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Il ruolo del sindacato nel “modello emiliano”

Di Eugenio Pari

La costruzione di un robusto sistema di welfare locale nell’Emilia rossa, non è piovuto dal cielo, né è stato un “regalo” del governo locale. Nella sua costituzione fondamentale è stato il ruolo del sindacato ed, in particolare della CGIL.

Ora vorrei soffermarmi sulla trasformazione che intervenne all’interno della organizzazione sindacale negli anni dell’apogeo del “modello emiliano”. All’interno del movimento sindacale italiano e regionale contemporaneamente alla costruzione del “modello emiliano” si accresce una forte carica conflittuale e contestatrice, rivolta non solo verso il “padronato” ma anche verso la propria parte cioè l’organizzazione politica e sindacale.

Un intervento di Fernando Di Giulio, dirigente del PCI, riportato da Baldissara e Pepe, è abbastanza paradigmatico dell’atteggiamento del Partito nel valutare la situazione del periodo. Ad una conferenza degli operai del PCI l’esponente comunista sosterrà:

A Bologna noi abbiamo sempre avuto grande forza nella classe operaia, credo che abbiamo 40 mila operai iscritti, una grande forza, ma non possiamo prescindere dal fatto che questa forza è cambiata nell’ultimo mese e mezzo; perché ha compiuto delle esperienze che non aveva compiuto prima, e che quindi quegli uomini anche se sono gli stessi, fisicamente parlando, sono diversi politicamente parlando, da quelli che erano due o tre mesi fa.1

Il conflitto del Secondo biennio rosso, la stagione di lotte sindacali che si sviluppa nel nostro Paese sul finire degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, permea anche gli operai comunisti.

Fra i giovani operai si diffuse l’opinione che vedeva il sindacato utile solo nei momenti di conflitto, mentre era “nata la convinzione che se dovessero unirsi al sindacato entrerebbero in una specie di macchina burocratica nella quale la loro influenza sulle decisioni da prendere non conterebbe quasi nulla”2, da studi e analisi del sindacato da parte dei lavoratori emerse una valutazione strumentale e distaccata del sindacato. Questa disaffezione si può spigare così:

La socializzazione – ha scritto Franco De Felice – induce un processo di politicizzazione che ha forme e caratteri profondamente diversi da quelli su cui era costruita la militanza nei grandi partiti di massa”: una generazione da poco entrata nel mondo del lavoro disertava un sindacato che si dimostrava troppo aderente a quei modelli, decretandone l’inadeguatezza ai tempi nuovi; il pieno accesso ai consumi di massa, a cui venivano affidate delle funzioni sociali primarie (socializzazione, riconoscimento, distinzione), ero il vero tratto peculiare di quella fascia d’età. (…) il lavoro appariva esclusivamente nei suoi tratti di costrizione. Difficile immaginare, (…), l’esistenza di margini per la partecipazione sindacale: il “secondo biennio rosso” contribuì radicalmente il quadro.3

Il sindacato, in particolare la FIOM, prese atto di questa realtà e procedette verso uno “svecchiamento” della propria organizzazione, favorendo tra il 1968 e il 1970 un ricambio generazionale non solo dei quadri, ma della strategia. Questo passaggio implicò una serie di effetti politici, primo fra tutti il rifiuto di applicare decisioni prese da altre parti, le lotte dovevano aderire a piattaforme decise nei luoghi di lavoro per poter assumere una maggiore coerenza alle condizioni concrete di lavoro. Inoltre:

Il giovane lavoratore (…) usa un linguaggio diverso, parla di democrazia sindacale, di unificazione sindacale, di superamento delle correnti ideologiche – di una riforma sindacale, di autonomia e pone come condizione pregiudiziale il superamento dell’unità di azione per far sì che il Sindacato possa essere accolto nell’azienda, suo luogo naturale, ed essere partecipe a tutte le decisioni programmatiche di produzione, normative, di prevenzione infortunistica e di nocività.4

Il sindacato nel tentativo di comprendere queste posizioni non frenò né contrastò questa ondata, anzi, cercò di assorbirla trasformandosi e portando ad una sintesi unitaria le diverse tendenze culturali e politiche da cui provenivano queste posizioni.

Prese vita un sindacato che non organizza solo la protesta, ma nell’ottica di aprire un conflitto e di vincerlo sostenne lo studio e l’inchiesta favorendo l’incontro tra lavoratori e studenti che nel proprio nel “Secondo biennio rosso” vedranno una saldatura delle rispettive rivendicazioni. Si infittirono i rapporti tra società e classe lavoratrice, “travasando reciprocamente tensioni politiche e aspirazioni sociali”5. Si avviò una stagione in cui la base per aprire le lotte sindacali era l’avvio di una mobilitazione sociale, occorreva quindi capacità di intervento e conoscenza dei processi produttivi da un lato, dall’altra corrispondenza ai bisogni e alle sensibilità di tutti i lavoratori.

L’azione del sindacato in Emilia fu, in questi anni, un’azione pienamente immersa nel sociale, aspetto che “spinse i giovani attivisti comunisti a individuare nel sindacato un luogo più adatto rispetto al partito, per spendere le proprie energie e il proprio impegno (…)”6, è in questa fase che coloro che diverranno importanti dirigenti come Claudio Sabattini, Francesco Garibaldo, Tiziano Rinaldini entreranno nelle file del sindacato che riceve

(…) dirigenti che si sono formati nell’impegno e nel rigore della vita di un partito di massa, come quello comunista, senza però essere stati esposti al logoramento delle relazioni parlamentari, della vita amministrativa, dei rapporti burocratici o interpartitici; così come eredita forze formatesi nella ricca esperienza associativa del movimento cattolico, ma non nel politicking del partito di maggioranza.7

Per comprendere quale fosse la dialettica interna al PCI e la valutazione sul corso politico del partito in Emilia-Romagna, in particolare a Bologna, cito nuovamente Baldissara e Pepe quando nel loro testo dedicato alla figura e al ruolo di Claudio Sabattini, riportano un colloquio intrattenuto con Franceso Garibaldo nel 2009:

Eravamo tutti dentro il PCI: Claudio (Sabattini) era responsabile della cultura, io ero appena arrivato, non avevo incarichi particolari ma ero stato responsabile nazionale della FGCI, c’era stata una fase in cui ero nella Commissione culturale con la Rossanda, insomma non è che eravamo degli sconosciuti dentro al PCI. Ovviamente per noi la dimensione politica c’è sempre stata, (…), però era prevalente la dimensione culturale. Dopo di che le cose incominciarono a intrecciarsi, perché succede che Claudio, che era in una fase in cui era stato in qualche modo messo su un binario morto, su un binario laterale, aveva delle posizioni politiche di contestazione rispetto al fatto che a Bologna c’era un evidente prevalere della linea di destra, e quindi a quel punto lui fu spedito al sindacato, che non era considerata una promozione.8

L’impronta riformista, incentrata sull’ente locale erogatore di servizi in deficit spending, sulla base di un’impostazione keynesiana che pervadeva il governo locale del PCI in Emilia-Romagna, contenne il conflitto operaio. L’erogazione di questi servizi serviva a sopperire ad una realtà salariale che per gli operaio della regione rimaneva più bassa rispetto agli operai di Torino o Milano del 10-12%. Il contenimento del costo del lavoro, era alla base dell’assunto del PCI, avrebbe permesso economie di scala

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Francesco Garibaldo

che avrebbero portato a nuovi investimenti e quindi a nuova occupazione. Paolo Inghilesi dirigente della FIOM ed esponente del Manifesto, nel 1970 interverrà su questo argomento tracciando un bilancio dei conflitti che si protraevano da diversi mesi. Nel suo intervento giunse a una conclusione riflettendo sulla netta trasformazione “dalla tradizionale lotta per gli aumenti salariali o per migliori condizioni di lavoro (…) alla contestazione di ogni aspetto dello sfruttamento padronale” fatto che conduceva al fallimento “dell’illusione riformista per cui gli effetti negativi siano trattabili come cosa separata dal processo produttivo che li determina”9. La pax sociale dove ogni interesse veniva considerato e contrappesato dal PCI, trovando soluzioni possibili attraverso l’accordo di tutte le componenti, dall’intervento di Inghilesi pare non essere più sufficiente. Infatti il “Sessantanove operaio” aveva portato a maturazione la consapevolezza che occorresse confronto non solo su una redistribuzione più equa della ricchezza prodotta, ma anche una critica sul modo in cui essa veniva prodotta. Una critica che non intendeva portare acqua al mulino delle tesi extraparlamentari sul “rifiuto del sindacato”, ma, piuttosto tendeva a considerare il sindacato quale vero motore – cosciente – per quelle riforme che per il Paese significavano una vera e propria rivoluzione.

Questa impostazione trovò un’eco nelle posizioni di Sabattini il quale promosse una “offensiva” sulla base dei risultati raggiunti dal recente rinnovo contrattuale, che vedeva nella realtà produttiva regionale, frammentata e diffusa, un terreno su cui sviluppare questo orientamento. Nell’ottica di una lotta fondata sulle riforme, gli interlocutori divennero gli enti locali e il governo regionale, laddove il sindacato si connesse con il tema delle “riforme”, questione strategica per i comunisti in particolare in Emilia-Romagna.

Il tipo di esperienza del movimento sindacale e di classe, investe proprio nella nostra regione, per i contenuti e le forme di lotta, per la strategia di riforma sulla quale tende a innestarsi, l’insieme del movimento politico, delle organizzazioni democratiche, delle istituzioni rappresentative in ispegie gli enti locali e la costituenda Regione. Diviene cioè possibile e concreto che si venga instaurando (…) un rapporto diverso tra movimento sindacale e dei lavoratori e le istituzioni politiche (…) anche perché i contenuti di lotta e gli obiettivi più generali e le forme di gestione si collocano proprio in quelle esperienze di auotogoverno delle masse lavoratrici, di cui l’Ente Regione non può che essere strumento propulsore.10

Nei primi anni ’70 il sindacato si fece quindi portatore di una “battaglia per le riforme” senza però trovare uno sbocco positivo nel governo centrale. Troverà invece un interlocutore nelle amministrazioni locali dando vita ad esperienze feconde. Nella provincia di Bologna la Camera del lavoro arrivò a siglare nel 1973 un Protocollo di intesa nel quale gli enti locali si impegnavano a promuovere “importanti miglioramenti delle condizioni di vita degli operai fuori dalla fabbrica”, ovvero: fasce orarie gratuite per il trasporto pubblico di lavoratori e studenti; unità locali dei servizi sanitari e sociali, potenziamento della medicina preventiva del lavoro; oneri aggiuntivi alle imprese indirizzati alla realizzazione degli asili nido; mense comunali laddove non erano presenti quelle aziendali; equo canone, proprietà indivisa della casa, edilizia popolare; corretta pianificazione del commercio per evitare speculazioni sui prezzi.

Arrivammo persino anche alle bollette: luce, gas, l’acqua, telefono… all’autoriduzione delle bollette gestita dal sindacato. (…) Siccome non accettavamo che il governo aumentasse le tariffe dell’energia elettrica, ci facemmo l’autoriduzione: i lavoratori pagavano, venivano alla Camera del lavoro, facevamo i conti, cosa dovevamo pagare e pagavamo quello. Inizialmente un casino, da birichini, poi alla fine… la bevvero: vertenza legali, poi vinte le vertenze legali e diventò una cosa abbastanza consolidata. (…) Le vertenze erano contro i padroni perché aiutassero il comune di Bologna a sostenere i servizi sociali e a metterli in particolare a disposizione delle lavoratrici e dei lavoratori.11

Gli enti locali giocarono un ruolo di mediazione stemperando le ruvidità dello scontro sociale, ma questo ruolo giocoforza venne meno nel periodo 1974 – 1975 “quando la stretta finanziaria fece sentire il suo morso sui bilanci delle amministrazioni periferiche, al restringersi delle possibilità di movimento da parte del settore industriale si sopperì in parte con il dinamismo della spesa pubblica locale”12.

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Sabattini e Rinaldini

Lo spettro della crisi tanto agitato negli anni precedenti, si trasformò in questo periodo in realtà, gli imprenditori colsero l’occasione della sospensione della convertibilità del dollaro (fine del sistema di Bretton Woods) e la crisi petrolifera per giungere a ciò che stava loro più a cuore: stabilizzazione dei rapporti all’interno delle fabbriche. Come conseguenza proliferò lo strumento della cassa integrazione, mentre il sindacato rimase sempre più fermo nella critica all’agitazione dello stato di crisi.

Emerse, in questo contesto, una critica del sindacato, espressa dalla FIOM, alla “politica delle alleanze” su cui invece il PCI basava il suo impianto ideologico nella regione.

Una delle cose più contestate dalla parte del sindacato era la politica delle alleanze, perché voleva dire che a questa politica tu dovevi sacrificare l’interesse degli operai. Tieni anche presente come era strutturato il partito: il partito aveva per gli operai le sezioni nelle fabbriche, le sezioni di strada dove gli operai a volte c’erano ma spesso no, perché avevano le sezioni di fabbrica, e avevano quindi gli artigiani, i commercianti, i professionisti.13

Sul tema del rapporto con gli enti locali intervenne anche Luciano Lama, svolgendo un’autocritica rispetto alla linea delle riforme perseguita in quegli anni dal sindacato e ridefinendo le basi politiche della CGIL, puntualizzò che:

mentre in condizioni sempre più difficili, anche nel 1973, i lavoratori riescono a concludere vittoriosamente le loro lotte contrattuali nella società senza schieramenti più vasti e senza un sostanziale mutamento dei rapporti di forza, in realtà non si passa. E il sistema utilizza a piene mani l’inflazione e la svalutazione monetaria per recuperare i profitti e le capacità di esportazione a danno della domanda interna, dell’occupazione e dello stesso sviluppo produttivo generale. Abbiamo ancora una volta la dimostrazione che non basta cambiare il rapporto dalla fabbrica alla società se non investiamo contemporaneamente le strutture statali, le Regioni, gli Enti locali e quindi le forze politiche, se vogliamo cambiare veramente le cose. Il contesto politico decide, anche di noi e del risultato ultimo delle nostre lotte, così come le nostre lotte influiscono sul contesto politico14.

L’organizzazione metalmeccanica sostenne una lotta di tutti i salariati contro il padronato, il partito viceversa affondava il proprio consenso sulla ricerca di un’alleanza fra i salariati e il lavoro autonomo.

Il cardine della forza del sindacato metalmeccanico nuovo era uno strumento, quello dei Consigli di fabbrica, che proprio a Bologna aveva assunto un significato peculiare. Da una parte fu il segno della conquista dell’autonomia da parte del sindacato, che non si sostituì al partito nella sua opera di dialogo con la società, ma tentò di aprire spazi nuovi, organizzando forme di espressione democratica per l’operaio in quanto tale, nel suo stesso luogo d’impiego. Dall’altra la rappresentanza del mondo del lavoro costituì un formidabile strumento, potenzialmente complementare rispetto alle forme di decentramento e di rappresentanza sperimentate dall’amministrazione bolognese, ma portatore di una serie di questioni non facilmente risolvibili e che andavano a toccare delicatissimi nodi presenti in seno al partito e al sindacato.

