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La fabbrica di nuovo protagonista

Il ruolo del sindacato. L’uso dello sciopero. Ecco qual è la lezione di Pomigliano. Ciò che non va, nell’accordo di Pomigliano, è la violazione di diritti costituzionali dentro una logica da caserma. Ad affermarlo è la Vice Segretaria Generale della CGIL Susanna Camusso in una intervista rilasciata al settimanale ‘L’Espresso’

http://www.cgil.it/dettagliodocumento.aspx?ID=14186

02/07/2010

Gli operai erano spariti: da dieci anni erano assenti dal dibattito del paese. Si è quasi negato che esistessero. Siamo diventati thatcheriani senza vivere la finanziarizzazione che c’è stata in Gran Bretagna, perché noi eravamo e siamo ancora ben piantati nel modello manifatturiero. Dico di più: c’è stata una svalutazione dell’identità del lavoratore, anche da parte della politica… Mentre fa un bilancio amaro del recente passato, Susanna Camusso, Segretario Confederale della CGIL, appare quasi sollevata.
L’affare Pomigliano, bella grana che sta tenendo sulla corda la più grande azienda del paese, l’intera organizzazione padronale e il fronte – spaccato – delle centrali sindacali, si sta trasformando in un inaspettato regalo. Perché la sfida della Fiat su turni e produrtività dell’impianto campano, con la successiva conta tra i dipendenti e l’alzata di scudi sui loro diritti, può tradursi in uno tsunami benefico. Spazzare via il velo dell’indifferenza verso la fabbrica, i suoi abitanti e le sue battaglie, ridare linfa al mestiere del sindacalista, e centralità ai temi del lavoro.
Per Camusso, che per molti ha già in tasca il biglietto vincente che la porterà al vertice dell’organizzazione tra pochi mesi, quando scadranno gli otto anni di guida di Guglielmo Epifani, sarebbe l’inizio di una nuova era: la prima donna Segretario confederale, più il ritorno all’orgoglio operaio.
«L’esito del referendum ha fatto da sveglia», dice lei: per Mimì metallurgico, però, l’impasse Pomigliano è ancora tutta da superare.
Quale prevede sarà la prossima mossa FIAT?
«La Fiat sa che su turni e nuova organizzazione l’accordo integrativo ha lo stesso valore di un contratto nazionale, cioè si applica a tutti. Ciò che non va, ed è inefficace perché illegittimo, è la violazione di diritti costituzionali come lo sciopero».
Secondo lei perché la FIAT ha forzato la mano su assenze e scioperi?
«Si capisce solo in una logica da caserma. Non combatti forme anomale di assenteismo con una logica punitiva sui malati. E sullo sciopero quale può essere la sanzione? Il licenziamento? Le procedure dei provvedimenti disciplinari sono regolate e graduate, e non coinvolgono diritti indisponibili. Non credo ci sia un giudice del lavoro che gli darebbe ragione».
Crede che sia praticabile l’ipotesi di una ‘newco’ a Pomigliano?
«L’unica ipotesi concreta che vedo sul tavolo è lo scorporo dell’intera FIAT auto: ma non azzera tutto per ricominciare. E vale per tutti gli stabilimenti, non isola Pomigliano».
Non crede che con la crisi economica i lavoratori siano più disponibili ad accettare condizioni al ribasso?
«Pomigliano dimostra il contrario: che c’è la consapevolezza di un limite. Deve essere la contrattazione nei luoghi di lavoro a rimettere i paletti nel punto giusto».
È cambiato il modo di fare contrattazione? Più locale e con una diminuzione del peso del contratto nazionale, per esempio…
«Nell’ultimo anno e mezzo di crisi abbiamo fatto migliaia di accordi che hanno individuato forme diverse di distribuzione del lavoro. Quanto al livello di contrattazione, il secondo livello è sempre esistito, e lo sbaglio è pensare che possa andare in senso opposto alla contrattazione nazionale. Altro sbaglio: soffiare sul fuoco delle divergenze tra sindacati. Quelle migliaia di accordi li abbiamo fatti quasi tutti con CISL e UIL. Noi l’unità sindacale continuiamo a perseguirla».
Segni di disaffezione da parte degli iscritti?
«Non per la CGIL, che cresce, e non solo tra i pensionati».
Il mestiere del sindacalista oggi richiede altri sistemi, per essere efficace?
«E sempre stato un lavoro pragmatico. Ma deve muoversi su dei valori: che non sono solo il posto di lavoro e il salario, ma anche un’idea del potere dei lavoratori, e un’idea di giustizia. Si vede quali danni ha prodotto far scomparire gli operai dal dibattito del paese, negli ultimi dieci anni: si è svalutata l’identità del lavoro».
