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Il collateralismo

Di Eugenio Pari

La comparsa sulla del movimento operaio, pone in termini nuovi il tema dell’organizzazione politica. I partiti socialisti che si affacciarono  sul palco della storia alla fine dell’Ottocento sono una formazione addirittura successiva a forme che il proletariato si era dato in precedenza come le cooperative e il sindacato.

Il movimento cooperativo, non è però esclusività del movimento operaio, rappresenta il tentativo di una risposta a problemi concreti che attraversava il proletariato ed assume caratteristiche diverse in Europa, per esempio: in Inghilterra, dove le prime cooperative risalgono agli anni ’30 dell’Ottocento, si svilupperà intorno alla cooperazione di consumo; in Germania sarà principalmente cooperazione in tema di credito e quindi bancaria e di ispirazione soprattutto cristiana. In Italia, e nella Valle Padana, culla del movimento cooperativo italiano,  saranno innanzitutto le cooperative di produzione lavoro e sebbene il movimento socialista vedrà nella cooperazione uno dei principali strumenti attraverso cui applicare la propria linea politica a livello municipale, la cooperazione di impronta cattolica sarà molto importante in primo luogo quella bancaria attraverso il credito popolare. Vi era nel socialismo riformista un primato delle organizzazioni parallele rispetto al partito, questo primato verrà invertito nel Secondo Dopoguerra dove al centro ci sarà essenzialmente il PCI.

Anderlini definisce il collateralismo come

“modello di relazioni coessenziale al primato dei partiti e perdurato, seppure perdendo di forza, per tutto il corso della Prima Repubblica” (2006).

La strutturazione dei partiti prevedeva “cinghie di trasmissione”, le organizzazioni che componevano questi “ingranaggi” non erano affatto una longa manus dei comunisti nella società, inoltre non erano esclusivo patrimonio del PCI che, comunque, con il concorso dei socialisti alimentava questa struttura rendendola capillare  e di massa.

La DC, per esempio,

“non era da meno: non solo le organizzazioni innervate sulle parrocchie, ma la CISL, le cooperative bianche, la Coldiretti e altro, ivi comprese le banche rurali e le casse popolari sparse per tutto il Paese. (…) Grandi o piccoli che fossero tutti i partiti, ivi compresi quelli della tradizione liberal-borghese, erano strutturati secondo le forme classiche di integrazione democratico sociale di massa”[1].

Trattare del “modello emiliano”, in particolare della fase del suo apogeo, senza trattare il tema del collateralismo sarebbe discorso lasciato a metà, un discorso che parla si del ruolo egemone e di “regia” del PCI, ma che non riesce a spiegare fino in fondo il modo in cui, effettivamente, il Partito comunista riuscisse a mantenere e sviluppare questo ruolo centrale nel sistema economico-sociale dell’intera regione.

Nella Conferenza organizzativa del 1959 il PCI si affermava un concetto fondamentale nell’ottica di contrasto ai monopoli e al ruolo che il “sistema PCI” poteva svolgere:

“in Emilia-Romagna può svilupparsi una intesa permanente fra organizzazioni sindacali dei lavoratori ed associazioni cooperative, artigiane e di ampi settori dell’industria non monopolistica, volta appunto ad attuare una nuova’ redistribuzione del reddito ed un impulso agli investimenti produttivi, con la limitazione e la liquidazione dei superprofitti di monopolio”[2].

Il movimento cooperativo a partire dagli anni ’70 allenterà questo legame, raggiungendo contestualmente risultati economici e produttivi di maggior rilievo rispetto alla fase in cui, fondamentalmente, era una propaggine del Partito.

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Guido Fanti (a sinistra) con Giuseppe Dozza

Anche il Sindacato allargherà la “cinghia di trasmissione”, nel caso del movimento cooperativo, per quanto riguarda il sistema Legacoop, così come nel caso della CGIL il rapporto tra PCI prima e con i partiti da esso discendenti come il PDS, i Ds e in parte il PD il legame non si interromperà mai del tutto, subirà di certo modifiche ma non sarà mai interrotto soprattutto perché sia dirigenti del mondo cooperativo collegato a Legacoop, sia i dirigenti della CGIL in buona parte avevano e hanno in tasca la tessera di quei partiti e, in misura minoritaria, quella del fu PSI.

Questo fatto, a mio avviso, non fu negativo e non lo sarebbe nemmeno in linea di principio, in quanto è vero che i dirigenti del Sindacato e della Cooperazione vissero una sorta di dipendenza nell’individuazione dei rispettivi gruppi dirigenti rispetto al PCI, che, comunque, si assumeva anche il compito della formazione generale dei quadri, ma queste organizzazioni troveranno nel PCI un importantissimo interlocutore in grado di assumersi il compito di portare a sintesi politica le questioni del sindacato e del mondo della cooperazione. Questo rapporto osmotico non era unidirezionale, dal PCI alle organizzazioni collaterali, bensì anche da queste in direzione del Partito. Le cooperative e la CGIL erano le “antenne” del Partito nella società, erano una vera e propria cartina di tornasole rispetto a ciò che si muoveva nella società e alla capacità di tradurla in una linea politica da parte del Partito.

Guido Fanti parla del contributo attraverso

“progetti e realizzazioni che le organizzazioni sindacali, cooperative, artigiane, commerciali e associative di Bologna e della regione, con il supporto del PCI e del PSI, portarono come contributo essenziale alla costruzione, in pochissimi anni, del ‘modello emiliano’. Una dote ricca di progettazione e investimenti produttivi, di nascita ed espansione di migliaia di ditte artigiane e commerciali e di società Cooperative, con la costruzione di circa 100.000 nuovi posti di lavoro, che si univano a quelli creati dalle attività e dalle opere d’interesse pubblico di comuni e province. L’Emilia-Romagna divenne, così, terra di lavoro per migliaia di disoccupati del Veneto, delle Marche e delle pianure padane lombarde e piemontesi.”[3]

Il collateralismo ha avuto quindi una funzione importante nella strategia dei comunisti italiani, come ha scritto Anderlini con particolare riferimento alla cooperazione:

“se c’è del marcio in Danimarca, esso va ricercato non nel collateralismo, ma in ciò che si è sedimentato dopo la sua eclissi naturale: capi di antica nomina politica che una volta emancipati dal controllo possono essere tentati a trasformare le imprese in feudi, seguendo la via postsovietica al capitalismo, ed entristi ormai liberi di arrampicarsi altrove facendo delle coop la pista di lancio”[4].

Citando Mario Tronti, possiamo affermare che l’organizzazione collaterale fu il tentativo di una classe di farsi Stato e strumento di acquisizione della coscienza di classe:

“il passaggio del proletariato a classe operaia, da classe in sé a classe per sé, di classe a coscienza di classe per mezzo dell’organizzazione. Il capitalismo industriale per superare questa sua interna contraddizione ha dovuto superare sé stesso: andando incontro incontro alle sue nuove contraddizioni che oggi lo affliggono. È su queste ultime che oggi andrebbe centrato il conflitto. Ma potrebbe farlo solo chi si facesse consapevole erede di quella storia: forme di lotta, esperienze collettive, solidarity for ever, tutto il potere ai soviet, e prima mutualismo, associazionismo, cooperazione, e poi sindacato e poi partito fino al tentativo di farsi Stato. E patrimonio ideale, sistema di pensieri, rigorosa teoria, concezione del mondo e della vita, il tutto scoperto, praticato, elaborato con passione e realismo, due dimensioni da riaccostare dentro ognuno di noi. Un cammino luminoso che tutte le ombre in seguito accumulatesi non riescono ad oscurare. Io non capisco, (…), perché – se nel momento drammatico del crollo, almeno nei lunghi anni a seguire – non l’abbiamo messa su questo piano”[5].