Si trattava di una questione che trovò il suo precipitato nel convegno sulle piccole imprese, e che si può riassumere in un invito (…) in occasione di un direttivo della FIOM: “la nostra iniziativa nei confronti delle piccole e medie imprese tocca il problema delle alleanze. Questo problema assumerà un ruolo decisivo nel prossimo futuro. Definire in che modo noi crediamo di essere forza egemone”. (…). Era lo stesso Sabattini a sentirsi in dovere di chiarire la questione, precisando che “il lavoro sulle piccole fabbriche non vuole distruggere i piccoli proprietari ma vuole costruire una alternativa al tipo di sviluppo finora messo in atto”. Era proprio il differente modello economico e sociale da promuovere a costituire il nodo del problema15.

La battaglia per il miglioramento delle condizioni di lavoro e dei lavoratori verrà portata anche all’interno delle piccole e medie aziende, gran parte delle quali gravitavano “nell’orbita politica del PCI, [ciò] poneva, di fatto, in discussione le fondamenta stesse del rapporto sindacato-partito in Emilia-Romagna.”16 In queste realtà peculiari del tessuto industriale e produttivo regionale, fino ad allora

(…) era generalmente il partito e non l’azienda a porsi il come controparte, in realtà come mediatore, delle istanze sindacali. Spesso le divergenze verificatesi nel corso della negoziazione venivano ricomposte nella segreteria del partito, in Via Barberia, spianando la strada alla firma dell’accordo. Il nodo cruciale, al centro di questo scontro, era una delle questioni dirimenti nel dibattito sindacale di quegli anni: l’autonomia del sindacato dal partito.17

All’interno della FIOM non mancheranno certo gli argomenti per non “tirare troppo la corda” nei confronti delle piccole aziende, soprattutto perché, nella riconferma della politica delle alleanze, il timore era quello di non fornire pretesti alle piccole imprese per allearsi con i grandi gruppi industriali. Al riguardo sono nitide le parole di Sabattini espresse nel 1976:

Noi siamo contro la politica degli sconti, siamo per un’unificazione complessiva dei lavoratori, siamo per un’unità complessiva di classe, sia per ciò che riguarda la piccola impresa che la grande, sia ovviamente per i lavoratori che vivono nella piccola impresa come nella grande. Ma detto questo noi (…) siamo per puntare su una linea di politica economica, finanziaria, di ricerca scientifica, tale che permetta alla piccola impresa di potersi sviluppare non utilizzando necessariamente il supersfruttamento operaio, il peggioramento delle condizioni economiche della classe operaia (…). Ed è contemporaneamente problema di alleanze sociali, cioè di costruzione di un progetto che tenga conto di questi ceti non facendo loro degli sconti (…). La nostra linea è unità di classe e contemporaneamente sistema di alleanze; occorre perciò avere degli strumenti decisivi a questa linea e quindi non solo allora i consigli di fabbrica ma anche, e soprattutto in questa logica, i consigli di zona, e non solo consigli di zona, ma aggregazioni dirette da parte del sindacato, coinvolgimento di strati sociali apparentemente diversi18.

È in quanto ho cercato di riportare, a mio parere, il motivo per cui il Sindacato, in particolare la CGIL, è tuttora, nel contesto delle organizzazioni che hanno composto il movimento operaio che, come abbiamo visto, hanno edificato il “modello emiliano”, pur con tutte le difficoltà è il nucleo più vitale, maggiormente legato alle contraddizioni sociali e agli strati popolari.

1 Intervento conclusivo del compagno Di Giulio all’Assemblea provinciale degli operai comunisti. Autostazione – 10 novembre 1969. In L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 126

2 A. De Bernardi, Il sessantotto. Una questione storica aperta, in A. Varni (a cura di), il mondo giovanile in Italia tra Ottocento e Novecento, il Mulino, Bologna, 1998, pagg. 206-207, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.128

33 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.130

4 Analisi aziendali. Azienda: SABIEM S.p.a – Bologna, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 132

5 L. Segreto, Storia d’Italia e storia dell’industria, in Storia d’Italia. Annali, vol. 15 Einaudi, Torino, 1999, pag. 71, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 133

6 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 134

7 A. Pizzorno, Sull’azione poltiica dei sindacati e la “militanza” come risorsa, in I soggetti del pluralismo. Classi Partiti Sindacati, il Mulino, Bologna, 1980, pag. 187 in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 135

8 Colloquio di Baldissara con Francesco Garibaldo, 21 dicembre 2009, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag 136

9 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag 148

10 C. Sabattini, Emilia: la spinta parte dalle fabbriche, pag. 38, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 151

11 In L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 211

12 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 212

13 Intervista a A. Naldi, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.219

14 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 527

15L. Baldissara e A. Pepe, , Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 220

16 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem , pag. 318

17 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 318

18 Intervento di Claudio Sabattini al seminario per il gruppo dirigente, Unità sindacale e alleanze sociali, Milano, settembre 1976, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010 , pag.319

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Note a margine sul movimento cooperativo

Di Eugenio Pari

Il tema del movimento cooperativo merita una riflessione particolare, così come quello del ruolo del sindacato nel sistema del “modello emiliano”. Per prima cosa occorre definire cosa sia una cooperativa: la cooperativa è un’impresa particolare con un doppio fine: fare profitti e, dall’altro, perseguire obiettivi sociali.

I due obiettivi si tengono insieme: senza profitti non può esserci il perseguimento di una funzione sociale in quanto la cooperativa fallirebbe. D’altro canto senza una funzione sociale verrebbe a meno l’elemento distintivo della cooperativa che a quel punto sarebbe né più né meno come una qualsiasi altra azienda.

Abbiamo visto in precedenza quale importanza abbia avuto il movimento cooperativo nella costruzione e nel successo del “modello emiliano”.

Anderlini ne parla come di un elemento istituente, mentre i brani di Zangheri che abbiamo riportato collocano il movimento cooperativo quale componente caratteristica del “socialismo municipale” prima e quindi del sistema di governo che da esso andò promanandosi in Emilia-Romagna dal secondo dopoguerra. Tra l’altro, la funzione di difesa delle classi subalterne dalle congiunture economiche, dalle rappresaglie padronali, la nuova organizzazione del lavoro e dei rapporti di lavoro che abbiamo collocato nel capitolo sul riformismo, non vale solo per l’epoca pre fascista, è un ruolo che il movimento cooperativo emiliano-romagnolo ha giocato anche nel secondo dopoguerra, quando operai comunisti e sindacalizzati venivano fatti oggetto di licenziamenti. Le cooperative sono, universalmente, state fondate dalle persone per resistere alle “pressioni provenienti da spietate forze di mercato (…). Gli abitanti delle città e quelli delle campagne crearono le cooperative per poter utilizzare le risorse, finanziarie e umane, che individualmente non potevano accumulare”.1

Le citazioni di Turci, più nel dettaglio, ripercorrono il rapporto fra movimento cooperativo e PCI, quale partito egemone nel movimento operaio italiano e regionale.

La cooperazione all’interno del sistema economico capitalistico costituì con i propri caratteri d’innovazione un elemento implicitamente conflittuale per l’azione a difesa del lavoro, soprattutto in quanto il lavoro cessava di essere una merce. Nel 1946, ad un convegno in Emilia sulla cooperazione Togliatti sosterrà che “in realtà, in regime capitalista, la cooperazione non si sottrae alla legge del profitto, (…)”2. Anche se peculiare, l’attività delle cooperative rimane di stampo capitalistico. Le cooperative non venivano considerate da Togliatti e dal PCI come strumento di lotta al capitale, ma individuava in esse “un ruolo strategico (…) come strumento per la partecipazione da protagonista delle masse alla ricostruzione del Paese e alla realizzazione di un nuovo modello di società (…)”3.

Negli anni ’70 il movimento cooperativo subì una trasformazione. Prese infatti avvio un processo di disinfrancamento dal movimento operaio, il mondo della cooperazione legato alla Lega procedette verso una maggiore autonomia dal ruolo egemone ricoperto dal Partito. Questo processò determinò la frattura di quel nesso apparentemente inscindibile tra impresa economica e movimento sociale. Nel sistema cooperativo assunse rilevanza centrale la parola d’ordine “impresa”. Si attenuarono, fin quasi dissolvendosi, i valori fondanti, così i bilanci divennero la priorità rispetto al socio e al rapporto mutualistico.

Svaniscono anche “gli argini dentro ai quali il movimento cooperativo poteva crescere mantenendo una sua identità di impresa particolare”4 all’interno di un sistema ad economia di mercato.

Nel 1988 Lars Marcus, Presidente ICA, l’organizzazione internazionale di rappresentanza del sistema cooperativo, dichiarò:

esistono prove chiare a conferma del fatto che le cooperative sono state influenzate negativamente dal rapido boom delle economie di mercato capitaliste. In molti paesi, il carattere originale e unico delle cooperative è stato eroso dalle forme dominanti della vita economica, come per esempio le società per azioni. 5

Il tema della fascinazione dell’economia di mercato esercitata sul mondo della cooperazione è, dunque, ben noto da tempo e, come si vede, non è caratteristico solo del nostro Paese e dell’Emilia- Romagna.

Le cooperative di costruzione, di consumo e di servizi in particolare, assumono dimensioni di veri e propri colossi economici, per ciò che riguarda la vita interna questo passaggio si traduce nell’ampliamento della divaricazione fra management e soci. Mano a mano che le cooperative aumentano le proprie dimensioni la distanza fra vertice e base sociale sembra farsi incolmabile. A tal proposito pochi anni fa Lanfranco Turci ha dichiarato:

Questi elementi si sono accentuati nel corso degli anni e (…) sono anche uno dei fattori che spiega l’indebolimento della tradizione ideale del movimento cooperativo.6

Le conseguenze che discendono dai processi al centro della ristrutturazione e dello sviluppo del movimento cooperativo, fanno si che la distinzione fra imprese cooperative e le altre imprese capitalistiche sia sempre più labile, per non dire, in alcuni casi, inesistente.

La rotta liberista sempre più maggioritaria all’interno del movimento cooperativo produrrà una rottura anche con il movimento sindacale. In particolare l’avvicinamento della Lega delle cooperative alle posizioni di Confindustria in occasione del referendum sulla scala mobile, avvicinamento sostenuto in precedenza dalla CNA, porta come risultato la costruzione di un fronte unico contro le posizioni sostenute dalla CGIL isolandola di fatto, in quanto c’era già divisione con gli altri sindacati.

Occorre distinguere però l’operato delle grandi cooperative da quello delle piccole dove in molti casi il rapporto mutualistico, di fiducia e circolazione di idee e informazioni tra base e vertice era e rimane ancora vivo. Essi rappresentano gli elementi fondamentali per la sopravvivenza stessa di queste cooperative.

La “degenerazione”7 ovvero “la deviazione dagli scopi sociali” di queste grandi cooperative, può aver determinato un fattore che ha reso meno guardinghi i vertici delle imprese cooperative nei confronti delle tentazioni del mercato”8, portando a fatti poi sfociati nella cronaca giudiziaria. Questo processo secondo Lanfranco Turci è avvenuto perché:

in qualche modo si dice che il mercato è fatto così, se dobbiamo portare a casa il lavoro dobbiamo stare alle “regole del mercato”. Allora è un bel dilemma. Mi ricordo di qualche dirigente cooperativo che aveva detto in passato “mi domando se devo fare la figura del cretino andando a casa senza lavoro e quindi senza poter garantire la continuità ai miei soci o invece fare la figura dell’eroe portando il lavoro, ma sapendo quello che alle spalle ho dovuto combinare”.9

Fra gli elementi della “degenerazione” Webb, uno dei primi studiosi del sistema cooperativo, includeva anche ciò che “può portare le cooperative alla perdita delle loro caratteristiche democratiche fino a diventare simili o uguali alle imprese degli azionisti”10. C’è da dire che nelle SpA gli azionisti possono decidere i loro management, mentre i soci in questi grandi conglomerati cooperativi, conglomerati perché queste cooperative hanno dato vita a loro volta ad altre società, senza alcun rapporto con il vertice non sempre hanno la possibilità di agire sulla composizione della struttura del vertice. Questa affermazione trova un chiarimento nel fatto che:

Nelle cooperative classiche, più grandi, fino a pochi anni fa la grande maggioranza era composta da soci. C’è stato successivamente un processo di societarizzazione, cioè non è avvenuta una crescita del blocco centrale della cooperativa pura, ma di tante società satelliti collegate. Si tratta di lavoratori dipendenti e non di lavoratori soci. Storicamente, la grande maggioranza erano soci.11

Il vertice, senza criteri sanciti di turn over, diventa molto spesso ad una sorta di nomenklatura inamovibile e immodificabile. Nei casi, sempre più frequenti, di fusione fra cooperative il vertice viene a sua volta costituito per stratificazione, laddove la fusione da’ vita molto spesso a una moltiplicazione di posizione apicali. La sommatoria dei vertici delle cooperative che si sono fuse appare un elemento irrazionale e rappresenta una delle cause di situazioni critiche come quella in cui versa Coop Alleanza 3.0.

La “societarizzazione”di cui parla Turci e la “degenerazione” così come definita da Webb, hanno portato negli ultimi tempi a situazioni di conflitto fra i lavoratori delle cooperative impegnati nella logistica trasporti e le grandi cooperative stesse dando vita a vertenze molto complicate e accese.

Altro aspetto del discorso sulla cooperazione è quello che riguarda le cooperative sociali come appaltatrici di servizi non più eseguiti dagli enti locali. La riduzione dei trasferimenti ai governi locali è stata fra le cause principali che hanno portato al ricorso al cosiddetto “terzo settore” nella gestione di servizi sociali ed educativi. Se apparentemente questo ricorso può sembrare positivo, in realtà esso produce effetti che vanno considerati molto attentamente come ricorda Turci in una intervista del 2015:

Questo è un problema delicatissimo perché da un lato, è naturale che le cooperative sociali, che organizzano lavoratori che cercano occupazione, si candidino a gestire servizi sociali, che siano scuole materne, asili nido o case di riposo. È anche vero però che facendo forza sull’idea delle cooperative sociali, del terzo settore, si dà una spinta, si cerca di legittimare la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Questo è un gioco micidiale. Non sto dicendo che la responsabilità è in capo alle cooperative sociali perché, al di là del caso di Roma, le cooperative sociali in generale, sia come dimensioni che come modo di funzionamento, sono ancora vicine alla forma più classica È chiaro tuttavia che se un Comune, invece di aprire una scuola materna regolare assumendo le insegnanti per dodici mesi all’anno con la tredicesima, con tutti i diritti al riposo e alle ferie, la affida alla cooperativa sociale che fa dei contratti a termine e quindi paga solo i mesi effettivamente lavorati (non tutti i contratti sono così ma in molti casi sono così) è evidente che alla fine il risultato è che hai un servizio meno qualificato. Se la gente la tratti male e non la paghi bene, lavora peggio. Hai quindi servizi meno qualificati e hai lavoratori più sfruttati perché alla fine quelle insegnanti della cooperativa sociale, sono più sfruttate, mentre quelle del servizio pubblico hanno condizioni più dignitose. È un bel conflitto questo. Il motore non è nelle cooperative sociali, è nella politica di attacco al welfare, nel liberismo economico. Questo lo sappiamo bene, ha a che fare con politiche macro economiche con dimensioni ampie, europee. È la ricaduta di un processo molecolare. Quando si trova la motivazione ideale, come il terzo settore, si nobilitano anche politiche che in realtà sono di degrado del welfare. Non per responsabilità degli operatori ma per le scelte che stanno a monte. Tornando al filo del nostro ragionamento, insisterei per provare a lanciare l’idea che si apra un dibattito pubblico senza sotterfugi, senza tatticismi, senza paura di disturbare il manovratore, sullo Stato e le prospettive della cooperazione. Una sinistra che non abbia più vicino, non dico di fianco,ma vicino, un mondo cooperativo, un mondo mutualistico, è una sinistra più povera.12

Abbiamo visto ciò che Lars Marcus affermò nel 1988, quale presidente dell’organizzazione internazionale delle cooperative animò un importante dibattito a livello mondiale sul ruolo della cooperazione favorendo una lunga e significativa ricerca che si protrasse per diverso tempo ed incentrata sulla comprensione delle aspettative, delle idee dei cooperatori nel mondo. Dall’India agli esquimesi, passando per l’Europa e arrivando all’Africa, alla luce del fallimento del socialismo reale e del sempre maggior allineamento alle logiche del mercato, il tentativo di questo sforzo fu di una nuova identificazione dei valori delle cooperative. La tendenza interna al movimento cooperativo di privilegiare “il successo economico a breve termine” fu visto con un certo sospetto da importanti dirigenti internazionali come Laidlow13; così come pur considerando importante il perseguimento della redditività questa non doveva essere “fine a se stessa”.

