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Intervista al Procuratore di Rimini Giovagnoli

Dal blog del Gruppo Antimafia Pio La Torre di Rimini, pubblico un’intervista al Procuratore capo di Rimini Giovagnoli rilasciata a “L’informazione di San Marino”

 http://gaprimini.blogspot.it/2012/04/linformazione-di-smarino-intervista-al.html

Partiamo dall’indagine Criminal Minds. Nelle carte emerge un presunto giro di corruzione di giudici e militari, sia a San Marino che in Italia. Vi sono novità al riguardo? “Sono emerse delle corrispondenze tra imputati in cui sembra che esista un giro di questo genere. Però c’è anche una versione, che sta venendo fuori da alcuni di questi imputati, che prospetta una truffa o un millantato credito. Ovvero pare che alcuni indagati facessero credere di avere una rete di collegamenti sia con funzionari dello stato, sia con associazioni di tipo segreto o massonico, per ottenere soldi che poi, in realtà tenevano per sé. Quindi siamo al lavoro per chiarire la situazione”.
Cosa può dirci della cosiddetta “Setta del Padre” a cui Bianchini pareva affiliato?
“Dalle indagini è emersa l’esistenza della situazione che ho descritto e tuttora stiamo cercando di capire cosa si nascondeva dietro questa organizzazione”.
Qualora vi fossero elementi interessanti negli archivi di Vargiu e Ricciardi, questi verranno poi trasmessi anche al Tribunale di San Marino?
“Vi sono delle rogatorie in corso. Noi abbiamo chiesto alcune cose a San Marino che, a sua volta, ha iniziato delle indagini e ha chiesto altre cose a noi. Una volta superata la fase attuale delle indagini, quello che emergerà nel processo italiano verrà trasmesso anche all’autorità giudiziaria sammarinese. Non vi dovrebbero essere problemi”.
La vicenda Criminal Minds permette di collegarci alla questione delle cassette di sicurezza del Titano, verso cui l’Italia pare rivolgere una particolare attenzione. Conferma?
“Faccio fatica a parlare di Italia perché posso riferirmi solo alle indagini e al lavoro svolto dalla nostra Procura. La questione delle cassette di sicurezza è nata a San Marino e la nostra attenzione è puramente investigativa: se vi sono nascosti documenti di soggetti indagati, è chiaro che siamo interessati ad averli. Normalmente si chiedeva alle banche se vi era o meno una cassetta di sicurezza, se invece queste cassette stavano in posti in cui non si pensava potessero esserci, naturalmente non si chiedeva nulla. Ad oggi, grazie alla collaborazione dell’autorità giudiziaria di San Marino, siamo in possesso, o siamo in attesa di ricevere, il contenuto di quelle conosciute finora”.
Capitolo Rimini Yacht. Lolli ha definito banche e finanziarie (anche quelle sammarinesi) proprie ‘complici’. Vi sono verifiche in tal senso?
“Lolli ha rilasciato dichiarazioni alla stampa in cui spiega le sue ragioni, attendiamo di vedere cosa verrà fuori dal processo ancora in corso. Certamente anche noi abbiamo notato che queste società finanziare, che sarebbero le vittime dei raggiri di Lolli, compravano queste barche con una certa leggerezza, senza fare i possibili controlli. Lolli parla di complicità, in realtà potrebbe esserci stata una forma di corruzione impropria, cioè corruzione di un privato. Se tu paghi il responsabile di una ditta perché non faccia i controlli che è tenuto a fare, è ben diverso dal dire che la società è complice. Questo sicuramente è oggetto di indagine”.
Fa molto discutere anche la vicenda Titan Flags: se la cassazione confermasse la tesi del tribunale di Rimini, si parla di ben 600 auto con targa sammarinese a rischio confisca. Lei cosa si attende?
“La Guardia di Finanza ritiene che sussista un reato per il fatto che attraverso l’intestazione o il transito dei beni a San Marino, e la successiva adozione di meccanismi, quale quello del leasing affinchè il bene venga utilizzato da un soggetto che vive o opera in Italia, avviene un’evasione dell’Iva. Secondo la Gdf i trattati tra Italia e San Marino sono tali per cui l’Iva dovrebbe essere pagata. Con l’unica particolarità che dovrebbe essere incassata dall’autorità sammarinese e poi passata all’Italia. Se ciò è vero, effettivamente tutti gli italiani utilizzatori di beni presi in questa maniera, che possono essere automobili come yacht, potrebbero essere imputati di contrabbando e i beni potrebbero essere confiscati. Ci sono state però anche sentenze della Cassazione in senso contrario, relativamente ad un’indagine molto simile”.
Rapporti Italia – San Marino. Dal Titano ci si lamenta spesso che le rogatorie inviate in Italia non ricevano una risposta così celere, come avviene invece quando compiono il tragitto opposto. Qual è la sua esperienza in merito?
“Per quanto riguarda i rapporti di rogatorie tra San Marino e la Procura di Rimini, posso assicurare che le evadiamo al più presto, tenendo contatti con le autorità del Titano, affinchè sappiano come ci stiamo muovendo. Mi sembra ci sia ampia collaborazione in tal senso”.
Nel libro “Mafie a San Marino” lei proponeva al Titano due soluzioni: modello Monaco o adesione Ue. Esiste una terza via, magari incardinata su una maggiore collaborazione tra le forze giudiziarie dei due paesi?
“Premetto che sono considerazioni fatte come privato, non le faccio nell’ambito della mia funzione. A mio parere si era creata, nei rapporti tra Italia e San Marino, una sorta di finzione. Si faceva finta che San Marino fosse uno stato completamente autonomo ed indipendente, nonostante viva sostanzialmente dei rapporti che ha con l’Italia e con i cittadini italiani. Si trattava San Marino come fosse uno stato comunitario, invece il Titano è divenuto un paradiso fiscale, usato per nascondere le proprie ricchezze. Da qui è derivata l’attuale situazione di tensione tra i due Stati. La realtà di Monaco è molto diversa: non fingono che sia davvero indipendente. I giudici li manda la Francia, la polizia è quella francese… quindi quando ho parlato di “protettorato” intendevo questo, non volevo certo attentare alla libertà della Repubblica. Chiaro che se a San Marino ci si arricchisce consentendo agli italiani di non pagare le tasse, è normale che l’Italia possa avere da ridire su una situazione di questo genere. Un’ altra possibilità potrebbe essere quella di entrare all’interno della Comunità Europea, stringere rapporti diretti con gli altri Stati della Comunità, rispettando però i vincoli che rispettano tutti, tra cui quelli vigenti nell’ambito di trasferimento di danaro da una banca all’altra. Per tantissimo tempo si è fatto finta che le banche sammarinesi fossero banche comunitarie, quindi sottoposte ai vincoli della Comunità, invece, come è emerso dall’indagine di Forlì, gli istituti del Titano incassavano più banconote da 500 euro di tutte le altre sedi di Italia, apparentemente senza che Bankitalia se ne accorgesse. E’ chiaro infatti che vi fossero anche soggetti italiani interessati a mantenere questa “finzione”. La maggiore collaborazione tra autorità significa scambio di informazioni, ma se ritieni di non poterti fidare delle persone con cui dovresti collaborare è chiaro che diventa tutto più difficile. D’altronde quanto emerso dalle recenti indagini, fa pensare che la situazione continui ad essere poco chiara”.
La “finzione” di cui parla quindi continua tuttora a esistere?
“Ultimamente sono stati fatti passi in avanti verso la collaborazione da parte sammarinese. Parlo, ad esempio, dell’Agenzia di Informazione Finanziaria (AIF) che, dicono, collabori con l’omologa struttura di Banca di Italia. Però se, per esempio, le autorità di Polizia sono corrotte, non gli si possono affidare i segreti delle indagini. Se ci sono indagini sammarinesi perché si dice che le condotte di alcuni magistrati del Tribunale di San Marino non sono chiare, è normale che questo crei un turbamento nei rapporti tra autorità. Penso che sia necessaria la via della collaborazione, ma perlomeno le autorità giudiziarie e di polizia di San Marino dovrebbero godere della piena fiducia di quelle italiane”
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Lettera aperta sul fenomeno mafia a Rimini