Perché, in sostanza, queste organizzazioni che erano comunque originate da ideali di

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Da sinistra: Giuseppe Dozza, Renato Zangheri e Guido Fanti

 

giustizia sociale e trasformazione del mondo, a un certo punto hanno deliberatamente deciso di venire a meno a questo impegno? Come mai il mondo della cooperazione, e non parlo di quelle false dietro le quali si nascondono spesso condizioni di lavoro infami, hanno prodotto deviazioni mercantili come nel caso della scalata BNL operata nel 2005 da Consorte (il caso di Buzzi e della cooperativa 29 settembre, a mio avviso non ha nulla a che vedere con questo ragionamento e riguarda solo vicende giudiziarie)? È stata solo la reazione di rispondere alla stringente necessità di unire i principi sociali alle esigenze di bilancio, ovvero la questione delle questioni per le cooperative di essere capaci di unire solidarietà e capacità gestionali, di saper trasmettere un valore sociale e per farlo chiudere senza perdite i bilanci delle cooperative? Oppure è stato un venir meno alla propria funzione storica passando dall’altra parte, dalla parte di quelli da cui ci dovevamo difendere ovvero il capitale? Toschi ne parla in questo modo, dando un segnale del fatto che il mondo della cooperazione, nella sua maggioranza, ha ancora sani e robusti anticorpi, e io ne sono convinto:

“Non possiamo, e anche se potessimo non dobbiamo, liberarci della nostra storia, delle nostre storie così diverse eppure così uguali. La nostra è stata una storia di lotta, di divisioni, di discussioni non solo verso ‘gli altri’ ma al nostro interno e nella lotta e nelle avversità siamo cresciuti fino a divenire quello che siamo oggi. Dobbiamo quindi comprendere per progredire, per costruire su fondamenta solide e riconoscibili – le nostre fondamenta – perché solo se ci ri/conosciamo, se ci ri/troviamo, se ci ri/comprendiamo possiamo conoscere, attraverso noi stessi, anche gli altri, discutere con loro, apprezzare le loro idee e i loro progetti e costruire possibili sintesi che ci possano portare a convergere nel ‘punto marxiano’ (…) [del]: miglioramento delle condizioni di vita”[6].

La classe dirigente dell’organizzazione cooperativa ha tratti anche psicologici che ne spiegano la trasformazione, secondo Anderlini:

“nella querelle che ha accompagnato la scalata BNL, ad esempio, mi ha colpito l’insistenza con cui Fassino ha richiamato la potenza economica delle coop e il loro ‘non essere più quelle di una volta’”

stessi concetti espressi da esponenti di Legacoop, affermazioni che, proseguiva Anderlini, sono realistiche ma

ideologicamente ambigue[a] e, soprattutto, psicologicamente rivelatrici di un’ansia di neo-accreditamento, tipica del complesso d’inferiorità del parvenu, il quale tende a rimuovere la sua origine, anziché farsene un vanto. Di nuovo il complesso, tipicamente trans-comunista, dei ‘figli di un Dio minore’. La faccia perversa e marranesca assunta, dopo la decadenza, del senso aristocratico della diversità comunista. In questo, molti cooperatori, sono emblematici come più non si potrebbe del trans-comunismo”[7].

Nella cooperazione lo sforzo di disinfrancarsi non solo dal rapporto con il Partito, che nell’ottica del movimento operaio, insieme al Sindacato compone lo stesso, può significare anche un allontanamento dalla propria cultura di partenza, nello sforzo di produrre un modernizzazione affidata ad un management attinto dall’esterno dell’impresa cooperativa come in qualsiasi alta SpA. Ciò, è vero, permette maggiori competenze dal punto di vista gestionale e risposte più contingenti alle necessità economico-finanziarie, ma forse queste figure dirigenziali non tengono nella dovuta considerazione la funzione sociale, di trasformazione sociale, propria del movimento cooperativo magari ignorando, per non dire non condividendo, proprio la cultura di partenza che in fin dei conti si innerva nella storia del movimento operaio e degli strumenti (fra cui proprio la cooperazione) che esso ha utilizzato nella lotta per la propria emancipazione.

Parlando del ruolo della cooperazione Sergio Costalli ha sottolineato la necessità di tornare

“a comprendere meglio (…) lo stretto rapporto che esiste tra il nostro operare quotidiano e i bisogni, i desideri e la partecipazione democratica, nel senso più vasto del termine, del corpo sociale e dei cittadini”[8].

[1] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pagg. 112-113

[2] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 81

[3] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 96

[4] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 169

[5] M. Tronti con A. Bianchi, Il popolo perduto. Per una critica della sinistra., Edizione Nutrimenti, Roma, 2019, pagg. 24-25

[6] L. Toschi, in S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 6

[7] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 113

[8] S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 29

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Ceto medio e Emilia Rossa (2)

Di seguito alcuni appunti sul celebre discorso di Palmiro Togliatti. Nelle mie intenzioni questo sarebbe il primo di una serie di riflessioni che vorrei svolgere sul cosiddetto “modello emiliano”.

Di Eugenio Pari

“Emilia rossa” è l’espressione con cui per decenni si è caratterizzato il modello non solo politico, ma sociale economico e culturale dell’Emilia Romagna.

Come noto questa formula trae le sue origini dal celebre discorso che Togliatti pronunciò al Teatro comunale di Reggio Emilia il 24 settembre 1946, discorso i cui contenuti determinano una vera e propria “pietra angolare” del modello emiliano e nella linea politica nazionale del Pci.

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Palmiro Togliatti

Il modello a cui Togliatti si ricollega nel tentativo di indicare da un lato la linea generale del Pci e dall’altro di offrire un riferimento concreto di governo ai comunisti emiliano romagnoli, è quello del “riformismo” dei Costa, dei Marabini, dei Massarenti e Prampolini.

Ecco il passaggio in questione:

“Il socialismo è stato tra di noi un grande movimento progressivo, non soltanto perché ha portato sulla scena politica l’operaio, colle sue rivendicazioni di libertà e di giustizia sociale, ma perché sulla stessa scena ha collocato al primo piano anche il bracciante e le altre categorie decisive di lavoratori della terra. Aver fatto delle plebi rurali povere, miserabili, febbricitanti e turbolente una massa di milioni di donne e di uomini inquadrati nelle Leghe, nelle cooperative, nelle Camere del lavoro, nelle sezioni di un partito nazionale; avere insegnato loro a conquistare e gestire i comuni; e soprattutto averle strette insieme con legami di solidarietà e avere acceso nell’animo loro la fede inestinguibile di un avvenire migliore, nella redenzione del lavoro da ogni sfruttamento e da ogni oppressione, questo fu il grande merito dei pionieri del socialismo, degli Andrea Costa, degli Anselmo Marabini, dei Giuseppe Massarenti, dei Camillo Prampolini e di tutti gli alrti.1

Il “Migliore” citando i nomi dei “pionieri” che edificarono il socialismo municipale in Emilia parlerà nei loro confronti di “venerazione”. Togliatti si esprimerà in questi termini:

“I nomi di questi uomini, noi comunisti, li onoriamo e li veneriamo, e non solo perché fanno parte delle migliori tradizioni del popolo italiano, che noi sentiamo nostre, ma perché in essi riconosciamo dei maestri di quella politica che si fonda sulla capacità di esprimere le aspirazioni più profonde degli uomini che vivono del loro lavoro, e sulla capacità di organizzare la lotta per la realizzazione di queste aspirazioni.2

Togliatti dopo queste frasi si sofferma però su una critica, che può apparire un monito ai dirigenti emiliani del Pci, partito che ha avuto una rapidissima crescita organizzativa e di voto, partito con “profondissime radici in tutti gli strati”. Una critica a posteriori rispetto alla necessità di costruire quella che verrà definita politica delle alleanze, ovvero il blocco sociale del Partito nella regione.