Il tema del mutualismo, “del self-help volontario e reciproco, dell’emancipazione economica – sostenendo che erano ampiamente influenzati dai valori come l’onestà, l’attenzione verso gli altri, il pluralismo (approccio democratico) e la capacità costruttiva (fede nella via cooperativa)”14, sono i temi su cui all’interno del movimento cooperativo stesso si sta cercando da tempo di ribadire la funzione sociale delle cooperative forse passata in second’ordine rispetto alla funzione economica.

La questione della ridefinizione di un tessuto sociale ormai sfrangiato, del capitale sociale di cui l’Emilia-Romagna era, seppure oggi molto consumato, rimane ancora ricca è un tema su cui la cooperazione può e deve cercare di giocare un proprio ruolo tentando di ripristinare uno spirito comunitario e di mettere in relazioni spezzoni e individualità sociali troppo spesso lasciate a se stesse in una condizione di isolamento nella quale l’unica elaborazione sono teorie basate sul rancore e la paura.

1 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 169

2 P. Togliatti, intervento al convegno dei cooperatori comunisti del 26-28 ottobre 1946, pag.108. da “i comunisti e la cooperazione” storia documentaria.1945-1980 editore De Donato, in S. Caserta, La ”recherche du temps perdu” del movimento cooperativo. Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 90

3 S. Caserta, La ”recherche du temps perdu” del movimento cooperativo. Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 90

4 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 81

5 . Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag .175

6 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 81

7 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 24

8 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 82

9 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 82

10 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 25

11 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 86

12 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 88

13 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 175

14 Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag.178

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Le politiche locali quali strumenti di democrazia progressiva

Di Eugenio Pari

Il riferimento dei comunisti nel governo dell’Emilia-Romagna fu l’esperienza del socialismo municipale, sebbene fra queste due esperienze sussistessero diversità.

È bene comprendere da quali presupposti si partì per la definizione delle politiche pubbliche in Emilia-Romagna e in particolare quale funzione si tentò di dare alle aziende pubbliche nella lunga esperienza di governo.

Nell’azione il peso maggiore era dato agli interventi in grado di valorizzare le esperienze che potessero fornire servizi reali ad un tessuto economico ed imprenditoriale formato da piccole e piccolissime imprese il più delle volte artigianali che costituivano e tuttora costituiscono il nerbo dell’economia regionale, questi servizi negli anni rappresenteranno il fiore all’occhiello del modello emiliano.

D’altra parte era presente l’idea di considerare gli imprenditori di queste piccole fabbriche in un certo senso come lavoratori subordinati.

In un quadro di alleanza tra braccianti, operai e piccola borghesia, un’alleanza tra città e campagna, si tendeva a raggiungere un doppio risultato dal punto di vista economico: quello del contrasto delle grandi concentrazioni monopolistiche e quello di sostenere una crescita economica in un contesto dove la disoccupazione arrivava a punte che superavano il 60% come per esempio nelle aree più depresse della provincia ferrarese.

Il PCI attraverso la politica delle alleanze perseguita ed applicata in Emilia-Romagna riuscì a caratterizzarsi in forma assolutamente originale nello scenario dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, “maturando una cultura di governo tale da giustificare la propria candidatura a partito di governo del Paese”.1

I servizi pubblici locali facevano parte di una piattaforma di lotta generale locale per nuove fonti di lavoro e per l’espansione industriale. L’obiettivo era anche quello di raggiungere un controllo democratico “nell’ambito di una diversa politica tariffaria basata sull’accentramento dei reali costi di produzione (…); revisione e controllo democratico dei Comuni sui contratti di fornitura ai privati; (…) sviluppo e potenziamento delle aziende municipalizzate per la distribuzione dell’energia con la revisione dei pubblici contratti”.2

Le politiche realizzate negli anni ’60 in Emilia Romagna rappresentavano il tentativo di realizzare dal basso e dalla periferia le condizioni di un welfare state non solo assistenziale, ma di grande intervento del pubblico nell’economia e nella produzione.

Questa alleanza antimonopolistica viene spiegata da Fausto Anderlini individuando l’esistenza nella formazione regionale delle forze produttive progressive, storicamente date, su cui grava l’ipoteca monopolistico – finanziaria in stretto connubio con lo Stato – apparato centralizzato tendente invece a squilibrare le potenzialità espansive.3

Di fronte a questo scenario la necessità era quella di procedere ad una razionalizzazione che avrebbe marginalizzato il capitale finanziario e i ceti improduttivi. Avviare una razionalizzazione capitalistica che attraverso una politica dei prezzi potesse portare vantaggio alla grande massa di coloro che richiedevano servizi per uso domestico, ma anche a vantaggio dell’artigianato e dei piccoli e medi imprenditori. Soprattutto però ci si concentrava per impegnare le industrie di stato come l’Eni a realizzare i propri fini istituzionali, ossia per l’intensificazione della ricerca e dello sfruttamento del metano e per la rottura dei cartelli monopolistici.

Nel 1959 era già presente una proposta di costituire, seppure a livello regionale, un Ente per l’energia, “le vie per l’industrializzazione passano dunque attraverso profondi mutamenti di indirizzo della politica governativa, attraverso una battaglia antimonopolistica”.4

Oltre i servizi pubblici locali ci sono i servizi socio-educativi quali elementi fondanti del “modello emiliano”, questi due cardini della politica dei comunisti e delle sinistre vengono “da lontano”, e sono rintracciabili nelle prime esperienze di governo locale dei socialisti nella regione.

Esiste una tradizione, quindi, dove “i risultati odierni sono il frutto di un’evoluzione storica lunga e affondano le radici in un passato fatto di tradizioni municipali, associazionismo, lotte sindacali e più in generale politiche per la protezione sociale”5.

La gestione nazionale di servizi come la sanità, ha in verità diverse critiche, ma l’istituzione del principio costituzionale dell’universalità di tale servizio ha permesso comunque un livello minimo del servizio declinato in modi assai diversi quante sono le diversità economiche del panorama regionale italiano. Nelle pieghe delle deleghe alle gestioni locali, non solo sui servizi sanitari, ma anche sulla casa e più in generale sui servizi afferenti al welfare, possiamo senz’altro affermare che l’Emilia-Romagna ha raggiunto nel corso degli anni importanti eccellenze divenute addirittura modello per altre regioni. Infatti come scrive Matteo Troilo: “il ‘modello emiliano’ sembrava riconoscere proprio nel welfare locale una delle sue caratteristiche più forti e identificative. Il welfare locale aveva infatti trovato un terreno molto fertile nella presenza di un benessere diffuso e di una società con poche divisioni. A partire dagli anni 70 la situazione sociale complessiva della regione è però iniziata a cambiare, se nell’economia la regione ha conservato i suoi tratti peculiari questo non si è verificato nella politica e nella società. Con il tempo è calata la partecipazione politica e quelle caratteristiche virtuose che caratteristiche virtuose che caratterizzavano la regione, come bassi livelli di criminalità e forti meccanismi di integrazione sociale, sono andati scomparendo. Sono cambiati i modi di fare famiglia e la regione ha mostrato nel tempo una forte tendenza verso l’instabilità coniugale, il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione (Barbagli – Pisati – Santoro, 2001, pag. 21).6

Senza le tradizioni socio-culturali della regione c’è da credere che il sistema del welfare locale non avrebbe avuto lo stesso successo. Il conflitto sociale, come elemento propulsivo di cambiamento attraverso le rivendicazioni, e il sistema di concezioni ideali e la cultura della classe politica al potere nella regione come elemento in grado di tradurre in scelte di governo i contenuti delle istanze. D’altra parte, lo abbiamo visto, lo sviluppo delle politiche di welfare locale e anche dei servizi pubblici era, per i socialisti prima e per i comunisti poi, una condizione di differenziazione politica rispetto al potere centrale, un elemento anche di conflitto politico che si traduceva in pratica di governo. Si sosteneva la propria alternativa dimostrando, laddove chiamati a governare, le proprie capacità di gestione del potere in senso popolare e alternativo rispetto al potere centrale. In questo senso, credo, si possa leggere la formula di “partito di lotta e di governo”.

In questo contesto non è da sottovalutare affatto la spinta che le rivendicazioni, nonché i conflitti, sindacali estesi e con un certa preminenza da una lato erano in grado di esprimere ad una classe politica disponibile ad interpretare e dare risposta a queste rivendicazioni.

Alla base dello sviluppo del welfare locale in Emilia-Romagna c’è un combinato disposto tra conflitto e accoglimento dello stesso attraverso una declinazione in azioni di governo “anche in questo caso la regione emiliana ha avuto uno sviluppo particolare in quanto la possibilità di dare risposta alle esigenze della popolazione in fatto di servizi locali ha consentito spesso di “alzare la posta” nelle rivendicazioni, arrivando a risultati di eccellenza non toccati in altri territori. Le amministrazioni lavorarono per la modernizzazione dello spazio urbano dotando le città di servizi importanti, e finirono per dare un peso effettivo ai problemi dei cittadini. La regione dominava ad esempio la ribalta nazionale delle municipalizzate con l’assunzione diretta dei servizi pubblici. Il sostegno alle piccole e medie imprese attraverso servizi efficienti, una lungimirante politica delle infrastrutture, il potenziamento di un sistema educativo funzionale al mondo del lavoro, servirono a porre il welfare in primo piano nelle politiche municipali. Un ruolo importante in tal senso lo giocarono anche i movimenti femministi ben radicati nella regione e che portarono il mondo politico locale a un’attenzione particolare per quei servizi, come gli asili nido, fondamentali per le pari opportunità (Addabbo et al. 2011).7″

Come vedremo anche gli aspetti di pianificazione territoriale segneranno uno degli elementi per l’affermazione ed il successo del modello emiliano di welfare un quadro virtuoso, “l’urbanizzazione e la struttura demografica sono altre tematiche che hanno condizionato lo sviluppo dei welfare locali e che anche in Emilia Romagna hanno portato a risultati particolari”. Già prima dell’Unità d’Italia il territorio regionale aveva un alto livello di un’urbanizzazione incentrata su centri di un certo rilievo e non su grandi città. Caso raro per l’Italia dell’epoca il livello di popolazione aumentava a partire dal 1861 grazie al basso livello di emigrazione “con il risultato di arrivare negli anni Sessanta e Settanta a livelli di natalità molto alti rispetto ad altre regioni. Di fronte ad una popolazione con molti figli gli amministratori locali dovettero rispondere fattivamente alla necessità di dare servizi all’infanzia e ai genitori. La transizione demografica, con la diminuzione della natalità, si è compiuta più tardi rispetto al livello nazionale ma è diventata più rapida rispetto al resto del paese. Oggi la popolazione regionale è più vecchia rispetto alla media nazionale e ciò ha contribuito a impostare, in un quadro virtuoso, le politiche sociali verso i servizi agli anziani (Del Panta 1997)”.8

Infine l’ultima componente dei welfare regionali è quello del tessuto sociale, inteso “come l’insieme di soggetti estranei sia al settore pubblico che a quello più propriamente privato, in grado di proporre soluzioni importanti a problemi reali. Gli enti senza scopo di lucro affondano le radici nella cultura di questa regione già a partire dal Medioevo, fase storica che vede la costituzione di enti sia laici che religiosi con finalità di assistenza e carità. Nei secoli a seguire vedono la luce, in una prospettiva di difesa delle categorie economiche più deboli, i monti di pietà, e successivamente, per offrire una maggiore tutela delle fasce meno forti a fronte del brusco passaggio da un’economia essenzialmente agricola a una prevalentemente industriale, le società di mutuo soccorso, le banche popolari, le casse di risparmio e quelle rurali. Sia prima che dopo l’Unità i territori che oggi costituiscono la regione Emilia Romagna presentavano numeri alti nel cosiddetto “terzo settore”, segno di una realtà che, già prima dell’esistenza del welfare state, aveva un importante rapporto tra il sistema produttivo e la protezione sociale dei lavoratori e più in generale dei cittadini. Questa eredità è fondamentale ancor più oggi, in una fase, come quella attuale, nella quale è visibile il graduale ritiro dell’intervento pubblico a favore del ‘terzo settore’”.9

Ma il modello ha subito delle profonde modificazioni, modifiche sorte parallelamente alle riforme degli assetti organizzativi dei governi locali insorte all’inizio degli anni ’90, allorquando vennero inseriti dispositivi di gestione, ispirati a schemi manageriali delle imprese private, “orientati a migliorare il grado di efficienza e di efficacia dell’amministrazione. È negli anni Novanta soprattutto che si afferma l’idea delle pubbliche amministrazioni come luoghi di efficienza in quanto governati da principi valutati più efficaci nel ridurre gli sprechi. L’impiego di modelli manageriali è stato introdotto per venire incontro all’esigenza di creare spazi di autonomia della dirigenza rispetto alla politica, oltre che per favorire una mentalità e una cultura amministrativa differenti da quelli sino ad allora praticati [Battistelli 1998]”.10

Questo cambiamento non è stato univoco, anche la cosiddetta società civile ha subito modificazioni: una crescente disaffezione verso l’impegno nella militanza politica già avviata negli anni ’80, la militanza politica, vista come elemento di impegno civile, cala, in particolare tra le fasce sociali più giovani, e l’impegno sociale si trasferisce dalla politica a forme di volontariato nelle associazioni tra cui il “terzo settore”. Come scrive sempre Troilo “fu in questo periodo che si consolidò quel vasto mondo che va sotto il nome di “terzo settore” e che si è espresso in fenomeni come il volontariato organizzato, la cooperazione sociale e l’associazionismo. Queste realtà hanno mostrato una forte crescita quantitativa, una maggiore strutturazione e un crescente livello di professionalità, oltre che un riconoscimento formale da parte dello stato e dell’opinione pubblica. La crescita del ‘terzo settore’ era iniziata nel corso degli anni Settanta, si era sviluppata nel decennio successivo e arrivò a una fase di ulteriore radicamento e maturazione tra gli anni Novanta e il Duemila.11

A indurre questo cambiamento vi sono elementi strutturali come la della crisi della spesa pubblica e della conseguente diminuzione dell’intervento statale nel settore del welfare, rotta che ha permesso la concretizzazione di un nuovo ruolo per gli enti non-profit, chiamati non di rado ad una funzione sostitutiva, quanto meno di supplenza del soggetto pubblico nella produzione dei servizi nonché nella privatizzazione di alcuni di questi come nel caso delle aziende municipalizzate.

