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La “lotta” dei “comuni rossi” al monopolio

Di Eugenio Pari

Si potrebbe affermare che, in Italia, la lotta dei comuni contro il monopolio della gestione della cosa pubblica da parte dello Stato e quella contro il monopolio dei servizi urbani avevano il medesimo obiettivo: dare una pronta ed efficace risposta alle esigenze della collettività cittadina. Era evidente che la questione delle municipalizzate, al pari di quella dell’autonomia locale, non era legata esclusivamente all’esistenza di un regime democratico, né all’affermazione di quei partiti, come il socialista ed il cattolico, che più di altri avevano difeso il ruolo dei municipi e promosso l’attività economica nel primo ‘900, ma alle scelte delle classi dirigenti riguardo all’assetto politico –istituzionale del Paese.

Le questioni poste in questi termini non permettono di far notare apprezzabili differenze teoriche fra i principi che ispirarono la condotta amministrativa dei comunisti dopo il periodo fascista con quella dei socialisti prima del fascismo, al punto tale che non pare azzardato affermare che si potrebbe parlare di politica del governo municipale esercitata dal movimento operaio.

Certo, grande parte degli sforzi del Pci furono volti a garantire, come si è detto, una “classe” imprenditoriale le cui origini erano sicuramente rintracciabili nel proletariato e il contesto politico sociale era differente. Forti, comunque, sono le analogie se pensiamo ad esempio al fatto che la prima legge sui servizi pubblici fin dal 1903 e porta il nome di Giolitti e che grande impulso alle partecipazioni dello Stato nell’economia fu esercitata dalla DC con Luigi Granellini ed Ezio Vanoni, mi pare di poter affermare che sia nel primo che nel secondo caso oltre a dare una risposta a spinte e necessità sociali ed economiche nelle rispettive epoche, i governi centrali, nell’uno come nell’altro caso, si servirono di queste iniziative per contenere l’ascesa sullo scenario politico nazionale del Partito socialista prima e del Partito comunista dopo.

D’altra parte di fronte alla mancanza o alla non del tutto adeguata risposta ai problemi emergenti del proletariato urbano, si addossavano sugli enti locali molte spese di spettanza statale i comuni si trovarono a dover fornire servizi che nell’epoca repubblicana, se pensiamo ai contenuti dell’art. 3 e al principio della funzione sociale dell’impresa sancito dall’art. 41, contribuirono a dare diretta applicazione del dettato costituzionale.

Gli anni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale ponevano diversi e stringenti problemi come il rinvenimento degli alimenti e delle abitazioni. Per i comunisti il comune aveva il compito di intervenire direttamente per la più celere ripresa dei diversi servizi pubblici urbani, reclamando per tale necessità di intervento una maggiore autonomia della sfera locale amministrativa “(…) i comuni devono poter far da sé, devono poter provvedere autonomamente alla loro amministrazione, ai bisogni delle proprie popolazioni, fino al punto che lo stato debba entrare per la parte che gli spetta e che deve essere di stretto interesse nazionale” (1).

Il PCI dunque puntava la propria attenzione sul difficile e dispendioso compito della ricostruzione che il comune avrebbe dovuto affrontare combinando tale opera con la difesa delle classi meno abbienti.

Con questi obiettivi secondo Luca Baldissara “si richiama così (…) l’esperienza delle amministrazioni socialiste pre fasciste, cui si salda quella delle giunte cielleniste, nel generico perseguimento del ‘bene comune’” (2) Particolarmente ci si concentrava sul fatto che il potenziamento dei servizi pubblici locali raffigurava la lotta amministrativa come “un primo passo della democrazia che deve significare autogoverno del popolo”.

Si commetterebbe un errore di superficialità se si pensasse che questi principi programmatici espressi dal PCI alle elezioni per il Comune di Bologna del 1946 venissero considerati patrimonio esclusivo del PCI. Infatti i programmi elettorali del PCI, del PSI e della DC per quella tornata elettorale erano accomunati da una serie di provvedimenti ritenuti da tutte e tre le forze politiche indispensabili per fronteggiare la realtà bolognese dell’epoca, fra questi elementi c’era la municipalizzazione e perfezionamento dei servizi pubblici locali.

Sotto la guida delle sinistre si cercò di “allargare l’ambito tradizionale dei compiti del comune, tentava di inserirsi , come soggetto autonomo di diritto, nella vita della società nazionale, come organismo dirigente ed ispiratore della vita locale” (3).

I comuni, quindi, vanno visti non soltanto come enti autonomi, ma anche con compiti che vanno oltre le funzioni tradizionali del comune italiano “(…) ogni qualvolta nella vita della nostra città intervengano fatti che vanno al di là della situazione normale, della vita di mercato, e minacciano di incidere la vita di imprenditori, la vita di masse umane, noi come consiglio comunale di Bologna, abbiamo il diritto di intervenire” (4).

