capacità del Pci di aggregare e allargare il consenso. Una capacità che mostrò tutti i suoi effetti quando i mezzadri e gli operai divennero piccoli e medi imprenditori nei sistemi di economia differenziata. (…) la classe gardèe del Pci, i mezzadri, misero anni a scomparire e lasciarono un’eredità; la classe gardèe delle fabbriche della banlieu, fu spazzata via in poco tempo”14

verrebbe, da dire con la ristrutturazione capitalistica chiuse le fabbriche anche la classe operaia abbandonò progressivamente il Pcf, portandolo, di fatto alla marginalità politica. Per il Pci e i partiti di sua derivazione, il discorso fu moltro diverso: le trasformazioni del sistema economico e produttivo della fine anni ’70, inizio anni ’80 non determinarono affatto una fuoriuscita da esso da parte della propria classe gardèe.

1P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 36, Editori Riuniti, Roma

2P. Togliatti, ibidem, pag. 37

3P. Togliatti, ibidem, pag. 37

4P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 38, Editori Riuniti, Roma

5 Renato Zangheri è nato a Rimini il 10 aprile 1925. Ha frequentato il liceo Giulio Cesare di Rimini, poi la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, dove si è laureato con lode con una tesi su “Problemi e aspetti del socialismo italiano”. Assistente del professor Luigi Dal Pane ha conseguito la libera docenza e nel 1960 la cattedra universitaria. Ha insegnato Storia economica e storia delle dottrine economiche nelle Università di Trieste e Bologna. I suoi principali studi riguardano la distribuzione della proprietà terriera fra ‘700 e ‘800, i catasti come fonti storiche, il pensiero dei fisiocratici francesi, la storia del socialismo. La carriera amministrativa a Bologna comincia come consigliere nel 1956; dal 1959 è assessore con Dozza e poi sindaco di Bologna dal 1970 al 1983. Nel 1971 lancia il primo grande piano di recupero e risanamento del centro storico. Nel 1973 vara misure sul trasporto pubblico che prevedono corsie preferenziali e fascie orarie gratuite. Intenso il dibattito culturale e politico durante il suo mandato tra intellettuali, istituzioni e il movimento studentesco, soprattutto dopo l’uccisione di Francesco Lorusso nel marzo 1977.In quegli anni alcune fra le pagine più dolorose della storia della città: la strage dell’Italicus nel 1974 e la bomba alla stazione il 2 agosto 1980. Nel 1982, per la prima volta in Italia, affida una struttura pubblica all’associazionismo omosessuale. Nel marzo 1983 Renato Zangheri lascia Bologna per dirigere il Dipartimento sullo Stato e le autonomie locali della Direzione del Pci. Si mantiene l’accordo Pci-Psi, che designa successore sindaco Renzo Imbeni. Eletto deputato nel 1983 e 1987, Zangheri è presidente del gruppo parlamentare del Pci negli anni fra 1986 e 1989. Dal 1991 aderisce al PDS, quindi ai DS. Dal 1991 torna all’insegnamento universitario, ricoprendo fra 1991 e 1994 la carica di Rettore dell’Università di San Marino. Nell’ultimo decennio si dedica alla redazione della Storia del socialismo italiano di cui sono usciti i primi due volumi. Nel 1998 è nominato dal Ministero dei Beni culturali presidente della Commissione scientifica per la nuova edizione nazionale delle opere di Antonio Gramsci, incarico da cui si è dimesso nel 2000. Muore a Imola il 6 agosto 2015. https://www.bibliotecasalaborsa.it/documenti/20367

6R. Zangheri, Ruolo e alleanze della classe operaia, Rinascita, 1969

7P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 29, Editori Riuniti, Roma

8P. Togliatti, ibidem, pag. 38

9I corsivi sono di S. G. Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno, Torino, 1972, pag. 177 compreso nel saggio di Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

