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Finanza forte, politiche deboli e la via d’uscita della democrazia

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Claudio Gnesutta  22 ottobre 2011

I guai dell’Italia, l’assenza dell’Europa e il vuoto di democrazia sono i tre temi al centro del dibattito sulla “Rotta d’Europa” iniziato lo scorso luglio col precipitare della crisi europea. In questa sintesi della discussione emerge il nodo difficile della finanza internazionale, che ha concentrato troppi poteri,  la necessità di rinnovare le istituzioni e le politiche dell’Unione, e di estendere le forme di partecipazione e democrazia a scala europea.

Rossana Rossanda nell’avviare la discussione sulla “Rotta d’Europa” ha posto la questione del rapporto tra la crisi del nostro debito pubblico e il ruolo incerto dell’Unione Europea in questa fase turbolenta. I successivi interventi, fin dal primo contributo di Mario Pianta, hanno affrontato questo tema nella convinzione che, per comprendere la situazione attuale e le prospettive dell’immediato futuro, sia essenziale individuare le ragioni della crisi delle istituzioni europee, non solo di quelle economiche ma anche, se non soprattutto, di quelle politiche.

All’inizio del dibattito la questione più trattata è stata la difficoltà dell’economia italiana nel fronteggiare l’attacco della finanza internazionale, ma ben presto l’interesse si è spostato sulle responsabilità dell’Unione europea, in primis della sua Banca centrale, per avere orientato la sua azione all’interno di una concezione neoliberista delle relazioni economiche e sociali considerando del tutto marginali i costi sociali che ne potevano derivare. Attorno a questi tre temi – situazione strutturale dell’economia italiana; inadeguatezza delle istituzioni europee nel sostegno dei paesi membri in difficoltà; ostacolo alla costruzione di una democrazia di qualità – si è concentrata riflessione collettiva non solo di dare una spiegazione delle difficoltà attuali, ma soprattutto di prospettare i modi per il loro superamento.

I tre temi costituiscono la guida per il tentativo di sintesi della discussione che presento in questo articolo, con l’intento di sottolineare gli snodi principali di un discorso collettivo e le acquisizioni maggiormente condivise. Nella prima parte riporto le spiegazioni della nostra fragilità economica e sociale e le sue connessioni con l’inadeguatezza assunta dal “progetto europeo”. Successivamente espongo quali cambiamenti sono proposti affinché le istituzioni economiche europee possano garantire ai paesi in difficoltà di far fronte agli shock finanziari, attuali e futuri. Infine, presento le contromisure che potrebbero controbilanciare l’ulteriore accentramento delle istituzioni economiche europee, potenziando il grado di democrazia politica dell’Unione. Non è possibile fare riferimenti puntuali a tutti gli spunti offerti dal dibattito; riporto l’indicazione dell’autore (tra parentesi) solo nel caso di citazioni esplicite o per segnalare il contributo che sviluppa un tema particolare.

Dal dibattito emerge, in sostanza, la convinzione che dalla pressione della finanza internazionale ci si può difendere, ma che ciò avviene più utilmente all’interno di appropriate istituzioni europee che offrano ai membri in difficoltà uno scudo nei confronti della finanza globale. Affrontare le difficoltà politiche e sociali per concretizzare una tale prospettiva ha però senso solo se l’obiettivo politico è quello del rafforzamento del “modello sociale europeo”, dell’Europa del welfare. Una tale prospettiva non riguarda esclusivamente il nostro paese, ma interessa tutti i paesi e l’Europa nel suo complesso e questo spiega perché le riflessioni sviluppate nel Forum non sempre distinguano nettamente le tre dimensioni geografiche (nazionali, europee, globali); un merito non marginale della discussione è proprio lo sguardo ampio che la caratterizza.

1. L’Italia in crisi e la fragilità del progetto europeo

Dal fordismo al neoliberismo. Pur con diversità di accenti, il dibattito ha ampiamente condiviso la tesi che il contesto, materiale e culturale, di “fede nel liberismo” (Rossanda) ha condizionato pesantemente le politiche economiche alla radice della crisi che dal 2008 imperversa sulla nostre economie e che negli ultimi tempi ha assunto la forma della crisi dei debiti sovrani. “Fede” di cui non sono rimaste immune nè l’Unione europea nè la BCE e la sua gestione dell’euro. Si è trattato di un orientamento politico-culturale che ha prodotto linguaggi, parametri, riferimenti politici e istituzionali che hanno affascinato ampi settori politico-culturali, anche della socialdemocrazia e della sinistra (Palmer). La visione neoliberista dell’economia e della società non è cosa recente; essa costituisce una drastica e irrimediabile cesura rispetto al compromesso fra le parti sociali di natura “fordista” che era stato il fondamento della politica economica dell’“età dell’oro del capitalismo” (Kaldor). Dagli anni settanta si avvia un processo politico-culturale travolgente che, attraverso l’imperativo di “liberare l’economia dalle bardature regolative per lasciare alle forze economiche di poter far da sé e, così, fare società” (Fassina), aveva (e ha) come obiettivo la costruzione di quella “società di mercato” regolata dalle relazioni dello scambio interessato. Sebbene la realtà sociale abbia ormai accettata la svolta monetarista favorevole al mercato “a tutti i costi” e quella della pubblic choice con la sua diffidenza per l’intervento pubblico, altrettanto non vale a livello sociale per quella logica della “piena libertà di circolazione delle persone, delle imprese e dei capitali, messi sullo stesso piano” che ha prodotto l’arretramento dei diritti sociali e la precarizzazione del lavoro sotto i nostri occhi (Bellofiore). Anche la crescente disuguaglianza degli ultimi decenni, più che essere dovuto alla minore capacità redistributiva del welfare, è il risultato della flessibilizzazione dei mercati pressati da una politica economica coerente con il processo di globalizzazione (Franzini). Con questo riferimento di fondo, il dibattito si è principalmente concentrato su due temi: il peso della finanza internazionale nel determinare le condizioni strutturali dell’attuale crisi e il (mancato) ruolo dell’Unione europea nel governare una realtà che, per la rinuncia a controllare i movimenti di capitale con l’estero, ha accettato di trasferire (parte del) proprio potere decisionale a istanze sopranazionali. (Rossanda)

Il ruolo strutturale della finanza globale. Il ruolo della “finanza globale” nell’attuale crisi è stato ampiamente commentato. Il diffuso giudizio negativo per i suoi condizionamenti economici e sociali è stato sostenuto da un approfondimento del suo modo di operare. La non-neutralità della sua azione è evidente dalla struttura gerarchica del sistema finanziario mondiale costituito al vertice da nove grandi complessi bancari e da tre società di rating, le cui scelte orientano inevitabilmente la dinamica dei mercati. I movimenti finanziari, per quanto nella loro dimensione speculativa appaiano irrazionali, costituiscono un meccanismo a loro modo efficiente in quanto funzionale a interessi globali (Fumagalli).

Va considerata, a questo riguardo, la capacità del mercato finanziario globale di orientare e di condizionare i flussi mondiali e i suoi effetti reali sull’economia per la sua facoltà di convogliare i fondi raccolti sull’intero scacchiere mondiale (inclusi le fasce di reddito elevato, europee e italiane) verso realtà economiche ad alto rendimento, seppur particolarmente rischiose (quali quelle del sud-est asiatico). In una logica strettamente economica e in un’ottica globale, non si può sostenere che la finanza induca effetti “distorsivi”, ma, dal punto di vista sociale, essa condiziona profondamente le prospettive di vita delle realtà “locali” non privilegiate dal suo credito. Non va sottovalutare il ruolo che l’infrastruttura finanziaria svolger per l’accumulazione nei paesi periferici, come è rilevato dalla direzione degli investimenti diretti, della delocalizzazione industriale, della rete di commesse e subforniture; in altre parole, non va sottovalutata la funzione storica della finanza globale a sostegno della fase di accumulazione “accelerata” a livello mondiale degli ultimi decenni che comporta, come effetto discriminatorio, le inferiori opportunità di investimento nei nostri paesi (Fumagalli).

Si deve inoltre riconoscere che la dimensione assunta dalle transazioni finanziarie (rispetto ai flussi reali della produzione e del reddito) è certamente “ipertrofica” per sostenere il processo di accumulazione descritto. Si deve però tener presente che per collocare i titoli presso risparmiatori avversi al rischio è “normale” che gli operatori finanziari utilizzino forme di rifinanziamento o di assicurazione per coprirsi dal rischio del debitore (particolarmente elevato per gli investimenti nei paesi emergenti). Ciò avviene, in forme più o meno sofisticate, con l’emissione di titoli da parte dell’istituto finanziario sui quali viene trasferita una parte del rischio finale. Quando la ripetizione abnorme di questa procedura determina l’enorme attuale volume delle attività finanziarie in circolazione, il sistema permette di spalmare il rischio (del debitore finale) tra una miriade di operatori tanto da farlo scomparire magicamente (ma non effettivamente) alla vista dei risparmiatori finali (e anche di molti intermediari). I titoli in circolazione appaiono allora per il singolo investitore del tutto sicuri e, la mancata corretta informazione a questo riguardo, lo induce a detenere titoli che non corrispondono alle proprie necessità. Un sistema finanziario così strutturato è strutturalmente instabile poiché i singoli operatori non sono in grado né di valutare l’effettivo rischio che corrono, né di governare le interazioni sistemiche che si vengono a generare quando divengono reali le perdite a carico del debitore finale. Per quanto il giudizio su tale meccanismo “impazzito” sia decisamente negativo per i danni economici e sociali che provoca, non si deve ignorare la considerazione preoccupante che non sembra esservi un’alternativa altrettanto potente per sostenere il processo di accumulazione globale; un meccanismo non obsoleto con il quale sarà necessario fare ancora i conti nel prossimo futuro.

Va infine sottolineata l’esistenza di un legame tra la liberalizzazione finanziaria e la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, rimarcata dalla crescita iperbolica dei profitti e delle rendite negli ultimi decenni. Non viene dato sufficiente rilievo al fatto che la crescente offerta di fondi finanziari dovuta ai risparmi dei ceti ad alto reddito, favoriti in varia maniera dall’alleggerimento dell’imposizione progressiva del reddito o dalla possibilità di evasione fiscale, è una componente essenziale della raccolta delle istituzioni finanziarie che le mette in condizione di redistribuire il risparmio dei paesi ad alto reddito (inclusi quelli europei) agli investimenti in aree a alto rendimento. Se il meccanismo è efficiente dal punto di vista finanziario (globale) non lo è a livello “locale” per la compressione degli investimenti e della crescita interna al di sotto delle sue potenzialità di risparmio. Solo l’accettazione acritica di una presunta oggettività economica può spiegare perché una comunità democratica accetti di sottostare a un tale meccanismo.