Anche gli operai sono cambiati, per: nell’ultimo congresso della CGIL si è accertato che da un quarto a un terzo dei vostri iscritti (secondo le aree del paese), votano centro-destra.
«Prima votavano DC… Comunque se gli operai votano Lega non è solo un problema del sindacato, ma della politica. Intendo dire che se a un operaio viene negato il riconoscimento della professionalità, può preferire identificarsi non con il suo lavoro, ma con il territorio a cui appartiene».
La CGIL ha scioperato contro la manovra finanziaria; si replica in Toscana, Piemonte e Liguria venerdì 2 luglio: per tutelare il potere d’acquisto andrebbe reintrodotta la scala mobile?
«No. Non è l’inflazione quello che riduce gli stipendi, ma il ‘fiscal-drag’ e un’ingiusta distribuzione dei profitti: la scala delle retribuzioni è passata da 1 a 200 a 1 a 500. La leva della competitività del paese si è spostata dalla svalutazione della moneta alla svalutazione del lavoro».
C’è in Italia un imprenditore che possa fare da contraltare allo stile Marchionne ?
«Abbiamo contrattato la riorganizzazione della Pirelli, per esempio, con ben altre modalità».
L’economista Tito Boeri accusa il sindacato di non aver abbastanza tutelato i lavoratori precari: fa autocritica?
«L’idea di intervenire legislativamente sul mercato del lavoro si è rivelata sbagliata: con la legge 30 si sono introdotte 40 forme contrattuali. Bisogna riaffermare il principio secondo il quale di norma il lavoro è a tempo indeterminato, e poi definire poche specificità».
Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, invece, moltiplica: vuole modificare lo Statuto dei lavoratori con uno uno Statuto dei lavori. Le sembra buona cosa?
«No: si spostano le tutele sulle tipologie di lavoro togliendole al lavoratore, che le ha in quanto tale, e non in quanto fa questo o quel mestiere. Lo Statuto, invece, è straordinariamente attuale».
Ma anche per il sindacato non è meglio un lavoro precario a nessun lavoro?
«Non se il precariato serve per sostituire posti di lavoro ordinario: la Fiat è stata la prima a cancellare i contratti a tempo determinato utilizzati in quel modo».
Resta il fatto che ai giovani l’accesso al mercato del lavoro è molto difficile.
«Sì, ma per far entrare loro non bisogna ridurre le tutele degli altri. Semmai si può pensare altro».
Cosa?
«Al posto del blocco per un anno delle pensioni, introdurre una flessibilità in uscita e destinare le risorse risparmiate a contribuire alle future pensioni dei giovani, non a tagliare la spesa corrente.
L’articolo 18 sul licenziamento continua ad attirare critiche. Prevede una nuova campagna per abolirlo?
«Mettiamo le cose in chiaro: l’articolo 18 vieta le discriminazioni, non il licenziamento. E bastano le statistiche dell’Istat a raccontare quanta gente già oggi viene espulsa dai luoghi di lavoro».
Sacconi si è offerto di mediare su Pomigliano: accettate?
«Questo governo ha lavorato piuttosto per la discriminazione e la divisione nel sindacato: se è questo lo spirito, viene nostalgia di Donat Cattin, di Giugni, di Damiano, altri ministri del Lavoro».
Lo sciopero come strumento di lotta sindacale non ha perso efficacia?
«Nessuno ha trovato altro che abbia la stessa forza, visibilità, chiarezza. E a chi ci accusa di fare oggi uno sciopero politico, dico: perché no? Chiediamo che a risanare il paese partecipino tutti, e non solo i lavoratori, come vuole Tremonti».
Il segretario della CISL Raffaele Bonanni, con cui avete marcate divisioni strategiche, si comporta come un amministratore delegato del suo sindacato. E da quella posizione tratta con Fiat. Traccia lo stile di un sindacato moderno?
«Credo che un leader sindacale non possa avere invidia sociale: rappresenta sempre i lavoratori e i pensionati. Detto questo, quando parli con un ministro o un amministratore delegato non lo fai in quanto vieni ammesso a un salotto, ma in virtù degli interessi che vuoi tutelare. Se si perde questa funzione di rappresentanza, tutto cambia segno. E credo che ai lavoratori non piaccia: sanno bene chi sono loro, e che l’impresa è l’impresa».
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Pomigliano dice “lavoro e dignità”

