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Una chiaccherata con il sindaco di Forlì Roberto Balzani

Pubblico di seguito un brano dell’intervista che ebbi occasione di fare al Prof. Roberto Balzani (sindaco di Forlì) sul tema dell’acqua pubblica e sui servizi pubblici locali. Feci questa intervista per inserirla nella mia tesi di laurea intitolata “Servizi pubblici locali, tra capitalismo e democrazia”. L’intervista si svolse il 14/03/2010 e insieme al sottoscritto partecipò il Prof. Nicola Giannelli (Docente di analisi delle politiche pubbliche dell’Università di Urbino).

Eugenio Pari

(…)

“Il vero problema dei servizi comunali nei confronti delle multiutility è l’assimmetria informativa, dal punto di vista della resa dei conti e a volte degli stessi investimenti che si fanno. Non riusciamo ad entrare nel merito oltre ad un certo punto e dall’altra parte i controlli che sono controlli formali e non sostanziali.”

È un problema che riguarda gran parte dei comuni d’Italia…

Questo è il tema perchè non abbiamo risorse per una gestione diretta, allo stesso tempo si dice che la gestione deve essere esterna tu devi avere solo il compito di programmazione, indirizzo e controllo ma fare le gare fatte bene è difficilissimo è una delle chiavi di volta del servizio e noi anche in questo caso non abbiamo risorse interne, cioè dobbiamo riferirci a persone esterne, diciamo a professionisti esterni

E’ difficlissimo perché il contratto di servizio è fondamentale ed è difficilissimo strutturarlo in maniera tale da avere il coltello dalla parte del manico…

Esattamente poi è difficilissimo trovare professionisti che non sono pagati dalle società di gestione, quindi persone intellettualmente oneste, perchè in realtà è un sistema oligopolistico quello delle società di gestione che è così ben organizzato fra virgolette domina anche il mercato delle professioni, quindi trovare persone in grado di fare buoni contratti,per il pubblico,  fatti per bene, vuol dire avere a che fare con persone che non sono numerose, noi ce ne rendiamo conto, questo vale nel campo degli ingegneri, nel campo dei giuristi, nel campo dei tecnici, quindi è difficile accedere anche pagandoli profumatamente.

Questo è un dramma perché riguarda anche i servizi di ingegneria, io ho visto con l’alta velocità Torino – Lione, prima che i sindaci scendessero sul campo di battaglia sembrava che quel tracciato fosse l’unico possibile al mondo e tutti gli ingegneri del Piemonte eran disposti a giurare su questo, tre anni dopo si è scoperto che quella soluzione li era vecchia, era obsoleta e adesso il presidente del comitato dice che la nuova soluzione non ha più nulla a che vedere con quella vecchia, ed è un architetto… evidentemente era già una soluzione che si voleva far passar così come fosse… quindi questo riguarda tutti i settori…

tutti i settori dell’intervento pubblico….

Cioè questo riguarda le acque…

Acque, rifiuti, smaltimento, ecc. poi ci sono segmenti in cui abbiamo qualche struttura più robusta ma non internalizzata ai comuni, penso a questa Unica per il patrimonio delle reti, Romagna acque per l’acquedotto che è una società integralmente pubblica che avrebbero un potenziale da questo punto di vista anche di costruzione di una tecnostruttura fedele interna, ma è un lavoro sul quale dobbiamo ancora completamente investire perché in realtà l’abitudine culturale a pensarsi come soggetto pubblico che ha questa funzione specifica non è, diciamo, dominante.

Ma i comuni hanno mai pensato di mettersi in rete e costruire un soggetto unico che abbia delle capacità contrattuali, tecniche?

È quello che stiamo cercando di fare, noi disperatamente siccome so che non lo posso fare dentro al comune non abbiamo i soldi per fare queste cose e  anche un comune come Forlì, che ha circa 800 dipendenti, che tu dici caspita quanti ne hai… ma se tu togli il sociale gli insegnanti alla fine rimangono… e poi queste cose qui non è che le puoi fare casualmente è un mestiere complicato, duro, quindi quello che con il Dott. Foschi stiamo cercando di fare è vedere quali delle nostre società partecipate può avere la capacità economica da un lato e il potenziale di acquisizione di queste capacità tecniche proprio per riuscire a concentrarle li, perchè questa è una cosa di cui abbiam bisogno perché altrimenti noi siamo in balia totalmente delle società che gestiscono

Nella delibera del 14.09 (ndr delibera del Consiglio comunale di Forlì) emerge lo scheletro di una nuova gestione, soprattutto perché emerge di non cedere quote di partecipazione, mentre mi pare che uno dichiarati ad esempio dal comune di Rimini e di Modena è cominciare a vendere le quote. Questo signor sindaco che cosa vuole dire?

Io se devo vendere qualcosa vendo le azioni di Hera, non vendo gli assets patrimoniali, cioè vendo le azioni perché li non conto. Il sistema di Hera è una società pubblica teoricamente, ma assolutamente privata realmente, in cui diciamo, c’è una perfetta realizzazione del capitalismo manageriale chandleriano. Nel senso che il management è autoreferenziale e con la scusa che la società è quotata in Borsa, cosa che secondo me è stata esiziale per il destino di Hera, Hera a partecipazione pubblica non doveva essere quotata in Borsa, doveva rimanere una società anche privata ma non quotata, dal momento in cui è stata quotata è chiaro che il cosiddetto riferimento al mercato e all’ipotetico investitore privato che compra le azioni è diventato il punto di riferimento di questo management autoreferenziale che dice “noi dobbiamo rispondere al mercato”, “alla quotazione di Borsa” e questo è il motivo per cui fanno praticamente quello che vogliono…

Cioè la scusa attraverso la quale loro si sentono autonomi…

Assolutamente autonomi, per cui il loro orientamento è l’orientamento verso il risultato finanziario risultato finanziario puro, nei confronti dei soci pubblici che hanno il 60% dicono però noi siamo anche i vostri interlocutori, con voi noi non possiamo avere un rapporto fra socio privato e amministrazione pubblica perché voi siete dentro di noi, voi avete delle quote azionarie quindi, in qualche modo, dobbiamo trovare un accordo più fluido, diciamo, dovete darci una mano perché più profitti facciamo più dividendi stacchiamo…

Non è che tra i colleghi suoi ce ne sono molti che, appunto, privilegiano il margine finanziario rispetto alla qualità del servizio? Perché altrimenti non si spiegherebbe il comportamento del management…

