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Far saltare il recinto neoautoritario

Fausto Bertinotti

di Fausto Bertinotti

editoriale del n. 18 di Alternative per il Socialismo, del 01.10.11

Rossana Rossanda ha aperto una discussione che si rivela di giorno in giorno di più stringente necessità a sinistra. Sono venute interlocuzioni assai interessanti sia sul terreno delle cause che hanno aggravato la crisi dell’Europa che dell’esplorazione di interventi programmatici per affrontarla fuori dalla disastrosa moneta corrente. In qualche caso, secondo me utilmente, si è sfidata la nuova ortodossia della parità di bilancio fino a prospettare uscite radicali. Tuttavia a me pare che la discussione dovrebbe prendere anche un’altra piega. Possiamo ancora affrontare il tema come se vivessimo in un’epoca democratica, con in campo una politica dotata di una qualche autonomia e una sinistra capace di influenzare le scelte di fondo? Temo di no. In questo caso si potrebbe forse seguire questo filo di ragionamento.

Ciò che la rivolta ha intuito dovrebbe costituire la base anche della rinascita di una politica e di un agire politico autonomi dal sistema economico-sociale e dal sistema di potere politico che in esso si è venuto costituendo. La rivolta ha intuito che, per riaprire la partita,  bisogna far saltare il banco, cioè mettere in discussione radicalmente le decisioni politiche che vengono assunte dal potere costituito e contestare i luoghi e le forme con cui esse vengono assunte. La crisi è un’occasione. Ma bisogna capire anche per chi. L’occasione è sfruttata fino in fondo dalle classi dirigenti per fare tabula rasa dell’Europa del compromesso sociale e democratico. Un panorama sociale tutt’affatto diverso ne sta prendendo il posto. E’ come se tutto ciò che si era venuto accumulando negli anni della restaurazione modernizzatrice, e accelerato negli ultimi mesi, fosse fatto precipitare in quest’agosto devastante. Il lungo inverno trentennale di un ininterrotto attacco alle conquiste sociali e democratiche, di un conflitto di classe che si risolve costantemente a favore delle classi proprietarie, compie un balzo in qualità e quantità. Avevano esibito tutto il loro cinismo nella formula: “E’ il mercato, bellezza!”. Era la fase nascente della globalizzazione capitalistica e loro, le classi dirigenti, si permettevano di essere arroganti. Ora, in tutto l’Occidente, esplode la crisi nel capitalismo. Dovrebbero dirci, se avessero ancora il cinismo arrogante dei vincenti: “E’ il capitalismo, bellezza!”. Ma non possono; troppo grande è l’incertezza, troppo devastanti sono gli effetti sociali provocati dalle loro politiche di risposta alla crisi, troppo alto è il rischio incombente di aspri conflitti, di sommosse, di rivolte. La rivoluzione passiva che essi hanno egemonizzato è a un punto acuto, insieme potentemente in atto ma altresì in panne, perché in verticale crisi di consenso. Eppure riescono ancora a fare il peggio (per le classi subalterne, per le popolazioni, per la natura) e a scalare un altro gradone del loro dominio. Come abili prestigiatori essi fanno scomparire ogni causa di ciò che accade. Scompare il capitalismo, in primis; l’economia, il mercato, la finanza, e in essa la speculazione, si fanno condizione naturale; le devastazioni sociali si presentano come conseguenze ineluttabili (se piove ti bagni, se gela rabbrividisci dal freddo). Non conta neppure che in Europa l’aggressione sociale sia così radicale da allargare a dismisura le povertà, da precarizzare tutto. Se negli anni trascorsi ogni messa in discussione di una conquista sociale (scala mobile, pensioni, gratuità delle cure, uno qualsiasi dei diritti di lavoro tra tutti quelli conquistati, per esempio l’art. 18 dello Statuto) diventava oggetto di una contesa, seppure difensiva, ora, d’un solo colpo, un’intera costruzione, seppur largamente imperfetta, di diritti, di libertà e di giustizia sociale viene abbattuta senza che nella società politica, e nella realtà che prende il nome di parti sociali, accade nulla di comparabile alla posta in gioco. Solo da fuori di questo recinto può scaturire, e di fatto esplode in tante parti d’Europa, la contestazione. Dentro il recinto, niente più. Senza che le classi dirigenti possano neppure avvalersi della copertura etica consistente nel far valere la logica (per le classi subalterne sempre e comunque terribile) del rigore, dell’austerità a tutto campo, cioè anche rivolta su di sé (per esempio con l’introduzione di una patrimoniale e di una Tobin Tax). Né d’altra parte esse si propongono di debellare i giganteschi fenomeni di corruzione e di economia illegale e criminale covati all’interno di questo sistema economico e sociale. Nessun riformismo – né borghese, né di sinistra – è capace di diventare soggetto politico consistente nella crisi del capitalismo finanziario globalizzato. La politica c’è, ovviamente. Ma non c’è alcuna autonomia di questa politica. Essa è, invece, sussunta dentro decisioni la cui cornice si presenta, all’interno del recinto, come oggettiva, come obbligatoria, come ineluttabile. Sono ammesse solo delle diverse nuances della stessa impostazione, non una diversa impostazione. Anche i riformismi più cauti sono banditi, sia nella discussione sul modello economico, sociale ed ecologico, sia nella distribuzione della ricchezza. La crisi ha una sola risposta ammissibile, sostanzialmente quella in atto. Spunta persino un nuovo sacerdote dell’ortodossia: l’agenzia di rating. Essa giudica le economie e gli Stati e pretende di non essere giudicata da nessuna delle forme della democrazia rappresentativa (rappresentativa di che?). L’agenzia di rating si propone come un meteorologo che fa, neutralmente, le previsioni del tempo. La messa fuori campo del pensiero critico, della critica dell’economia, si rivela una catastrofe. Il dominio del capitale, mai da più di un secolo così incondizionato, si oggettivizza; sbatte fuori, dalla politica realizzata e dalla democrazia rappresentativa, ogni forma di alternativa e cancella la democrazia. Lo strisciante, e bianco, colpo di Stato consumato in agosto a livello europeo è l’epilogo, ad ora, del lungo processo di demolizione del compromesso sociale e della democrazia. Da qui si deve ripartire, da questo disperante livello. Per ripartire serve, da un lato, respirare l’aria della rivolta e, dall’altro, rimpadronirsi di un pensiero critico. Chiunque voglia semplicemente continuare a pensare non può che tornare, per andare oltre, a quella straordinaria risorsa che è il rasoio di Marx, quando si abbatte sulla mistificazione che il capitalismo ha saputo attivare per nascondere la sua natura e che, in questo nuovo e suo ultimo assetto, ha imposto alla politica, fino a renderla a esso servile.

L’annuncio di una rottura possibile

La fase sembra caratterizzata da due movimenti radicali, che vanno però in direzioni opposte. L’uno nasce e si radica nella società civile ed è portatore di domande che nascono prevalentemente dalla denuncia di una determinata condizione sociale, dall’opposizione a delle scelte di governo sia a livello dello Stato che dei privati e dalla denuncia di lesioni, di diversa natura, ai diritti della persona e di intere comunità, sia di lavoro che territoriali, piuttosto che di soggettività. Esso costituisce un arcipelago di movimenti dal carattere fortemente orizzontale, senza partito e senza leaders che li possano rappresentare stabilmente; ognuno dei quali in grado di dare luogo a fenomeni di partecipazione larga e intensa attorno a una domanda di cambiamenti radicale scaturita, a sua volta, dalla contestazione di una condizione o di una minaccia considerata intollerabile (la precarietà del lavoro e della vita, la privatizzazione di un bene affermato come comune, la distruzione della scuola pubblica, la dignità della persona che lavora, la dignità della donna).  La rivolta che ha visto protagonisti i giovani nei Paesi del Nord Africa ha conferito anche ai movimenti dell’Europa una latitudine più grande, ne ha messo in rilievo una matrice comune fino ad allora più incerta e diversificata. L’aria della rivolta soffia per mille strade, più o meno grandi, più o meno lunghe (durevoli) e porta con sé, sulle spalle di un’indignazione forte e diffusa, il rifiuto, il rigetto dello status quo, la denuncia della diseguaglianza e della natura arbitraria del potere, compreso quello della politica che come parte del potere viene considerata. E’ l’annuncio di una rottura possibile. Sono movimenti che crescono in Paesi, quelli del Mediterraneo, certo assai diversi tra loro (che l’Italia non sia l’Egitto, anche dal punto di vista democratico, è tanto vero quanto banale) ma accomunati da due o tre grandi tratti comuni di quelli che possono segnare un ciclo politico: il furto di futuro che il sistema compie sistematicamente sulle nuove generazioni; la crescita violenta e offensiva delle diseguaglianze; la mancanza di democrazia e di dialogo sociale nella quale vengono prese le decisioni politiche che riguardano la società intera. Il vento della rivolta è il fatto nuovo di questa fase, l’unica chance che oggi si manifesta per il cambiamento, cambiamento peraltro sempre più acutamente e drammaticamente urgente. La reazione del sistema si è venuta intrecciando in Europa con quella che il sistema politico-istituzionale si è trovato a dover dare alla crisi che, dopo essere andata dagli Stati Uniti al mondo intero, e all’Occidente in particolare, è risalita dalla crisi di una Grecia a rischio di default a quella degli stessi Usa. Questa crisi non è promossa dal “disordine” monetario e dalla politica delle banche come nel 2008 (sebbene quali rivelatori delle contraddizioni strutturali del capitalismo finanziario globalizzato), bensì dalle situazioni “disordinate” dell’economia reale. La minaccia è una nuova recessione che, peraltro, un economista come Stiglitz mette direttamente in capo anche alle politiche di austerità e di tagli alla spesa pubblica perseguiti ora dagli Stati. Il cane si morde la coda (ma forse bisognerebbe essere avvertiti del fatto che questa potrebbe essere il suo vero obiettivo). Gli Stati hanno reagito alla prima crisi con giganteschi aiuti al sistema finanziario e alle banche, che così sono stati salvati, mentre si è realizzata, parallelamente, un’enorme redistribuzione dei redditi a favore delle rendite e del profitto, con la costituzione di un’incontinente concentrazione della ricchezza. Niente di tutto ciò si è fatto per il lavoro e l’occupazione; e ora a un’economia reale in crisi corrispondono le casse degli Stati svuotate dalle manovre di salvataggio. La replica è una politica economica spietatamente classista: il cuore dei provvedimenti dettati dall’Unione europea e monetaria e dalla Bce è quello di un modello di società unico con il lavoro ridotto a merce, lo Stato ridotto alla sua minima dimensione, lo Stato sociale cancellato e la società civile condannata a diventare uno spazio interamente invaso dal profitto. Dopo il pesante cedimento di Obama, non compensato dal tentativo di recupero con il piano contro la disoccupazione, il golpe europeo d’agosto vorrebbe inaugurare una nuova èra politica, quella dell’assenza di democrazia nell’“arte del governo”. Quel che è accaduto negli ultimi mesi è eccezionale nell’impermeabilizzazione dei luoghi della decisione dalla società civile e nella tendenza a cooptare l’intera società politica, maggioranza e opposizione, nella filosofia che quei luoghi si stanno dando, fuori da qualsivoglia tradizione democratica, costruendo così una sorta di cordone sanitario tra le nuove istituzioni e la società reale. Se i contenuti di questa politica di risposta alla crisi portano un segno di classe così marcato da configurare la cancellazione di un’intera storia di emancipazione, la forma con cui si decide è quella che mette in mora la democrazia, ed espelle dalla politica riconosciuta come legittima, quella dell’alternativa di società, quella fondata sul conflitto e sulla critica all’ordine delle cose esistenti. E’ il recinto il fondamento della nuova politica. Dentro o fuori. Se stai dentro è l’omologazione, se stai fuori è la protesta. Questo esito, oggi così prepotentemente annunciato, non è però affatto obbligato. Ma, perché non lo sia, il compito diventa quello di rompere il recinto, di spezzare il cerchio della separazione-cooptazione, perché, se questa durasse, la politica, così come l’abbiamo conosciuta in Europa dopo la vittoria contro il nazi-fascismo, uscirebbe definitivamente di scena e con essa ogni forma di autonomia della politica dal potere e dal sistema. Lo stato di necessità oggi rivendicato in nome dell’eccezione (la crisi) diventerebbe la regola di un modello economico e sociale regressivo, quello dell’Occidente del XXI secolo. Quella che ci sembrava un’invettiva, il governo come commissione d’affari della borghesia, diventerebbe un’inquietante realtà. E la politica (della sinistra) potrebbe rinascere solo come l’araba fenice, cioè solo dalle sue ceneri. Dunque, ora il compito è rompere il recinto.

