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Servizi pubblici locali: per una ripubblicizzazione possibile

Di Eugenio Pari

Ho letto con attenzione l’intervento sull’acqua dell’Assessore provinciale all’Ambiente Sabba e penso, prima di tutto, che le vada dato il merito di tenere aperta la questione dell’esito

Acqua pubblica

referendario. Le questioni che pone sono complesse e vorrei provare ad affrontarle per punti. Intanto, per non mistificare né per semplificare, la questione dell’acqua riguardava solo un quesito, quello più paradigmatico, ma il secondo quesito, quello sulla “remunerazione del capitale investito”, riguardava tutte le società di servizi pubblici locali, ed è anche quello più importante ma non viene mai tenuto in considerazione.

  1. I Referendum sull’acqua e sui servizi pubblici locali hanno sancito inequivocabilmente il fatto che i servizi pubblici locali sono beni comuni e come tali devono rimanere in capo al pubblico, vivono un processo di damnatio memoriae perché invertono una rotta che ha visto nella privatizzazione e nella finanzianziarizzazione di questi servizi, gli elementi fondanti di un processo durato quindici anni pervicacemente incentrato sulla formula del “privato è meglio” senza specificare mai meglio per chi, contro ogni evidenza e, oggi, contro un chiarissimo pronunciamento che chiuderebbe definitivamente questo corso liberista.
  2. Non sono d’accordo sull’”effetto paradosso” che questi Referendum avrebbero prodotto, ovvero, come sostiene l’assessore: “abbiamo garantito il monopolio di chi ora gestisce le reti, siano esse pubbliche, private o miste. Insomma, si è verificato quello che i filosofi chiamerebbero l’eterogenesi dei fini. Volevamo raggiungere un obiettivo, rendere l’acqua un bene più vicino ai cittadini, e invece per ora abbiamo ottenuto una proroga sine die della situazione esistente”. Le cose non stanno esattamente così perché nelle mani dei soci c’è un elemento di grandissimo potere che però va fatto pesare: il contratto di servizio. Il contratto di servizio definisce le regole della gestione del servizio per assicurare al soggetto pubblico le funzioni di indirizzo, vigilanza e controllo al fine di verificare che i livelli e le condizioni siano adeguati alle esigenze dei cittadini, per favorire lo sviluppo civile ed economico della collettività. Il contratto di servizio, di natura essenzialmente privatistica, pone sullo stesso piano l’ente appaltante e la società gestrice, ma per motivi di interesse pubblico rilevante prevede per l’Ente la possibilità di rescissione unilaterale. Mi chiedo: non è il caso di riflettere su questo potere contrattuale di fronte ai continui sversamenti in mare di liquame da parte del soggetto gestore della rete fognaria cioè Hera?
  3. Quindi la situazione di monopolio potrebbe essere attenuata se ogni soggetto facesse il proprio compito, in questo caso gli Enti locali dovrebbero far prevalere le prerogative che gli sono attribuite non da elementi arbitrari, ma dalle norme esistenti[1].  Ma come si può adempiere alle funzioni di vigilanza e controllo che la legge pone in capo all’Ente appaltante, quando l’Ente appaltante è anche socio del soggetto gestore? Occorre quindi, seriamente, porre una soluzione praticabile a questo vero e proprio “conflitto d’interessi” e tanto per cominciare si potrebbe ragionare sulla ripubblicizzazione dei servizi pubblici locali. A Napoli, per esempio, ma anche a Parigi, visto che ciò che viene dall’Europa è sempre meglio per noi che siamo un po’ provinciali, negli ultimi tempi i comuni hanno deciso di riprendere in mano questi servizi. Perché le norme di diritto europeo che impedirebbero di ripubblicizzare Hera valgono solo in Emilia Romagna e non negli altri paesi europei? Forse perché si è deciso, per fare profitto, di quotare questa azienda in Borsa? Infatti nell’intero ordinamento comunitario, non esiste alcuna norma, sfido a provare il contrario, che obblighi ad affidare a privati i servizi pubblici locali, mentre sappiamo che la quotazione in Borsa è una realtà e ha regole ben precise a cui chi decide di “giocare” deve sottostare.
  4. La questione che a Napoli e a Parigi si sia ripubblicizzato un servizio affidato a privati in relazione all’esito referendario apre nuove possibilità: perché non gestire il servizio idrico integrato con Romagna Acque? Società interamente pubblica e assolutamente in grado di gestire l’intero ciclo idrico, dalla captazione allo smaltimento, gode di un ottimo stato patrimoniale e finanziario, potrebbe mettere in moto gli investimenti necessari per potenziare e migliorare la rete idrica e il sistema fognario. A differenza di Hera non deve produrre utili ma ex lege investire in interventi le risorse che ha a disposizione. Come altri comuni stanno facendo (vedi Forlì) sarebbe proprio il caso che anche i comuni del riminese cominciassero a ragionare in quest’ottica.