L’Unione europea: una scelta politica gestita in termini economici. Le considerazioni sul ruolo dell’Unione europea si concentrano sulla deriva che ha subito l’obiettivo originario di costituire un soggetto geo-politico autonomo a livello mondiale (Amato). Tale involuzione è bene espressa dalla trasformazione registrata, nel passaggio dalla Strategia di Lisbona a quella di Europa 2020, dell’obiettivo della “coesione sociale” che viene vista, nel documento più recente, come un peso per la crescita (Lundvall). Lo stesso disegno istituzionale europeo, centrato su Patto di Stabilità e Banca centrale, che avrebbe dovuto rappresentare gli strumenti di una politica economica autonoma per proteggere gli stati membri dall’instabilità e favorire l’integrazione politica, si è trasformato in un fattore di tensione quando, nel clima neoliberista, è stato ridotto a strumento “amministrativo” di supporto dell’autoregolazione dei mercati (Ferrara). Con la loro apparente depoliticizzazione, si è ridotto l’orizzonte di politica economica di queste istituzioni alla sola flessibilizzazione dei mercati, nella convinzione che le regole finanziarie da loro imposte fossero sufficienti, attraverso il contenimento dei salari reali e dei conti pubblici, a garantire alla società una crescita sostenuta e stabile (Bellofiore).

La dimensione politica dell’Europa si è, nella sostanza, appiattita sulla dimensione economica dell’Euro (De Fiores). La scelta della moneta unica da parte da parte dei paesi economicamente più fragili ha peraltro imposto loro dei vincoli che, alla lunga, sono diventati preminenti rispetto ai vantaggi (di più breve periodo) derivanti dal contenimento del costo dell’indebitamento, privato e pubblico. Due sono i vincoli che vengono evidenziati: la subordinazione produttiva alla centralità industriale della Germania; la subordinazione alle condizioni finanziarie internazionali, anche per effetto di una politica della BCE che non accoglie tra i suoi obiettivi la crescita del reddito e la tenuta dell’occupazione (Pianta).

Bandiera Unione Europea

Il mercantilismo tedesco… La centralità del “modello” industriale tedesco è una costante storica del panorama economico europeo. Esso è il risultato di una struttura politica e istituzionale a sostegno di una rete di imprese che operano in settori ad alta tecnologia e la cui competitività non-di-prezzo favorisce lo sbocco sui mercati esteri (Guérot). Il carattere dominante del sistema produttivo tedesco risulta acuito in un sistema di cambi inevitabilmente fissi, quale quello costituito dall’area dell’euro, per la presenza di paesi con una sistematica carenza competitiva. Da qui l’inevitabile tensione all’interno dell’area tra il contesto industriale e quello finanziario.

In effetti, l’economia tedesca, e quelle dei paesi che ne sono il corollario, non si avvantaggia solo dal fatto che gli altri paesi europei (che non possono svalutare per compensare la loro minore dinamica competitiva) costituiscono un importante mercato di sbocco, ma anche dal fatto che la presenza dei deficit commerciali di questi paesi frena l’apprezzamento della moneta europea. D’altra parte, per quanto contenuta, la rivalutazione dell’euro modera la crescita dei prezzi alle importazioni che favorisce i salari e i redditi reali, facilitando la pressione alla moderazione salariale e alla disciplina sociale che il modello tedesco richiede per conservare i suoi vantaggi competitivi (Leon et al.).

Per quanto riguarda le economie più deboli, la moneta unica le libera dal vincolo estero, ma essendo precluso l’aggiustamento della bilancia dei pagamenti tramite la svalutazione, lo squilibrio deve essere sanato accumulando debito (privato e pubblico) sull’estero. La possibilità di condizioni facili di indebitamento rafforza l’“illusione” di questi paesi di poter perseguire obiettivi di politica economica non sostenibili nel lungo periodo (Bagnai). È ciò che è divenuto manifesto quando le condizioni di credito sui mercati internazionali si sono inasprite con la crisi; i paesi deficitari sono stati sottoposti a pressione al fine di ridurre il loro squilibrio nei conti con l’estero attraverso l’aumento della loro produttività e i tagli del loro bilancio pubblico. La pretesa “tedesca” di risanamento dei conti è risultata di difficile gestione non solo per i tempi brevi richiesti, ma soprattutto per la inevitabile caduta della domanda a livello europeo che ne è seguita (Cesaratto, Simonazzi). Il superamento delle presenti difficoltà richiede tempi presumibilmente lunghi e riflessi pesanti a livello sociale; una prospettiva di lunga deflazione con preoccupanti effetti su disoccupazione e livelli di reddito che allarma anche la forte società tedesca (Leon et al.).

…e la subordinazione alla finanza internazionale. La finanza ha il ruolo di disciplinare i comportamenti “locali” per renderli coerenti con l’attuale modello di sviluppo “globale”, attraverso il naturale meccanismo speculativo che sposta gli enormi fondi in circolazione dai titoli dei debitori con peggiori prospettive a quelli con redditività maggiore. Se, come è successo per i titoli pubblici dei paesi periferici dell’euro e dell’Italia, la finanza ritiene che le prospettive dei soggetti debitori sono peggiorate, essa non è disposta a detenere tali titoli nei propri attivi a meno che (per effetto della pressione delle sue vendite) non aumenti il loro rendimento (Gnesutta).

Va rimarcato che la debolezza dei conti pubblici non è costituita tanto dal livello dello stock del debito pubblico (non si pone la necessità di “ripagare” il debito), quanto dalla capacità di garantire nel tempo il “servizio del debito” (Bruno). In effetti, per essere tranquillizzata, la finanza deve ritenere che lo Stato potrà disporre nel corso del tempo delle risorse necessarie per il pagamento degli interessi (e per il rinnovo della tranche di fondi in scadenza) in quanto il sistema produttivo sarà in grado di far affluire a esso un adeguato volume del reddito prodotto. Se ciò non dovesse avvenire e le istituzioni finanziarie diano una valutazione negativa sulla capacità dello Stato di rispettare i propri impegni, questi sarà soggetto a condizioni più pesanti per essere rifinanziato; il maggior tasso d’interesse che accettare è in sostanza il rimborso anticipato di quella quota del capitale che il finanziatore valuta di perdere per il possibile default futuro. Si tratta di un’ovvia conseguenza di una valutazione soggettiva di presumibili inadempienze future, che però aggrava le condizioni correnti dei paesi in difficoltà, quando non le rende addirittura intollerabili, e il peggioramento della solvibilità dello Stato giustifica a posteriori il primitivo giudizio negativo.

È ampiamente condiviso che la pressione della finanza compromette l’autonomia degli stati; in effetti, le valutazioni sulla solvibilità dei conti pubblici sono formulate dalle stesse istituzioni finanziarie (incluse le società di rating) e pertanto incorporano la loro avversione per quelle politiche, correnti e future, che esse giudicano non “corrette”, ovvero contrarie ai propri interessi. Nell’accettazione piena di questi giudizi la “politica” esprime la sua piena soggezione nei confronti del “mercato”, rendendo esplicito che la finanza internazionale rappresenta la forma più compiuta, astratta e delocalizzata del capitale (Viale).

La crisi dei debiti sovrani dei paesi europei mostra l’inadeguatezza dell’attuale struttura istituzionale europea a rappresentare una protezione dei debiti pubblici dei paesi-membri più deboli, protezione che pure era stata ampiamente attivata nel 2008 per la crisi delle banche. L’incapacità della politica economica europea di fornire ai conti pubblici il necessario sostegno finanziario intacca la sua credibilità finanziaria, garanzia per l’indispensabile apertura di credito sui mercati per il loro rifinanziamento. Risulta in tal modo rafforzata la pressione per ridimensionare l’intervento pubblico (attraverso tagli e liberalizzazioni) con prevedibili pesanti ricadute sociali poiché le drastiche manovre di rientro richieste aggravano le condizioni di rifinanziamento e sospingono l’economia lungo una pericolosa china deflazionistica.

Una prospettiva deflazionistica per l’Europa. Se la speculazione sui titoli pubblici può apparire giustificato a livello di singola istituzione per la necessità di ricostituire, in una fase di crisi prolungata, le “proprie” condizioni di solvibilità (ma a scapito della stabilità di altri soggetti, privati e pubblici), esso risulta intrinsecamente contraddittoria per il rischio che tale comportamento risulti un detonatore per la diffusione della crisi, non solo produttiva ma anche finanziaria. Ciò si verificherebbe se la speculazione proseguisse oltre, sui titoli delle banche (europee) impegnate nel finanziamento dei debiti pubblici e poi su tutti gli altri, di cui i recenti crolli di borsa sono il segnale di una logica finanziaria priva di qualsiasi contrappeso di cautela sistemica (Comito).

In presenza di una crisi che sta erodendo tutti i punti di stabilità a livello globale appare evidente come l’Europa – nel suo complesso e nelle sue singole nazioni – si trovi schiacciata tra difficoltà competitive dal punto di vista industriale e condizioni di subalternità dal punto di vista finanziario. Nell’interpretazione politica neoliberista particolarmente aggressiva degli ultimi tempi, la situazione è ritenuta insostenibile per i “costi” che le economie europee devono sostenere per il loro welfare. Non meraviglia allora che, di fronte alla pressione finanziaria internazionale, il riaggiustamento richiesto ai diversi paesi assuma la forma del contenimento diretto e indiretto dei salari reali e dei redditi della classe media (Pizzuti). Se poi, come in Europa, non viene affrontata la questione della politica fiscale comune per non interferire con gli obiettivi nazionali e se, come in Italia, il governo ha un orizzonte di ancor più corto respiro della finanza, l’assenza di una politica europea autonoma si traduce necessariamente nella sottomissione della società alle condizioni poste dai mercati (Pianta).

Le ipotesi di soluzione avanzate, e spesso imposte, a livello internazionale operano per un aggravamento delle difficoltà in quanto prospettano un quadro complessivo dalla netta tendenza alla stagnazione particolarmente preoccupante per le condizioni di vita delle fasce sociali più deboli. La mancata ricerca di uno spazio per rispondere alle essenziali esigenze di vita e di benessere dei propri cittadini (Fassina) riflette l’insoddisfacente mediazione tra modello sociale europeo e modello globale di mercato da parte dell’attuale governo dell’Europa per aver assegnato al capitale, e alla sua ricerca di efficienza guidata dai “mercati finanziari”, quella sovranità sulla politica (economica) che le Costituzioni democratiche attribuiscono al popolo (Viale).