10P. Togliatti, ibidem, pag. 36

11Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

12 Emilio Sereni. Nato a Roma il 13 agosto 1907, deceduto a Roma il 20 marzo 1977, studioso di Agronomia, dirigente del Partito Comunista Italiano. Sereni subì il primo arresto a Portici nel 1930. Era da poco rientrato a Napoli da Parigi, dove aveva preso contatto con i dirigenti del Centro estero del P.C.d’I. Portato davanti al Tribunale speciale con Manlio Rossi Doria , i due saranno condannati a 15 anni di reclusione. Grazie ad amnistia, Sereni è liberato nel 1935. Espatriato con la famiglia in Francia continua nell’attività politica e il 1940 lo vede a Tolosa, intento a ricreare quei collegamenti che, l’anno successivo, porteranno alla costituzione di un CLN in nuce. Tra il 1942 e il 1943 Sereni si collega alla Resistenza francese e comincia a pubblicare La parola del soldato, un giornale clandestino rivolto ai militari delle forze d’occupazione italiane in Francia. Non trascura, tuttavia, il suo impegno di studioso e scrive quello che è considerato un classico della letteratura storico-economica del Novecento: La questione agraria nella rinascita nazionale. Il libro uscirà a Roma soltanto nel 1946. Ma nel 1943 Emilio Sereni finisce di nuovo in manette. Il 17 giugno i carabinieri delle nostre forze di occupazione in Francia lo arrestano. Carcerato e torturato nel forte di Antibes, lo studioso antifascista è giudicato da un nostro Tribunale militare, con altri otto coimputati, per “direzione di guerra civile e incitamento alla diserzione”. La condanna è a 18 anni di reclusione e Sereni, nonostante il governo Badoglio sia subentrato a quello di Mussolini, è tradotto nel carcere di Fossano (Cuneo). Fallito un tentativo di evasione, il dirigente comunista finisce nelle mani delle SS, che fortunatamente non sanno quale sia la sua vera identità. Rinchiuso per sette mesi nel “braccio della morte”, è liberato nell’agosto del 1944 e si porta a Milano. Qui dirige, nonostante sia malato, il lavoro di propaganda e, con Luigi Longo il PCI nel CLN dell’Alta Italia. Nei giorni dell’insurrezione è Emilio Sereni che sottoscrive, a nome del PCI, il manifesto dell’assunzione dei poteri da parte del CLN della Lombardia ed è sempre lui che, dopo la Liberazione, presiede il CLN lombardo ed è nominato commissario per l’Alta Italia dal ministero degli Interni. Nel dopoguerra Sereni, membro della Direzione del suo partito e membro della Costituente, organizza i Consigli di Gestione, è ministro (prima dell’Assistenza postbellica e poi dei Lavori pubblici) nel secondo Gabinetto De Gasperi, parlamentare sino al 1972, responsabile del settore culturale del PCI, membro dell’Esecutivo mondiale dei Partigiani della Pace, presidente dell’Alleanza Nazionale Contadini. Un impegno massacrante, che non gli impedisce tuttavia di continuare nel lavoro scientifico che si concretizza nell’insegnamento universitario e in diversi libri, tra cui: Il capitalismo nelle campagne 1860-1900 (1947), Storia del paesaggio agrario (1962), Comunità rurali dell’Italia (1965), Capitalismo e mercato nazionale (1967). http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1339/emilio-sereni

13 Ruggero Grieco. Nato a Foggia il 19 agosto 1893, deceduto a Massa Lombarda (Ravenna) il 23 luglio 1955, parlamentare e dirigente comunista, promotore della riforma agraria. Fu, dopo la Liberazione, il principale promotore e organizzatore, con Giuseppe Di Vittorio, dei contadini italiani per la riforma agraria. Rimasto orfano di padre a soli sette anni, Grieco si era diplomato in agronomia a Spoleto. Nel 1912, a Foggia, aveva aderito al Partito socialista e aveva trascorso l’autunno tra i braccianti, per conoscerne direttamente i problemi e le aspettative. Trasferitosi a Napoli per frequentare la Scuola superiore di agricoltura di Portici, dopo un anno e mezzo dovette abbandonare gli studi per difficoltà famigliari. A Napoli, dove aveva avuto modo di conoscere Amedeo Bordiga, collaborò al settimanale Il Lavoro e, con lo stesso Bordiga, tentò inutilmente di fare opera di moralizzazione tra i socialisti locali. Nel 1913 Grieco, che si era trasferito a Roma, fu chiamato alle armi e assegnato al 1° Reggimento Granatieri di Sardegna. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, combatté sul Carso e sul Grappa col grado di sottotenente. Tornato a Napoli al termine del conflitto, Greco riprese i contatti con Bordiga e, con lui e con i compagni del gruppo torinese dell’Ordine Nuovo, fu tra i promotori della nascita del PCd’I, nel cui Comitato Centrale fu eletto, entrando a far parte anche dell’Esecutivo. Fu Antonio Gramsci a convincerlo, e a portarlo nella sua maggioranza al Congresso di Lione. Dopo la proclamazione, nel 1926, delle “Leggi eccezionali” fasciste, Grieco fu costretto ad espatriare e fu designato a dirigere, con Palmiro Togliatti, del suo partito. Nel 1927, in contumacia, il dirigente comunista fu condannato a 17 anni e 6 mesi di reclusione dal Tribunale speciale. Cominciarono così i lunghi anni dell’esilio, che videro Ruggero Grieco impegnato in un’attività politica senza soste. Dal 1927 al 1939 fu tra i principali redattori della rivista Lo Stato Operaio. Nel 1928, il VI Congresso dell’Internazionale Comunista lo elesse membro candidato dell’Esecutivo; nel 1935, il VII Congresso lo nominò membro effettivo. Quando, allo scoppio della II Guerra mondiale, Grieco riparò dalla Francia all’Unione Sovietica, lavorò presso la sezione italiana di Radio Mosca. Mentre si trovava nella capitale sovietica, ebbe modo di partecipare in prima persona alla battaglia in difesa della città e di meritare, per questo, una decorazione al valore. Rientrato nell’Italia già liberata nel settembre del 1944, Ruggero Grieco fu nominato, dopo la Liberazione, alto commissario aggiunto all’Epurazione, consultore nazionale e deputato all’Assemblea Costituente. Senatore di diritto nel primo Senato della Repubblica, fu confermato nell’incarico nelle elezioni del 1953. Dirigente della Sezione agraria del Partito comunista italiano, ha dato, con Giuseppe Di Vittorio, un decisivo contributo alla costituzione di quella “Associazione dei contadini del Mezzogiorno”, che è stata per lunghi anni uno dei suoi principali obiettivi di lavoro. Autore di molte pubblicazioni sui problemi di politica agraria, Ruggero Grieco è stato stroncato da un infarto, mentre teneva un comizio nel Ravennate. http://www.anpi.it/donne-e-uomini/873/ruggero-grieco

14M. Caciagli, Addio alla provincia rossa, pag. 375, Carocci, 2018

 

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Città e territori come beni comuni.