di Francesco Piccioni, il manifesto 24.06.2010 – http://www.ilmanifesto.it/

Venti giorni da segretario generale sono bastati per scoprirne la statura, preso com’è nel mezzo della battaglia più difficile per il mondo del lavoro da molti anni a questa parte. Maurizio Landini (nella foto), il giorno dopo il voto di Pomigliano ha molto da dire.

Voi non avevate dato indicazione di voto. Vi ha sorpreso il risultato?

E’ un elemento di sorpresa, perché eravamo in presenza di un ricatto pesantissimo sui lavoratori. Anche per questo avevamo dato indicazione di andare a votare, visto che la Fiom aveva già deciso di non firmare l’accordo. Mi ha colpito però il segnale di dignità che è stato lanciato. Anche sotto ricatto, le persone hanno detto chiaramente: non ci può essere lavoro senza diritti. Questo dovrebbe far riflettere tutti.

La nota rilasciata dalla Fiat (“andiamo avanti con chi ci sta”) cosa segnala?

Se la Fiat pensa davvero di confrontarsi solo con una parte dei sindacati, dopo il voto di oggi, lo considero un errore. Dovrebbe riflettere su quello che è successo a Pomigliano, ma anche in tutti gli altri stabilimenti del gruppo. Proprio perché è vero che siamo di fronte a una crisi senza precedenti, se davvero la Fiat ha a cuore le sorti dell’attività industriali in questo paese, dovrebbe assumersi la responsabilità di ricercare un consenso con tutte le organizzazioni sindacali. ma soprattutto di dare due messaggi: se vuole l’intelligenza delle persone nel lavoro, deve riconoscerne la dignità; la contrattazione e il confronto sono una risorsa anche per la Fiat. L’idea autoritaria di poter affrontare la crisi attrverso il comando unilaterale della condizione dei lavoro, con uno sfruttamento senza precedenti, beh, i lavoratori hanno risposto che non l’accettano. Visto che per far funzionare le aziende il consenso è decisivo, sarebbe interesse della Fiat affrontare questa crisi ricercando davvero il confronto. Riconoscendo pari dignità agli interessi in campo.

Questo referendum era un ricatto. Ma una volta “sdoganato” dalla Fiat, non sarebbe necessario prevederlo in tutte le situazioni di dissenso tra i vari sindacati?

Assolutamente sì. Qui la stranezza è che siamo in presenza di un accordo separato che viola la Costituzione, contratti e leggi. La strumentalità è emersa tutta, ma si pone comunque il problema: quando ci sono punti di vista diversi tra i sindacati, dove diventare una regola che solo i lavoratori possono decidere, votando, sulle loro condizioni di lavoro. Ho sentito diverse forze politiche dier che era importante il pronunciamento dei lavoratori. Bene: come Fiom, in questi mesi, abbiamo raccolto centinaia di migliaia di firme per una legge di iniziativa popolare che regoli il diritto di votare e decidere sugli accordi. La facciano approvare. Naturalmente, non si può votare sui diritti “indisponibili”; come la parità di salario tra uomo e donna o il diritto di sciopero.

Sacconi vede l’Italia nel Mediterraneo come motore della “quarta potenza emergente”, esplicitando l’idea della competizione al ribasso. E’ una visione che sta pesando anche nella vicenda di Pomigliano?