 

 

2. Convivere con la finanza: la governance economica

L’Europa, un’area economicamente non omogenea. La gestione della crisi determinerà i caratteri futuri della società europea sia per come si struttureranno i poteri a livello sovranazionale, sia per gli obiettivi che risulteranno istituzionalmente privilegiati. A questo riguardo, sono due gli aspetti sui quali si è concentrata l’attenzione: la ristrutturazione dell’architettura istituzionale della politica economica europea attualmente fondata sull’autonomia della banca centrale e sull’efficienza informativa dei mercati (finanziari); la qualità dell’impegno dell’Unione per garantire ai paesi economicamente più fragili una loro collocazione sostenibile al suo interno.

Per non uscire da questa crisi in senso regressivo (abbandonando cioè i carattere di una società del welfare) è importante partire dall’ovvia constatazione che l’area europea non è una realtà omogenea, né dal punto di vista economico, né tanto meno da quello politico e istituzionale (Bellofiore). Le evidenti asimmetrie esistenti, tra paesi e all’interno di ciascuno di essi, rendono contraddittoria la pretesa – assunta spesso come obiettivo – di perseguire la convergenza tra paesi in termini di competitività, salari e conti pubblici: le asimmetrie evolvono nel tempo, si possono accentuare o attutirsi, ma non possono essere completamente riassorbite; con esse si deve convivere nell’oggi e nel futuro. L’affermazione più volte enunciata che l’Unione europea non è un’area valutaria economicamente ottimale è scontata, anche se nella sua incontestabilità è lungi dal cogliere il senso del problema. In effetti, l’Unione è, per scelta, un’area valutaria politicamente ottimale e, finché permane questa scelta, essa ne deve sostenere i relativi costi. In altre parole, se intende sopravvivere politicamente, deve risolvere la questione di come far convivere al suo interno una realtà di irriducibili asimmetrie nazionali e ciò richiede di adottare una governance non subalterna alla finanza globale (Gianni).

Non meraviglia allora che le cause della crisi e della sua particolare intensità siano state collegate alle possibili carenze del quadro istituzionale della politica economica europea che risulta inadeguato per realizzare compromessi all’altezza della gravità della situazione. Appare quindi essenziale una ridefinizione delle attuali istituzioni di politica economica per affermare una prospettiva europea liberata dal dogma neo-liberista (Musacchio).

Accettare il fallimento: l’uscita dall’euro e il default. Prima di affrontare questo punto – che è quello sul quale si è concentrato maggiormente il dibattito -, conviene soffermarsi sulle posizioni alternative che, accettando il fallimento della moneta unica, auspicano un’uscita dall’euro. La complessità della situazione accumulatasi nel tempo, l’incertezza nel garantire nei tempi brevi le richieste della finanza, la sfiducia nel poter far affidamento sulla protezione delle istituzioni europee, tutto ciò giustifica una scelta così drastica in quanto ritenuta preferibile al dover sottostare ai costi sociali di una deflazione dei debiti (Leon et al.). La considerazioni di un tale evento è importante poiché può non essere il frutto della ricerca di una maggiore indipendenza nazionale nella conduzione della politica economica, ma essere invece il risultato improvviso di condizioni di forza maggiore o della benevola disattenzione degli altri paesi europei che, anche contro i propri interessi di più lungo periodo, rinunciano ad assumersi le responsabilità politiche richieste dall’appartenenza a un’unione politica (Guèrot, Comito).

I sostenitori di questa opzione ritengono che con l’abbandono della moneta europea, e una forte svalutazione della nuova valuta nazionale, si possa utilmente riconquistare la gestione del cambio ai fini della crescita. (Bagnai)

Per quanto rimanga indefinito quale maggiore margine espansivo possa avere una politica monetaria locale nell’attuale gestione monetaria globale di bassi tassi d’interesse condotta dalla Fed, è indubbio che acquisire la flessibilità del cambio, dovrebbe permettere il sostegno delle esportazioni e quindi della crescita. Tuttavia, lo strumento abbandonato, il cambio fisso, lascia scoperto l’obiettivo al quale era finalizzato (la stabilità dei valori nominali, i prezzi e salari interni) per il perseguimento del quale si rende necessario acquisire uno strumento distinto. Anche se non è difficile ammettere che sull’importanza della stabilità dei prezzi vi sia un eccesso di enfatizzazione, ma ciò non significa che con la flessibilità del cambio non si rischi una pressione inflazionistica che ridimensioni l’atteso rilancio della competitività di prezzo.

Per quanto riguarda gli effetti finanziari della svalutazione, essa risulterebbe efficace se l’indebitamento del paese fosse espresso nella propria moneta, come sarebbe il caso della svalutazione del dollaro per gli Stati Uniti; l’effetto risulterebbe invece gravoso se il debito fosse espresso in una valuta diversa (come nel caso dei piccoli paesi che si indebitano all’estero). Anche in questo caso, l’effetto negativo potrebbe risultare contenuto se la politica economica interna riuscisse a bloccare le aspettative di inflazione interna e ad acquisire la fiducia dei mercati internazionali sulla sua solvibilità futura. Solo in questo caso, non si interromperebbe il rifinanziamento del debito estero e l’aumento del premio per il rischio rimarrebbe contenuto con effetti benefici sull’onere del servizio del debito, sia pubblico che privato. Di nuovo, liberarsi dal vincolo del cambio fisso non è risolutivo, anche se utile all’interno di una forte strategia di rilancio dell’economia e di risanamento dei conti pubblici volte a migliorare la credibilità finanziaria del paese.

I medesimi condizionamenti finanziari sono presenti anche per le proposte di ricorso al default – volontario o imposto, accompagnato o meno dell’uscita dall’euro – con il quale il paese in difficoltà dichiara di non essere disposto a onorare il proprio debito nelle forme a suo tempo contratte (Fumagalli). Una tale scelta comporta una contrattazione con i creditori, assistita o meno dall’intervento delle istituzioni internazionali (FMI, UE). Per le considerazioni fatte in precedenza, la scelta del default può non essere risolutiva poiché non è detto che la parte dello stock di debito che si riesce a cancellare sia sufficiente a ridurre il servizio del debito sulla parte dello stock di debito non condonato. Qualora il paese debba di necessità rifinanziarlo sul mercato, è presumibile che le condizioni di tasso e di rimborso risultino più pesanti per la ricerca dei finanziatori di non correre il rischio di default futuri. L’alternativa inevitabile per evitare l’aggravio del servizio del debito è procedere in un processo di risanamento “credibile” dai tempi piuttosto lunghi e dai costi presumibilmente pesanti. Un default controllato e, se fosse possibile, sostenuto da un ampio consenso a livello europeo potrebbe ridurre di molto i costi dell’operazione; ma se ciò fosse realizzabile, l’appoggio europeo potrebbe essere sfruttato meglio per sostenere altri processi di correzione meno penosi degli squilibri dei contipubblici.

La valutazione che, allo stato attuale, l’uscita dall’euro o la dichiarazione di default appaiono improponibili si fonda sulle preoccupazioni che entrambi innestino un circolo perverso di inflazione-deflazione e conseguente processo involutivo con un continuo deterioramento delle condizioni del mondo del lavoro e dei settori più deboli della società (Ciafaloni, Amato). Non sembrano inoltre secondarie le implicazioni a livello internazionale che si avrebbero dal dissociarsi dagli accordi dell’euro in quanto il nostro paese si renderebbe (ancora più) marginale nel governo della politica europea. Inoltre non va trascurato che comunque l’area monetaria europea può costituire un’utile “scialuppa di salvataggio” in questo frangente storico così intricato. (Wallerstein).

Una nuova governance europea: la politica fiscale … La valutazione, ampiamente ripresa nel dibattito, che non sia possibile pensare a un nostro futuro autonomo rispetto a quello dell’Europa si è appoggiata su una riflessione di quali forme dovrebbe assumere l’auspicata “più Europa”. Aspetto cruciale di questa prospettiva è il rafforzamento della politica fiscale a livello comunitario attraverso l’ampliamento del bilancio e il potenziamento della sua politica macroeconomica.

I maggiori fondi di cui dotare il bilancio comunitario andrebbero destinati a sostenere la domanda interna dell’Unione non solo in funzione anticiclica, particolarmente rilevante nelle fasi recessive come l’attuale, ma anche con finalità strutturali. Per quanto riguarda il primo aspetto vi è la necessità di interventi per avviare a livello continentale un ciclo trainato dagli investimenti, particolarmente propizio in un momento in cui l’eccesso di capacità e la presenza di disoccupazione dovrebbe rassicurare sui pericoli di tensioni inflazionistiche e di squilibri nei conti con l’estero (Ietto-Gillies, Bruno). La regolazione della domanda a livello dell’Unione permetterebbe ai diversi paesi che presentano squilibri produttivi di alleggerire l’intensità e di ridurre i tempi del riaggiustamento dei loro conti pubblici e dei loro conti con l’estero. Si tratta di un’azione che eviterebbe le pressioni deflazionistiche presenti nelle ricette di rilancio produttivo basate esclusivamente sulle condizioni dell’offerta (flessibilità del mercato, stimolo alla competitività, risanamento delle finanze pubbliche), quali quelle previste dal “Patto Europlus” della scorsa primavera. (Pizzuti, Bellofiore).

L’altro obiettivo della politica macroeconomica europea dovrebbe riguardare l’aspetto strutturale della promozione e il sostegno dell’occupazione attraverso sia progetti di sviluppo sostenibile funzionale alla riconversione ecologica dell’economia, sia programmi antipovertà nei confronti delle fasce sociali a rischio. Un intervento che richiede anche una ristrutturazione delle forme di prelievo che potrebbe essere centrato su un’imposta patrimoniale in un contesto di aliquote fiscali armonizzate a livello europeo (Palmer, Baranes). Ciò permetterebbe di contrastare le tendenze attuali alla disuguaglianza dei redditi e di garantire, con lo spostamento di fondi dalla ricchezza privata al finanziamento di investimenti pubblici, un assetto sociale più equilibrato. Il costo dell’assetto istituzionale è certamente la perdita (di parte) della sovranità fiscale delle singole nazioni, ma i vantaggi sarebbero notevolmente maggiori. Un’Europa in grado di adottare proprie “ricette” (Lunghini) per allentare i vincoli strutturali alla crescita disporrebbe anche di una maggiore capacità contrattuale da far valere nelle trattative sulle politiche commerciali a livello globale per guidare i processi di ristrutturazione delle proprie economie (Murer).