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/17907/0/399/

Nove proposte per salvare il Belpaese

Città e territorio

 

Di Paolo Berdini, 29.10.2011

Efficace sintesi della devastazione in atto. Inarrestabile? Le cose che si possono fare per fermare il trend.MicroMega, Newsletter, 28 ottobre 2011

Dopo Tangentopoli la legislazione urbanistica è stata smantellata. Le metropoli sono diventate terreno di conquista degli speculatori. Fiumi di cemento hanno inondato i nostri territori. Ripristinare la legalità, bloccare le espansioni urbane, riqualificare le periferie, recuperare il costruito abbandonato: ecco tutto ciò che andrebbe fatto per fermare il saccheggio del territorio e delle città.

Regole e legalità cancellate

Il 1993 segna lo spartiacque per comprendere cosa è avvenuto nel territorio e nelle città. Tangentopoli aveva mostrato lo stretto intreccio tra l’urbanistica e la corruzione: a Roma e Milano, solo per fermarci alle due maggiori città, le regole venivano sistematicamente cambiate dalla politica collusa con la proprietà fondiaria e con l’affarismo.

Nulla di nuovo. Una storia iniziata nell’immediato dopoguerra:la Roma dominata dalla Società generale immobiliare,la Napoli dei tempi di Lauro, lo scandalo di Agrigento, il sacco di Palermo avevano dimostrato l’arretratezza del sistema economico che dominava le città. È stata la speculazione parassitaria a imporre il proprio dominio: dappertutto erano sorte periferie sfigurate e incivili.

Eppure in quel periodo il legislatore aveva risposto agli scandali con una serie di riforme che avevano collocato l’Italia nel panorama dei paesi virtuosi. Regole e strumenti pubblici chiari e efficaci: la legge sull’edilizia pubblica del 1962, [del 1971 e del 1978 – n.d.r.] la legge ponte del 1967,la Bucalossi del 1977,la Galasso del 1985, la legge sulle aree protette del 1991. Era stato mancato l’obiettivo di scindere in maniera definitiva il diritto di proprietà dal diritto di edificare analogamente agli altri paesi europei poiché il tentativo di riforma di Fiorentino-Sullo fallì nel 1963 per la violentissima reazione del blocco immobiliare. Ciò nonostante, la risposta agli scempi urbanistici portò a una profonda evoluzione della legislazione.

La risposta allo scandalo di Tangentopoli è stata di segno opposto: la legislazione urbanistica è stata infatti smantellata. La cultura delle regole viene sostituita dalla prassi della deroga. I piani regolatori, e cioè il quadro coerente dello sviluppo delle città, vengono sostituiti dall’urbanistica contrattata: volta per volta si decide la dimensione e i caratteri degli interventi urbani, al riparo di qualsiasi trasparenza. Conseguenza inevitabile, se si pensa che le elezioni politiche del 1994 portarono alla vittoria Silvio Berlusconi che all’interno del suo programma aveva promesso «padroni a casa propria» slogan che dà il via alla serie di leggi – mai contrastate negli anni dei governi di centro-sinistra – che avrebbero messo in crisi il governo pubblico del territorio.

Quando scompaiono le regole trionfa l’illegalità. Questo è avvenuto in molti casi, dall’attacco continuo alla magistratura al falso in bilancio alle prescrizioni facili. Ma è nelle città che il malaffare ha trionfato. Quanto emerge dall’inchiesta della magistratura su Sesto San Giovanni ne è la più chiara dimostrazione. I colloqui tra i protagonisti vertono sull’esigenza di variare le volumetrie da realizzare nell’area ex Falk da un milione a un milione e mezzo di metri cubi. Senza alcuna procedura di evidenza pubblica si regalano alla proprietà fondiaria 500 mila metri cubi: un arricchimento in termini economici di oltre 200 milioni di euro. Ammettiamo pure per assurdo che non ci sia stata alcuna tangente: il fatto grave è che attraverso l’urbanistica contrattata si alterano le regole di mercato. Altri operatori che sulla base delle scelte urbanistiche avevano deciso di investire in differenti aree vengono danneggiati e se non vogliono soccombere hanno un’unica strada: venire a patti con la politica e iniziare la contrattazione urbanistica.

Questa patologia spiega il motivo per il quale non c’è nessun operatore edilizio di altri paesi europei che investa sul mercato italiano: chi è abituato al rispetto delle regole non può avventurarsi in un far west dominato da taglieggiatori, speculatori e amministratori pubblici infedeli. Del resto, siamo il paese dei tre condoni edilizi, una vergogna sconosciuta negli altri paesi.