Quel che è emersa è la totale assenza di un’iniziativa del governo. Hanno semplicemente fatto il tifo per la Fiat. Siamo l’unico paese che in piena crisi non ha nemmeno più un ministro per lo sviluppo. Negli Stati uniti il governo ha stanziato fondi per l’investimento e il riordino del settore auto. Qui hanno dato incentivi pubblici alle imprese, ma senza mai vincolarle alla difesa dell’occupazione. Non si parla di auto elettriche, motori ecologici, una diversa politica della mobilità. C’è solo un accompagnamento dei processi. La stessa famiglia proprietaria della Fiat si impegna più nella finanza e nell’immobiliare che non nell’auto. C’è stato però un incrocio tra le scelte della Fiat e il governo, sull’idea che per poter investire in Italia bisogna cancellare la Costituzione, leggi, diritti. E’ una logica che porta all’imbarbarimento e al sottosviluppo. Se si pensa di uscire dalla crisi competendo su bassi salari e bassi diritti, non si va da nessuna parte. C’è chi sa farlo megli di noi. la lotta di Pomigliano contiene un elemento generale: pone il problema di un altra idea di sviluppo e modello sociale.

La Cgil sembra aver capito in ritardo la portata di questa sfida. A partire dallo sciopero generale di domani, è possibile che tutta l’organizzazione si muova?

Credo proprio di sì, ed è questo lo spirito con cui parteciperemo. Deve essere l’inizio di una mobilitazione e di una discussione nel paese. Pomigliano ha chiarito che siamo davanti a un bivio, al “dopo cristo”. Ma quali sono le risposte? C’è una risposta diversa da quella Fiat e che faccia di lavoro e diritti un punto di costruzione di un’altra fase? Mentre il governo blocca i salari nel pubblico impiego, nel settore privato – se passa la loro logica – viene chiesto al sindacato di farsi complice della compressione dei diritti “per uscire dalla crisi”. C’è quindi un interesse generale. Per cambiare questo quadro solo la Cgil può mettere in campo la mobilitazione necessaria. Non c’è un secondo tempo. La partita per modificare la situazione si sta giocando ora.

http://www.fiom.cgil.it/

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LETTERA APERTA SULLA VICENDA SCM

manifestazione all'SCM

Di nuovo sulla vicenda SCM, questa volta perché la “novità” è rappresentata dalle dichiarazioni di Aureli. Sostenere, come fa lui, che o riceve l’appoggio incondizionato di tutta la politica locale oppure è pronto a trasferire la produzione in Cina oBrasile è sostenere un ricatto puro e semplice.

Sorprende verificare anche in questo caso la trasformazione di chi quando i profitti crescono sale alla ribalta per posizioni liberal, diventando in rigido “padrone della ferriera” quando questi profitti, che peraltro hanno prodotto scarsissimi incrementi retributivi, tendono a ridursi. I sacrifici che vengono richiesti ai lavoratori, in un momento del genere dovrebbero essere sostenuti anche dalle imprese che, invece, scaricano sulla collettività e sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori i costi della crisi.

Io credo che la deroga contrattuale sul’organizzazione del lavoro all’interno dell’SCM, a cui la FIOM si è opposta e che ha fatto inalberare la dirigenza e la proprietà aziendale, sia prima di tutto una questione sindacale. Ma i progressivi attacchi della proprietà nei confronti del sindacato maggiormente rappresentativo dei lavoratori stia via via facendo calare la maschera sulle vere intenzioni di Aureli, cioè trasferire la produzione laddove è maggiormente remunerativo, laddove il livello dei diritti sindacali è più basso. Allora, questa questione, da sindacale diviene di interesse rilevante per l’intera collettività.

In questo caso non si possono non rilevare profonde analogie con la vicenda FIAT di Pomigliano d’Arco. Il metodo di gestire le relazioni industriali è tornato ad essere, come negli anni ’50, quello del ricatto prima di tutto esercitato sui lavoratori e quindi al territorio, minacciando la fuga in paesi economicamente più vantaggiosi per l’impresa. D’altra parte come si spiega il fatto che Aureli abbia imposto un diktat di questo tipo?

