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Vendola: «Così sfido la sinistra»

di BEPI MARTELLOTTA

Gazzetta del mezzogiorno, 18.07.2010

 http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=351324

 Il sole picchia forte nella piccola «Woodstock» di Baia S. Giorgio: niente musica, ma «fabbriche» di ragazzi che si

Nichi Vendola

confrontano sui temi di attualità e provano a costruire «la nuova sinistra». Lui, Nichi Vendola, ne è convinto: da questo angolo di mare alle porte di Bari non può nascere un inutile partito della sinistra (che farebbe solo il solletico al transatlantico Pd), ma un movimento che provi ad arginare la deriva del Paese. E il traghettatore-leader ha già preso in mano il timone: questa volta anche gli «apparati», come accaduto in Puglia con le primarie, dovranno seguirlo.

Presidente, a Bari le grandi prove per la leadership del centrosinistra del 2013?

«Siamo di fronte al paradosso: nel momento in cui emerge tutta la feccia di un potere osceno, violento, che ha come proprie sentinelle camorristi e massoni, nel momento in cui c’è uno strappo così forte nel berlusconismo e comincia a percepirsi la caduta, il centrosinistra continua ad essere in affanno. Siamo governati da cannibali, si stanno cibando della nostra Costituzione e dei diritti umani, sociali, di libertà. La nostra è una Repubblica delle Banane, un Paese perduto, che va verso la catastrofe. La destra procede con i carri armati alla devastazione della civiltà giuridica e sociale e il centrosinistra che fa? Arranca, tira fuori formule di governi tecnici improbabili. Non c’è più tempo: bisogna che la sinistra riconnetta la politica con la vita, segua i cartelli segnaletici che indicano Pomigliano e Melfi, la libertà delle donne e la ricerca, il Welfare e il Mezzogiorno, tutti i luoghi oggetto della macelleria sociale della destra: solo così il centrosinistra, invece di sentirsi sconfitto in partenza e aver paura perfino di evocare le elezioni anticipate, potrà smetterla di combattere la destra con la sindrome di Zelig.

Addio partiti, avanti con le «fabbriche»?

Io qui non ho l’alleanza della vittoria, ma ho il motore di un processo politico che spazza via i vizi e le vecchie culture del ceto politico per incrociare la domanda di cambiamento di un popolo e l’idea che si può vincere. Qui, nelle “fabbriche”, non si costruisce un corpo, un partito, un alleanza strutturata: siamo l’alito che consente a un corpo di avere un’anima.

Sì, ma poi bisogna andare alle urne e vincere. Come?

Serve un’allenza e un programma che metta insieme la questione sociale e quella democratica: l’Italia sta diventando un paese del Sudamerica degli anni ‘70. Altro che governi tecnici, qui c’è bisogno di un fronte largo di opposizione democratica e c’è bisogno ora di mettere in piedi il cantiere dell’alternativa del berlusconismo. In ballo non c’è la vittoria alle urne, ma la liberazione della Paese.

Fuori dalla battaglia politica, sembra però non aver retto anche il «fronte» dei governatori contro le politiche del governo che lei accusa.

Ci sono due governatori della Lega che vedono con favore le norme clientelari a favore della Padania in Finanziaria, ma il giudizio sulla manovra è unanime e dice che è insostenibile per qualsiasi regione. È una manovra che smantella il Welfare e lo sviluppo, è una manovra che taglia la vita non gli sprechi, taglia la carne viva del Paese: questo lo dicono Formigoni, Iorio, Caldoro e lo comincia a dire Scoppelliti, governatori del Pdl di Nord e Sud. Gli unici che non lo capiscono sono gli uomini della destra pugliese, il più sublime esempio di alto tradimento delle loro comunità. Gli Azzollini e i Fitto sono dei piccoli gendarmi leghisti e sarebbero imputabili di alto tradimento per quello che hanno fatto con questa Finanziaria, il primo facendosi alfiere dei più vergognosi emendamenti leghisti e il secondo dicendo che è giusto che il Sud perda risorse, perché non le ha sapute spendere bene.

Oltre la manovra, c’è il Patto di stabilità che obbliga la Puglia al rientro.

Noi violiamo quel Patto per la follia delle regole. Per rispettarlo non dovremmo spendere i soldi della spesa comunitaria: significa che nel 2011 non dovremmo spendere nulla di 1,2 miliardi di euro di fondi Ue: se superiamo di 150 milioni di euro la spesa, lo sforiamo. Qualcuno dovrà pure risponderci a questa domanda, che faremo rimbalzare da Bari a Roma a Bruxelles.

E la sanità? Nel 2005 accusò Fitto di tagliare gli ospedali e oggi è costretto a fare lo stesso. Cos’è, una nemesi?

Il razionamento ci è imposto dal governo con una violenza contabile impressionante: non ci chiedono quanti posti letto tagliamo, ma quante risorse corrispondenti riduciamo. Ci impongono i ticket e, nonostante dalla Puglia sia arrivato un piano draconiano, volevano imporci pure le tasse. È una modalità demenziale questo rigore: tre anni di piani di rientro della Sicilia hanno provocato un aumento di 6mila lavoratori precari, così come razionare le risorse un anno significa decuplicare il disavanzo l’anno dopo.

Dunque, tagli agli ospedali come fece Fitto. Non la preoccupa la rivolta delle comunità?

Se fosse vero che sto portando a compimento l’opera di Fitto, la destra pugliese dovrebbe applaudirmi. La verità è che Fitto non ha chiuso neanche un ospedale, ma ne ha resi agonizzanti tanti: ha stressato la domanda di salute per rendere limpido il bilancio. Noi abbiamo invertito il trend: abbiamo coperto col Bilancio autonomo della Regione i disavanzi che si producevano per rispondere al diritto alla salute dei cittadini e abbiamo fatto un’operazione verità sui bilanci. Certo, oggi c’è la manovra di rientro: avrei voluto farla con più gradualità, ma non c’è dubbio che un piccolo ospedale non solo non ha professionalità e tecnologie ma costa di più. I cittadini non vogliono l’ospedale sotto casa, ma la risposta alla domanda di salute. Non tanti ospedalini, ma tanti luoghi di cura: da questo punto di vista continuiamo a perseguire il piano della salute. Abbiamo cominciato e continueremo a spiegarlo alle comunità: i cittadini hanno chiaro ciò che sta accadendo, il delitto che la destra sta compiendo nei confronti del Sud è evidente. Lo sanno tutti e noi lo spiegheremo nel dettaglio.

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Intervista a Fabio Mussi (Il Manifesto sabato 12 giugno)«Il despota non è illuminato» Dal ddl sulle intercettazioni agli attacchi alla Costituzione «Stiamo andando dritti verso l’autocrazia»

 

George Orwell e Thomas Adorno, Antonio Gramsci e Piero Gobetti. Ma di che parla Fabio Mussi? Sembrerà strano ma parla dell’oggi. Di intercettazioni e di sinistra, di possibili slittamenti autocratici e di Berlusconi, di una Costituzione sotto tiro e di una democrazia che rischia di «evolversi» nel suo contrario.

 Ddl intercettazioni. Mussi, partiamo da qui. E’ preoccupato?