Gli amministratori alla guida di Bologna secondo Luca Baldissara, che ha condotto uno studio molto importante su questa esperienza “si richiamavano” esplicitamente all’esperienza del “socialismo municipale” arricchita dal richiamo alla Costituzione “e pretendono di ampliare sulla scorta di tali posizioni la sfera degli argomenti e dei temi sottoposti all’attenzione del consiglio comunale”, si rivendicava la possibilità di discutere non solo delle questioni prettamente amministrative ma su tutto quello che riguardava la cittadinanza “senza limitarsi alle questioni locali ed anzi nella convinzione che i problemi di natura generale investivano direttamente la comunità e l’organizzazione della vita cittadina”, questo principio, attualmente, invece, non è affatto considerato dai consigli comunali anche a maggioranza di centro sinistra, venne sostenuto all’atto dell’insediamento a Sindaco di Giuseppe Dozza nel 1947, dove egli affermò “tutto quello che interessa la cittadinanza o che minaccia di avere conseguenze su di essa, può e deve interessare il comune” (5).

Il primato è quello della politica piuttosto anziché degli apparati tecnico burocratici come invece pare essere privilegiato oggigiorno. Sono convinto che per destreggiarsi fra i problemi sempre più complessi che si presentano quotidianamente ad un amministratore sia indispensabile possedere le minime competenze per poter contestualizzare e quindi discutere per affrontare il problema specifico, però oggi la scelta su importanti questioni appare troppo subordinata ad aspetti tecnici e l’apporto del politico il più delle volte serve a mediare, o meglio, a far passare decisioni molto importanti per la vita dei cittadini senza che vi sia stata la necessaria mediazione e il fondamentale contributo attraverso la partecipazione dei cittadini stessi.

Secondo la mia esperienza il politico è chiamato ad effettuare una mediazione che troppe volte purtroppo si riduce alla promozione di un personale politico in incarichi e nella composizione di complesse architetture politiche all’interno dei consigli di amministrazione delle partecipate, quando, addirittura, non si creano consigli di amministrazione apposta senza che in questa selezione si tenga sufficientemente conto delle necessarie competenze del personale promosso.

Occorre, d’altra parte ribadire che la promozione delle sole competenze tecniche rischia di comportare un problema di affermazione della burocrazia e di sostegno della tecnocrazia nelle arene democratiche deliberative.

Credo che insieme alle competenze sia altresì importante possedere una visione complessiva dei problemi e soprattutto cercare di comprendere per prefigurare gli esiti possibili delle scelte amministrative.

Considerare il problema da risolvere e quindi l’atto amministrativo non solo come la manifestazione di erudizione tecnico giuridica degna di un simposio normativo fine a se stesso e non alla capacità di rispondere alle esigenze concrete e circostanziate delle comunità non significa rendere un ottimo servizio ai cittadini.

Per riuscire a combinare le risposte amministrative alle esigenze delle comunità è sempre più necessario introdurre nel comportamento degli amministratori pubblici una capacità di ascolto e di democrazia partecipativa che guidano le azioni delle nuove esperienze in atto in Europa.

A sostegno di questa opinione ci si può rifare a quanto sostenne un esponente del PCI in un una seduta del Consiglio comunale di Bologna del 1950 secondo il quale in questa prospettiva il Comune doveva “intervenire con il nostro studio, con la nostra opera, per associare i nostri studi e la nostra opera a quella dell’insieme dei cittadini interessati a sollevare l’economia della nostra città, a migliorarla nell’interesse comune”.

Il compito a cui, fondamentalmente, si attengono gli amministratori e i dirigenti del Pci è sintetizzabile in una indicazione di Togliatti:

Noi vogliamo che venga lasciato ampio sviluppo della iniziativa privata, soprattutto del piccolo e medio imprenditore. In pari tempo però affermiamo la necessità che lo stato intervenga (…) impedendo che la sana iniziativa privata venga soffocata e alla fine distrutta dal prevalere di gruppi plutocratici e della speculazione (7).

Le differenze ideologiche fra socialisti e comunisti rilevate da Renato Zangheri negli anni ’50, sono più che altro evidenziabili nel modo di concepire il governo, perché è comunque forte l’affiliazione delle politiche pubbliche, in particolare sul ruolo economico dei servizi pubblici locali, che il PCI pose in essere a partire dall’ultimo Dopoguerra con quella che i socialisti attuarono nelle municipalità che si trovarono a governare nell’Italia pre-fascista.

La pratica politica nell’Italia della Valle Padana subì il forte influsso teorico di Giovanni Montemartini (1867 – 1913), in lui si può effettivamente identificare il teorico del “socialismo municipale” italiano. Il governo economico municipale che egli teorizzò si basava “sull’azione organizzata delle classi lavoratrici e in generale non abbienti promossa dalla classe politica assunta alla guida dei municipi nell’Italia liberale, in quel tempo cuore e centro indiscusso della vita politica nazionale”(8).

Montemartini influenzerà lungamente l’azione della classe politica che si poneva l’obiettivo della tutela delle classi lavoratrici e non abbienti soprattutto attraverso la teoria della municipalizzazione, teoria che si fondava “sulla teoria generale della finanza pubblica”, la quale si configura come teoria generale della marginalità produttiva (9), in questo contesto la differenza tra impresa pubblica e privata sta nell’organizzazione dei fattori produttivi e la municipalità diventa dunque “un’impresa politica, un’impresa che ha per scopo di ripartire coattivamente su tutti i membri della municipalità i costi d’alcune produzioni”78. La novità di Montemartini, ancora attuale, sta nel fatto che “l’oggetto dell’impresa” (10) analizzata è la prestazione di un ‘pubblico servigio’”, dove la “macchina comunale ha come unico bisogno [quello di] procacciarsi la forza coattiva per raggiungere il suo scopo”.

