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Radici comuni

Stefano Fassina (responsabile lavoro del Pd) si è dovuto allontanare dal corteo dei lavoratori Alcoa scortato dalla polizia. Da settimane questi uomini si stanno mobilitando

Stefano Fassina (responsabile economia e lavoro Pd) contestato dai lavoratori Alcoa – Roma, 10/09/2012

contro la chiusura dello stabilimento.

Alcuni esultano per questa “fuga” e solidarizzano, occorrerebbe però riflettere su cosa sia accaduto e su quanto accadrà ancora andando avanti di questo passo. La prima considerazione è che quei lavoratori non sono più disponibili a fare distinzioni fra “peggio” e “meno peggio” e, tantomeno, sono disponibili ad accettare attestati di vicinanza dalla politica, richiedono atti concreti, interventi per poter continuare a vivere del proprio lavoro.

C’è una disperazione profonda nel Paese e questa disperazione sta montando in una rabbia palese verso la politica, in quanto in ballo c’è la sopravvivenza.

L’informazione quasi tutta schierata con le compatibilità finanziarie e con il governo Monti – Napolitano, c’è da scommetterci, domani ospiterà l’intervento di qualche solone che stigmatizzerà i lavoratori sardi e le dichiarazioni dei rappresentanti dei partiti che solidarizzeranno con l’esponente del Pd, e ridurranno a battute le folcloristiche uscite di altri politici presenti come Diliberto. Dopodomani nulla rimarrà se non la disperazione e la rabbia.

Certo, Fassina – le cui posizioni spesso sono state dissonanti rispetto al resto del suo partito – cosa poteva aspettarsi? Chi semina vento raccoglie tempesta, si potrebbe dire. Eppure, secondo me, non c’è nulla da esultare, né c’è qualcosa di cui compiacersi. Questi episodi non sono certo il sintomo di una rivoluzione che avanza, quanto è accaduto non è certamente il prodromo delle magnifiche e progressive sorti. Quando non si vuole, perché non si può più, fare distinzioni la storia ci ha insegnato che quasi mai si sono aperte fasi di progresso e democrazia, quasi sempre, invece, si sono instaurate situazioni ancora più autoritarie e antipopolari.

Il punto è che la politica quando non apertamente al servizio del potere finanziario, lo stesso potere che ha prodotto questi livelli di insoddisfazione, alienazione e deprivazione, risulta essere solo un teatrino dove emerge con chiarezza che gli attori non conoscono i problemi e parlano d’altro. A sinistra ancora, invece, si crede che l’alleanza per il governo possa essere una prospettiva efficacie, un’alleanza le cui condizioni sono note: perseguire l’agenda di “rigore” proposta dal governo Monti e accettata dal Pd.

La sinistra non si pone il problema della depoliticizzazione della politica, strologa ancora su alleanze facendo finta che la mercificazione e l’intreccio tra finanza e politica si possa sciogliere con le primarie e con un buon risultato del candidato della sinistra. Finché non si partirà dalla considerazione che a governare, in realtà è la classe dirigente, e non la classe politica che agisce come paravento, la rabbia di chi sta vedendo crollare le proprie condizioni di vita monterà.

Occorre un’alternativa, ma quale? Chi la farà? David Harvey ha sostenuto: “ci troviamo dunque in presenza di un duplice ostacolo: la mancanza di una visione alternativa impedisce la formazione di un movimento di opposizione, e l’assenza di un tale movimento preclude la formulazione di un’alternativa. Come si può dunque superare questa situazione di impasse? Il rapporto tra la visione di cosa fare e perché, e la formazione di un movimento politico in grado di farlo, ha assunto carattere circolare. Se si vuole sperare di realizzare un rinnovamento, questi elementi dovranno rinforzarsi a vicenda; in caso contrario, la potenziale opposizione resterà per sempre bloccata in un circolo vizioso che vanificherà ogni prospettiva di cambiamento costruttivo, lasciandoci vulnerabili dalle future crisi del capitalismo, che si perpetueranno con risultati sempre più micidiali”.

A sinistra ancora si dibatte sulla via “entrista”, leggevo che un vecchio dirigente del PRC sostiene ancora l’importanza fondamentale per i comunisti di entrare nei “parlamenti borghesi”, d’altra parte lo diceva anche Lenin, personalmente credo che nella testa dei dirigenti non ci sia Lenin quanto, invece, un tatticismo politicante. Trovo che l’ingresso nel parlamento per la sinistra sia un fatto importante, ma comunque subordinato a un tema fondamentale: identificare le radici comuni dei problemi per unificare le battaglie dei lavoratori, battaglie per la sopravvivenza, con quelle dei giovani, dei precari, dei disoccupati, dei migranti, una battaglia politica per costruire il futuro piuttosto che per entrare in parlamento.

Questa è la posta in gioco, ma non basta l’analisi, occorre anche la mobilitazione, praticare un modello alternativo. Se pensassimo che i dirigenti della sinistra, quelli che vogliono fare le primarie, quelli che si appendono ai simboli, possono minimamente provare a dare rappresentanza e praticare questa strategia sbaglieremmo. Provare a costruire l’alternativa “da sé”, dai territori è l’unica via possibile. Rispetto per la natura, egualitarismo nei rapporti sociali, bene comune, amministrazione democratica e non governata dal denaro, processi lavorativi organizzati dai lavoratori, vita quotidiana intesa come scoperta di nuovi rapporti sociali e non come momento consumistico, “concezioni mentali che pongono l’enfasi sulla realizzazione di sé nel servire gli altri”, possono, anzi dovrebbero, costituire il vocabolario minimo di un qualsiasi soggetto politico che si proponga la trasformazione e il superamento dello stato di cose presente. Possono costituire il manifesto per l’alternativa, un’alternativa che non può attivarsi discendendo da qualche leader nazionale, ma che può essere agita nello spazio e nel tempo in cui ci troviamo ad agire. Proviamoci!