Le periferie più grandi e desolate d’Europa

Dopo circa vent’anni dalla sua affermazione è venuto il momento di tentare un bilancio degli effetti sulle città e sul territorio dell’urbanistica contrattata. Esso deve partire da una constatazione statistica: nel quindicennio che va dalla ripresa del mercato delle costruzioni (1995) ad oggi, un fiume di cemento e asfalto si è riversato sul paese. L’Istat ha certificato (2009) la costruzione di oltre 3 miliardi di metri cubi di cemento, una produzione edilizia imponente, molto simile per dimensioni a quella realizzata negli anni Cinquanta-Settanta quando l’Italia era investita da grandi flussi demografici e da indici di crescita economica a due cifre. La cancellazione delle regole urbane ha dunque giovato al mondo della proprietà fondiaria e delle costruzioni. Ha giovato anche alla qualità delle nostre città?

La risposta è inequivocabile. Le periferie – che rappresentano la parte preponderante delle nostre città – sono in assoluto, con alcune lodevoli eccezioni, le più brutte, disordinate e invivibili dell’intera Europa. Lo sono per le carenze dei sistemi di trasporto, per la qualità dei servizi pubblici e degli stessi edifici. I luoghi scelti per realizzare le nuove periferie hanno anche contraddetto la regola usuale della città liberale, quella cioè di espandersi in adiacenza ai precedenti tessuti, mantenendo la città compatta e minori i costi di funzionamento urbano. In ogni parte del territorio agricolo sono nati centri commerciali, nuclei abitati, residence, cittadelle del consumo: lo sprawl urbano è la caratteristica più evidente del ventennio liberista. Le città italiane nel ventennio dell’urbanistica contrattata sono diventate più estese, più disordinate, socialmente più ingiuste. La speculazione immobiliare ha fatto enormi affari. Gli altri sono stati costretti a spostarsi nelle sempre più lontane e squallide periferie.

Una gigantesca periferia senza struttura e senza relazioni: abbiamo il più basso livello di infrastrutture su ferro, il più alto numero di automobili ad abitante, con il più elevato livello di superficie urbanizzata a parità di popolazione, un consumo di suolo senza uguali nei paesi ad economia forte. Un’immensa «non città», anonima e disordinata. Una frammentazione che genera consumi energetici insostenibili, disfunzioni economiche e scarsa qualità della vita.

Verso il default urbano

Raccogliamo dunque gli effetti di processi giustificati dall’ideologia di uno «sviluppo» che oltre a lasciare macerie urbane ha anche vuotato le casse delle amministrazioni pubbliche. Paradigma di quanto è avvenuto nelle città italiane è il caso di Parma. Una città ricca, con una parte antica meravigliosa e una periferia storica bella, è stata saccheggiata dietro lo schermo dello sviluppo. Oggi Parma ha un deficit di bilancio che pesa sulle spalle delle future generazioni per 600 milioni di euro.

Del resto, la stagione delle «grandi opere» è servita soltanto al saccheggio. Dietro i concetti dell’ammodernamento del paese sono state avviate opere dannose e inutili: dal Mose al ponte di Messina; dal corridoio della Val di Susa alle emergenze della Protezione civile, è stata messa a punto una macchina perfetta che ha favorito soltanto le cricche del malaffare e dilapidato risorse pubbliche. Del resto, per collocare in un panorama più vasto le dinamiche italiane, non si deve dimenticare quanto è avvenuto in Grecia. Anche lì l’ideologia liberista ha imposto a tutti i costi lo svolgimento dei Giochi olimpici nel 2004: il deficit di bilancio accumulato per la folle sfida è stato di 20 miliardi di euro dilapidati in cattedrali nel deserto, poco meno di un decimo del debito che sta collassando quella nazione.

Se si mettono queste caratteristiche del territorio in relazione con la crisi economica e finanziaria che sta colpendo sempre più intensamente il paese e che provocherà un’inevitabile diminuzione delle capacità di spesa delle amministrazioni pubbliche, gli interrogativi sul futuro delle nostre città si fanno allarmanti. Non avremo risorse per portare i servizi nel territorio diffuso e – ciò che in prospettiva è più importante – non potremo competere con i livelli di efficienza delle città europee, con la qualità dei servizi erogati ai cittadini, con la loro capacità di fare rete – e richiamare investimenti privati – proprio in virtù dell’alto livello di funzionalità.

Viaggiamo verso una prospettiva insostenibile. Nella crisi globale una struttura forte del territorio è un potente fattore di traino di nuove attività: territori a bassa densità non sono invece in grado di competere con i livelli di concentrazione di servizio esistenti nelle città del mondo.La Comunità

europea prevede che nel 2020 l’80 per cento della popolazione degli Stati membri vivrà in ambiente urbano. La sfida per la ripresa economica passa dunque per le città e l’Italia è la cenerentola rispetto ai paesi, che anche in questi anni di liberismo non hanno abbandonato la cultura del governo delle città.

Abbiamo minato le stesse basi per una nuova fase di sviluppo e per tentare di colmare la distanza dobbiamo essere in grado di rendere concrete due condizioni: bloccare per sempre le espansioni urbane perché è un costo che non possiamo permetterci più e investire risorse pubbliche per migliorare le città. Assistiamo purtroppo a una rincorsa bipartisan a espandere ancora le città e a impoverirle cancellando il welfare urbano, i trasporti,fino a ipotizzare di svendere i monumenti.