Inoltre, sono convinto che a situazioni complesse occorrano risposte complesse, chi semplifica rischia non presta un grande servizio e la vicenda in questione è una questione effettivamente complessa. Però credo anche che per fare le cose occorra volontà, cioè credo che se le amministrazioni locali intendono veramente dare seguito all’esito dei due quesiti referendari dovrebbero abbandonare i “sogni di gloria” delle grandi multiutility quotate in Borsa, così come per risolvere il “conflitto d’interessi” di cui si è parlato occorra interrompere queste “asimmetrie”, ma per farlo gli Enti pubblici devono decidere da che parte stare: o dalla parte dell’interesse collettivo, o continuare a spartirsi gli utili provenienti dalla Borsa (peraltro sempre più esigui).

Infine, a differenza di alcuni esponenti del Pdl (Marco Lombardi per esempio), non credo affatto che la scelta giusta possa essere quella di vendere le azioni di Hera, la “mano invisibile” che regola il mercato non esiste, abbiamo ormai imparato tutti che servizi essenziali come quelli che gestisce Hera se lasciati in balia dei mercati deteriorano la coesione sociale che invece dovrebbero garantire. Sono convinto invece che in questa fase storica i comuni dovrebbero rilevare ancora più azioni di Hera per portarla finalmente fuori dalla speculazione finanziaria. Se l’obiettivo è questo, è quello di dare attuazione ad un Referendum storico come quello sui servizi pubblici locali occorre la volontà politica e come si usa dire “quando il dito indica la luna solo lo sciocco guarda il dito”.


[1] Legge n. 36/1994 cosiddetta “Legge Galli”

Di seguito il link con l’intervento dell’Assessore provinciale all’Ambiente http://www.newsrimini.it//news/2012/maggio/25/regione/referendum_acqua._interviene_assessore_sabba__un_anno_dopo__tutto_bloccato.html

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Città e territorio beni comuni

Cemento in aree agricole a Rimini

Alla cortese attenzione della Direttrice Patrizia Lanzetti

Con gentile preghiera di pubblicazione

 

Gentile Direttore,

nella mia breve esperienza di assessore provinciale all’urbanistica fra il 2004 e il 2006 ho sentito ripetere dagli amministratori dei comuni dell’entroterra, come una litania, la richiesta di “sbloccare” i lotti in aree agricole “per dare una casa ai figli dei contadini”. Una richiesta che, nella realtà, il più delle volte riproduce in scala i meccanismi di speculazione edilizia che generalmente si vogliono confinare all’interno delle aree urbane.

Enrico Santini, nei giorni scorsi, ha giustamente lanciato l’allarme sul cemento “divoratore” di aree agricole, sulla dissoluzione di centinaia di imprese del settore ammaliate dai più facili profitti di trasformazione immobiliare dei suoli. Santini ha perfettamente ragione nel sostenere l’importanza delle imprese agricole, con buona pace per chi sostiene l’inutilità dell’istituzione provinciale, quella di Rimini tra il 2000 e il 2005 ha ridotto di oltre 2 milioni di metri quadrati le previsioni sovrastimate dei piani comunali, previsioni che andavano a “divorare” terreno agricolo. La Provincia ha ricoperto e ricopre un ruolo di presidio fondamentale in tema di tutela del territorio e più in generale dell’ambiente e forse e proprio per questo che i propugnatori del laissez fair vorrebbero abolire sostenendo l’inutilità di questo ente che, invece, ha un ruolo evidentemente importante.