Atto costitutivo della impresa pubblica secondo Montemartini è la decisione di una parte della collettività di provvedere a determinati suoi bisogni ripartendone il costo su un’altra parte della stessa comunità. Tale atto è razionalmente fondato sulla considerazione che così facendo è possibile “più economicamente raggiungere lo scopo”, quindi la scelta tra impresa pubblica e privata è motivata da tale criterio di economicità. Le finalità municipali vengono stabilite attraverso “lotte politiche e calcoli economici” con la produzione diretta di beni e servizi.

(1) In O. Gaspari, Dalla Lega dei comuni socialisti a Legautonomie. Novant’anni di riformismo per la democrazia e lo sviluppo delle comunità locali. Ed. Legautonomie, 2007

(2) L. Baldissara, Per una città più bella e più grande. Il governo municipale di Bologna negli anni della ricostruzione (1945 – 1956), Il Mulino, 1994 nota n. 110 pag. 82

(3) A. Colombi, Il Comune al popolo! Il popolo al comune! “La Lotta” del 26 marzo 1946, in L. Baldissara, Per una città più bella e più grande. Il governo municipale di Bologna negli anni della ricostruzione (1945 – 1956), Il Mulino, 1994 pag. 82 nota n.111

(4) E. Ragionieri, Un comune socialista: Sesto Fiorentino, Editori Riuniti, 1976 in L. Baldissara, ibidem, pag. 174

(5) Atti Consiglio comunale di Bologna, 5 gennaio 1951, in L. Baldissara, ibidem pag. 111

(6) Atti consiglio comunale di Bologna sed. 20 ottobre 1947, in L. Baldissara, ibidem

(7) P. Togliatti, Ceto medio e Emilia Rossa, Editori Riuniti, Roma, pag. 30

(8) G. Sapelli, in Comunità e mercato. Socialisti, cattolici e “governo municipale” agli inizi del XX secolo, il Mulino, 1986, pag. 34

(9) A. Da Empoli, in G. Sapelli, ibidem, pag. 48

(10) G. Montemartini, La municipalizzazione nei pubblici servigi, in G. Sapelli, Comunità e mercato. Socialisti, cattolici e governo municipale” agli inizi del XX secolo, il Mulino, 1986, pag. 50

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Ceto medio e Emilia Rossa (2)

Di seguito alcuni appunti sul celebre discorso di Palmiro Togliatti. Nelle mie intenzioni questo sarebbe il primo di una serie di riflessioni che vorrei svolgere sul cosiddetto “modello emiliano”.

Di Eugenio Pari

“Emilia rossa” è l’espressione con cui per decenni si è caratterizzato il modello non solo politico, ma sociale economico e culturale dell’Emilia Romagna.

Come noto questa formula trae le sue origini dal celebre discorso che Togliatti pronunciò al Teatro comunale di Reggio Emilia il 24 settembre 1946, discorso i cui contenuti determinano una vera e propria “pietra angolare” del modello emiliano e nella linea politica nazionale del Pci.

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Palmiro Togliatti

Il modello a cui Togliatti si ricollega nel tentativo di indicare da un lato la linea generale del Pci e dall’altro di offrire un riferimento concreto di governo ai comunisti emiliano romagnoli, è quello del “riformismo” dei Costa, dei Marabini, dei Massarenti e Prampolini.

Ecco il passaggio in questione:

“Il socialismo è stato tra di noi un grande movimento progressivo, non soltanto perché ha portato sulla scena politica l’operaio, colle sue rivendicazioni di libertà e di giustizia sociale, ma perché sulla stessa scena ha collocato al primo piano anche il bracciante e le altre categorie decisive di lavoratori della terra. Aver fatto delle plebi rurali povere, miserabili, febbricitanti e turbolente una massa di milioni di donne e di uomini inquadrati nelle Leghe, nelle cooperative, nelle Camere del lavoro, nelle sezioni di un partito nazionale; avere insegnato loro a conquistare e gestire i comuni; e soprattutto averle strette insieme con legami di solidarietà e avere acceso nell’animo loro la fede inestinguibile di un avvenire migliore, nella redenzione del lavoro da ogni sfruttamento e da ogni oppressione, questo fu il grande merito dei pionieri del socialismo, degli Andrea Costa, degli Anselmo Marabini, dei Giuseppe Massarenti, dei Camillo Prampolini e di tutti gli alrti.1

Il “Migliore” citando i nomi dei “pionieri” che edificarono il socialismo municipale in Emilia parlerà nei loro confronti di “venerazione”. Togliatti si esprimerà in questi termini:

“I nomi di questi uomini, noi comunisti, li onoriamo e li veneriamo, e non solo perché fanno parte delle migliori tradizioni del popolo italiano, che noi sentiamo nostre, ma perché in essi riconosciamo dei maestri di quella politica che si fonda sulla capacità di esprimere le aspirazioni più profonde degli uomini che vivono del loro lavoro, e sulla capacità di organizzare la lotta per la realizzazione di queste aspirazioni.2

Togliatti dopo queste frasi si sofferma però su una critica, che può apparire un monito ai dirigenti emiliani del Pci, partito che ha avuto una rapidissima crescita organizzativa e di voto, partito con “profondissime radici in tutti gli strati”. Una critica a posteriori rispetto alla necessità di costruire quella che verrà definita politica delle alleanze, ovvero il blocco sociale del Partito nella regione.

