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«Contratti e redistribuzione del reddito: la medicina per rilanciare l’economia»

di Giuseppe Vespo

«La situazione economica rischia di infliggere danni a milioni di persone. La politica deve porvi rimedio». Come? «Partendo dalla redistribuzione dei redditi». Parola di Luciano Gallino, che ai mali estremi della crisi opporrebbe «un concetto che oggi fa paura anche a sinistra», ma che trova una sua ragion d’essere se si guarda – come fa il sociologo – agli ultimi vent’anni della nostra storia economica.
«In questo lasso di tempo – spiega Gallino – otto punti di Pil sono passati dal lavoro dipendente ai profitti e alle rendite finanziarie. Parliamo di circa 120 miliardi di euro sottratti ai lavoratori dipendenti. Bisognerebbe ricominciare da qui, ma mi rendo conto che i rapporti di forza e le teorie economiche di questi tempi non lo permettono».
Quindi?
«Quindi andrebbe almeno salvato il salvabile. Il primo strumento da rinforzare sarebbero i contratti nazionali di lavoro, che oggi invece rischiano di essere smantellati. Poi gli ammortizzatori sociali – «parola barbara» che il professore sostituirebbe con «mezzi per la sicurezza socioeconomica» o «per il reintegro nel mondo del lavoro» – per i quali le risorse sono state sprecate. Per esempio con l’abolizione dell’Ici, il governo Berlusconi ha sottratto ai Comuni due-tre miliardi di euro che potevano essere investiti sul territorio in politiche di tutela a favore di chi perde il lavoro o il contratto».
Come i precari, che in massa oggi non si vedono rinnovati i contratti in scadenza…
«Da qualche anno ormai parlo dei “precari per legge”: ci sono stati presentati come un’innovazione del mercato del lavoro e ora ce ne ritroviamo tra i quattro e i cinque milioni solo nel nostro Paese. Ora che l’economia non gira, le aziende possono liberarsene e loro si trovano senza alcuna tutela. Se si fosse capito subito che si tratta di un fenomeno nocivo, magari oggi ce ne sarebbero la metà.
Eppure, secondo chi li ha sostenuti, i contratti a tempo hanno permesso la creazione di nuovi posti di lavoro.
«Il precedente governo Berlusconi vantava la creazione di un milione di posti di lavoro. In realtà si trattava di occupazione sommersa che è stata regolarizzata ed è rientrata nei campioni di rilevazione dell’Istat.
E Di fronte alle difficoltà di oggi, come si sta muovendo l’esecutivo?
«Va verso il disastro: penso alla Finanziaria, che prevede la privatizzazione di beni pubblici fondamentali come gli acquedotti; penso alla Sanità, alla scuola e alla ricerca, ai trasporti. Privatizzare vuol dire esporre anche queste risorse alla speculazione economica».
Però tutti invocano l’aiuto dello Stato.
«Come è già avvenuto in Gran Bretagna, con la nazionalizzazione delle banche o negli Stati Uniti con l’intervento pubblico a favore dei più grossi enti finanziari, anche in Italia chi fino a sei mesi fa sosteneva l’idea di un mercato libero e sgombro da intralci o regole, chiede l’intervento pubblico. Ma c’è bisogno di un grande salto, di una nuova stagione che trasformi la crisi in un’occasione di riscatto della politica sull’economia. Una politica che non subisca regole e condizionamenti ma che le imponga. Perché il neoliberismo e il medioperiodismo – secondo cui bisogna guadagnare subito, là dove il profitto ottenuto grazie alle plusvalenze azionarie è immediato – è un sistema che ha fatto crac. È fallito.

21 Nov 2008
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