Sì, anche se mi sconcerta il fatto che la giornata di blackout sia stata indetta per il 9 luglio. Bisognava muoversi prima, oggi per esempio.
Sì, ma il 9 luglio è vicino e il livello di indignazione resta alto.
Sono ferri da battere caldissimi anche perché se non li batti tu, ti battono loro. Una parte dell’opinione pubblica ha capito subito il senso dell’operazione berlusconiana e il suo stato d’allarme va tenuto alto. Ma non basta.
Perché?
Perché c’è un’altra parte di opinione pubblica che è ancora narcotizzata ed è li che bisogna sollecitare un nuovo senso critico.
Che intende per nuova «operazione berlusconiana»?
Credo che questa legge costituisca un significativo slittamento verso l’autocrazia. Uno dei tanti passi – come l’assalto alla Costituzione – che consentiranno a Berlusconi di uscire dall’«inferno della democrazia».
Però Berlusconi ha ragione. Per gli autocrati la democrazia è un inferno.
Certo. Tre poteri separati e reciprocamente bilanciati e controllati, un parlamento che fa le leggi, una corte costituzionale che se vuole te le boccia, il controllo della magistratura o quell’«enorme» potere – il diritto di critica – di cui è depositaria l’informazione. Per un autocrate sono tutti gironi infernali, anche perché rompono l’armonia del carisma.
L’armonia del carisma?
I regimi armonici sono quelli dittatoriali. La democrazia per sua natura è disarmonica, conflittuale, ricca di contrasti, lotte e condizionamenti.
Mussi, mi sta dicendo che in democrazia è impensabile un «partito dell’amore»?
Il partito dell’amore – il «regime dell’amore» – è tipico delle dittature. Orwell l’aveva capito benissimo. Si ricorda che il ministero più sanguinario di quel governo era proprio quello dell’amore? Invece la democrazia ti impiccia, ti costringe a fare i conti con altri poteri. Che non sono i «tuoi».
Autocrazia, dispotismo…? In fondo stiamo parlando di Berlusconi.
Pensiamo all’Italia deglia anni Venti, a una dittatura che si è imposta senza tanti slittamenti progressivi ma a forza di colpi secchi: scioglimento di sindacati e partiti, leggi razziali.
Colpi secchi appunti. Ora non è così. Berlusconi procede per piccoli passi. Mica è detto che gli riesca.
Per capire come si possa scivolare da un regime democratico a un altro, io consiglio sempre la lettura di un libriccino di William Sheridan Allen titolato «Come si diventa nazisti». E’ la storia di una piccola comunità operaia tedesca che in pochi anni da capitale rossa diventa capitale nazista.
Arcore non è una capitale rossa.
No, ma io credo che di fronte a noi ci sia un uomo che intende compiere tutti i passi possibili verso una riduzione di democrazia. E penso anche che parte delle attuali opposizioni abbiano sbagliato a tendergli la mano pensando che in fondo questo Berlusconi è uno come gli altri, una destra normale.
Torniamo ai passi pregressi.
Il primo è quello sull’opinione pubblica. C’è un bellissimo pezzo del dopoguerra di uno dei miei maestri – Theodor Wiesengrund Adorno – che gioca sul doppio significato della parola tedesca offentlichkeit, una parola che vuol dire al tempo stesso pubblicità nel senso «istituzional-giuridico-filosofico» – la cosa pubblica insomma – ma anche la pubblicità in senso commerciale.
Thomas Adorno e Berlusconi?
Nella società di massa dominata dalla merce, la offentlichkeit intesa come come spirito pubblico vira nell’altro senso che è quello della pubblicità. Berlusconi ha operato esattamente questa virata. La comunicazione pubblica e la «sua» comunicazione di leader sono entrambe di tipo pubblicitario e tendono a coincidere. E questo è uno dei presupposti del secco impoverimento della democrazia. Che va insieme alla riduzione del parlamento come scatola sonora, agli attacchi alla magistratura, alll’apertura continua di conflitti con gli altri poteri.
E la sinistra non se ne è accorta?
L’abdicazione culturale della sinistra le ha impedito di vedere e di riprendere tutto quello che il ‘900 ci ha consegnato.
Compreso Gramsci. Veltroni la invita a un seminario sui fratelli Rosselli e lei decide di non partecipare perché Gramsci non c’è.
Non mi piacciono le operazioni di «memoria-gruviera». Una parte della ricostruzione che la sinistra oggi deve fare è quella di riprendere il filo di memorie e di continuità con la storia precedente. Gobetti, Rosselli, Calamandrei, figurati. Ma se non ci metti Gramsci di questa storia non capisci più nulla. La sinistra non può essere rimossa né dalla memoria né dal quadro politico nuovo che si deve costruire.

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Sondaggio Politico-Elettorale

Sondaggio Politico-Elettorale

 Sondaggio IPSOS per puntata di Ballarò del 26 gennaio 2010 – “Gli schieramenti e il governo di fronte al voto regionale” Pubblicato il 28/1/2010.

 Domanda : In caso di nuove elezioni, quali di queste liste o partiti voterebbe?.

Federazione della Sinistra (Prc + Pdci) 2,3%; Sinistra Ecologia Libertà 2%; Verdi 0,8%; Partito Socialista Italiano 0,3%; PD 29,5%; Lista Pannella – Bonino 1,1%; Italia dei valori (Lista Di Pietro) 6,8%; Alleanza per l’Italia (Rutelli) 0,5%; Udc 6,2%; PDL 38,5%; Lega nord 10,2% MPA (Movimento per le autonomie) 0,4%; La Destra 0,8%; Altri 0,6%; Totale 100%

 Indecisi (non voto) 35,2%

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INTERVISTA da il manifesto· Paolo Ferrero (Prc): appello per l’unità tra partiti e movimenti «Sinistra, una federazione che guarda al Sudamerica»

ferrero

Paolo Ferrero

12 Luglio 2009

da il manifesto di domenica 12 luglio 2009 

INTERVISTA · Paolo Ferrero (Prc): appello per l’unità tra partiti e movimenti «Sinistra, una federazione che guarda al Sudamerica»

Matteo Bartocci

Una federazione della sinistra di alternativa. E’ la proposta che Prc, Pdci, Socialismo 2000, più altri movimenti e associazioni lanciano a 360 gradi. «Una federazione, non un partito unico né un puro forum di discussione». Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione, spiega così di cosa si tratta: «E’ un’idea che si ispira all’esperienza latinoamericana o all’esperienza delle donne quando dicevano che vanno rispettate le diversità senza che diventino disuguaglianze». «Una soggettività plurale – spiega Ferrero – che vuole unire la sinistra per superare quello che c’è e riuscire a intrecciare i tanti modi diversi di fare politica nei partiti, nei movimenti, nei sindacati e nelle associazioni. Il nostro appello vuole aprire un processo verso una sinistra antagonista che sia fuori e contro il bipolarismo».

Sabato prossimo fate la prima assemblea a Roma. Di che si tratta? Sarà un primo scambio pubblico di idee a 360 gradi. In autunno spero ci siano assemblee in tutta Italia. Rifondazione rimane ma con questo appello supera una sua dicotomia storica. Penso ad Asor Rosa o al dibattito aperto sul manifesto. Il Prc in fondo ha sempre detto a parole che voleva aprire a sinistra ma poi non ha mai fatto granché. Rifondazione rimane ma non crescerà su stessa, con la federazione nessuno rinuncia a ciò che è e proverà a lavorare con altri.