“(…) Vi era nei riformisti un pericoloso particolarismo, cioè la tendenza a separare l’uno dall’altro i problemi, in modo che veniva quasi sempre perduta la visione di prospettiva e dell’interesse generale del movimento. Il vecchio dirigente riformista era capace, meglio di chiunque di fare l’interesse della cooperativa da lui fondata e diretta; ma ad un certo punto non era più in grado di comprendere se, per fare questo interesse in modo esclusivistico, non andava contro l’interesse e i fini di tutto il movimento, o non cedeva al nemico qualcuna delle posizioni di principio che non debbono essere cedute. Lo stesso avveniva nel movimento sindacale. Lo stesso nel campo politico. In questo modo di producevano due conseguenze principali, che dovevano essere fatali alla sorte del riformismo e anche del socialismo in Italia: da un lato veniva spezzata l’unità delle classi lavoratrici e della loro azione, che perdeva il necessario rilievo nazionale; dall’altro penetravano nelle file stesse del socialismo le influenze dei nemici del socialismo stesso, e questo perdeva il suo slancio, si corrompeva, si imborghesiva, diventava l’arena delle ambizioni di avvocati e di altri politicanti della città.3

Ora, tralasciando i toni pacati e razionali, propri del leader comunista, toni a cui, vale la pena dircelo, siamo completamente disabituati osservando il dibattito politico contemporaneo, Togliatti mette in guardia i dirigenti e militanti comunisti tracciando le responsabilità che hanno portato al “fallimento” i socialisti. Fra queste vi è l’incapacità di non aver saputo attuare politiche unitarie fra il proletariato delle campagne e gli “strati intermedi”, una “errata impostazione del problema contadino” espressa in questi termini:

“Il riformismo, (…) non seppe mai prendere una giusta posizione verso gli strati intermedi delle campagne. Legò la soluzione del problema della terra a formule generali, astratte e vuote, non aderenti alla realtà, come quella della socializzazione. Nell’azione pratica si comportò verso i gruppi intermedi come se non ne comprendesse le caratteristiche e i bisogni, lasciando affiorare errate e pericolose tendenze livellatrici, come se lo scopo fosse stato quello di far diventare tutti i lavoratori agricoli dei braccianti e per questa via portarli per forza al socialismo. Questa posizione era antimarxista, quant’altra mai, e assurda poi, tanto nella vostra regione, quanto nelle altre regioni italiane dove le forme di economia agricola individuale, (…), hanno radici profondissime.4

Si potrebbero trarre alcune conclusioni su questo brano. La prima potrebbe consistere in una critica alla fase di collettivizzazione forzata voluta in Urss negli anni ’30, una critica che per quanto “a posteriori” unita alla dottrina del “partito nuovo” e al carattere nazionale del Pci, già metteva in luce elementi di differenziazione del Pci rispetto al Pcus, in anni, peraltro, dove la difformità rispetto alla linea del partito di riferimento era

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copertina di Politica nazionale e Emilia Rossa (Editori Riuniti)

pesantemente sanzionata dai sovietici. L’altra potrebbe essere rispetto al dibattito interno al Partito in tema di politiche agrarie in particolare sulla polemica fra Sereni, interprete della linea togliattiana e Grieco, su posizioni più ortodosse, divisione a cui ci riferiremo più avanti. Un’ultima riflessione potrebbe riguardare l’indicazione a dirigenti e militanti di non attuare politiche e atteggiamenti livellatori e pauperistici, che porteranno il partito negli anni successivi a sostenere l’iniziativa privata di piccoli e medi imprenditori i quali militeranno e rafforzeranno il partito stesso.

I “gruppi intermedi” delle campagne, in particolare la classe mezzadrile, stringerà quell’alleanza, con il proletariato operaio e con il ceto medio, che sta alla base del successo elettorale, politico e amministrativo del Pci nelle “regioni rosse”, in particolare in Emilia Romagna e Toscana.

Un’altra differenza tra comunisti e socialisti, questa volta non distinti dai riformisti, la sancisce Renato Zangheri5 il quale in un articolo su Rinascita del 1969 riprende gli aspetti non razionali dei socialisti. È interessante sottolineare che Zangheri scrive questo articolo quando il modello di governo comunista nella regione, già arrivato a maturazione, è alla vigilia di importanti cambiamenti che cercherò di definire più avanti.

Scriveva Zangheri:

“(…) c’era nel vecchio socialismo della nostra regione una concezione del mondo, una filosofia (…), un costume, una morale, una fede nella liberazione dell’umanità. Oggi siamo pervenuti ad una concezione più logica del partito, l’adesione al quale è essenzialmente l’adesione ad un programma politico, e quindi tende ad escludere gli elementi di fideismo e di dogmatismo. Una delle conseguenze del carattere “messianico”, (…), del vecchio socialismo (…), fu di trasferire le attese e le speranze in un futuro remoto, al quale ci si rivolgeva in modo approssimato e assieme confuso ed astratto (…). oggi noi [comunisti] siamo forti in Emilia e in Romagna perché abbiamo profonde radici fra i proletari della città e della campagna, ma anche perché siamo usciti dallo steccato e abbiamo stabilito collegamenti con tutte le forze interessate alla trasformazione della società.6

Un approccio “logico”, razionale al tema della trasformazione che doveva essere collocata all’interno dell’idea di “democrazia progressiva”; non certo un approccio insurrezionale o di preparazione all’insurrezione, cose queste ultime, che Togliatti aveva escluso, come risaputo, fin dal 1944, anno della cosiddetta “Svolta di Salerno”.