La crisi e le politiche di reazione alla crisi

Il compito è necessario e possibile. La necessità è impellente. L’aggravamento delle condizioni di vita e la crisi della coesione sociale covano uno spettro di reazioni possibili che non escludono quella regressiva di guerra tra i poveri, di ricerca del capro espiatorio, di esplosioni di violenza e di aggressività, di rafforzamento delle tendenze populistiche, xenofobe e razziste. Soprattutto si diffondono condizioni di lavoro e di vita altrimenti intollerabili, con un portato drammatico di sofferenze, di disagio, di solitudine, di alienazione. La crisi e le politiche di reazione alla crisi operate dagli Stati nazionali e sovranazionali in Europa mantengono l’oscillazione dell’economia tra ripresa senza occupazione e ritorno della crisi fino alla recessione. L’instabilità è la cifra forte dell’intera fase. Il capitalismo conferma la sua animalesca vitalità, ma per leggerlo nella sua interezza, e non farsi trascinare nella conclusione fuorviante che “questa volta non ce la fa”, bisogna saper guardare al mondo, ai processi che lo investono fino a sconvolgerne gli assetti geopolitici, fino a dar luogo a un nuovo ordine (disordine) mondiale. Le doglie del parto di un nuovo sistema monetario che vada oltre il “dollar-standard” non sono solo visioni intellettualistiche di chi scambia i desideri con la realtà. La distruzione creatrice è in movimento. In essa si manifestano due partiti borghesi, in qualche modo connessi anche alla diversa collocazione dei loro protagonisti nel sistema produttivo e di scambio. C’è il partito vincente del primato del capitale finanziario che egemonizza la politica degli Stati e c’è chi sarebbe disposto a un certo compromesso redistributivo grazie ad un intervento fiscale pur di salvare l’essenziale (il modello di sviluppo). Warren Buffet ha prestato la voce più autorevole (uno dei più grandi miliardari esistenti sulla faccia della terra), e in un certo senso curiosamente, a questo partito che simbolicamente si esprime con l’adesione alla patrimoniale e alla Tobin Tax (ai primi anni del XXI secolo sostenute in Italia soltanto dalla sinistra radicale). La diffusione del fenomeno in altri Paesi europei è assai indicativo del momento. La vittoria del primo partito, quello del capitalismo duro, nelle politiche di governo in Europa la dice lunga non solo sullo stato delle sue borghesie, ma anche della politica, e di quella del centro sinistra in particolare. Sia il capitalismo che chiederebbe ai ricchi di pagare più tasse, che quello reale delle manovre economiche dell’estate, hanno però in comune il nocciolo duro di questa nuova ristrutturazione capitalistica, quello di sottomettere il lavoro a una nuova disciplina sociale nella quale non solo le scelte di investimento (la natura del modello economico sociale, il cosa, come, dove, per chi produrre) ma anche il salario, l’orario, la prestazione lavorativa, i diritti sono messi fuori dalla possibilità di essere determinati con il concorso dei lavoratori. La competitività richiede per essere perseguita la liberazione del capitale dal lavoro organizzato sindacalmente e politicamente, per ricondurlo alla condizione di merce. L’essenziale della sfida qui si concentra. Intanto la recessione si fa più minacciosa. La crisi può sfociare in una recessione aspra, dura e lunga. Il rifiuto sistematico di alimentare la domanda interna in tutta l’area dell’economia occidentale perseguendo, al contrario, una deflazione salariale ne costituisce la base; le politiche di austerità, il tetto. Né la Cina da sola, né i Paesi del Bric nel loro insieme, possono supplire alla carenza di domanda nel mercato dell’Occidente. L’idea di affidare loro il traino della ripresa mondiale attraverso i loro consumi interni è priva di fondamento. Bisognerà ricordare che la Cina ha un Pil che è solo un terzo del Pil dell’Unione europea, malgrado una popolazione che è più di due volte e mezza quella dell’Ue. Chi volesse la crescita non potrebbe che cercarla, in primo luogo, nel mercato interno. Ma l’ipotesi è del tutto rifiutata. Tanto meno si vuol aprire la via, da parte dei nuovi padroni del vapore, all’altra ipotesi strategica di fuoriuscita dalla crisi, quella più organica e più radicalmente innovativa, quella che chiama in causa direttamente il modello di sviluppo. Essa dovrebbe passare, da un lato, da una definanziarizzazione dell’economia e, dall’altro, dovrebbe saper rendere la crescita non necessaria al benessere della popolazione e alla qualità della società. La prima richiederebbe un vero e proprio confronto con la rendita e con i movimenti di capitali per imporre, in primo luogo, il riconoscimento dei loro costi monetari sulle condizioni sociali e ambientali e la conseguente costruzione di dighe che li impediscano; essa richiederebbe la regolazione, a partire dalla tassazione delle transazioni finanziarie e dei movimenti di capitale, e persino la riduzione dei tassi di rendimento che oggi la speculazione moltiplica rispetto agli stessi profitti. Della seconda, solo per annotarne il carattere radicalmente riformatore, basti soltanto ricordare la necessaria assunzione in essa dei beni comuni e di relazione a base del nuovo corso che si dovrebbe avviare. Ma se anche disarmare la finanza è parte di questo nuovo corso, ciò chiederebbe di riprendere persino il problema della sovranità monetaria, fino a riscoprire l’uso di monete locali complementari che esaltino l’autonomia reale dell’ente locale. Mentre parte centrale del nuovo corso toccherebbe alla riduzione del tempo di lavoro individuale e alla sua redistribuzione. Bastano questi cenni per capire perché la borghesia, entrambi i partiti della borghesia, respingano anche solo la sperimentazione di questa seconda via. Per capire invece le ragioni dell’opposizione alla prima delle ipotesi anti-recessive, cioè quelle di un riformismo interno all’attuale modello, bisogna proprio intendere fino in fondo il carattere regressivo, anche sul terreno culturale e di teoria economica, della scelta di fare del lavoro la variabile dipendente della produttività e della competitività, invece che un soggetto protagonista della vita sociale e dell’economia. Quest’ultima crisi si è svolta attorno ai debiti sovrani. Quando si dice l’uso delle parole! Essi si chiamavano debito pubblico fino a qualche tempo fa. Si sono chiamati sovrani quando hanno perduto ogni autonomia di fronte alla potenza, all’arbitrio e all’arroganza dei mercati finanziari. Fino a qualche anno fa le politiche restrittive prendevano di mira essenzialmente il deficit pubblico, concentrandosi sulla necessità di ridurlo per risanare economie nazionali altrimenti malate e contagiose. Persino Maastricht con la (“stupida”) severa norma del rientro obbligato sotto il 3% aveva relativamente messo da parte il peso del debito agli effetti del rischio di crisi. La messa sotto accusa del debito pubblico da parte del capitale finanziario è stata una scelta recente, repentina e assoluta. A partire dai Paesi più esposti al rischio di default i governi si sono allineati al nuovo credo, fino alla resa di Obama. Quella che era stata considerata una sorta di estrema speranza nella politica esistente in Occidente e, in essa, di quelle del centro sinistra, ha ceduto di schianto di fronte al ricatto conservatore, accettando proprio ciò che, di quella pressione, non si dovrebbe mai accettare, cioè che il welfare state è causa della crisi. I governi europei hanno adottato tutti la stessa terapia. Se welfare e potere contrattuale dei lavoratori sono di ostacolo alla competitività non resta che tagliarli. Persino i tempi dei rientri e la quantità dei tagli escono come da una calcolatrice, una calcolatrice con la maiuscola. I tasti in Europa sono comandati dalla Bce, dall’asse tedesco-francese e, se si vuol essere impersonali, dai mercati finanziari. Lasciamo parlare Mario Monti: «Le decisioni principali sono state prese da un “governo tecnico soprannazionale” e, si potrebbe aggiungere, “mercatista”, con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York». E’ quello che lo stesso Monti chiama, riferendosi a una tradizione dell’Italia medievale, il “podestà straniero”. Altri, analisti molto autorevoli come Eugenio Scalfari, hanno parlato, descrivendo lo stesso fenomeno, di un commissariamento. Ho citato esponenti diversi del pensiero liberale democratico per mostrare come e da quale punto di vista, non solo da quello di classe, sia