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Svelato l’imbroglio urbanistico

Di Paolo Berdini, il manifesto 5 giugno 2011, pag. 6 

La sindaca credeva che indicare Lupi fosse vincente. Ma i guasti dei cementari sono sotto gli occhi di tutti i votanti

Le elezioni amministrative indicano per la prima volta dopo vent’anni la possibilità di aprire una nuova prospettiva per il futuro delle città. La tornata elettorale ha infatti dimostrato che il ventennio dell’urbanistica contrattata può dirsi concluso per sempre.

A Milano, Letizia Moratti aveva tentato la carta vincente annunciando che nel caso di vittoria al ballottaggio avrrebbe nominato Maurizio Lupi assessore allo sviluppo del territorio. Lupi non è un personaggio qualsiasi. Già assessore all’urbanistica dal 1997 al 2001, con il sindaco Albertini, poi deputato Pdl, esponente di primo piano di Comunione e liberazione, amministratore delegato di Fiera di Milano congressi.

Sul tema delle città, Lupi è stato uno degli esponenti più determinati nel tentare di cancellare l’urbanistica dal panorama legislativo italiano. Lo ha fatto come assessore a Milano praticando oltre ogni limite l’urbanistica contrattata. Lo ha fatto come parlamentare con la proposta di legge che porta il suo nome e che non è stata approvata nel 2006 per un miracolo. In quella legge c’era scritto che le amministrazioni pubbliche e la proprietà fondiaria hanno stesse prerogative nel governare il territorio: è l’economia che deve prevalere ad ogni costo. Letizia Moratti aveva dunque sperato di avere l’asso nella manica, affidandosi alla speculazione immobiliare per recuperare consensi.

Pisapia ha vinto con largo distacco. Per la prima volta la lobby del cemento ha fallito il colpo e dobbiamo chiederci perché. Finora, infatti, la cultura urbana liberista era stata egemone. Urbanisti folgorati sulla via di Damasco si sono messi a cantare le lodi del mercato come unica possibilità di salvezza delle città. Le amministrazioni di centrosinistra hanno fatto propri i paradigmi degli avversari e anche l’opinione pubblica ha dimostrato consenso verso questa impostazione.

A Roma la giunta di Veltroni ha rovesciato 70 milioni di metri cubi di cemento (il micidiale Pgt di Milano ne contiene “soltanto” 35 milioni) e nessuno ha fiatato. A Torino sono state approvate circa 150 varianti urbanistiche per lo più ritagliate sulle esigenze della proprietà fondiaria. A Firenze hanno aperto le porte a Ligresti e, se non fosse sufficiente, basta andare a vedere l’inaudito scempio della scuola della Guardia di Finanza. A Venezia, l’isola del Lido viene devastata dal cemento perché solo così si può ristrutturare il Palazzo del cinema. la macchina del consenso funzionava.

Perché allora a Milano il collaudato gioco non ha funzionato? Perché i risultati del ventennio dell’urbanistica liberista sono ormai sotto gli occhi di tutti e i cittadini hanno giudicato sulla base della propria esperienza. Lo hanno fatto le giovani coppie a cui avevano fatto credere che Santa Giulia era il modello di città nuova. Si sono indebitate con un mutuo ed hanno scoperto che la proprietà aveva costruito scuole e abitazioni su un mare di sostanze velenose. Lo hanno fatto le coppie di anziani che – come nel caso della zona Garibaldi – vedono sorgere mostruosi grattacieli che sconvolgono il tessuto della loro città solo per far guadagnare un pugno di speculatori. Lo hanno fatto tutti i milanesi nel vedere che la cancellazione delle regole nelle città (dai “piani casa” al “decreto sviluppo) serve solo a spregiudicati speculatori, compresi i rampolli dell’aristocrazia proprietaria, per fare ciò che vogliono, compresa la casa di batman. A Milano hanno dunque compreso l’imbroglio dell’urbanistica liberista che aggrava le condizioni di vita di tutti per favorire i guadagni di pochi. Ma non è finita, perché la parte più avveduta del sistema finanziario ha compreso, essendo esposta per enormi cifre, che continuare ad espandere le città è ormai un gioco folle. C’è troppo invenduto in ogni città d’Italia e continuare così porterà inevitabilmente ad un pericoloso corto circuito.

Lo straordinario merito di Pisapia è stato quello di aver fornito una figura di grande credibilità culturale e morale a questi segmenti di società abbandonati dalla politica. Da Milano arriva dunque un segnale che dobbiamo utilizzare senza incertezze. Al pari del ragionamento sul comparto Italcantieri su cui si è soffermato queste pagine Guido Viale, le città possono diventare un grande cantiere diffuso che consente la nascita di migliaia di piccole imprese qualificate nel risparmio energetico degli edifici, nella sicurezza e nella sostituzione dell’uso dell’automobile con sistemi su ferro. Una grande riconversione produttiva, dunque, l’unica prospettiva di uscita dalla crisi che può essere disegnata dallo schieramento che ha conquistato Milano, Napoli e tante altre città.