Certo, secondo me infatti, questo è un autentico patto col diavolo, cioè è un meccanismo diabolico perché significa in realtà che si fa una scelta, diciamo che i comuni vengono portati a fare una scelta che è privilegiare il rendimento finanziario, quindi una finanziarizzazione del servizio pubblico che diventa immateriale, viene smaterializzato, quindi spariscono le reti che sono un elemento materiale, quello che ha fatto il sindaco di Modena piuttosto che quello di Ravenna, l’ha trasformata in carta, e ha l’ha reso finanziario. Questa operazione secondo me è contraria a quella che è la libertà municipale, e soprattutto a quella che è la funzione dei comuni, perché oggi i comuni fondamentalmente nel momento che hanno minori trasferimenti dallo stato nel quadro finanziario delle entrate su che cosa possono agire per riuscire ad avere risorse o per riuscire ad aiutare i cittadini? Chiaramente avendo una forte capacità contrattuale nel confronti del gestore dei servizi pubblici quella è la grande partita con cui io posso dare anche dei vantaggi competitivi al mio territorio, se sono capace, avere, nono so, il gas a prezzi più bassi, la corrente a prezzi più bassi, un domani le linee di fibra ottica…

Quindi paradossalmente l’essere comproprietari per una piccola cifra è un handicap, perchè tu sei legato a quel fornitore di servizi che, anzi ti dice, ma tu sei uno dei miei proprietari quindi non mi puoi strozzare con un contratto che mi ponga delle condizioni troppo stringenti, quindi è lui che è tutelato invece del comune, il comune non ha vantaggi perché in realtà non ha un vero potere sulla governance e per di più è legato esclusivamente, quindi uno potrebbe star fuori e contrattare…

Esatto, infatti, questa è la mia idea, quella che in una cosa di questo genere e da una cosa di questo genere è meglio che un comune scinda le funzioni in maniera esplicita, porti a casa il valore che aveva incamerato dentro quel valore del bene materiale che era la vecchia municipalizzata se lo riporta a casa, purtroppo non è più quello, nel caso nostro le municipalizzate del gas che erano state inserite, tutto il nostro parco di società pubbliche

Quante ne avete inserite in Hera voi?

Ah, tantissime. Abbiamo inserito il gas, senza reti per fortuna, e poi l’igene urbana, l’inceneritore e l’idrico…

Non avete messo cimiteri (nota: Rimini esternalizzò i servizi cimiteriali ad Hera nel 2002 per poi rincamerarli nel 2006 e quindi cederli nuovamente ad una società partecipata a capitale pubblico denominata Anthea)…

No… pubblica illuminazione, tieni presente che Hera poi ha fatto un’operazione al suo interno che è stata ancora più devastante, nel senso che ha isolato in una SRL, separandola dalla Holding, i gioielli di famiglia, Herambiente, cioè inceneritori e centrali di produzione di energia elettrica…

Quelle dipendono direttamente da Hera Holding...

Dipendono direttamente da Hera holding e ha cercato di fare entrare, per dotarsi di denaro fresco, dei fondi di investimento vendendo delle quote della SRL, della holding in cui sono gli impianti…

Direttamente sul mercato?

Sul mercato.

Quindi non sono più di Hera queste….

No, il 25% di Ambiente arancione, quindi in realtà io avendo delle azioni della holding ho della carta, perché gli impianti stanno diventando in parte di altri, ecco perché io voglio uscire il prima possibile, perché quando quelli la si sono venduti la quota di maggioranza della SRL Ambiente che controlla gli impianti qual’è il valore di Hera in quanto tale? I contratti di servizio fondamentalmente.

Qui c’è però una tara culturale italiana, perché il modello a cui fai riferimento è il modello anglosassone, cioè il pubblico stabilisce quali sono i suoi obiettivi e mette in piedi un sistema di controllo, il privato, in un regime competitivo, fa il servizio, viene controllato, se funziona male si da a un altro e così via. Invece in Italia l’idea è: noi non leviamo i piedi da nessuna parte, quindi teniamo i piedi in tutte le staffe, quindi vogliamo essere comproprietari del servizio, metterci il cappello del controllore poi si leva il cappello del controllore, mi metto il cappello da azionista, qui poi il livello della governance è più complicato del normale perché ci sono le Hera locali e quella centrale e così via… l’idea è quella di tenere sempre i piedi in tutte le staffe, cosa che si credeva avesse un vantaggio, non so se ce l’ha per la classe politica a questo punto, cioè di riuscire a piazzare poi persone nei vari livelli…

Non è così quantitativamente significativo, diciamo piuttosto che è comodo, nel senso che è chiaro che mettere in piedi un sistema di programmazione e di controllo è faticoso, è costoso anche in termini umani, intellettuali, perché significa che tu devi cominciare a domandarti qual’è l’interesse pubblico anche farti delle domande che avevano risposte chiarissime per i liberali del tempo di Einaudi per esempio, quelli dicevano: ci sono dei monopoli naturali, quelli è bene che non siano mai privatizzati. I monopoli naturali devono essere pubblici dal punto di vista delle reti, degli impianti ed eventualmente posso appaltarne la gestione, ma non posso privatizzare il monopolio naturale perché significa che io vado a creare comunque una distorsione del mercato. Quelle erano cose che nella legge della municipalizzazione di Giolitti del 1903 erano le basi, che oggi apparirebbero di estrema sinistra, se tu le leggi diresti ma queste le ha scritte un pauroso bolscevico, le ha scritte uno dei padri del liberalismo. Sono i cardini del pensiero liberale.

Siccome non sono in grado di garantire una concorrenza di mercato allora do questa cosa in gestione al pubblico, poi creo le condizioni del mercato…

C’è stato anche un grande equivoco sul termine privatizzazione e liberalizzazione. Allora, anche questo è il punto, la liberalizzazione nella testa dei cittadini significa avere più gestori che ti offrono un bene quindi poter scegliere l’operatore. Nel caso di questi servizi pubblici la liberalizzazione è semplicemente la gara. La liberalizzazione si esaurisce li, perché nel momento che io scelgo uno fra i quattro cinque gli consegno un monopolio provvisorio, pro tempore…

Perfino la gara è una finta liberalizzazione perché normalmente i concorrenti si mettono d’accordo fra di loro, vedi il caso del trasporto pubblico, che ancora non l’abbiamo toccato...

Esatto, quindi l’idea di liberalizzazione in questo segmento è limitata a quella finestra…

Gli economisti parlano di “mercato per” invece di “mercato nel” per cui hai la gara per per cui lo spazio del mercato si esaurisce.