Così “il ‘terzo settore’ nelle sue varie componenti si presenta quindi attualmente come uno degli attori che a livello locale partecipa maggiormente alla creazione del sistema di welfare. La legislazione più recente non solo ha fornito alle organizzazioni non-profit un riconoscimento formale, ma le ha sottoposte a criteri più stringenti e selettivi nella concessione dei finanziamenti. Ciò ha fatto sì che buona parte delle organizzazioni di “terzo settore” abbiano iniziato in questi ultimi anni ad agire in ambiti sempre più tecnici. [D’Acunto e Musella 1995; Bova 2009].12

A un elemento però va prestata grandissima attenzione: il progressivo disimpegno nella gestione diretta dei servizi da parte dei soggetti pubblici, non è equivalso ad una riduzione della richiesta dei servizi stessi. Complici fattori sociologici come quello del progressivo invecchiamento della popolazione “si è così venuto a creare una sorta di paradosso: è lievitata la richiesta di quantità e qualità di servizi alle persone ma si è fatta strada la difficoltà di mantenerne gli elevati costi. La sfida del futuro per Bologna sarà quella di conservare gli alti standard elevati che hanno caratterizzato il welfare cittadino, ben inserito nel modello regionale, aumentando la collaborazione con le istituzioni non-profit e con gli enti privati”13.

Quando parliamo di sviluppo delle politiche di welfare locale nei comuni della nostra regione non possiamo non considerare il ruolo fondamentale avuto dalle organizzazioni sindacali, con particolare riguardo alla CGIL. La CGIL dell’ l’Emilia-Romagna ha avuto la funzione non solo sindacale, quelle che riguardano il compito dell’istituzione sociale, ma è stata portatrice di una autonoma attitudine politica. Dati questi presupposti la conflittualità diviene un’ ‘utile’ contraddizione sociale: nel senso che il carattere strutturale del conflitto presente nella società contemporanea spinge inevitabilmente alla sua regolamentazione o alla sua deflagrazione e, di conseguenza, per un verso accelera il cambiamento sociale e per l’altro conduce all’affermazione o alla negazione del principio democratico” 14.

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Una manifestazione operaia a Bologna negli anni ’70

Secondo Marzia Maccaferri i temi alla base della politica di inclusione e avanzamento portata avanti dalla CGIL, sono tre: conflittualità, trasformazione economico-sociale e cittadinanza. Temi che determinano la politica della CGIL negli anni della costruzione del “modello emiliano”, dove la posta in gioco, usando un’espressione coniata da Claudio Sabattini, era quella di “spostare in avanti la soglia dei diritti”.

Il progresso materiale e il generale miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori erano al centro dell’azione del sindacato e dei partiti della sinistra in Italia come in regione. Una visione materiale richiedeva che anche la classe operaia approdasse al godimento dei frutti della società dei consumi aumentando il proprio benessere materiale. Il benessere materiale però, secondo la visione della CGIL in Emilia-Romagna, era una faccia della medaglia, l’altra non poteva che essere il benessere sociale. Nel discorso sindacale bolognese e regionale prende forma la questione dei “consumi sociali” i quali “nel quadro più ampio della creazione di un sistema di vantaggi collettivi; ambivano (…) a presentarsi come una proposta di incidere oltre il singolo individuo o nucleo familiare o segmento industriale, ma anzi in senso ampio e globale sull’intera società. A fronte di una concezione che ‘tecnocraticamente’ pretendeva l’apoliticità della pianificazione dello spazio pubblico, affermare il ruolo primario delle lotte per la casa e il diritto al trasporto pubblico efficiente mettendo al centro il conflitto (…)”15.

Il tema della casa, dei servizi, della tutela alla salute, dei nuovi bisogni sociali come la presenza di un asilo nido o scuola materna sostenuti dal sindacato ha portato a ridefinire il concetto e lo status di cittadinanza, erano i contenuti di una nuova richiesta di progresso sociale basata su elementi concreti e non astratti. Elementi che entravano nelle rivendicazioni degli operai in sede di rivendicazione, per esempio tra i volantini del Consiglio di fabbrica di un’azienda metalmeccanica si leggeva “cosa vogliamo: un asilo che non abbia tutte le carenze riscontrate attualmente e cioè più verde, più attrezzature, personale, etc. etc. Ma soprattutto vogliamo un asilo di quartiere aperto a tutti i bambini e alle loro esperienze diverse (…). La nostra proposta immediata è quella di far uscire dalla fabbrica il nido – nelle immediate vicinanze (…). Le imprese dovranno farsi carico di questi costi e di altri costi relativi ad importanti servizi sociali che interessano i lavoratori.16

La fabbrica non solo era luogo di lavoro, sede circoscritta di un avanzamento o meno salariale o delle condizioni generali di lavoro, la fabbrica era al centro dello spostamento in avanti della soglia dei diritti di tutta la comunità. Un’azione rivendicatrice nella fabbrica non solo andava a vantaggio dei lavoratori ma di tutta la cittadinanza, il conflitto sindacale diventava strumento per la progressione delle condizioni di vita della collettività.

Negli anni settanta, proprio quando il “modello emiliano” raggiunge il proprio apogeo questa azione di rivendicazione non avviene da un fronte unico composto da organizzazione sindacale e partito da un lato, padronato dall’altro. In questi anni gli enti locali, stragrande maggioranza dei quali guidati dalle sinistre a trazione PCI, teorizzano e praticano la propria “terzietà”. In questo quadro, quindi, il sindacato non solo diventa motore anche di un’azione politica saldando “nuovi bisogni socio-politici ad antiche rivendicazioni tradunioniste (…)” ma si trasforma “in una sorta di ‘centro d’intervento’ per i diritti dei cittadini, da quello allo studio a quelli dei consumatori, al diritto alla casa, (…)”17

1 N. Bellini, Il socialismo in una regione sola. Il Pci e il governo dell’industria in Emilia Romagna, Il Mulino, n.5, 1989

2 G. Fanti, intervento alla I Conferenza regionale del Pci, Bologna giugno 1959, in I Comunisti in Emilia Romagna, Documenti e Materiali, a cura di Pier Paolo D’Attorre, 1981

3 F. Anderlini, Terra rossa. Comunismo ideale, socialdemocrazia reale. Il Pci in Emilia Romagna, Istituto Gramsci Emilia Romagna, 1990

4 G. Fanti, intervento alla I Conferenza regionale del Pci, Bologna giugno 1959, in I Comunisti in Emilia Romagna, Documenti e Materiali, a cura di Pier Paolo D’Attorre, 1981

5 M. Troilo, La Regione Emilia-Romagna e il welfare state dagli anni 70 a oggi, in Bologna futuro, a cura di C. De Maria, Clueb, Bologna, 2012, pag. 92

6 M. Troilo, La Regione Emilia-Romagna e il welfare state dagli anni 70 a oggi, in Bologna futuro, a cura di C. De Maria, Clueb, Bologna, 201, pag. 94

7 M. Troilo, Bologna e il Welfare locale, appunti per una storia, https://ladigacivile.eu/

8 M. Troilo, ibidem

9 M. Troilo, ibidem

10 M. Troilo, ibidem

11 M. Troilo, ibidem

12 M. Troilo, ibidem

13 M. Troilo, ibidem

14 M. Maccaferri, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacati a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini (1968-1974), Ediesse, Roma, 2010, pag. 351

15 M. Maccaferri, ibidem, pag.403

16 Documento del Comitato Esecutivo Unitario sulla iniziativa per le lotte sociali, in M. Maccaferri, ibidem, pag. 385

17 M. Maccaferri, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacati a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini (1968-1974), Ediesse, Roma, 2010, pag. 381

 

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Riformismo: il “filo rosso” nella storia della sinistra in Emilia-Romagna

Di Eugenio Pari

Il PCI si ricollega alla trazione dei “municipi rossi” passati alla storia, tra fine Ottocento e inizi Novecento, per essere dei centri sovversivi, ma anche per la concretezza della loro azione politica.

Abbiamo visto che tipo di rilevanza il collegamento con questa esperienza abbia avuto nello sviluppo dell’azione di governo dei comunisti riportando l’intervento su Ceti medi ed Emilia Rossa di Togliatti.

Fra gli elementi sostanziali del “socialismo municipale”, o “padano” come altri studiosi lo definiscono, vi è sicuramente il movimento cooperativo. Il movimento cooperativo nella regione trae le sue origini dalla creazione di cooperative di lavoro sorte negli anni ’80 dell’Ottocento. Le esigenze a cui esse principalmente rispondevano erano quelle di ridurre la disoccupazione e attraverso il proprio attivismo, grazie anche al fatto che contestualmente le amministrazioni locali erano guidate dai socialisti, ottennero l’affidamento di opere pubbliche tali da garantire l’impiego di mano d’opera che, a sua volta, attraverso meccanismi di rotazione, permetteva a un maggior numero di persone di lavorare.

La costituzione in cooperativa, oltre che avere ricadute in termini solidaristici, permetteva ai soci lavoratori di non sottostare al ricatto del padronato e di ottenere sostanziali miglioramenti sotto il punto di vista delle condizioni lavorative sia del trattamento economico. Questa organizzazione del proletariato cittadino e delle campagne permetterà una risposta non collerica e tantomeno rassegnata alla logorante mancanza di lavoro. Nella regione non si vedranno fenomeni di ribellismo fini a sé stessi, ciò al tempo stesso contribuirà al fatto che fra i milioni di contadini che in quegli anni emigravano dall’Italia solo in misura ristrettissima fossero quelli di provenienza emiliano-romagnola.

La creazione di cooperative fosse di per sé la soluzione per l’assorbimento di grandi sacche di disoccupazione, ma contribuirà “a creare un clima, una mentalità, una speranza. La rassegnazione non prevale”1, ecco spiegate le distinzioni fra il proletariato emiliano-romagnolo e quello, in particolare, delle regioni del Mezzogiorno, su cui, come abbiamo visto in precedenza, Togliatti si soffermerà in maniera molto chiara nel suo discorso di Reggio Emilia del 1946.

L’altro elemento caratterizzante del socialismo emiliano tra la fine dell’ ‘800 e gli inizi del ‘900 fu la costituzione delle leghe sindacali, le quali ebbero una funzione di collocamento della mano d’opera e di sottrazione della stessa dalle discriminazioni e rappresaglie del padronato.

Il primo successo del socialismo nella regione si ebbe con la vittoria alle elezioni amministrative per il comune di Imola nel 1889, Imola è infatti considerata la “culla” del socialismo municipale. Significativa inoltre fu l’esperienza che fra il 1899 e il 1905 si sviluppò a Reggio Emilia, qui l’amministrazione socialista investì senza “avarizia” nelle scuole, procurando testi gratuiti per i bambini, aprendo corsi serali per gli adulti e favorendo “ricreatori educativi per i bambini. Le scuole aumenteranno continuamente prima di tutto in campagna, crescerà il numero degli insegnanti che vedranno accresciuto il proprio stipendio, manovra che i comuni potevano fare in quanto l’educazione elementare era ancora di loro esclusiva competenza, l’obiettivo delle amministrazioni era chiaro “perché – come recitava la relazione al bilancio del 1902 – l’istruzione distrugge la miseria2.

Tutto ciò concorrerà a costruire nella memoria collettiva, grazie anche alla grande tradizione comunale italiana, laddove il Comune secondo l’insegnamento mazziniano era “unità primordiale”, un’idea di “società libera dai vincoli centralistici statali, fondata su una federazione di Comuni autonomi. Continuarono a pensare a questo futuro di federalismo e di autogoverno delle comunità locali anarchici e socialisti di varia tendenza, riformisti e intransigenti. Ma non viene a mancare, pure in una visione tendenzialmente federalista, il senso dell’appartenenza a una formazione unitaria. Sono anzi i socialisti, con i repubblicani e i cattolici democratici, ad immettere nella vita della nazione ceti popolari che ne erano rimasti esclusi, stimolando e favorendo l’alfabetizzazione, la frequenza scolastica e l’impegno elettorale”3.

Abbiamo visto in precedenza la critica che Togliatti mosse ai “riformisti” colpevoli a suo avviso di essere caduti in un “pericoloso particolarismo” che non permetteva loro di considerare la “prospettiva e [del]l’interesse generale del movimento”, Zangheri tornando sull’argomento del riformismo in Emilia-Romagna, nel 2004 ebbe modo di sostenere che “l’opera dei socialisti nei Comuni e nel parlamento è rivolta a risolvere i problemi immediati dei ceti più bisognosi e, al tempo stesso, ad affrontare grandi questioni locali, come le finalità dell’istruzione (…), l’uguale dignità dei cittadini, il diritto al lavoro. Tutta l’attività dei socialisti è consacrata a compiti minuti, quotidiani e, contemporaneamente, alla rivendicazione di obiettivi di emancipazione e d

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Renato Zangheri

i trasformazione. È un errore, compiuto frequentemente, ritenere che la divisione fra riformisti e massimalisti, che turberà il socialismo nei primi decenni del Novecento, fino a minarne la forza, sia avvenuta sulla linea di una differenza negli obiettivi finali. In Emilia-Romagna i riformisti, che organizzano in alcune province la maggioranza dei lavoratori, sono tenaci difensori dei loro interessi sindacali – orari, salari, occupazione – ma non cessano di richiamare i fini generali: la collettivizzazione della terra, una società libera dallo sfruttamento, l’uguaglianza fra gli esseri umani, allo stesso modo dei massimalisti”4.

Da questo brano alcune considerazioni che mi sento sommessamente di esprimere, pur non avendo i “galloni” dello storico: tra le righe di Zangheri mi sembra di notare una critica alle affermazioni che quasi cinquant’anni prima fece Togliatti varando la linea del PCI in Emilia-Romagna proprio in relazione alla politica “particolaristica” dei riformisti. Ora, probabilmente la discussione potrebbe risultare di “lana caprina”, ma a me pare importante in quanto credo che caratterizzi non ex post tutto il corso dei comunisti emiliano-romagnoli dalle origini della “Emilia rossa”. Non credo che il riformismo sia stato il carattere distintivo, strumentale magari, di una stagione, la radice ideologica di una sinistra disancorata dall’ideologia comunista andava alla ricerca di idee fondanti; no, in Emilia-Romagna i comunisti erano riformisti per davvero e lo sono stati fin da subito la conquista del potere locale.

Alla costituzione del socialismo municipale contribuirono anche leggi nazionali come quella, per esempio sulle municipalizzazioni a firma di Giolitti e data un presupposto normativo che, secondo Baldissara, fornisce l’occasione per il socialismo “di intervenire in settori fondamentali della vita delle masse lavoratrici, e dunque di poter garantire la fruizione dei servizi di base delle masse lavoratrici in base a criteri di maggiore equità. Si tentò quindi la via della ‘municipalizzazione del pane’, cioè della gestione di forni comunali capaci di fornire questo alimento primario a prezzi minori rispetto agli esercenti privati. Si procedette inoltre all’assunzione a spese dei comuni dei servizi in rete (trasporti, acqua e gas), in modo da favorirne l’accesso ai ceti subalterni, ma anche di procedere alla modernizzazione (estensione dei collegamenti e dell’illuminazione, miglioramento delle condizioni igieniche) dei centri amministrati”5.