… e la politica finanziaria. Alla richiesta di una maggiore autonomia per la politica di bilancio si accompagna inevitabilmente l’esigenza di adeguare le forme del suo finanziamento permettendo la raccolta diretta di fondi sul mercato, anche attraverso l’emissione di propri titoli (eurobonds). La consapevolezza che la debolezza finanziaria dell’Europa penalizza le sue potenzialità di crescita e quindi il progetto politico sul quale si fonda, induce a condividere le proposte di innovazioni istituzionali, alcune avviate (Esm, il fondo salva-stati, l’imposta sulle transazioni finanziarie), altre discusse ma in attesa di essere considerate (eurobonds), altre ancora da discutere (default controllato, abolizione dei paradisi fiscali, creazione di un’agenzia europea di rating, riregolamentazione dei movimenti di capitale più speculativi di brevissimo periodo). (I veri creditori siamo noi, Tricarico) Sono tutti dispositivi importanti, ma l’aspetto più significativo sul quale va richiamata l’attenzione è la necessità che essi configurino un’architettura complessiva della politica finanziaria europea al cui interno essere organicamente collocati. L’esigenza è infatti quella di poter contare su un sistema di istituzioni che, per coerenza e completezza, funga da “ombrello” alla finanza europea, pubblica e privata, per fronteggiare gli attacchi (Comito).

La questione di quali disavanzi pubblici sono “cattivi”, e quindi da rimuovere, e quali quelli “buoni” da accompagnare nella loro evoluzione, non va lasciata a un mercato che si caratterizza per l’ottica di breve periodo e per obiettivi esclusivamente di profitto (Bellofiore). È necessario “disarmare” la finanza privata su questi terreni e attribuire il relativo potere a istituzioni (europee) in grado di fornire un giudizio attendibile sull’aggiustamento richiesto che tenga conto delle implicazioni, anche sociali, di lungo periodo. È quindi cruciale introdurre adeguate modalità di rifinanziamento dei bilanci pubblici, forme di garanzia del debito pubblico, meccanismi per il loro monitoraggio, procedure finalizzate a garantire i tempi e i modi più consoni di provvedere alla ristrutturazione dei propri conti al minor costo sociale. La difesa della finanza pubblica da attacchi speculativi è giustificata dalla necessità di tener sotto controllo gli effetti sistemici di particolare gravità che potrebbero essere innestati dal contagio di altre istituzioni non necessariamente in condizioni precarie, come si prospetta per le banche europee nell’attuale situazione in cui sembrano essere il bersaglio ultimo della speculazione aggressiva. Acquisire gli strumenti e la capacità di gestire eventuali situazioni critiche renderebbe inoltre ingiustificato il giudizio di fragilità finanziaria attualmente attribuito all’euro; ne beneficerebbe l’intera Unione.

In un contesto istituzionale così modificato, gli stessi obiettivi della Banca centrale europea andrebbero aggiornati per il necessario coordinamento con gli altri livelli della politica economica europea. Si rovescerebbe quel peccato d’origine che ha finito con l’attribuire all’euro il ruolo di obiettivo dell’unità politica, piuttosto che quello di strumento (Fassina). Se già oggi si assiste a modificazioni non marginali (acquisti sul mercato secondario di titoli dei paesi in difficoltà) nella conduzione della politica monetaria per adeguarla alla situazione che si sarebbe creata con la costruzione di istituzioni per la politica finanziaria. Sarebbe una profonda trasformazione dell’assetto istituzionale europeo in quanto, come emerge dal dibattito sulla Costituzione europea, sarebbe messa in discussione proprio quella forma di rigido supporto del mercato che, attribuito costituzionalmente alla Banca centrale, avrebbe dovuto modellare tutte le altre istituzioni dell’Unione (Ferrara).

Non va trascurata, infine, la possibilità di comportamenti opportunistici da parte di governi non disposti a gestire i loro conti pubblici nel rispetto degli impegni assunti a livello comunitario. (De Ioanna). La credibilità dei membri all’Unione è un problema rilevante per la stabilità dell’intera struttura istituzionale; il suo rafforzamento richiede pertanto un sistema consensuale di incentivi e di sanzioni nei confronti di coloro che possono essere tentati a non rispettare le regole e ciò inevitabilmente richiede un’ulteriore delimitazione della sovranità fiscale dei singoli paesi. Ma non nei termini proposti dall’ipotesi di costituzionalizzare il vincolo del pareggio di bilancio poiché tale modalità di controllo è basata sull’imposizione di regole fisse e di delega delle scelte politiche alle forze economiche che è profondamente contraddittoria con l’esigenza presente nel dibattito di riappropriarsi, in un contesto di scelte democratiche, della discrezionalità e della responsabilità della politica economica (Mortellaro).

Ridefinire gli obiettivi della politica macroeconomica europea. Sono queste considerazioni che rendono rilevante, sia nella riflessione che nella prassi politica, la costruzione di un sistema istituzionale che garantisca una governance democratica dell’Unione in grado di sfuggire alla subordinazione totalizzante dei mercati (Lundvall), di affrancarsi da quel “senato virtuale” dei prestatori di fondi internazionali autoinvestitisi del potere di decidere quale futuro debba spettare ai popoli (Lunghini).

L’aggettivo “democratica” che qualifica la governance è la qualità che si richiede alle nuove istituzioni europee affinché il loro operare sia finalizzato alla realizzazione del “modello sociale europeo” (Gianni, Gallino). Si tratta senz’altro di disporre di un terreno in cui è possibile perseguire gli obiettivi alti di sviluppo sostenibile, di lotta alla povertà e di garanzia della pace (Ragozzino), ma anche di promuovere quelle condizioni di trasparenza e di assunzione di responsabilità che permettano l’efficace monitoraggio e il controllo sociale delle scelte adottate. È un’esigenza fondamentale per controbilanciare l’inevitabile ulteriore trasferimento della sovranità (fiscale) a livello sovranazionale (Kaldor).

 

3. L’Unione economica e sociale: la governance democratica

Il modello sociale europeo come punto di riferimento. La costruzione di un assetto finanziario europeo comporta inevitabilmente un accentramento delle decisioni rilevanti sia per l’evoluzione di breve periodo che per la sostenibilità della società europea nel lungo periodo e pertanto richiede un parallelo rafforzamento delle strutture politiche attraverso le quali si realizzano le scelte democratiche. Il riferimento alla democrazia non va inteso in senso formale, dato che la costruzione e la gestione di un apparato così complesso non sarebbe giustificato se l’obiettivo fosse semplicemente quello di adattarsi a una società di mercato. L’impegno per una tale realizzazione ha senso solo se lo scopo è quello di governare le asimmetrie nazionali esistenti in una prospettiva di sviluppo di un modello di società, quale quella rappresentata dall’Europa del welfare, che garantisca una crescita economicamente e socialmente sostenibile nella realizzazione di una democrazia di qualità. (Gallino).

Per quanto non univocamente presente sul continente (Franzini), il “modello sociale europeo” è pur sempre quello che più si avvicina a quella “identità europea” che Castells individua nei “sentimenti condivisi sulla necessità di una protezione sociale universale delle condizioni di vita, la solidarietà sociale, un lavoro stabile, i diritti dei lavoratori, i diritti umani universali, la preoccupazione per i poveri del mondo, l’estensione della democrazia a tutti i livelli” (Lundvall). È evidente che una tale prospettiva impone che si costruiscano istituzioni europee che non siano gregarie del mercato (Fassina), ma sappiano tenere la rotta per sollecitare e incanalare comportamenti favorevoli allo sviluppo della democrazia e per promuovere, in quanto meccanismo redistributivo alternativo al mercato, la crescita sostenibile e il rafforzamento del welfare in vista della riduzione delle disuguaglianze tra i paesi e all’interno di ciascuno di essi (Amato, Melloni, Mattei, Frassoni).

La gravità della crisi gioca a questo riguardo in modo ambiguo. Da un lato, rappresenta una formidabile spinta alla trasformazione del modo in cui sono attualmente governate le società europee (Schiattarella), ma dall’altro, porta a ripetere in forma accentuata le scelte del passato fondate sul mercato. La crisi economica ha evidenziato la crisi della politica, della sua capacità a a definire una visione della società futura e a governare la sua realizzazione. È evidentemente in gioco è il ruolo dello Stato e quindi della politica. Dal modo in cui si risolverà la crisi ne potrà risultare rafforzata la subordinazione dello Stato alla finanza e al mercato, oppure all’ente pubblico verrà riattribuita, in un quadro diverso di obiettivi e di strumenti e con istituzioni pubbliche innovate, il ruolo di fattore del progresso sociale (Rossanda).

Le difficoltà politiche e sociali.Per una prospettiva di innovazione istituzionale quello che sembra mancare all’Europa è il “capitale politico”. Di ciò testimoniano le difficoltà che l’Unione incontra nel trovare una soluzione di ampio respiro per salvare alcuni suoi stati-membri, ma soprattutto per i ritardi che registra nel prendere coscienza del pericolo che sta correndo il suo stesso progetto. (Leon et al.) È drammatica la sua irresolutezza a rivendicare un proprio ruolo autonomo nel sostenere lo sviluppo della società europea in una fase storica nella quale la finanza internazionale spinge per ridimensionare lo Stato di welfare e le forme di democrazia che su di esso si fondono.

La posta in gioco è politica: il contenuto civile dell’Unione. È la questione della governance democratica dell’Unione europea, la cui attuale fragilità emerge dal combinarsi della concentrazione dei poteri decisionali in ambiti sovranazionali con la rilevanza che assumono nelle scelte di fondo gli umori di elettorati contrapposti sulla base degli interessi nazionali. (Balbo) L’asse Merkel-Sarkozy appare essere il governo economico europeo autoproclamatosi al di fuori di qualsiasi rappresentanza democratica e in assenza di un confronto nelle sedi istituzionalmente definite. Il consolidarsi del direttorio franco-tedesco stravolge il senso dell’Unione europea poiché pone gli stati economicamente più fragili in una posizione subalterna: la loro debolezza finanziaria, rendendoli dipendenti dall’aiuto dei paesi forti, rischia di trasformarli in semplici amministratori di politiche altrui (Gianni, Mortellaro).

La costruzione di una democrazia interstatuale più avanzata –alternativa all’adattamento “passivo” alle prescrizioni dell’economia globale – appare molto problematica se si considera quanto le decisioni assunte a livello europeo siano fortemente condizionate dai sentimenti nazionalistici di un elettorato privo di una visione autenticamente europea (Balbo, Bruno): la paralisi che dimostra la Germania su questo terreno cruciale è una tragedia tedesca e europea (Guèrot). Inoltre l’incertezza dovuta alla situazione di crisi non favorisce certamente una risposta avanzata da parte degli ampi strati sociali che ne sono colpiti; ma la lontananza dei cittadini dalle decisioni prese a livello europeo moltiplica la sfiducia nei confronti dell’Unione dando spazio a chiusure populistiche e nazionalistiche (Palmer). Se l’unico modo per contrastare il dominio del mercato e il facile populismo consiste nel rifondare il primato alla politica, allora è viva la preoccupazione che le forze di sinistra non siano in grado di predisporre un’appropriata agenda innovativa, vivificata da un continuo e approfondito confronto a livello europeo, capace di indicare linee convincenti di lungo periodo e conseguenti politiche di breve periodo in grado di sovrastare le difficoltà oggettive di comunicazione e quelle soggettive elettorali (Mortellaro, Frassoni).