Tante firme all’appello. Ma rispetto a quello per le europee manca quella di Pietro Ingrao. Pietro a giugno ci ha dato una grande mano. Se vorrà, prenderà la parola ma certo non possiamo usarlo come un ombrello per qualsiasi cosa.

«Intrecciare partiti e movimenti» può essere un gesto generoso. Ma si può anche sospettare che i partiti vogliamo mettere il «cappello» sui movimenti. Si può evitare questo rischio? Si può evitare soprattutto essendo chiari. E’ chiaro che ci sono soggetti diversi per peso, per storia, per organizzazione. Io non credo che i partiti siano un guaio per la democrazia. Decideremo da un lato un manifesto politico, una piattaforma di cose da fare; dall’altro ci daremo un sistema di regole.

Scrivete «interlocuzione paritaria tra tutti i soggetti». Che vuol dire? E’ un auspicio ed è un punto di partenza. Secondo me la federazione deve decidere democraticamente, cioè secondo il principio «una testa, un voto ». E poi discuteremo le cose che sono di competenza della federazione e le cose che restano ai singoli soggetti. Le forme dello stare assieme ce le dobbiamo inventare. Per esempio il Frente  Amplio che attualmente governa l’Uruguay è formato da decine di organizzazioni diverse e ha stabilito che tutti gli atti di governo devono essere decisi all’unanimità. E’ un modo di procedere che dà a ciascuno molto potere ma anche molta responsabilità. In ogni caso dovremmo valorizzare quel 95%di cose che ci vede tutti d’accordo ed evitare che quel 5% di disaccordo diventi un motivo di spaccatura. Tutta la storia della sinistra è una storia di scissioni, dobbiamo trovare un modo in cui è normale andare avanti anche se ci sono cose che non si condividono. Io condivido molte delle cose che scrivono Ferrajoli e gli altri nell’appello che avete pubblicato dopo il voto. E una federazione non è un partito. Vorrei che chiunque lì dentro sia legittimato a definirsi come ritiene. Dobbiamo evitare che le regole siano distruttive.

Lo auspichi anche per il tuo partito? Sono sicuro che a settembre arriveremo a una gestione unitaria. Il partito va gestito da tutti. I congressi non possono essere appuntamenti per emarginare gli iscritti. La lotta in Val Susa è complicata come la lotta di un partito ma osserva modalità diverse. Dobbiamo valorizzare questi modi diversi di fare politica, rispettandoli e facendo in modo che non mortifichino i militanti. La vera scommessa è cancellare il confine tra sociale e politico.

Il vostro appello chiede «profonde innovazioni nel modo di fare politica a partire dai rapporti tra incarichi politici e incarichi istituzionali», parla di una «nuova etica pubblica» e chiede «l’effettiva partecipazione di tutti alle decisioni per ridare centralità alla pratica sociale». Quali sono le tue proposte? Dopo la denuncia della «casta» la rappresentanza è un terreno ancora più complicato. La sinistra deve provare a stare nelle istituzioni ma deve evitare che questo diventi separatezza. E’ una scommessa tutta da fare. E spesso in giro ci sono cattivi esempi

 Anche nel tuo partito? (Lunga pausa, ndr) Al congresso sono stato attaccato molto duramente perché sarei stato dipietrista e giustizialista. Mi ha colpito molto che uno di quelli che più mi attaccava, come Maurizio Zipponi, oggi è candidato proprio con Di Pietro. Certo, ci sono anche esempi positivi ma in generale penso ad esempio che la rotazione degli incarichi sia un modo per ricostruire una comunità senza separare il ceto politico-istituzionale da tutti gli altri.

Questa federazione è il preludio a una lista elettorale per le regionali? Per noi si parte dalla lista per le europee. Se il percorso della federazione si allarga, bene. In ogni caso non va forzato sul passaggio elettorale.

Sinistra e libertà invece ha già annunciato che si ripresenterà alle regionali. Ci sono margini per un lavoro comune? Finora abbiamo parlato molto di metodo. Ma qual è la sostanza? C’è la necessità di un’opposizione sociale e politica in un autunno caldissimo che vedrà migliaia di licenziamenti. Noi abbiamo proposto di fare comitati contro la crisi ovunque sia possibile. Comitati aperti a tutti quelli ci stanno, dal sindacalismo di base a quello confederale, dal Pd a Ferrando. L’opposizione deve uscire dal terreno massmediatico e istituzionale per passare alle condizioni materiali della crisi. L’altro aspetto è politico. E qui le differenze con una parte dei dirigenti di Sinistra e libertà, non con i loro elettori, ci sono. La sinistra di alternativa deve forzare il bipolarismo e non rincorrere il centro.

E col Pd? La sinistra di alternanza è fallita in maniera irreversibile con il fallimento del governo Prodi. Sul piano del governo nazionale io non vedo più nessuna possibilità di governare assieme al Pd. Mi si dirà: però c’è Berlusconi. E risponderei che Berlusconi è un frutto perverso di questo bipolarismo coatto, ha il 35% dei voti ma governa come se avesse il 60%. Se Berlusconi è un pericolo per la democrazia allora si scelga di fare una legislatura di garanzia costituzionale che vari una legge elettorale proporzionale, risolva il conflitto di interessi e ristabilisca la legalità sanando il conflitto con la magistratura. Su questo sono pronto a un accordo perfino con Casini. Chiudiamo questa seconda Repubblica bipolare e antisociale e accordiamoci sulle riforme. Per il resto ognuno si presenta col suo programma, si vota, e al governo ci va solo chi è d’accordo. Sennò torniamo al delirio di chi dice che vuole battere Berlusconi e cinque minuti dopo sta insieme a gente con cui non condivide nulla.

E sul piano amministrativo? Sul piano locale si vedrà e sui contenuti. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio – Tabacci è diverso da Cuffaro – però con l’Udc abbiamo idee opposte.

In questo senso il «laboratorio Puglia » è interessante. Che ne pensi? La «primavera pugliese» non c’entra nulla con un rimpasto di giunta poco chiaro e che apre all’Udc e alla Poli Bortone. Segnalo, tra l’altro, che Vendola ha aperto al centro ma ha lasciato fuori dalla giunta Rifondazione. Quelle lì sono scelte già interne alla dialettica del Pd. Ma l’idea che il bipolarismo si rafforzi al centro è una delle idee contro cui è nata Rifondazione. Non quella di Chianciano ma quella del ’91.

A proposito di crisi e di licenziamenti. Li farete anche nel Prc? Le europee hanno peggiorato una situazione già critica. Oggi siamo fuori da tutti i livelli istituzionali centrali e abbiamo bisogno di meno della metà delle persone che abbiamo. Come finanziamento pubblico nel 2007 abbiamo ricevuto 18 milioni di euro, nel 2010 sarà mezzo milione. In più la campagna di Sansonetti ha portato il deficit di Liberazione a più di 3milioni di euro. I soldi sono finiti. Quindi lo faremo meno dolorosamente possibile ma dobbiamo tagliare anche noi. Già un anno fa avevamo tagliato tutti gli stipendi a cominciare dal mio.

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SULL’APPARENTAMENTO TRA VITALI E UDC: “CIO’ CHE NON SIAMO, CIO’ CHE NON VOGLIAMO”.