Occorre anche ricordare anche che all’inizio del Novecento si assistette all’allontanamento del clero dagli istituti di assistenza, alla gestione arbitrale delle opere religiose sopravvenne quella dei cosiddetti municipi “rossi” come nel caso dell’allontanamento delle suore dall’orfanotrofio a Cesena nel 1903 e a Rimini nel 1906. Ma la rimozione di personale del clero avvenne negli ospedali avvenne anche a Imola e Ravenna e a “Forlì la laicizzazione si spingeva oltre l’espulsione del personale ecclesiastico, sino al reimpiego delle risorse finanziarie già impegnate dall’amministrazione clericale per il miglioramento delle prestazioni assistenziali”6.

Il fascismo si abbatté sulle conquiste del movimento operaio della nostra regione con un accanimento maggiore rispetto alle altre regioni del Paese, la violenza squadrista si concentrò, come rileva Patrizia Dogliani, soprattutto sui braccianti infatti “dell’ottantina di uccisi nel Bolognese tra il 1920 e il 1943 (a riprova che la violenza si istituzionalizzò ma non venne meno dopo il 1925) più della metà delle vittime erano braccianti” 7.

Buona parte della spina dorsale della gerarchia nel regime fascista, almeno fino all’inizio degli anni ’40, proveniva dalla nostra regione, eppure possiamo dire che lungo il ventennio sopravvisse una resistenza al regime fino a diventare via via più larga abbracciando masse di contadini che costituirono il nerbo della lotta di liberazione in Emilia-Romagna “coinvolgendo famiglie intere, interi paesi nella lotta armata, nel sostegno alle formazioni partigiane, (…). Il sacrificio dei sette fratelli Cervi, contadini del reggiano, fucilati dai nazisti, non è un evento unico, ma si inquadra in un’epopea che ha visto per la prima volta le popolazioni delle campagne battersi concordemente per chiari obiettivi nazionali e sociali”8.

Alla testa del movimento di Liberazione in Emilia-Romagna si collocò il PCI che, a differenza degli altri partiti antifascisti, così come nel resto d’Italia, riuscì a mantenere una organizzazione clandestina la quale aumentò costantemente durante la Resistenza. La lotta di Liberazione indicò la questione del socialismo nella vita regionale questa volta riproposta dai comunisti che assunsero all’indomani del 1945 una posizione predominante nel fronte delle sinistre. Una certa impostazione dogmatica, allora imperante nello schieramento comunista internazionale e il mito dell’URSS, di fatto determinano la cosiddetta “doppiezza” che in un primo tempo non permise ai comunisti, né ai socialisti di “uscire dalle loro vecchie basi sociali e ideali (Zangheri, 2004)”. Il PCI svolse quindi, nei fatti, una funzione socialdemocratica e lo fece fin da subito rilanciando quelli che, dopo la lunga fase del Ventennio, erano e torneranno ad essere i centri nevralgici della vicenda regionale, centri che Zangheri individuerà nelle cooperative, nei Comuni, nelle associazioni di mestiere, ricreative, mutualistiche e di solidarietà che per più di un secolo hanno caratterizzato l’Emilia-Romagna.

Uno dei capisaldi del corso socialdemocratico dei comunisti emiliano-romagnoli, recuperato peraltro nell’alveo della tradizione socialista, fu la municipalizzazione che traeva origine anche da motivazioni ideologiche rintracciabili nell’introduzione del concetto marxiano del materialismo storico e della lettura delle dinamiche degli enti locali conseguente alla dialettica fra le classi. Un passo del Corso pratico sugli enti locali del PCI del 1951 è paradigmatico in questo senso per i comunisti ‘la storia dei Comuni ci insegna che il governo comunale è stato sempre oggetto di contesa fra le classi in lotta [quindi] la classe che detiene il potere politico dello Stato influisce sull’ordinamento comunale in modo conforme ai suoi interessi i quali in certi periodi consentono od addirittura richiedono una maggior democratizzazione dei Comuni, mentre in altri periodi ne esigono la restrizione od il radicale soffocamento’”.9

Luca Baldissara da’, di questo passo, la seguente lettura

gli spazi d’azione dei comuni vengono dunque disegnati dalla classe borghese a seconda delle convenienze tattiche e degli equilibri interni a questa classe, alternando momenti ‘in cui lo stato borghese allarga questa autonomia, altri in cui la restringe o addirittura la sopprime come fece il fascismo’. Solo con la conquista dei comuni da parte del movimento operaio si avvierebbe dunque il processo di democratizzazione delle amministrazioni comunali, poiché la concezione politica del socialismo concepisce i comuni come le prime sedi nelle quali il popolo esercita il suo potere, e quindi se democrazia è partecipazione di tutto il popolo alla vita pubblica, i comuni sono la prima istanza della democrazia. 10

Il comune e, quindi, le funzioni che esso gestiva, fra le quali, come noto, i servizi pubblici, non andava considerato come “un mero organo burocratico, ma come un ‘ente dotato di poteri e di autonomia, chiamato ad esplicare una serie numerosa e varia di proprie funzioni’, nel cui esercizio si deve dimostrare un ente capace di compiere veri e propri atti di potere, un efficace strumento della lotta di classe e il centro di sistemi di alleanze politiche’: ‘ in sostanza il Comune deve sapere tradurre in termini comunali le grandi lotte politiche’”.11

Dozza diviene, insieme a Fortunati (senatore e membro dell’esecutivo della Lega dei comuni democratici) possono essere definiti i rappresentanti di un’amministrazione che si eleva al ruolo di testimonianza concreta per la realizzazione un nuovo tipo di intervento municipale, per la costruzione di una nuova cultura politico – amministrativa in grado di fornire risposte adeguate alle nuove esigenze delle città allora in espansione e “dei ceti che in esse si trovano a vivere in condizioni maggiormente disagiate spingendo altre amministrazioni locali governate da maggioranze di sinistra ad emulare quanto messo in opera nel capoluogo emiliano”.12

Gli orientamenti “democratici” espressi si concretizzavano attraverso una politica di spesa e anche di entrata, in entrambi i casi originando un effetto di incremento dei redditi attraverso l’applicazione in chiave locale del moltiplicatore keynesiano in un circolo contrassegnato da spese per investimenti, servizi locali e consumi a diretto vantaggio delle “fasce deboli”.

Gli amministratori locali erano dunque decisi ad utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione per realizzare indirizzi generali di finanza locale e politica tributaria, in questo senso il Bilancio era la sintesi di una politica volta ad aumentare le entrate: “attraverso la giusta scelta delle fonti di reperimento, l’equa discriminazione dei redditi, il costante affinamento degli organi di accertamento.”.13

Le politiche di bilancio non erano quindi un solo compito tecnico di rendicontazione economica e finanziaria, un esercizio di abilità contabile e di dimostrazione di efficienza ragionieristica. Lo capiamo dalle parole dell’Assessore ai tributi dell’Amministrazione Dozza, Paolo Fortunati, che Baldissara riporta nel suo saggio all’interno della Storia dell’Emilia-Romagna. Fortunati spiega quali siano gli obiettivi di un’amministrazione:

noi pensiamo che le amministrazioni locali non debbano soltanto risolvere un problema contabile, pervenire cioè a un determinato gettito dei tributi. Le amministrazioni si trovano di fronte ad una più grave difficoltà: si tratta di raggiungere un determinato gettito in un determinato modo (…) con una distribuzione del carico tributario imperniata su un principio di progressività, perché altrimenti noi risolveremo soltanto gli aspetti contabili, ma non le aspirazioni secolari di una giustizia tributaria.14

Il tentativo, insomma, era quello di assicurare risorse economiche per le amministrazioni in grado di garantire al contempo lo sviluppo del territorio e l’innalzamento della tutela sociale attraverso un percorso di democrazia fiscale.

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Renzo Imbeni

Sullo stesso tema tornerà sul finire degli anni ’80, in un intervento per la Conferenza programmatica del PCI bolognese, Renzo Imbeni quando sosterrà: “il modo per capire è indicare i nuovi confini fra vecchio e nuovo, fra destra e sinistra, fra giusto e ingiusto (..). Per il fisco italiano i grandi redditi per la maggior parte non esistono, i medi sono visti solo in parte, per i piccoli la situazione è tutta sotto controllo. L’ingiustizia fiscale non provoca solo malcontento e fuga nell’arrangiamento individuale, ma è all’origine della voragine finanziaria. Il deficit pubblico non si risanerà mai con l’affannosa rincorsa a tagliare questa o quella spesa sociale, ma solo con l’equità fiscale, (…)”15.

1 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 94

2 R. Zangheri, ibidem, pag. 95

3 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 95

4 R. Zangheri, ibidem, pag. 95

5 L. Baldissara in Mutamenti istituzionali e politiche sociali nella regione “rossa” in , Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 144

6 L. Baldissara ibidem, pag. 143

7 P. Dogliani, Il fascismo: dalla regione alla nazione, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 103

8 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 96

9 Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pag. 3, PCI, 1951,in Baldissara L., ibidem, pag. 123

10 L. Baldissara, ibidem, pag. 123. Le frasi virgolettate all’interno della citazione di Baldissara sono brani tratti dallo stesso Baldissara dal Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pag. 3. PCI, 1951

11 L. Baldissara, Le frasi virgolettate all’interno della citazione di Baldissara sono brani tratti dallo stesso Baldissara dal Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pagg. 59, 60, 62. PCI, 1951

12 L. Baldissara, ibidem, pag. 234

13 Atti del Consiglio comunale di Bologna, 14 dicembre 1953 in L. Baldissara, ibidem, pag. 245

14 L. Baldissara, Mutamenti istituzionali e politiche sociali nella regione “rossa”, in Storia dell’Emilia-Romagna, Vol. 2, Editori Laterza, Bari, 2004, pag. 150

15 R. Imbeni, Bologna Futura. Conferenza di programmatica dei comunisti bolognesi, Franco Angeli, Milano, 1989, pag. 450

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Dall’industria al producer’s services. Il cambio di riferimento sociale della sinistra

Di Eugenio Pari

L’Emilia – Romagna non è sempre stata una regione industrializzata, per un lungo periodo la sua principale vocazione era prevalentemente rurale. L’economia della regione dal punto di vista industriale, ancora nel secondo dopoguerra, era molto indietro rispetto non solo alla Lombardia o al Piemonte, ma anche rispetto al Veneto, alla Toscana e alle Marche.

L’industrializzazione se comparata con regioni come il Veneto e la Lombardia, vedrà un avvicinamento dell’Emilia – Romagna rispetto alla prima solo sul finire degli anni ’30, mentre il distacco con la Lombardia rimarrà pressoché doppio.

Occupati nell nell’industria manifatturiera come percentuale degli addetti totali*[1]

 

Emilia Romagna Lombardia Veneto
1901** 4 15,1 10,0
1911 9,9 23,2 12,9
1938 15,8 33,4 17,4
1961 27,6 44,4 24,1
1981 42,4 44,2 37,6
2001 28,6 29,2 32,4

 

Il distacco con le regioni maggiormente industrializzate di colmerà, rendendo i le percentuali sostanzialmente omogenee, allorquando le regioni del “Triangolo industriale”, ovvero la Liguria con Genova, il Piemonte con Torino e la Lombardia con Milano, tutti centri con grandi produzioni industriali, cominceranno a trasferire produzioni o segmenti di produzioni nella regione e nella cosiddetta “Terza Italia” ovvero le regioni dell’Italia centro settentrionale.

Nel periodo che va dalla fine degli anni ’70 l’Emilia – Romagna si trova di fronte a Risultati immagini per modello emilianoproblemi di sviluppo economico di tipo nuovo, non solo dettata dalla crisi petrolifera di quel periodo e dalla conseguente crisi economica culminata in una fase di recessione, ma dal dover organizzare, portare a sistema, quel modello di sviluppo economico che ha preso già ha preso forma nei territori, ovvero il modello dei distretti. L’Emilia – Romagna lo fa, ricorrendo alle proprie risorse sociali e politiche.

L’economia di distretto vede una “cabina di regia” a livello istituzionale nella Regione, istituita nel 1970, la quale si fa promotrice di proposte e soluzioni integrate.

Adottando di fatto soluzioni eterodosse rispetto alla propria cultura di appartenenza e riportando “lo sviluppo industriale dell’Emilia – Romagna all’interno dello schema analitico togliattiano”[2], trovando un collante socio – politico nell’azione del Pci che, come detto, in linea con la lezione togliattiana sull’alleanza con il ceto medio, agì anche nei confronti del sindacato in funzione mediatrice rispetto alle istanze salariali dei lavoratori. La contropartita ottenuta dal movimento dei lavoratori sarà, come noto, lo sviluppo del welfare locale e dei servizi pubblici considerati quali elementi di salario accessorio volti a colmare il gap salariale che sussisteva per esempio con i lavoratori di Torino e Milano.

A questo punto è importante riportare un passaggio che definisce il concetto di distretto industriale:

“Marshall riteneva che, in alcuni settori manifatturieri, la produzione  potesse essere organizzata in maniera efficiente sia raggruppando tutte le fasi del ciclo produttivo in un’unica  grande fabbrica, sia distribuendole tra un gran numero di piccoli laboratori indipendenti, ciascuno dei quali specializzato soltanto in una o in poche di esse (…)”[3].

Il tessuto produttivo manifatturiero regionale sarà caratterizzato dalle dimensioni ristrette delle aziende, all’incirca il 60% delle imprese al di sotto dei cinquanta addetti a cui aggiungere un 35% di imprese con un numero di dipendenti compreso tra cinquanta e cinquecento unità e quindi considerato nella fascia delle “medie imprese”.

La frammentazione e la scarsa dimensione del sistema produttivo poneva evidenti problemi non solo di integrazione, ma anche di capacità di innovarsi. Di questo problema, come accennato in precedenza, si fanno carico la Regione e il sistema di governo locale attraverso il Piano di sviluppo regionale del triennio 1982 – 85 che alle tradizionali azioni urbanistiche sulle aree per gli insediamenti produttivi affianca

“la creazione di centri di servizi reali alle imprese (…). Ciò permise alle imprese non solo dell’industria, ma anche dell’agricoltura, della maglieria così come del turismo nell’area romagnola di non vivere una situazione di isolamento e non solo perché intrecciate in un sistema” quello distrettuale appunto “ma anche perché sostenute da servizi esterni all’impresa e interni al sistema di relazioni a cui potevano fare ricorso: quelli offerti dalle associazioni e dalle amministrazioni locali”[4].

Nell’ottica di collaborazione fra piccoli imprenditori e lavoratori, oltre ad essersi generata una sostanziale pax sociale, è prevalsa anche una logica “delle esenzioni”, laddove la politica

“ha creato a favore di una quota significativa del lavoro autonomo e delle imprese di piccole dimensioni un regime speciale di sgravi fiscali, di semplificazione delle procedure amministrative e di agevolazioni creditizie (Arrghetti – Serravalli 1997, p. 343)”[5]

Ma le “facilitazioni”, non sono andate unicamente nella direzioRisultati immagini per modello emilianone dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori, come detto, la pragmaticità della classe politica emiliano – romagnola, in particolare il gruppo dirigente del Pci, considerato sia quello propriamente partitico che gli amministratori locali, subordinati al primo in tutta la fase di costruzione del “modello emiliano” hanno avviato un

“processo di crescita, fornendo beni collettivi che ne hanno ridotto i costi economici e sociali, tanto per gli imprenditori (attraverso misure di sostegno allo sviluppo e politiche sociali), i governi locali hanno reso possibile un compromesso sociale basato, da un lato, sull’elevata flessibilità dell’economia e, dall’altro, sul controllo dei costi e la redistribuzione dei benefici portati dallo sviluppo industriale. In questo senso la regolazione politica, insieme alle reti parentali e comunitarie – il cosiddetto “capitale sociale” ndr – hanno mitigato l’azione del mercato favorendo non solo la coesione sociale ma anche la flessibilità e l’innovazione tecnologica.”[6]

Il delicato nesso tra sviluppo economico e sviluppo democratico, tra benessere materiale e benessere sociale, vera e propria cifra del “modello emiliano” a partire dagli anni ’60 si reggeva, in ultima analisi, sulla capacità di programmazione e di “fare politica” di enti locali e Regione, oltre che sull’azione sindacale.

