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Riformismo: il “filo rosso” nella storia della sinistra in Emilia-Romagna

Di Eugenio Pari

Il PCI si ricollega alla trazione dei “municipi rossi” passati alla storia, tra fine Ottocento e inizi Novecento, per essere dei centri sovversivi, ma anche per la concretezza della loro azione politica.

Abbiamo visto che tipo di rilevanza il collegamento con questa esperienza abbia avuto nello sviluppo dell’azione di governo dei comunisti riportando l’intervento su Ceti medi ed Emilia Rossa di Togliatti.

Fra gli elementi sostanziali del “socialismo municipale”, o “padano” come altri studiosi lo definiscono, vi è sicuramente il movimento cooperativo. Il movimento cooperativo nella regione trae le sue origini dalla creazione di cooperative di lavoro sorte negli anni ’80 dell’Ottocento. Le esigenze a cui esse principalmente rispondevano erano quelle di ridurre la disoccupazione e attraverso il proprio attivismo, grazie anche al fatto che contestualmente le amministrazioni locali erano guidate dai socialisti, ottennero l’affidamento di opere pubbliche tali da garantire l’impiego di mano d’opera che, a sua volta, attraverso meccanismi di rotazione, permetteva a un maggior numero di persone di lavorare.

La costituzione in cooperativa, oltre che avere ricadute in termini solidaristici, permetteva ai soci lavoratori di non sottostare al ricatto del padronato e di ottenere sostanziali miglioramenti sotto il punto di vista delle condizioni lavorative sia del trattamento economico. Questa organizzazione del proletariato cittadino e delle campagne permetterà una risposta non collerica e tantomeno rassegnata alla logorante mancanza di lavoro. Nella regione non si vedranno fenomeni di ribellismo fini a sé stessi, ciò al tempo stesso contribuirà al fatto che fra i milioni di contadini che in quegli anni emigravano dall’Italia solo in misura ristrettissima fossero quelli di provenienza emiliano-romagnola.

La creazione di cooperative fosse di per sé la soluzione per l’assorbimento di grandi sacche di disoccupazione, ma contribuirà “a creare un clima, una mentalità, una speranza. La rassegnazione non prevale”1, ecco spiegate le distinzioni fra il proletariato emiliano-romagnolo e quello, in particolare, delle regioni del Mezzogiorno, su cui, come abbiamo visto in precedenza, Togliatti si soffermerà in maniera molto chiara nel suo discorso di Reggio Emilia del 1946.

L’altro elemento caratterizzante del socialismo emiliano tra la fine dell’ ‘800 e gli inizi del ‘900 fu la costituzione delle leghe sindacali, le quali ebbero una funzione di collocamento della mano d’opera e di sottrazione della stessa dalle discriminazioni e rappresaglie del padronato.

Il primo successo del socialismo nella regione si ebbe con la vittoria alle elezioni amministrative per il comune di Imola nel 1889, Imola è infatti considerata la “culla” del socialismo municipale. Significativa inoltre fu l’esperienza che fra il 1899 e il 1905 si sviluppò a Reggio Emilia, qui l’amministrazione socialista investì senza “avarizia” nelle scuole, procurando testi gratuiti per i bambini, aprendo corsi serali per gli adulti e favorendo “ricreatori educativi per i bambini. Le scuole aumenteranno continuamente prima di tutto in campagna, crescerà il numero degli insegnanti che vedranno accresciuto il proprio stipendio, manovra che i comuni potevano fare in quanto l’educazione elementare era ancora di loro esclusiva competenza, l’obiettivo delle amministrazioni era chiaro “perché – come recitava la relazione al bilancio del 1902 – l’istruzione distrugge la miseria2.

Tutto ciò concorrerà a costruire nella memoria collettiva, grazie anche alla grande tradizione comunale italiana, laddove il Comune secondo l’insegnamento mazziniano era “unità primordiale”, un’idea di “società libera dai vincoli centralistici statali, fondata su una federazione di Comuni autonomi. Continuarono a pensare a questo futuro di federalismo e di autogoverno delle comunità locali anarchici e socialisti di varia tendenza, riformisti e intransigenti. Ma non viene a mancare, pure in una visione tendenzialmente federalista, il senso dell’appartenenza a una formazione unitaria. Sono anzi i socialisti, con i repubblicani e i cattolici democratici, ad immettere nella vita della nazione ceti popolari che ne erano rimasti esclusi, stimolando e favorendo l’alfabetizzazione, la frequenza scolastica e l’impegno elettorale”3.

Abbiamo visto in precedenza la critica che Togliatti mosse ai “riformisti” colpevoli a suo avviso di essere caduti in un “pericoloso particolarismo” che non permetteva loro di considerare la “prospettiva e [del]l’interesse generale del movimento”, Zangheri tornando sull’argomento del riformismo in Emilia-Romagna, nel 2004 ebbe modo di sostenere che “l’opera dei socialisti nei Comuni e nel parlamento è rivolta a risolvere i problemi immediati dei ceti più bisognosi e, al tempo stesso, ad affrontare grandi questioni locali, come le finalità dell’istruzione (…), l’uguale dignità dei cittadini, il diritto al lavoro. Tutta l’attività dei socialisti è consacrata a compiti minuti, quotidiani e, contemporaneamente, alla rivendicazione di obiettivi di emancipazione e d

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Renato Zangheri

i trasformazione. È un errore, compiuto frequentemente, ritenere che la divisione fra riformisti e massimalisti, che turberà il socialismo nei primi decenni del Novecento, fino a minarne la forza, sia avvenuta sulla linea di una differenza negli obiettivi finali. In Emilia-Romagna i riformisti, che organizzano in alcune province la maggioranza dei lavoratori, sono tenaci difensori dei loro interessi sindacali – orari, salari, occupazione – ma non cessano di richiamare i fini generali: la collettivizzazione della terra, una società libera dallo sfruttamento, l’uguaglianza fra gli esseri umani, allo stesso modo dei massimalisti”4.