A differenza di ciò che avvenne in Grecia, tenendo a bada pulsioni insurrezionali ancora presenti nel Partito, Togliatti appoggia una linea di governo, di cui l’Emilia Romagna sarà il prototipo, da svilupparsi all’interno dei principi democratici che verranno, di li a due anni, esplicitati nella Costituzione. La linea da seguire è quella delle “riforme di struttura”come fattori della “via italiana al socialismo”, egli aveva però anche ben chiaro il fatto che i rischi di un ritorno al fascismo era ben presente. D’altra parte egli non volle e non poté tralasciare le responsabilità del movimento operaio nei confronti dell’ascesa del fascismo in Italia.

“È assurdo pensare che il fascismo si piovuto sopra di noi dal cielo. Se il nostro paese è diventato fascista, è perché nell’organismo stesso italiano vi erano quei germi che, sviluppandosi, dovevano di necessità portare alla tirannide fascista. Questi germi devono essere cercati nella nostra stessa struttura sociale e nella natura delle nostre classi dirigenti. Se vogliamo dunque evitare la ricaduta, dobbiamo modificare parecchie cose nella struttura e nella direzione della vita nazionale.7

La lezione di Gramsci sul “sovversivismo delle classi dirigenti italiane”, ovvero la tendenza dei gruppi dominanti a sovvertire regole e procedure democratiche per conculcare le minoranze e difendere le proprie posizioni di potere è piuttosto esplicita in questo passaggio del discorso di Togliatti.

Torniamo quindi alla rottura fra gli “strati” dei lavoratori delle campagne esercitata dai riformisti, già accennata in precedenza a causa della “errata impostazione del problema contadino”.

“La sconfitta del movimento riformista emiliano fu essenzialmente una grande rottura tra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivistica, e i gruppi intermedi delle campagne e delle città. Questa rottura, che non fu solo di natura economica, ma si alimentò anche di elementi ideologici soprattutto di ordine nazionale, fu all’origine del fascismo.8

Questa revisione critica delle politiche agrarie dei socialisti esercitata dal Pci, arrivando alla conclusione che queste condussero alla divisione fra braccianti e mezzadri nella Valle Padana, divisione che a sua volta contribuì all’ascesa del fascismo non riguarderà, invece, la valutazione e le politiche comuniste sulla questione agraria nel Mezzogiorno. Nell’Italia meridionale, infatti, il Pci, nel secondo Dopoguerra, adottò una linea di cautela nei confronti delle lotte del movimento contadino meridionale che prima dell’avvento del fascismo adottarono i socialisti.

La linea comune di socialisti e comunisti nell’approccio alla questione agraria meridionale dipese, secondo un saggio di Anna Rossi Doria del 1976:

“(…) dalla mancanza di fiducia (…) verso la capacità dei contadini [del sud] (…) di organizzarsi in modo autonomo”, che riproduceva una caratteristica dei dirigenti socialisti degli inizi del secolo: “la diffidenza (…) circa la possibilità del cafone meridionale a saper rispettare la dura disciplina della lotta di classe e a non trascendere in eccessi”.9

Togliatti nel 1946 a Reggio Emilia, nel suo discorso a quadri e militanti comunisti con toni piuttosto espliciti si soffermerà sulla questione sollevata nel saggio di Anna Rossi Doria . In una passaggio si poteva ben comprendere che c’era e ci sarebbe stato un diverso atteggiamento dei comunisti rispetto alle lotte nelle campagne, differenziazione dovuta alle caratteristiche storiche, culturali e persino geografiche in cui esse si erano sviluppante e andavano riorganizzandosi.

Volesse il cielo che un movimento potente e vittorioso di masse come quello emiliano si fosse sviluppato in altre regioni: nel Veneto, in Sicilia, in Sardegna, in Calabria, in Basilicata, (…). Volesse il cielo che anche quei lavoratori avessero saputo spezzare da tempo la soggezione ai rapporti tradizionali d’autorità, e invece di conservare l’ossequio servile per il loro sfruttatore di votare secondo l’indicazione dell’agrario e del prete avessero saputo condurre una lotta potente e bene organizzata per redimersi dalla arretratezza e dalla miseria, collo stesso slancio ed impeto dei lavoratori emiliani. Se ciò fosse avvenuto, la nostra patria sarebbe oggi un paese molto più progredito di quanto non sia.10

Togliatti non poteva immaginare il futuro e quindi sapere che proprio nel tentativo di sovvertire quei rapporti feudali e di sottomissione, peraltro per via pacifica, il 1 maggio 1947 verranno uccise undici persone fra uomini, donne e bambini nella piana di Portella della Ginestra per mano del famigerato bandito Giuliano.

Di certo, però, era assolutamente in grado di trarre delle conclusioni sulle lotte nelle campagne del Mezzogiorno nel biennio 1944 – 46, ciclo che il Pci definiva “caratterizzato da rivolte disperate ed estremistiche, [di] spontaneità assoluta, tradizione secolare delle occupazioni delle terre e del ribellismo municipale”11.