evidente la morte, o almeno la soppressione della democrazia. Semmai si deve aggiungere la constatazione di una doppiezza manifesta nei maggiori esponenti del pensiero liberale contemporaneo rispetto alla questione democratica. Ora si può rovesciare su di loro la critica che essi rivolsero ai comunisti. La sospensione della democrazia nel regime capitalistico dell’Europa di oggi viene correttamente constatata ma non denunciata; anzi essa viene giustificata in nome di una ragione considerata superiore, il risanamento dell’economia. Senonché l’eccezione si trasforma in regola attraverso un processo complesso e articolato seppure non privo di una sua coerenza interna di netta ispirazione neo-autoritaria. In Italia il “podestà straniero”, prima, per usare un eufemismo, ispira la manovra di rientro e ne detta i tempi rapidi di attuazione. Poi, deciso il nocciolo duro, fuori dal quadrante democratico e della sovranità, esso viene rivestito di un abito politico che , in presenza del governo Berlusconi, risulti il più prossimo possibile a far coincidere l’area di governo con l’intera rappresentanza parlamentare: decidere di varare, comunque, la manovra in un determinato tempo, accettandone il quadro, la cornice generale, equivale a condividerne il varo e a considerare le differenze contenutistiche non tali da supportare, in ogni caso, l’obiettivo del suo rifiuto. Il Presidente della Repubblica, l’unica autorità politico-istituzionale del Paese da questo riconosciuto come tale, confeziona l’abito politico con cui viene rivestita l’operazione economica. L’idea della governabilità così lavora sul fondo, ancora. La tappa successiva, l’ultima manovra, ha completato il commissariamento senza sovranità; ne ha disvelato interamente il suo carattere di classe, in particolare nei tagli ai servizi sociali e, soprattutto, andando al cuore della questione, con un attacco ai diritti e al potere contrattuale dei lavoratori, organico, sistematico e, se si può usare questo termine nelle relazioni sociali, definitivo. Sembrerebbe contraddittorio con questo esito il documento sottoscritto poco prima dalle parti sociali, e invece questa percezione è solo la proiezione nel nuovo ciclo della memoria delle relazioni sociali che caratterizzavano il ciclo precedente, cioè l’esistenza in esse del problema dell’autonomia del sindacato dai padroni, dal governo e dai partiti. La nuova era non tollera (non concepisce?) l’autonomia, men che meno quella sindacale. Senza la democrazia dei lavoratori, senza il riconoscimento del valore progressivo del conflitto sociale, senza un’idea duale dei rapporti sociali e della natura del contratto, il patto sociale si trasforma nella cooptazione del sindacato nel sistema di potere e nella cornice economico-sociale del meccanismo di accumulazione capitalista. E questo è il senso dell’accordo tra governo e sindacati del 28 giugno scorso. Un’altra cerniera tra società civile e istituzioni, tra economia e società, un altro teatro della democrazia reale in questo modo viene fatto saltare. Il recinto allarga il suo confine includendovi un altro pezzo della rappresentanza e contemporaneamente approfondendo il solco che separa il dentro dal fuori. I corpi intermedi sono un obiettivo nevralgico della svolta autoritaria. Se da un lato si coopta il sindacato mentre si fa sprofondare il lavoro nella realtà della merce, dall’altro, gli enti locali vengono sospinti, con i tagli dei trasferimenti dello Stato, a diventare la controparte in prima istanza del malcontento e dell’ira delle popolazioni a cui dovrebbero, per via di bilancio, negare ciò che già avevano in termini di tutele sociali, di esercizio di diritti, di sostegno e di cura, togliendo loro, a volte, persino l’essenziale per una vita civile. Diventerebbero non più luoghi dell’autonomia locale, ma proconsoli di un governo centrale a sua volta proconsole di un governo sovranazionale, l’uno e l’altro liberatisi ormai del problema del consenso, cioè dell’essenziale della democrazia. I decreti di Ferragosto esplicitamente confermano il passaggio dallo stato di eccezione (il rischio del precipitare della crisi finanziaria dello Stato) alla regola di uno Stato senza più sovranità e democrazia, niente di meno che attraverso una modificazione della Costituzione. Lo ha colto bene Rino Formica, che ha scritto: «I Costituenti assegnarono ai partiti politici il ruolo di corpo intermedio tra Stato e cittadini e di parte dello Stato democratico, perché doppio era l’esercizio della sovranità del popolo: nei partiti per rinnovare lo Stato (art. 49) e nello Stato per costruire una società tesa alla realizzazione dell’eguaglianza (art. 3). I Costituenti furono espliciti nell’indicare una scelta in contrasto con la tradizione liberale». Cosicché non può risultare più evidente il vero e proprio rovesciamento della filosofia della Costituzione repubblicana con l’auspicata introduzione di un vincolo esterno capace di impedire il perseguimento proprio del compito assegnato dal Costituente alla Repubblica in uno dei suoi articoli fondativi, l’articolo tre. Ha ragione Formica quando conclude: «Con un decreto si recita quattro volte “in attesa della revisione costituzionale” su quattro punti nodali della Carta costituzionale: art. 81 (sovranità parlamentare su bilancio), art. 41 (democrazia economia) e gli articoli relativi alla composizione della Camera e alla composizione del governo delle autonomie locali territoriali. Bisogna tornare al colonialismo per trovare dei mutamenti costituzionali per interventi esterni». Già, il vincolo esterno. Ieri usato (Maastricht) per logorare le conquiste sociali e ridimensionare lo stato sociale con l’assolutizzazione della riduzione del deficit; oggi per fare tabula rasa di un’intera storia politica e sociale, democrazia compresa, con il dogma del pareggio di bilancio. Una nuova ideologia borghese viene chiamata a presidiare il recinto. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori dalla politica corrente. Il complemento viene da un’operazione culturale con la quale vengono demonizzati i movimenti. Di nuovo la barriera, il recinto viene in primo piano. I movimenti vengono indicati come portatori di violenza (e dunque fenomeni di ordine pubblico) o come estrema manifestazione di un mondo ormai fuori dalla contemporaneità e chiamati in vita solo per l’attività di forze antisistema. Il primo è il caso della No-Tav, il secondo quello della Fiom rispetto alla Fiat. La discriminante messa in campo riecheggia la cultura di tutte le forme di oppressione, in particolare quella che pretende di dividere lavoratori e sindacati tra costruttori e distruttori. Oggi non gli appartenenti a un partito o un sindacato (anche se pure a loro può toccare), non gli intellettuali critici, come fu negli Usa negli anni della “black list” o come fu a lungo nella Fiat di Valletta, ma i movimenti, il conflitto, sono quelli che vengono configurati come distruttori. La conseguenza è diretta e devastante anche sulle forze politiche: solo chi si separa dai movimenti è ammesso nella sfera della politica riconosciuta. Alla costruzione del recinto, del muro, servono anche i simboli, che possono diventare mattoni particolarmente pesanti. Per colpire a fondo una storia bisogna sradicarla, bisogna cancellare anche la memoria delle sue radici, tanto più quanto esse sono state profonde e forti, tanto da poter ancora e sempre rigenerarsi. L’idea della cancellazione, per decreto, delle feste del 1° maggio e del 25 aprile non è solo una sfida insolente; è un pezzo di una strategia di annientamento di una soggettività politica, quella del movimento operaio. Di fronte a questa enorme e violenta sfida avevamo pensato: c’è solo da attendersi che la replica sia all’altezza. Voi volete toglierci la festa del lavoro, per cancellarci, e noi ce la riprendiamo, ritornando all’origine, con lo sciopero di tutte e di tutti: uno sciopero generale il primo maggio per resistere ed esistere, contro il muro. Il fatto che su questo punto, come su qualche altra nefandezza, il governo abbia dovuto smentirsi non tragga in inganno. Il processo va avanti; esso scava fossati, erige muri divisori; coopta ed esclude. Se vive il recinto, muore la politica autonoma; se regge il recinto muore definitivamente la sinistra politica. Il recinto fa il suo gioco demolitore di democrazia, socialità e qualità della vita, mentre riduce in servitù la politica. Dunque, rompere il recinto è assolutamente necessario.