Quello che stanno facendo molte comunità senza rendersene conto è una svendita di patrimonio pubblico, senza porsi delle domande sul lungo periodo dell’esito di questo processo, che vuol dire sostanzialmente una funzione che il comune avrà sarà molto meno di regolazione, sarà un soggetto prigioniero di privati che ti diranno loro quando e come costruire lungo le strade, perché se io sono proprietario della rete e che la mia rete passa dentro tutta la città… provate a pensare cosa questo significhi e io posso andare a spaccare il selciato tutti i giorni perché è un mio diritto, cioè ti sei messo in casa una sorta di soggetto parallelo che è il padrone della città, cioè il padrone del sottosuolo.

Secondo questa interpretazione qui, il fatto dell’italianità, Mercatali diceva noi abbiamo costruito Hera però siamo sicuri che ci possa essere un controllo perché comunque siamo noi, mettiamo un limite a possibili invasioni dall’esterno. Quando si va a gara è importante fissare alcuni paletti sicché il gestore può essere anche francese, però i contorni sono chiari, per il rispetto di alcuni semplici elementi o no?

Questo era l’obiettivo, ma non è mai stato così, non c’è stata mai nessuna riunione a cui ho partecipato come azionista in cui si sia riusciti ad entrare nel merito, nessuna informazione preventiva che ti consentisse come azionista di decidere, non c’è stato mai niente di tutto questo, per cui questa è una clamorosa finzione politica che da semplicemente la sensazione di essere padroni di una cosa di cui in realtà non sei padrone.

L’illusione: ci facciamo la nostra azienda, la famosa battuta di Fassino “abbiamo una banca”…

Certamente un po’ di sottogoverno Hera lo farà, questo è evidente, se c’è da impiegare qualcuno, immagino che i più grossi azionisti alzano il telefono e se è comunque quello l’obiettivo… va bene, però non parliamo d’altro, non parliamo per favore di servizio perché quello proprio zero…

E non si può dire che non si sapesse, perché la prima grande azienda costituita in questo settore è Acea del Comune di Roma, io facendo un po’ di rassegna in letteratura ho trovato che già il sindaco Rutelli dette incarico a tre economisti della Sapienza per vedere se il rapporto tra Comune e Acea potesse essere un rapporto pari a pari, e la pubblicazione che i colleghi misero su una rivista scientifica fu: il comune ha una tale asimmetria informativa che non è in grado di sapere, controllare quello che fa l’azienda, quindi o si costruisce una tecnostruttura in grado di indagare realmente, di contrastare le informazioni distorte che inevitabilmente ci fornisce Acea oppure è chiaro che dovremmo rinunciare ad avere un rapporto contrattuale con l’azienda e si trattava di un rapporto uno a uno e voi siete più numerosi… Ecco quali sono stati, se ci sono stati, casi in cui vi siete trovati a scontrarvi con Hera su singoli aspetti concreti, materiali oppure non ci sono stati…

Diciamo che noi qui sul territorio sono numerosi, quasi tutti, sulla pubblica illuminazione noi cerchiamo di fare un cambiamento tecnologico per usare lampade sap oppure quelle led costringendoli a rispettare il loro contratto che prevede anche una quota per la manutenzione straordinaria, il cambio tecnologico che non hanno mai applicato e siamo in un contenzioso perché li il contratto era stato fatto male all’origine ecc. ecc. e facciamo fatica. Sulla parte dell’igiene urbana abbiamo la parte della raccolta differenziata porta a porta c’è stata una lotta selvaggia per farla partire, loro erano contrari perché è chiaro che dietro questo ci sta per me anche il tema dell’inceneritore che è dentro la città, quindi dentro lo spazio urbano, l’inceneritore più dentro la città in Emilia Romagna ce l’ho io, un inceneritore da 120mila tonnellate più un altro privato che brucia rifiuti ospedalieri speciali da 40mila tonnellate che è attaccato…

Comitati di cittadini….

Beh ce ne sono, forse adesso un po’ meno, perché l’operazione del porta a porta che ha come obiettivo quello di differenziare molto di più che cercare di dare meno mangime all’inceneritore li fa stare per il momento un po’ più tranquilli ma l’obiettivo mio, chiaramente, è quello di fare i conti con l’inceneritore…

Loro non vogliono fare il porta a porta perché gli costa di più?

No, loro… il loro è un meccanismo produttivistico loro hanno sei inceneritori che debbono dargli da mangiare, siccome il tal quale lo buttano la dentro e quello che viene fuori chi se ne frega e brucerebbero qualsiasi cosa è questo il punto. Qual’è il dramma, il dramma è che cosa viene fuori sappiamo è un oggetto di un dibattito molto acceso fra gli specialisti, i medici, ecc. ecc. io, invece, mi vorrei riappropriare della “risorsa rifiuto” per la quota indifferenziata, perché li il vero problema non è la parte che si differenzia: vetro, lattine, carta perché quella è già a posto, il vero problema è il residuo indifferenziato dove c’è dentro anche l’organico perché separando quello e poi soprattutto sull’indifferenziato facendo altre separazioni si può ottenere una materia prima seconda, come viene chiamata dai tecnici, che può costruire delle materie semi plastiche delle cose che possono essere utilizzate, per esempio, anche al posto dell’asfalto, possono essere utilizzate in una serie infinita di attività e su quello mi piacerebbe costruire imprese anche private, dare lavoro ad un nuovo settore. Quando si parla di “economia verde” alla fine dovremo dire qualcosa di serio, questo è uno di quelli. Senza contare che conferire questi rifiuti, questa materia prima diciamo, costa meno che portarla all’incenerimento e quantitativamente il residuo che tu alla fine incenerisci si abbassa. Quindi tu ricicli di più non soltanto in un senso i materiali tradizionali, puoi riciclare anche questa parte qui, parte organica puoi metterla nel compostaggio e quindi anche la produrre energia elettrica , c’è anche quella possibilità, per me Hera dovrebbe fare solo questo. Dovrebbe cioè smantellare progressivamente gli inceneritori o trasformarli in centrali di altro genere per esempio a gas, però è chiaro che non gli conviene.

Ecco, Hera non ha nessuna convenienza a fare questo cammino…

Adesso ti spiego perché. Non c’è nessun’altra industria nella quale la materia prima tu non la paghi ma ti viene pagata e poi produci dell’energia elettrica che ti viene pagata, se tu provi a mettere insieme queste due cose capisci perché Hera non lo vuole fare. Perché è chiaro che se io la trasformo in una centrale a gas, il gas lo devo pagare. Invece io li pago a loro, la loro materia prima la pago.