Per troppo tempo il territorio è stato ridotto a puro elemento di profitto. Su un bene collettivo come questo è imprescindibile la centralità del ruolo del soggetto pubblico, ruolo che invece si è sacrificato sull’altare della logica della contrattazione tra pubblico e privato.

Nel nostro Paese, nei nostri territori penso invece sia prioritario rovesciare questa pratica cominciando – come mi pare abbia detto il Presidente Vitali – da un rigoroso processo di messa in sicurezza del territorio. Tragedie come quella di Genova o delle Cinque Terre non sono il frutto del destino cinico e baro, bensì del malgoverno che ha lasciato mano libera agli speculatori che hanno tratto vantaggi economici enormi dalla cementificazione selvaggia e quindi dall’impermeabilizzazione dei suoli.

Si è sempre sostenuto che la cementificazione era la conseguenza di dinamiche che, giocoforza, i comuni dovevano esercitare. Infatti, per poter chiudere i propri bilanci i comuni hanno dovuto concedere cemento ai privati. Gli oneri provenienti dalle concessioni edilizie e dall’ICI erano l’unica leva che essi avevano ed hanno per poter garantire i servizi per poter redigere i bilanci in parte corrente (quella parte dove incide la spesa per servizi). Ma, se i comuni incassano cento euro dall’edificazione del territorio, ne spendono cinquecento per portare i servizi indispensabili, senza considerare poi gli interventi emergenziali. Il conto quindi, non torna e non è mai tornato!

Ritengo sia fondamentale considerare la città e il territorio come beni comuni. Città e territorio come beni comuni al centro di una nuova concezione dell’urbanistica e di una nuova coesione sociale. Una città e un territorio dove i servizi necessari sono previsti in quantità e localizzazioni adeguate aperti a tutti i cittadini.

In questo senso vorrei rivolgere un appello al Sindaco Gnassi: salvare l’unica area verde della nostra litoranea, mi riferisco a quella di via Coletti a Rivabella, al centro di tante iniziative del consigliere Fabio Pazzaglia. Quest’area si può salvare dalla cementificazione garantendo peraltro un’area verde ai cittadini di quella zona utilizzando i meccanismi di perequazione inseriti nel nuovo PSC.

Infine, un’ultima considerazione sulle “grandi opere” come il TRC o la nuova statale 16. In democrazia bisognerebbe ascoltare, discutere e trovare le soluzioni migliori e convincersene tutti, stabilire delle regole al cui interno agire tutti, la maggioranza come le minoranze, e con la possibilità di modificare i progetti che non sono scritti nella roccia. Invece di considerare i comitati come fastidiose seccature o, peggio, di non considerarli nemmeno, bisogna considerarne l’azione per quella che effettivamente è, cioè il normale, seppur scomodo, esercizio della dialettica democratica. Se, però, a prevalere sono sempre le ragioni dell’economia e della crescita economica, la sostenibilità delle scelte, l’efficienza e l’efficacia delle scelte stesse rischiano di essere vanificate.

Occorre, invece, trovare lo spazio per arrivare a scelte convinte e condivise da tutti, compresi i comitati NO – TRC o NO – Statale 16.

Cordiali saluti.

 Eugenio Pari

Coordinatore comunale SEL Rimini

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Dopo il referendum: Hera o non Hera è il tempo del comune

Sono coraggiose e anche condivisibili le recenti prese di posizione di Stefano Vitali in merito ad Hera. Esse confermano ciò che tutti i cittadini hanno avuto modo di verificare da quando, nel 2002, Hera è stata quotata in Borsa. Un limite però ce l’hanno: sono forse parziali e un po’ tardive.