Alla produzione industriale si sostituisce via via un’economia basata sui servizi, questo passaggio avviene in maniera precoce, sul finire degli anni ‘70, precoce almeno rispetto al panorama nazionale e continentale in quel periodo ancora fortemente incentrato sulla produzione industriale di stampo fordista. Un altro aspetto è la peculiarità della sostituzione dell’economia dei servizi a discapito di quella incentrata sulla produzione industriale come riporta Fausto Anderlini:

“in Emilia – Romagna la transizione post – moderna – cioè il passaggio a un’economia dove la componente manifatturiera, che pure resta una vocazione per nulla secondaria nella matrice regionale, è sopraffatta dai servizi urbani in generale, e dai producer’s services in particolare – si è affacciata precocemente (sulla fine dei ’70 e ha avuto modalità più penetranti che altrove. Hanno giocato a favore due aspetti: il carattere verticalmente disintegrato dell’industria (emiliano – romagnola, ndr), già post – fordista nella sua intima costituzione, e il tenore avanzato dall’armatura urbana”[7].

Quindi il passaggio dall’economia fordista, che, stando ad Anderlini, fordista fino in fondo non è mai stata, a quella post – moderna, basata sui servizi avviene nella nostra regione prima che in altre parti d’Italia. Le caratteristiche della produzione fortemente “disintegrata” non solo nelle dimensioni, come abbiamo visto, ma anche sul territorio favoriscono questo modello che verrà poi definito di new economy. Il policentrismo della regione Emilia – Romagna, l’alto numero di città di dimensioni al di sopra dei centomila abitanti ha favorito una vocazione dei centri urbani a “fare da se’” non solo dal punto di vista della caratterizzazione industriale, ma anche delle vocazioni economiche, contribuendo a portare la regione ad un alto livello di differenziazione produttiva, dove “l’area metropolitana bolognese” rappresentava, stando ad Anderlini, il “momento topico”.  Queste

“attività  post-moderne, inoltre, hanno preso spunto dagli ingredienti del modello sociale messo a punto nell’era industriale, mettendosi a loro servizio: manifattura diffusa, economia cooperativa, welfare locale, sistema istituzionale e culturale, funzione trainante dei consumi culturali (Anderlini, Gennari, 2003). Il risultato è stato una ‘via’ alla terziarizzazione con un proprio imprintig sociale, in linea evolutiva densa e continua. Ne è comunque derivato uno spostamento profondo della gravitazione sociale, con l’emersione di una vasta e multiforme classe media a forte vocazione intellettuale”[8].

Questo passo di Anderlini è fondamentale: il progressivo passaggio da un’economia incentrata sulla produzione ad un’economia incentrata sui servizi, ha determinato, evidentemente, una mutazione sociale con la diminuzione dei lavoratori impiegati nell’industria e il corrispondente aumento dei lavoratori “intellettuali” impiegati nei servizi. Questa sostituzione, sebbene ancora oggi rimanga forte il numero dei lavoratori legati alla produzione dell’industria, ha parallelamente modificato anche i caratteri sociali della sinistra sempre più riferimento dei cosiddetti lavoratori intellettuali e ad essi riferita. Ciò, ha di conseguenza, determinato uno spostamento geografico del consenso e della militanza. Dalle periferie, prevalentemente industriali, delle città ai centri storici densamente abitati dalle classi abbienti e medie a cui, nella maggior parte, possono ascriversi i lavoratori intellettuali. Su questo passaggio è importante riportare un altro passaggio di Anderlini:

“le attività post-moderne, (…), hanno preso spunto dagli ingredienti del modello sociale messo a punto nell’era industriale, mettendosi a loro servizio: manifattura diffusa, economia cooperativa, welfare locale, sistema istituzionale e culturale, funzione trainante dei consumi culturali (…). Oggi il gruppo dominante nel campo del centro – sinistra è esattamente costituito da questa vasta e ramificata classe media urbana, che ha preso il posto che sino ai ’70 era occupato dalla classe operaia e da una parte dei ceti produttivi autonomi (artigiani e piccoli imprenditori di estrazione operaia), con le loro tipiche espressioni istituzionalizzate di capitale sociale. La trasformazione post-moderna non ha tratto la regione dal suo calco politico, tanto che la transizione sociale sembra essere avvenuta secondo la stessa continuità che aveva assecondato la trasformazione dalla società agraria a quella urbano-industriale.”[9]


[1] 1901-81: Zamagni, Una vocazione industriale diffusa, cit., tab. 2; 2001: Istat, Censimento generale dell’industria e dei servizi, Roma, Istat, 2001. * La tabella riporta la percentuale degli addetti all’industria manifatturiera risultanti dai censimenti industriali sugli attivi totali risultanti dai censimenti della popolazione. Questo metodo esclude dal nominatore tutti gli attivi rilevati dai censimenti della popolazione che esercitavano lavori precari, svolgevano attività temporanee o erano disoccupati e che non compaiono nei censimenti industriali. ** Per il 1901 vengono computati al numeratore gli addetti alle attività manifatturiere rilevati dall’inchiesta industriale svolta nelle province italiane tra il 1888 e il 1897 e i cui risultati furono pubblicati sugli “Annali di statistica” tra il 1890 e il 1898 – in A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 209

[2]  A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “Il modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 217

[3]  A. Rinaldi, ibidem, pag. 219

[4] A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “Il modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 223

[5]  In F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 29

[6] F. Ramella, ibidem, pag. 29

[7]  F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del 25 febbraio 2013, Editrice Socialmente, Bologna, 2013, pag. 275

[8] F. Anderlini, ibidem, pag. 275

[9] F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del 25 febbraio 2013, Editrice Socialmente, Bologna, 2013, pag. 275

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La subcultura rossa

Di Eugenio Pari

Una definizione di subcultura politica territoriale è offerta da Trigilia quando afferma che essa

”fa riferimento a un sistema politico locale caratterizzato dal predominio di un parito, da una robusta organizzazione della società civile e da un’elevata capacità di mediazione dei diversi interessi”[1].

Nell’Italia repubblicana, ai fini del nostro ragionamento, esistono due grandi “zolle”, per dirla con Anderlini, prettamente caratterizzate dal “predominio di un partito”: una è quella della subcultura “bianca” a monopolio Dc, una è quella “rossa” connotata dal monopolio della sinistra a prevalenza Pci. È importante notare che questa distinzione non corrisponde ad una precisa classificazione geografica, in quanto nelle regioni stesse esistono enclave dell’uno o dell’altro partito. Queste zone politiche monopolizzate dai due grandi partiti della cosiddetta Prima repubblica, secondo Anderlini[2] per quanto riguarda la Dc nel Nord sono: la zona del Veneto Centrale, Friuli, la zona orientale della Lombardia, il Cuneese, l’area di confine fra Liguria ed Emilia, la Lucchesia ed il Maceratese. Per quanto riguarda il Pci si tratta invece dell’Emilia centrale (corrispondente all’area padana delle province di Bologna, Modena e Reggio Emilia), la Toscana (con i suoi picchi nella Valdelsa, nel Senese e nel Livornese), l’area Romagnolo – marchigiana e l’Umbria (pressoché totalmente).

Risultati immagini per subcultura rossa

Una festa de L’Unità

Queste due subculture politiche si sono storicamente determinate nel tempo, trovando nelle tradizioni culturali e sociali fattori di uno sviluppo che ha portato alla loro precisa definizione politica in una forma più o meno coerente con quella che abbiamo conosciuto nel Secondo dopoguerra “con l’organizzazione e istituzionalizzazione dei due nascenti movimenti popolari (quello socialista e quello cattolico” in un rapporto comunque, per ambedue, conflittuale nei confronti dello Stato nazionale.

Ramella riporta che le due subculture

“rappresentano in origine forme di ‘difesa della società locale’ di fronte alla stabilizzazione del mercato e dello Stato nazionale alla fine dell’Ottocento”[3]

e nella “zona rossa”, quella su cui si sta cercando di ragionare questa “protezione” della società locale avviene con l’esperienza del “socialismo municipale”.

È quindi necessario definire l’espressione “socialismo municipale”. Con essa si intende l’insieme delle politiche avviate dai diversi movimenti e partiti socialisti europei al fine di conquistare e gestire le amministrazioni locali e i governi comunali.[4]

La conquista dei comuni a partire dal 1900 divenne il termine attraverso il quale il movimento operaio e i partiti socialisti europei tentavano di realizzare servizi essenzialmente rivolti ai cittadini più poveri per mitigarne le condizioni di bisogno e subalternità attraverso la fornitura di servizi, la funzione dei comuni era essenzialmente legata al sostegno della classe operaia, anche attraverso iniziative di riforma fiscale tese a una tassazione diretta comunale che colpisse i ceti più ricchi ridistribuendo in servizi queste risorse.

L’origine del socialismo municipale consisteva nel fatto che

“esclusa dal potere centrale, la sinistra aveva avuto modo di sperimentare nelle amministrazioni locali un suo progetto di governo e riorganizzazione della società. In altre parole, esso era stato espressione tipica di una sinistra di opposizione. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale le pratiche di governo locale perdono di specifico rilievo allorché si confondono in una più generale opera di governo svolta dalla sinistra al centro come alla periferia. È chiaro quindi che da allora i contorni del fenomeno sfumano, non perché non ci sia più una politica amministrativa delle sinistre, ma perché questa non si configura più come una pratica forte di spiccata identità, come dimostra anche il fatto che il termine ‘socialismo municipale’ cade in disuso. L’eccezione è ovviamente data da quei paesi in cui la sinistra, o comunque la sua maggior componente, continua a restare lontana dal potere centrale”.[5]

In Emilia Romagna, caso paradigmatico dell’esperienza di governo del Pci e della sinistra italiana, a partire dal Dopoguerra già con l’insediamento delle giunte guidate dal C.l.n. l’intervento pubblico ebbe un effetto moltiplicatore nella direzione delle politiche keynesiane indirizzato alla ricostruzione industriale ed economica e soprattutto antimonopolistica.Risultati immagini per socialismo municipale

Ramella identifica diverse fasi[6] che hanno caratterizzato la storia elettorale del Pci nelle aree della “subcultura rossa”, fasi che possiamo applicare anche al nostro ragionamento sull’Emilia Romgna e si tratta di:

  • Un prima fase detta del radicamento che si apre con le prime elezioni democratiche, quelle per l’elezione della Costituente nel 1946. In questa fase il Pci, uscito dalla clandestinità e dalla lotta di Resistenza, si riorganizza all’interno di un sistema democratico, o, per meglio dire, che il Pci cercherà di indirizzare verso una democrazia popolare. Sono anni di accesissima contrapposizione con la Dc, anni in cui il Pci cercherà, parafrasando Gramsci, di rafforzare le proprie “casematte”, ovvero di “difendere il suo insediamento elettorale” senza però mostrare “una grande capacità di espansione”. Nell’ottica del “Partito nuovo” le organizzazioni collaterali come il Sindacato, il movimento cooperativo e quello associativo, nonché le amministrazioni locali controllate dal Partito hanno un ruolo di sostanziale subordinazione verso quest’ultimo. Il Partito punta ad un aumento delle adesioni e coltiva il senso di appartenenza fra i propri militanti. “Il Pci raccoglie prevalentemente consensi nei ceti popolari, soprattutto tra i mezzadri, nel mondo agricolo e tra gli operai e gli artigiani nelle realtà urbane”.[7]
  • La seconda fase che va dal 1958 fino al 1976, vede una forte espansione in termini di consenso elettorale a vantaggio del Pci. È una fase nella quale il Pci con il governo locale la funzione di cui abbiamo già parlato di sostegno alla piccola e media impresa attraverso un ruolo di mediazione del conflitto sociale, una fase nella quale si realizzano infrastrutture e si allargano i servizi sociali favorendo il “compromesso” o, per meglio dire, la collaborazione se non addirittura l’alleanza fra le classi sociali. In questo quasi trentennio “le organizzazioni degli interessi acquistano una certa autonomia nei confronti del Pci e assumono un ruolo crescente nella mediazione del consenso. La riproduzione della delega politica avviene ora su basi più strumentali e condizionali, legate al giudizio dato sulle politiche messe in atto dal Pci e dagli amministratori locali”[8].
  • La terza fase, quella del declino che va dal 1976 al 1992 e corrisponde agli anni della crisi del Pci. È una fase in cui si assiste ad una profonda ristrutturazione economica e in questa fase a livello locale il Pci, “per buona parte degli anni ’80, mostra una migliore tenuta rispetto al declino elettorale a livello nazionale, grazie al [suo] più solido insediamento organizzativo (…). Dall’altro, sulla fine del decennio e ancor più dopo la [sua] scomparsa (…), lascia intravedere un indebolimento della fedeltà elettorale e una tendenziale omologazione ai comportamenti di voto del resto d’Italia”.[9]
  • Il sistema maggioritario e la ricomposizione dello scenario politico permette ai partiti eredi del Pci di arginare le perdite elettorali e intorno al 1996 si assiste ad una fase di ricompattamento che raggiunge il proprio apice nel 1995. A questa ricrescita del consenso, che riporta i partiti post ed ex comunisti ad un consenso aggregato pari, o quasi, a quello della fase apicale, non corrisponde invece una riduzione del declino organizzativo.

    “A seguito della riforma delle autonomie e dell’introduzione dell’elezione diretta del sindaco, aumenta anche l’indipendenza degli amministratori locali e questo tende spesso a creare conflitti tra le giunte e i partiti che compongono le maggioranze consiliari che le sostengono (…).”[10]

  • Infine l’annus horribilis in cui si intravedono le prime crepe al sistema che apparentemente sembrava monolitico. Vi è un fatto politico che corrisponde a questa fase categorizzata da Ramella, ed è il 1999, anno in cui alle elezioni amministrative la sinistra perde l’amministrazione della città di Bologna, amministrazione tenuta ininterrottamente dal Dopoguerra e prima del fascismo guidata dai socialisti. A dire il vero la parentesi di Guazzaloca durerà solo una legislatura, ma l’aver perso la guida del capoluogo della regione ha un effetto anche psicologico: quello che deriva dall’aver interrotto il monopolio politico della sinistra. Ramella esemplifica efficacemente questa fase sotto la formula del scongelamento.

    “Dopo l’arretramento del 1999 si registra una modesta ripresa alle regionali del 2000, seguita da una pesante sconfitta nel 2001 e da un nuovo recupero alle provinciali del 2004”[11]

Ritorneremo su questo aspetto ma è interessante rendere un grafico elaborato su dati del Ministero dell’Interno  in cui Ramella riporta questi dati.