Loro guadagnano due volte, magari hanno anche degli incentivi perché l’energia elettrica da termovalorizzatore viene considerata…

Hanno il Cip 4. Quindi questo ti da’ l’idea del business, ecco perchè loro farebbero a tappeto inceneritori da qui a Piacenza ogni 10 km potendolo e brucerebbero tutto che viene in Italia, quello sarebbe il loro obiettivo…

E voi siete legati da contratti

Tieni conto che la regione sotto questo profilo, sul tema dello smaltimento ha separato le gare future, noi vogliamo fare una gara sulla raccolta e lo possiamo fare, ma sullo smaltimento, per quello che riguarda l’incenerimento siamo per legge regionale legati a Hera, perché quelli che hanno già gli impianti devono continuare ad averli. Quindi è stata un forzatura…

Questo perché Hera è potente…

Perché è potente, perché ognuno di questi bestioni costa 100 milioni di euro e quindi evidentemente c’è l’ammortamento cioè loro hanno fatto valere questo tipo di ragionamento…

Ci siamo consegnati agli inceneritori in pratica…

Esattamente.

E questo riguarda anche… Hera come dire gestisce anche i rifiuti… perché stiamo parlando dei rifiuti urbani in questo caso però mi sa che i 2/3 sono rifiuti non urbani, speciali, aziendali, ecc. loro gestiscono anche tutta quella filiera li…

Tutta quella parte li, anche quella industriale.

Quindi gestiscono tutto, insomma, non  ci sono altri operatori…

Ma… il settore che da più margine, se tu guardi i bilanci di Hera, è il settore dei rifiuti, quello è il vero business, lo smaltimento, non la raccolta, perché sul gas hai ormai soltanto il differenziale fra il costo che tu importi e quello di erogazione e quindi hai li una margine che, tutto sommato, è finito per legge, come dire gli scostamenti sono veramente minimi, riesci a ripagarti… l’acqua non ne parliamo perché anche sull’acqua non c’è un margine altissimo, il vero grasso è sullo smaltimento dei rifiuti.

Anche sul gas ci guadagnano…

Si però non sono grandi guadagni, qui invece ci sono delle oscillazioni che possono essere del 10, 20 del 25% cioè puoi avere dei margini pazzeschi, dei margini da prima rivoluzione industriale.

La soluzione sarebbe avere più operatori, ma è una soluzione impraticabile perché legislativamente, contrattualmente non è possibile svincolarsi da loro…

No, qui c’è l’unica… diciamo, tu devi pian pianino cercare di arrivare, secondo me in processi molto lunghi, a una forma di differenziazione talmente pesante a costringere loro a pensare a una sorta di riconversione degli impianti.

Lavorando sulla raccolta…

Lavorando sulla raccolta, perché io l’unica arma che ho è la pubblica opinione che l’ha raccolta, se io riesco a costruire un distretto del riciclo in cui apro anche delle fabbriche è chiaro che il vantaggio per i cittadini diventa.

E se ci fosse un legislazione che gli impone un riciclo, una soglia di riciclo maggiore rispetto alla legge Ronchi, perché sulla legge Ronchi immagino che loro siano già a posto…

Ma loro dicono formalmente, trovano tutti i modi per aggirarla. Noi siamo al 50% della raccolta. Sul 50 che te hai differenziato il 70% loro lo ributtano la dentro.

Non riciclano quasi niente…

Quasi niente. Perché loro dicono che se nel cestino della carta tu butti il cartone della pizza sporco quello, loro dicono, è sporco quindi lo buttano dentro

Ecco quello invece potrebbe andare nell’organico...

Ah beh dopo si…

Bisognerebbe fare una campagna culturale ai cittadini, io come cittadino alle volte mi chiedo: questo dove lo devo mettere?

Tutto questo tu lo puoi fare solo se arrivi alla tariffa puntuale, e cioè solo se tu riesci a legare un vantaggio diretto al tuo comportamento virtuoso. Oggi la tariffa dei rifiuti è legata a una media fra la superficie e le persone che abitano l’appartamento e non al consumo. Tu lo devi per forza, nel tempo legare al consumo.

Secondo me, una grossa opera culturale andrebbe fatta a partire dalle scuole… Cioè c’è una tara culturale nostra, per cui va bene incentivare con l’euro in più o l’euro in meno però se tu cominci dalle scuole e insegni alle persone che cosa vuol dire l’organico… Io vedo sto trasferendomi da Firenze a Pesaro, a Pesaro i cassonetti dell’organico sono molto più piccoli dell’indifferenziato, ma l’organico è molto di più di tutto il resto, io che a Firenze faccio l’organico vedo che produco molto più organico che ogni altra cosa, quindi il cassonetto dell’organico dovrebbe esser più grande. È una cosa complessa culturalmente, concettualmente la differenziata, oltre che con gli incentivi lo si fa con l’informazione, con le scuole…

Si, si, ma che questo sia un grande processo culturale è fuori discussione, però oggi come oggi tu hai degli strumenti che sono questi, strumenti che chiamiamoli pure di informazione di una opinione pubblica, dall’altra parte hai strumenti di tipo legislativo e economico che sono di una cogenza e di una capacità di intervento immediato qui e ora, che sono spaventosi per cui anche sotto questo profilo c’è l’asimmetria…

Se l’operatore non ha lui stesso l’interesse a valorizzare i rifiuti, è chiaro che non si fa…

Come parte pubblica facciamo una riflessione: proviamo a dare un indirizzo di correzione a questo tipo di impostazione della società, se siamo il 60%… altrimenti che cosa stiamo a fare noi come proprietà.

E che dicono i colleghi?

I colleghi dicono: sai, il management dice che hanno già speso 600 milioni negli inceneritori bisogna prima ammortizzare quelli. Se ci mettiamo su questo piano saremo tutti morti di tumore.

Il pubblico assume su di se i problemi del privato, cioè dicendo: siccome abbiamo investito… come se fossero soldi pubblici, invece sono soldi del gestore. Quindi hanno fatto un capolavoro, perché io sindaco mi preoccupo dell’investimento del gestore invece del servizio che mi viene dato, perché la considerano una cosa loro…

E’ in parte cosa… è illusorio, però è illusorio fino a un certo punto perché hai la quota di partecipazione che è effettivamente un bene immobilizzato li dentro.

C’è un ritorno, il discorso è che si investe sul ritorno…

Il discorso è che si investe sul ritorno, però è clamorosamente sbagliato secondo me, perché poi tu espropri di fatto… la politica chi la fa? Questo è il punto. Cioè se il pubblico deve fare la politica, cioè un organismo che risponde alla cittadinanza, in questo caso tu hai espropriato il pubblico di quella che è la sua funzione cioè il disegnare una politica pubblica nei confronti della tua generazione e di quella successiva, quindi tu hai che la fanno loro per te e tu essendo azionista ti sei privatizzato il cervello. Questo è il punto. Ma è un errore, io che ho una formazione essenzialmente liberale secondo me questa è proprio distorsiva del vero liberalismo anche di quello classico, cioé lo spazio del mercato, lo spazio del pubblico, lo spazio dell’individuo, cioè devono essere tutte cose in cui c’è un elemento di responsabilità, loro sono totalmente irresponsabili. Quando loro fanno gli investimenti dicono: ma a noi ce l’hanno detto gli azionisti, gli azionisti sono pubblici? Il pubblico ha deciso, noi siamo lo strumento del pubblico. Questo è quello che ti dicono: noi abbiamo fatto quello che ci avete detto voi, voi ci avete detto di fare gli inceneritori, perché ve la prendete, qual’è questo problema adesso dell’inceneritore che fa male? L’avete scelto voi, è una politica pubblica, noi siamo stati solo il vostro braccio secolare capito?