L’aria della rivolta e il movimento che la respira

Ma il compito di far saltare il recinto è, non solo necessario, ma anche possibile. Nello scorso numero della rivista abbiamo indagato la dinamica dei movimenti, leggendovi lo spirare dell’aria della rivolta. Nessuna pretesa di riduzione a un’unità inesistente ha ispirato quella ricerca, bensì il tentativo di capire se, tra storie tanto diverse per collocazione geografica, per scopi, per problematiche, per natura dei soggetti protagonisti, per le cause da cui hanno preso le mosse, ci fosse un possibile filo, anche sottile, che le legava. Noi pensiamo di averlo rintracciato in ciò che, approssimativamente, abbiamo chiamato l’aria della rivolta. Il Mediterraneo ne è stato e continuerà a esserne il teatro; un teatro che coinvolge, in forme diverse, l’intera Europa. L’opposizione dei movimenti è all’ordine esistente; la loro molla è l’indignazione contro la diseguaglianza e l’arroganza del potere; la democrazia è la loro pratica; il loro obiettivo è la costruzione di un nuovo ordine democratico fondato sulla partecipazione e capace di spezzare la divisione tra governati e governanti. Questo è ciò che chiamiamo l’aria della rivolta perché il movimento che la respira non è rappresentabile, né racchiudibile in un obiettivo parziale e immediato. Esso non è contro il negoziato, ma ha capito che, in questa fase, il compromesso è sistematicamente negato dal potere. Il tavolo, quello del confronto tra movimento e governo, è infatti, in questo quadro, attivabile solo per cooptare la rappresentanza e dividere. Chi oggi comanda ha fatto mancare la materia stessa del compromesso. Proporsi di far saltare il banco è dunque una prova di lucido realismo. Anche se essa è difficile da far entrare in culture che, sulla base della loro storia, hanno verificato che la pratica della contrattazione è stata la più efficace prassi di cambiamento e di partecipazione conflittuale esercitata dagli oppressi. Il dialogo tra queste diverse culture critiche è ciò che possiamo e dobbiamo saper fare. Dove ci sia uno spazio che il conflitto può guadagnare per far vivere una vera contrattazione che possa riaprire, a sua volta, la possibilità concreta di conquista sociale, ecologica, democratica esso va sostenuto a fondo anche dal vento di rivolta. Dove il vento spiri aprendo nuove strade con movimenti di vera e propria rivolta, di insubordinazione di massa, pacifica e non violenta, o di occupazione di spazi da convertire ad attività extramercantili, a pratiche di liberazione, a far vivere beni comuni, si trovi il massimo di comprensione e di convergenza attorno a queste nuove pratiche sociali. La zona rossa deve poter essere messa in discussione da ogni lato. I movimenti di questa stagione possono essere aiutati a farlo. Sono le loro stesse caratteristiche a dircelo. Un contributo importante alla loro lettura, anche per il profilo politico-intellettuale dell’autore, è venuta da Alain Turaine. Ricorriamo a una lunga citazione di un suo recente scritto perché esso ci pare particolarmente significativo, proprio alla luce della natura della cattedra da cui proviene. «Tra i movimenti sorti in vari Paesi europei, il più importante è quello degli indignados. (…) La loro protesta non è rivolta contro la politica di un governo, ma contro i sistemi politici in quanto tali. I giovani che manifestano sono soprattutto studenti: sostenuti dalla maggioranza della popolazione, contestano i partiti, e in particolare quelli di sinistra, che ai loro occhi non rappresentano più l’opinione pubblica, e quindi svuotano la democrazia di ogni suo significato. (…) Ciò che mettono in discussione è innanzitutto il principio della democrazia rappresentativa. In altri termini, respingono l’idea, insita nella rappresentazione classica della vita politica in Europa, che le rivendicazioni e le proteste sociali e culturali sorte dai gruppi sociali trovino un’espressione più o meno completa nei partiti politici; e rifiutano di vedere in essi i rappresentanti politici degli interessi popolari e dei conflitti sociali. A riprova, basti constatare che i sindacati sono contestati allo stesso titolo dei partiti politici. (…) Si può incominciare a comprendere meglio la natura e l’importanza di questi movimenti vedendo in essi la rivolta di una gioventù che si sente privata della propria qualità di cittadini ad opera dei politici, in particolare di sinistra – i quali a loro volta si considerano penalizzati da una logica economica irresistibile, in quanto globale. (…) Questa crisi della politica mette in discussione più particolarmente i partiti di sinistra, che per definizione s’intendono come i difensori dei diritti e delle libertà della popolazione. Al di là del problema, pure gravissimo, degli alti livelli di disoccupazione giovanile, non siamo più nell’ordine dei conflitti economici e sociali, ma in quello della contraddizione tra i diritti umani fondamentali e la violenza del dominio del profitto capitalista sopra ogni altra finalità del sistema sociale. (…) In Italia e in Spagna, il senso generale della sollevazione è lo stesso. Ed è anche molto vicino a quello delle rivolte in Tunisia e in Egitto, contro la distruzione della vita politica ad opera dei dittatori, delle loro famiglie e degli ambienti corrotti più direttamente legati a un potere autoritario. (…) Una soluzione democratica non può venire che da una separazione non solo accettata, ma voluta, tra il movimento popolare e le ricostituite forze politiche. Quanto più un movimento è forza di liberazione, tanto maggiori sono le sue possibilità di far rinascere una democrazia politica. La sua debolezza sul piano propriamente politico lo protegge da un ritorno di quello stesso potere egemonico che ha combattuto». L’ampiezza del fronte di lotta è in continua espansione e si estende a sempre nuovi Paesi. E’ di qualche significato la mobilitazione, forse senza precedenti, in un Paese come Israele, dove la protesta contro l’aumento del costo della vita è diventato un movimento capace di portare in piazza a Tel Aviv più di 300mila persone in agosto e di proseguire la settimana successiva investendo le città periferiche, in genere assai lontane da esperienze del genere. Il riferimento anche lì adottato esplicitamente è quello degli “indignati”. E’ stato definito da osservatori informati un movimento in crescita «potente, che per il momento ha il potere di dire “No”, di non accettare le soluzioni politiche tradizionali, ciò che lo protegge dalle divisioni interne». Secondo un recente sondaggio l’88% degli israeliani sostiene la contestazione e il 53% di loro si dice pronto a manifestare. A Nord la sommossa ha scosso Londra. Ancora una storia diversa, più simile nelle sue forme ai moti che nel 2005 bruciarono le banlieues francesi e tuttavia anch’essa così interna alla nuova stagione. Qui la violenza ha certo caratterizzato il moto di ribellione ma la sua lettura non deve farsi attrarre unilateralmente da questa che, a sua volta, deve essere ben compresa (non condivisa) nella sua radice. Ha scritto Tony Trevers, uno studioso del fenomeno per la London School of Economics, che: «Ridurre il tutto a un fatto criminale è sbagliato. Dovremo capire meglio cosa sta accadendo, ma non si può dimenticare che i protagonisti di questi assalti sono tutti giovani poveri delle periferie. Spaccano le vetrine, incendiano i negozi e gli edifici, sono violenti perché, sentendosi respinti, sfidano l’autorità». Dominique Moïsi, editorialista del Financial Times, aggiunge che il motore dei moti sono: «Le pulsioni nichiliste di alcuni esclusi attorno a cui si coagulano le insoddisfazioni di molti. I teppisti inglesi sono appoggiati da molti giovani che, pur non condividendo il ricorso alla violenza, la capiscono. I sacrifici richiesti in tempo di crisi si traducono in violenza se non vengono applicati a tutta la società». Laurent Mucchielli, l’autore di Quando le banlieues bruciano, uno studioso che ha indagato a fondo il carattere spontaneo della rivolta, ha così descritto la forma di organizzazione della lotta: «I rivoltosi sono come un esercito. C’è la prima linea, i disperati che non hanno nulla da perdere, quelli che prendono i rischi peggiori. C’è anche una seconda linea, il grosso della gioventù che li appoggia. E una terza linea, che incoraggia le prime due dalla finestra. Le tre linee sono legate da un sentimento di ingiustizia e di esclusione, che non è provato solo dai maschi e solo dagli uomini. Infatti, i rivoltosi che vengono presi dicono sempre che si sentivano il braccio armato di una comunità più ampia». Mucchielli indica anche la ragione interna della fine della rivolta violenta nel fatto che «la popolazione, che pure ha sostenuto i rivoltosi, decide che i danni sono troppi e che il quartiere, già povero e degradato, lo è diventato ancora di più». Una bella sfida per una pratica di nonviolenza che sappia assumere la rivolta come un terreno reale e necessario della contestazione sociale in questa fase storica. La rivolta ha mille facce diverse; perciò ne vogliamo cogliere l’aria, la condizione ambientale che la favorisce, le molle che la generano, l’orizzonte di senso e di rinascita della politica che possiamo guadagnare. Da noi l’aria della rivolta ha preso per ora la via dell’articolazione dei movimenti. L’eredità del caso italiano, la sua storia di contrattazione sociale e di articolazione dei conflitti lascia un deposito che lavora nel fondo della società, come una memoria che riaffiora, anche quando la storia ha preso già un altro verso. Inoltre il disagio, la rabbia sociale, pur così diffusa, non conosce, come in altri Paesi europei, zone, territori, dove si concentrano l’esclusione e la discriminazione fino a costituire un serbatoio pronto a esplodere. Forse non è neppure del tutto ininfluente il fatto che esista in Italia una fonte di solidarietà sociale non ancora prosciugata, quale la famiglia o certe relazioni di comunità. Tuttavia, il panorama di conflitti, di proteste, di lotte e di partecipazione che ci ha fatto parlare dell’esistenza anche nel nostro Paese dell’aria di rivolta resta un campo aperto. Il potere non è riuscito a sradicare le molle del conflitto che riemergono con l’avvicinarsi dell’autunno. Ha un preciso significato che sia la Fiom a dar vita alle prime mobilitazioni. L’avvio della lotta contro il nocciolo duro dei decreti agostani, cioè l’aggressione al lavoro, è stato un fatto promettente in sé che ha avuto anche il merito di non consentire la piena adesione dell’intero sindacato confederale al patto sociale. La Cgil, sollecitata da una presenza critica, quella di una forza sindacale autonoma che vive al suo interno, ha visto squadernarsi dinanzi a sé la sua grande contraddizione. La convocazione dello sciopero generale è stata l’espressione più forte di questa presa di coscienza, che ha rappresentato, sul confine del recinto, il suo polo non pacificato. E’ una crepa importante quella che si è aperta con lo sciopero generale proclamato dalla Cgil (e che è diventato l’occasione anche per la simultanea convocazione dello sciopero dei sindacati extraconfederali), una crepa nel processo di cooptazione dentro il recinto governi sta, di tutte le grandi forze organizzate politiche e sociali. Essa è la manifestazione interessante di una qualche instabilità esistente nella costruzione neoautoritaria. Si tratta di un’instabilità interna che va messa alla prova, sia per far crescere la partecipazione di masse alla lotta, sia perché, come invece è già accaduto precedentemente, dopo lo sciopero tutto non ritorni come prima. Il rischio è assai alto.

In ogni caso, la spina nel fianco della Fiom agisce efficacemente perché il sindacato dei metalmeccanici è già parte costitutiva dell’arcipelago dei movimenti che hanno caratterizzato la stagione politica che ha fatto parlare di un cambio del vento. Si è vista, anche nelle giornate di Genova, l’ampiezza dell’area che rappresentava lì la diffusione dei movimenti che vivono nel Paese. Si è visto anche lì il bisogno di continuità che emerge all’interno di questi stessi movimenti; l’esigenza di dare ad essi una strutturazione che possa favorire la loro tenuta e lo sviluppo della mobilitazione, dalle donne al popolo viola. Il fronte dei beni comuni è ormai una larga realtà dinamica, dentro la quale crescono esperienze ed elaborazioni impegnative, dove si esplorano nuovi terreni di lotta, mentre altri appuntamenti vengono resi indispensabili dai provvedimenti governativi e dalla stretta sugli enti locali. I soggetti che sono nati e cresciuti di fronte al diffondersi della precarietà ed hanno saputo elaborare nuove forme di lotta e di organizzazione restano sul terreno sociale un punto di forza della possibile radicalizzazione ed estensione del conflitto. La ripresa delle attività scolastiche costituirà un’occasione per lo sviluppo del protagonismo delle nuove generazioni, che sono state nei mesi scorsi, e lo sono in tutto il continente, l’ala trainante delle lotte e delle rivolte. Dunque, fuori dal recinto c’è tanto e su questo riposa ormai la possibilità di vedere rinascere una politica autonoma, critica nei confronti di un sistema che sacrifica alla sua sopravvivenza la democrazia e il compromesso sociale. A maggior ragione, anche quando si evidenziano delle crepe nella costruzione del regime, bisogna essere ben avvertiti che sono queste realtà, cioè quello che vive oggi fuori dal recinto, le novità della fase. Contemporaneamente bisogna saper leggere, senza presunzioni e saccenza, i limiti e le inadeguatezze dei movimenti di questa fase. Genova, la cui utilità va ribadita, ne è stato lo specchio. Le connessioni, i legami tra i diversi movimenti sono troppo flebili e incerte; la questione del rapporto tra lavoro, libertà e democrazia, con tutto il suo portato insieme di drammaticità e di nuova frontiera, risulta troppo poco a fuoco, proprio nel suo carattere generale, di società; la necessaria dimensione euro-mediterranea del conflitto ancora non è sufficientemente indagata e praticata; la riflessione sulle forme di lotta, su cui pure la stagione è già stata così ricca di esplorazioni e di esperienze, è ancora troppo occasionale. Vorrei ricordare che anche in altre e tutt’affatto diverse, fasi di lotta, anche quando esse erano così estese, forti e radicali da essere vincenti, la riflessione interna sui loro limiti era un lavoro politico necessario, non un modo per sminuirne la portata e la prospettiva. Figurarsi ora.