Il sistema di Hera è una società pubblica teoricamente, ma assolutamente privata nella realtà, in cui si realizza perfettamente il modello del capitalismo finanziario. I dati pubblicati sul sito del gruppo ci dicono che fra il 2009 e il 2010 l’azienda ha subito una contrazione dei ricavi del 16%, mentre il margine operativo lordo è aumentato del 10,6% solo grazie alla cessione del 25% di Herambiente ad un operatore estero del settore, Eiser Infrastructured. Una operazione puramente finanziaria su cui i soci, cioè i comuni, quindi i cittadini abbiano potuto dire nulla. La costituzione di Herambiente SRL, che si occupa di infrastrutture, particolarmente di inceneritori, ha prodotto come effetto sulle scelte industriali, sulle scelte che più incidono sulla qualità della vita dei cittadini come ad esempio se creare incenitori o potenziare la raccolta differenziata, il risultato che nè i comuni e tanto meno i cittadini possano dire nulla e siano informati sulle scelte.

Il management di Hera è assolutamente autoreferenziale e con la scusa che la società è quotata in Borsa il riferimento è diventato unicamente il mercato. Il management fa un ragionamento di questo tipo: “noi dobbiamo rispondere al mercato, alla quotazione in Borsa” e questo è il motivo per cui fanno praticamente ciò che vogliono, i comuni lasciano fare perché poi si spartiscono gli utili, utilizzati per interventi tutt’altro che inerenti ai servizi ambientali o idrici. Se il politico deve fare la politica, cioè rispondere ai cittadini, in questo caso si è espropriata al pubblico una funzione, quella di disegnare una politica nei confronti della generazione presente e di quella futura, il politico si è privatizzato il cervello e questo, secondo me, è il punto.

Una visione liberale, non comunista, prevede tre spazi: il mercato, il pubblico e l’individuo, ognuno di questi ha un proprio livello di responsabilità, Hera, invece, è diventata totalmente irresponsabile grazie alle scelte, o meglio non scelte, delle amministrazioni che l’hanno creata.

Fino a qui il versante delle responsabilità poltiche, ma che cosa dice, invece, il management di Hera? Quali sono le motivazioni che adduce?

Quando il management di Hera fa gli investimenti li fa sulla base di una decisione della politica e guardando agli investitori borsistici, non certo ai cittadini. Gli investimenti sono approvati dall’azionista, i comuni, il pubblico sostanzialmente decide e il management è lo strumento. Loro fanno ciò che è stato detto dai politici, qual’è adesso il problema che gli inceneritori fanno male? Ha scelto la politica, il management è il braccio secolare del sindaco o del presidente della provincia, quest’ultimo con importanti funzioni previste dalla legislazione regionale sul controllo e sulla regolazione quindi con un certo potere di intervento sulle scelte di Hera. Il regime in cui opera Hera è contraddistinto dal più ferreo monopolio, una economia chiusa forse solo paragonabile all’economia pianificata. Infatti, qual’è quell’impresa che riceve soldi per ottenere materie prime (le tariffe sui rifiuti) e ottiene soldi per trasformare le stesse materie prime, ossia l’incenerimento dei rifiuti che produce energia che l’azienda colloca poi sul mercato?

Più che una spallata a Berlusconi l’esito dei referendum sui servizi pubblici locali, non solo l’acqua: attenzione, chiede alla politica di cambiare il proprio modo di ragionare e di sostituire alcuni concetti e pratiche. Una per tutte: non considerare più le aziende partecipate come spazio dove esercitare il funzionariato occulto dei partiti, ossia quella pratica di collocare del proprio personale fedele o per risarcimento politico nelle aziende, sostituendo il concetto stesso di pubblico da sempre gestito da soggetti privati come i partiti, troppe volte per propri fini e interessi, con quello di beni comuni cioé di beni irriducibili alle logiche di profitto tanto più se questo profitto avvantaggia chi dovrebbe tutelare il bene comune cioé la politica.

Di Eugenio Pari, 17.06.2011

eugenio_pari@yahoo.i

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