Non hanno tutti i torti, perché trovano nell’altra parte….Da un lato questa degli inceneritori è funzionale alla politica industriale dell’azienda perché io ottengo una cifra di redistribuzione degli utili….Ma c’è una tara industrialista cioè l’idea delle partecipazioni statali, che oggi si chiamano partecipazioni comunali…

Si, capitalismo municipale.

Capitalismo municipale… quindi questa sarebbe una tara della classe dirigente o è una ricaduta della restrizione delle risorse per cui i comuni annaspano e si attaccano alla canna del gas…

Secondo me tutte e due, cioè c’è sicuramente una distorsione industrialista di questa idea che il comune, il municipio possa avere una forza economica anche quando non è in grado di gestirla, succede spessissimo in realtà, il nostro tema delle partecipate è il tema di una sorta di una grande illusione di potere di controllo o programmazione che non c’è, dove c’è la negoziazione verbale cioè l’esibizione verbale di un disegno a cui non corrisponde un’azione sostanziale, quindi c’è una retorica del potere municipale che sicuramente si incarna anche in una certa classe dirigente in questa illusione industrialista.

E qui è particolarmente antica…

Perché aveva avuto anche delle buone ragioni, nel senso che la stagione delle municipalizzate e cioè i primi 15 anni del secolo e poi la seconda fase fra gli anni ’50 e la metà degli anni ’60 ha dato vita effettivamente a delle imprese che erano a scala territoriale compatibile con la capacità di controllo e di gestione del personale politico e anche tecnico che era reperibile in loco, quindi c’era una sorta di equilibrio, quando la scala dell’organizzazione dei servizi a rete ha divelto questo rapporto con il municipio, inevitabilmente, per ragioni tecnologiche, di servizi, di mercato non c’è più stata relazione tra il livello della politica pubblica, del governo della politica pubblica e quello della gestione. È stata questa sorta di divaricazione di dimensione territoriale, perché tu avevi una dimensione territoriale amministrativa che è quella del 1861, ce l’hai ancora adesso salvo rare, Rimini è andata per conto suo… non è andata in meglio è andata a frantumarsi ulteriormente e i servizi che invece erano sempre più compattati per scale territoriali più ampie. Quando queste due cose non parlano tutto ti è saltato tra le mani, con in più l’illusione che essendo diventato più grande sei diventato più potente, più importante, mentre in realtà hai perso… Poi, voglio dire, non è mica una male la dimensione più ampia quando c’è un cambiamento tecnologico, dopo però devi avere una dimensione politico amministrativa equivalente, se tu non ce la fai a farla quel livello li, hai perso il controllo di quel pezzo.

Infatti Andreatta diceva che questa cosa non andava lasciata ai comuni, ma doveva avere dimensione regionale, ricordo quando era ministro del tesoro disse state attenti perché qui non si può industrializzare e al tempo stesso pensare che i comuni gestiscano l’industrializzazione, forse si può immaginare una dimensione regionale dentro la quale…

Dal mio punto di vista non è che sia legato a queste cose in assoluto. Per me se la scala è una scala di servizio regionale, sub regionale, in due o tre ambiti va benissimo, purché il soggetto pubblico che ha questa sorta di titolarità del monopolio naturale, chiamiamolo così, sia in grado di fare appunto la programmazione e il controllo e poi che ne risponda al cittadino, perché non può essere che decide lui e il cittadino viene a fare un mazzo così a me se il servizio non va bene, perché anche questo bisogna dirlo, cioè se il problema dei rifiuti se lo prende la regione e sono affari loro sono libero. Però dopo il cittadino deve avere una persona fisica con cui se il cassonetto ha dei problemi o se qualcuno non passa a raccogliere il pattume si deve arrabbiare con quello li altrimenti c’è qualcosa che non funziona. Invece siamo noi che ci prendiamo tutto… la gente comune è convinta che sia tu il titolare di questa decisione finale

E Sono ancora convinti che si tratti della vecchia municipalizzata

Certo…

Infatti è quello che dico rispetto alla ripubblicizzazione dell’acqua, il problema non è ripubblicizzare la gestione, il problema sono i sistemi di controllo, chi risponde a chi. Io posso anche ripubblicizzare, ma quando sono di fronte a questi processi di industrializzazione, che tanto riguardano anche il settore idrico, allora il problema rimane quello tra cittadino e gestione, non l’hai risolto con la partecipazione e basta, in un’intervista Rodotà dice che bisogna ripubblicizzare il pubblico, bisgona cambiare il concetto di pubblico considerando alcuni beni, come l’acqua, come beni comuni).

Tanto è vero che noi abbiamo una società che è Romagna Acque, è quella che ha fatto l’acquedotto, e noi stiamo ragionando, siccome la gestione ce l’ha Hera di ritrasferire una gestione in house, noi abbiamo una struttura tale…

Non siete solo voi…

No ci sono tutti i comuni della Romagna tra il Bidente e il Marecchia sostanzialmente avremmo una possibilità, se passa il referendum, di farci una gestione in house e quindi ripubblicizzare… però qui la struttura ci sarebbe come dimensione per poterla eventualmente fare…

L’affidamento in house però per sentenza della Corte europea prevede che tu abbia su questa azienda lo stesso controllo che hai sui tuoi uffici, è difficile dimostrare che 20, 100 comuni ciascuno di questi ha sull’azienda la stessa…  devi dare a ciascun socio lo stesso diritto di veto che ha un grande… E Nella delibera del consiglio comunale su Hera parlate di patti parasociali, di patti di sindacato

Dentro Hera i patti sono essenzialmente di primo livello, secondo livello fatti per eleggere il consiglio di amministrazione, quindi hanno una funzione puramente rappresentativa…

E e parliamo di una cosa esistente…

No, no esistente, che è quella che viene utilizzata, quindi ci sono prima patti all’interno della  Romagna di un certo tipo per stabilire chi a rotazione chi tocca questo a chi tocca quest’altro, per stabilire l’organigramma, ma non sono patti che hanno una funzione di decisione politica, non è che dicano decidiamo quali sono i patti parasociali con cui la politica di Hera si decide con quale maggioranza per la parte pubblica e questo sarebbe interessante e questo non l’abbiamo.