Da questo brano alcune considerazioni che mi sento sommessamente di esprimere, pur non avendo i “galloni” dello storico: tra le righe di Zangheri mi sembra di notare una critica alle affermazioni che quasi cinquant’anni prima fece Togliatti varando la linea del PCI in Emilia-Romagna proprio in relazione alla politica “particolaristica” dei riformisti. Ora, probabilmente la discussione potrebbe risultare di “lana caprina”, ma a me pare importante in quanto credo che caratterizzi non ex post tutto il corso dei comunisti emiliano-romagnoli dalle origini della “Emilia rossa”. Non credo che il riformismo sia stato il carattere distintivo, strumentale magari, di una stagione, la radice ideologica di una sinistra disancorata dall’ideologia comunista andava alla ricerca di idee fondanti; no, in Emilia-Romagna i comunisti erano riformisti per davvero e lo sono stati fin da subito la conquista del potere locale.

Alla costituzione del socialismo municipale contribuirono anche leggi nazionali come quella, per esempio sulle municipalizzazioni a firma di Giolitti e data un presupposto normativo che, secondo Baldissara, fornisce l’occasione per il socialismo “di intervenire in settori fondamentali della vita delle masse lavoratrici, e dunque di poter garantire la fruizione dei servizi di base delle masse lavoratrici in base a criteri di maggiore equità. Si tentò quindi la via della ‘municipalizzazione del pane’, cioè della gestione di forni comunali capaci di fornire questo alimento primario a prezzi minori rispetto agli esercenti privati. Si procedette inoltre all’assunzione a spese dei comuni dei servizi in rete (trasporti, acqua e gas), in modo da favorirne l’accesso ai ceti subalterni, ma anche di procedere alla modernizzazione (estensione dei collegamenti e dell’illuminazione, miglioramento delle condizioni igieniche) dei centri amministrati”5.

Occorre anche ricordare anche che all’inizio del Novecento si assistette all’allontanamento del clero dagli istituti di assistenza, alla gestione arbitrale delle opere religiose sopravvenne quella dei cosiddetti municipi “rossi” come nel caso dell’allontanamento delle suore dall’orfanotrofio a Cesena nel 1903 e a Rimini nel 1906. Ma la rimozione di personale del clero avvenne negli ospedali avvenne anche a Imola e Ravenna e a “Forlì la laicizzazione si spingeva oltre l’espulsione del personale ecclesiastico, sino al reimpiego delle risorse finanziarie già impegnate dall’amministrazione clericale per il miglioramento delle prestazioni assistenziali”6.

Il fascismo si abbatté sulle conquiste del movimento operaio della nostra regione con un accanimento maggiore rispetto alle altre regioni del Paese, la violenza squadrista si concentrò, come rileva Patrizia Dogliani, soprattutto sui braccianti infatti “dell’ottantina di uccisi nel Bolognese tra il 1920 e il 1943 (a riprova che la violenza si istituzionalizzò ma non venne meno dopo il 1925) più della metà delle vittime erano braccianti” 7.

Buona parte della spina dorsale della gerarchia nel regime fascista, almeno fino all’inizio degli anni ’40, proveniva dalla nostra regione, eppure possiamo dire che lungo il ventennio sopravvisse una resistenza al regime fino a diventare via via più larga abbracciando masse di contadini che costituirono il nerbo della lotta di liberazione in Emilia-Romagna “coinvolgendo famiglie intere, interi paesi nella lotta armata, nel sostegno alle formazioni partigiane, (…). Il sacrificio dei sette fratelli Cervi, contadini del reggiano, fucilati dai nazisti, non è un evento unico, ma si inquadra in un’epopea che ha visto per la prima volta le popolazioni delle campagne battersi concordemente per chiari obiettivi nazionali e sociali”8.

Alla testa del movimento di Liberazione in Emilia-Romagna si collocò il PCI che, a differenza degli altri partiti antifascisti, così come nel resto d’Italia, riuscì a mantenere una organizzazione clandestina la quale aumentò costantemente durante la Resistenza. La lotta di Liberazione indicò la questione del socialismo nella vita regionale questa volta riproposta dai comunisti che assunsero all’indomani del 1945 una posizione predominante nel fronte delle sinistre. Una certa impostazione dogmatica, allora imperante nello schieramento comunista internazionale e il mito dell’URSS, di fatto determinano la cosiddetta “doppiezza” che in un primo tempo non permise ai comunisti, né ai socialisti di “uscire dalle loro vecchie basi sociali e ideali (Zangheri, 2004)”. Il PCI svolse quindi, nei fatti, una funzione socialdemocratica e lo fece fin da subito rilanciando quelli che, dopo la lunga fase del Ventennio, erano e torneranno ad essere i centri nevralgici della vicenda regionale, centri che Zangheri individuerà nelle cooperative, nei Comuni, nelle associazioni di mestiere, ricreative, mutualistiche e di solidarietà che per più di un secolo hanno caratterizzato l’Emilia-Romagna.

Uno dei capisaldi del corso socialdemocratico dei comunisti emiliano-romagnoli, recuperato peraltro nell’alveo della tradizione socialista, fu la municipalizzazione che traeva origine anche da motivazioni ideologiche rintracciabili nell’introduzione del concetto marxiano del materialismo storico e della lettura delle dinamiche degli enti locali conseguente alla dialettica fra le classi. Un passo del Corso pratico sugli enti locali del PCI del 1951 è paradigmatico in questo senso per i comunisti ‘la storia dei Comuni ci insegna che il governo comunale è stato sempre oggetto di contesa fra le classi in lotta [quindi] la classe che detiene il potere politico dello Stato influisce sull’ordinamento comunale in modo conforme ai suoi interessi i quali in certi periodi consentono od addirittura richiedono una maggior democratizzazione dei Comuni, mentre in altri periodi ne esigono la restrizione od il radicale soffocamento’”.9