È come se una banda di malfattori si fosse impadronita del paese. Continua infatti l’assalto alle coste marine ancora integre. Dalla Sardegna alla Sicilia l’unico motore di sviluppo è il cemento. Assistiamo poi a un altro assalto all’integrità dei luoghi condotto mediante nuovi mostri giuridici come i «piani casa» (nel Lazio si deroga perfino per le aree ricomprese nei parchi) o le «zone a burocrazia zero» volute dal ministro Tremonti con le quali si possono superare anche i vincoli paesaggistici che hanno rilevanza costituzionale sulla scorta dell’articolo 9. Salvatore Settis ha lanciato l’allarme sul rischio della definitiva cancellazione dei paesaggi storici italiani.

Se a questo si aggiunge ancora che – deroghe a parte – i vigenti piani regolatori prevedono espansioni illimitate (solo i recenti piani di Roma e Milano prevedono un incremento di 120 milioni di metri cubi di cemento, e cioè un milione di nuovi abitanti in due città che perdono popolazione da circa trenta anni!) c’è davvero da preoccuparsi. Occorre interrompere questa folle corsa alla distruzione del paese.

Le città e il territorio sono beni comuni

Solo in base a nuovi princìpi giuridici si potrà fermare il saccheggio del territorio e delle città. È necessario un nuovo paradigma e, se finora lo sviluppo delle città e del territorio ha favorito la speculazione immobiliare e il mondo delle imprese colluse con la politica, è venuto il momento di riportare i destini delle città e del territorio nelle mani delle popolazioni insediate. Occorre affermare che il territorio, le città e le risorse naturali che consentono la vita insediativa sono beni comuni non negoziabili. Le istituzioni pubbliche, attraverso le forme della partecipazione attiva della popolazione, ne sono i custodi e i garanti nel quadro delle specifiche competenze. È questo il pilastro su cui deve essere rifondato il governo del territorio. I beni comuni non possono essere trasformati in funzione dell’esclusivo tornaconto dei proprietari degli immobili ma ogni mutamento deve essere deciso dalle amministrazioni pubbliche attraverso forme di partecipazione delle comunità insediate, specie in questo periodo di scarse risorse economiche.

Il principio generale si completa con due corollari. In primo luogo occorre conoscere quanto è avvenuto. Finora non ci sono dati ufficiali su quante abitazioni sono state costruite e quante sono invendute, quante aree industriali sono dismesse, quante aree urbane sono prive delle più elementari opere di urbanizzazione. Per completare il quadro conoscitivo è necessario applicare un anno di moratoria edilizia in cui sono consentiti soltanto gli interventi in corso, quelli di recupero e ristrutturazione di edifici esistenti ma è preclusa ogni urbanizzazione di terreni agricoli. Una sorta di simmetria con l’anno di sospensione dell’entrata in vigore della «legge ponte» che la proprietà immobiliare impose e che servì per compiere alcuni dei più gravi misfatti che deturpano ancora oggi il territorio.

Il secondo corollario riguarda il fatto che su ogni opera di rilevanza territoriale, da un nuovo centro commerciale a una grande opera, è la popolazione insediata che deve esprimersi attraverso le mature forme di partecipazione, e cioè i referendum confermativi. Visto che le regole sono state infrante, occorre ricostruirle a partire da un nuovo protagonismo: quello dei custodi del bene comune, i cittadini.

Insieme al nuovo principio su cui deve rifondarsi il governo del territorio e delle città, è poi urgente definire le principali linee di azione da intraprendere per una nuova forma di governo. Lo faremo individuando nove fondamentali provvedimenti.

Le politiche individuate hanno bisogno di investimenti pubblici. Una prassi normale nella storia delle città: esse sono infatti luoghi pubblici per eccellenza e la loro evoluzione è stata sempre alimentata dalla lungimiranza di coloro che la governavano. Oggi non si investe più perché «non ci sono più soldi». Una menzogna vergognosa. Non passa giorno in cui non apprendiamo scandali e ruberie compiuti ai danni del territorio e dell’ambiente. È purtroppo vero che le risorse pubbliche vengono spese per opere inutili, per alimentare un sistema di potere che sfugge ormai al controllo democratico. La spesa pubblica per i provvedimenti contenuti in questo elenco serve per favorire la ricerca tecnologica e nuove produzioni, per rendere le città più vivibili. È un investimento per il futuro del paese e delle giovani generazioni.