“(…) Vi era nei riformisti un pericoloso particolarismo, cioè la tendenza a separare l’uno dall’altro i problemi, in modo che veniva quasi sempre perduta la visione di prospettiva e dell’interesse generale del movimento. Il vecchio dirigente riformista era capace, meglio di chiunque di fare l’interesse della cooperativa da lui fondata e diretta; ma ad un certo punto non era più in grado di comprendere se, per fare questo interesse in modo esclusivistico, non andava contro l’interesse e i fini di tutto il movimento, o non cedeva al nemico qualcuna delle posizioni di principio che non debbono essere cedute. Lo stesso avveniva nel movimento sindacale. Lo stesso nel campo politico. In questo modo di producevano due conseguenze principali, che dovevano essere fatali alla sorte del riformismo e anche del socialismo in Italia: da un lato veniva spezzata l’unità delle classi lavoratrici e della loro azione, che perdeva il necessario rilievo nazionale; dall’altro penetravano nelle file stesse del socialismo le influenze dei nemici del socialismo stesso, e questo perdeva il suo slancio, si corrompeva, si imborghesiva, diventava l’arena delle ambizioni di avvocati e di altri politicanti della città.3

Ora, tralasciando i toni pacati e razionali, propri del leader comunista, toni a cui, vale la pena dircelo, siamo completamente disabituati osservando il dibattito politico contemporaneo, Togliatti mette in guardia i dirigenti e militanti comunisti tracciando le responsabilità che hanno portato al “fallimento” i socialisti. Fra queste vi è l’incapacità di non aver saputo attuare politiche unitarie fra il proletariato delle campagne e gli “strati intermedi”, una “errata impostazione del problema contadino” espressa in questi termini:

“Il riformismo, (…) non seppe mai prendere una giusta posizione verso gli strati intermedi delle campagne. Legò la soluzione del problema della terra a formule generali, astratte e vuote, non aderenti alla realtà, come quella della socializzazione. Nell’azione pratica si comportò verso i gruppi intermedi come se non ne comprendesse le caratteristiche e i bisogni, lasciando affiorare errate e pericolose tendenze livellatrici, come se lo scopo fosse stato quello di far diventare tutti i lavoratori agricoli dei braccianti e per questa via portarli per forza al socialismo. Questa posizione era antimarxista, quant’altra mai, e assurda poi, tanto nella vostra regione, quanto nelle altre regioni italiane dove le forme di economia agricola individuale, (…), hanno radici profondissime.4

Si potrebbero trarre alcune conclusioni su questo brano. La prima potrebbe consistere in una critica alla fase di collettivizzazione forzata voluta in Urss negli anni ’30, una critica che per quanto “a posteriori” unita alla dottrina del “partito nuovo” e al carattere nazionale del Pci, già metteva in luce elementi di differenziazione del Pci rispetto al Pcus, in anni, peraltro, dove la difformità rispetto alla linea del partito di riferimento era

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copertina di Politica nazionale e Emilia Rossa (Editori Riuniti)

pesantemente sanzionata dai sovietici. L’altra potrebbe essere rispetto al dibattito interno al Partito in tema di politiche agrarie in particolare sulla polemica fra Sereni, interprete della linea togliattiana e Grieco, su posizioni più ortodosse, divisione a cui ci riferiremo più avanti. Un’ultima riflessione potrebbe riguardare l’indicazione a dirigenti e militanti di non attuare politiche e atteggiamenti livellatori e pauperistici, che porteranno il partito negli anni successivi a sostenere l’iniziativa privata di piccoli e medi imprenditori i quali militeranno e rafforzeranno il partito stesso.

I “gruppi intermedi” delle campagne, in particolare la classe mezzadrile, stringerà quell’alleanza, con il proletariato operaio e con il ceto medio, che sta alla base del successo elettorale, politico e amministrativo del Pci nelle “regioni rosse”, in particolare in Emilia Romagna e Toscana.

Un’altra differenza tra comunisti e socialisti, questa volta non distinti dai riformisti, la sancisce Renato Zangheri5 il quale in un articolo su Rinascita del 1969 riprende gli aspetti non razionali dei socialisti. È interessante sottolineare che Zangheri scrive questo articolo quando il modello di governo comunista nella regione, già arrivato a maturazione, è alla vigilia di importanti cambiamenti che cercherò di definire più avanti.

Scriveva Zangheri:

“(…) c’era nel vecchio socialismo della nostra regione una concezione del mondo, una filosofia (…), un costume, una morale, una fede nella liberazione dell’umanità. Oggi siamo pervenuti ad una concezione più logica del partito, l’adesione al quale è essenzialmente l’adesione ad un programma politico, e quindi tende ad escludere gli elementi di fideismo e di dogmatismo. Una delle conseguenze del carattere “messianico”, (…), del vecchio socialismo (…), fu di trasferire le attese e le speranze in un futuro remoto, al quale ci si rivolgeva in modo approssimato e assieme confuso ed astratto (…). oggi noi [comunisti] siamo forti in Emilia e in Romagna perché abbiamo profonde radici fra i proletari della città e della campagna, ma anche perché siamo usciti dallo steccato e abbiamo stabilito collegamenti con tutte le forze interessate alla trasformazione della società.6

Un approccio “logico”, razionale al tema della trasformazione che doveva essere collocata all’interno dell’idea di “democrazia progressiva”; non certo un approccio insurrezionale o di preparazione all’insurrezione, cose queste ultime, che Togliatti aveva escluso, come risaputo, fin dal 1944, anno della cosiddetta “Svolta di Salerno”.

A differenza di ciò che avvenne in Grecia, tenendo a bada pulsioni insurrezionali ancora presenti nel Partito, Togliatti appoggia una linea di governo, di cui l’Emilia Romagna sarà il prototipo, da svilupparsi all’interno dei principi democratici che verranno, di li a due anni, esplicitati nella Costituzione. La linea da seguire è quella delle “riforme di struttura”come fattori della “via italiana al socialismo”, egli aveva però anche ben chiaro il fatto che i rischi di un ritorno al fascismo era ben presente. D’altra parte egli non volle e non poté tralasciare le responsabilità del movimento operaio nei confronti dell’ascesa del fascismo in Italia.

“È assurdo pensare che il fascismo si piovuto sopra di noi dal cielo. Se il nostro paese è diventato fascista, è perché nell’organismo stesso italiano vi erano quei germi che, sviluppandosi, dovevano di necessità portare alla tirannide fascista. Questi germi devono essere cercati nella nostra stessa struttura sociale e nella natura delle nostre classi dirigenti. Se vogliamo dunque evitare la ricaduta, dobbiamo modificare parecchie cose nella struttura e nella direzione della vita nazionale.7

La lezione di Gramsci sul “sovversivismo delle classi dirigenti italiane”, ovvero la tendenza dei gruppi dominanti a sovvertire regole e procedure democratiche per conculcare le minoranze e difendere le proprie posizioni di potere è piuttosto esplicita in questo passaggio del discorso di Togliatti.

Torniamo quindi alla rottura fra gli “strati” dei lavoratori delle campagne esercitata dai riformisti, già accennata in precedenza a causa della “errata impostazione del problema contadino”.