Luca Baldissara da’, di questo passo, la seguente lettura

gli spazi d’azione dei comuni vengono dunque disegnati dalla classe borghese a seconda delle convenienze tattiche e degli equilibri interni a questa classe, alternando momenti ‘in cui lo stato borghese allarga questa autonomia, altri in cui la restringe o addirittura la sopprime come fece il fascismo’. Solo con la conquista dei comuni da parte del movimento operaio si avvierebbe dunque il processo di democratizzazione delle amministrazioni comunali, poiché la concezione politica del socialismo concepisce i comuni come le prime sedi nelle quali il popolo esercita il suo potere, e quindi se democrazia è partecipazione di tutto il popolo alla vita pubblica, i comuni sono la prima istanza della democrazia. 10

Il comune e, quindi, le funzioni che esso gestiva, fra le quali, come noto, i servizi pubblici, non andava considerato come “un mero organo burocratico, ma come un ‘ente dotato di poteri e di autonomia, chiamato ad esplicare una serie numerosa e varia di proprie funzioni’, nel cui esercizio si deve dimostrare un ente capace di compiere veri e propri atti di potere, un efficace strumento della lotta di classe e il centro di sistemi di alleanze politiche’: ‘ in sostanza il Comune deve sapere tradurre in termini comunali le grandi lotte politiche’”.11

Dozza diviene, insieme a Fortunati (senatore e membro dell’esecutivo della Lega dei comuni democratici) possono essere definiti i rappresentanti di un’amministrazione che si eleva al ruolo di testimonianza concreta per la realizzazione un nuovo tipo di intervento municipale, per la costruzione di una nuova cultura politico – amministrativa in grado di fornire risposte adeguate alle nuove esigenze delle città allora in espansione e “dei ceti che in esse si trovano a vivere in condizioni maggiormente disagiate spingendo altre amministrazioni locali governate da maggioranze di sinistra ad emulare quanto messo in opera nel capoluogo emiliano”.12

Gli orientamenti “democratici” espressi si concretizzavano attraverso una politica di spesa e anche di entrata, in entrambi i casi originando un effetto di incremento dei redditi attraverso l’applicazione in chiave locale del moltiplicatore keynesiano in un circolo contrassegnato da spese per investimenti, servizi locali e consumi a diretto vantaggio delle “fasce deboli”.

Gli amministratori locali erano dunque decisi ad utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione per realizzare indirizzi generali di finanza locale e politica tributaria, in questo senso il Bilancio era la sintesi di una politica volta ad aumentare le entrate: “attraverso la giusta scelta delle fonti di reperimento, l’equa discriminazione dei redditi, il costante affinamento degli organi di accertamento.”.13

Le politiche di bilancio non erano quindi un solo compito tecnico di rendicontazione economica e finanziaria, un esercizio di abilità contabile e di dimostrazione di efficienza ragionieristica. Lo capiamo dalle parole dell’Assessore ai tributi dell’Amministrazione Dozza, Paolo Fortunati, che Baldissara riporta nel suo saggio all’interno della Storia dell’Emilia-Romagna. Fortunati spiega quali siano gli obiettivi di un’amministrazione:

noi pensiamo che le amministrazioni locali non debbano soltanto risolvere un problema contabile, pervenire cioè a un determinato gettito dei tributi. Le amministrazioni si trovano di fronte ad una più grave difficoltà: si tratta di raggiungere un determinato gettito in un determinato modo (…) con una distribuzione del carico tributario imperniata su un principio di progressività, perché altrimenti noi risolveremo soltanto gli aspetti contabili, ma non le aspirazioni secolari di una giustizia tributaria.14

Il tentativo, insomma, era quello di assicurare risorse economiche per le amministrazioni in grado di garantire al contempo lo sviluppo del territorio e l’innalzamento della tutela sociale attraverso un percorso di democrazia fiscale.

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Renzo Imbeni

Sullo stesso tema tornerà sul finire degli anni ’80, in un intervento per la Conferenza programmatica del PCI bolognese, Renzo Imbeni quando sosterrà: “il modo per capire è indicare i nuovi confini fra vecchio e nuovo, fra destra e sinistra, fra giusto e ingiusto (..). Per il fisco italiano i grandi redditi per la maggior parte non esistono, i medi sono visti solo in parte, per i piccoli la situazione è tutta sotto controllo. L’ingiustizia fiscale non provoca solo malcontento e fuga nell’arrangiamento individuale, ma è all’origine della voragine finanziaria. Il deficit pubblico non si risanerà mai con l’affannosa rincorsa a tagliare questa o quella spesa sociale, ma solo con l’equità fiscale, (…)”15.

1 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 94

2 R. Zangheri, ibidem, pag. 95

3 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 95

4 R. Zangheri, ibidem, pag. 95

5 L. Baldissara in Mutamenti istituzionali e politiche sociali nella regione “rossa” in , Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 144

6 L. Baldissara ibidem, pag. 143

7 P. Dogliani, Il fascismo: dalla regione alla nazione, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 103

8 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 96

9 Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pag. 3, PCI, 1951,in Baldissara L., ibidem, pag. 123

10 L. Baldissara, ibidem, pag. 123. Le frasi virgolettate all’interno della citazione di Baldissara sono brani tratti dallo stesso Baldissara dal Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pag. 3. PCI, 1951

11 L. Baldissara, Le frasi virgolettate all’interno della citazione di Baldissara sono brani tratti dallo stesso Baldissara dal Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pagg. 59, 60, 62. PCI, 1951

12 L. Baldissara, ibidem, pag. 234

13 Atti del Consiglio comunale di Bologna, 14 dicembre 1953 in L. Baldissara, ibidem, pag. 245

14 L. Baldissara, Mutamenti istituzionali e politiche sociali nella regione “rossa”, in Storia dell’Emilia-Romagna, Vol. 2, Editori Laterza, Bari, 2004, pag. 150

15 R. Imbeni, Bologna Futura. Conferenza di programmatica dei comunisti bolognesi, Franco Angeli, Milano, 1989, pag. 450

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Ceto medio e Emilia Rossa (2)

Di seguito alcuni appunti sul celebre discorso di Palmiro Togliatti. Nelle mie intenzioni questo sarebbe il primo di una serie di riflessioni che vorrei svolgere sul cosiddetto “modello emiliano”.