EUGENIO PARI

Eugenio Pari

Di Eugenio Pari

Vitali e il Pd hanno deciso l’apparentamento con l’Udc al ballottaggio del 21 giugno. Una scelta già sottoscritta da Verdi – Sd con la promessa di ottenere rispettivamente un assessorato in provincia e uno nel comune di Riccione. Pdci e Sinistra critica hanno con orgoglio dichiarato la propria contrarietà all’accordo, mentre Rifondazione ancora non si è espressa, ma spero possa fare anch’essa uno scatto d’orgoglio.
Quello che colgo è che il collante di questo guazzabuglio non è porre un argine al “berlusconismo” ma la promessa e per altro verso la bramosia di posti e prebende. L’accordo Pd – Udc a Rimini si appresta ad essere il prototipo dei futuri assetti in regione nel 2010 e in comune nel 2011, uno schema che prevede di scaricare la sinistra ormai del tutto inutile anche dal punto di vista elettorale.
Si badi: non voglio assolutamente sostenere l’astensione, voglio solo inviare un appello accorato ai dirigenti locali dei partiti della sinistra affinché facciano riconsiderare questo accordo, richiamando Vitali al coerenza con le dichiarazioni che egli stesso faceva all’indomani del voto, diceva infatti: “Sono carico. Non faremo accordi con nessuno”.
La sinistra in questa fase può rilanciare la propria funzione e un proprio ruolo attraverso il rifiuto dell’alleanza con l’Udc, indicare una propria autonomia, una battaglia di estrema difesa dei principi che hanno ispirato il centrosinistra, è l’ultima occasione per marcare la propria autonomia dal Pd e per non cedere ai diktat di un partito che muore dalla voglia di far fuori la sinistra. Vitali ha detto che questa scelta si colloca nella tradizione del centrosinistra riminese, che vide addirittura l’alleanza tra Pci e Dc: falso! Questa è solo una operazione di trasformismo che getta a mare i principi ispiratori del centrosinistra. Il Pd ha tenuto in ostaggio, disanguato e oggi venduto la sinistra non per battere le destre, ma solo per una visione patologica del potere. Un potere in nome del quale vale la pena sacrificare qualsiasi profilo programmatico, un potere che per alimentarsi si è basato su un consociativismo in cui Lombardi ed il Pdl stavano dall’altra parte del tavolo.
Ripeto: non sostengo l’astensione o fughe aventiniane. L’Udc, infatti, in termini numerici è ininfluente per le sorti del candidato di centrosinistra e qualora essa decidesse un accordo con Vitali, gli elettori dello scudo crociato mai e poi mai voterebbero per una coalizione dove ci sono i comunisti. Sicché il candidato del centrosinistra un minuto dopo aver varcato la sede di corso d’Augusto darebbe il benservito a quella sinistra che, a sua volta, avrebbe irrimediabilmente portato a termine un processo di mutazione genetica che la condurrebbe verso l’estinzione politica e culturale. L’accordo Casini – Errani che trova in Rimini un laboratorio e che si profila per essere il viatico di future alleanze in regione, prevede una conditio sine qua non: escludere la sinistra. Se la sinistra non saprà rifiutare questo patto scellerato, che in termini di politiche di governo si tradurrà in una sostanziale omologazione tra Pd e Pdl, segnerà la propria fine, scegliendo di allearsi con l’Udc la sinistra sceglie, di fatto, l’albero a cui impiccarsi.
Si deve chiaramente dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, infatti nonostante l’ottenimento o meno di posti il profilo di una alleanza, di fatto, sancisce anche la sostanza dell’azione di governo che quella compagine può sprigionare o meno.
Di fatto non si tratta di garantire un programma avanzato di sinistra, ma solo alimentare la speranza che qualcuno a sinistra pro domo propria possa vedere avverate le promesse di assessorati, prebende, ecc. che gli sono state presentate. Dopodichè: credere che l’Udc possa sedersi in una giunta dove ci sono assesssori che si dichiarano comunisti o, semplicemente di sinistra, significa credere alle favole e volere far credere alle favole. La sinistra deve e può contare solo sulle proprie forze sapendo che mai potrà arrivare il soccorso scudocrociato, risparmino ai propri elettori questo ennesimo supplizio. Chi siederà al tavolo della trattativa, cercando di rappresentare le istanze del popolo della sinistra, faccia una scelta di dignità, che è anche l’unica scelta possibile, dica chiaramente: o noi o l’Udc. Al popolo della sinistra che cosa vogliamo dire: che basta dichiararsi di sinistra per svolgere un’azione popolare di governo? Che tutto è finalizzato al governo, quando per governare bisogna sedere a fianco di coloro che abbiamo osteggiato fino a ieri, all’Udc che all’inclinazione confessionale più spinta riesce ad unire l’ultraliberismo in economia? A tutto c’è un limite e oggi, la sinistra, deve saper rispettare questo limite e anche imporlo se occorre, perché questa alleanza stravolge la natura stessa della sinistra al di là della necessaria politica delle alleanze.

eugenio_pari@yahoo.it

Eugenio.Pari@comune.rimini.it

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La debolezza della falce e martello

Giuliano Garavini,   18 maggio 2009, 13:20Falce_e_martello

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=12097

Dibattito Non è solo un fatto di percezione comune. Non sono solo le statistiche che sembrano indicare che, così come nel caso di altri gruppi sociali, anche gli operai guardano con simpatia alle destre. L’obsolescenza della falce e martello non deriva dal mercato mediatico che non le dà spazio, dal leaderismo che permea i nuovi schieramenti politici e non deriva nemmeno dalla strisciante rivalutazione in atto del Fascismo. Il problema è ancora più strutturale e arriva fin dentro il mondo economico

Un intervento su questo tema deve partire da una premessa fondamentale in questa epoca di revisionismo storico. Io considero che l’Unione Sovietica non sia identificabile unicamente con il sistema della “purghe” staliniane, con un meccanismo economico asfittico che ha prodotto inquinamento e scarsità di beni alimentari e di consumo o con la sostanziale assenza di partecipazione democratica. Sono convinto che l’Unione Sovietica abbia parlato anche all’Europa Occidentale forzandola a muoversi verso un sistema di democrazia sociale dopo la seconda guerra mondiale, condivida il merito storico della vittoria militare sul Nazismo e sul Fascismo e abbia saputo parlare ben oltre i confini europei: aiutando lo sviluppo di movimenti di liberazione nel Terzo Mondo, così come la richiesta da parte di questi paesi di maggiori aiuti economici. Si tratta comunque di un dibattito, quello sul ruolo storico del comunismo sovietico, che sarebbe più saggio lasciare agli storici che utilizzare come moneta nella polemica spiccia del quotidiano.

Detto questo dirò anche che oggi, nel maggio 2009, in Italia, la “falce e martello”, per quanto riconosca la sua gloria passata in Italia e altrove, non ha una vera potenzialità rivoluzionaria e resterà il simbolo di un piccolo movimento politico. Chi continua ostinatamente a sventolarne la bandiera tradisce, e non tutti lo fanno in buona fede, l’obiettivo di fondo di una rivoluzione vincente dei più deboli contro i più forti, dei proletari contro i capitalisti.
Non è solo un fatto di percezione comune. Non sono solo le statistiche che sembrano indicare che, così come nel caso di altri gruppi sociali, anche gli operai guardano con simpatia alle destre. L’obsolescenza della falce e martello non deriva dal mercato mediatico che non le dà spazio, dal leaderismo che permea i nuovi schieramenti politici e non deriva nemmeno dalla strisciante rivalutazione in atto del Fascismo.
Il problema è ancora più strutturale e arriva fin dentro il mondo economico. Un mondo che per i comunisti ha avuto sempre la priorità sulla concezione dei diritti, sulla dinamica delle istituzioni politiche e delle idee. Il problema consiste nel fatto che i comunisti di oggi non si sono confrontati fino in fondo con la fine dell’Unione Sovietica, con i limiti delle loro parole d’ordine e alcune debolezze della loro analisi economica.