Rimini, 27 febbraio 2011
Nella prima metà degli anni ’80 l’allora sindaco di Rimini Zaffagnini, in occasione di una conferenza del Pci lanciò un allarme sul pericolo di infiltrazioni mafiose nel territorio riminese.

Eugenio Pari

Nel 1993 il Giudice Morosini, in occasione di una pubblica conferenza sulla relazione della Commissione antimafia, snocciolò una serie di dati sul fenomeno di infiltrazione mafiosa nel nostro territorio, in quell’occasione il direttore di un quotidiano locale gli spiegò “che quei dati era meglio non pubblicarli perché avrebbero creato un allarmismo nocivo all’immagine turistica”.

Nel 1995 il Dipartimento investigativo antimafia aveva segnalato alle Istituzioni locali la presenza di più di 2.000 tra boss e affiliati in Emilia Romagna.

Da anni, questi episodi riportati lo testimoniano, il fenomeno dell’infiltrazione mafiosa a Rimini è una preoccupante realtà. Per molteplici motivi le amministrazioni e le istituzioni locali hanno fornito risposte francamente al di sotto della portata del problema. Amaramente prendiamo atto di una impasse delle istituzioni, però la società civile non è stata ferma così va riportata l’attività di associazioni come “vedo sento e parlo”, dei giovani che periodicamente si recano a lavorare volontariamente nei terreni confiscati alla mafia e di autorevoli studiosi come il Prof. Ennio Grassi. È proprio il caso di dire che la società è molto più avanti e vigile dell’intera classe politica.

Il problema della criminalità organizzata è un problema che va al di là delle divisioni politiche, un problema che investe tutta la società e le sue componenti partendo dalle associazioni economicamente più rappresentative come quelle datoriali, del commercio e dall’intero settore bancario. Per iniziare a contrastare la criminalità organizzata bisogna prima di tutto far rispettare le normative esistenti come il codice dei contratti pubblici (D.L. 163, art. 118, comma 11) che obbliga gli appaltatori e le committenze alla trasparenza e rimanendo nel campo dell’applicazione legislativa contrastare risolutamente le forme di lavoro nero e grigio, il dispositivo della legge regionale sul contrasto alla criminalità organizzata fa leva sull’applicazione di questa norma.