 

La forza elettorale del Pci e dei partiti postcomunisti secondo le varie fasi (Camera dei deputati; % di voti validi)

 

 Le fasi 1946-58  radicamento 1958-76

crescita

1976-1992

Declino

1992-1996

ricompat

tamento

1996-2001

scongela

mento

%

1958

Var.

1958-46

%

1976

Var. 1976- 58 %

1992

Var. 1992 -76 %

1996

Var. 1996– 92 %

2001

Var. 2001 – 96
Emilia Romagna 36,7 -0,9 48,5 11,8 39,6 -8,9 43,9 4,3 35,9 -8,0
Toscana 34,4 0,8 47,5 13,1 39,3 -8,2 47,2 7,9 40,1 -7,1
Umbria 30,8 2,9 47,3 16,5 40,5 -6,8 45,5 5,0 35,9 -9,6
Marche 25,7 3,9 39,9 14,2 31,3 -8,6 39,1 7,8 30,1 -9
Italia 22,7 3,8 34,4 11,7 21,7 -12,7 29,7 8 23,3 -6,4

 

[1]In F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli Editore, Roma, 2005, pag. 26

[2] F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del25 febbraio 2013, Ed. Socialmente, Bologna, 2013, pag. 150

[3]F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli Editore, Roma, 2005, pag. 27

[4] Dogliani P., Enciclopedia della sinistra europea nel XX Secolo, pag. 593, Editori Riuniti, 2000

[5] Dogliani P., Enciclopedia della sinistra europea nel XX Secolo, pag. 593, Editori Riuniti, 2000

[6] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 50

[7] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 50 – 51

[8] F. Ramella, ibidem, pag. 51

[9] F. Ramella, ibidem, pag. 55

[10] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag.54

[11] F. Ramella, ibidem, pag. 56

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Ceto medio e Emilia Rossa (2)

Di seguito alcuni appunti sul celebre discorso di Palmiro Togliatti. Nelle mie intenzioni questo sarebbe il primo di una serie di riflessioni che vorrei svolgere sul cosiddetto “modello emiliano”.

Di Eugenio Pari

“Emilia rossa” è l’espressione con cui per decenni si è caratterizzato il modello non solo politico, ma sociale economico e culturale dell’Emilia Romagna.

Come noto questa formula trae le sue origini dal celebre discorso che Togliatti pronunciò al Teatro comunale di Reggio Emilia il 24 settembre 1946, discorso i cui contenuti determinano una vera e propria “pietra angolare” del modello emiliano e nella linea politica nazionale del Pci.

togliatti

Palmiro Togliatti

Il modello a cui Togliatti si ricollega nel tentativo di indicare da un lato la linea generale del Pci e dall’altro di offrire un riferimento concreto di governo ai comunisti emiliano romagnoli, è quello del “riformismo” dei Costa, dei Marabini, dei Massarenti e Prampolini.

Ecco il passaggio in questione:

“Il socialismo è stato tra di noi un grande movimento progressivo, non soltanto perché ha portato sulla scena politica l’operaio, colle sue rivendicazioni di libertà e di giustizia sociale, ma perché sulla stessa scena ha collocato al primo piano anche il bracciante e le altre categorie decisive di lavoratori della terra. Aver fatto delle plebi rurali povere, miserabili, febbricitanti e turbolente una massa di milioni di donne e di uomini inquadrati nelle Leghe, nelle cooperative, nelle Camere del lavoro, nelle sezioni di un partito nazionale; avere insegnato loro a conquistare e gestire i comuni; e soprattutto averle strette insieme con legami di solidarietà e avere acceso nell’animo loro la fede inestinguibile di un avvenire migliore, nella redenzione del lavoro da ogni sfruttamento e da ogni oppressione, questo fu il grande merito dei pionieri del socialismo, degli Andrea Costa, degli Anselmo Marabini, dei Giuseppe Massarenti, dei Camillo Prampolini e di tutti gli alrti.1

Il “Migliore” citando i nomi dei “pionieri” che edificarono il socialismo municipale in Emilia parlerà nei loro confronti di “venerazione”. Togliatti si esprimerà in questi termini:

“I nomi di questi uomini, noi comunisti, li onoriamo e li veneriamo, e non solo perché fanno parte delle migliori tradizioni del popolo italiano, che noi sentiamo nostre, ma perché in essi riconosciamo dei maestri di quella politica che si fonda sulla capacità di esprimere le aspirazioni più profonde degli uomini che vivono del loro lavoro, e sulla capacità di organizzare la lotta per la realizzazione di queste aspirazioni.2

Togliatti dopo queste frasi si sofferma però su una critica, che può apparire un monito ai dirigenti emiliani del Pci, partito che ha avuto una rapidissima crescita organizzativa e di voto, partito con “profondissime radici in tutti gli strati”. Una critica a posteriori rispetto alla necessità di costruire quella che verrà definita politica delle alleanze, ovvero il blocco sociale del Partito nella regione.

“(…) Vi era nei riformisti un pericoloso particolarismo, cioè la tendenza a separare l’uno dall’altro i problemi, in modo che veniva quasi sempre perduta la visione di prospettiva e dell’interesse generale del movimento. Il vecchio dirigente riformista era capace, meglio di chiunque di fare l’interesse della cooperativa da lui fondata e diretta; ma ad un certo punto non era più in grado di comprendere se, per fare questo interesse in modo esclusivistico, non andava contro l’interesse e i fini di tutto il movimento, o non cedeva al nemico qualcuna delle posizioni di principio che non debbono essere cedute. Lo stesso avveniva nel movimento sindacale. Lo stesso nel campo politico. In questo modo di producevano due conseguenze principali, che dovevano essere fatali alla sorte del riformismo e anche del socialismo in Italia: da un lato veniva spezzata l’unità delle classi lavoratrici e della loro azione, che perdeva il necessario rilievo nazionale; dall’altro penetravano nelle file stesse del socialismo le influenze dei nemici del socialismo stesso, e questo perdeva il suo slancio, si corrompeva, si imborghesiva, diventava l’arena delle ambizioni di avvocati e di altri politicanti della città.3

Ora, tralasciando i toni pacati e razionali, propri del leader comunista, toni a cui, vale la pena dircelo, siamo completamente disabituati osservando il dibattito politico contemporaneo, Togliatti mette in guardia i dirigenti e militanti comunisti tracciando le responsabilità che hanno portato al “fallimento” i socialisti. Fra queste vi è l’incapacità di non aver saputo attuare politiche unitarie fra il proletariato delle campagne e gli “strati intermedi”, una “errata impostazione del problema contadino” espressa in questi termini:

“Il riformismo, (…) non seppe mai prendere una giusta posizione verso gli strati intermedi delle campagne. Legò la soluzione del problema della terra a formule generali, astratte e vuote, non aderenti alla realtà, come quella della socializzazione. Nell’azione pratica si comportò verso i gruppi intermedi come se non ne comprendesse le caratteristiche e i bisogni, lasciando affiorare errate e pericolose tendenze livellatrici, come se lo scopo fosse stato quello di far diventare tutti i lavoratori agricoli dei braccianti e per questa via portarli per forza al socialismo. Questa posizione era antimarxista, quant’altra mai, e assurda poi, tanto nella vostra regione, quanto nelle altre regioni italiane dove le forme di economia agricola individuale, (…), hanno radici profondissime.4

Si potrebbero trarre alcune conclusioni su questo brano. La prima potrebbe consistere in una critica alla fase di collettivizzazione forzata voluta in Urss negli anni ’30, una critica che per quanto “a posteriori” unita alla dottrina del “partito nuovo” e al carattere nazionale del Pci, già metteva in luce elementi di differenziazione del Pci rispetto al Pcus, in anni, peraltro, dove la difformità rispetto alla linea del partito di riferimento era

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copertina di Politica nazionale e Emilia Rossa (Editori Riuniti)

pesantemente sanzionata dai sovietici. L’altra potrebbe essere rispetto al dibattito interno al Partito in tema di politiche agrarie in particolare sulla polemica fra Sereni, interprete della linea togliattiana e Grieco, su posizioni più ortodosse, divisione a cui ci riferiremo più avanti. Un’ultima riflessione potrebbe riguardare l’indicazione a dirigenti e militanti di non attuare politiche e atteggiamenti livellatori e pauperistici, che porteranno il partito negli anni successivi a sostenere l’iniziativa privata di piccoli e medi imprenditori i quali militeranno e rafforzeranno il partito stesso.

I “gruppi intermedi” delle campagne, in particolare la classe mezzadrile, stringerà quell’alleanza, con il proletariato operaio e con il ceto medio, che sta alla base del successo elettorale, politico e amministrativo del Pci nelle “regioni rosse”, in particolare in Emilia Romagna e Toscana.

Un’altra differenza tra comunisti e socialisti, questa volta non distinti dai riformisti, la sancisce Renato Zangheri5 il quale in un articolo su Rinascita del 1969 riprende gli aspetti non razionali dei socialisti. È interessante sottolineare che Zangheri scrive questo articolo quando il modello di governo comunista nella regione, già arrivato a maturazione, è alla vigilia di importanti cambiamenti che cercherò di definire più avanti.

Scriveva Zangheri:

“(…) c’era nel vecchio socialismo della nostra regione una concezione del mondo, una filosofia (…), un costume, una morale, una fede nella liberazione dell’umanità. Oggi siamo pervenuti ad una concezione più logica del partito, l’adesione al quale è essenzialmente l’adesione ad un programma politico, e quindi tende ad escludere gli elementi di fideismo e di dogmatismo. Una delle conseguenze del carattere “messianico”, (…), del vecchio socialismo (…), fu di trasferire le attese e le speranze in un futuro remoto, al quale ci si rivolgeva in modo approssimato e assieme confuso ed astratto (…). oggi noi [comunisti] siamo forti in Emilia e in Romagna perché abbiamo profonde radici fra i proletari della città e della campagna, ma anche perché siamo usciti dallo steccato e abbiamo stabilito collegamenti con tutte le forze interessate alla trasformazione della società.6

Un approccio “logico”, razionale al tema della trasformazione che doveva essere collocata all’interno dell’idea di “democrazia progressiva”; non certo un approccio insurrezionale o di preparazione all’insurrezione, cose queste ultime, che Togliatti aveva escluso, come risaputo, fin dal 1944, anno della cosiddetta “Svolta di Salerno”.

A differenza di ciò che avvenne in Grecia, tenendo a bada pulsioni insurrezionali ancora presenti nel Partito, Togliatti appoggia una linea di governo, di cui l’Emilia Romagna sarà il prototipo, da svilupparsi all’interno dei principi democratici che verranno, di li a due anni, esplicitati nella Costituzione. La linea da seguire è quella delle “riforme di struttura”come fattori della “via italiana al socialismo”, egli aveva però anche ben chiaro il fatto che i rischi di un ritorno al fascismo era ben presente. D’altra parte egli non volle e non poté tralasciare le responsabilità del movimento operaio nei confronti dell’ascesa del fascismo in Italia.

“È assurdo pensare che il fascismo si piovuto sopra di noi dal cielo. Se il nostro paese è diventato fascista, è perché nell’organismo stesso italiano vi erano quei germi che, sviluppandosi, dovevano di necessità portare alla tirannide fascista. Questi germi devono essere cercati nella nostra stessa struttura sociale e nella natura delle nostre classi dirigenti. Se vogliamo dunque evitare la ricaduta, dobbiamo modificare parecchie cose nella struttura e nella direzione della vita nazionale.7

La lezione di Gramsci sul “sovversivismo delle classi dirigenti italiane”, ovvero la tendenza dei gruppi dominanti a sovvertire regole e procedure democratiche per conculcare le minoranze e difendere le proprie posizioni di potere è piuttosto esplicita in questo passaggio del discorso di Togliatti.

Torniamo quindi alla rottura fra gli “strati” dei lavoratori delle campagne esercitata dai riformisti, già accennata in precedenza a causa della “errata impostazione del problema contadino”.

“La sconfitta del movimento riformista emiliano fu essenzialmente una grande rottura tra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivistica, e i gruppi intermedi delle campagne e delle città. Questa rottura, che non fu solo di natura economica, ma si alimentò anche di elementi ideologici soprattutto di ordine nazionale, fu all’origine del fascismo.8

Questa revisione critica delle politiche agrarie dei socialisti esercitata dal Pci, arrivando alla conclusione che queste condussero alla divisione fra braccianti e mezzadri nella Valle Padana, divisione che a sua volta contribuì all’ascesa del fascismo non riguarderà, invece, la valutazione e le politiche comuniste sulla questione agraria nel Mezzogiorno. Nell’Italia meridionale, infatti, il Pci, nel secondo Dopoguerra, adottò una linea di cautela nei confronti delle lotte del movimento contadino meridionale che prima dell’avvento del fascismo adottarono i socialisti.

La linea comune di socialisti e comunisti nell’approccio alla questione agraria meridionale dipese, secondo un saggio di Anna Rossi Doria del 1976:

“(…) dalla mancanza di fiducia (…) verso la capacità dei contadini [del sud] (…) di organizzarsi in modo autonomo”, che riproduceva una caratteristica dei dirigenti socialisti degli inizi del secolo: “la diffidenza (…) circa la possibilità del cafone meridionale a saper rispettare la dura disciplina della lotta di classe e a non trascendere in eccessi”.9

Togliatti nel 1946 a Reggio Emilia, nel suo discorso a quadri e militanti comunisti con toni piuttosto espliciti si soffermerà sulla questione sollevata nel saggio di Anna Rossi Doria . In una passaggio si poteva ben comprendere che c’era e ci sarebbe stato un diverso atteggiamento dei comunisti rispetto alle lotte nelle campagne, differenziazione dovuta alle caratteristiche storiche, culturali e persino geografiche in cui esse si erano sviluppante e andavano riorganizzandosi.

Volesse il cielo che un movimento potente e vittorioso di masse come quello emiliano si fosse sviluppato in altre regioni: nel Veneto, in Sicilia, in Sardegna, in Calabria, in Basilicata, (…). Volesse il cielo che anche quei lavoratori avessero saputo spezzare da tempo la soggezione ai rapporti tradizionali d’autorità, e invece di conservare l’ossequio servile per il loro sfruttatore di votare secondo l’indicazione dell’agrario e del prete avessero saputo condurre una lotta potente e bene organizzata per redimersi dalla arretratezza e dalla miseria, collo stesso slancio ed impeto dei lavoratori emiliani. Se ciò fosse avvenuto, la nostra patria sarebbe oggi un paese molto più progredito di quanto non sia.10

Togliatti non poteva immaginare il futuro e quindi sapere che proprio nel tentativo di sovvertire quei rapporti feudali e di sottomissione, peraltro per via pacifica, il 1 maggio 1947 verranno uccise undici persone fra uomini, donne e bambini nella piana di Portella della Ginestra per mano del famigerato bandito Giuliano.

Di certo, però, era assolutamente in grado di trarre delle conclusioni sulle lotte nelle campagne del Mezzogiorno nel biennio 1944 – 46, ciclo che il Pci definiva “caratterizzato da rivolte disperate ed estremistiche, [di] spontaneità assoluta, tradizione secolare delle occupazioni delle terre e del ribellismo municipale”11.