 

  1. Chiudere la fase dell’espansione urbana. È preminente interesse pubblico bloccare la corsa all’ulteriore espansione delle città e ridurre a zero il consumo di suolo ai fini insediativi e il mantenimento della parte naturale che è il luogo della biodiversità. Alcune normative regionali hanno già stabilito che nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali devono essere consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riuso e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti. La norma di principio valida su tutto il territorio nazionale potrebbe affermare ad esempio che «la realizzazione di nuovi insediamenti di tipo urbano o ampliamenti di quelli esistenti, ovvero nuovi elementi infrastrutturali, nonché attrezzature puntuali può essere definita ammissibile soltanto ove non sussistano alternative di riuso e di riorganizzazione degli insediamenti, delle infrastrutture o delle attrezzature esistenti». L’esperienza ci insegna però che una simile norma non ha da sola la forza per fermare l’espansione urbana. Sono troppe le deroghe che consentono il nascere di nuovi insediamenti. L’efficacia della norma può essere resa stringente recuperando una proposta che da tempo Italia Nostra propugna, quella di inserire le aree agricole all’interno delle categorie dei beni tutelati ai fini paesaggistici dalla legge Galasso. Si dovrà dunque aggiungere al codice dei Beni culturali e paesaggistici (decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) un comma che afferma: «Il territorio agricolo è vincolato come bene paesaggistico» in modo che sia conseguentemente sottoposto alla tutela dei piani paesaggistici. Un piccolo e combattivo nucleo di sindaci ha dato vita al movimento «Stop al consumo di suolo», dimostrando che sono i cittadini a chiedere che le città non crescano più: si tratta di estendere all’intero paese ciò che è già in movimento.
  2.  Il territorio del lavoro. I suoli agricoli sottratti alla monocultura del mattone e dell’asfalto possono fornire una prospettiva produttiva. Ai fini di una lungimirante gestione del territorio nazionale, infatti, si deve recuperare un uso agricolo consapevole, puntare sulla qualità del prodotto, sulla riconversione biologica, sulla filiera corta. Un tema decisivo per il futuro economico del paese, una prospettiva che comporta la possibilità di integrazioni di reddito, la riscoperta delle radici culturali e della qualità del cibo. L’avvio di nuove politiche sarebbe di grande importanza perché i territori collinari e montani si stanno spopolando sempre più velocemente, con gravi rischi sulla stessa stabilità geologica dei versanti. Compito delle autorità pubbliche è riattivare il tessuto sociale dell’Italia «marginale». Un solo esempio: i terreni abbandonati costano poco sul mercato immobiliare e le amministrazioni pubbliche potrebbero dunque inserirsi come operatori attivi e acquisire estese porzioni di territori da affidare poi alle comunità locali. Non sarebbe questa una spesa pubblica «classica», improduttiva. È al contrario un modo intelligente di investire sul futuro del paese, utilizzando ad esempio le risorse liberate attraverso la vendita delle proprietà pubbliche non indispensabili.
  3.  Pareggio di bilancio dei conti pubblici a carico della rendita parassitaria. Il blocco delle espansioni urbane porterebbe un consistente riequilibrio dei bilanci pubblici. Si spendono ingenti risorse per inseguire e raggiungere tutti i frammenti delle espansioni urbane nati recentemente. A carico della collettività resta infatti il pesante compito di realizzare le strade e le infrastrutture energetiche, di garantire i servizi pubblici, i trasporti e la quotidiana gestione dei quartieri. Questi oneri sono ormai insostenibili poiché la crisi economica ha ridotto le capacità di spesa delle amministrazioni. Si deve dunque stabilire il principio che ogni attività di trasformazione urbanistica presuppone l’esistenza o la preliminare realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale, a iniziare dalle reti di trasporto su ferro. A carico del privato vanno anche tutte le spese di mantenimento e di gestione dei nuovi insediamenti: è ora di chiudere il rubinetto che prosciuga le casse dello Stato. In questo modo si possono cancellare le folli previsioni dei piani regolatori comunali. Se vogliamo davvero cambiare le città non possiamo consentire che si costruisca in luoghi privi di sistemi di trasporto non inquinante. I cittadini hanno il diritto, come in ogni altro paese europeo, di vivere in modo civile e non essere costretti a passare molte ore al giorno in spostamenti in automobile. È ora che gli attori edilizi si facciano carico della realizzazione delle infrastrutture, interrompendo il comodo gioco di scaricarne i costi sulle amministrazioni pubbliche che non sono più in grado di farsene carico. Stesso ragionamento vale nel campo dell’erogazione dei pubblici servizi dove si sperpera un altro fiume di risorse economiche attraverso un impressionante numero di società di scopo. In nome dell’ideologia della presunta «efficienza», ad esempio, a Parma sono state create 34 società partecipate per gestire compiti ordinari come erogare l’acqua. Anche nell’area bolognese e in molte altre città i servizi pubblici sono gestiti da un numero imponente di società. Presidenze, consigli di amministrazione, consulenti d’oro che riportano docilmente i soldi ai decisori politici. In questa stessa ottica di recupero di risorse economiche deve essere sottoposto a radicale revisione il paradigma della svendita del patrimonio pubblico così di moda nei circoli della finanza internazionale e dei politicanti nostrani. Nulla in contrario: proprietà pubbliche non utilizzate per il soddisfacimento delle esigenze collettive possano essere poste in vendita. Ma ciò deve in primo luogo escludere i beni culturali poiché un paese che guarda al futuro non vende le sue radici. In secondo luogo deve avvenire soltanto dopo aver coinvolto le popolazioni locali, poiché quel patrimonio appartiene a loro, e dopo aver verificato che quegli immobili da vendere non possano servire per abbattere il flusso delle risorse pubbliche spese per pagare affitti di uffici pubblici alla grande proprietà immobiliare. A Roma, ad esempio, importanti istituzioni – ad iniziare dal parlamento – pagano canoni altissimi a immobiliaristi e faccendieri anche se esistono ancora grandi edifici pubblici localizzati in posizione centrale. Invece di svenderli, potrebbero essere riutilizzati al posto di quelli per i quali si pagano i canoni di affitto. Un altro eloquente esempio riguarda lo stesso ministero dell’Economia guidato da Giulio Tremonti, e cioè l’istituzione che più di ogni altra dovrebbe perseguire una rigorosa politica di risparmio. La sede del ministero ubicata a ridosso del laghetto dell’Eur è stata di recente dismessa e venduta per consentire l’ennesima speculazione immobiliare. Le strutture lavorative prima concentrate sono state smembrate e ora sono localizzate in due immobili tra loro distanti. Paghiamo i costi del disservizio e lauti canoni di affitto a grandi società immobiliari: lo Stato svende e il privato ci guadagna.