Si dice conflitto fra capitale e lavoro. Certo, giusto, questo conflitto non è sparito ed è oggi più vivo che mai, come dimostra il modo il cui si reagisce alla crisi economica in atto: cioè salvando il capitale e mandando a casa i lavoratori. Il capitale è sempre più forte, si mangia fette crescenti del Prodotto interno e la necessità di salvarlo prevale di gran lunga sugli interessi dei lavoratori, così come gli interessi dei paesi più dotati di capitale prevalgono sugli interessi dei paesi che ne sono privi. Il problema è che i comunisti non possono più indicare il Sole dell’Avvenire, perché non sanno più quale sia. A chi dicesse che il Sole dell’Avvenire è la proprietà dello Stato delle grandi banche, dei mezzi di produzione, nonché di tutti i servizi offerti al cittadino, come ho sentito ripetere ad “Annoa Zero” da Diliberto, io risponderei che, non poco, ho smesso di credere che questa alternativa sia, in definitiva, auspicabile. Lo Stato, e lo dimostrano le condizioni di precarietà che vivono i giovani italiani nelle strutture pubbliche, così come lo dimostra il fatto che il governo della Merkel ha dato vita al più grosso debito pubblico del dopoguerra, si comporta esattamente come gli altri padroni. E non è detto che fornisca una qualità migliore. Questo è stato purtroppo il punto debole del socialismo reale: alla fine dei giochi gli operai polacchi, avendo lo Stato come padrone, lavoravano negli anni Ottanta in condizioni più disperate dei loro omologhi nei paesi dell’Europa occidentale. Mentre il Primo Maggio in Europa occidentale era una ricorrenza viva, sentita, combattiva, in Europa dell’Est era una pratica triste e vuota perché i sindacati erano un braccio del pauroso potere dello Stato e dei suoi gestori.
Le soluzioni devono essere, credo, nuove e devono includere un definitivo superamento dell’idea di pervasiva proprietà statuale. Serve per esempio una proprietà pubblica delle reti, ma è giusto che chi utilizza questi reti possa essere un privato, una cooperativa, un ente locale o altro. Facciamo l’esempio dell’elettricità. Come prospettiva futura sarà essere mille volte meglio un sistema con migliaia di piccoli produttori di energia elettrica pulita, serre fotovoltaiche, pale eoliche così come grandi centrali, tutti connessi attraverso un sistema di reti pubblico, magari coordinato a livello europeo e fortemente slegato dal controllo dei partiti politici. Questa è stata una bella lezione di internet finché dura: i produttori di conoscenza sono tanti e la rete è sostanzialmente pubblica. Ma un nuova ENEL, che produce mastodontiche quantità di energia elettrica, gestisce le reti e poi sistema nei ruoli dirigenti gli amici dei partiti, mah! Servono battaglie radicali e senza esitazioni per conservare pubbliche tutte le reti, nonché quei beni come l’acqua che sono comuni, ma occorre liberarsi in modo definitivo dall’idea di centralizzazione statale della produzione di tutte le merci e i servizi.

Poi vi è il grande tema della lotta di classe. La falce e martello richiama la lotta degli operai e degli agricoltori contro i padroni e i proprietari terrieri. C’è una disperata necessità di estendere questa lotta di classe oltre i confini mai possibilmente immaginati dai comunisti. O meglio pensata da quella parte dei comunisti, come il gruppo dei “quaderni rossi” a Torino, che sono sempre stati minoranza e che erano abituati a ragionare seguendo da vicino le innovazioni nel mondo economico. Bisogna pensare come mettere insieme precari della ricerca, avvocati schiavizzati, immigrati, precari dell’industria, operai, piccoli imprenditori si sé stessi con partita IVA, lavoratori nei servizi, aziende in subappalto. La falce e martello con tutti questi può essere una garanzia di radicalismo, ma non può vincerne i cuori e le menti perché siamo di fronte ad una nuova classe lavoratrice molto più formata (anche se non sempre più educata) di quella degli anni ’20, ma anche degli anni ‘50 del Novecento.

Se si riuscirà mai convincere tutti questi novelli sfruttati, la mia impressione è che questi vogliano, al di la di garanzie solide e redditi decorosi, anche usufruire di massima libertà di movimento e di partecipazione. Bisogna mettere in discussione l’assenza di democrazia nel mondo dell’impresa privata, non per delegare tutto allo Stato, ma per una partecipazione diretta di chi è dipendente nelle strutture in cui lavora. Partecipazione non vuol dire partecipazione azionaria, vuol dire che si prendono direttamente le decisioni e si gestiscono i meccanismi della produzione.
Non basta aprirsi ai movimenti per affiancarli al Partito. Bisogna mutare la propria strategia politica. E’ questo aveva solo in parte capito Bertinotti quando aveva creato Sinistra europea come strumento per aprirsi ai movimenti, per poi restare il solo a decidere dalla A alla Camera. Serve molto di più. Che so creare leghe settoriali per difendere tutti i beni comuni, organizzare la massiccia propaganda per referendum europei, sottoporre le decisioni importanti del Partito a referendum su internet, e serve che tutto questo sia fatto in nome di una vocazione al futuro e non al passato. Vocazione al futuro che è sempre stata la matrice storica dei movimenti socialisti e comunisti.

Un’ultima ragione della debolezze della falce e martello, in prospettiva futura, riguarda l’Europa e le prossime elezioni europee. Tutti i partiti della “nuova sinistra europea”, quelli che si sono battuti con successo contro la Costituzione di Giscard d’Estaing, hanno abbandonato i simboli comunisti. Questo vale per il Partito socialista in Olanda che ha preso come simbolo un pomodoro e ha il 20 per cento dei seggi in Parlamento. Vale per “die Linke” in Germania che mette in difficoltà la socialdemocrazia e vale per il Nuovo partito anticapitalista di Besancenot in Francia. E’ possibile che l’Italia sia sempre così diversa da tutti gli altri grandi paesi europei?

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Allarme Pd: Cipputi vota a destra

C.R., 04 maggio 2009, 17:47cipputi1

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Flussi elettorali. Il sondaggio Ipsos/Sole 24 Ore sulle intenzioni di voto conferma le tendenze emerse dalle elezioni del 2008 e registrate dalle più autorevoli analisi dei flussi elettorali. Per la prima volta dal 1994 si è verificato un significativo spostamento di consensi da sinistra a destra, che ha riguardato anche i ceti che tradizionalmente hanno sempre sostenuto i partiti di sinistra: “Oltre il 43 per cento dei lavoratori di basso profilo (gli operai-esecutivi) dichiara di voler votare Pdl e quasi il 15 per cento Lega. Solo il 22 per cento preferisce il Pd” (-5,9 per cento rispetto all’aprile 2008)

Gli operai votano a destra. Non è una novità assoluta: il “sorpasso” era già avvenuto alle elezioni dello scorso anno quando per il 31,6 per cento scelsero il Pdl e per il 28,3 il Pd. Ma adesso la situazione – stando almeno all’ultimo sondaggio Ipsos pubblicato dal Sole 24 ore – è diventata drammatica.
Il voto operaio di destra “doppia” infatti quello democratico: 43,4 per cento contro il 22,4.