Credo che, rispondendo al dettato costituzionale il quale dovrebbe essere la bussola gli amministratori locali e per i parlamentari, l’impresa sia una ricchezza per la società nella misura in cui essa abbia una funzione sociale. Quindi, stando così le cose è sbagliato invocare un sostegno delle amministrazioni senza alcuna prospettiva sulla ricaduta sociale delle scelte di un’impresa e ancora più sbagliato sarebbe accordarlo. Chiedere sacrifici ai lavoratori, come, tra l’altro, se non ne avessero fatti e non ne stessero facendo già abbastanza, rinunciando all’applicazione di un elemento contrattuale, senza alcuna prospettiva di continuità lavorativa è ingiusto. Avviare l’ingresso di lavoratori alla produzione di fronte all’incremento degli ordinativi è nell’ordine delle cose, ma in questo caso, in assenza di prospettive che indichino un vero rilancio e continuità produttiva nel tempo, il rischio che terminato l’ordinativo i lavoratori se ne tornino a casa e l’azienda proceda comunque verso la delocalizzazione è ben più che evidente e le amministrazioni locali devono assolutamente sventarlo.

Io aggiungo un riferimento personale, ho assistito più volte prima come assessore provinciale all’urbanistica e poi come consigliere comunale a proposte bi partisan di cambiare destinazione d’uso allo stabilimento delle Celle da produttivo a residenziale – direzionale. Qualora queste proposte dovessero andare in porto, senza alcun progetto industriale a sostegno della continuità produttiva e lavorativa, a vantaggio di chi andrebbero? E, aggiungo, la vicenda di questi giorni si appresta ad essere il casus belli con cui accelerare da un lato la delocalizzazione e dall’altro la monetizzazione speculativa di una trasformazione d’uso degli stabilimenti produttivi. Il saldo di questa operazione sarebbe a tutto svantaggio dei lavoratori e del nostro territorio che procederebbe lungo la strada della desertificazione industriale.

Infine, questa deroga contrattuale è una deroga normativa, è una deroga che prelude ad un progetto generale di soppressione e riduzione dei diritti costituzionalmente garantiti, il combinato disposto di rapporti lavorativi sempre più basati sul rapporto lavoratore – datore fa saltare il principio normativo per cui in un contratto è da garantire maggiormente la parte più debole ossia il lavoratore uniti a contratti sempre più territoriali va inquadrato nel processo di controriforma del diritto del lavoro portato avanti dal governo che addirittura Napolitano si è rifiutato di controfirmare.

Non esiste alcuna temporaneità alla sospensione dei diritti di chi lavora, ciò rappresenterebbe un varco che trasformandosi in voraggine coinvolgerebbe non solo gli interessi e i diritti dei lavoratori direttamente coinvolti, ma la complessità delle lavoratrici e dei lavoratori a prescindere dalle categorie in cui sono impiegati. Questà è la posta in gioco. Se qualcuno come Pizzolante, deputato Pdl, attacca pesantemente la FIOM e la CGIL non lo fa certo per sostenere gli interessi generali dei lavoratori, né quelli del nostro territorio e tantomeno in nome di chissà quale modernità. Lo fa unicamente perché in questo caso è più facile, molto più facile, stare dalla parte del più forte fare ciò che i conservatori come lui hanno sempre fatto nella storia.

Eugenio Pari
Consigliere comunale SEL Rimini

 

Rimini, 22.06.2010

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ANTONIO PIZZINATO: «Fiat vuole cancellare sessant’anni di storia e diritti dei lavoratori»

Antonio Pizzinato

 Di Giorgio Salvetti, il manifesto 20/06/2010

www.ilmanifesto.it/

«La vicenda di Pomigliano mette in discussione i diritti costituzionali, sessant’anni di storia delle relazioni sindacali in Italia e umilia le esigenze psicofisiche della persona che lavora». Antonio Pizzinato è stato segretario della Cgil fino al 1988. Dopo essere stato deputato del Pci e senatore del Pds ora è presidente dell’Anpi Lombardia. Ha letto con attenzione il diktat di Marchionne ed è rimasto esterrefatto. A suo giudizio è incomprensibile non solo da un punto di vista sindacale ma anche da un punto di vista aziendale.

Che cosa ti ha colpito?

