Archivi tag: questione morale

Una riflessione

Cercando tra le cose scritte ripropongo un articolo scritto da me sul tema dei “costi della politica” e sul potere della politica.

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Enrico Berlinguer

1 giugno 2007

Non si capisce come mai tutti siamo d’accordo sulla necessità di  introdurre criteri meritocratici per l’accesso nei Cda delle aziende pubbliche, di razionalizzare e rendere più efficienti le scelte della politica; periodicamente sale alla ribalta il tema trito e ritrito della riduzione dei cosiddetti “costi della politica” senza che mai nessuno poi faccia un passo indietro. Il tema è complesso e per affermare semplici elementi di civiltà democratica occorre andare più in profondità fino a mettere in discussione le regole della politica. Mi riferisco non al sistema elettorale o all’apparato normativo, ma a quel complesso insieme di “regole non scritte” che scandisce tempi, modalità e relazioni della politica. Sono quelle “regole” che molto spesso premiano la fedeltà sciocca, le “regole” delle dichiarazioni e delle posizioni di opportunità, un tacito accordo tra partiti, potentati, correnti e fidi esecutori. Un sistema sclerotizzato frutto di logiche consociative incentrato unicamente sull’obiettivo dell’autoconservazione del ceto politico e del più o meno vasto entourage la cui fedeltà – rinnovabile di cinque anni in cinque anni – è garantita da prebende, mance, favori, raccomandazioni e consulenze. I Cda delle aziende sono così diventati delle camere di compensazione, dei parcheggi in cui qualcuno sverna cercando di ottenere uno strapuntino della ormai logora e macchiata coperta del potere. La questione dei costi della politica è, a mio giudizio, intimamente legata alla questione morale, quella questione che emerse negli anni ’80 e che guidò la battaglia politica di Enrico Berlinguer. Una questione morale e non moralistica. Una questione che riguarda la incapacità di autoriforma del sistema dei partiti, sistema mai così debole nella rappresentanza popolare eppure paradossalmente mai così addentro alle vicende che vanno: dalla finanza all’informazione, dall’economia fino allo sport e allo spettacolo. “I partiti di oggi– diceva Berlinguer nel 1981 – sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss””. Queste parole suonano come un monito per il futuro, una lettura estremamente attuale per spiegare ancora ciò che troppo spesso avviene. Per arginare questa deriva occorre cominciare da sé, così come sono fermamente convinto del fatto che il lavoro altruista di chi persegue il bene comune prima o dopo merita il riconoscimento dei cittadini. La soddisfazione e la fiducia dei cittadini, il benessere della società in cui si vive sono il maggior privilegio a cui dovrebbe aspirare ogni persona che fa politica. I cittadini sempre più sostengono che in politica, al di la’ delle appartenenze, siamo tutti uguali e ognuno sceglie di garantire solo la propria poltrona. Permettetemi un riferimento personale: mesi addietro ho scelto di dimettermi da assessore provinciale per ricoprire l’incarico di consigliere comunale, una scelta per nulla eccezionale a mio modo di vedere, ma il semplice rispetto delle intenzioni di chi mi ha dato il proprio voto di preferenza. Ebbene anziché essere interrogato sugli impegni che intendevo prendere e sui temi che intendevo portare avanti, in tantissimi purtroppo mi chiedevano: “ma che cosa ti hanno promesso in cambio?”. Io ho letto queste domande come un chiaro segnale che qualcosa si è rotto nel rapporto tra rappresentanti politici e cittadini. Posso dire di aver incontrato e di stare incontrando nella mia modesta avventura politica persone che sottraggono tempo ai propri affetti per fare militanza, persone che sottraggono risorse proprio lavoro per partecipare e dare un contributo alla vita democratica delle istituzioni e sebbene qualcuno sostiene con accezioni negative che i politici “sono tutti uguali” mi sento di dire che queste persone sono la maggioranza. Sono una maggioranza che troppo spesso viene sacrificata dai giochi di potere di chi sta ai piani alti, sono quella maggioranza in buona fede che sostiene il peso di queste contraddizioni perché quotidianamente in contatto con i cittadini subendone senza colpe troppo spesso le ire e gli attacchi rivolti alla politica e ai partiti.

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LETTERA APERTA DEL 21 GENNAIO 2008

EUGENIO PARI

Di Eugenio Pari 

Il caso Mastella, l’emergenza rifiuti in Campania, la laicità dello Stato continuamente sotto schiaffo, il deterioramento del potere di acquisto degli italiani, la mancanza di un lavoro sicuro e della sicurezza sul lavoro; segnano una profonda crisi non tanto e non solo del Governo di centrosinistra, ma dell’intera società italiana e quindi delle sue istituzioni rappresentative.

Mastella ha fatto bene a dimettersi, ma che altro doveva fare? Come avrebbe potuto continuare a fare il Ministro di Grazia e Giustizia con accuse pesantissime rivolte contro di lui da due diversi tribunali e con la moglie e una buona parte del parentado, nonché gruppo dirigente del suo partito, colpita da misure restrittive? Esponenti del centrosinistra che si sono affannati nell’impedire al leader del “partito–famiglia” Udeur di dimettersi, hanno pensato più agli equilibri parlamentari piuttosto precari di questo governo che non alla coerenza di quanto posto dal programma elettorale su conflitto d’interessi, giustizia e magistratura. La magistratura, come si dice in questi casi, farà il suo corso, ma il vittimismo della famiglia Mastella, a fronte delle lotte estenuanti e sacrosante che gli operai in questi giorni hanno condotto per ottenere un aumento di soli 127 euro mensili, o della tragedia della Thyssen Krupp, segna una profonda frattura fra il Paese reale e alcuni suoi esponenti politici. Una frattura che rischia di portare ad un punto di non ritorno.