Far saltare il tavolo, aprire un nuovo corso della democrazia

L’aria della rivolta è la risorsa di oggi per non soccombere. L’intuizione che la caratterizza risponde ad una precisa lettura della fase in Europa, risponde ad un giudizio sulle risposte che le classi dirigenti europee nel capitalismo finanziario globalizzato stanno dando alla crisi: il tavolo delle decisioni su cui esse sono state assunte ha demolito la democrazia e negato ogni significativo spazio di compromesso sociale e di negoziato; dunque, è il tavolo che deve essere fatto saltare, affinché si possa aprire un nuovo corso della democrazia, della politica e dell’organizzazione della società. In Italia due movimenti vanno in direzione opposta. Da un lato, il processo politico istituzionale che accompagna acriticamente la grande ristrutturazione capitalistica; dall’altra, i movimenti di lotta e di mobilitazione che, esclusi da questa costruzione neoautoritaria, la contestano e la rifiutano. A separare i due movimenti c’è la costruzione del recinto cui abbiamo accennato, che riduce la politica ad attività servile. L’uscita di scena della sinistra è riassunta nella sua incapacità di spezzare il recinto fino al punto di non sapere nemmeno vederlo. Nell’agosto del golpe bianco essa non ha saputo dire “No” alla manovra. Aver accettato di discuterne i contenuti, quand’anche per criticarli, all’interno della sua cornice (che è poi la sua filosofia, cioè la sua ispirazione di fondo) e dei tempi di approvazione dettati dall’oligarchia di comando ha fatto della sinistra un desaparecido, un ente pressoché inutile (altri, per composizione sociale, per interesse e per cultura economica e politica, sono adatti a compiere questa funzione assai più efficacemente, a cominciare dai grandi borghesi). Ogni discorso politico autonomo sarebbe dovuto cominciare dal famoso “Preferirei di No” di Bartleby. Un irriducibile “No” a un impianto di politica economica fondato sull’assunto che il welfare state e il potere contrattuale dei lavoratori sono la causa del debito pubblico e del deficit di competitività delle nostre economie. Accettare la sovranità del vincolo esterno equivale all’accettazione dell’eutanasia della sinistra e dell’accettazione della sua collocazione all’interno del recinto. Se il compito è, come è, la rottura del recinto, allora esso non può che poggiare sull’opposizione al vincolo esterno di un vincolo interno (ricordare la lezione di Claudio Napoleoni), sulla sua assunzione a fonte della rigenerazione dell’autonomia della politica e della sinistra. E’ il vincolo interno, del resto, ciò che invocano, più o meno esplicitamente e consapevolmente, tutti i movimenti in campo: una poderosa redistribuzione dei redditi a favore del salario in tutte le sue forme ipotizzabili, diretto, indiretto e differito per coloro che lavorano e sociale per chi non lavora; la costruzione di un sistema di diritti esigibili finalizzati al pieno sviluppo della persona umana in una cittadinanza universale rispettosa delle differenze; la difesa e valorizzazione della natura fino a configurarla come levatrice di un diverso rapporto tra natura, produzione, consumo e ricerca; la messa in discussione dell’attuale rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro. Abbiamo così indicato solo alcuni dei campi in cui può costituirsi il vincolo interno. Aprire una radicale lotta politica e culturale per la sua possibile assunzione a fondamento di un nuovo corso è diventato improcrastinabile. Si tratterebbe di accompagnare con questa ricerca i movimenti che respirano l’aria della rivolta, la quale è la sola che, a sua volta, può alimentare quella rottura da cui possa rinascere un pensiero critico radicato nell’esperienza sociale, un processo di trasformazione e la resurrezione della sinistra. La rottura del recinto ne è oggi la prima condizione, la democrazia la sua chiave di volta.

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L’Unione Europea nel gorgo della crisi

di Vladimiro Giacché* e Fausto Sorini**

2011: l’Unione Europea vara il Fondo salva-Stati…

Partiamo dai fatti, dalla congiuntura.

Quando, nel marzo scorso, i contorni del cosiddetto Fondo salva-Stati hanno cominciato a chiarirsi, qualche quotidiano ha avuto il

Proteste in Grecia

coraggio di definirlo come una svolta storica. I fatti sono questi: l’Unione Europea ha deciso di dotarsi di un Fondo per interventi di emergenza (dotazione: 440 miliardi di euro), che a partire dal 2013 si trasformerà in Meccanismo Europeo di Stabilità (la stessa cosa di prima, ma con una dotazione di 500 miliardi di euro). Al Fondo dovranno contribuire i Paesi membri della zona euro, in proporzione alla quota di partecipazione alla Banca Centrale Europea. Il Fondo potrà erogare prestiti ai Paesi in difficoltà, e anche comprare i loro titoli di Stato.

Ma c’è un problema: i prestiti servono soltanto a risolvere le crisi di liquidità e non quelle di solvibilità. Possono cioè risolvere soltanto condizioni di difficoltà momentanee di un Paese nel reperire denaro sul mercato dei capitali (quando, ad esempio, i titoli di Stato si deprezzano bruscamente a causa di un attacco speculativo). Purtroppo, a dispetto della retorica ricorrente sugli speculatori – retorica che ad ogni tornante cruciale di questa crisi interviene per farci inseguire “colpevoli” di cartapesta e per impedirci di comprendere i processi reali – la situazione dei Paesi europei che oggi sono nell’occhio del ciclone non è questa.La loro crisi è infatti una cronica crisi di solvibilità, perché hanno un deficit strutturale nei confronti dell’estero (ossia consumano da anni più di quanto producano). Quando succede questo, è inevitabile che una o più categorie di agenti economici di quel Paese accumuli debiti: si può trattare del settore privato (famiglie e imprese) o si può trattare del settore pubblico, o anche di entrambi.

L’elenco dei Paesi europei della zona euro che oggi si trovano in questa situazione contiene qualche sorpresa: vi troviamo infatti non soltanto Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, ma anche Francia e Italia (la nostra bilancia commerciale si è chiusa nel 2010 in passivo per oltre 29 miliardi di euro; nel luglio 2011 la produzione industriale in Italia è diminuita dello 0,7%, mentre in media nella zona euro cresceva dell’1%). Tutti questi Paesi sono caratterizzati da un calo del peso dell’industria e da un peso rilevante, invece, di settori non rivolti all’esportazione (commercio al dettaglio, edilizia, trasporti, servizi al consumo e simili); in particolare, è relativamente bassa la loro quota di esportazioni verso i Paesi a crescita più elevata. La presenza nell’elenco di Francia e Italia ci fa capire che il problema degli squilibri strutturali nei conti con l’estero non interessa soltanto i Paesi già andati in crisi, ma è molto più generale e potenzialmente dirompente.

Ma consideriamo ora gli Stati già investiti dalla crisi del debito. Nessun prestito potrà risolvere il problema sottostante all’indebitamento del loro settore pubblico, ossia la loro crisi di solvibilità. Anzi, potrà soltanto aggravarlo. E questo per almeno due motivi.

Il primo è ovvio: i prestiti devono essere restituiti, e anche con gli interessi. Quindi, se i deficit strutturali non migliorano, i prestiti ricevuti non faranno che peggiorare la situazione.

Il secondo motivo è rappresentato dalle condizioni che accompagnano questi prestiti. Esse prevedono sempre una forte riduzione della spesa pubblica e l’incitamento a riequilibrare i propri conti con l’estero (migliorando la competitività delle proprie merci e simili). Tutto molto ragionevole, in apparenza. Purtroppo però la richiesta di ridurre la spesa pubblica comporta una forte riduzione della domanda interna se i tagli riguardano le spese sociali, e un peggioramento in prospettiva della competitività di sistema se i tagli riguardano invece gli investimenti (ad esempio quelli in ricerca e sviluppo tecnologico, o in formazione, o in infrastrutture). Quanto alla richiesta di riequilibrare i conti con l’estero, visto che ormai per i Paesi che fanno parte dell’euro le svalutazioni competitive sono impossibili, è praticamente impossibile in tempi brevi aumentare le esportazioni in misura sufficiente a riequilibrare i deficit commerciali. C’è quindi un’unica strada: ridurre drasticamente le importazioni. Ma questo presuppone una riduzione anche molto violenta della domanda interna, che ha l’effetto di deprimere l’economia, e quindi di ridurre le entrate fiscali, accrescendo così il deficit statale. Inoltre, siccome una recessione comporta un calo del prodotto interno lordo, alla fine della storia il rapporto debito/pil sarà addirittura aumentato, perché il denominatore (il pil) sarà sceso più del numeratore (il debito).

…ma la Grecia va a fondo

L’assurdità di quanto viene richiesto è evidente nel caso della Grecia. Per capirlo basta ripercorrere per sommi capi quello che è accaduto negli ultimi anni.

La Grecia è uno dei Paesi più poveri d’Europa. Dopo l’ingresso nell’euro i redditi diminuiscono, le famiglie si impoveriscono, le produzioni greche non riescono a sostenere la concorrenza dei Paesi più forti. Al tempo stesso, l’evasione fiscale è la più alta d’Europa, e le spese militari in proporzione alla ricchezza del paese sono addirittura le più alte d’Europa. Per restare nel club della moneta unica (anzi, già per entrarci) i conti vengono truccati: ma le istituzioni europee chiudono un occhio, perché così conviene agli Stati che esportano merci e prestano soldi alla Grecia, Germania e Francia in testa. La cosa sembra sostenibile negli anni di grande crescita (drogata) che precedono lo scoppio della crisi economica mondiale nel 2007-2008. Poi tutto salta per aria. A fine 2009 emergono i trucchi contabili e i problemi del debito pubblico. A maggio 2010, dopo mesi di tentennamenti, l’Unione Europea mette in piedi un piano di salvataggio: che in realtà salva soltanto le banche tedesche e francesi, che avrebbero perso un sacco di soldi se i titoli di Stato greci non fossero stati rimborsati al 100%. In cambio chiede un piano lacrime e sangue che finisce di distruggere l’economia greca: crollo della crescita, degli investimenti, dei salari (-20%), impennata della disoccupazione (+14%); crollo anche delle tasse (perché se non guadagno niente non pago le tasse): e quindi peggioramento della spirale debitoria.

In definitiva, la cura da cavallo imposta a questo Paese in cambio del “salvataggio” operato nel 2010 non solo non ha affatto sortito gli effetti sperati, ma ha peggiorato la situazione. Tanto da rendere praticamente certa almeno una ristrutturazione del debito pubblico greco.