Di Eugenio Pari

“Emilia rossa” è l’espressione con cui per decenni si è caratterizzato il modello non solo politico, ma sociale economico e culturale dell’Emilia Romagna.

Come noto questa formula trae le sue origini dal celebre discorso che Togliatti pronunciò al Teatro comunale di Reggio Emilia il 24 settembre 1946, discorso i cui contenuti determinano una vera e propria “pietra angolare” del modello emiliano e nella linea politica nazionale del Pci.

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Palmiro Togliatti

Il modello a cui Togliatti si ricollega nel tentativo di indicare da un lato la linea generale del Pci e dall’altro di offrire un riferimento concreto di governo ai comunisti emiliano romagnoli, è quello del “riformismo” dei Costa, dei Marabini, dei Massarenti e Prampolini.

Ecco il passaggio in questione:

“Il socialismo è stato tra di noi un grande movimento progressivo, non soltanto perché ha portato sulla scena politica l’operaio, colle sue rivendicazioni di libertà e di giustizia sociale, ma perché sulla stessa scena ha collocato al primo piano anche il bracciante e le altre categorie decisive di lavoratori della terra. Aver fatto delle plebi rurali povere, miserabili, febbricitanti e turbolente una massa di milioni di donne e di uomini inquadrati nelle Leghe, nelle cooperative, nelle Camere del lavoro, nelle sezioni di un partito nazionale; avere insegnato loro a conquistare e gestire i comuni; e soprattutto averle strette insieme con legami di solidarietà e avere acceso nell’animo loro la fede inestinguibile di un avvenire migliore, nella redenzione del lavoro da ogni sfruttamento e da ogni oppressione, questo fu il grande merito dei pionieri del socialismo, degli Andrea Costa, degli Anselmo Marabini, dei Giuseppe Massarenti, dei Camillo Prampolini e di tutti gli alrti.1

Il “Migliore” citando i nomi dei “pionieri” che edificarono il socialismo municipale in Emilia parlerà nei loro confronti di “venerazione”. Togliatti si esprimerà in questi termini:

“I nomi di questi uomini, noi comunisti, li onoriamo e li veneriamo, e non solo perché fanno parte delle migliori tradizioni del popolo italiano, che noi sentiamo nostre, ma perché in essi riconosciamo dei maestri di quella politica che si fonda sulla capacità di esprimere le aspirazioni più profonde degli uomini che vivono del loro lavoro, e sulla capacità di organizzare la lotta per la realizzazione di queste aspirazioni.2

Togliatti dopo queste frasi si sofferma però su una critica, che può apparire un monito ai dirigenti emiliani del Pci, partito che ha avuto una rapidissima crescita organizzativa e di voto, partito con “profondissime radici in tutti gli strati”. Una critica a posteriori rispetto alla necessità di costruire quella che verrà definita politica delle alleanze, ovvero il blocco sociale del Partito nella regione.

“(…) Vi era nei riformisti un pericoloso particolarismo, cioè la tendenza a separare l’uno dall’altro i problemi, in modo che veniva quasi sempre perduta la visione di prospettiva e dell’interesse generale del movimento. Il vecchio dirigente riformista era capace, meglio di chiunque di fare l’interesse della cooperativa da lui fondata e diretta; ma ad un certo punto non era più in grado di comprendere se, per fare questo interesse in modo esclusivistico, non andava contro l’interesse e i fini di tutto il movimento, o non cedeva al nemico qualcuna delle posizioni di principio che non debbono essere cedute. Lo stesso avveniva nel movimento sindacale. Lo stesso nel campo politico. In questo modo di producevano due conseguenze principali, che dovevano essere fatali alla sorte del riformismo e anche del socialismo in Italia: da un lato veniva spezzata l’unità delle classi lavoratrici e della loro azione, che perdeva il necessario rilievo nazionale; dall’altro penetravano nelle file stesse del socialismo le influenze dei nemici del socialismo stesso, e questo perdeva il suo slancio, si corrompeva, si imborghesiva, diventava l’arena delle ambizioni di avvocati e di altri politicanti della città.3

Ora, tralasciando i toni pacati e razionali, propri del leader comunista, toni a cui, vale la pena dircelo, siamo completamente disabituati osservando il dibattito politico contemporaneo, Togliatti mette in guardia i dirigenti e militanti comunisti tracciando le responsabilità che hanno portato al “fallimento” i socialisti. Fra queste vi è l’incapacità di non aver saputo attuare politiche unitarie fra il proletariato delle campagne e gli “strati intermedi”, una “errata impostazione del problema contadino” espressa in questi termini:

“Il riformismo, (…) non seppe mai prendere una giusta posizione verso gli strati intermedi delle campagne. Legò la soluzione del problema della terra a formule generali, astratte e vuote, non aderenti alla realtà, come quella della socializzazione. Nell’azione pratica si comportò verso i gruppi intermedi come se non ne comprendesse le caratteristiche e i bisogni, lasciando affiorare errate e pericolose tendenze livellatrici, come se lo scopo fosse stato quello di far diventare tutti i lavoratori agricoli dei braccianti e per questa via portarli per forza al socialismo. Questa posizione era antimarxista, quant’altra mai, e assurda poi, tanto nella vostra regione, quanto nelle altre regioni italiane dove le forme di economia agricola individuale, (…), hanno radici profondissime.4

Si potrebbero trarre alcune conclusioni su questo brano. La prima potrebbe consistere in una critica alla fase di collettivizzazione forzata voluta in Urss negli anni ’30, una critica che per quanto “a posteriori” unita alla dottrina del “partito nuovo” e al carattere nazionale del Pci, già metteva in luce elementi di differenziazione del Pci rispetto al Pcus, in anni, peraltro, dove la difformità rispetto alla linea del partito di riferimento era

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copertina di Politica nazionale e Emilia Rossa (Editori Riuniti)

pesantemente sanzionata dai sovietici. L’altra potrebbe essere rispetto al dibattito interno al Partito in tema di politiche agrarie in particolare sulla polemica fra Sereni, interprete della linea togliattiana e Grieco, su posizioni più ortodosse, divisione a cui ci riferiremo più avanti. Un’ultima riflessione potrebbe riguardare l’indicazione a dirigenti e militanti di non attuare politiche e atteggiamenti livellatori e pauperistici, che porteranno il partito negli anni successivi a sostenere l’iniziativa privata di piccoli e medi imprenditori i quali militeranno e rafforzeranno il partito stesso.