“La sconfitta del movimento riformista emiliano fu essenzialmente una grande rottura tra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivistica, e i gruppi intermedi delle campagne e delle città. Questa rottura, che non fu solo di natura economica, ma si alimentò anche di elementi ideologici soprattutto di ordine nazionale, fu all’origine del fascismo.8

Questa revisione critica delle politiche agrarie dei socialisti esercitata dal Pci, arrivando alla conclusione che queste condussero alla divisione fra braccianti e mezzadri nella Valle Padana, divisione che a sua volta contribuì all’ascesa del fascismo non riguarderà, invece, la valutazione e le politiche comuniste sulla questione agraria nel Mezzogiorno. Nell’Italia meridionale, infatti, il Pci, nel secondo Dopoguerra, adottò una linea di cautela nei confronti delle lotte del movimento contadino meridionale che prima dell’avvento del fascismo adottarono i socialisti.

La linea comune di socialisti e comunisti nell’approccio alla questione agraria meridionale dipese, secondo un saggio di Anna Rossi Doria del 1976:

“(…) dalla mancanza di fiducia (…) verso la capacità dei contadini [del sud] (…) di organizzarsi in modo autonomo”, che riproduceva una caratteristica dei dirigenti socialisti degli inizi del secolo: “la diffidenza (…) circa la possibilità del cafone meridionale a saper rispettare la dura disciplina della lotta di classe e a non trascendere in eccessi”.9

Togliatti nel 1946 a Reggio Emilia, nel suo discorso a quadri e militanti comunisti con toni piuttosto espliciti si soffermerà sulla questione sollevata nel saggio di Anna Rossi Doria . In una passaggio si poteva ben comprendere che c’era e ci sarebbe stato un diverso atteggiamento dei comunisti rispetto alle lotte nelle campagne, differenziazione dovuta alle caratteristiche storiche, culturali e persino geografiche in cui esse si erano sviluppante e andavano riorganizzandosi.

Volesse il cielo che un movimento potente e vittorioso di masse come quello emiliano si fosse sviluppato in altre regioni: nel Veneto, in Sicilia, in Sardegna, in Calabria, in Basilicata, (…). Volesse il cielo che anche quei lavoratori avessero saputo spezzare da tempo la soggezione ai rapporti tradizionali d’autorità, e invece di conservare l’ossequio servile per il loro sfruttatore di votare secondo l’indicazione dell’agrario e del prete avessero saputo condurre una lotta potente e bene organizzata per redimersi dalla arretratezza e dalla miseria, collo stesso slancio ed impeto dei lavoratori emiliani. Se ciò fosse avvenuto, la nostra patria sarebbe oggi un paese molto più progredito di quanto non sia.10

Togliatti non poteva immaginare il futuro e quindi sapere che proprio nel tentativo di sovvertire quei rapporti feudali e di sottomissione, peraltro per via pacifica, il 1 maggio 1947 verranno uccise undici persone fra uomini, donne e bambini nella piana di Portella della Ginestra per mano del famigerato bandito Giuliano.

Di certo, però, era assolutamente in grado di trarre delle conclusioni sulle lotte nelle campagne del Mezzogiorno nel biennio 1944 – 46, ciclo che il Pci definiva “caratterizzato da rivolte disperate ed estremistiche, [di] spontaneità assoluta, tradizione secolare delle occupazioni delle terre e del ribellismo municipale”11.

Ciò che sostanzialmente manca ai lavoratori del Mezzogiorno è la capacità organizzativa che storicamente ha caratterizzato i proletari emiliano romagnoli. Oltre a ciò, la realtà di questa regione è sempre stata incentrata su solide doti di associazione fra i più deboli, doti che per ragioni storicamente determinate i lavoratori del Mezzogiorno non possedevano e che il movimento operaio fino ad allora non aveva nemmeno più di tanto provato ad instillare. I comunisti, attraverso soprattutto la penetrazione dell’organizzazione sindacale proveranno ad attivare queste capacità fra il proletariato del Mezzogiorno.

Mi sono semplicemente limitato a riportare alcune impressioni, in quanto l’analisi e il dibattito dei comunisti sulla questione agraria sono qualcosa di molto più profondo e non semplicemente sintetizzabile. Esse coinvolgono anche la differenza di prospettiva presente non solo tra i militanti, che comunque si adegueranno sempre nella stragrande maggioranza alla linea sancita dai gruppi dirigenti, ma all’interno del gruppo dirigente stesso. Posizioni che riguardavano il carattere che il Pci avrebbe dovuto assumere con la linea togliattiana di cui, come detto, l’interprete per le politiche agrarie nel gruppo dirigente era Emilio Sereni12; mentre la linea più ortodossa, per meglio dire su posizioni leniniste classiche era invece rappresentata da Ruggero Grieco.13 Sereni sosteneva una battaglia in funzione antimonopolistica anche nelle campagne e quindi una politica delle alleanze fra i “gruppi” delle campagne; al contrario, Grieco ribadiva con fermezza la tesi di disarticolare le categorie che componevano il lavoro nelle campagne utilizzando le contraddizioni interne per arrivare alla sua riorganizzazione in funzione anticapitalistica e rivoluzionaria.

L’approccio pragmatico e sicuramente incentrato sulla linea della “politica delle alleanze” di Togliatti e di tutto il Pci, nell’economia del ragionamento che si sta tentando di portare avanti, contribuirà in maniera determinante a rendere il “gruppo” mezzadrile alla base del forte consenso in Emilia Romagna e alla sua trasformazione in classe imprenditoriale.

Mi sembra opportuno riportare un passaggio di Caciagli, sulle differenze tra Pci e Pcf, cioè tra i due più importanti partiti comunisti dell’Occidente, caratterizzato il primo nella ricerca originale di una “via al socialismo” e quindi impegnato sulla costruzione delle necessarie alleanze per arrivarci; mentre il secondo ancorato ad una visione più ortodossa del proprio “compito rivoluzionario”.

‘I mezzadri costituirono il principale vettore di penetrazione comunista in Emilia Romagna (…). L’abilità del Pci fu di non accontentarsi di quella che Maurice Thorez chiamava ‘una materia di prim’ordine (…). Il Pci si rivolse agli artigiani, ai commercianti e agli intellettuali (…). I suoi sforzi suscitarono tensioni interne, qualcuno dei suoi militanti più radicali non apprezza per niente questa politica delle alleanze. Ma non modificano la composizione sociale del partito dominata da mezzadri, braccianti e operai. (…) A differenza del monolitismo operaio della banlieu parigina, la base sociale del Pci è dunque tridimensionale’ (Lazar, Maison Rouges). Il Pci chiamava quel sistema di alleanze “blocco sociale”, ma possiamo chiamarlo alleanza interclassista. Proprio qui stava, rispetto al Pcf, la capacità del Pci di aggregare e allargare il consenso. Una capacità che mostrò tutti i suoi effetti quando i mezzadri e gli operai divennero piccoli e medi imprenditori nei sistemi di economia differenziata. (…) la classe gardèe del Pci, i mezzadri, misero anni a scomparire e lasciarono un’eredità; la classe gardèe delle fabbriche della banlieu, fu spazzata via in poco tempo”14

verrebbe, da dire con la ristrutturazione capitalistica chiuse le fabbriche anche la classe operaia abbandonò progressivamente il Pcf, portandolo, di fatto alla marginalità politica. Per il Pci e i partiti di sua derivazione, il discorso fu moltro diverso: le trasformazioni del sistema economico e produttivo della fine anni ’70, inizio anni ’80 non determinarono affatto una fuoriuscita da esso da parte della propria classe gardèe.