A marzo le probabilità che entro 5 anni la Grecia non sia in grado di onorare il suo debito sono stimate al 58%. Il Consiglio Europeo dell’11 marzo si decide quindi ad abbassare il tasso di interesse pagato dalla Grecia per il prestito ricevuto nel 2010, prorogando inoltre la scadenza del debito da 3 a 7 anni e mezzo. Di fatto, già questa è una ristrutturazione del debito greco, molto prossima a una dichiarazione di parziale insolvenza. Ma non basta. La situazione continua ad avvitarsi. A fine maggio, non un cittadino greco qualsiasi, ma il Commissario europeo per la pesca, Maria Damanaki, afferma che “lo scenario di una uscita della Grecia dall’euro ormai è sul tavolo”. Le probabilità di un default greco continuano a salire. L’11 giugno, infine, la cancelliera tedesca Angela Merkel – sino a quel momento assai ondivaga – rompe gli indugi e in un drammatico messaggio video afferma: “Bisogna salvare la Grecia, o una crisi molto peggiore di quella scatenata nel 2009 dal fallimento di Lehman Brothers si abbatterà sull’economia mondiale e travolgerà anche l’economia tedesca”. Le banche private tedesche e francesi si dicono disposte a cooperare, sottoscrivendo nuove emissioni di titoli di debito pubblico della Grecia per rimpiazzare le obbligazioni in scadenza. Si tratta a tutti gli effetti di un riscadenzamento del debito greco : si allungano le scadenze per il rimborso del debito, anziché farsi pagare oggi di meno. In questo modo si apre una grave frattura con la Banca Centrale Europea, che si è sempre schierata contro una tale eventualità, perché teme di maturare perdite sui 45 miliardi di euro di titoli di Stato greci che ha ricomprato dalle banche europee in questi mesi, ma soprattutto perché ha paura di un effetto domino sui titoli di debito di tutti gli Stati in difficoltà dell’Eurozona.

Il punto è che allo stato attuale l’unica alternativa ad una ristrutturazione/riscadenzamento del debito è una vera e propria insolvenza, che avrebbe conseguenze ancora peggiori. E probabilmente si arriverà proprio o questo.

La crisi si allarga: anche l’Italia nell’occhio del ciclone

Quello che preoccupa la Merkel, ma soprattutto gli esportatori tedeschi, è però un’altra eventualità: la possibilità che la Grecia alla dichiarazione di insolvenza accompagni l’uscita dall’Unione Europea, ossia dall’euro (il trattato in vigore infatti non prevede un’uscita volontaria dall’euro, ma soltanto dall’Unione Europea). Probabilmente ciò sarebbe l’inizio di una serie di esplosioni a catena, che terminerebbero con la fine della moneta unica, di cui la Germania – potenza imperialista egemone dell’Unione europea – è stata la principale beneficiaria.

Il problema però è che, al punto a cui stanno oggi le cose, anche il riscadenzamento dei debiti della Grecia tardivamente sponsorizzato dalla Germania servirà a poco, in presenza della depressione economica indotta dalle misure straordinarie di taglio della spesa pubblica e delle prestazioni di un anno fa, e quindi di un crollo dell’attività economica, degli investimenti, dell’occupazione: e quindi anche del peggioramento dei conti pubblici (per via della diminuzione delle entrate fiscali) e la crescita del debito pubblico, che è ormai intorno al 150% del prodotto interno lordo.

Nessuno nell’establishment europeo osa ammetterlo, almeno in pubblico, ma ormai l’uscita della Grecia dall’euro è la cosa più probabile. Molti analisti finanziari ormai danno la cosa per scontata.

Tra le conseguenze più immediate, va menzionato un forte rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato di tutti i Paesi considerati in difficoltà, inclusa l’Italia. Che dal mese di luglio entra nell’occhio del ciclone essenzialmente per due motivi:

1) il primo è rappresentato dalla sciagurata revisione delle regole di Maastricht decisa al Consiglio Europeo del 24 marzo, che impone ai Paesi ad alto debito manovre di rientro nella misura di un 1/20 del debito eccedente il 60% del prodotto interno lordo ogni anno. Questo obiettivo – accettato supinamente dal governo Berlusconi – comporta tagli alla spesa pubblica (e quindi degli investimenti pubblici) tali da colpire fortemente la domanda interna e anche la crescita della competitività (a cui sarebbe essenziale, ad es., un potenziamento delle infrastrutture e degli investimenti in formazione e ricerca);

2) il secondo è la bassa crescita, che rende impossibile diminuire il rapporto debito pubblico / prodotto interno lordo.

La situazione a fine settembre 2011 è così grave che sarebbe sufficiente un rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato (ossia degli interessi che lo Stato deve pagare ai suoi debitori) anche solo dell’1% per renderla insostenibile. E condannerebbe l’Italia, se si decidesse di accettare fino in fondo la linea di rigore cara alla BCE e alla Commissione Europea, a un destino greco: manovre lacrime e sangue per ridurre il debito, depressione economica e quindi aumento del debito; e in prospettiva, dopo altri anni di stagnazione, l’insolvenza. Per non parlare del carattere brutalmente classista e antipopolare di questa linea dell’UE.

Una strategia classista e fallimentare

 Proviamo a trarre qualche conseguenza da quanto abbiamo visto.

1. La strategia UE di rientro del debito ha i seguenti caratteri:

a. è marcatamente di classe: il rientro dal debito pubblico, per tutti gli Stati che hanno impegnato ingenti risorse per salvare il sistema finanziario nel 2008 e 2009, significa che questi soldi ora si vanno a prendere riducendo il salario indiretto (le prestazioni sociali) e differito (le pensioni): a questo infatti nella sostanza si riduce gran parte delle manovre di rientro elaborate dai governi.

b. Si tratta di misure che comportano un drastico ridimensionamento del ruolo dello Stato nell’economia, riportando di fatto la situazione all’era del laissez faire, con un salto indietro di almeno 50 anni.

c. Quello che stiamo vivendo oggi è per l’appunto il tentativo di risolvere la crisi fiscale dello Stato attraverso la distruzione su larga scala dei sistemi di welfare. Con l’intento di conseguire due risultati: 1) scaricare il costo della crisi su salari indiretti e differiti, riportando i costi della riproduzione sociale in capo agli individui. 2) Aprire al capitale privato (o, come si preferisce dire, al “mercato”) nuovi ambiti di valorizzazione attraverso processo di privatizzazione su larga scala. Di fatto, si tratta della prosecuzione e radicalizzazione della tendenza a sussumere sotto il capitale privato l’intero ambito della vita associata.

d. Ma c’è un “ma”. Questo processo sta innescando nei principali Paesi capitalistici una forte crisi della domanda interna (che, in un mercato fortemente integrato come quello europeo, diventa immediatamente crisi dell’export). Questa a sua volta può imprimere una forte accelerazione alle insolvenze societarie, e quindi alle sofferenze bancarie, e per questa via dare il colpo di grazia a un sistema finanziario già minacciato dalla prospettiva di dover svalutare i titoli di Stato in portafoglio.

e. Siccome è praticamente scontato un effetto domino a livello europeo

i. per le ripercussioni che l’esplodere di crisi del debito nei Paesi del Sud Europa avranno inevitabilmente sui sistemi bancari dei Paesi del Nord;

ii. per le ripercussioni che tutto questo avrà sulla struttura stessa dell’Unione Europea, a partire dalla moneta unica;

iii. per il possibile innesco di un’altra crisi simil-Lehman Brothers (ma l’esempio migliore sarebbe quello del Creditanstalt austriaco nel 1931), ne consegue che la strategia UE di contrasto alla crisi ha un’altra caratteristica: non funziona in generale. Ossia, alla lunga, per nessuno. Neppure per la Germania. La strada che l’establishment UE ha imboccato per uscire dalla crisi non fa che aggravarla, rendendo ancora più ingente la distruzione di capitale necessaria per far ripartire l’accumulazione.

f. È importante notare che il processo di compressione dei redditi da lavoro e contemporanea distruzione del welfare non si sta verificando solo nei Paesi UE, anche in quelli governati dalle socialdemocrazie e da coalizioni di centro-sinistra (clamoroso in proposito il fallimento di Zapatero, su cui pure molti, anche a sinistra, nutrivano illusioni che si sono rivelate del tutto infondate). Con riferimento alla situazione degli Stati Uniti, Nouriel Roubini, intervistato ad agosto scorso dal Wall Street Journal, ha osservato: “Negli ultimi due o tre anni, in effetti abbiamo avuto un peggioramento della situazione a causa di una massiccia redistribuzione del reddito dal lavoro al capitale, dai salari ai profitti, di un’accresciuta disuguaglianza. Il punto è che le famiglie hanno maggiore propensione a spendere delle imprese… E quindi questa redistribuzione del reddito e della ricchezza ha ulteriormente aggravato il problema dell’insufficienza della domanda aggregata”. Roubini da ciò ha tratto una conclusione tanto più significativa trattandosi di un economista non marxista: “Karl Marx aveva ragione. A un certo punto, il capitalismo può autodistruggersi. Non si può trasferire all’infinito reddito dal lavoro al capitale senza avere come risultato capacità produttiva in eccesso e carenza di domanda aggregata. Ma è successo proprio questo. Pensavamo che i mercati funzionassero. Non stanno funzionando.”

g. È sempre più evidente che da questa crisi non si esce se non cambiando le regole del gioco: dal recupero dell’intervento pubblico nell’economia al radicale ripensamento del modello di sviluppo, introducendo cioè “elementi di socialismo”. Ma questo è precisamente quello che i dogmi del pensiero unico neocapitalista vietano nella maniera più assoluta. E quindi lo scontro investe le basi strutturali su cui si regge oggi il sistema ed assume portata strategica.

 (…)

http://www.marx21.it/internazionale/europa/37-lunione-europea-nel-gorgo-della-crisi.html

 * economista, vice-presidente Associazione culturale Marx21

** Ufficio politico PdCI (Partito dei comunisti italiani, per la ricostruzione del partito comunista)

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Munchausen e dintorni

Di  Isidoro Davide Mortellaro*

Su il manifesto del 14.09.2011 

http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2011/mese/09/articolo/5359/

«Mi salvò la mia destrezza e la mia sovrumana energia: afferrai il mio codino e mi tirai su. Proprio così, amici: con la sola forza del mio braccio destro, a rischio di strapparmi il codino, mi tirai su, me e il mio cavallo che stringevo saldamente fra le ginocchia … tirai, tirai, e finalmente sentii la terra sotto i piedi. Intendo, sotto le zampe del cavallo. E questo vi dimostra l’importanza d’un codino ben fatto e robusto».

Irrefrenabile, mentre scorrono sotto gli occhi gli interventi sulla rotta d’Europa, il pensiero vola alle fantastiche avventure del barone di Münchausen, al magniloquente racconto di come, facendo forza solo sui propri capelli, si tirò su dal pantano, assieme al proprio «cavallo lituano». Intendiamoci: il manifesto e Sbilanciamocihanno il merito di aver promosso, su impulso di Rossana Rossanda, una discussione tempestiva e di valore, uno scavo salutare in territori spesso solo distrattamente evocati a sinistra e perciò aperto a

Barone di Munchausen

  sviluppi di grande momento. A tratti, magari, si fatica a ritrovarsi negli orizzonti ‘crollisti’ disegnati da parole d’ordine quali quelle del «diritto alla bancarotta», al «default». Difficilmente precarietà e crolli salvano, il più delle volte perdono, fino all’impazzimento estremo. Soprattutto nella storia reale, dove nessuno ha mai avuto da perdere solo le proprie catene. Tanto meno ora che la globalizzazione sospinge e moltiplica sulla scena del mondo, fuori dall’abituale proscenio occidentale, nuovi ceti medi a centinaia di milioni: con le loro paure, casematte, trincee, e tanta precarietà condita però da stratificate gerarchie e miriadi di minuscoli privilegi. Né si può raccogliere rilassati l’invito di Giuliano Amato: «stare in apnea», «sopravvivere» fino al momento in cui, complici le elezioni, «probabilmente avremo un’Europa molto migliore». Salvo avvertire che «potremmo andare a sbattere prima». Su una prospettiva così attendistica e, soprattutto, incerta si poteva resistere un tempo. A balsamo v’era almeno la chiusa immortale di Eduardo: «Ha da passà ‘a nuttata».