I “gruppi intermedi” delle campagne, in particolare la classe mezzadrile, stringerà quell’alleanza, con il proletariato operaio e con il ceto medio, che sta alla base del successo elettorale, politico e amministrativo del Pci nelle “regioni rosse”, in particolare in Emilia Romagna e Toscana.

Un’altra differenza tra comunisti e socialisti, questa volta non distinti dai riformisti, la sancisce Renato Zangheri5 il quale in un articolo su Rinascita del 1969 riprende gli aspetti non razionali dei socialisti. È interessante sottolineare che Zangheri scrive questo articolo quando il modello di governo comunista nella regione, già arrivato a maturazione, è alla vigilia di importanti cambiamenti che cercherò di definire più avanti.

Scriveva Zangheri:

“(…) c’era nel vecchio socialismo della nostra regione una concezione del mondo, una filosofia (…), un costume, una morale, una fede nella liberazione dell’umanità. Oggi siamo pervenuti ad una concezione più logica del partito, l’adesione al quale è essenzialmente l’adesione ad un programma politico, e quindi tende ad escludere gli elementi di fideismo e di dogmatismo. Una delle conseguenze del carattere “messianico”, (…), del vecchio socialismo (…), fu di trasferire le attese e le speranze in un futuro remoto, al quale ci si rivolgeva in modo approssimato e assieme confuso ed astratto (…). oggi noi [comunisti] siamo forti in Emilia e in Romagna perché abbiamo profonde radici fra i proletari della città e della campagna, ma anche perché siamo usciti dallo steccato e abbiamo stabilito collegamenti con tutte le forze interessate alla trasformazione della società.6

Un approccio “logico”, razionale al tema della trasformazione che doveva essere collocata all’interno dell’idea di “democrazia progressiva”; non certo un approccio insurrezionale o di preparazione all’insurrezione, cose queste ultime, che Togliatti aveva escluso, come risaputo, fin dal 1944, anno della cosiddetta “Svolta di Salerno”.

A differenza di ciò che avvenne in Grecia, tenendo a bada pulsioni insurrezionali ancora presenti nel Partito, Togliatti appoggia una linea di governo, di cui l’Emilia Romagna sarà il prototipo, da svilupparsi all’interno dei principi democratici che verranno, di li a due anni, esplicitati nella Costituzione. La linea da seguire è quella delle “riforme di struttura”come fattori della “via italiana al socialismo”, egli aveva però anche ben chiaro il fatto che i rischi di un ritorno al fascismo era ben presente. D’altra parte egli non volle e non poté tralasciare le responsabilità del movimento operaio nei confronti dell’ascesa del fascismo in Italia.

“È assurdo pensare che il fascismo si piovuto sopra di noi dal cielo. Se il nostro paese è diventato fascista, è perché nell’organismo stesso italiano vi erano quei germi che, sviluppandosi, dovevano di necessità portare alla tirannide fascista. Questi germi devono essere cercati nella nostra stessa struttura sociale e nella natura delle nostre classi dirigenti. Se vogliamo dunque evitare la ricaduta, dobbiamo modificare parecchie cose nella struttura e nella direzione della vita nazionale.7

La lezione di Gramsci sul “sovversivismo delle classi dirigenti italiane”, ovvero la tendenza dei gruppi dominanti a sovvertire regole e procedure democratiche per conculcare le minoranze e difendere le proprie posizioni di potere è piuttosto esplicita in questo passaggio del discorso di Togliatti.

Torniamo quindi alla rottura fra gli “strati” dei lavoratori delle campagne esercitata dai riformisti, già accennata in precedenza a causa della “errata impostazione del problema contadino”.

“La sconfitta del movimento riformista emiliano fu essenzialmente una grande rottura tra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivistica, e i gruppi intermedi delle campagne e delle città. Questa rottura, che non fu solo di natura economica, ma si alimentò anche di elementi ideologici soprattutto di ordine nazionale, fu all’origine del fascismo.8

Questa revisione critica delle politiche agrarie dei socialisti esercitata dal Pci, arrivando alla conclusione che queste condussero alla divisione fra braccianti e mezzadri nella Valle Padana, divisione che a sua volta contribuì all’ascesa del fascismo non riguarderà, invece, la valutazione e le politiche comuniste sulla questione agraria nel Mezzogiorno. Nell’Italia meridionale, infatti, il Pci, nel secondo Dopoguerra, adottò una linea di cautela nei confronti delle lotte del movimento contadino meridionale che prima dell’avvento del fascismo adottarono i socialisti.

La linea comune di socialisti e comunisti nell’approccio alla questione agraria meridionale dipese, secondo un saggio di Anna Rossi Doria del 1976:

“(…) dalla mancanza di fiducia (…) verso la capacità dei contadini [del sud] (…) di organizzarsi in modo autonomo”, che riproduceva una caratteristica dei dirigenti socialisti degli inizi del secolo: “la diffidenza (…) circa la possibilità del cafone meridionale a saper rispettare la dura disciplina della lotta di classe e a non trascendere in eccessi”.9

Togliatti nel 1946 a Reggio Emilia, nel suo discorso a quadri e militanti comunisti con toni piuttosto espliciti si soffermerà sulla questione sollevata nel saggio di Anna Rossi Doria . In una passaggio si poteva ben comprendere che c’era e ci sarebbe stato un diverso atteggiamento dei comunisti rispetto alle lotte nelle campagne, differenziazione dovuta alle caratteristiche storiche, culturali e persino geografiche in cui esse si erano sviluppante e andavano riorganizzandosi.