Ciò che sostanzialmente manca ai lavoratori del Mezzogiorno è la capacità organizzativa che storicamente ha caratterizzato i proletari emiliano romagnoli. Oltre a ciò, la realtà di questa regione è sempre stata incentrata su solide doti di associazione fra i più deboli, doti che per ragioni storicamente determinate i lavoratori del Mezzogiorno non possedevano e che il movimento operaio fino ad allora non aveva nemmeno più di tanto provato ad instillare. I comunisti, attraverso soprattutto la penetrazione dell’organizzazione sindacale proveranno ad attivare queste capacità fra il proletariato del Mezzogiorno.

Mi sono semplicemente limitato a riportare alcune impressioni, in quanto l’analisi e il dibattito dei comunisti sulla questione agraria sono qualcosa di molto più profondo e non semplicemente sintetizzabile. Esse coinvolgono anche la differenza di prospettiva presente non solo tra i militanti, che comunque si adegueranno sempre nella stragrande maggioranza alla linea sancita dai gruppi dirigenti, ma all’interno del gruppo dirigente stesso. Posizioni che riguardavano il carattere che il Pci avrebbe dovuto assumere con la linea togliattiana di cui, come detto, l’interprete per le politiche agrarie nel gruppo dirigente era Emilio Sereni12; mentre la linea più ortodossa, per meglio dire su posizioni leniniste classiche era invece rappresentata da Ruggero Grieco.13 Sereni sosteneva una battaglia in funzione antimonopolistica anche nelle campagne e quindi una politica delle alleanze fra i “gruppi” delle campagne; al contrario, Grieco ribadiva con fermezza la tesi di disarticolare le categorie che componevano il lavoro nelle campagne utilizzando le contraddizioni interne per arrivare alla sua riorganizzazione in funzione anticapitalistica e rivoluzionaria.

L’approccio pragmatico e sicuramente incentrato sulla linea della “politica delle alleanze” di Togliatti e di tutto il Pci, nell’economia del ragionamento che si sta tentando di portare avanti, contribuirà in maniera determinante a rendere il “gruppo” mezzadrile alla base del forte consenso in Emilia Romagna e alla sua trasformazione in classe imprenditoriale.

Mi sembra opportuno riportare un passaggio di Caciagli, sulle differenze tra Pci e Pcf, cioè tra i due più importanti partiti comunisti dell’Occidente, caratterizzato il primo nella ricerca originale di una “via al socialismo” e quindi impegnato sulla costruzione delle necessarie alleanze per arrivarci; mentre il secondo ancorato ad una visione più ortodossa del proprio “compito rivoluzionario”.

‘I mezzadri costituirono il principale vettore di penetrazione comunista in Emilia Romagna (…). L’abilità del Pci fu di non accontentarsi di quella che Maurice Thorez chiamava ‘una materia di prim’ordine (…). Il Pci si rivolse agli artigiani, ai commercianti e agli intellettuali (…). I suoi sforzi suscitarono tensioni interne, qualcuno dei suoi militanti più radicali non apprezza per niente questa politica delle alleanze. Ma non modificano la composizione sociale del partito dominata da mezzadri, braccianti e operai. (…) A differenza del monolitismo operaio della banlieu parigina, la base sociale del Pci è dunque tridimensionale’ (Lazar, Maison Rouges). Il Pci chiamava quel sistema di alleanze “blocco sociale”, ma possiamo chiamarlo alleanza interclassista. Proprio qui stava, rispetto al Pcf, la capacità del Pci di aggregare e allargare il consenso. Una capacità che mostrò tutti i suoi effetti quando i mezzadri e gli operai divennero piccoli e medi imprenditori nei sistemi di economia differenziata. (…) la classe gardèe del Pci, i mezzadri, misero anni a scomparire e lasciarono un’eredità; la classe gardèe delle fabbriche della banlieu, fu spazzata via in poco tempo”14

verrebbe, da dire con la ristrutturazione capitalistica chiuse le fabbriche anche la classe operaia abbandonò progressivamente il Pcf, portandolo, di fatto alla marginalità politica. Per il Pci e i partiti di sua derivazione, il discorso fu moltro diverso: le trasformazioni del sistema economico e produttivo della fine anni ’70, inizio anni ’80 non determinarono affatto una fuoriuscita da esso da parte della propria classe gardèe.

1P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 36, Editori Riuniti, Roma

2P. Togliatti, ibidem, pag. 37

3P. Togliatti, ibidem, pag. 37

4P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 38, Editori Riuniti, Roma