Certo, almeno Mastella ha avuto il buonsenso di dimettersi. Buonsenso e che invece Bassolino dimostra di non avere. Non si tratta di stilare una lista fra buoni e cattivi, fra l’altro in questo caso sarebbe davvero molto difficile classificare i due dirigenti politici citati; si tratta invece di richiedere un minimo di dignità e di decoro a coloro che rappresentano le istituzioni. Richiedere loro scelte giuste pare davvero troppa cosa!

Mastella, peraltro, si è giustificato sostenendo che le accuse mosse dalla magistratura nei suoi confronti, su cui non spetta sicuramente al sottoscritto sancire la fondatezza o meno, sono in realtà pratiche politiche. Un po’ come fece Craxi difendendosi in Parlamento dalle accuse di corruzione negli anni ’90. Se questo è, bene che i giudici rompano tali pratiche, perché esse sono devastanti per la vita civile di un Paese.

Come si può pensare che le profonde sofferenze del Paese si possano risolvere proponendo solo sistemi elettorali, accordi bi partisan, se davvero non esiste la condivisione delle emergenze nazionali, se davvero non si comincia a ragionare su come attuare una più giusta redistribuzione della ricchezza? Il Paese sta sprofondando in atteggiamenti di sfiducia e rifiuto verso la politica e le istituzioni democratiche, senza che dai partiti, salvo rare eccezioni, provengano risposte concrete per invertire questa tendenza. Spira forte il vento dell’antipolitica in Italia. Ed è un’antipolitica che ha più di una ragione. Il pericolo in queste situazioni però è quello di una svolta autoritaria che paternalisticamente dia rassicurazioni, non risposte, ai cittadini.

Vittorio Foa qualche giorno fa su la Repubblica, ha detto una cosa molto significativa ma al tempo stesso preoccupante. Parlando dei politici attuali ha evidenziato la mancanza assoluta dell’esempio come valore. La politica non è solo dichiarazioni o polemica brillante, bensì dovrebbe essere il perseguimento dell’interesse collettivo al di sopra dell’interesse personale, mettersi a disposizione ed il privilegio, quello vero, dovrebbe essere promuovere il benessere della società in cui si vive. Credo che in questo momento il compito di chi con responsabilità diverse si trova a far politica sia quello di fornire esempi, dando la certezza di realizzare un’opera degna e meritoria a beneficio di tutti, perché, alla fine, è questa la migliore ricompensa, il premio più lusinghiero per l’individuo che lo realizza. E questo lavoro altruista che persegue il bene comune merita, o prima o dopo, il riconoscimento dei cittadini.

 

 

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Articolo su Corriere di Rimini del 2 febbraio 2008

io corriere Eugenio Pari (Pdci): il Pd parla alla gente e la sinistra si divide

dal Corriere di Rimini del 2 febbraio 2008

 

RIMINI – Mentre il Partito democratico si consolida (fra la gente) il processo di aggregazione della sinistra non procede come dovrebbe. Lo sostiene il capogruppo dei Comunisti italiani Eugenio Pari.

Via. “Io credo si debba aprire anche a Rimini un momento di confronto non ristretto alle sole segreterie dei partiti ma allargato anche, anzi soprattutto, a cittadini, associazioni e movimenti che richiedono la costruzione di un soggetto plurale, laico, per la pace, il lavoro, l’ambiente e l’alternativa”.

Per Pari i problemi sono talmente gravi che serve unità. “Rimanere divisi non mi pare rispondere al compito storico che la sinistra deve assolvere: organizzare quanto prima un momento di discussione e di confronto anche programmatico. Non possiamo permetterci di aspettare i tempi, talvolta i riti, delle direzioni nazionali dei nostri partiti. Dobbiamo accantonare i motivi delle divisioni ormai dispersi in un passato che però rischia di pesare come un macigno sul presente”.

Un esempio. “Pensare solo ai simboli finirà per metterci in un angolo, dove al limite possiamo sventolare le bandiere al chiuso delle nostre sezioni, senza nulla da dire e soprattutto senza nulla da fare. Io, per esempio, non mi sentirei meno comunista nel sostenere un simbolo di sinistra che al proprio interno non contenesse falce e martello. Il problema vero è coinvolgere coloro che quella storia non l’hanno mai vissuta”.

Che fare quindi? “è necessario un grande sforzo di coinvolgimento e di ascolto per capire quali siano le aspettative dei cittadini e successivamente un momento partecipato in cui le cose apprese vengono declinate in proposte e programmi. Mentre la politica è bloccata, stanno scoppiando le contraddizioni di una società caratterizzata dalla mancanza di sicurezza nel trovare lavoro e dalla sicurezza sul lavoro, da un ambiente saccheggiato, da una questione morale irrisolta, da una laicità sotto schiaffo da parte dei settori più retrivi della chiesa cattolica”. 

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