 

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Munchausen e dintorni

Di  Isidoro Davide Mortellaro*

Su il manifesto del 14.09.2011 

http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2011/mese/09/articolo/5359/

«Mi salvò la mia destrezza e la mia sovrumana energia: afferrai il mio codino e mi tirai su. Proprio così, amici: con la sola forza del mio braccio destro, a rischio di strapparmi il codino, mi tirai su, me e il mio cavallo che stringevo saldamente fra le ginocchia … tirai, tirai, e finalmente sentii la terra sotto i piedi. Intendo, sotto le zampe del cavallo. E questo vi dimostra l’importanza d’un codino ben fatto e robusto».

Irrefrenabile, mentre scorrono sotto gli occhi gli interventi sulla rotta d’Europa, il pensiero vola alle fantastiche avventure del barone di Münchausen, al magniloquente racconto di come, facendo forza solo sui propri capelli, si tirò su dal pantano, assieme al proprio «cavallo lituano». Intendiamoci: il manifesto e Sbilanciamocihanno il merito di aver promosso, su impulso di Rossana Rossanda, una discussione tempestiva e di valore, uno scavo salutare in territori spesso solo distrattamente evocati a sinistra e perciò aperto a

Barone di Munchausen

  sviluppi di grande momento. A tratti, magari, si fatica a ritrovarsi negli orizzonti ‘crollisti’ disegnati da parole d’ordine quali quelle del «diritto alla bancarotta», al «default». Difficilmente precarietà e crolli salvano, il più delle volte perdono, fino all’impazzimento estremo. Soprattutto nella storia reale, dove nessuno ha mai avuto da perdere solo le proprie catene. Tanto meno ora che la globalizzazione sospinge e moltiplica sulla scena del mondo, fuori dall’abituale proscenio occidentale, nuovi ceti medi a centinaia di milioni: con le loro paure, casematte, trincee, e tanta precarietà condita però da stratificate gerarchie e miriadi di minuscoli privilegi. Né si può raccogliere rilassati l’invito di Giuliano Amato: «stare in apnea», «sopravvivere» fino al momento in cui, complici le elezioni, «probabilmente avremo un’Europa molto migliore». Salvo avvertire che «potremmo andare a sbattere prima». Su una prospettiva così attendistica e, soprattutto, incerta si poteva resistere un tempo. A balsamo v’era almeno la chiusa immortale di Eduardo: «Ha da passà ‘a nuttata».

In realtà, Münchausen irrompe inquietante, con il suo codino, quando emergono i tratti disperatamente solitari delle nostre analisi, accomunate tutte dalla angosciosa assenza di una agenda, di un fronte visibile di resistenza o riforma possibile. Quando ci si sporge sull’Europa non mancano diagnosi e affreschi. Ma invertebrati, come disossati. Da tempo non mettono più capo a soggetti visibili, fronti in movimento. In Europa, la sinistra soprattutto – con le sue genti, le sue organizzazioni, le sue culture: i suoi mondi, insomma – è oggetto non soggetto di politica. Eppure nelle sue contrade e attorno ad esse, per tutto il Mediterraneo, non mancano, dilagano addirittura rivolte e indignazione. I tam tam della comunicazione globale convocano all’istante folle sterminate in piazze e corsi. Inducono a volte scossoni negli assetti politici. Qualche altra volta portano a sfasciare vetrine, finendo magari col rafforzare poteri, destre e maggioranze più o meno silenziose. In generale, un’ Europa non doma ancora recalcitra e tien dritta la schiena sotto i colpi di riforme strutturali univocamente volte, da oltre un ventennio ormai, a segare quell’unico tronco – lo Stato sociale – su cui poter poggiare una reale cittadinanza europea, far vivere un possibile popolo europeo.

EURO E POLITICA

Crisi dell'euro

Fatto è che questo tumulto continentale non mette capo ad un adeguato fronte di resistenza e lotta, né ispira un ventaglio di riforme possibili. Un dato ancor più eclatante a fronte della crisi verticale attraversata dal neoliberismo e dal suo prodotto più organico ed ambizioso: l’euro, la moneta senza sovrano, senza stato. Prometteva stabilità e crescita. Crea instabilità, allarga e struttura asimmetrie, nutre populismi, qualunquismi e persino impazzimenti nichilistici. Autonomo per mandato costituzionale da ogni comando politico o istituzionale, nazionale o sovranazionale, l’euro s’accanisce bulimico a consumare istituzioni e politica. Doveva tenere a battesimo il gigante del XXI secolo, l’Unione Europea. In un ventennio ha scalzato e divorato classi dirigenti ed élites per tre generazioni. Quella dei padri fondatori: i Kohl, Mitterand, Andreotti, Gonzales, Chirac. La generazione di mezzo, quasi tutta – tranne Aznar – di centro-sinistra: D’Alema e Blair, Jospin e Schröder. Ora è la volta degli ultimi: Merkel e Sarkozy, Zapatero e Berlusconi, tutti a mal partito, tutti azzannati al polpaccio e appiedati, a dispetto dei giuramenti estremi sulla règle d’or, dei tentativi di salvarsi diffondendo a cascata – dall’UE in giù, agli Stati e persino alle istituzioni regionali e locali – la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio.

Di quest’impasse o inciampo è possibile rintracciare – per quel che adesso ci importa – la radice prima nella storica reciproca estraneità tra Europa e sinistra europea, e socialdemocrazia europea. Persi nel 1989 ancoraggi storici, bussola e in alcuni casi, persino avversari e nemici politici, il grosso della sinistra europea si accasò di botto in casa altrui, provando a mutuare linguaggi, parametri e riferimenti politici e istituzionali dell’europeismo, e proprio nel momento in cui esso subiva a Maastricht, con l’euro e l’UE, una rivisitazione e torsione genetiche di straordinaria profondità e latitudine. Ripercorrendo i vent’anni di vita ormai dell’UE è abbastanza semplice rintracciare le testimonianze – e in qualche caso persino sorriderne – di una sinistra divenuta spesso, con l’entusiamo e la semplicità dei neofiti, più realista d’ogni possibile monarca (e magari, andando ancora più indietro a Mitterand e alla sua subitanea conversione europea, si potrebbe scavare più a fondo e proficuamente in attitudini antiche). Di fatto questo atteggiamento ancor oggi perdura, contribuendo potentemente a quello iato tra crisi e politica che stringe alla gola e soffoca la sinistra europea tutta.

L’INCOMPIUTA

In questa sede, però, forse è più utile attirare l’attenzione sulla postura di alcuni settori progressisti più consapevoli e critici, più  pronti ed aperti a misurarsi con gli imperativi di una politica ormai compiutamente determinata e disposta in forme,

Unione Europea

 dimensioni e costrizioni comunitarie. In genere – e lo prova anche il dibattito finora sviluppato su queste colonne – prevale una sorta di sindrome dell’ ‘incompiuta’. Per molti, per tanti a sinistra l’Europa nata a Maastricht, l’euro, si muovono sbilenchi, afflitti da una tara congenita,  divenuta storica: la mancanza di comando politico. Nel caso specifico dell’euro, l’assenza di un vero governo economico. Di qui la prevalenza in genere nell’analisi e anche nel dibattito in corso di espressioni come: «il passo che manca all’Europa» (Dassù, su la Stampa del 22 luglio); «è mancata l’altra metà delle politiche … il patto di stabilità ora funziona solo come freno … deve essere affiancato da un acceleratore (Pianta, Manifesto 19 luglio); «volemmo una moneta unica senza una politica economica unica»,  Amato, ivi, 30 agosto; «la storia dell’UE è una grande ‘incompiuta’» (Frassoni, ivi, 3 settembre). Per carità, è proprio vero, c’è anche questo nella storia dell’UE. Ma si può parlare solo di mancanza, quando questo tratto originario si perpetua per un ventennio,  passando non solo indenne, ma rafforzandosi con nuovi capitoli e divieti, attraverso tre conferenze intergovernative, una Carta dei diritti, una Costituzione mancata, svariati referendum popolari e infiniti processi statuali di ratifica, per gran parte promossi e gestiti da governi di centro-sinistra, giunti ad un certo punto ad essere ampiamente maggioritari in Europa?

Le conseguenze di questo privilegio accordato all’incompiuta sono di duplice natura. Da un lato si indulge a perpetuare una attidudine giacobina antica – il comando politico è tutto e lo Stato, le istituzioni solo una macchina che veloce deve rispondere e adeguarsi ai desiderata e ai comandi del pilota – e ci si dispone perciò, in favore di vento, ad ereditare la macchina strappata ai comandi degli altri. Dall’altro, fuorviati dall’incompiuta, si esagerano le mancanze altrui e si fissa l’occhio solo sui dati più eclatanti. Nei mesi scorsi si è finiti come abbagliati dall’esplosione della questione del debito pubblico e dalle divisioni in seno all’UE sul modo di fronteggiarlo e magari si è prestata poca, se non alcuna, attenzione alla nuova governance europea messa in cantiere dietro le quinte e di fatto varata nella disattenzione e nell’ignavia di quasi tutta la sinistra europea. Si corre così il rischio di amare sorprese. Nella migliore delle ipotesi, può accadere che ci si sieda davvero al comando di quell’auto. Salvo scoprire che quella creatura, supposta imperfetta, non abbisogna soltanto dell’alito divino della Creazione – un tocco magari di keynesismo aggiornato – per muovere a nuova vita. Ci si può accorgere che, soprattutto in età neoliberale, le macchine – con i loro obblighi costituzionali, il loro armamentario istituzionale, le complicazioni infinite delle stratificazioni nazionali e sovranazionali – non sono abilitate a muoversi a qualsiasi comando, ma sono state concepite per non commettere determinati ‘errori’, sono dotate magari di moderni servocomandi che abilitano solo ad un certo tipo di traffico, magari a senso unico e su corsie prestabilite, a determinate velocità e modalità. Si scopre infine che per cambiarne i codici di fabbrica c’è bisogno di procedure speciali, in pieno accordo con tutti gli altri guidatori e adottando determinate precauzioni. Nell’ipotesi peggiore, ci si accorge, assisi sulla classica sponda di fiume, di aver sottovalutato velocità e portata dell’acqua e, prima ancora di scorgere il cadavere altrui, di avere i piedi già bagnati o forse di essere già trasformati e trascinati via come fuscelli.