Dai rilevamenti Ipsos c’è più di un motivo di allarme per il Pd e il centrosinistra. Pdl e Lega supererebbero assieme la soglia del 50 per cento: 40 per il partito del premier, 10,3 per quello di Bossi. Il Partito Democratico si attesterebbe al 26,2 per cento, Di Pietro al 9, l’Udc sale a 6 per cento, mentre il duello nella sinistra radicale vedrebbe avanti Rifondazione-Pdci col 3,5 rispetto al 2,5 di Sinistra e Libertà.

Tra le categorie sociali, il Pd “mantiene” solo gli studenti (33,3 per cento, contro il 31,3 del Pdl) e gli impiegati e insegnanti (29,2 contro il 28,8). Per quanto riguarda il sesso la maggioranza dei suoi elettori sono donne, così come accade – e ancora più marcatamente – per il Pdl. Il partito di Berlusconi è in maggioranza tra le professioni elevate, i lavoratori autonomi (addirittura il 57,2 contro il 15,1), le casalinghe (50 a 20,2) e addirittura tra pensionati (38,7 a 33,4) e disoccupati (39,8 a 19,3).

Il sondaggio Ipsos/Sole 24 Ore sulle intenzioni di voto conferma dunque le tendenze emerse dalle elezioni del 2008 e puntualmente registrate dalle più autorevoli analisi dei flussi elettorali. Per la prima volta dal 1994 si è verificato un significativo spostamento di consensi da sinistra a destra, che ha riguardato anche i ceti che tradizionalmente hanno sempre sostenuto i partiti di sinistra: “Oltre il 43 per cento dei lavoratori di basso profilo (gli operai-esecutivi) dichiara di voler votare Pdl e quasi il 15 per cento Lega.
Solo il 22 per cento preferisce il Pd” (-5,9 per cento rispetto all’aprile 2008).

Sembrerebbe continuare dunque quello spostamento di consensi da sinistra a destra, che interessa anche i settori più deboli della popolazione italiana (operai e disoccupati), individuato da Itanes (Italian National Elections Studies, uno dei più autorevoli istituti di ricerca sui comportamenti elettorali e le opinioni politiche) tra le cause del “ritorno di Berlusconi” e della sconfitta del Pd alle politiche del 2008.

Il rapporto Itanes sui flussi elettorali, pubblicato da “Il Mulino” nel novembre scorso, ha infatti rivelato un fatto del tutto nuovo. Dal 1994 al 2006 – da quando l’Italia è entrata nella cosiddetta “Seconda Repubblica” e le competizioni elettorali sono dominate da due grandi coalizioni (il centrodestra berlusconiano e il centrosinistra ulivista) – le elezioni politiche erano state decise sostanzialmente dagli astensionisti. Di volta in volta, elettori di destra o di sinistra delusi dalle performance della propria coalizione decidevano di fatto, rimanendo a casa, la vittoria dell’altra.

Cos’é accaduto, invece, il 12 e il 13 aprile 2008? Mentre “nel 2006 le due aree politiche che si sono date battaglia con alterne vicende dal 1996 in poi erano alla pari quanto a voti validi, nel 2008 c’è stato un divario di oltre 4 milioni di voti”. Ma il fatto nuovo è che nel 2008, per la prima volta, un numero importante di voti si è spostato da sinistra verso destra (circa il 3 per cento rispetto alle precedenti politiche del 2006). Secondo Itanes, oltre ad un 4 per cento complessivo di elettori del vecchio centrosinistra rifugiatisi nell’astensione, “le formazioni di centrosinistra – scrivono gli autori – accusano un saldo negativo tra i flussi di mobilitazione e smobilitazione pari a circa il 4 per cento dell’elettorato… mentre il Pd perde a favore dei partiti di centrodestra circa il 10 per cento di coloro che avevano votato nel 2006 per l’Ulivo”.
Ciò significa che un 3 per cento abbondante dell’intero elettorato (circa un milione di voti) ha cambiato schieramento, passando dal Pd al PdL+Lega, determinando così la vittoria di questi ultimi.

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Perchè a sinistra?

 Appunti di Eugenio Pari per riunione di venerdì 13 marzo 2009

 Le ragioni e i motivi che ci hanno portati ad autoconvocare questa serata sono presto detti: l’importante partecipazione di mercoledì 4 marzo alla sala della provincia, ha, ad avviso di molti di noi, avviato finalmente un percorso. Il fatto più significativo di quella serata è la grande partecipazione che c’è stata, una partecipazione che dimostra chiaramente che vi sono le energie, la volontà per costruire un progetto politico di sinistra anche a Rimini. Storie diverse per provenienza, cultura e modalità di partecipazione alla vita pubblica si sono ritrovate su una questione essenziale: far vivere nel nostro paese una cultura politica che sappia proporre una alternativa alle logiche dominanti, che sappia proporre un modello di sviluppo compatibile con la vita delle persone in carne ed ossa, un modello sostenibile di sviluppo dal punto di vista sociale ed ambientale.

Sono state spese tante parole ed energie nel corso di questi mesi per dar vita ad un progetto di sinistra in Italia. Un progetto che sappia comprendere fino in fondo le enormi sfide che la contemporaneità presenta ad un soggetto che nasce per la trasformazione, un progetto che sappia farsi comprendere dalle centinaia e centinaia di persone che vengono maciullate dal modello basato sui consumi, un soggetto che sappia mettere in discussione sé stesso per mettere in discussione il sistema, un luogo dove la democrazia viene sostantivata dalla pratica della partecipazione di tutte e di tutti alle decisioni e non dove la democrazia serve da paravento per coprire gli accordicchi e la politica di piccolo cabotaggio dove l’obiettivo è quello della sistematica occupazione di poltrone volta a governare per governare. Un luogo della politica dove le persone e le biografie contano più delle tessere, un luogo della democrazia sostanziale, quella cioè dove non solo ognuno di noi può avere la possibilità di dire ciò che pensa, ma dove ognuno di noi sa con certezza che quello che dirà verrà tenuto in considerazione. Solo così – è mia ferma convinzione – la sinistra ha un senso, solo così la sinistra può pensare di costruire un percorso multiculturale per definire un progetto di trasformazione che sia qualcosa di concreto e non solo qualcosa di utile per presentarsi nelle campagne elettorali fregandosene di ciò che avviene. Per ripresentarsi a promettendo allo scadere dei 5 anni di legislatura.