5 Renato Zangheri è nato a Rimini il 10 aprile 1925. Ha frequentato il liceo Giulio Cesare di Rimini, poi la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, dove si è laureato con lode con una tesi su “Problemi e aspetti del socialismo italiano”. Assistente del professor Luigi Dal Pane ha conseguito la libera docenza e nel 1960 la cattedra universitaria. Ha insegnato Storia economica e storia delle dottrine economiche nelle Università di Trieste e Bologna. I suoi principali studi riguardano la distribuzione della proprietà terriera fra ‘700 e ‘800, i catasti come fonti storiche, il pensiero dei fisiocratici francesi, la storia del socialismo. La carriera amministrativa a Bologna comincia come consigliere nel 1956; dal 1959 è assessore con Dozza e poi sindaco di Bologna dal 1970 al 1983. Nel 1971 lancia il primo grande piano di recupero e risanamento del centro storico. Nel 1973 vara misure sul trasporto pubblico che prevedono corsie preferenziali e fascie orarie gratuite. Intenso il dibattito culturale e politico durante il suo mandato tra intellettuali, istituzioni e il movimento studentesco, soprattutto dopo l’uccisione di Francesco Lorusso nel marzo 1977.In quegli anni alcune fra le pagine più dolorose della storia della città: la strage dell’Italicus nel 1974 e la bomba alla stazione il 2 agosto 1980. Nel 1982, per la prima volta in Italia, affida una struttura pubblica all’associazionismo omosessuale. Nel marzo 1983 Renato Zangheri lascia Bologna per dirigere il Dipartimento sullo Stato e le autonomie locali della Direzione del Pci. Si mantiene l’accordo Pci-Psi, che designa successore sindaco Renzo Imbeni. Eletto deputato nel 1983 e 1987, Zangheri è presidente del gruppo parlamentare del Pci negli anni fra 1986 e 1989. Dal 1991 aderisce al PDS, quindi ai DS. Dal 1991 torna all’insegnamento universitario, ricoprendo fra 1991 e 1994 la carica di Rettore dell’Università di San Marino. Nell’ultimo decennio si dedica alla redazione della Storia del socialismo italiano di cui sono usciti i primi due volumi. Nel 1998 è nominato dal Ministero dei Beni culturali presidente della Commissione scientifica per la nuova edizione nazionale delle opere di Antonio Gramsci, incarico da cui si è dimesso nel 2000. Muore a Imola il 6 agosto 2015. https://www.bibliotecasalaborsa.it/documenti/20367

6R. Zangheri, Ruolo e alleanze della classe operaia, Rinascita, 1969

7P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 29, Editori Riuniti, Roma

8P. Togliatti, ibidem, pag. 38

9I corsivi sono di S. G. Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno, Torino, 1972, pag. 177 compreso nel saggio di Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

10P. Togliatti, ibidem, pag. 36

11Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

12 Emilio Sereni. Nato a Roma il 13 agosto 1907, deceduto a Roma il 20 marzo 1977, studioso di Agronomia, dirigente del Partito Comunista Italiano. Sereni subì il primo arresto a Portici nel 1930. Era da poco rientrato a Napoli da Parigi, dove aveva preso contatto con i dirigenti del Centro estero del P.C.d’I. Portato davanti al Tribunale speciale con Manlio Rossi Doria , i due saranno condannati a 15 anni di reclusione. Grazie ad amnistia, Sereni è liberato nel 1935. Espatriato con la famiglia in Francia continua nell’attività politica e il 1940 lo vede a Tolosa, intento a ricreare quei collegamenti che, l’anno successivo, porteranno alla costituzione di un CLN in nuce. Tra il 1942 e il 1943 Sereni si collega alla Resistenza francese e comincia a pubblicare La parola del soldato, un giornale clandestino rivolto ai militari delle forze d’occupazione italiane in Francia. Non trascura, tuttavia, il suo impegno di studioso e scrive quello che è considerato un classico della letteratura storico-economica del Novecento: La questione agraria nella rinascita nazionale. Il libro uscirà a Roma soltanto nel 1946. Ma nel 1943 Emilio Sereni finisce di nuovo in manette. Il 17 giugno i carabinieri delle nostre forze di occupazione in Francia lo arrestano. Carcerato e torturato nel forte di Antibes, lo studioso antifascista è giudicato da un nostro Tribunale militare, con altri otto coimputati, per “direzione di guerra civile e incitamento alla diserzione”. La condanna è a 18 anni di reclusione e Sereni, nonostante il governo Badoglio sia subentrato a quello di Mussolini, è tradotto nel carcere di Fossano (Cuneo). Fallito un tentativo di evasione, il dirigente comunista finisce nelle mani delle SS, che fortunatamente non sanno quale sia la sua vera identità. Rinchiuso per sette mesi nel “braccio della morte”, è liberato nell’agosto del 1944 e si porta a Milano. Qui dirige, nonostante sia malato, il lavoro di propaganda e, con Luigi Longo il PCI nel CLN dell’Alta Italia. Nei giorni dell’insurrezione è Emilio Sereni che sottoscrive, a nome del PCI, il manifesto dell’assunzione dei poteri da parte del CLN della Lombardia ed è sempre lui che, dopo la Liberazione, presiede il CLN lombardo ed è nominato commissario per l’Alta Italia dal ministero degli Interni. Nel dopoguerra Sereni, membro della Direzione del suo partito e membro della Costituente, organizza i Consigli di Gestione, è ministro (prima dell’Assistenza postbellica e poi dei Lavori pubblici) nel secondo Gabinetto De Gasperi, parlamentare sino al 1972, responsabile del settore culturale del PCI, membro dell’Esecutivo mondiale dei Partigiani della Pace, presidente dell’Alleanza Nazionale Contadini. Un impegno massacrante, che non gli impedisce tuttavia di continuare nel lavoro scientifico che si concretizza nell’insegnamento universitario e in diversi libri, tra cui: Il capitalismo nelle campagne 1860-1900 (1947), Storia del paesaggio agrario (1962), Comunità rurali dell’Italia (1965), Capitalismo e mercato nazionale (1967). http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1339/emilio-sereni