LA NUOVA GOVERNANCE EUROPEA

Fuor di metafora, come può accadere che a sinistra, tutti presi dalle tumultuose giravolte della finanza globale, non si sappia o non si dica nulla su quanto è stato deciso e approvato, tra marzo e luglio, dal complesso delle istituzioni comunitarie, fino al Parlamento europeo, in materia di nuova governance europea? Proviamo a colmare la lacuna servendoci, oltre che dei testi, degli studi dedicati al tema dalla Banca d’Italia, dal Servizio affari internazionali del Senato, dall’ISPI e dal certosino lavoro sviluppato meritoriamente dalla rivista e dal sito di «Progetto Lavoro». L’antefatto è presto detto: bisognava metter riparo, soprattutto agli occhi tedeschi, alle incertezze e ai ‘lassismi’ originari del «patto di stabilità» e soprattutto alla breccia aperta nel 2005 dalla informale decisione di Francia e Germania di sospenderne le sanzioni. Bisognava altresì mettere in campo un meccanismo più efficace e cogente dell’European Financial Stability Facility (EFSF): il fondo con cui assistere i paesi attaccati dalla speculazione internazionale e con cui ancor oggi si è provato a prestar soccorso a Grecia, Irlanda e Portogallo. Si è decisa allora su suggerimento tedesco una piccola modifica ai Trattati, con una aggiunta all’art. 136: « Gli stati membri che adottano l’euro possono creare un meccanismo di stabilità da attivare solo in caso di necessità per salvaguardare la stabilità dell’euro. La concessione di qualsiasi aiuto finanziario richiesto nell’ambito di tale meccanismo sarà soggetta a una stretta condizionalità». Ogni paese è impegnato a ratificare il cambiamento entro il 1° gennaio 2013, in modo da far nascere, entro l’anno e sulle ceneri dell’EFSF, la nuova creatura: l’European Stability Mechanism – ESM. Il nuovo fondo potrà prestare assistenza tramite prestiti o eccezionalmente comprando obbligazioni sui mercati. Per operare, vi sarà bisogno di decisioni unanimi, a fronte di minacce alla stabilità dell’euro, ma a condizione di varare programmi di riforme strutturali e di alleggerimento dei bilanci ben precisi: insomma, una strada sicura rispetto alle traversie che hanno accompagnato soprattutto la vicenda greca. All’interno, allora, delle procedure dettate dal cosiddetto «semestre europeo» – sorveglianza preventiva dei bilanci affidata ad una task-force presieduta dal Presidente del Consiglio europeo – si avvia una forma concreta di coordinamento delle politiche economiche improntata essenzialmente a privatizzazione, flessibilità dei rapporti di lavoro, revisione della spesa pensionistica, sanitaria e sociale in senso lato.

Per dare sostanza a questi indirizzi viene varato l’Euro Plus Pact, in cui vengono associati ai paesi dell’euro: Polonia, Lettonia, Danimarca, Bulgaria, Lituania e Romania. In esso si dettagliano i piani di coordinamento delle politiche economiche nei settori più sensibili e di riforma anche legislativa: previdenza, flexicurity, rientro dal debito pubblico e misure di freno all’indebitamento da assumere nella legislazione nazionale (quella che poi diverrà su iniziativa di Merkel e Sarkozy la règle d’or, o legge costituzionale sul pareggio di bilancio). Sul piano generale, all’obbligo di rientro dal deficit o indebitamento netto, si affianca un rientro ferreo dai cieli del debito pubblico, calcolato al ritmo del 5% annuo sullo scostamento reale del debito pubblico dal valore di riferimento del 60% statuito nei trattati. Come se non bastasse, viene avanzata la proposta del cosiddetto Six Pack: sei misure legislative, prevalentemente rivolte a sorvegliare, indirizzare e anche sanzionare e multare la formazione dei bilanci e perciò il rientro da deficit e debito pubblico, con eventuali sforamenti. Tutte caratterizzate dalla cosiddetta regola del Reverse Mechanism (la Commissione decide anche preventivamente la sanzione o la multa, che viene sospesa solo da una decisione del Consiglio decisa a maggioranza). Quest’ultimo pacchetto di proposte, teso a trasferire l’essenza delle decisioni in materia di bilancio nelle sedi comunitarie, è stato votato – giusta l’indicazione data a marzo dal Consiglio – il 22 e 23 giugno dal Parlamento europeo. E’ passato con i voti del centro-destra continentale e il voto contrario della sinistra GUE/NGL. Verdi e socialisti si sono differenziati nel voto, a volte dividendosi sulle singole misure oppure in maniera unitaria ma diversa secondo l’oggetto, con voti ora a favore ora contro. La necessità di precisar meglio alcuni aspetti del Reverse Mechanism e alcune attribuzioni automatiche della Commissione europea hanno fatto slittare a settembre il voto finale. Di fatto, con questo insieme di misure si perfeziona un trasferimento decisivo di sovranità politica ed economica dagli Stati a Commissione e Consiglio europei. I paesi più esposti e deboli, per indebitamento e capacità di ripresa economica, vengono di fatto commissariati. Merkel e Sarkozy hanno provato con il meeting del 16 agosto a rafforzare ulteriormente la via intrapresa a marzo, privilegiando la presidenza del Consiglio come istanza di centralizzazione della decisione, la condizionalità degli aiuti, oltre che la costituzionalizzazione ulteriore del bilancio in pareggio: un vecchio pallino della Bundesbank, non a caso evidenziato nella Dichiarazione del 6 settembre 1990 con cui Buba indicava alle classi dirigenti tedesche ed europee le caratteristiche irrinunciabili dell’unione monetaria e dell’euro futuri.

Le successive esternazioni, fino ai giorni nostri, di Schaüble, Merkel, Schröder, Trichet o Draghi sugli ulteriori perfezionamenti dei Trattati per conquistare ad un «nucleo duro» – altra vecchia fissa di Schaüble e Lamers fin dai primi passi dell’UE – maggiori capacità di coordinamento e governo economico di stampo federalista poggiano sul terreno fin qui acquisito. Né si può trascurare il corposissimo richiamo al «pacchetto legislativo sulla governance economica» fatto nel messaggio al Forum di Cernobbio dal presidente Napolitano, dall’alto del ruolo conquistato nella crisi di un paese ridotto alla lettera dell’invettiva dantesca: «nave sanza nocchiere in gran tempesta, 
non donna di province, ma bordello». La stessa discussione sugli eurobond nella versione odierna – ad esempio la proposta Prodi e Quadrio Curzio, che li privilegia nettamente come strumento di governo dell’indebitamento rispetto all’originaria ispirazione di volano di crescita – dà per scontate le condizionalità fin qui acquisite con la nuova governance comunitaria. Del resto a ribadirle ha provveduto il recentissimo pronunciamento della Corte suprema tedesca sugli aiuti alla Grecia, permessi solo a patto che il Bundestag controlli preventivamente, con i suoi organi, la loro durata e soprattutto che non si attivino automatismi forieri di future perdite di controllo.

SOVRANITA’ E DEBITO

In presenza di questo corpo di decisioni, così organicamente concepite – in un momento di crisi globale – nello stesso humus che ha tenuto a battesimo l’Europa di Maastricht, ha ancora senso soffermarsi sull’ «incompiuta»? O non bisogna piuttosto lanciare l’allarme per l’erosione sistematica del principio democratico ad ogni livello istituzionale? Certo, tutto si può ancora fermare, può subire rovesci: una prospettiva invero poco allettante, visti i risultati nella storia dell’UE delle rinascite successive alle bocciature (il trattato di Lisbona dopo la Costituzione abortita, ad esempio). Ma da questa vicenda ultima, così poco conosciuta, non emerge forse con nettezza la sottolineatura che nel cantiere ventennale della nuova Europa non sono mai transitati idee o materiali altri da quelli generati in obbedienza al comandamento essenziale dell’UE di muoversi «conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza»? Per provare a muovere su un’altra strada, o quanto meno bloccare la deriva in corso, forse è il caso di riflettere meglio non sul «passo che manca», ma sul «passo negato», «vietato» all’Europa. Servirà allora ripensare alle vicende parallele di USA e UE dell’ultimo anno, spesso a torto accomunate nel rilievo superficiale di una comune esposizione sul fronte del debito pubblico e ai capricci di una politica impazzita.

E’ noto lo stallo che sulla questione del tetto al debito pubblico ha a lungo appiedato la politica americana e contrapposto il presidente Obama, assieme a gran parte del partito democratico, ai repubblicani – in maggioranza alla Camera dei rappresentanti – egemonizzati dai chiassosi Tea Party. Quella battaglia, però, ha limpidamente sottolineato le prerogative sovrane del Congresso USA. Nell’ordinamento americano – grazie ad una legge votata non a caso quando gli USA decidevano nel 1917 di entrare in guerra, ovvero mutavano la loro postura nel mondo – spetta alla politica, al Congresso, decidere dell’esposizione debitoria del paese, ovvero individuare lo sforzo che si vuole compiere per raggiungere determinati obiettivi (come e quanto questa libertà debba poi oggi confrontarsi con le nuove costrizioni globali è altra questione). Nell’UE è vero esattamente il contrario. Ogni decisione sul debito è costituzionalmente sottratta alla politica, con l’insieme dei divieti che corazzano l’euro e la BCE e li fanno muovere nel mondo. Si potrebbe elencare la sfilza infinita di paletti e divieti che sostanziano questa scelta. Ma per capirsi forse è più utile soffermarsi su un inciso relativo all’euro e alla BCE, o meglio al Sistema Europeo delle Banche Centrali – SEBC (art. 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione): «fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali nell’Unione». Ovvero, il sistema costituzionale europeo organato dai Trattati prevede non solo che la BCE e le banche centrali siano autonome dalla politica, ma autorizza e prescrive la ‘sedizione’ del SEBC nei confronti delle altre istituzioni, nel caso le politiche economiche perseguite da queste contrastino con l’obiettivo della stabilità dei prezzi di cui naturalmente le banche centrali sono interpreti e custodi di ultima istanza.

RATTOPPI E COSTITUENTI

Rispetto a questo sistema di regole e al suo perfezionamento – rigidamente ribadito, come si è visto, nonostante i terremoti che ci investono quotidianamente – anche le possibilità più piccole di mutamento, anche le aggiunte più modeste a «ciò che manca» – un po’ di keynesismo del tempo andato – passano per una lotta capace di conquistare spazio e respiro ad una rifondazione dell’Europa. Nè è possibile pensare di ritornare al passato, fidando magari nelle forze di un risorto Leviatano o magari della lira del tempo che fu. Inutile e dannoso volgere lo sguardo all’indietro, pensare di rimettere nel tubetto il dentifricio schizzato fuori. Finiremmo, magari, fuori dall’euro e dispersi, ognuno con la propria moneta nazionale, a svalutare periodicamente il monte salari degli ultimi, per ricostruire i margini di competitività di lor signori (e contribuire così ad una straordinaria lievitazione delle diseguaglianze interne e globali). Siamo in Europa e con l’euro e dobbiamo andare oltre. Magari ripensando al Bancor prefigurato da Keynes: una moneta figlia della decisione politica sovranazionale e ad essa completamente assoggettata. Come il Bancor, l’euro non è solo una moneta ma il cristallo, la pietra angolare del mondo che si vuole costruire. Oggi è il cuore della Costituzione europea esistente, fatta perciò di politiche, istituzioni, blocchi sociali (assurdamente comandata – unico caso al mondo – da un fondamentalismo mercatista che esclude ogni altra possibile politica economica).