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Perché ricordiamo la Rivoluzione d’Ottobre

di Alexander Höbel – L’ernesto 06/11/2009 –

 

A 92 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, qualcuno potrebbe chiedersi (e chiederci) perché celebriamo ancora quell’evento. A parte il fatto che anche date come il 14 luglio 1789 continuano a essere giustamente ricordate e celebrate, il punto centrale è un altro; e cioè che continuiamo a pensare che quell’evento abbia cambiato la storia del mondo, e che i suoi insegnamenti – e in generale la lezione del leninismo – siano tuttora fondamentali.

Tanto per cominciare, non si ricorderà mai abbastanza il fatto che quella Rivoluzione nacque in opposizione al massacro della guerra imperialista – la I Guerra mondiale – che stava devastando il mondo, trasformò l’ennesimo macello prodotto dalle logiche del capitale in un’occasione di trasformazione sociale, e costituì la leva essenziale della dissociazione della Russia – ormai Russia dei soviet – da quella “inutile strage”, giungendo a una pace giusta e senza annessioni (anzi, con la perdita di rilevanti pezzi di territorio), con un gesto che valeva molto di più delle vuote invocazioni pacifiste di tante forze democratiche e socialiste, cui poi non corrispondevano scelte conseguenti. Gli altri decreti varati all’indomani della Rivoluzione – quelli sulla terra ai contadini, la nazionalizzazione dei grandi impianti, il potere dei soviet, il rispetto delle nazionalità e il criterio della libera adesione al nuovo Stato – costituirono le prime realizzazioni di quegli obiettivi che i bolscevichi avevano proclamato prima della presa del potere: anche in questo caso, una coerenza tra il dire e il fare, che accrebbe grandemente il consenso popolare.

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Lenin

Infine, quel nuovo sistema produttivo poneva il problema del superamento del lavoro alienato, non solo nel senso dell’espropriazione del lavoratore dal prodotto che ha realizzato, ma anche nel senso della scissione tra lavoro manuale e intellettuale, tra funzioni direttive ed esecutive; il tutto contando, nella migliore delle ipotesi, ossia nelle punte più avanzate delle città industriali, sulla catena di montaggio taylorista, uno strumento di produzione rigido che, come è stato rilevato, ben difficilmente poteva costituire la base di una liberazione del lavoro. E tuttavia anche qui si tentò, lasciando maggiore spazio al ruolo creativo e alle innovazioni dei lavoratori, a una loro funzione anche direttiva, e poi, in anni di maggiore sviluppo e benessere, allentando i ritmi di fabbrica in misura tale che la competizione economica internazionale intanto avviata coi paesi capitalistici non avrebbe perdonato.

Il tema della liberazione del lavoro rientra peraltro in un problema più generale, quello del superamento della scissione tra dirigenti e diretti, governanti e governati, e dunque al tema della democrazia – intesa etimologicamente come potere del popolo –, del potere e dei suoi meccanismi. Anche qui l’Ottobre è essenziale per il tentativo di superare la democrazia come delega, di andare al di là di una democrazia meramente rappresentativa e formale, per affermare un modello di democrazia diretta, sostanziale, basata sulla partecipazione costante dei lavoratori, su un loro effettivo potere di controllo e gestione, su funzioni di delega ben delimitate: il contrario, insomma, di quella delega in bianco, professionalizzazione della politica e quindi crisi della partecipazione e della stessa democrazia, che viviamo oggi nei paesi capitalistici; e invece qualcosa di simile a quello che si cerca di realizzare in esperienze come quelle del Venezuela bolivariano e di Cuba, e soprattutto punti essenziali della riflessione di Lenin, da Stato e rivoluzione agli ultimi scritti sull’“ispezione operaia e contadina” e sulla necessità di difendere e sviluppare questo modello, scongiurando il riproporsi dei vecchi sistemi.

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Manifesto rivoluzione russa

Ma soprattutto i problemi e gli obiettivi che quella Rivoluzione poneva sono oggi ancora più attuali di ieri: sono più necessari, poiché solo un sistema economico che sostituisca all’anarchia del mercato e alla produzione illimitata di merci la pianificazione razionale delle risorse e il loro uso sociale potrà salvare il Pianeta dalla crisi alimentare, dalla tragedia della fame e della sete, dalla catastrofe ecologica, dalle guerre per le risorse; e sono maggiormente possibili, perché lo sviluppo delle forze produttive, delle tecnologie informatiche, dei mezzi di comunicazione e degli strumenti di calcolo, e infine il passaggio stesso a un sistema produttivo più flessibile, pongono basi enormemente più avanzate per un’economia socialista. Dunque per chi come noi, marxisti e comunisti, crede nella storia e nelle sue possibilità, l’Ottobre è un esempio ancora vivo; è una tappa essenziale di quello che Domenico Losurdo definisce il lungo “processo di apprendimento” delle classi e dei popoli oppressi per emanciparsi e prendere nelle proprie mani la loro vita, scalzando le vecchie classi dirigenti e superando la vecchia società. Per questo nel nostro calendario il 7 Novembre sarà sempre segnato in rosso.

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