13 Ruggero Grieco. Nato a Foggia il 19 agosto 1893, deceduto a Massa Lombarda (Ravenna) il 23 luglio 1955, parlamentare e dirigente comunista, promotore della riforma agraria. Fu, dopo la Liberazione, il principale promotore e organizzatore, con Giuseppe Di Vittorio, dei contadini italiani per la riforma agraria. Rimasto orfano di padre a soli sette anni, Grieco si era diplomato in agronomia a Spoleto. Nel 1912, a Foggia, aveva aderito al Partito socialista e aveva trascorso l’autunno tra i braccianti, per conoscerne direttamente i problemi e le aspettative. Trasferitosi a Napoli per frequentare la Scuola superiore di agricoltura di Portici, dopo un anno e mezzo dovette abbandonare gli studi per difficoltà famigliari. A Napoli, dove aveva avuto modo di conoscere Amedeo Bordiga, collaborò al settimanale Il Lavoro e, con lo stesso Bordiga, tentò inutilmente di fare opera di moralizzazione tra i socialisti locali. Nel 1913 Grieco, che si era trasferito a Roma, fu chiamato alle armi e assegnato al 1° Reggimento Granatieri di Sardegna. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, combatté sul Carso e sul Grappa col grado di sottotenente. Tornato a Napoli al termine del conflitto, Greco riprese i contatti con Bordiga e, con lui e con i compagni del gruppo torinese dell’Ordine Nuovo, fu tra i promotori della nascita del PCd’I, nel cui Comitato Centrale fu eletto, entrando a far parte anche dell’Esecutivo. Fu Antonio Gramsci a convincerlo, e a portarlo nella sua maggioranza al Congresso di Lione. Dopo la proclamazione, nel 1926, delle “Leggi eccezionali” fasciste, Grieco fu costretto ad espatriare e fu designato a dirigere, con Palmiro Togliatti, del suo partito. Nel 1927, in contumacia, il dirigente comunista fu condannato a 17 anni e 6 mesi di reclusione dal Tribunale speciale. Cominciarono così i lunghi anni dell’esilio, che videro Ruggero Grieco impegnato in un’attività politica senza soste. Dal 1927 al 1939 fu tra i principali redattori della rivista Lo Stato Operaio. Nel 1928, il VI Congresso dell’Internazionale Comunista lo elesse membro candidato dell’Esecutivo; nel 1935, il VII Congresso lo nominò membro effettivo. Quando, allo scoppio della II Guerra mondiale, Grieco riparò dalla Francia all’Unione Sovietica, lavorò presso la sezione italiana di Radio Mosca. Mentre si trovava nella capitale sovietica, ebbe modo di partecipare in prima persona alla battaglia in difesa della città e di meritare, per questo, una decorazione al valore. Rientrato nell’Italia già liberata nel settembre del 1944, Ruggero Grieco fu nominato, dopo la Liberazione, alto commissario aggiunto all’Epurazione, consultore nazionale e deputato all’Assemblea Costituente. Senatore di diritto nel primo Senato della Repubblica, fu confermato nell’incarico nelle elezioni del 1953. Dirigente della Sezione agraria del Partito comunista italiano, ha dato, con Giuseppe Di Vittorio, un decisivo contributo alla costituzione di quella “Associazione dei contadini del Mezzogiorno”, che è stata per lunghi anni uno dei suoi principali obiettivi di lavoro. Autore di molte pubblicazioni sui problemi di politica agraria, Ruggero Grieco è stato stroncato da un infarto, mentre teneva un comizio nel Ravennate. http://www.anpi.it/donne-e-uomini/873/ruggero-grieco

14M. Caciagli, Addio alla provincia rossa, pag. 375, Carocci, 2018

 

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Ceto medio ed Emilia rossa

Palmiro Togliatti e “Ceto medio ed Emilia Rossa”

IN ALLEGATO IL FILE INTEGRALE DEL DISCORSO TENUTO DA TOGLIATTI A REGGIO EMILIA IL 24/09/1946 ceto medio emilia rossa 

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 In questo discorso il segretario del PCI argomentò a fondo le ragioni storico-politiche che imponevano la costruzione di un solido rapporto con i ceti medi. Così facendo Togliatti si collocava per molti aspetti nel solco della tradizione del movimento socialista italiano, la cui eredità veniva infatti apertamente rivendicata, allo stesso tempo egli definiva l’originalità e la «modernità» del «partito nuovo» rispetto al vecchio riformismo proprio nella capacità di andare oltre quell’impianto particolarista e classista che aveva spinto il PSI a privilegiare le ragioni dei braccianti a scapito di quelle dei mezzadri e dei piccoli proprietari, contribuendo a determinare una frattura sociale in cui si sarebbe inserito il fascismo. Il rapporto con i ceti medi, secondo Togliatti, era invece essenziale, sia per il radicamento del PCI che per la realizzazione di quel «patto tra produttori» che era al centro della proposta di politica economica da lui lanciata in agosto su «l’Unità» con un esplicito riferimento al New Deal rooseveltiano. Un «nuovo corso» la cui realizzazione era considerata necessaria per superare in modo duraturo le tensioni sociali che attraversavano il paese e per il successo della strategia lanciata a partire dalla «svolta di Salerno».

Estratto pubblicato su: https://ilmigliore.wordpress.com/2016/04/19/ceto-medio-ed-emilia-rossa/

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