1P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 36, Editori Riuniti, Roma

2P. Togliatti, ibidem, pag. 37

3P. Togliatti, ibidem, pag. 37

4P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 38, Editori Riuniti, Roma

5 Renato Zangheri è nato a Rimini il 10 aprile 1925. Ha frequentato il liceo Giulio Cesare di Rimini, poi la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, dove si è laureato con lode con una tesi su “Problemi e aspetti del socialismo italiano”. Assistente del professor Luigi Dal Pane ha conseguito la libera docenza e nel 1960 la cattedra universitaria. Ha insegnato Storia economica e storia delle dottrine economiche nelle Università di Trieste e Bologna. I suoi principali studi riguardano la distribuzione della proprietà terriera fra ‘700 e ‘800, i catasti come fonti storiche, il pensiero dei fisiocratici francesi, la storia del socialismo. La carriera amministrativa a Bologna comincia come consigliere nel 1956; dal 1959 è assessore con Dozza e poi sindaco di Bologna dal 1970 al 1983. Nel 1971 lancia il primo grande piano di recupero e risanamento del centro storico. Nel 1973 vara misure sul trasporto pubblico che prevedono corsie preferenziali e fascie orarie gratuite. Intenso il dibattito culturale e politico durante il suo mandato tra intellettuali, istituzioni e il movimento studentesco, soprattutto dopo l’uccisione di Francesco Lorusso nel marzo 1977.In quegli anni alcune fra le pagine più dolorose della storia della città: la strage dell’Italicus nel 1974 e la bomba alla stazione il 2 agosto 1980. Nel 1982, per la prima volta in Italia, affida una struttura pubblica all’associazionismo omosessuale. Nel marzo 1983 Renato Zangheri lascia Bologna per dirigere il Dipartimento sullo Stato e le autonomie locali della Direzione del Pci. Si mantiene l’accordo Pci-Psi, che designa successore sindaco Renzo Imbeni. Eletto deputato nel 1983 e 1987, Zangheri è presidente del gruppo parlamentare del Pci negli anni fra 1986 e 1989. Dal 1991 aderisce al PDS, quindi ai DS. Dal 1991 torna all’insegnamento universitario, ricoprendo fra 1991 e 1994 la carica di Rettore dell’Università di San Marino. Nell’ultimo decennio si dedica alla redazione della Storia del socialismo italiano di cui sono usciti i primi due volumi. Nel 1998 è nominato dal Ministero dei Beni culturali presidente della Commissione scientifica per la nuova edizione nazionale delle opere di Antonio Gramsci, incarico da cui si è dimesso nel 2000. Muore a Imola il 6 agosto 2015. https://www.bibliotecasalaborsa.it/documenti/20367

6R. Zangheri, Ruolo e alleanze della classe operaia, Rinascita, 1969

7P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 29, Editori Riuniti, Roma

8P. Togliatti, ibidem, pag. 38

9I corsivi sono di S. G. Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno, Torino, 1972, pag. 177 compreso nel saggio di Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

10P. Togliatti, ibidem, pag. 36

11Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

12 Emilio Sereni. Nato a Roma il 13 agosto 1907, deceduto a Roma il 20 marzo 1977, studioso di Agronomia, dirigente del Partito Comunista Italiano. Sereni subì il primo arresto a Portici nel 1930. Era da poco rientrato a Napoli da Parigi, dove aveva preso contatto con i dirigenti del Centro estero del P.C.d’I. Portato davanti al Tribunale speciale con Manlio Rossi Doria , i due saranno condannati a 15 anni di reclusione. Grazie ad amnistia, Sereni è liberato nel 1935. Espatriato con la famiglia in Francia continua nell’attività politica e il 1940 lo vede a Tolosa, intento a ricreare quei collegamenti che, l’anno successivo, porteranno alla costituzione di un CLN in nuce. Tra il 1942 e il 1943 Sereni si collega alla Resistenza francese e comincia a pubblicare La parola del soldato, un giornale clandestino rivolto ai militari delle forze d’occupazione italiane in Francia. Non trascura, tuttavia, il suo impegno di studioso e scrive quello che è considerato un classico della letteratura storico-economica del Novecento: La questione agraria nella rinascita nazionale. Il libro uscirà a Roma soltanto nel 1946. Ma nel 1943 Emilio Sereni finisce di nuovo in manette. Il 17 giugno i carabinieri delle nostre forze di occupazione in Francia lo arrestano. Carcerato e torturato nel forte di Antibes, lo studioso antifascista è giudicato da un nostro Tribunale militare, con altri otto coimputati, per “direzione di guerra civile e incitamento alla diserzione”. La condanna è a 18 anni di reclusione e Sereni, nonostante il governo Badoglio sia subentrato a quello di Mussolini, è tradotto nel carcere di Fossano (Cuneo). Fallito un tentativo di evasione, il dirigente comunista finisce nelle mani delle SS, che fortunatamente non sanno quale sia la sua vera identità. Rinchiuso per sette mesi nel “braccio della morte”, è liberato nell’agosto del 1944 e si porta a Milano. Qui dirige, nonostante sia malato, il lavoro di propaganda e, con Luigi Longo il PCI nel CLN dell’Alta Italia. Nei giorni dell’insurrezione è Emilio Sereni che sottoscrive, a nome del PCI, il manifesto dell’assunzione dei poteri da parte del CLN della Lombardia ed è sempre lui che, dopo la Liberazione, presiede il CLN lombardo ed è nominato commissario per l’Alta Italia dal ministero degli Interni. Nel dopoguerra Sereni, membro della Direzione del suo partito e membro della Costituente, organizza i Consigli di Gestione, è ministro (prima dell’Assistenza postbellica e poi dei Lavori pubblici) nel secondo Gabinetto De Gasperi, parlamentare sino al 1972, responsabile del settore culturale del PCI, membro dell’Esecutivo mondiale dei Partigiani della Pace, presidente dell’Alleanza Nazionale Contadini. Un impegno massacrante, che non gli impedisce tuttavia di continuare nel lavoro scientifico che si concretizza nell’insegnamento universitario e in diversi libri, tra cui: Il capitalismo nelle campagne 1860-1900 (1947), Storia del paesaggio agrario (1962), Comunità rurali dell’Italia (1965), Capitalismo e mercato nazionale (1967). http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1339/emilio-sereni