L’atteggiamento della Fiat è incoerente: nel momento in cui sceglie di investire, rinnovare e organizzare un’azienda non cerca un’ipotesi di intesa, collaborazione e partecipazione con i lavoratori, ma impone un’ipotesi che non è figlia di un confronto che fa piazza pulita dei diritti e del contratto nazionale. È una scelta in contrasto con ciò che sta avvenendo in tutto il mondo. Ormai anche in Cina si tratta con i lavoratori. Lo scorso anno gli operai cinesi hanno protestato per avere le 40 ore e il presidente cinese gli ha dovuto dare ragione. Questo è l’unico modo per aumentare la produttività. Non si può innovare in nessun senso se non si tiene in considerazione la componente umana nel processo produttivo. Questo accordo, invece, prescinde dalle esigenze del lavoratore e dunque è astratto dalla realtà concreta del lavoro. È fuori dal mondo.

Spostare le pause della mensa a fine turno è così grave?

Non si può considerare chi lavora in catena come chi lavora dietro una scrivania. La modalità di produzione fordista, anche considerate tutte le possibili innovazioni, ha dei limiti fisici oggettivi. La lotta per la pausa pranzo si faceva nel 1943. Mi ricordo che la questione delle pause fu determinante nel mio primo negoziato alla Borletti, una fabbrica di macchine da cucire cui anche la Fiat era proprietaria. Erano gli anni cinquanta. Gli imprenditori di allora non erano buoni ma conoscevano e tenevano conto della realtà di lavoro in catena. Per questo trattavano con sindacati e lavoratori. Anche informalmente. Era loro interesse. A Pomigliano, invece, Fiat annulla i risultati di ogni precedente accordo per i nuovi assunti. Quei diritti non saranno di tutti i lavoratori, ma solo dei più anziani, come fossero “privilegi” personali. Ma insomma, questa fu una delle questioni dell’autunno caldo…

Se è vero che non si può fare un’azienda senza considerare la realtà del lavoratore, perché imporre un “accordo” che in questo senso sarebbe addirittura masochista?

Proprio perché prescinde dalla realtà effettiva del lavoro in fabbrica, ho il sospetto che abbia altre finalità. Si mira a risultati politici. Si vogliono scardinare i diritti costituzionali e contrattuali ottenuti in anni di relazioni sociali e sindacali. Non è un caso che alcuni punti dell’accordo di Pomigliano coincidano con alcuni emendamenti al decreto sul lavoro che Napolitano si è rifiutato di firmare rimandandolo in Parlamento. Altro che fatto eccezionale: a Pomigliano si tenta di inaugurare una “nuova” stagione nei rapporti sociali che è paragonabile solo con la politica della Fiat dei primi anni ’80. Si tratta di un grosso passo indietro.

E allora perché anche a sinistra e nella Cgil c’è chi spinge perché i lavoratori accettino il ricatto di Marchionne?

Non mi occupo di relazioni sindacali dal 1991. Ma ho la sensazione che gli imprenditori, sia le forze politiche e sociali che dovrebbero rappresentare il lavoro non ne conoscano più la realtà oggettiva. C’è stata una grande frantumazione: nello stesso posto di lavoro ci sono dipendenti di tante aziende diverse, ognuno con padroni e vertenze diverse. In realtà ci vorrebbe una situazione omogenea per tutti quelli che lavorano nello stesso posto. Questa disgregazione non è frutto dei nuovi modelli produttivi ma di “nuove” regole e norme ben precise che hanno cambiato profondamente i luoghi di lavoro. Il risultato è che i lavoratori vivono una condizione fisica, psicologica e anche relazioni personali sempre più difficili. E non solo nelle fabbriche. Così si innescano guerre tra poveri, disillusione, rassegnazione. E in queste condizioni anche le mobilitazioni sono molto più difficili da realizzare.

Se questa è la realtà, anche un pessimo accordo appare meglio di nulla. E allora che altro può fare un sindacato, o un partito?

Piuttosto che affrontare la situazione si tende a non volerla vedere. Ci si siede sullo status quo e si finisce per assecondarlo per timore di non essere sostenuti dagli stessi lavoratori di cui non si conosce più la condizione vera. Ma così si producono e si riproducono le ragioni sociali che fanno mancare questo sostegno. È solo su questa base che si può accettare il ricatto: meglio un brutto accordo che nessun accordo. È la fine delle trattative, almeno sindacali, almeno per come le ricordo io. Tutto questo è un male per i lavoratori, per i sindacati, ma anche per gli imprenditori. Invito tutti, Marchionne per primo, a rivedere la questione di Pomigliano e a modificare atteggiamento. Al di là del risultato del referendum.