Questo è tutto affidato al codice civile e basta…

Si, poi ci sono questi su Romagna Acque che hanno più o meno lo stesso, poi anche sui trasporti.

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Fusione AcegasAps – Hera – Cosa c’è dietro?

13 / 9 / 2012

Con una accellerazione giocata nei mesi estivi si va verso la fusione di Acegas Aps (multiutility di gestione dei servizi triestino-padovana) con Hera (multiutility emiliana).

L’operazione rappresenta un’indicazione di carattere nazionale tanto è vero che vi parteciperà anche la Cassa Depositi e prestiti. Dalla fusione dovrebbe nascerà una multiutility che sarà prima per quanto riguarda il business dei rifiuti non a caso legato all’incenerimento, seconda dopo A2a per acqua erogata, ventesima come impresa italiana con 8500 dipendenti.

Il processo con cui ci si è avviati alla fusione va nel senso esattamente opposto dell’indicazione referendaria dell’anno scorso.

Nella forma l’operazione viaggia al di fuori di qualsiasi partecipazione: le migliaia di cittadini che pagano con le loro bollette, sempre più care i servizi erogati, non hanno voce in capitolo e le informazioni parziali sull’operazione passano attraverso articoli di giornale e note stampa.

Nella sostanza si avalla la logica del primato degli interessi finanziari e del mercato riproducendo la stessa logica gestionale che peraltro ha portato le due società ad avere il loro “bel” debito accumulato dai rispettivi consigli di amministrazione, stipendiati con cifre a sei zero.

La fusione Acegas Aps è in linea con tutto quello che in un quadro generale si sta compiendo sui servizi. Ma allora iniziamo a porci una prima domanda: perché i Governi che si sono succeduti alla guida del Paese (Berlusconi prima, Monti poi) hanno remato (e continuano, in maniera così spudorata, a remare) contro lo straordinario risultato referendario del 12 e 13 giugno 2011, quando 27 milioni di nostri concittadini si pronunciarono in maniera chiara e inequivocabile sulla ripubblicizzazione del servizio i.i. e la fuoriuscita dell’acqua dal mercato e dalle logiche di profitto, sulla cancellazione in tariffa della remunerazione del capitale investito dal gestore…?

Alla domanda potremmo brutalmente rispondere così: nell’era della crisi capitalistica globale quella dei beni comuni rappresenta l’ultima frontiera dell’accumulazione capitalistica.

Fino a che la finanziarizzazione dell’economia ha giocato un ruolo determinante nell’assicurare quei margini di profitto che, nelle società a capitalismo maturo, la produzione materiale di merci non era in grado più di garantire, i beni comuni (i servizi pubblici locali, in primis) hanno avuto, per così dire, vita relativamente tranquilla (così si spiega l’elevato numero di società c.d. in house presenti sul territorio nazionale). Ma con l’entrata in crisi di quest’ultimo meccanismo, abbiamo assistito, da parte di governi e poteri forti, a un surplus di attenzione, tramutatasi presto in “accelerante ossessione” verso ipotesi di privatizzazione della gestione dell’acqua e dei servizi pubblici locali. Ergo, se anche le componenti biologiche della vita sono sottoposte a un processo di mercificazione che le riduce a variabili dipendenti della profittabilità del capitale, non ci sono più limiti ai processi di accumulazione che vengono, così, posti al riparo dalle onnipresenti fluttuazioni del mercato e dei cicli economici.

Questa strategia è alla base degli sciagurati provvedimenti normativi che si sono succeduti con ritmo incalzante ed anche all’accelerata operazione di fusione-incorporazione della nordestina ACEGAS-APS nell’emiliana HERA.

Una operazione che, inutile dirlo, se si pone in rotta di collisione con l’esito referendario, risulta poi perfettamente coerente con l’assunto dominante: “mercati” dettano la linea politica ai Governi esattamente come i consigli di amministrazione (delle due società) decidono al posto dei Consigli comunali (chiamati poi a ratificare quelle scelte).

La mobilitazione che si è intrapresa nelle regioni coinvolte nell’operazione ha perciò un lavoro ampio che guarda alla qualità dei servizi, alle scelte di fondo dello sviluppo territoriale e che tocca ed attraversa profondamente il tema della democrazia. Non a caso uno dei primi slogan utilizzato è stato: noi paghiamo voi decidete.

Il problema, dunque, risiede da un lato sulla necessità di delineare una strategia che, grazie al contributo delle tante soggettività diffuse sul territorio, arrivi a bloccare questo disegno di fusione e, dall’altro, di prefigurare un reale disegno di ripubblicizzazione di tutti i servizi locali sulla ipotesi della azienda speciale.

Alessandro Punzo

Comitato Provinciale Due Sì per l’acqua bene comune

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Dentro il recinto

Un appello al movimento per l’acqua pubblica

Di Eugenio Pari

La Filtcem – CGIL ha fatto dei conti davvero interessanti: nel 2011 i dirigenti e i manager di Hera sono costati 19 milioni di euro, 2 milioni in meno dei 21 spesi per investimenti sulla rete idrica.

La notizia che questi boiardi costino come l’ammontare complessivo di investimenti per l’acqua potrebbe già essere sufficiente per gridare – giustamente – allo scandalo, ma come se non bastasse Hera nello stesso periodo ha visto aumentare il proprio indebitamento, infatti solo fra il 2010 e il 2011 l’indebitamento finanziario netto passa da 1860,2 milioni di euro a 1.987,2 milioni. Tra il 2010 e il 2011 il debito di Hera aumenta di 127 milioni di euro. La manfrina degli azionisti (i sindaci) e dei manager è la solita: “abbiamo dirigenti di altissimo livello che se lavorassero nel privato percepirebbero sicuramente di più”.

In assenza di qualsiasi controllo dentro queste aziende succede di tutto e chi detiene il bastone del comando sono questi manager che, da quando è nata Hera, sono sempre stati liberi di fare qualsiasi cosa. Chi dovrebbe applicare forme di controllo e regolazione (il soggetto pubblico), non solo non lo fa, ma collide con queste dinamiche mettendo nei Cda tante brave persone che però delle materie di cui dovrebbero discutere capiscono poco o niente, l’unica loro prerogativa è un cursus honorum all’interno di partiti e la fedeltà silente al capo di turno.

Chi tutela i cittadini? Chi tutela gli investimenti? Chi decide se è meglio costruire un inceneritore piuttosto che incrementare la raccolta differenziata? I manager, o meglio, la Borsa e quindi per Hera i fondi di investimento e le banche che non stanno tanto a guardare alla tutela dell’ambiente, ma alle cedole che periodicamente vengono staccate come profitti di Borsa.