In realtà, Münchausen irrompe inquietante, con il suo codino, quando emergono i tratti disperatamente solitari delle nostre analisi, accomunate tutte dalla angosciosa assenza di una agenda, di un fronte visibile di resistenza o riforma possibile. Quando ci si sporge sull’Europa non mancano diagnosi e affreschi. Ma invertebrati, come disossati. Da tempo non mettono più capo a soggetti visibili, fronti in movimento. In Europa, la sinistra soprattutto – con le sue genti, le sue organizzazioni, le sue culture: i suoi mondi, insomma – è oggetto non soggetto di politica. Eppure nelle sue contrade e attorno ad esse, per tutto il Mediterraneo, non mancano, dilagano addirittura rivolte e indignazione. I tam tam della comunicazione globale convocano all’istante folle sterminate in piazze e corsi. Inducono a volte scossoni negli assetti politici. Qualche altra volta portano a sfasciare vetrine, finendo magari col rafforzare poteri, destre e maggioranze più o meno silenziose. In generale, un’ Europa non doma ancora recalcitra e tien dritta la schiena sotto i colpi di riforme strutturali univocamente volte, da oltre un ventennio ormai, a segare quell’unico tronco – lo Stato sociale – su cui poter poggiare una reale cittadinanza europea, far vivere un possibile popolo europeo.

EURO E POLITICA

Crisi dell'euro

Fatto è che questo tumulto continentale non mette capo ad un adeguato fronte di resistenza e lotta, né ispira un ventaglio di riforme possibili. Un dato ancor più eclatante a fronte della crisi verticale attraversata dal neoliberismo e dal suo prodotto più organico ed ambizioso: l’euro, la moneta senza sovrano, senza stato. Prometteva stabilità e crescita. Crea instabilità, allarga e struttura asimmetrie, nutre populismi, qualunquismi e persino impazzimenti nichilistici. Autonomo per mandato costituzionale da ogni comando politico o istituzionale, nazionale o sovranazionale, l’euro s’accanisce bulimico a consumare istituzioni e politica. Doveva tenere a battesimo il gigante del XXI secolo, l’Unione Europea. In un ventennio ha scalzato e divorato classi dirigenti ed élites per tre generazioni. Quella dei padri fondatori: i Kohl, Mitterand, Andreotti, Gonzales, Chirac. La generazione di mezzo, quasi tutta – tranne Aznar – di centro-sinistra: D’Alema e Blair, Jospin e Schröder. Ora è la volta degli ultimi: Merkel e Sarkozy, Zapatero e Berlusconi, tutti a mal partito, tutti azzannati al polpaccio e appiedati, a dispetto dei giuramenti estremi sulla règle d’or, dei tentativi di salvarsi diffondendo a cascata – dall’UE in giù, agli Stati e persino alle istituzioni regionali e locali – la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio.

Di quest’impasse o inciampo è possibile rintracciare – per quel che adesso ci importa – la radice prima nella storica reciproca estraneità tra Europa e sinistra europea, e socialdemocrazia europea. Persi nel 1989 ancoraggi storici, bussola e in alcuni casi, persino avversari e nemici politici, il grosso della sinistra europea si accasò di botto in casa altrui, provando a mutuare linguaggi, parametri e riferimenti politici e istituzionali dell’europeismo, e proprio nel momento in cui esso subiva a Maastricht, con l’euro e l’UE, una rivisitazione e torsione genetiche di straordinaria profondità e latitudine. Ripercorrendo i vent’anni di vita ormai dell’UE è abbastanza semplice rintracciare le testimonianze – e in qualche caso persino sorriderne – di una sinistra divenuta spesso, con l’entusiamo e la semplicità dei neofiti, più realista d’ogni possibile monarca (e magari, andando ancora più indietro a Mitterand e alla sua subitanea conversione europea, si potrebbe scavare più a fondo e proficuamente in attitudini antiche). Di fatto questo atteggiamento ancor oggi perdura, contribuendo potentemente a quello iato tra crisi e politica che stringe alla gola e soffoca la sinistra europea tutta.

L’INCOMPIUTA

In questa sede, però, forse è più utile attirare l’attenzione sulla postura di alcuni settori progressisti più consapevoli e critici, più  pronti ed aperti a misurarsi con gli imperativi di una politica ormai compiutamente determinata e disposta in forme,

Unione Europea

 dimensioni e costrizioni comunitarie. In genere – e lo prova anche il dibattito finora sviluppato su queste colonne – prevale una sorta di sindrome dell’ ‘incompiuta’. Per molti, per tanti a sinistra l’Europa nata a Maastricht, l’euro, si muovono sbilenchi, afflitti da una tara congenita,  divenuta storica: la mancanza di comando politico. Nel caso specifico dell’euro, l’assenza di un vero governo economico. Di qui la prevalenza in genere nell’analisi e anche nel dibattito in corso di espressioni come: «il passo che manca all’Europa» (Dassù, su la Stampa del 22 luglio); «è mancata l’altra metà delle politiche … il patto di stabilità ora funziona solo come freno … deve essere affiancato da un acceleratore (Pianta, Manifesto 19 luglio); «volemmo una moneta unica senza una politica economica unica»,  Amato, ivi, 30 agosto; «la storia dell’UE è una grande ‘incompiuta’» (Frassoni, ivi, 3 settembre). Per carità, è proprio vero, c’è anche questo nella storia dell’UE. Ma si può parlare solo di mancanza, quando questo tratto originario si perpetua per un ventennio,  passando non solo indenne, ma rafforzandosi con nuovi capitoli e divieti, attraverso tre conferenze intergovernative, una Carta dei diritti, una Costituzione mancata, svariati referendum popolari e infiniti processi statuali di ratifica, per gran parte promossi e gestiti da governi di centro-sinistra, giunti ad un certo punto ad essere ampiamente maggioritari in Europa?

Le conseguenze di questo privilegio accordato all’incompiuta sono di duplice natura. Da un lato si indulge a perpetuare una attidudine giacobina antica – il comando politico è tutto e lo Stato, le istituzioni solo una macchina che veloce deve rispondere e adeguarsi ai desiderata e ai comandi del pilota – e ci si dispone perciò, in favore di vento, ad ereditare la macchina strappata ai comandi degli altri. Dall’altro, fuorviati dall’incompiuta, si esagerano le mancanze altrui e si fissa l’occhio solo sui dati più eclatanti. Nei mesi scorsi si è finiti come abbagliati dall’esplosione della questione del debito pubblico e dalle divisioni in seno all’UE sul modo di fronteggiarlo e magari si è prestata poca, se non alcuna, attenzione alla nuova governance europea messa in cantiere dietro le quinte e di fatto varata nella disattenzione e nell’ignavia di quasi tutta la sinistra europea. Si corre così il rischio di amare sorprese. Nella migliore delle ipotesi, può accadere che ci si sieda davvero al comando di quell’auto. Salvo scoprire che quella creatura, supposta imperfetta, non abbisogna soltanto dell’alito divino della Creazione – un tocco magari di keynesismo aggiornato – per muovere a nuova vita. Ci si può accorgere che, soprattutto in età neoliberale, le macchine – con i loro obblighi costituzionali, il loro armamentario istituzionale, le complicazioni infinite delle stratificazioni nazionali e sovranazionali – non sono abilitate a muoversi a qualsiasi comando, ma sono state concepite per non commettere determinati ‘errori’, sono dotate magari di moderni servocomandi che abilitano solo ad un certo tipo di traffico, magari a senso unico e su corsie prestabilite, a determinate velocità e modalità. Si scopre infine che per cambiarne i codici di fabbrica c’è bisogno di procedure speciali, in pieno accordo con tutti gli altri guidatori e adottando determinate precauzioni. Nell’ipotesi peggiore, ci si accorge, assisi sulla classica sponda di fiume, di aver sottovalutato velocità e portata dell’acqua e, prima ancora di scorgere il cadavere altrui, di avere i piedi già bagnati o forse di essere già trasformati e trascinati via come fuscelli.

LA NUOVA GOVERNANCE EUROPEA

Fuor di metafora, come può accadere che a sinistra, tutti presi dalle tumultuose giravolte della finanza globale, non si sappia o non si dica nulla su quanto è stato deciso e approvato, tra marzo e luglio, dal complesso delle istituzioni comunitarie, fino al Parlamento europeo, in materia di nuova governance europea? Proviamo a colmare la lacuna servendoci, oltre che dei testi, degli studi dedicati al tema dalla Banca d’Italia, dal Servizio affari internazionali del Senato, dall’ISPI e dal certosino lavoro sviluppato meritoriamente dalla rivista e dal sito di «Progetto Lavoro». L’antefatto è presto detto: bisognava metter riparo, soprattutto agli occhi tedeschi, alle incertezze e ai ‘lassismi’ originari del «patto di stabilità» e soprattutto alla breccia aperta nel 2005 dalla informale decisione di Francia e Germania di sospenderne le sanzioni. Bisognava altresì mettere in campo un meccanismo più efficace e cogente dell’European Financial Stability Facility (EFSF): il fondo con cui assistere i paesi attaccati dalla speculazione internazionale e con cui ancor oggi si è provato a prestar soccorso a Grecia, Irlanda e Portogallo. Si è decisa allora su suggerimento tedesco una piccola modifica ai Trattati, con una aggiunta all’art. 136: « Gli stati membri che adottano l’euro possono creare un meccanismo di stabilità da attivare solo in caso di necessità per salvaguardare la stabilità dell’euro. La concessione di qualsiasi aiuto finanziario richiesto nell’ambito di tale meccanismo sarà soggetta a una stretta condizionalità». Ogni paese è impegnato a ratificare il cambiamento entro il 1° gennaio 2013, in modo da far nascere, entro l’anno e sulle ceneri dell’EFSF, la nuova creatura: l’European Stability Mechanism – ESM. Il nuovo fondo potrà prestare assistenza tramite prestiti o eccezionalmente comprando obbligazioni sui mercati. Per operare, vi sarà bisogno di decisioni unanimi, a fronte di minacce alla stabilità dell’euro, ma a condizione di varare programmi di riforme strutturali e di alleggerimento dei bilanci ben precisi: insomma, una strada sicura rispetto alle traversie che hanno accompagnato soprattutto la vicenda greca. All’interno, allora, delle procedure dettate dal cosiddetto «semestre europeo» – sorveglianza preventiva dei bilanci affidata ad una task-force presieduta dal Presidente del Consiglio europeo – si avvia una forma concreta di coordinamento delle politiche economiche improntata essenzialmente a privatizzazione, flessibilità dei rapporti di lavoro, revisione della spesa pensionistica, sanitaria e sociale in senso lato.