 Superarla significa attraversare questa Europa, questo complesso di casematte costruite ormai in un ventennio (e oltre, pensando anche alla storia e alle tappe della rivoluzione neoconservatrice). Lo stesso keynesismo ha bisogno di essere ripensato non solo rispetto ai vincoli o alle oppurtunità ambientali, ma a fronte della cogenza completamente nuova assunta dal debito pubblico sotto l’urto della fantasmagorica moltiplicazione di pani e pesci prodotta dalla finanza globale. Ovunque nel mondo oggi il debito cosiddetto sovrano rappresenta la plastica rivelazione – appena intravista un tempo da James O’Connor – che accumulazione e legittimazione si divaricano ormai in forme catastrofiche, sotto le spinte divergenti della competizione globale e di una vita ovunque ricca, come non mai, di scienza e voglia di contare. Oggi anche il rattoppo più semplice non passa se non conquista spazio rispetto all’incombenza e al peso delle ricette conservatrici e se non si pensa in termini costituenti ad una nuova Europa. Si rattoppa l’UE, si può provare a darle un supplemento d’anima solo se si è in grado di ripensarla nelle fondamenta. Non v’è riforma possibile senza una prospettiva più ampia. Sarebbe già utile provare a indirizzare la nostra discussione per guadagnare orizzonti, spazio e alleati a questa prospettiva. Intanto è meglio congedarsi scusandosi per lo spazio e il tempo rubati a vantare i meriti dell’ennesimo codino.

 

*Docente di Storia delle relazioni internazionali, Università di Bari

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Ma quale Marx

Rossana Rossanda, il manifesto 8 marzo 2009karl_marx

Breve il terrore seguito al crac della finanza: cielo, torna Marx! E perché? Perché i governi sono corsi in aiuto alle banche, rifinanziandole. L’intervento fatale dello stato, cioè il riaffacciarsi di Marx…
Che sciocchezza. Intanto lo spavento non è durato molto. Stati, o meglio governi, non sembrano chiedere nulla in cambio. Si limitano a dire che non si può lasciar fallire una banca perché questo trascinerebbe nel vortice risparmiatori e imprese. Lasciar fallire Lehman Brothers è stato un errore; salvare una banca è un atto di salute pubblica, come far fronte a una inondazione. Quindi altre imprese chiedono aiuto, per prime le grandi costruttrici di auto, perché quote ingenti dei loro clienti hanno smesso di cambiare la vettura, per cui rischiano il licenziamento centinaia di migliaia di lavoratori, che da disoccupati costano allo stato e producono tensione sociale. Solo in Europa si moltiplicano le cifre di disoccupati a breve, per non parlare dell’est che, gettato spensieratamente nel libero mercato, vi sprofonda più degli altri. Perfino gli oligarchi che avevano ammassato ricchezze nella svendita della proprietà pubblica ne stanno perdendo una parte.
Quindi gli stessi che per venti anni hanno strillato «meno stato più mercato» adesso chiedono l’intervento statale. C’entra Marx? Per niente. Prima di tutto non è mai stato un fautore dello stato, del quale anzi prevedeva a termine l’estinzione; se mai fu Lenin a pensare che la proprietà statale, ma d’uno stato proletario, fosse l’ultima fase prima della socializzazione della proprietà stessa. Nulla di simile passa per la testa dei governi, né delle opposizioni attuali.
I primi sono reticenti perfino a dichiarare la natura di queste erogazioni. Si tratta d’un prestito, oppure di un acquisto di parte delle banche e imprese, delle quali essi assumerebbero una congrua parte della proprietà? Sarkozy ha recentemente affermato per una operazione del genere che si tratta di un prestito a un buon tasso di interesse, l’8 per cento; insomma sarebbe un investimento un po’ azzardato. Se ho capito bene soltanto nel Regno Unito Gordon Brown ha dichiarato che si tratta di una partecipazione al capitale azionario delle banche salvate, e qualcuno ha aggiunto «pro tempore», ma lo stato non vi metterà becco, non voterà a seconda delle azioni che detiene, interviene come cassa d’emergenza e basta.
Gran silenzio sugli interrogativi che si fa il semplice cittadino: i soldi che lo stato eroga come «aiuti» da dove li prende? Dalla finanza pubblica, cioè da noi? Con le tasse? Quali e quando? Solo Obama dichiara che aumenterà le imposte per gli alti redditi, ma ai fini di pagare l’estensione della sanità pubblica a tutti i cittadini. Gli Usa possono stampare moneta, aumentando così un deficit pubblico già cinque volte più elevato del nostro; ma gli stati europei non lo possono fare, lo potrebbe soltanto la Banca Centrale, che non ne manifesta alcuna intenzione. E fino a ieri dichiaravano di essere così a secco da dover tagliare energicamente la spesa pubblica – scuole, ospedali, enti locali. In Francia anche i tribunali.
Per ultimo, come appariranno nei bilanci dello stato le somme erogate per gli aiuti, se appariranno?
Le sinistre, se così si può chiamarle, che rappresenterebbero i lavoratori e i lavoratori medesimi che scendono in piazza gridano: il giocattolo finanza l’hanno rotto i padroni delle banche, paghino loro. Anche l’Onda ha usato lo stesso slogan: non pagheremo noi la vostra crisi. Ma dubito che gli uni e gli altri ci credano. Le sinistre non stanno marciando all’assalto del credito, non reclamano neanche che, salvato, diventi quota di proprietà pubblica – che non sarebbe affatto socialismo ma sì e no una misura keynesiana – e l’utilizzo ne sia discusso pubblicamente nei parlamenti e fra le parti sociali. Fino a poco fa anche esse tuonavano per la privatizzazione di quanto era pubblico. Non abbiamo strillato anche noi, il manifesto, contro la proprietà statale e i boiardi di stato? Non abbiamo scritto che è l’occhio del padrone che ingrassa il cavallo mentre le burocrazie statali sono inerti e corrotte? D’altra parte non avevamo le forze per proporre che la proprietà pubblica passasse in autogestione, anche per il dubbio (inespresso) di come funzionerebbe una autogestione nuda e cruda in un mondo globalizzato. Mancò poco che non giovassimo alle privatizzazioni della sanità e della scuola, cui sono allegramente andati i governi di centrosinistra.
Quindi dalle nostre parti, per dir così, silenzio o richiesta agli stati di salvare le imprese per salvare i dipendenti, in primis dell’auto. Di «nazionalizzazione» si parla a vanvera, come proprietà statale forse transeunte, certo non ammessa al controllo pubblico, a sua volta incontrollato (salvo forse dalla corte dei Conti). Una riflessione autocritica sullo slogan «meno stato più mercato» non la fa nessuno. O mi è sfuggita?
Neppure si domandano condanne per i responsabili della rovina. Nessuno di coloro che hanno lasciato andare in pezzi il proprio istituto, è imputato di nulla. In genere sono confermati nei loro incarichi. Ho, per così dire, sott’occhio l’amministrato delegato della Fortis che è stato sollevato, sì, dalla direzione ma con un paracadute d’oro e con un incarico ben retribuito di consulente speciale della medesima banca. Per configurare una frode bisogna proprio che gente come Madoff o Stanford abbiano visibilmente ingannato il prossimo proponendo per depositi fatti presso banche di loro fiducia, perlopiù nei paradisi fiscali, interessi favolosi pagati con i soldi dei nuovi piccioni via via acchiappati. Ma è frode o no far nascere nuovi titoli l’uno dall’altro, «derivarli» nella speranza che il mercato speculativo li acquisti e rivenda prima che atterrino su un pezzo di quella che chiamano «economia reale»? Una tradizionale bolla in borsa scoppiava quando i titoli emessi da una impresa triplicavano di valore rispetto alla base produttiva su cui li emettevano. Stavolta no. I famosi derivati derivano da altri titoli, sul principio che messo sul mercato il denaro produce da se stesso altro denaro. È una frode oppure va chiamata affettuosamente «ingegneria fiscale», e funziona fin quando la inesigibilità del titolo si rivela clamorosamente?
Al semplice cittadino questo genere di operazioni ricorda la storiella del furbo romano che, vedendo un contadino mirare stupefatto il Colosseo, gliene propone l’acquisto, lo sprovveduto sgancia e il furbo sparisce con i quattrini. Le banche hanno potuto vendere e rivendere un virtuale, un derivato, un future – dice Tremonti che i derivati sono pari a dodici volte e mezza il prodotto industriale lordo di tutto il mondo! – senza che questo configuri un reato. Fu forse reato che gli olandesi, incantati dai tulipani, si contendessero come l’oro il bulbo di quel fiore fino ad allora sconosciuto? È stata la prima speculazione, la racconta Galbraith, e durò fin che di colpo si avvidero che ci si poteva procurare quel rizoma con due centesimi.
La scorsa estate un trader della Société Générale ha lasciato aperto il suo computer un venerdì, un collega ci ha messo l’occhio, ha scorto che stava inanellando spericolatamente acquisti e vendite, ne ha avvisato la direzione; la quale prima di tutto ha rifilato a ogni buon conto ad altre banche i titoli giocati e poi lo ha denunciato. Ma che si riesce a imputargli? Ha operato per amor dell’arte, non ne ha intascato un soldo, nessun superiore è in grado né è tenuto a controllarlo, se il suo percorso non fosse stato interrotto la banca ne avrebbe tratto ingenti guadagni. L’ingegneria finanziaria lavora sul virtuale. Calcola sul desiderio.
Il povero Marx non lo immaginava proprio. Al contrario aveva razionalmente previsto la fine del rentier. Anche le famose righe dei Grundrisse nelle quali afferma che in futuro il lavoro sarebbe diventato una ben misera base per l’aumento della ricchezza mettevano in conto l’enorme mutamento delle tecnologie, non la crescita parassitaria di una speculazione (sempre in qualche misura virtuale), che diventando smisurata sfocia nelle bolle ed esplode in distruzione di ricchezza, come sta avvenendo ora, dopo essersi deposta di passaggio su questo o quel speculatore. Va da sé che anche quel che si chiama ora capitale cognitivo non si identifica nella capacità di George Soros di prevedere i movimenti delle borse.
In realtà chi sproloquia su Marx si dimentica spesso e volentieri che tutta la sua analisi riposa sul fatto, intollerabile per un nipotino della rivoluzione francese, che il modo capitalistico di produzione elude l’uguaglianza in diritti che sarebbe propria di ogni essere umano, perché si fonda al contrario sull’inuguaglianza fra chi possiede i mezzi di produzione e chi non possiede altro che la propria forza di lavoro, materiale o immateriale. Nella produzione al primo rimangono capitale, macchine (tecnologia), prodotto, il secondo è un accessorio vivente (magari intelligentissimo), della macchina (tecnologia), anche lui merce, magari individualmente preziosa, acquistabile e vendibile sul mercato del lavoro. Nella speculazione questo ingombrante soggetto scompare come tende a sparire, fino alla resa dei conti, l’ingombrante prodotto che dà origine nella quotazione in borsa.
Ugualmente fin che il soggetto lavoratore introduce nel processo una sua relativa autonomia di contrattazione del salario e dei diritti, ne modifica gli equilibri. Di qui la furia distruttiva di ogni traccia della sua organizzazione, anche la più elementare come il sindacato. Sacconi e Marcegaglia sono figure ottocentesche classiche. Su questa introduzione nel processo da parte dei lavoratori si è basato, con non poche semplificazioni ma con la forza di un corposo materiale umano, tutto il movimento operaio. In quello socialista per breve tempo, in quello comunista per dir così sempre – almeno in linea di principio – restò la convinzione che anche il più forte dei sindacati migliorava ma non modificava il rapporto di produzione, la cui inesorabile illibertà sta nell’usare l’uomo come strumento. Di qui la necessità di un passaggio rivoluzionario. Non è andata così, e non è affatto misterioso capirne le ragioni.
Ora il capitale ha vinto non nei rapporti di forza, da sempre inuguali, ma anche nella testa, nella idea di sé di chi lavora, senza più speranza di una propria emancipazione ma solo di salvare il suo posto di lavoro, cioè il salario, identificato con il salvataggio dell’impresa che glielo dà.
Questo ereditiamo dal Novecento. E vale la pena di tenerlo fermo, piuttosto che divagare su straordinarie innovazioni che renderebbero impossibile, anzi inutile, qualsiasi lotta al capitale proprio mentre si dibatte in clamorose contraddizioni interne.