Le azioni di Hera hanno perso il 10% del loro valore, per i comuni soci c’è stata una perdita di 36 milioni di euro sui dividenti e quindi la strategia della “gallina dalle uova d’oro” è fallita, fallita come il modello finanziario su cui Hera è stata ideata e su cui ha proliferato a danno dei cittadini che si sono visti aumentare le bollette e i costi.

Ora, non per invertire questa tendenza, ma per implementarla Hera si fonderà con un’altra multiutility del settore Acegas-Aps, un’operazione di cui cittadini e amministratori sanno niente, ma di cui si conosce un dato inquietante: l’indebitamento complessivo dopo la fusione assommerebbe ad oltre 2 miliardi e 800 milioni di euro. Questa mole di indebitamento anziché rafforzare i servizi producendo economie di scala, o anziché permettere politiche industriali diverse incentrate magari sulla riconversione energetica richiederà la gestione di ulteriori servizi (privatizzazione) perché per provare a sedare l’incredibile voracità finanziaria di questo soggetto occorre rifilarle sempre qualcosa d’altro. Il tentativo di sedare, dentro questa dinamica di speculazione utile a pochi, è un tentativo che risulterà vano e ininfluente. Perché i mercati finanziari non sono propensi ad investire in nuove tecnologie o produzioni, ma ricercano il monopolio ovvero l’occupazione di settori “protetti” e, in questo caso, sarebbe da dire “da proteggere” dalla loro ingordigia distruttiva.

Che fare? Se aspettassimo un qualche “colpo di reni” dalla politica o dai partiti rischieremmo di rimanere amaramente delusi, la collusione dei partiti è un dato di fatto e al di là di valutazioni molto strumentali e quotidiane essi non sono assolutamente in grado di ragionare e mobilitarsi su una visione strategica di ripubblicizzazione dei servizi. Occorre quindi “rianimare” il movimento referendario che ha prodotto uno dei risultati democratici più importanti nella storia del Paese ossia il “plebiscito” dei referendum del giugno 2011 contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Occorre farlo ora, cercando di allargare il più possibile questo movimento. Con questo non voglio affermare che fra gli amministratori, la politica e anche i sindacati non vi siano positive eccezioni, però mi pare di capire siano troppo deboli perché decidendo di stare “dentro il recinto” non hanno sufficiente forza per poter provare ad indicare un’alternativa che, invece, è “fuori dal recinto”.

L’appello che mi sento di inviare, quindi, più che indirizzato alla politica e agli amministratori che a questo punto dovrebbero aver ben chiaro lo scenario, ma che sempre più volte affermano di “essere tenuti allo scuro”, va rivolto a quelle persone la cui azione meritoria ha permesso di mantenere aperta la partita alimentando con la loro passione e iniziativa l’attività di questi movimenti: è arrivato il momento di ripartire e di aprire una nuova fase a difesa dei cittadini e dei beni comuni!

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HERA: BLOCCARE I PROCESSI DI FINANZIARIZZAZIONE PER RILANCIARE I SERVIZI PUBBLICI

di Eugenio Pari

Nei giorni scorsi il Sindaco di Rimini ha giustamente invitato l’AD di Hera Chiarini a ridurre il proprio compenso superiore a quello del presidente degli Stati Uniti Obama. L’invito, che speriamo non rimanga vano, è sacrosanto perché i cittadini non possono continuare a pagare stipendi di questo tipo a dei manager pubblici.

Da qualche parte si deve cominciare, ma occorre affrontare il vero nodo della questione: Hera è immersa in un mare di debiti e qualcuno prima o poi dovrà chiedere conto di questa situazione che rischia di diventare insostenibile. In sostanza è importante porre la questione di principio sulle retribuzioni del management, ma la questione vera sta nei risultati negativi conseguiti da Hera, infatti solo fra il 2010 e il 2011 l’indebitamento finanziario netto passa da 1860,2 milioni di euro a 1.987,2 milioni. Tra il 2010 e il 2011 il debito di Hera aumenta di 127 milioni di euro. A peggiorare e a depauperarsi è il patrimonio dei soci cioè i comuni, quindi un bene collettivo dei cittadini.

(fonte: http://be.gruppohera.it/schemi_bilancio/posizione_finanziaria_netta/081.html)

La “gallina dalle uova d’oro”, nei confronti della quale i comuni hanno privilegiato politiche industriali incentrate sull’incenerimento dei rifiuti piuttosto che sulla raccolta differenziata, non produce più profitti e si squarcia il velo anche su un altro aspetto: la tanto decantata liberalizzazione dei servizi che avrebbe prodotto la quotazione in Borsa di Hera è stato il manto ideologico dietro il quale si è coperto il vero processo, cioè la finanziarizzazione dei servizi pubblici. A promuovere e sostenere questo percorso, si badi, non sono stati i famigerati speculatori finanziari, ma i comuni di centrosinistra e centrodestra della Romagna e dell’Emilia che per mandato costituzionale dovrebbero agire nell’interesse dei cittadini. I processi di finanziarizzazione hanno reso sempre più critica la situazione finanziaria di un bene di cui sono soci e proprietari, di cui i cittadini sono soci e proprietari. È questo il vero aspetto su cui occorre intervenire, le altre scelte sono “cortine fumogene” strumentali ad cambiamento “perché nulla cambi”.

Ora, non servono scoop o allarmismi, ma chiare politiche volte a ridare al settore pubblico un ruolo di peso nell’economia, bloccando i processi di privatizzazione – finanziarizzazione dei servizi pubblici, mettendo al centro l’interesse collettivo e usando le imprese partecipate come volani per lo sviluppo. D’altra parte, si tratterebbe di dare coerenza al pronunciamento quasi plebiscitario dei cittadini in occasione dei referendum sui servizi pubblici dello scorso giugno.

 

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Dopo il referendum: Hera o non Hera è il tempo del comune

Sono coraggiose e anche condivisibili le recenti prese di posizione di Stefano Vitali in merito ad Hera. Esse confermano ciò che tutti i cittadini hanno avuto modo di verificare da quando, nel 2002, Hera è stata quotata in Borsa. Un limite però ce l’hanno: sono forse parziali e un po’ tardive.