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FIAT Pomigliano: Epifani, possibile ricomporre questa frattura

Guglielmo Epifani

18/06/2010

Ce l’ha con la FIAT “che ha commesso un’errore d’impostazione”, col governo “che certamente non ha favorito una soluzione unitaria”, ma ha un rimprovero anche per la FIOM “che avrebbe dovuto confrontarsi con la CGIL prima e non alla fine”. Secondo Guglielmo Epifani la vertenza di Pomigliano è stata gestita male fin dall’inizio, ma la situazione non è ancora definitivamente compromessa. “Ci sono due anni prima che l’investimento per spostare la produzione della Panda dalla Polonia a Pomigliano vada a regime – osserva il segretario generale della CGIL – e quindi c’è tutto il tempo per ricomporre questa frattura. Del resto, se la stessa FIAT dice che vuole anche l’accordo della FIOM, ci sarà una ragione”.

“Faccio un esempio: le sanzioni contro i sindacati che proclamano uno sciopero in coincidenza di un sabato lavorativo reso possibile dall’accordo. Ma se si tratta di uno sciopero generale o di uno sciopero per un incidente sul lavoro, cioè non legato a vertenze aziendali, che senso hanno le sanzioni? Oppure, se ci sono picchi di assenteismo per cause non dipendenti dai sindacati, come il fare i rappresentanti di lista durante le elezioni, che dipende dalle leggi, che c’entriamo noi? La FIAT se la veda con le forze politiche e faccia cambiare le norme. E infine: perché un malato vero deve pagare anche per chi fa il furbo?”

Possibile che in questa vicenda abbiano sbagliato tutti o non sarà che è la FIOM che non riesce più a fare i conti con la realtà?

“La FIAT ha certamente compiuto una scelta importante, per tutto il Mezzogiorno, e per la quale il sindacato aveva scioperato, ma poi ha voluto attuare una decisione così rilevante con una trattativa solo con i sindacati di categoria senza coinvolgere le confederazioni e le istituzioni”.

Sì ma la FIOM…

“Avrebbe dovuto confrontarsi con la CGIL prima e non alla fine della vicenda e forse, nella trattativa, avrebbe fatto meglio a dichiarare prima la sua disponibilità sui 18 turni”.

Ma è la FIOM che doveva rivolgersi alla CGIL o non era la CGIL che avrebbe dovuto intervenire per tempo? Al comitato centrale della FIOM di lunedì, quello che ha deciso il no alla firma, nessuno della CGIL è intervenuto?

“La CGIL non tratta e non fa accordi per la FIOM, che su questo è autonoma. Quanto al comitato centrale non siamo stati invitati, ma prima della riunione ho comunque parlato col segretario dei metalmeccanici, Maurizio Landini”.

Avete una posizione diversa anche sul referendum. La FIOM era contraria e alla fine ha accettato di invitare i lavoratori a partecipare, ma solo per evitare ‘le rappresaglie’ della FIAT.

“Io dico che al referendum si partecipa perché è una forma di democrazia”.

Lei ha detto anche che vinceranno i sì.

“I lavoratori sono in cassa integrazione da un anno emezzo e dovranno attendere altri due anni prima di andare a regime con la Panda. È normale che vogliano tornare a lavorare e ad avere uno stipendio pieno. Che cosa dovrebbero votare?”

E quando i sì avranno vinto, la FIOM dovrà firmare?

 “Se i sì vinceranno, la FIAT avrà due possibilità: andare avanti senza la FIOM oppure, se come dice vuole il consenso di tutti, chiedere anche alla FIOM di firmare. Per averlo, questo consenso, credo che però dovrà dare la sua disponibilità a rivedere i due punti di cui ho parlato, altrimenti si assumerà la responsabilità di fare a meno della FIOM”.

Quindi la CGIL non farà pressioni sui metalmeccanici affinché prendano atto del risultato e firmino.

“Noi facciamo pressione perché si ricomponga la situazione. Ci sono due anni per farlo, prima lo si fa meglio è. Ma dipende anche dalla FIAT”.