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La Francia ci parla

segaubr

Martine Aubry e Ségolène Royal

di Rossana Rossanda

su Il Manifesto del 23/11/2008

Il congresso del Partito socialista francese, che sancisce la spaccatura a metà fra Ségolène Royal e Martine Aubry, è significativo. La stampa ha strillato che si trattava soltanto di una contesa fra persone, è stata invece una battaglia feroce fra due concezioni del partito, delle sue priorità e del suo funzionamento che non hanno più nulla in comune.
Martine Aubry, che è figlia di Jacques Delors e da sempre socialdemocratica, ha tentato di tenerlo ancorato alla questione sociale, che brucia in Francia sotto Sarkozy e più brucerà nei prossimi mesi. E su questo ha raccolto voti anche eterogenei, come quelli di Bertrand Delanoe, sindaco di Parigi e fino al congresso fra i candidati alla segreteria del partito, di Benoit Hamon della sinistra di Fabius, e qualche seguace di Dominique Strauss Kahn.
Ségolène Royal ha puntato a modificarne la natura: reclama un partito di simpatizzanti più che di militanti, raccolti attorno alla sua leadership e mirato a conquistare le presidenziali del 2012, e perciò aperto verso il centro. Bisogna riconoscerle una tenacia fuori del comune. Quando ha perduto le presidenziali (col 47%) è stata attaccata da tutti, ma non ha mollato, ha scritto un libro, s’è detta vittima degli «elefanti» del partito, ha battuto il territorio e le tv, s’è prodotta in uno one woman show in un teatro di Parigi, ha cercato aderenti specie fra i giovani e ne ha ottenuto qualche migliaio (ancora ieri si poteva votare per il segretario semplicemente regolando le quote). Io sono l’avvenire, loro, Aubry e gli altri, il passato, ha tempestato in uno sfolgorare di sorrisi, io sono il nuovo, loro il vecchio. Non ha vinto per 42 voti. L’immagine del Ps è in pezzi.
Difficile che Ségolène (già i suoi seguaci chiedono un terzo voto) faccia la seconda di Martine Aubry. La quale – segretaria di un partito dimidiato – dovrà trattare non solo con la sinistra interna, Fabius e Hamon, ma anche con quella fuori, dove si agitano diverse formazioni o ridotte al lumicino, come il Pcf, o in cerca di crescita come la Ligue communiste di Besancenot che propone anch’essa un partito nuovo, anticapitalista.
Le riflessioni che si impongono sono due. La prima è che la ex sinistra appare in Europa sempre più erosa, la società civile, per duri che siano i colpi che riceve, non produce nessun effetto Obama, dando invece spazio alla destra e al centro: in Francia Sarkozy (che ha divorato di fatto l’area del Fronte nazionale di Le Pen) e Bayrou; in Italia Berlusconi, (che ha divorato anche formalmente An) e Casini. La seconda è che la nostra critica dei partiti e della politica in genere non è riuscita a convogliare nulla di durevole e consistente e il malcontento finisce con il buttarsi a centro-destra. Le soggettività di una sinistra progressista e di classe si dibattono nella difficoltà di trovare una qualche sintesi, ma in attesa che si decidano lo spostamento dei rapporti di forze è univoco e brutale. Neanche la crisi più forte del capitalismo dopo il 1929 riesce a intaccarne l’egemonia.

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Domande alle sinistre

Rossana Rossanda

di Rossana Rossanda

Non credo che una sinistra possa dirsi esistente se di fronte alla più grossa crisi del capitalismo dal 1929 non sa che cosa proporre. Questi erano i lumi che la cittadina sprovveduta chiedeva di avere dai leader delle sinistre e dell’opposizione e dagli amici economisti, ma non ne ha avuti. Stando così le cose, mi azzardo ad avanzare alcune osservazioni e proposte elementari che, se sono infondate, spero vengano vigorosamente contraddette. Prima osservazione. Perché le sinistre non si chiedono la ragione per cui non solo le destre thatcheriana e reaganiana ma anch’esse si sono e restano persuase che non c’è altra via economica da percorrere che non sia la privatizzazione (spesso liquidazione) di tutti i beni pubblici e di gran parte dei servizi, quelli di interesse sociale inclusi? E perché era giusto incitarli alla concorrenza dentro e fuori i confini nazionali ed europei? La destra ha detto che i privati li avrebbero gestiti meglio e che le tariffe si sarebbero abbassate, ma questo non è successo affatto e in nessun luogo. Seconda osservazione. Perché le sinistre hanno accettato, talvolta mollemente opponendosi, la detassazione delle imprese, delle successioni e delle grandi fortune, togliendo entrate allo stato, nella previsione che i capitali, rimpinguati, sarebbero stati investiti nella produzione? Non è stato affatto così, la produzione non è mai stata così bassa, fino all’orlo – per esempio in Francia – della recessione. Terza osservazione. Perché le sinistre, che fino a ieri rappresentano il lavoro dipendente, hanno accettato che per facilitare la crescita si dovessero abbassare, rispetto al passato, i salari mentre lo Stato doveva restringere nella spesa sociale quel tanto che c’era di salario indiretto (vedi, in Italia, finanziaria e protocollo sul welfare dell’anno scorso)? Con l’ovvia conseguenza di una caduta generale del potere di acquisto in tutti i ceti dipendenti? Stando così le cose non occorrono grandi discussioni filosofiche sulla crisi della politica. Quarta osservazione. Non so se dovunque, ma è certo che in Italia questa strada ha condotto non solo a una produzione bassa ma non puntata sull’innovazione di prodotto, bensì al basso costo del lavoro, in questo dando la testa al muro, o cercando le condizioni per delocalizzare, perché sia nell’Est del nostro continente sia fuori di esso i salari sono ancora più bassi che da noi. Quinta osservazione. Perché le sinistre e le loro stesse teste d’uovo non si sono accorte che i capitali, invece che in produzione se ne andavano sia in modo legale sia in modo fraudolento, nella speculazione finanziaria, dandosi a tali demenze che stanno sbaraccando l’intero sistema? 

Ultima osservazione. Perché le sinistre non sanno dire altro, a mezza bocca o con grandi sorrisi, che i buchi formati dalle banche, dalle assicurazioni e dagli hedge fund, mandati a picco per demenza dei loro dirigenti, vengano sanati col denaro pubblico, cioè quello dei contribuenti, senza chiedere nessuna proprietà pubblica effettiva in cambio? Suppongo la risposta: non si può reimmaginare un intervento pubblico perché si sa che lo stato gestisce malissimo. Già. Perché, il privato gestisce bene? Nell’epoca dei «trenta gloriosi», cioè della partecipazione pubblica e statale, nessuno di questi immensi guasti si è verificato. Dunque in nome di che cosa, che non sia il pregiudizio, non viene oggi riproposta una politica di intervento pubblico? Certo esso implica darsi non solo una linea economica ma un metodo di gestione pubblica pulito, fatto di diritti chiari invece che ottativi. Perché è vero che questo è mancato dando luogo a quelli che sono stati chiamati boiardi di stato e a clientelismi di vario tipo. Un intervento pubblico non sarebbe il socialismo, come qualche ignorantissimo afferma, ma darebbe luogo a una forma di contrattazione partecipata fra cittadini e istituzioni assai diversa dall’attuale riduzione della democrazia a fiera quinquennale del voto. Chi ci impedisce di metterci a ripensarlo? Nessuno. Chi lo propone? Nessuno. Salvo qualche isolato pensatore americano come Krugman con la riproposizione di un new deal. Chi dirige la musica in Italia è ancora Berlusconi, con la sua speranza che la «scarsa» modernizzazione delle banche italiane ci salvi dal terremoto. Con maggior ragione si può obiettare che una politica di intervento pubblico non si fa da soli, tantomeno in tempi di globalizzazione e dopo che lo stato nazionale si è consegnato mani e piedi alla Costituzione europea che, sotto il profilo politico, è flebile, come si è visto nel caso dei rom e, sotto quello economico, è superliberista. Da parte mia, obietto che lo spazio europeo può essere invece una carta da giocare, per la sua dimensione e la sua moneta unica; vi si potrebbero mettere in atto i processi macroeconomici che oggi un intervento pubblico comporterebbe. Che cosa impedisce che una sinistra possa e debba muoversi su questo terreno su scala continentale? Non penso che mancherebbero le resistenze, e potenti. Ma questo è il momento per aprire il conflitto con qualche possibilità di vincere. I lavoratori europei non sarebbero con noi, invece che darsi alla disperazione o consegnarsi alla Lega o al primo Haider che passa perché gli salvi protezionisticamente l’azienda? La verità è che si tratta di una scelta non «economica», ma «politica». Ecco quanto. Naturalmente sono pronta a riflettere su tutte le critiche demolitrici che mi si vorranno inviare.

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