Volesse il cielo che un movimento potente e vittorioso di masse come quello emiliano si fosse sviluppato in altre regioni: nel Veneto, in Sicilia, in Sardegna, in Calabria, in Basilicata, (…). Volesse il cielo che anche quei lavoratori avessero saputo spezzare da tempo la soggezione ai rapporti tradizionali d’autorità, e invece di conservare l’ossequio servile per il loro sfruttatore di votare secondo l’indicazione dell’agrario e del prete avessero saputo condurre una lotta potente e bene organizzata per redimersi dalla arretratezza e dalla miseria, collo stesso slancio ed impeto dei lavoratori emiliani. Se ciò fosse avvenuto, la nostra patria sarebbe oggi un paese molto più progredito di quanto non sia.10

Togliatti non poteva immaginare il futuro e quindi sapere che proprio nel tentativo di sovvertire quei rapporti feudali e di sottomissione, peraltro per via pacifica, il 1 maggio 1947 verranno uccise undici persone fra uomini, donne e bambini nella piana di Portella della Ginestra per mano del famigerato bandito Giuliano.

Di certo, però, era assolutamente in grado di trarre delle conclusioni sulle lotte nelle campagne del Mezzogiorno nel biennio 1944 – 46, ciclo che il Pci definiva “caratterizzato da rivolte disperate ed estremistiche, [di] spontaneità assoluta, tradizione secolare delle occupazioni delle terre e del ribellismo municipale”11.

Ciò che sostanzialmente manca ai lavoratori del Mezzogiorno è la capacità organizzativa che storicamente ha caratterizzato i proletari emiliano romagnoli. Oltre a ciò, la realtà di questa regione è sempre stata incentrata su solide doti di associazione fra i più deboli, doti che per ragioni storicamente determinate i lavoratori del Mezzogiorno non possedevano e che il movimento operaio fino ad allora non aveva nemmeno più di tanto provato ad instillare. I comunisti, attraverso soprattutto la penetrazione dell’organizzazione sindacale proveranno ad attivare queste capacità fra il proletariato del Mezzogiorno.

Mi sono semplicemente limitato a riportare alcune impressioni, in quanto l’analisi e il dibattito dei comunisti sulla questione agraria sono qualcosa di molto più profondo e non semplicemente sintetizzabile. Esse coinvolgono anche la differenza di prospettiva presente non solo tra i militanti, che comunque si adegueranno sempre nella stragrande maggioranza alla linea sancita dai gruppi dirigenti, ma all’interno del gruppo dirigente stesso. Posizioni che riguardavano il carattere che il Pci avrebbe dovuto assumere con la linea togliattiana di cui, come detto, l’interprete per le politiche agrarie nel gruppo dirigente era Emilio Sereni12; mentre la linea più ortodossa, per meglio dire su posizioni leniniste classiche era invece rappresentata da Ruggero Grieco.13 Sereni sosteneva una battaglia in funzione antimonopolistica anche nelle campagne e quindi una politica delle alleanze fra i “gruppi” delle campagne; al contrario, Grieco ribadiva con fermezza la tesi di disarticolare le categorie che componevano il lavoro nelle campagne utilizzando le contraddizioni interne per arrivare alla sua riorganizzazione in funzione anticapitalistica e rivoluzionaria.

L’approccio pragmatico e sicuramente incentrato sulla linea della “politica delle alleanze” di Togliatti e di tutto il Pci, nell’economia del ragionamento che si sta tentando di portare avanti, contribuirà in maniera determinante a rendere il “gruppo” mezzadrile alla base del forte consenso in Emilia Romagna e alla sua trasformazione in classe imprenditoriale.

Mi sembra opportuno riportare un passaggio di Caciagli, sulle differenze tra Pci e Pcf, cioè tra i due più importanti partiti comunisti dell’Occidente, caratterizzato il primo nella ricerca originale di una “via al socialismo” e quindi impegnato sulla costruzione delle necessarie alleanze per arrivarci; mentre il secondo ancorato ad una visione più ortodossa del proprio “compito rivoluzionario”.

‘I mezzadri costituirono il principale vettore di penetrazione comunista in Emilia Romagna (…). L’abilità del Pci fu di non accontentarsi di quella che Maurice Thorez chiamava ‘una materia di prim’ordine (…). Il Pci si rivolse agli artigiani, ai commercianti e agli intellettuali (…). I suoi sforzi suscitarono tensioni interne, qualcuno dei suoi militanti più radicali non apprezza per niente questa politica delle alleanze. Ma non modificano la composizione sociale del partito dominata da mezzadri, braccianti e operai. (…) A differenza del monolitismo operaio della banlieu parigina, la base sociale del Pci è dunque tridimensionale’ (Lazar, Maison Rouges). Il Pci chiamava quel sistema di alleanze “blocco sociale”, ma possiamo chiamarlo alleanza interclassista. Proprio qui stava, rispetto al Pcf, la capacità del Pci di aggregare e allargare il consenso. Una capacità che mostrò tutti i suoi effetti quando i mezzadri e gli operai divennero piccoli e medi imprenditori nei sistemi di economia differenziata. (…) la classe gardèe del Pci, i mezzadri, misero anni a scomparire e lasciarono un’eredità; la classe gardèe delle fabbriche della banlieu, fu spazzata via in poco tempo”14

verrebbe, da dire con la ristrutturazione capitalistica chiuse le fabbriche anche la classe operaia abbandonò progressivamente il Pcf, portandolo, di fatto alla marginalità politica. Per il Pci e i partiti di sua derivazione, il discorso fu moltro diverso: le trasformazioni del sistema economico e produttivo della fine anni ’70, inizio anni ’80 non determinarono affatto una fuoriuscita da esso da parte della propria classe gardèe.