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http://www.corriere.it/politica/08_dicembre_06/domenici_schifato_0dc5b59c-c36f-11dd-b8a5-00144f02aabc.shtml

L’intervista. «E’ un sistema malato e non voglio più farne parte»

Domenici: sono schifato, lascio la politica

Il sindaco di Firenze: non ho mai voluto favorire qualcuno. Ora ho bloccato tutto, la città si ferma

DAL NOSTRO INVIATO
FIRENZE — Leonardo Domenici, il sindaco, è arrabbiato. Molto arrabbiato. E ha preso una decisione grave. In Italia, rara. «Smetto. Finisco questo secondo mandato e a giugno lascio la politica. Schifato. Mi hanno proposto di fare il candidato alle europee. Mi hanno proposto incarichi prestigiosi a Firenze. E a Roma. Io smetto».

Veltroni ha appena esternato «sostegno e stima»…
«Lo ringrazio davvero. Ma io chiudo qui, con la politica».

Il motivo è l’inchiesta giudiziaria sullo sviluppo edilizio dell’area di Castello. Due suoi assessori indagati per corruzione, accusati di aver favorito gli interessi del proprietario dell’area, Ligresti. «Io non credo nei complotti. Il fatto è che attorno all’inchiesta si è scatenata una campagna politico-mediatica che non ha senso».

Per esempio?
«Oggi è stato scritto che “Domenici ha subito l’onta di quattro ore di interrogatorio da parte del procuratore Quattrocchi”. Ma se ho chiesto io di essere ascoltato! Volevo aiutarli a capire la correttezza dei nostri atti amministrativi…».

Quindi, basta. Che farà di tutto il tempo libero?
«Seguirò le querele, mi occuperò dei risarcimenti».

Tutto questo soprattutto per la vicenda del nuovo stadio, che lei voleva collocare a Castello, dove già erano previste case, alberghi, negozi, sedi di Regione e Provincia, un parco di 80 ettari.
«E’ stato scritto che volevo mettere lo stadio al posto del parco, sono stati raccontati “incontri segreti” fra me, Ligresti e Della Valle, presidente della Fiorentina…».

Invece?
«Cominciamo col dire che lo stadio attuale, l'”Artemio Franchi” è in mezzo alla città e crea notevoli disagi. Diciamo poi che Della Valle presentò più di un anno fa un progetto di “Cittadella dello sport”, con lo stadio al centro, per la quale servivano 80-90 ettari».

E lei?
«Ho cercato una soluzione. Tutto quello spazio non avrei saputo dove trovarlo. Della Valle doveva ridimensionare il progetto e Ligresti aveva il terreno, poiché tutta l’area di Castello è di 170 ettari: vicino all’ aeroporto, all’autostrada, alla ferrovia ».

Il famoso pranzo dunque ci fu.
«Hotel Hassler di Roma, giugno scorso. La mia idea era di arrivare a 7-8 ettari per lo stadio. Provai a convincere Ligresti a ridurre il terreno per l’edilizia privata, ma ci furono difficoltà, e ipotizzammo di mettere lo stadio nella zona del parco».

Così preparaste un emendamento…
«Votammo in giunta un emendamento al piano strutturale della città che prevedeva la possibilità di fare lo stadio a Castello, senza specificare dove. Tutto ancora deve passare l’esame del consiglio comunale».

E’ questo il mestiere di sindaco?
«Anche. Mi sono mosso con riservatezza e non certo per favorire né Ligresti né Della Valle. Ma il sistema politico-mediatico è malato e io non voglio più farne parte».

E ora, lo stadio?
«Ci penserà il prossimo sindaco. Io ho bloccato tutto, stadio e piano strutturale. Firenze si ferma!».

La storia si intreccia con le primarie del Pd per decidere il candidato sindaco del 2009. Uno dei concorrenti, l’assessore Cioni, è indagato, ma non vuole rinunciare…
«Le primarie sono una bella cosa, ma anche una macchina delicata. E il Pd è ancora troppo fragile, una sommatoria di gruppi e componenti. La democrazia, diceva Bobbio, è fatta di regole. Altrimenti diventa casino. Quattro candidati, ad esempio, sono un numero esagerato: e se uno vince con il 28 per cento, che forza ha?».

Quindi?
«Per sciogliere questo enorme intrigo ci vuole una decisione politica da Roma».

Firenze finirà in mano al centrodestra? Verdini, coordinatore di Forza Italia, dice che cercano un candidato «civico».
«Conosco bene il centrodestra di Firenze: non sono all’altezza di governare la città».

Intanto, la sua maggioranza si sfalda. I Comunisti italiani se ne sono andati.
«Se vogliono, io li mando tutti alle elezioni di giugno con il commissario prefettizio. Ma devono votarmi la sfiducia. Oppure, bocciare il bilancio preventivo. Pensare che mi avevano offerto di candidarmi al Parlamento, ad aprile…».

Faccia un’autocritica.
«Mi sono buttato con troppo entusiasmo nella storia dello stadio. E non l’ho fatto per intitolare il nuovo impianto con il mio nome… La verità è che sono tifoso viola da quando ho sei anni!».

Grazie allo stadio è finito in un guaio.
«Che guaio?».

La fine della sua carriera di politico di professione.
«Chi l’ha detto che sia un guaio? Farò altre cose. Oggi c’è troppa gente che vive di politica e che fa politica senza professionalità. Io appartengo a un altro mondo. Che non c’è più».

Andrea Garibaldi
06 dicembre 2008

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