Per dare sostanza a questi indirizzi viene varato l’Euro Plus Pact, in cui vengono associati ai paesi dell’euro: Polonia, Lettonia, Danimarca, Bulgaria, Lituania e Romania. In esso si dettagliano i piani di coordinamento delle politiche economiche nei settori più sensibili e di riforma anche legislativa: previdenza, flexicurity, rientro dal debito pubblico e misure di freno all’indebitamento da assumere nella legislazione nazionale (quella che poi diverrà su iniziativa di Merkel e Sarkozy la règle d’or, o legge costituzionale sul pareggio di bilancio). Sul piano generale, all’obbligo di rientro dal deficit o indebitamento netto, si affianca un rientro ferreo dai cieli del debito pubblico, calcolato al ritmo del 5% annuo sullo scostamento reale del debito pubblico dal valore di riferimento del 60% statuito nei trattati. Come se non bastasse, viene avanzata la proposta del cosiddetto Six Pack: sei misure legislative, prevalentemente rivolte a sorvegliare, indirizzare e anche sanzionare e multare la formazione dei bilanci e perciò il rientro da deficit e debito pubblico, con eventuali sforamenti. Tutte caratterizzate dalla cosiddetta regola del Reverse Mechanism (la Commissione decide anche preventivamente la sanzione o la multa, che viene sospesa solo da una decisione del Consiglio decisa a maggioranza). Quest’ultimo pacchetto di proposte, teso a trasferire l’essenza delle decisioni in materia di bilancio nelle sedi comunitarie, è stato votato – giusta l’indicazione data a marzo dal Consiglio – il 22 e 23 giugno dal Parlamento europeo. E’ passato con i voti del centro-destra continentale e il voto contrario della sinistra GUE/NGL. Verdi e socialisti si sono differenziati nel voto, a volte dividendosi sulle singole misure oppure in maniera unitaria ma diversa secondo l’oggetto, con voti ora a favore ora contro. La necessità di precisar meglio alcuni aspetti del Reverse Mechanism e alcune attribuzioni automatiche della Commissione europea hanno fatto slittare a settembre il voto finale. Di fatto, con questo insieme di misure si perfeziona un trasferimento decisivo di sovranità politica ed economica dagli Stati a Commissione e Consiglio europei. I paesi più esposti e deboli, per indebitamento e capacità di ripresa economica, vengono di fatto commissariati. Merkel e Sarkozy hanno provato con il meeting del 16 agosto a rafforzare ulteriormente la via intrapresa a marzo, privilegiando la presidenza del Consiglio come istanza di centralizzazione della decisione, la condizionalità degli aiuti, oltre che la costituzionalizzazione ulteriore del bilancio in pareggio: un vecchio pallino della Bundesbank, non a caso evidenziato nella Dichiarazione del 6 settembre 1990 con cui Buba indicava alle classi dirigenti tedesche ed europee le caratteristiche irrinunciabili dell’unione monetaria e dell’euro futuri.

Le successive esternazioni, fino ai giorni nostri, di Schaüble, Merkel, Schröder, Trichet o Draghi sugli ulteriori perfezionamenti dei Trattati per conquistare ad un «nucleo duro» – altra vecchia fissa di Schaüble e Lamers fin dai primi passi dell’UE – maggiori capacità di coordinamento e governo economico di stampo federalista poggiano sul terreno fin qui acquisito. Né si può trascurare il corposissimo richiamo al «pacchetto legislativo sulla governance economica» fatto nel messaggio al Forum di Cernobbio dal presidente Napolitano, dall’alto del ruolo conquistato nella crisi di un paese ridotto alla lettera dell’invettiva dantesca: «nave sanza nocchiere in gran tempesta, 
non donna di province, ma bordello». La stessa discussione sugli eurobond nella versione odierna – ad esempio la proposta Prodi e Quadrio Curzio, che li privilegia nettamente come strumento di governo dell’indebitamento rispetto all’originaria ispirazione di volano di crescita – dà per scontate le condizionalità fin qui acquisite con la nuova governance comunitaria. Del resto a ribadirle ha provveduto il recentissimo pronunciamento della Corte suprema tedesca sugli aiuti alla Grecia, permessi solo a patto che il Bundestag controlli preventivamente, con i suoi organi, la loro durata e soprattutto che non si attivino automatismi forieri di future perdite di controllo.

SOVRANITA’ E DEBITO

In presenza di questo corpo di decisioni, così organicamente concepite – in un momento di crisi globale – nello stesso humus che ha tenuto a battesimo l’Europa di Maastricht, ha ancora senso soffermarsi sull’ «incompiuta»? O non bisogna piuttosto lanciare l’allarme per l’erosione sistematica del principio democratico ad ogni livello istituzionale? Certo, tutto si può ancora fermare, può subire rovesci: una prospettiva invero poco allettante, visti i risultati nella storia dell’UE delle rinascite successive alle bocciature (il trattato di Lisbona dopo la Costituzione abortita, ad esempio). Ma da questa vicenda ultima, così poco conosciuta, non emerge forse con nettezza la sottolineatura che nel cantiere ventennale della nuova Europa non sono mai transitati idee o materiali altri da quelli generati in obbedienza al comandamento essenziale dell’UE di muoversi «conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza»? Per provare a muovere su un’altra strada, o quanto meno bloccare la deriva in corso, forse è il caso di riflettere meglio non sul «passo che manca», ma sul «passo negato», «vietato» all’Europa. Servirà allora ripensare alle vicende parallele di USA e UE dell’ultimo anno, spesso a torto accomunate nel rilievo superficiale di una comune esposizione sul fronte del debito pubblico e ai capricci di una politica impazzita.

E’ noto lo stallo che sulla questione del tetto al debito pubblico ha a lungo appiedato la politica americana e contrapposto il presidente Obama, assieme a gran parte del partito democratico, ai repubblicani – in maggioranza alla Camera dei rappresentanti – egemonizzati dai chiassosi Tea Party. Quella battaglia, però, ha limpidamente sottolineato le prerogative sovrane del Congresso USA. Nell’ordinamento americano – grazie ad una legge votata non a caso quando gli USA decidevano nel 1917 di entrare in guerra, ovvero mutavano la loro postura nel mondo – spetta alla politica, al Congresso, decidere dell’esposizione debitoria del paese, ovvero individuare lo sforzo che si vuole compiere per raggiungere determinati obiettivi (come e quanto questa libertà debba poi oggi confrontarsi con le nuove costrizioni globali è altra questione). Nell’UE è vero esattamente il contrario. Ogni decisione sul debito è costituzionalmente sottratta alla politica, con l’insieme dei divieti che corazzano l’euro e la BCE e li fanno muovere nel mondo. Si potrebbe elencare la sfilza infinita di paletti e divieti che sostanziano questa scelta. Ma per capirsi forse è più utile soffermarsi su un inciso relativo all’euro e alla BCE, o meglio al Sistema Europeo delle Banche Centrali – SEBC (art. 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione): «fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali nell’Unione». Ovvero, il sistema costituzionale europeo organato dai Trattati prevede non solo che la BCE e le banche centrali siano autonome dalla politica, ma autorizza e prescrive la ‘sedizione’ del SEBC nei confronti delle altre istituzioni, nel caso le politiche economiche perseguite da queste contrastino con l’obiettivo della stabilità dei prezzi di cui naturalmente le banche centrali sono interpreti e custodi di ultima istanza.

RATTOPPI E COSTITUENTI

Rispetto a questo sistema di regole e al suo perfezionamento – rigidamente ribadito, come si è visto, nonostante i terremoti che ci investono quotidianamente – anche le possibilità più piccole di mutamento, anche le aggiunte più modeste a «ciò che manca» – un po’ di keynesismo del tempo andato – passano per una lotta capace di conquistare spazio e respiro ad una rifondazione dell’Europa. Nè è possibile pensare di ritornare al passato, fidando magari nelle forze di un risorto Leviatano o magari della lira del tempo che fu. Inutile e dannoso volgere lo sguardo all’indietro, pensare di rimettere nel tubetto il dentifricio schizzato fuori. Finiremmo, magari, fuori dall’euro e dispersi, ognuno con la propria moneta nazionale, a svalutare periodicamente il monte salari degli ultimi, per ricostruire i margini di competitività di lor signori (e contribuire così ad una straordinaria lievitazione delle diseguaglianze interne e globali). Siamo in Europa e con l’euro e dobbiamo andare oltre. Magari ripensando al Bancor prefigurato da Keynes: una moneta figlia della decisione politica sovranazionale e ad essa completamente assoggettata. Come il Bancor, l’euro non è solo una moneta ma il cristallo, la pietra angolare del mondo che si vuole costruire. Oggi è il cuore della Costituzione europea esistente, fatta perciò di politiche, istituzioni, blocchi sociali (assurdamente comandata – unico caso al mondo – da un fondamentalismo mercatista che esclude ogni altra possibile politica economica).

 Superarla significa attraversare questa Europa, questo complesso di casematte costruite ormai in un ventennio (e oltre, pensando anche alla storia e alle tappe della rivoluzione neoconservatrice). Lo stesso keynesismo ha bisogno di essere ripensato non solo rispetto ai vincoli o alle oppurtunità ambientali, ma a fronte della cogenza completamente nuova assunta dal debito pubblico sotto l’urto della fantasmagorica moltiplicazione di pani e pesci prodotta dalla finanza globale. Ovunque nel mondo oggi il debito cosiddetto sovrano rappresenta la plastica rivelazione – appena intravista un tempo da James O’Connor – che accumulazione e legittimazione si divaricano ormai in forme catastrofiche, sotto le spinte divergenti della competizione globale e di una vita ovunque ricca, come non mai, di scienza e voglia di contare. Oggi anche il rattoppo più semplice non passa se non conquista spazio rispetto all’incombenza e al peso delle ricette conservatrici e se non si pensa in termini costituenti ad una nuova Europa. Si rattoppa l’UE, si può provare a darle un supplemento d’anima solo se si è in grado di ripensarla nelle fondamenta. Non v’è riforma possibile senza una prospettiva più ampia. Sarebbe già utile provare a indirizzare la nostra discussione per guadagnare orizzonti, spazio e alleati a questa prospettiva. Intanto è meglio congedarsi scusandosi per lo spazio e il tempo rubati a vantare i meriti dell’ennesimo codino.

 

*Docente di Storia delle relazioni internazionali, Università di Bari

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