Occorrerebbe altresì riuscire a controllare la filiera dei flussi di denaro che per motivi di vicinanza rispetto alla Repubblica di San Marino rende molto appetibile dal punto di vista logistico la nostra realtà per le organizzazioni criminali. Occorre sostenere una cultura della legalità, nelle giovani generazioni e nella classe imprenditoriale. Scegliere di stare dalla parte della legge deve essere un percorso sostenuto dalle istituzioni locali. In questo senso credo che un primissimo passo delle istituzioni locali potrebbe essere la reintegrazione del corso di Storia della criminalità organizzata che, invece, è stato annullato presso la sede universitaria di Rimini, un corso che era seguitissimo e tenuto da uno dei massimi esperti del settore il Prof. Ciconte.

Le ragioni di questa piaga sono note, sostenere che per contrastare questo fenomeno bastano gli anticorpi della collettività riminese è autoconsolotario ed errato, perché è nella comunità riminese che le organizzazioni criminali stanno dilagando. Infine una citazione del Magistrato Pier Camillo Davigo: “ la criminalità organizzata è vendita di protezione privata, mentre la corruzione è vendita di poteri pubblici. L’Italia rischia di diventare il primo paese occidentale in cui la corruzione è arrivata a un livello che gli specialisti definiscono di state capture: questo significa che uno o più soggetti privati prendono il sopravvento sull’esercizio del potere decisionale dell’agente pubblico”.

Non serve più lanciare allarmi o sostenere che occorrono iniziative, oppure, ancora, fare appello agli anticorpi sociali dei riminesi, occorrono iniziative da parte delle Istituzioni locali ora e subito.

Eugenio Pari

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DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CONSIGLIERE COMUNALE SEL RIMINI) SUL FENOMENO DELLA MAFIA A RIMINI

Rimini, 26 marzo 2010
Comunicato stampa

DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CONSIGLIERE COMUNALE SEL RIMINI) SUL FENOMENO DELLA MAFIA A RIMINI

Per commentare l’arresto di Giuseppe Palermo vorrei utilizzare le parole del Colonnello della Guardia di finanza Enrico Cecchi: “La mafia c’è se la si cerca”, quindi anche Rimini non è esente da questo fenomeno, non è esente da
anni e la presenza delle mafie si sta facendo sempre più pervasiva all’interno del tessuto economico e sociale della nostra realtà.

Non si tratta di alimentare alcuna psicosi collettiva, ma una volta per tutte va detto che le istituzioni e l’intera comunità riminese non possono fingere che questa presenza sempre più chiara non esista.

Io credo che il contrasto a questo cancro non possa svilupparsi riducendo gli ormai sempre più numerosi arresti a episodi di cronaca, né, tanto meno, dire che nonostante tutto questi fatti sono marginali. Occorre un’azione seria e
coerente, non una sottovalutazione. Occorre che tutte le istituzioni non fingano di non vedere ciò che purtroppo esiste ma che potrebbe turbare l’immagine della nostra realtà, occorre un’azione di contrasto prima di tutto
sul piano culturale. In questo senso sapere che l’Università di Rimini ha da tempo scelto di annullare un corso di “storia della criminalità organizzata”, il corso con più studenti, lascia davvero perplessi e occorre capire perché
questo sia successo.

Le istituzioni cittadine e il vasto mondo dell’associazionismo devono allearsi e trovare una iniziativa comune per praticare un contrasto sociale e culturale alla pervasività mafiosa che sempre più si sta registrando nel nostro
territorio.

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Mafia a Rimini, parliamone

Il Ponte, 3 aprile 2009

francesco_forgione

Francesco Forgione

E’ cronaca di questi giorni: la Romagna e il Riminese non sono esenti dal fenomeno mafioso. Ma come agisce la criminalità organizzata in contesti in cui essa non è “autoctona”? A tali interrogativi cerca di dare alcune risposte il Centro culturale “Paolo VI” organizzando – mercoledì 8 aprile alle 21 presso i Musei della Città – un incontro con Francesco Forgione (già Presidente della Commissione parlamentare antimafia e autore del libro ‘Ndrangheta) e il procuratore di Rimini Paolo Giovagnoli.  A Rimini tra l’altro è sorto da un anno un osservatorio sulla legalità, che proprio in questi giorni si è costituito in associazione: ha svolto un lavoro di raccolta dati sulla criminalità organizzata in provincia negli ultimi 10 anni. Il Centro “Paolo VI” intende dunque fare il punto sullo “stato della mafia”, oggi che se ne parla poco, per cui sembra che il fenomeno sia scomparso o, in parte, risolto. In realtà, la mafia ha una capacità di inquinare l’ordinamento democratico, condizionando la società e l’economia, generando così una vera cultura mafiosa, anche laddove essa non è “indigena”. Per questo è importante non abbasare la guardia a livello di coscienza civica.
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