1P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 36, Editori Riuniti, Roma

2P. Togliatti, ibidem, pag. 37

3P. Togliatti, ibidem, pag. 37

4P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 38, Editori Riuniti, Roma

5 Renato Zangheri è nato a Rimini il 10 aprile 1925. Ha frequentato il liceo Giulio Cesare di Rimini, poi la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, dove si è laureato con lode con una tesi su “Problemi e aspetti del socialismo italiano”. Assistente del professor Luigi Dal Pane ha conseguito la libera docenza e nel 1960 la cattedra universitaria. Ha insegnato Storia economica e storia delle dottrine economiche nelle Università di Trieste e Bologna. I suoi principali studi riguardano la distribuzione della proprietà terriera fra ‘700 e ‘800, i catasti come fonti storiche, il pensiero dei fisiocratici francesi, la storia del socialismo. La carriera amministrativa a Bologna comincia come consigliere nel 1956; dal 1959 è assessore con Dozza e poi sindaco di Bologna dal 1970 al 1983. Nel 1971 lancia il primo grande piano di recupero e risanamento del centro storico. Nel 1973 vara misure sul trasporto pubblico che prevedono corsie preferenziali e fascie orarie gratuite. Intenso il dibattito culturale e politico durante il suo mandato tra intellettuali, istituzioni e il movimento studentesco, soprattutto dopo l’uccisione di Francesco Lorusso nel marzo 1977.In quegli anni alcune fra le pagine più dolorose della storia della città: la strage dell’Italicus nel 1974 e la bomba alla stazione il 2 agosto 1980. Nel 1982, per la prima volta in Italia, affida una struttura pubblica all’associazionismo omosessuale. Nel marzo 1983 Renato Zangheri lascia Bologna per dirigere il Dipartimento sullo Stato e le autonomie locali della Direzione del Pci. Si mantiene l’accordo Pci-Psi, che designa successore sindaco Renzo Imbeni. Eletto deputato nel 1983 e 1987, Zangheri è presidente del gruppo parlamentare del Pci negli anni fra 1986 e 1989. Dal 1991 aderisce al PDS, quindi ai DS. Dal 1991 torna all’insegnamento universitario, ricoprendo fra 1991 e 1994 la carica di Rettore dell’Università di San Marino. Nell’ultimo decennio si dedica alla redazione della Storia del socialismo italiano di cui sono usciti i primi due volumi. Nel 1998 è nominato dal Ministero dei Beni culturali presidente della Commissione scientifica per la nuova edizione nazionale delle opere di Antonio Gramsci, incarico da cui si è dimesso nel 2000. Muore a Imola il 6 agosto 2015. https://www.bibliotecasalaborsa.it/documenti/20367

6R. Zangheri, Ruolo e alleanze della classe operaia, Rinascita, 1969

7P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 29, Editori Riuniti, Roma

8P. Togliatti, ibidem, pag. 38

9I corsivi sono di S. G. Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno, Torino, 1972, pag. 177 compreso nel saggio di Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

10P. Togliatti, ibidem, pag. 36

11Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

12 Emilio Sereni. Nato a Roma il 13 agosto 1907, deceduto a Roma il 20 marzo 1977, studioso di Agronomia, dirigente del Partito Comunista Italiano. Sereni subì il primo arresto a Portici nel 1930. Era da poco rientrato a Napoli da Parigi, dove aveva preso contatto con i dirigenti del Centro estero del P.C.d’I. Portato davanti al Tribunale speciale con Manlio Rossi Doria , i due saranno condannati a 15 anni di reclusione. Grazie ad amnistia, Sereni è liberato nel 1935. Espatriato con la famiglia in Francia continua nell’attività politica e il 1940 lo vede a Tolosa, intento a ricreare quei collegamenti che, l’anno successivo, porteranno alla costituzione di un CLN in nuce. Tra il 1942 e il 1943 Sereni si collega alla Resistenza francese e comincia a pubblicare La parola del soldato, un giornale clandestino rivolto ai militari delle forze d’occupazione italiane in Francia. Non trascura, tuttavia, il suo impegno di studioso e scrive quello che è considerato un classico della letteratura storico-economica del Novecento: La questione agraria nella rinascita nazionale. Il libro uscirà a Roma soltanto nel 1946. Ma nel 1943 Emilio Sereni finisce di nuovo in manette. Il 17 giugno i carabinieri delle nostre forze di occupazione in Francia lo arrestano. Carcerato e torturato nel forte di Antibes, lo studioso antifascista è giudicato da un nostro Tribunale militare, con altri otto coimputati, per “direzione di guerra civile e incitamento alla diserzione”. La condanna è a 18 anni di reclusione e Sereni, nonostante il governo Badoglio sia subentrato a quello di Mussolini, è tradotto nel carcere di Fossano (Cuneo). Fallito un tentativo di evasione, il dirigente comunista finisce nelle mani delle SS, che fortunatamente non sanno quale sia la sua vera identità. Rinchiuso per sette mesi nel “braccio della morte”, è liberato nell’agosto del 1944 e si porta a Milano. Qui dirige, nonostante sia malato, il lavoro di propaganda e, con Luigi Longo il PCI nel CLN dell’Alta Italia. Nei giorni dell’insurrezione è Emilio Sereni che sottoscrive, a nome del PCI, il manifesto dell’assunzione dei poteri da parte del CLN della Lombardia ed è sempre lui che, dopo la Liberazione, presiede il CLN lombardo ed è nominato commissario per l’Alta Italia dal ministero degli Interni. Nel dopoguerra Sereni, membro della Direzione del suo partito e membro della Costituente, organizza i Consigli di Gestione, è ministro (prima dell’Assistenza postbellica e poi dei Lavori pubblici) nel secondo Gabinetto De Gasperi, parlamentare sino al 1972, responsabile del settore culturale del PCI, membro dell’Esecutivo mondiale dei Partigiani della Pace, presidente dell’Alleanza Nazionale Contadini. Un impegno massacrante, che non gli impedisce tuttavia di continuare nel lavoro scientifico che si concretizza nell’insegnamento universitario e in diversi libri, tra cui: Il capitalismo nelle campagne 1860-1900 (1947), Storia del paesaggio agrario (1962), Comunità rurali dell’Italia (1965), Capitalismo e mercato nazionale (1967). http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1339/emilio-sereni