  4.  Il diritto all’abitare. Occorre pertanto invertire questo meccanismo perverso: la vendita degli immobili pubblici deve essere decisa dalla collettività dopo attenta verifica della loro potenzialità di essere riutilizzati per fini istituzionali o per risolvere i fabbisogni abitativi. La grande produzione edilizia di questi anni non ha infatti risolto il problema delle abitazioni. Sono centinaia di migliaia le famiglie che non hanno casa o vivono in abitazioni improprie. Nelle grandi città italiane esistono oltre 300 mila abitazioni nuove invendute. Ciononostante, i valori economici degli immobili hanno subìto un’impennata provocando l’espulsione dalle zone centrali delle città di un numero enorme di famiglie a medio e basso reddito. Una nuova legge «sull’abitare», e cioè sul diritto di tutti non soltanto ad avere un tetto, ma anche ad avere una città efficiente e accogliente è un altro fondamentale tassello del programma di governo. Anche in questo settore va affermato un nuovo principio: a tutti i cittadini sono garantiti i diritti fondamentali all’abitazione, ai servizi, alla mobilità, al godimento sociale del patrimonio culturale, alla dignità umana. La legislazione dello Stato determina le quantità minime di dotazioni di opere di urbanizzazione, di spazi per servizi pubblici, e la fruizione collettiva e per l’edilizia sociale, nonché i requisiti inderogabili di tali dotazioni.
  5. Le radici culturali da conservare. Nel delirio della cancellazione delle regole, si è tentato perfino di aggredire le radici della nostra storia urbana, i centri antichi. Nel cosiddetto «piano casa» berlusconiano si alludeva infatti anche alla possibilità di trasformare le tipologie presenti nei centri storici e continuamente si tenta di forzare le norme esistenti. Converrà dunque ribadire con una legge ad hoc che gli insediamenti storici non possono essere manomessi, ma conservati gelosamente per le future generazioni. In forza della competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela dei beni culturali dovranno essere vincolati ope legis gli insediamenti urbani storici e le strutture insediative storiche non urbane; le unità edilizie e gli spazi scoperti, i siti in qualsiasi altra parte del territorio, aventi riconoscibili e significative caratteristiche strutturali, tipologiche e formali. Le radici culturali delle città e dei territori non possono essere modificate. 
  6. Periferie da rendere belle. Se da un lato si chiude la fase della crescita urbana, il governo delle città deve essere in grado di dare sbocchi concreti a un comparto produttivo che rappresenta comunque una percentuale importante del sistema produttivo italiano. In tal senso devono essere facilitate e avviate a trasformazione tutte quelle aree urbane che hanno bisogno di riqualificazione urbanistica. Si tratta dei tessuti abusivi ancora oggi privi dei requisiti minimi di civiltà e vivibilità (marciapiedi pedonali, piazze e servizi pubblici) e dei tessuti produttivi dismessi: è questo un patrimonio volumetrico imponente che potrebbe rappresentare – in una chiave sistematica – la chiave di volta di una riqualificazione urbana. In tal senso va varato un provvedimento legislativo «quadro» (la materia urbanistica è «concorrente» tra Stato e Regioni ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e lo Stato deve limitarsi alla definizione di norme quadro) che incentivi attraverso aiuti economici, fiscali e procedurali il rinnovo urbano e la creazione di periferie belle.
  7. La riconversione tecnologica ed ecologica delle città. I provvedimenti fin qui elencati appartengono a un orizzonte che potremmo definire «tradizionale», nel senso che fa i conti con la crisi urbana ma non tiene conto della necessità sempre più impellente della riconversione ecologica delle aree urbane, del risparmio energetico, del cambiamento climatico in atto. Abbiamo edifici e città energivore: puntare al risparmio energetico serve a mettere in moto un gigantesco volano di ricerca, produzione e occupazione superiore a qualsiasi altro investimento nelle cosiddette «grandi opere». Anche qui alcune esperienze già sono in campo. Il progetto «casa clima» delle provincie di Trento e Bolzano ha dimostrato di aver saputo essere volano di interventi di sostituzione edilizia e di risparmio energetico. Occorre però definire un provvedimento legislativo che aggredisca la questione urbana in maniera complessiva, dalla produzione energetica, ai sistemi di illuminazione fino alla forestazione urbana, definendo politiche efficaci e finanziando, anche attraverso forme di sgravio fiscale, l’evoluzione energetica delle città. Occorre aprire una fase di profonda e radicale innovazione tecnologica delle città e del territorio in grado di far tesoro del patrimonio di innovazione, di ricerca e di produzione che in altri paesi è ormai una solida realtà produttiva. Come è noto i nostri sistemi di trasporto urbano sono tra i più antiquati e inquinanti. Esistono invece infiniti esempi di sperimentazioni e attuazione di sistemi a impatto energetico e ambientale ridotto (tramvie, filovie, reti ciclabili integrate con i nodi del trasporto pubblico). È il caso di sottolineare che si dovrà interrompere il consumo di suolo agricolo che oggi viene alimentato da progetti di fonti energetiche alternative. Troppe aggressioni al paesaggio collinare dell’Italia sono già state compiute: discutibili impianti eolici e pannelli fotovoltaici deturpano paesaggi storici, si pensi soltanto al caso di Sepino. Nel futuro le fonti energetiche di nuova concezione devono trovare spazio nelle aree già compromesse lasciando intatti i territori aperti. Va infine superata l’arretratezza dei sistemi di smaltimento dei rifiuti urbani. Basta guardare all’Europa dove sono diventati un volano economico. A parte poche aree virtuose, siamo il paese delle discariche in cui viene sepolto tutto, compresi i materiali riciclabili, e di quelle abusive gestite dal circuito della criminalità organizzata. Il ciclo dello smaltimento dei rifiuti urbani deve invece diventare un elemento connotativo di politiche di risanamento ambientale e di innovazione delle filiere produttive. 
  8. Territori sicuri. Antonio Cederna poneva sullo stesso piano la tutela dell’integrità culturale delle città e la salvaguardia dell’integrità fisica dei territori. Siamo un paese ad alta fragilità geologica e abbiamo ogni anno un numero impressionante di frane. Tragedie che coinvolgono intere comunità locali e distruggono interi territori. Meglio prevenire che intervenire su emergenze senza fine. Una nuova politica di gestione del territorio passa prioritariamente per la sua messa in sicurezza, per il potenziamento dell’Ufficio geologico centrale (oggi lasciato nell’oblio); nella redazione della carta geologica nazionale che ancora non vede colpevolmente la luce; nell’avvio di politiche di regimazione dei corsi d’acqua. Piccole opere preziose invece di grandi, inutili cattedrali nel deserto.
  9. Il ripristino della legalità. È del tutto evidente che per essere efficace, le nuove norme in materia di governo del territorio devono essere perfezionate con l’abrogazione delle normative derogatorie. In ordine di importanza devono essere cancellati l’accordo di programma, e cioè il grimaldello che scardina le procedure urbanistiche ordinarie, e la strumentazione d’emergenza sperimentata in questi anni dai «galantuomini» della Protezione civile, i «piani casa», le zone a burocrazia zero, le compensazioni urbanistiche e quelle ambientali. Scorciatoie che servono soltanto a nascondere il saccheggio. E in tema di legalità un discorso particolare merita l’esigenza di bonificare i troppi siti inquinati esistenti sul territorio nazionale. È un problema che investe sia il Nord, che riutilizza i suoli precedentemente produttivi senza le necessarie bonifiche (come ad esempio a Santa Giulia a Milano), sia il Meridione, in cui il circuito dei rifiuti gestito dalla malavita organizzata ha riversato sul territorio ogni tipo di veleno. Un paese civile non può continuare ad abbandonare intere popolazioni al rischio di morbilità o di malattie ereditarie. Ripristinare la legalità serve alla salute di un paese smarrito
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Sull’arresto degli aggressori di Andrea Severi