13 Ruggero Grieco. Nato a Foggia il 19 agosto 1893, deceduto a Massa Lombarda (Ravenna) il 23 luglio 1955, parlamentare e dirigente comunista, promotore della riforma agraria. Fu, dopo la Liberazione, il principale promotore e organizzatore, con Giuseppe Di Vittorio, dei contadini italiani per la riforma agraria. Rimasto orfano di padre a soli sette anni, Grieco si era diplomato in agronomia a Spoleto. Nel 1912, a Foggia, aveva aderito al Partito socialista e aveva trascorso l’autunno tra i braccianti, per conoscerne direttamente i problemi e le aspettative. Trasferitosi a Napoli per frequentare la Scuola superiore di agricoltura di Portici, dopo un anno e mezzo dovette abbandonare gli studi per difficoltà famigliari. A Napoli, dove aveva avuto modo di conoscere Amedeo Bordiga, collaborò al settimanale Il Lavoro e, con lo stesso Bordiga, tentò inutilmente di fare opera di moralizzazione tra i socialisti locali. Nel 1913 Grieco, che si era trasferito a Roma, fu chiamato alle armi e assegnato al 1° Reggimento Granatieri di Sardegna. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, combatté sul Carso e sul Grappa col grado di sottotenente. Tornato a Napoli al termine del conflitto, Greco riprese i contatti con Bordiga e, con lui e con i compagni del gruppo torinese dell’Ordine Nuovo, fu tra i promotori della nascita del PCd’I, nel cui Comitato Centrale fu eletto, entrando a far parte anche dell’Esecutivo. Fu Antonio Gramsci a convincerlo, e a portarlo nella sua maggioranza al Congresso di Lione. Dopo la proclamazione, nel 1926, delle “Leggi eccezionali” fasciste, Grieco fu costretto ad espatriare e fu designato a dirigere, con Palmiro Togliatti, del suo partito. Nel 1927, in contumacia, il dirigente comunista fu condannato a 17 anni e 6 mesi di reclusione dal Tribunale speciale. Cominciarono così i lunghi anni dell’esilio, che videro Ruggero Grieco impegnato in un’attività politica senza soste. Dal 1927 al 1939 fu tra i principali redattori della rivista Lo Stato Operaio. Nel 1928, il VI Congresso dell’Internazionale Comunista lo elesse membro candidato dell’Esecutivo; nel 1935, il VII Congresso lo nominò membro effettivo. Quando, allo scoppio della II Guerra mondiale, Grieco riparò dalla Francia all’Unione Sovietica, lavorò presso la sezione italiana di Radio Mosca. Mentre si trovava nella capitale sovietica, ebbe modo di partecipare in prima persona alla battaglia in difesa della città e di meritare, per questo, una decorazione al valore. Rientrato nell’Italia già liberata nel settembre del 1944, Ruggero Grieco fu nominato, dopo la Liberazione, alto commissario aggiunto all’Epurazione, consultore nazionale e deputato all’Assemblea Costituente. Senatore di diritto nel primo Senato della Repubblica, fu confermato nell’incarico nelle elezioni del 1953. Dirigente della Sezione agraria del Partito comunista italiano, ha dato, con Giuseppe Di Vittorio, un decisivo contributo alla costituzione di quella “Associazione dei contadini del Mezzogiorno”, che è stata per lunghi anni uno dei suoi principali obiettivi di lavoro. Autore di molte pubblicazioni sui problemi di politica agraria, Ruggero Grieco è stato stroncato da un infarto, mentre teneva un comizio nel Ravennate. http://www.anpi.it/donne-e-uomini/873/ruggero-grieco

14M. Caciagli, Addio alla provincia rossa, pag. 375, Carocci, 2018

 

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Ceto medio ed Emilia rossa

Palmiro Togliatti e “Ceto medio ed Emilia Rossa”

IN ALLEGATO IL FILE INTEGRALE DEL DISCORSO TENUTO DA TOGLIATTI A REGGIO EMILIA IL 24/09/1946 ceto medio emilia rossa 

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 In questo discorso il segretario del PCI argomentò a fondo le ragioni storico-politiche che imponevano la costruzione di un solido rapporto con i ceti medi. Così facendo Togliatti si collocava per molti aspetti nel solco della tradizione del movimento socialista italiano, la cui eredità veniva infatti apertamente rivendicata, allo stesso tempo egli definiva l’originalità e la «modernità» del «partito nuovo» rispetto al vecchio riformismo proprio nella capacità di andare oltre quell’impianto particolarista e classista che aveva spinto il PSI a privilegiare le ragioni dei braccianti a scapito di quelle dei mezzadri e dei piccoli proprietari, contribuendo a determinare una frattura sociale in cui si sarebbe inserito il fascismo. Il rapporto con i ceti medi, secondo Togliatti, era invece essenziale, sia per il radicamento del PCI che per la realizzazione di quel «patto tra produttori» che era al centro della proposta di politica economica da lui lanciata in agosto su «l’Unità» con un esplicito riferimento al New Deal rooseveltiano. Un «nuovo corso» la cui realizzazione era considerata necessaria per superare in modo duraturo le tensioni sociali che attraversavano il paese e per il successo della strategia lanciata a partire dalla «svolta di Salerno».

Estratto pubblicato su: https://ilmigliore.wordpress.com/2016/04/19/ceto-medio-ed-emilia-rossa/

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REPLICA DI EUGENIO PARI (CAPOGRUPPO SEL RIMINI) ALLE DICHIARAZIONI DI RAVAGLIOLI (CAPOGRUPPO PDL) IN MERITO ALLA DELIBERA VIA PORTOFINO

Il capogruppo del Pdl Ravaglioli si dice scandalizzato dalla connivenza di SEL rispetto alla cosiddetta variante del sottopassaggio di via Portofino. Tanto per chiarire: non abbiamo la benché minima intenzione di confonderci con questa “opposizione” che per almeno 12 anni è stata, essa si, connivente con le colate di cemento che noi invece abbiamo sempre combattuto in Consiglio e nella città. E oltre al fatto che giovedì sera non ci fossero i numeri per far mancare il numero legale, noi con il Pdl non vogliamo avere proprio nulla a che fare. La vera connivenza è la loro e si è sempre verificata sulle scelte di cementificazione in cambio di posti e prebende nei Cda delle aziende partecipate come dimostrato dai fatti, in ossequio alle regole dettate dal patto consociativo che ha bloccato la città, in pieno accordo con il partito che veramente governa Rimini: quello della rendita a cui aderiscono anche quelli del centrodestra.
Noi di SEL, invece, abbiamo sempre fatto delle idee la nostra forza, per essere liberi di poter dire ciò che abbiamo sempre detto abbiamo fatto scelte importanti come dimetterci da incarichi istituzionali e non quelli del sottobosco della politica. Nei Cda delle aziende riminesi non siede alcun esponente del nostro movimento e sfido a dimostrare il contrario è questa la differenza tra la noi e gli altri. E’ una scelta non moralistica, ma etica, è una scelta che non pretendiamo di imporre agli altri, ma che esprime il nostro modo di interpretare l’impegno politico, che regola il nostro rapporto con gli altri partiti e con la maggioranza di centrosinistra da cui ci siamo allontanati non perché fossimo in attesa di nominare un assessore, ma perché non condividiamo alcune scelte. La nostra non appartenenza alla maggioranza non è pregiudiziale, in quanto sulle scelte che riteniamo accettabili abbiamo votato e voteremo a favore.
Politicamente lavoreremo con tutte le nostre capacità non solo per creare un alternativa alle logiche sbagliate che hanno dettato scelte anch’esse sbagliate delle giunte Ravaioli, ma per proporre un’alternativa al consociativismo sostenuto e alimentato con incarichi, cammarille e prebende di cui il Pdl si è sempre servito negli anni.
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Pari (Sel): “Pd legato a vecchie politiche, non andranno lontano”

La Voce di Rimini, 18.09.2010

RIMINI – (ta) E’ giunta l’ora dei saluti. La delibera della Murri ha definitivamente sancito lo strappo tra il Sel e la maggioranza, un rapporto ormai logoro e arrivato al capolinea “forse fuori tempo massimo” sottolinea Eugenio Pari. “Il nostro atteggiamento di lealtà nei confronti dell’amministrazione è stato del tutto ininfluente ai fini del pur minimo cambio di indirizzo da parte della maggioranza” si legge in una nota. “Anzi – sottolinea Pari – si è ricominciato il Consiglio comunale con alcune delle delibere più pesanti. Non c’è stata la minima intenzione di operare un cambiamento. Per questo non ci sono più i presupposti per andare avanti”. Il Sel prende le distanze da un’amministrazione accusata di “consociativismo” di essere “asservita ai poteri forti della città”. “Il Pd parla tanto di piano strategico, si fanno grandi proclami dicendo ‘basta al cemento, sì alla riqualificazione’, poi si approvano delibere come quella della Murri, che prevede un motore immobiliare di 46mila metri quadrati”. Pari replica anche alla Petitti, che ha evidenziato come il consigliere del Sel all’epoca dell’approvazione dell’accordo di programma fosse assessore provinciale all’urbanistica., Provincia che diede parere favorevole. “La Petitti dovrebbe fare più attenzione: l’accordo di programma è stato approvato mesi dopo le mie dimissioni. Detto questo va bene recuperare la Murri, ma anche la seconda guerra mondiale finì con la bomba atomica”. Come dire, con un paragone un po’ aggressivo: tutti d’accordo che la Murri così com’è è una vergogna, ma la soluzione scelta è tutt’altro che indolore. Pari porta anche gli esempi dell’ex seminario (“una dissoluzione di risorse pubbliche”) e quello del Novelli. “Il sindaco si è indignato sulla Murri, dicendo che non doveva essere abbattuta. E invece abbattere il Novelli è giusto? Nonostante i proclami siamo alle solite vecchie politiche”. Inutile dire che in prospettiva una nuova coalizione con il Pd pare esclusa. “Credo che se fosse stato al potere il centrodestra in 5 anni avrebbe fatto le stesse cose di questo centrosinistra. Spero ci sia una scossa civile e che si trovino le persone giuste per tutti coloro che vogliono un’alternativa. Il Pd così com’è è destinato alla sconfitta”.