Anche a Rimini da mesi molti di noi si sono impegnati in discussioni, hanno speso energie per tentare di costruire questo processo, una attività defatigante su cui troppe volte ha gravato la preoccupazione delle forze che si sarebbero rese disponibili a lavorare, in molti ha prevalso non il pessimismo della ragione, ma la paura, una paura spiazzante di perdere in partenza. Ebbene io sono convinto che le uniche battaglie che si perdono sono quelle che non si combattono, non mi riferisco solo all’impegno che certo sarà gravoso per presentare eventualmente una lista alle elezioni amministrative, ma a quella battaglia delle idee e dei principi che un individuo che si dichiara di sinistra deve sempre e in ogni condizione fare per l’avanzamento sociale e per la difesa degli individui più deboli. Una opera meritoria a difesa dei diritti: dal lavoro all’istruzione, dalla casa all’accesso ai servizi, dal diritto di vivere in un ambiente accogliente al diritto di non ammalarsi o peggio morire per le emissioni inquinanti di inceneritori, elettrodotti e traffico automobilistico. Una battaglia che vada a vantaggio di molti è meritoria, è una battaglia che per essere condotta fino in fondo non può che essere disinteressata. La sinistra deve consacrarsi alle esigenze materiali delle persone, a quelle spirituali, al raggiungimento della giustizia sociale, avendo in sé la consapevolezza di quanto sta facendo. Ebbene, questo compito deve essere portato avanti oltre tutti gli ostacoli. Il lavoro altruista, che persegue il bene comune, merita o prima o dopo il riconoscimento delle altre persone e questo implica la più profonda soddisfazione per chi agisce nella società e promuove il benessere nella società in cui vive.

È evidente quindi che i calcoli elettoralistici, le convenienze politiche volte ad ottenere prebende e posti di potere fittizio sono una cosa che deve, o almeno, dovrebbe essere contrastata da un partito di sinistra. Non posso negare che questi calcoli di opportunità siano uno dei fardelli a causa dei quali si attarda a costruire questo luogo della politica e della partecipazione. La politica è anche mediazione, al rialzo però, non sempre come siamo stati abituati a vedere al ribasso. Se ci sono le condizioni concrete per promuovere il benessere sociale allora ben vengano gli accordi, ma se queste condizioni non ci sono occorre dare rappresentanza ai principi di solidarietà e giustizia, trasformando la rabbia o la rassegnazione in una forza positiva per il cambiamento. È, però, possibile fare questo se tutti abbiamo la consapevolezza di possedere un vocabolario delle idee e dei principi comune, perché altrimenti prevale ancora una volta la convenienza di bottega e la strumentalizzazione di tutto ciò che si muove dal basso come contrappeso per le trattative politiche che non riguardano punti di programma, ma chi va a fare l’assessore piuttosto che il presidente della municipalizzata. È la morte dei sentimenti, è la morte della politica.

Chi ha partecipato alla riunione del 4 marzo penso abbia avuto una sensazione positiva nel vedere la partecipazione di così tante persone. Penso però se ne sia tornato a casa con il fardello di dubbi se non appesantito almeno invariato. A me è sembrato a tratti prevalere una logica di componenti: 4 partiti o movimenti che si riuniscono per dar vita alla sinistra, dove ogni componente reclama legittimamente il proprio spazio, le proprie quote. A me è sembrato che il processo sia un processo “in vitro”, dove le valutazioni delle persone in carne ed ossa rimangono sostanzialmente inespresse. Un giudizio severo ed ingiusto, forse, ma è l’idea che mi sono fatto. Al di la’ di richiami e di analisi sulla situazione e su quanto possa essere indispensabile la nascita di un partito della sinistra, ho davvero raccolto pochi stimoli. Una valutazione però l’ho fatta: siamo noi tutte e tutti che dobbiamo e possiamo sostanziare questo processo, le nostre biografie – dicevo prima – la nostra volontà di impegno disinteressata, la nostra voglia di trasformare l’ingiustizia quotidiana a cui spesso assistiamo in una battaglia politica per la trasformazione. È il terrorismo psicologico che si fa sui migranti, è la strada che viene costruita in un parco per servire l’ennesima speculazione edilizia, è l’incremento insostenibile delle bollette sui servizi che serve per costruire l’inceneritore, è la privatizzazione di tutti gli spazi e di tutti i beni pubblici, è la visione consumistica del vivere il tempo libero di quella cultura inculcata dalle sagre paesane con tanto di patrocinio di provincia e comuni, sono i megacentri commerciali, luoghi del vivere consumando la battaglia politica. Sono queste tante cose che separatamente ci fanno pensare ad un decadimento incontrollabile della società in cui viviamo, ad una impossibilità di porre un argine culturale. Tante cose che separatamente sembrano inaffrontabili che però si tengono l’una all’altra, cose concrete che richiedono un ruolo diverso delle istituzioni e della politica. Sono le cose che non funzionano nella vita quotidiana, è il mancato assolvimento di bisogni immediati che produce isolamento sociale, quell’isolamento da cui nasce l’intolleranza e la disperazione di tante, troppe persone. Sono problemi talmente tanto vicini di cui non possiamo permetterci di demandare la soluzione ad altri se non all’impegno che ognuno di noi può mettere in relazione al proprio tempo, alle proprie capacità e disponibilità.

Affrontare il globale partendo dal locale è una prassi che dobbiamo seguire, mi ci è voluto del tempo per comprendere questa che è l’unica via di uscita per questi tempi così neri, per farci sentire attivi e non spettatori oltre che un elemento di sano buonsenso. Lo possiamo fare, credo, partendo dalla via in cui abitiamo, parlando con i nostri vicini, fermandoci a parlare con quei migranti che magari vendono piccoli oggetti fuori dai supermercati, stando al fianco e sostenendo le battaglie dei 900 lavoratori della SCM che perderanno il posto piombando in una tragedia esistenziale. Lo possiamo fare immaginando su come potrebbe essere più bello il parco che frequentiamo, le strade che percorriamo, gli edifici che vediamo. Certo, questo esercizio può essere fatto prescindendo dalla partecipazione diretta all’agone politico, ma avere una idea di città, di come migliorare la vita dei nostri figli, costruita non sul compromesso programmatico raggiunto nell’ufficio di qualche partito, bensì ragionando con le persone e trasformando le centinaia di confronti in un progetto e un programma per rendere migliore il nostro territorio e costruire il senso di una nuova comunità è l’unico nostro patrimonio, è la garanzia del nostro impegno politico. Alla fine, al di la’ dell’esito elettorale penso che potrebbe essere per tutti noi una esperienza di arricchimento umano utile per farci capire dove viviamo e su cosa si potrebbe fare per vivere meglio. Un esercizio – insomma – per nulla ozioso.

Questa riunione non vuole imporre niente a nessuno, mi piacerebbe solo che fosse un momento non di risacca, ma di avvio vero e proprio di un percorso di resistenza civile da un lato, e di fucina di idee per il domani. È chiaro, le candidature presentate finora non mi rappresentano e per la prima volta nella mia vita se le cose rimarranno così non parteciperò al voto, sarei contento quindi di poter trovare sulla scheda elettorale un soggetto che abbia la fisionomia, gli obiettivi e le pretese che ho cercato di descrivere ma, come si dice, questo è un altro discorso.

Come organizzarsi? Io ho preparato per tutti un documento che penso possa darci un primo inquadramento su come poter organizzare i nostri lavori e su cosa proporre per organizzare i lavori e le discussioni. Ho copiato e incollato questo documento con l’auspicio di fornire un contributo, un punto di riferimento minimo che come tale deve essere considerato aperto ed emendabile in ogni sua parte. Come si vedrà il documento tratta solo della questione delle europee e non certo di liste territoriali, che, so per certo, in queste ore stanno legittimamente preoccupando altri compagni impegnati in una difficile discussione all’interno dei loro partiti e movimenti e, a sua volta, con altri partiti.