Ciò che sostanzialmente manca ai lavoratori del Mezzogiorno è la capacità organizzativa che storicamente ha caratterizzato i proletari emiliano romagnoli. Oltre a ciò, la realtà di questa regione è sempre stata incentrata su solide doti di associazione fra i più deboli, doti che per ragioni storicamente determinate i lavoratori del Mezzogiorno non possedevano e che il movimento operaio fino ad allora non aveva nemmeno più di tanto provato ad instillare. I comunisti, attraverso soprattutto la penetrazione dell’organizzazione sindacale proveranno ad attivare queste capacità fra il proletariato del Mezzogiorno.

Mi sono semplicemente limitato a riportare alcune impressioni, in quanto l’analisi e il dibattito dei comunisti sulla questione agraria sono qualcosa di molto più profondo e non semplicemente sintetizzabile. Esse coinvolgono anche la differenza di prospettiva presente non solo tra i militanti, che comunque si adegueranno sempre nella stragrande maggioranza alla linea sancita dai gruppi dirigenti, ma all’interno del gruppo dirigente stesso. Posizioni che riguardavano il carattere che il Pci avrebbe dovuto assumere con la linea togliattiana di cui, come detto, l’interprete per le politiche agrarie nel gruppo dirigente era Emilio Sereni12; mentre la linea più ortodossa, per meglio dire su posizioni leniniste classiche era invece rappresentata da Ruggero Grieco.13 Sereni sosteneva una battaglia in funzione antimonopolistica anche nelle campagne e quindi una politica delle alleanze fra i “gruppi” delle campagne; al contrario, Grieco ribadiva con fermezza la tesi di disarticolare le categorie che componevano il lavoro nelle campagne utilizzando le contraddizioni interne per arrivare alla sua riorganizzazione in funzione anticapitalistica e rivoluzionaria.

L’approccio pragmatico e sicuramente incentrato sulla linea della “politica delle alleanze” di Togliatti e di tutto il Pci, nell’economia del ragionamento che si sta tentando di portare avanti, contribuirà in maniera determinante a rendere il “gruppo” mezzadrile alla base del forte consenso in Emilia Romagna e alla sua trasformazione in classe imprenditoriale.

Mi sembra opportuno riportare un passaggio di Caciagli, sulle differenze tra Pci e Pcf, cioè tra i due più importanti partiti comunisti dell’Occidente, caratterizzato il primo nella ricerca originale di una “via al socialismo” e quindi impegnato sulla costruzione delle necessarie alleanze per arrivarci; mentre il secondo ancorato ad una visione più ortodossa del proprio “compito rivoluzionario”.

‘I mezzadri costituirono il principale vettore di penetrazione comunista in Emilia Romagna (…). L’abilità del Pci fu di non accontentarsi di quella che Maurice Thorez chiamava ‘una materia di prim’ordine (…). Il Pci si rivolse agli artigiani, ai commercianti e agli intellettuali (…). I suoi sforzi suscitarono tensioni interne, qualcuno dei suoi militanti più radicali non apprezza per niente questa politica delle alleanze. Ma non modificano la composizione sociale del partito dominata da mezzadri, braccianti e operai. (…) A differenza del monolitismo operaio della banlieu parigina, la base sociale del Pci è dunque tridimensionale’ (Lazar, Maison Rouges). Il Pci chiamava quel sistema di alleanze “blocco sociale”, ma possiamo chiamarlo alleanza interclassista. Proprio qui stava, rispetto al Pcf, la capacità del Pci di aggregare e allargare il consenso. Una capacità che mostrò tutti i suoi effetti quando i mezzadri e gli operai divennero piccoli e medi imprenditori nei sistemi di economia differenziata. (…) la classe gardèe del Pci, i mezzadri, misero anni a scomparire e lasciarono un’eredità; la classe gardèe delle fabbriche della banlieu, fu spazzata via in poco tempo”14

verrebbe, da dire con la ristrutturazione capitalistica chiuse le fabbriche anche la classe operaia abbandonò progressivamente il Pcf, portandolo, di fatto alla marginalità politica. Per il Pci e i partiti di sua derivazione, il discorso fu moltro diverso: le trasformazioni del sistema economico e produttivo della fine anni ’70, inizio anni ’80 non determinarono affatto una fuoriuscita da esso da parte della propria classe gardèe.

1P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 36, Editori Riuniti, Roma

2P. Togliatti, ibidem, pag. 37

3P. Togliatti, ibidem, pag. 37

4P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 38, Editori Riuniti, Roma

5 Renato Zangheri è nato a Rimini il 10 aprile 1925. Ha frequentato il liceo Giulio Cesare di Rimini, poi la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, dove si è laureato con lode con una tesi su “Problemi e aspetti del socialismo italiano”. Assistente del professor Luigi Dal Pane ha conseguito la libera docenza e nel 1960 la cattedra universitaria. Ha insegnato Storia economica e storia delle dottrine economiche nelle Università di Trieste e Bologna. I suoi principali studi riguardano la distribuzione della proprietà terriera fra ‘700 e ‘800, i catasti come fonti storiche, il pensiero dei fisiocratici francesi, la storia del socialismo. La carriera amministrativa a Bologna comincia come consigliere nel 1956; dal 1959 è assessore con Dozza e poi sindaco di Bologna dal 1970 al 1983. Nel 1971 lancia il primo grande piano di recupero e risanamento del centro storico. Nel 1973 vara misure sul trasporto pubblico che prevedono corsie preferenziali e fascie orarie gratuite. Intenso il dibattito culturale e politico durante il suo mandato tra intellettuali, istituzioni e il movimento studentesco, soprattutto dopo l’uccisione di Francesco Lorusso nel marzo 1977.In quegli anni alcune fra le pagine più dolorose della storia della città: la strage dell’Italicus nel 1974 e la bomba alla stazione il 2 agosto 1980. Nel 1982, per la prima volta in Italia, affida una struttura pubblica all’associazionismo omosessuale. Nel marzo 1983 Renato Zangheri lascia Bologna per dirigere il Dipartimento sullo Stato e le autonomie locali della Direzione del Pci. Si mantiene l’accordo Pci-Psi, che designa successore sindaco Renzo Imbeni. Eletto deputato nel 1983 e 1987, Zangheri è presidente del gruppo parlamentare del Pci negli anni fra 1986 e 1989. Dal 1991 aderisce al PDS, quindi ai DS. Dal 1991 torna all’insegnamento universitario, ricoprendo fra 1991 e 1994 la carica di Rettore dell’Università di San Marino. Nell’ultimo decennio si dedica alla redazione della Storia del socialismo italiano di cui sono usciti i primi due volumi. Nel 1998 è nominato dal Ministero dei Beni culturali presidente della Commissione scientifica per la nuova edizione nazionale delle opere di Antonio Gramsci, incarico da cui si è dimesso nel 2000. Muore a Imola il 6 agosto 2015. https://www.bibliotecasalaborsa.it/documenti/20367

6R. Zangheri, Ruolo e alleanze della classe operaia, Rinascita, 1969

7P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 29, Editori Riuniti, Roma

8P. Togliatti, ibidem, pag. 38

9I corsivi sono di S. G. Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno, Torino, 1972, pag. 177 compreso nel saggio di Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

10P. Togliatti, ibidem, pag. 36

11Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

12 Emilio Sereni. Nato a Roma il 13 agosto 1907, deceduto a Roma il 20 marzo 1977, studioso di Agronomia, dirigente del Partito Comunista Italiano. Sereni subì il primo arresto a Portici nel 1930. Era da poco rientrato a Napoli da Parigi, dove aveva preso contatto con i dirigenti del Centro estero del P.C.d’I. Portato davanti al Tribunale speciale con Manlio Rossi Doria , i due saranno condannati a 15 anni di reclusione. Grazie ad amnistia, Sereni è liberato nel 1935. Espatriato con la famiglia in Francia continua nell’attività politica e il 1940 lo vede a Tolosa, intento a ricreare quei collegamenti che, l’anno successivo, porteranno alla costituzione di un CLN in nuce. Tra il 1942 e il 1943 Sereni si collega alla Resistenza francese e comincia a pubblicare La parola del soldato, un giornale clandestino rivolto ai militari delle forze d’occupazione italiane in Francia. Non trascura, tuttavia, il suo impegno di studioso e scrive quello che è considerato un classico della letteratura storico-economica del Novecento: La questione agraria nella rinascita nazionale. Il libro uscirà a Roma soltanto nel 1946. Ma nel 1943 Emilio Sereni finisce di nuovo in manette. Il 17 giugno i carabinieri delle nostre forze di occupazione in Francia lo arrestano. Carcerato e torturato nel forte di Antibes, lo studioso antifascista è giudicato da un nostro Tribunale militare, con altri otto coimputati, per “direzione di guerra civile e incitamento alla diserzione”. La condanna è a 18 anni di reclusione e Sereni, nonostante il governo Badoglio sia subentrato a quello di Mussolini, è tradotto nel carcere di Fossano (Cuneo). Fallito un tentativo di evasione, il dirigente comunista finisce nelle mani delle SS, che fortunatamente non sanno quale sia la sua vera identità. Rinchiuso per sette mesi nel “braccio della morte”, è liberato nell’agosto del 1944 e si porta a Milano. Qui dirige, nonostante sia malato, il lavoro di propaganda e, con Luigi Longo il PCI nel CLN dell’Alta Italia. Nei giorni dell’insurrezione è Emilio Sereni che sottoscrive, a nome del PCI, il manifesto dell’assunzione dei poteri da parte del CLN della Lombardia ed è sempre lui che, dopo la Liberazione, presiede il CLN lombardo ed è nominato commissario per l’Alta Italia dal ministero degli Interni. Nel dopoguerra Sereni, membro della Direzione del suo partito e membro della Costituente, organizza i Consigli di Gestione, è ministro (prima dell’Assistenza postbellica e poi dei Lavori pubblici) nel secondo Gabinetto De Gasperi, parlamentare sino al 1972, responsabile del settore culturale del PCI, membro dell’Esecutivo mondiale dei Partigiani della Pace, presidente dell’Alleanza Nazionale Contadini. Un impegno massacrante, che non gli impedisce tuttavia di continuare nel lavoro scientifico che si concretizza nell’insegnamento universitario e in diversi libri, tra cui: Il capitalismo nelle campagne 1860-1900 (1947), Storia del paesaggio agrario (1962), Comunità rurali dell’Italia (1965), Capitalismo e mercato nazionale (1967). http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1339/emilio-sereni

13 Ruggero Grieco. Nato a Foggia il 19 agosto 1893, deceduto a Massa Lombarda (Ravenna) il 23 luglio 1955, parlamentare e dirigente comunista, promotore della riforma agraria. Fu, dopo la Liberazione, il principale promotore e organizzatore, con Giuseppe Di Vittorio, dei contadini italiani per la riforma agraria. Rimasto orfano di padre a soli sette anni, Grieco si era diplomato in agronomia a Spoleto. Nel 1912, a Foggia, aveva aderito al Partito socialista e aveva trascorso l’autunno tra i braccianti, per conoscerne direttamente i problemi e le aspettative. Trasferitosi a Napoli per frequentare la Scuola superiore di agricoltura di Portici, dopo un anno e mezzo dovette abbandonare gli studi per difficoltà famigliari. A Napoli, dove aveva avuto modo di conoscere Amedeo Bordiga, collaborò al settimanale Il Lavoro e, con lo stesso Bordiga, tentò inutilmente di fare opera di moralizzazione tra i socialisti locali. Nel 1913 Grieco, che si era trasferito a Roma, fu chiamato alle armi e assegnato al 1° Reggimento Granatieri di Sardegna. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, combatté sul Carso e sul Grappa col grado di sottotenente. Tornato a Napoli al termine del conflitto, Greco riprese i contatti con Bordiga e, con lui e con i compagni del gruppo torinese dell’Ordine Nuovo, fu tra i promotori della nascita del PCd’I, nel cui Comitato Centrale fu eletto, entrando a far parte anche dell’Esecutivo. Fu Antonio Gramsci a convincerlo, e a portarlo nella sua maggioranza al Congresso di Lione. Dopo la proclamazione, nel 1926, delle “Leggi eccezionali” fasciste, Grieco fu costretto ad espatriare e fu designato a dirigere, con Palmiro Togliatti, del suo partito. Nel 1927, in contumacia, il dirigente comunista fu condannato a 17 anni e 6 mesi di reclusione dal Tribunale speciale. Cominciarono così i lunghi anni dell’esilio, che videro Ruggero Grieco impegnato in un’attività politica senza soste. Dal 1927 al 1939 fu tra i principali redattori della rivista Lo Stato Operaio. Nel 1928, il VI Congresso dell’Internazionale Comunista lo elesse membro candidato dell’Esecutivo; nel 1935, il VII Congresso lo nominò membro effettivo. Quando, allo scoppio della II Guerra mondiale, Grieco riparò dalla Francia all’Unione Sovietica, lavorò presso la sezione italiana di Radio Mosca. Mentre si trovava nella capitale sovietica, ebbe modo di partecipare in prima persona alla battaglia in difesa della città e di meritare, per questo, una decorazione al valore. Rientrato nell’Italia già liberata nel settembre del 1944, Ruggero Grieco fu nominato, dopo la Liberazione, alto commissario aggiunto all’Epurazione, consultore nazionale e deputato all’Assemblea Costituente. Senatore di diritto nel primo Senato della Repubblica, fu confermato nell’incarico nelle elezioni del 1953. Dirigente della Sezione agraria del Partito comunista italiano, ha dato, con Giuseppe Di Vittorio, un decisivo contributo alla costituzione di quella “Associazione dei contadini del Mezzogiorno”, che è stata per lunghi anni uno dei suoi principali obiettivi di lavoro. Autore di molte pubblicazioni sui problemi di politica agraria, Ruggero Grieco è stato stroncato da un infarto, mentre teneva un comizio nel Ravennate. http://www.anpi.it/donne-e-uomini/873/ruggero-grieco

14M. Caciagli, Addio alla provincia rossa, pag. 375, Carocci, 2018

 

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Ceto medio ed Emilia rossa

Palmiro Togliatti e “Ceto medio ed Emilia Rossa”

IN ALLEGATO IL FILE INTEGRALE DEL DISCORSO TENUTO DA TOGLIATTI A REGGIO EMILIA IL 24/09/1946 ceto medio emilia rossa 

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 In questo discorso il segretario del PCI argomentò a fondo le ragioni storico-politiche che imponevano la costruzione di un solido rapporto con i ceti medi. Così facendo Togliatti si collocava per molti aspetti nel solco della tradizione del movimento socialista italiano, la cui eredità veniva infatti apertamente rivendicata, allo stesso tempo egli definiva l’originalità e la «modernità» del «partito nuovo» rispetto al vecchio riformismo proprio nella capacità di andare oltre quell’impianto particolarista e classista che aveva spinto il PSI a privilegiare le ragioni dei braccianti a scapito di quelle dei mezzadri e dei piccoli proprietari, contribuendo a determinare una frattura sociale in cui si sarebbe inserito il fascismo. Il rapporto con i ceti medi, secondo Togliatti, era invece essenziale, sia per il radicamento del PCI che per la realizzazione di quel «patto tra produttori» che era al centro della proposta di politica economica da lui lanciata in agosto su «l’Unità» con un esplicito riferimento al New Deal rooseveltiano. Un «nuovo corso» la cui realizzazione era considerata necessaria per superare in modo duraturo le tensioni sociali che attraversavano il paese e per il successo della strategia lanciata a partire dalla «svolta di Salerno».

Estratto pubblicato su: https://ilmigliore.wordpress.com/2016/04/19/ceto-medio-ed-emilia-rossa/

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