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Perchè a sinistra?

 Appunti di Eugenio Pari per riunione di venerdì 13 marzo 2009

 Le ragioni e i motivi che ci hanno portati ad autoconvocare questa serata sono presto detti: l’importante partecipazione di mercoledì 4 marzo alla sala della provincia, ha, ad avviso di molti di noi, avviato finalmente un percorso. Il fatto più significativo di quella serata è la grande partecipazione che c’è stata, una partecipazione che dimostra chiaramente che vi sono le energie, la volontà per costruire un progetto politico di sinistra anche a Rimini. Storie diverse per provenienza, cultura e modalità di partecipazione alla vita pubblica si sono ritrovate su una questione essenziale: far vivere nel nostro paese una cultura politica che sappia proporre una alternativa alle logiche dominanti, che sappia proporre un modello di sviluppo compatibile con la vita delle persone in carne ed ossa, un modello sostenibile di sviluppo dal punto di vista sociale ed ambientale.

Sono state spese tante parole ed energie nel corso di questi mesi per dar vita ad un progetto di sinistra in Italia. Un progetto che sappia comprendere fino in fondo le enormi sfide che la contemporaneità presenta ad un soggetto che nasce per la trasformazione, un progetto che sappia farsi comprendere dalle centinaia e centinaia di persone che vengono maciullate dal modello basato sui consumi, un soggetto che sappia mettere in discussione sé stesso per mettere in discussione il sistema, un luogo dove la democrazia viene sostantivata dalla pratica della partecipazione di tutte e di tutti alle decisioni e non dove la democrazia serve da paravento per coprire gli accordicchi e la politica di piccolo cabotaggio dove l’obiettivo è quello della sistematica occupazione di poltrone volta a governare per governare. Un luogo della politica dove le persone e le biografie contano più delle tessere, un luogo della democrazia sostanziale, quella cioè dove non solo ognuno di noi può avere la possibilità di dire ciò che pensa, ma dove ognuno di noi sa con certezza che quello che dirà verrà tenuto in considerazione. Solo così – è mia ferma convinzione – la sinistra ha un senso, solo così la sinistra può pensare di costruire un percorso multiculturale per definire un progetto di trasformazione che sia qualcosa di concreto e non solo qualcosa di utile per presentarsi nelle campagne elettorali fregandosene di ciò che avviene. Per ripresentarsi a promettendo allo scadere dei 5 anni di legislatura.

Anche a Rimini da mesi molti di noi si sono impegnati in discussioni, hanno speso energie per tentare di costruire questo processo, una attività defatigante su cui troppe volte ha gravato la preoccupazione delle forze che si sarebbero rese disponibili a lavorare, in molti ha prevalso non il pessimismo della ragione, ma la paura, una paura spiazzante di perdere in partenza. Ebbene io sono convinto che le uniche battaglie che si perdono sono quelle che non si combattono, non mi riferisco solo all’impegno che certo sarà gravoso per presentare eventualmente una lista alle elezioni amministrative, ma a quella battaglia delle idee e dei principi che un individuo che si dichiara di sinistra deve sempre e in ogni condizione fare per l’avanzamento sociale e per la difesa degli individui più deboli. Una opera meritoria a difesa dei diritti: dal lavoro all’istruzione, dalla casa all’accesso ai servizi, dal diritto di vivere in un ambiente accogliente al diritto di non ammalarsi o peggio morire per le emissioni inquinanti di inceneritori, elettrodotti e traffico automobilistico. Una battaglia che vada a vantaggio di molti è meritoria, è una battaglia che per essere condotta fino in fondo non può che essere disinteressata. La sinistra deve consacrarsi alle esigenze materiali delle persone, a quelle spirituali, al raggiungimento della giustizia sociale, avendo in sé la consapevolezza di quanto sta facendo. Ebbene, questo compito deve essere portato avanti oltre tutti gli ostacoli. Il lavoro altruista, che persegue il bene comune, merita o prima o dopo il riconoscimento delle altre persone e questo implica la più profonda soddisfazione per chi agisce nella società e promuove il benessere nella società in cui vive.

È evidente quindi che i calcoli elettoralistici, le convenienze politiche volte ad ottenere prebende e posti di potere fittizio sono una cosa che deve, o almeno, dovrebbe essere contrastata da un partito di sinistra. Non posso negare che questi calcoli di opportunità siano uno dei fardelli a causa dei quali si attarda a costruire questo luogo della politica e della partecipazione. La politica è anche mediazione, al rialzo però, non sempre come siamo stati abituati a vedere al ribasso. Se ci sono le condizioni concrete per promuovere il benessere sociale allora ben vengano gli accordi, ma se queste condizioni non ci sono occorre dare rappresentanza ai principi di solidarietà e giustizia, trasformando la rabbia o la rassegnazione in una forza positiva per il cambiamento. È, però, possibile fare questo se tutti abbiamo la consapevolezza di possedere un vocabolario delle idee e dei principi comune, perché altrimenti prevale ancora una volta la convenienza di bottega e la strumentalizzazione di tutto ciò che si muove dal basso come contrappeso per le trattative politiche che non riguardano punti di programma, ma chi va a fare l’assessore piuttosto che il presidente della municipalizzata. È la morte dei sentimenti, è la morte della politica.

Chi ha partecipato alla riunione del 4 marzo penso abbia avuto una sensazione positiva nel vedere la partecipazione di così tante persone. Penso però se ne sia tornato a casa con il fardello di dubbi se non appesantito almeno invariato. A me è sembrato a tratti prevalere una logica di componenti: 4 partiti o movimenti che si riuniscono per dar vita alla sinistra, dove ogni componente reclama legittimamente il proprio spazio, le proprie quote. A me è sembrato che il processo sia un processo “in vitro”, dove le valutazioni delle persone in carne ed ossa rimangono sostanzialmente inespresse. Un giudizio severo ed ingiusto, forse, ma è l’idea che mi sono fatto. Al di la’ di richiami e di analisi sulla situazione e su quanto possa essere indispensabile la nascita di un partito della sinistra, ho davvero raccolto pochi stimoli. Una valutazione però l’ho fatta: siamo noi tutte e tutti che dobbiamo e possiamo sostanziare questo processo, le nostre biografie – dicevo prima – la nostra volontà di impegno disinteressata, la nostra voglia di trasformare l’ingiustizia quotidiana a cui spesso assistiamo in una battaglia politica per la trasformazione. È il terrorismo psicologico che si fa sui migranti, è la strada che viene costruita in un parco per servire l’ennesima speculazione edilizia, è l’incremento insostenibile delle bollette sui servizi che serve per costruire l’inceneritore, è la privatizzazione di tutti gli spazi e di tutti i beni pubblici, è la visione consumistica del vivere il tempo libero di quella cultura inculcata dalle sagre paesane con tanto di patrocinio di provincia e comuni, sono i megacentri commerciali, luoghi del vivere consumando la battaglia politica. Sono queste tante cose che separatamente ci fanno pensare ad un decadimento incontrollabile della società in cui viviamo, ad una impossibilità di porre un argine culturale. Tante cose che separatamente sembrano inaffrontabili che però si tengono l’una all’altra, cose concrete che richiedono un ruolo diverso delle istituzioni e della politica. Sono le cose che non funzionano nella vita quotidiana, è il mancato assolvimento di bisogni immediati che produce isolamento sociale, quell’isolamento da cui nasce l’intolleranza e la disperazione di tante, troppe persone. Sono problemi talmente tanto vicini di cui non possiamo permetterci di demandare la soluzione ad altri se non all’impegno che ognuno di noi può mettere in relazione al proprio tempo, alle proprie capacità e disponibilità.