 

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Il Pd vuole l’azzeramento a sinistra. Ma la Sinistra ha cominciato il suo cammino e non si fermerà

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Di Fulvia Bandoli

Proviamo a ragionare pacatamente, anche se l’accordo di ieri sulla legge elettorale europea tra Berlusconi e Veltroni non si può mandar giù.
Ma la rabbia obnubila il cervello e dunque la metto per un attimo da parte.
Il pd  è in crisi profonda ( l’ipotesi sulla quale è nato praticamente fallita) e pensa di correre ai ripari, come tante altre volte molti hanno fatto, cambiando le regole del gioco e la legge elettorale. Berlusconi lo permette, non per dare una mano al Pd ma perché poi chiederà il conto su altre questioni in campo ( rai tv, giustizia, federalismo). Le piccole sinistre disperse fuori dal Pd sono anch’esse in gravi difficoltà ( incapaci fino ad ora di mettere in campo un disegno credibile di Sinistra popolare, democratica, che rimetta al centro i problemi del paese e della qualità dello sviluppo, la giustizia sociale, i diritti) ma negli ultimi mesi alcuni piccoli fatti erano accaduti: è partito, pur con fatica, un percorso costituente, si sono chiarite le cose dentro Rifondazione ( tra coloro che puntano ancora e solo sull’identità  e coloro che sono disponibili a mettere in gioco la loro cultura con quella di altre e altri in una Sinistra più ampia e non solo di testimonianza), sta nascendo in decine di città l’associazione Per la Sinistra ( primo passo verso la costituzione di un nuovo soggetto unitario della Sinistra). Oltre a questo spopola la Lega nei suoi territori e non solo, e il partito di Di Pietro ( un mix di populismo e di personalismo esasperato) lucra sulle difficoltà del Pd e sull’assenza di una opposizione concreta ed efficace.
Tutto ciò mentre la crisi economica morde sempre più forte mettendo in pericolo posti di lavoro ( centinaia di migliaia) e la Confindustria  con l’aiuto del Governo e la complicità silente del pd spacca i Sindacati e isola la Cgil sui contratti.
La sintesi è estrema ma non lontana dalla realtà. In questo quadro matura il proposito pervicace del gruppo dirigente del Pd di sbarrare la strada in Europa a tutte le formazioni minori. Il  parlamento europeo è sede di rappresentanza di tutte le culture politiche, anche piccole, non ha problemi di governabilità da risolvere,  e  in questi decenni molte battaglie civili ,democratiche, ecologiche, hanno visto protagoniste proprio le piccole forze politiche rispetto alla paralisi che spesso attanagliava i due più grandi schieramenti ( PPE  e PSE). Ma il segretario del Pd non pensa all’Europa in questo momento, pensa alla sopravvivenza politica e l’errore è proprio questo.
Quando manca la politica, quando il profilo di un partito non è chiaro, quando le differenze interne sono incomponibili…non è una nuova legge elettorale che può risolvere questi nodi. Lo si è pensato anche in passato ( sia a destra che a sinistra)…quante volte infatti si è cambiata la legge elettorale sperando desse una vittoria che la politica non dava?
Lo sbarramento, secondo coloro che lo propongono, dovrebbe servire a “mantenere” al Pd quel famoso voto utile che gli era arrivato da sinistra. A ridurre le perdite.

E dovrebbe stroncare sul nascere qualsiasi tentativo (pur difficile e travagliato) di dar vita ad una Sinistra nuova. Il pd non vuole essere un partito di sinistra ma non vuole che nasca nessun soggetto politico alla sua sinistra. Insomma lo schema sarebbe questo: il Pd da un lato, i Comunisti ( rifondazione e Comunisti Italiani) dall’altra….che nasca una Sinistra  che vuole competere con il Pd  non può essere tollerato. I dirigenti del Pd non accettano che qualche milione di elettori adesso, forse di più domani, non si riconoscano il quel partito e preferiscano l’astensione, il voto alla lega o all’IDV ( in ordine di grandezza).
Ma il disegno è miope anche per un’altra sostanziale ragione : alle elezioni politiche si è presentato un Partito Democratico appena fatto, fresco della mobilitazione che aveva dato vita alle “primarie”, pieno di belle speranze e unico grande partito che poteva essere presentato come una alternativa a Berlusconi. Oggi il Pd è un partito non nato ( non solo un’amalgama mal riuscito), che non riesce a prendere posizione su nessuna delle questioni in campo per via delle sue incomponibili divisioni, travagliato da una questione morale o per meglio dire da estesi “comportamenti” politici e amministrativi poco trasparenti e da una concezione del potere assai poco democratica. E’ altamente improbabile, per tutte queste ragioni, che gli elettori che lo votarono pensando di dare un voto utile stavolta ripetano quel voto. E ‘ più probabile che si indirizzino, per protesta,  verso Di Pietro o verso la Lega. E se così fosse, ancora una volta, assisteremmo a quella eterogenesi dei fini ( che per dirla in parole povere significa che si persegue un obiettivo e se ne ottiene uno contrario) che tante vittime ha mietuto in questi decenni. Non si rafforzerebbe alcun bipolarismo ( come si va pomposamente dicendo) ma si rafforzerebbero due partiti ( Lega e Idv) che assai difficilmente potrebbero essere in futuro alleati del Pd in una eventuale alleanza contro il centro destra. La scelta del Pd è isolazionista, inutilmente autosufficiente e miope. Io non so se questa sciagurata modifica della legge elettorale andrà in porto, noi ci batteremo con le nostre forze perché non sia così. Ma se dovesse accadere allora dovremo pensare a come mettere in campo una risposta politica, che non sia caratterizzata dalla improvvisazione e dalla ossessione  di arrivare al quorum, ma che sia la partenza di un percorso lungo ma serio. Questo penso oggi, disponibile come sempre al confronto con ipotesi diverse dalla mia.

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“Auguri Vitali, ma la sinistra schieri un suo candidato”

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Eugenio Pari

“Stefano Vitali ha dichiarato la propria disponibilità ad essere candidato alle elezioni provinciali per ciò che vale gli faccio i miei sinceri auguri, ma credo che la sinistra debba saper trovare una persona nella cui biografia siano iscritti con fatti concreti i principi di solidarietà e laicità”. Lo sostiene Eugenio Pari dei Comunisti italiani. “Il candidato vincitore delle primarie Pd sarà il candidato di tutto il centrosinistra. Credo che il mondo della sinistra possa trovare un proprio candidato non in contrapposizione a quello del Pd, ma alternativo, che sappia rappresentare un programma e degli ideali. Le primarie basate sulle persone e sui loro dati anagrafici, non possono essere condivise, perché è necessario che il mondo della sinistra trovi al proprio interno un uomo o una donna partendo dai temi della redistribuzione della ricchezza, della laicità, dell’ambiente. E’ necessario ripartire da una grande consultazione del territorio per creare risposte e soluzioni. A Rimini più di 400 lavoratori nelle ultime settimane sono stati messi in cassa integrazione, i recenti fatti di cronaca segnano una rottura del sistema della solidarietà, problemi che la sinistra dovrebbe affrontare individuando una persona nella cui biografia sia presente il costante impegno per risolverli”.

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