13 Ruggero Grieco. Nato a Foggia il 19 agosto 1893, deceduto a Massa Lombarda (Ravenna) il 23 luglio 1955, parlamentare e dirigente comunista, promotore della riforma agraria. Fu, dopo la Liberazione, il principale promotore e organizzatore, con Giuseppe Di Vittorio, dei contadini italiani per la riforma agraria. Rimasto orfano di padre a soli sette anni, Grieco si era diplomato in agronomia a Spoleto. Nel 1912, a Foggia, aveva aderito al Partito socialista e aveva trascorso l’autunno tra i braccianti, per conoscerne direttamente i problemi e le aspettative. Trasferitosi a Napoli per frequentare la Scuola superiore di agricoltura di Portici, dopo un anno e mezzo dovette abbandonare gli studi per difficoltà famigliari. A Napoli, dove aveva avuto modo di conoscere Amedeo Bordiga, collaborò al settimanale Il Lavoro e, con lo stesso Bordiga, tentò inutilmente di fare opera di moralizzazione tra i socialisti locali. Nel 1913 Grieco, che si era trasferito a Roma, fu chiamato alle armi e assegnato al 1° Reggimento Granatieri di Sardegna. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, combatté sul Carso e sul Grappa col grado di sottotenente. Tornato a Napoli al termine del conflitto, Greco riprese i contatti con Bordiga e, con lui e con i compagni del gruppo torinese dell’Ordine Nuovo, fu tra i promotori della nascita del PCd’I, nel cui Comitato Centrale fu eletto, entrando a far parte anche dell’Esecutivo. Fu Antonio Gramsci a convincerlo, e a portarlo nella sua maggioranza al Congresso di Lione. Dopo la proclamazione, nel 1926, delle “Leggi eccezionali” fasciste, Grieco fu costretto ad espatriare e fu designato a dirigere, con Palmiro Togliatti, del suo partito. Nel 1927, in contumacia, il dirigente comunista fu condannato a 17 anni e 6 mesi di reclusione dal Tribunale speciale. Cominciarono così i lunghi anni dell’esilio, che videro Ruggero Grieco impegnato in un’attività politica senza soste. Dal 1927 al 1939 fu tra i principali redattori della rivista Lo Stato Operaio. Nel 1928, il VI Congresso dell’Internazionale Comunista lo elesse membro candidato dell’Esecutivo; nel 1935, il VII Congresso lo nominò membro effettivo. Quando, allo scoppio della II Guerra mondiale, Grieco riparò dalla Francia all’Unione Sovietica, lavorò presso la sezione italiana di Radio Mosca. Mentre si trovava nella capitale sovietica, ebbe modo di partecipare in prima persona alla battaglia in difesa della città e di meritare, per questo, una decorazione al valore. Rientrato nell’Italia già liberata nel settembre del 1944, Ruggero Grieco fu nominato, dopo la Liberazione, alto commissario aggiunto all’Epurazione, consultore nazionale e deputato all’Assemblea Costituente. Senatore di diritto nel primo Senato della Repubblica, fu confermato nell’incarico nelle elezioni del 1953. Dirigente della Sezione agraria del Partito comunista italiano, ha dato, con Giuseppe Di Vittorio, un decisivo contributo alla costituzione di quella “Associazione dei contadini del Mezzogiorno”, che è stata per lunghi anni uno dei suoi principali obiettivi di lavoro. Autore di molte pubblicazioni sui problemi di politica agraria, Ruggero Grieco è stato stroncato da un infarto, mentre teneva un comizio nel Ravennate. http://www.anpi.it/donne-e-uomini/873/ruggero-grieco

14M. Caciagli, Addio alla provincia rossa, pag. 375, Carocci, 2018

 

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Ceto medio ed Emilia rossa

Palmiro Togliatti e “Ceto medio ed Emilia Rossa”

IN ALLEGATO IL FILE INTEGRALE DEL DISCORSO TENUTO DA TOGLIATTI A REGGIO EMILIA IL 24/09/1946 ceto medio emilia rossa 

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 In questo discorso il segretario del PCI argomentò a fondo le ragioni storico-politiche che imponevano la costruzione di un solido rapporto con i ceti medi. Così facendo Togliatti si collocava per molti aspetti nel solco della tradizione del movimento socialista italiano, la cui eredità veniva infatti apertamente rivendicata, allo stesso tempo egli definiva l’originalità e la «modernità» del «partito nuovo» rispetto al vecchio riformismo proprio nella capacità di andare oltre quell’impianto particolarista e classista che aveva spinto il PSI a privilegiare le ragioni dei braccianti a scapito di quelle dei mezzadri e dei piccoli proprietari, contribuendo a determinare una frattura sociale in cui si sarebbe inserito il fascismo. Il rapporto con i ceti medi, secondo Togliatti, era invece essenziale, sia per il radicamento del PCI che per la realizzazione di quel «patto tra produttori» che era al centro della proposta di politica economica da lui lanciata in agosto su «l’Unità» con un esplicito riferimento al New Deal rooseveltiano. Un «nuovo corso» la cui realizzazione era considerata necessaria per superare in modo duraturo le tensioni sociali che attraversavano il paese e per il successo della strategia lanciata a partire dalla «svolta di Salerno».

Estratto pubblicato su: https://ilmigliore.wordpress.com/2016/04/19/ceto-medio-ed-emilia-rossa/

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