Con la FIOM si schierano solo i partiti della sinistra extraparlamentare e l’Idv e, sul piano sindacale, i Cobas. Le piace questa compagnia?

“Non è questo il problema, ma è chiaro che se la vicenda parte male”. “Quello per malattia si è dimezzato. Quanto a quello dovuto ai permessi sindacali, la FIOM è quella che ne ha meno di tutti. Altre sigle, più piccole, hanno decine e decine di lavoratori con incarichi nel direttivo, che danno diritto a otto ore di permesso al mese. Possono ridurli. Per il resto la vedo come Veltroni: bisogna trovare un punto di equilibrio più avanzato”.

La FIAT ha bisogno di una fabbrica dove si lavori di più e non si tollerino abusi nell’assenteismo e nella conflittualità. Le sembra irragionevole?

“Pomigliano è una fabbrica difficile, lo sappiamo. Due anni fa la FIAT ci ha investito per rilanciarla, poi c’è stata la crisi. Adesso c’è questo nuovo piano. Noi ne cogliamo tutta l’importanza, ma vorremmo che l’impostazione della FIAT fosse quella della condivisione, non dei vincoli e delle sanzioni”.

Quello di Pomigliano non è il primo e non sarà l’ultimo degli accordi che prevedono deroghe al contratto nazionale. Lo Statuto dei lavori che il governo sta preparando punta su questo. La CGIL è contraria a priori o è disposta a discuterne?

Se si tratta di deroghe ai diritti fondamentali non siamo disponibili, altrimenti si finisce in quel federalismo dei diritti di cui parla ora il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Sul contratto nazionale la nostra proposta è diversa, come ho già detto al Congresso: facciamo norme contrattuali più leggere e che si adattino meglio alle divers realtà. A quel punto le deroghe non sono più necessarie.

Intanto la CGIL e la FIOM si preparano a collezionare l’ennesima sconfitta.

“Su Pomigliano è sbagliato ragionare in termini di vittoria o sconfitta. È un grande investimento, ci vuole il coinvolgimento e la corresponsabilizzazione di tutti. È interesse anche della FIAT”.

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DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CONSIGLIERE SEL RIMINI) SULLA VICENDA FIOM – SCM

manifestazione FIOM CGIL

Rimini, 17 giugno 2010

Comunicato stampa

Il Sig. Pizzolante deputato del Pdl evidentemente non ha nulla di meglio da fare che attaccare ogni piè sospinto la CGIL e la FIOM, sentire parlare di lavoro da lui è offensivo verso tutte le donne e gli uomini che ogni giorno si alzano per andare a lavorare veramente.

Quanto sta avvenendo alla SCM ricalca, con le dovute proporzioni, quanto è avvenuto nei giorni scorsi alla FIAT di Pomigliano d’Arco dove molto semplicemente i lavoratori a fronte di un drastico peggioramento delle loro condizioni e ad una altrettanto drastico ridimensionamento dei diritti per tutta risposta ricevono dall’azienda il ricatto di accettare tutto ciò come un dato di fatto oppure di perdere il lavoro. In questo caso non si può che manifestare la solidarietà ai lavoratori e alla FIOM CGIL, anche perché con la scusa della crisi nel nostro paese si sta producendo una torsione dei diritti dove i costi vengono socializzati e dei profitti ne beneficiano solo pochi, inoltre, il caso FIAT insegna, che assistiamo ad un altro ricatto dove le imprese per non delocalizzare all’estero dove gli stipendi sono più bassi pretendono di importare quelle condizioni lavorative anche in Italia chiedendo e ottenendo dal governo, con il preoccupante silenzio del PD, una marginalizzazione del Sindacato. In questo caso, quindi, la CGIL, che è l’unica organizzazione che si sta opponendo a questo disegno di restaurazione diventa un elemento di disturbo per il laissez fair delle imprese.

Piuttosto che chiedere a Ravaioli e a Vitali, come fa Pizzolante, di prendere posizione pro o contro la SCM, ossia pro o contro i lavoratori, dovremmo tutti capire a che cosa sono finalizzati questi sacrifici, infatti, nonostante l’ulteriore sforzo dei lavoratori quali sono le garanzie di continuità lavorativa, di riassorbimento nella produzione finito questo ordinativo?

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