eugenio-pari

Eugenio Pari

Di Euenio Pari

Le motivazioni che hanno portato quattro giovani riminesi ad aggredire cospargendo di benzina ed incendiando il cittadino Andrea Severi sono agghiaccianti. Sconvolgono la dinamica e le cose che fra loro si sono detti subito dopo l’attacco, ma questa violenza è nelle pieghe della nostra città e l’immagine di “città solidale” viene compromessa.
Occorre, come ha detto il Sindaco Ravaioli, che tutta la città ragioni su quanto è accaduto e la politica non può limitarsi a partecipare al coro di quanti chiedono pene esemplari la cui comminazione spetta soltanto agli organi giudiziari. La politica e le istituzioni hanno, infatti, un altro compito: guardare in faccia le nostre città e capire che cosa non funziona nell’insieme di valori che la comunità fornisce ai propri giovani.
Se la noia ha portato quattro giovani ad incendiare un altra persona bisogna indignarsi ma anche interrogarsi a fondo perché questa brutalità scuote alla base le radici della convivenza civile a Rimini; lo hanno fatto su un cittadino debole perché forse portati a pensare che come tale questo era inferiore e la
società contemporanea, il cui unico metro di misura è la capacità di consumare delle persone ed il denaro, fornisce implicitamente il retroterra a queste vessazioni. I quattro giovani sono gli esecutori materiali, ma i mandanti di questo atto sono i disvalori trionfanti della società e l’incapacità di fornire
modelli alternativi.

Contrassegnato da tag , , , ,
Annunci