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Lettera aperta sul fenomeno mafia a Rimini

Rimini, 27 febbraio 2011
Nella prima metà degli anni ’80 l’allora sindaco di Rimini Zaffagnini, in occasione di una conferenza del Pci lanciò un allarme sul pericolo di infiltrazioni mafiose nel territorio riminese.

Eugenio Pari

Nel 1993 il Giudice Morosini, in occasione di una pubblica conferenza sulla relazione della Commissione antimafia, snocciolò una serie di dati sul fenomeno di infiltrazione mafiosa nel nostro territorio, in quell’occasione il direttore di un quotidiano locale gli spiegò “che quei dati era meglio non pubblicarli perché avrebbero creato un allarmismo nocivo all’immagine turistica”.

Nel 1995 il Dipartimento investigativo antimafia aveva segnalato alle Istituzioni locali la presenza di più di 2.000 tra boss e affiliati in Emilia Romagna.

Da anni, questi episodi riportati lo testimoniano, il fenomeno dell’infiltrazione mafiosa a Rimini è una preoccupante realtà. Per molteplici motivi le amministrazioni e le istituzioni locali hanno fornito risposte francamente al di sotto della portata del problema. Amaramente prendiamo atto di una impasse delle istituzioni, però la società civile non è stata ferma così va riportata l’attività di associazioni come “vedo sento e parlo”, dei giovani che periodicamente si recano a lavorare volontariamente nei terreni confiscati alla mafia e di autorevoli studiosi come il Prof. Ennio Grassi. È proprio il caso di dire che la società è molto più avanti e vigile dell’intera classe politica.

Il problema della criminalità organizzata è un problema che va al di là delle divisioni politiche, un problema che investe tutta la società e le sue componenti partendo dalle associazioni economicamente più rappresentative come quelle datoriali, del commercio e dall’intero settore bancario. Per iniziare a contrastare la criminalità organizzata bisogna prima di tutto far rispettare le normative esistenti come il codice dei contratti pubblici (D.L. 163, art. 118, comma 11) che obbliga gli appaltatori e le committenze alla trasparenza e rimanendo nel campo dell’applicazione legislativa contrastare risolutamente le forme di lavoro nero e grigio, il dispositivo della legge regionale sul contrasto alla criminalità organizzata fa leva sull’applicazione di questa norma.

Occorrerebbe altresì riuscire a controllare la filiera dei flussi di denaro che per motivi di vicinanza rispetto alla Repubblica di San Marino rende molto appetibile dal punto di vista logistico la nostra realtà per le organizzazioni criminali. Occorre sostenere una cultura della legalità, nelle giovani generazioni e nella classe imprenditoriale. Scegliere di stare dalla parte della legge deve essere un percorso sostenuto dalle istituzioni locali. In questo senso credo che un primissimo passo delle istituzioni locali potrebbe essere la reintegrazione del corso di Storia della criminalità organizzata che, invece, è stato annullato presso la sede universitaria di Rimini, un corso che era seguitissimo e tenuto da uno dei massimi esperti del settore il Prof. Ciconte.

Le ragioni di questa piaga sono note, sostenere che per contrastare questo fenomeno bastano gli anticorpi della collettività riminese è autoconsolotario ed errato, perché è nella comunità riminese che le organizzazioni criminali stanno dilagando. Infine una citazione del Magistrato Pier Camillo Davigo: “ la criminalità organizzata è vendita di protezione privata, mentre la corruzione è vendita di poteri pubblici. L’Italia rischia di diventare il primo paese occidentale in cui la corruzione è arrivata a un livello che gli specialisti definiscono di state capture: questo significa che uno o più soggetti privati prendono il sopravvento sull’esercizio del potere decisionale dell’agente pubblico”.

Non serve più lanciare allarmi o sostenere che occorrono iniziative, oppure, ancora, fare appello agli anticorpi sociali dei riminesi, occorrono iniziative da parte delle Istituzioni locali ora e subito.

Eugenio Pari

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