Affrontare il globale partendo dal locale è una prassi che dobbiamo seguire, mi ci è voluto del tempo per comprendere questa che è l’unica via di uscita per questi tempi così neri, per farci sentire attivi e non spettatori oltre che un elemento di sano buonsenso. Lo possiamo fare, credo, partendo dalla via in cui abitiamo, parlando con i nostri vicini, fermandoci a parlare con quei migranti che magari vendono piccoli oggetti fuori dai supermercati, stando al fianco e sostenendo le battaglie dei 900 lavoratori della SCM che perderanno il posto piombando in una tragedia esistenziale. Lo possiamo fare immaginando su come potrebbe essere più bello il parco che frequentiamo, le strade che percorriamo, gli edifici che vediamo. Certo, questo esercizio può essere fatto prescindendo dalla partecipazione diretta all’agone politico, ma avere una idea di città, di come migliorare la vita dei nostri figli, costruita non sul compromesso programmatico raggiunto nell’ufficio di qualche partito, bensì ragionando con le persone e trasformando le centinaia di confronti in un progetto e un programma per rendere migliore il nostro territorio e costruire il senso di una nuova comunità è l’unico nostro patrimonio, è la garanzia del nostro impegno politico. Alla fine, al di la’ dell’esito elettorale penso che potrebbe essere per tutti noi una esperienza di arricchimento umano utile per farci capire dove viviamo e su cosa si potrebbe fare per vivere meglio. Un esercizio – insomma – per nulla ozioso.

Questa riunione non vuole imporre niente a nessuno, mi piacerebbe solo che fosse un momento non di risacca, ma di avvio vero e proprio di un percorso di resistenza civile da un lato, e di fucina di idee per il domani. È chiaro, le candidature presentate finora non mi rappresentano e per la prima volta nella mia vita se le cose rimarranno così non parteciperò al voto, sarei contento quindi di poter trovare sulla scheda elettorale un soggetto che abbia la fisionomia, gli obiettivi e le pretese che ho cercato di descrivere ma, come si dice, questo è un altro discorso.

Come organizzarsi? Io ho preparato per tutti un documento che penso possa darci un primo inquadramento su come poter organizzare i nostri lavori e su cosa proporre per organizzare i lavori e le discussioni. Ho copiato e incollato questo documento con l’auspicio di fornire un contributo, un punto di riferimento minimo che come tale deve essere considerato aperto ed emendabile in ogni sua parte. Come si vedrà il documento tratta solo della questione delle europee e non certo di liste territoriali, che, so per certo, in queste ore stanno legittimamente preoccupando altri compagni impegnati in una difficile discussione all’interno dei loro partiti e movimenti e, a sua volta, con altri partiti.

 

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LETTERA APERTA DEL 21 GENNAIO 2008

EUGENIO PARI

Di Eugenio Pari 

Il caso Mastella, l’emergenza rifiuti in Campania, la laicità dello Stato continuamente sotto schiaffo, il deterioramento del potere di acquisto degli italiani, la mancanza di un lavoro sicuro e della sicurezza sul lavoro; segnano una profonda crisi non tanto e non solo del Governo di centrosinistra, ma dell’intera società italiana e quindi delle sue istituzioni rappresentative.

Mastella ha fatto bene a dimettersi, ma che altro doveva fare? Come avrebbe potuto continuare a fare il Ministro di Grazia e Giustizia con accuse pesantissime rivolte contro di lui da due diversi tribunali e con la moglie e una buona parte del parentado, nonché gruppo dirigente del suo partito, colpita da misure restrittive? Esponenti del centrosinistra che si sono affannati nell’impedire al leader del “partito–famiglia” Udeur di dimettersi, hanno pensato più agli equilibri parlamentari piuttosto precari di questo governo che non alla coerenza di quanto posto dal programma elettorale su conflitto d’interessi, giustizia e magistratura. La magistratura, come si dice in questi casi, farà il suo corso, ma il vittimismo della famiglia Mastella, a fronte delle lotte estenuanti e sacrosante che gli operai in questi giorni hanno condotto per ottenere un aumento di soli 127 euro mensili, o della tragedia della Thyssen Krupp, segna una profonda frattura fra il Paese reale e alcuni suoi esponenti politici. Una frattura che rischia di portare ad un punto di non ritorno.

Certo, almeno Mastella ha avuto il buonsenso di dimettersi. Buonsenso e che invece Bassolino dimostra di non avere. Non si tratta di stilare una lista fra buoni e cattivi, fra l’altro in questo caso sarebbe davvero molto difficile classificare i due dirigenti politici citati; si tratta invece di richiedere un minimo di dignità e di decoro a coloro che rappresentano le istituzioni. Richiedere loro scelte giuste pare davvero troppa cosa!

Mastella, peraltro, si è giustificato sostenendo che le accuse mosse dalla magistratura nei suoi confronti, su cui non spetta sicuramente al sottoscritto sancire la fondatezza o meno, sono in realtà pratiche politiche. Un po’ come fece Craxi difendendosi in Parlamento dalle accuse di corruzione negli anni ’90. Se questo è, bene che i giudici rompano tali pratiche, perché esse sono devastanti per la vita civile di un Paese.

Come si può pensare che le profonde sofferenze del Paese si possano risolvere proponendo solo sistemi elettorali, accordi bi partisan, se davvero non esiste la condivisione delle emergenze nazionali, se davvero non si comincia a ragionare su come attuare una più giusta redistribuzione della ricchezza? Il Paese sta sprofondando in atteggiamenti di sfiducia e rifiuto verso la politica e le istituzioni democratiche, senza che dai partiti, salvo rare eccezioni, provengano risposte concrete per invertire questa tendenza. Spira forte il vento dell’antipolitica in Italia. Ed è un’antipolitica che ha più di una ragione. Il pericolo in queste situazioni però è quello di una svolta autoritaria che paternalisticamente dia rassicurazioni, non risposte, ai cittadini.

Vittorio Foa qualche giorno fa su la Repubblica, ha detto una cosa molto significativa ma al tempo stesso preoccupante. Parlando dei politici attuali ha evidenziato la mancanza assoluta dell’esempio come valore. La politica non è solo dichiarazioni o polemica brillante, bensì dovrebbe essere il perseguimento dell’interesse collettivo al di sopra dell’interesse personale, mettersi a disposizione ed il privilegio, quello vero, dovrebbe essere promuovere il benessere della società in cui si vive. Credo che in questo momento il compito di chi con responsabilità diverse si trova a far politica sia quello di fornire esempi, dando la certezza di realizzare un’opera degna e meritoria a beneficio di tutti, perché, alla fine, è questa la migliore ricompensa, il premio più lusinghiero per l’individuo che lo realizza. E questo lavoro altruista che persegue il bene comune merita, o prima o dopo, il riconoscimento dei cittadini.

 

 

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