Il sistema di Hera è una società pubblica teoricamente, ma assolutamente privata nella realtà, in cui si realizza perfettamente il modello del capitalismo finanziario. I dati pubblicati sul sito del gruppo ci dicono che fra il 2009 e il 2010 l’azienda ha subito una contrazione dei ricavi del 16%, mentre il margine operativo lordo è aumentato del 10,6% solo grazie alla cessione del 25% di Herambiente ad un operatore estero del settore, Eiser Infrastructured. Una operazione puramente finanziaria su cui i soci, cioè i comuni, quindi i cittadini abbiano potuto dire nulla. La costituzione di Herambiente SRL, che si occupa di infrastrutture, particolarmente di inceneritori, ha prodotto come effetto sulle scelte industriali, sulle scelte che più incidono sulla qualità della vita dei cittadini come ad esempio se creare incenitori o potenziare la raccolta differenziata, il risultato che nè i comuni e tanto meno i cittadini possano dire nulla e siano informati sulle scelte.

Il management di Hera è assolutamente autoreferenziale e con la scusa che la società è quotata in Borsa il riferimento è diventato unicamente il mercato. Il management fa un ragionamento di questo tipo: “noi dobbiamo rispondere al mercato, alla quotazione in Borsa” e questo è il motivo per cui fanno praticamente ciò che vogliono, i comuni lasciano fare perché poi si spartiscono gli utili, utilizzati per interventi tutt’altro che inerenti ai servizi ambientali o idrici. Se il politico deve fare la politica, cioè rispondere ai cittadini, in questo caso si è espropriata al pubblico una funzione, quella di disegnare una politica nei confronti della generazione presente e di quella futura, il politico si è privatizzato il cervello e questo, secondo me, è il punto.

Una visione liberale, non comunista, prevede tre spazi: il mercato, il pubblico e l’individuo, ognuno di questi ha un proprio livello di responsabilità, Hera, invece, è diventata totalmente irresponsabile grazie alle scelte, o meglio non scelte, delle amministrazioni che l’hanno creata.

Fino a qui il versante delle responsabilità poltiche, ma che cosa dice, invece, il management di Hera? Quali sono le motivazioni che adduce?

Quando il management di Hera fa gli investimenti li fa sulla base di una decisione della politica e guardando agli investitori borsistici, non certo ai cittadini. Gli investimenti sono approvati dall’azionista, i comuni, il pubblico sostanzialmente decide e il management è lo strumento. Loro fanno ciò che è stato detto dai politici, qual’è adesso il problema che gli inceneritori fanno male? Ha scelto la politica, il management è il braccio secolare del sindaco o del presidente della provincia, quest’ultimo con importanti funzioni previste dalla legislazione regionale sul controllo e sulla regolazione quindi con un certo potere di intervento sulle scelte di Hera. Il regime in cui opera Hera è contraddistinto dal più ferreo monopolio, una economia chiusa forse solo paragonabile all’economia pianificata. Infatti, qual’è quell’impresa che riceve soldi per ottenere materie prime (le tariffe sui rifiuti) e ottiene soldi per trasformare le stesse materie prime, ossia l’incenerimento dei rifiuti che produce energia che l’azienda colloca poi sul mercato?

Più che una spallata a Berlusconi l’esito dei referendum sui servizi pubblici locali, non solo l’acqua: attenzione, chiede alla politica di cambiare il proprio modo di ragionare e di sostituire alcuni concetti e pratiche. Una per tutte: non considerare più le aziende partecipate come spazio dove esercitare il funzionariato occulto dei partiti, ossia quella pratica di collocare del proprio personale fedele o per risarcimento politico nelle aziende, sostituendo il concetto stesso di pubblico da sempre gestito da soggetti privati come i partiti, troppe volte per propri fini e interessi, con quello di beni comuni cioé di beni irriducibili alle logiche di profitto tanto più se questo profitto avvantaggia chi dovrebbe tutelare il bene comune cioé la politica.

Di Eugenio Pari, 17.06.2011

eugenio_pari@yahoo.i

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Sulla multa dell’Antitrust ad Hera

Rimini, 28.12.2010

Comunicato stampa

La multa di 190mila euro comminata ad Hera dall’Antitrust è un fatto importante a tutela dei cittadini e consumatori, ma l’entità della somma è del tutto esigua rispetto ai grandi profitti che la multiutility realizza grazie anche alla mancanza di informazioni all’utenza e soprattutto sfruttando la posizione di monopolio.

Hera sostiene di essersi attenuta alle disposizioni di Ato, ma finché questi organismi, che prima di tutto dovrebbero regolare le attività industriali a garanzia dei cittadini, saranno composti con le attuali modalità il conflitto d’interessi tenderà sempre a tutelare l’interesse dell’azienda e quindi dei soci che, come tutti sappiamo, sono poi coloro che nominano gli Ato, anzi, sono loro stessi a presiedere questi organismi.

Perché possa esserci vera regolazione dovrebbe esserci reale autonomia degli organi di regolazione come gli Ato, le classi politiche dovrebbero spogliarsi di una parte dei loro poteri a favore di organi non eletti capaci di bloccare, a tutela dei diritti dei cittadini, le scelte delle maggioranze elette che invece vedono in questa multiutility solo un elemento di guadagno attraverso i dividendi che gli spettano come soci e luoghi dove sistemare personale politico con logiche rispondenti al manuale Cencelli piuttosto che alla competenza e all’autonomia.

Questi organi di controllo peraltro hanno uno scarso potere di deterrenza rispetto alle aziende monopolistiche non solo per la scarsa autonomia di cui volutamente godono, ma anche perché come dimostrato dall’importo della multa commisurata dall’Antitrust ad Hera, gli introiti di quest’ultima sono enormemente superiori rispetto a questi costi, occorrono strumenti, competenze e soprattutto autonomia che possa spuntare le unghie di questi monopoli che incidono in maniera importante sulla qualità della vita di tutti noi cittadini e sulle nostre economie.

eugenio_pari@yahoo.it

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Herambiente, Gamberini fa lo ‘gnorri’

La Voce di Rimini, 06.08.2010

Ceduto il 20% della società del gruppo Hera, di cui il Comune è socio. Il vicesindaco minimizza: notizie di stampa

RIMINI – Il Consigliere di Sinistra Ecologia e Libertà, Eugenio Pari, ha chiesto alla Giunta delucidazioni sulla cessione del 20% di Herambiente alla “Ambiente Arancione Cooperative U.A.” , società controllata da “Eiser infrastructured limited”. Si tratta di un affare da 105,6 milioni di euro, con il quale viene venduto un quarto della società capofila nel settore ambiente del gruppo HEra. Un’operazione già ampiamente riportata sulla stampa nazionale e locale, con tanto di dichiarazioni uffiiciali che però sono sfuggite ai vertici di Palazzo Garampi. Nel rispondere a Pari, infatti, il vicesindaco Antonio Gamberini ha invitato il consigliere a “non affidarsi troppo alle notizie di stampa”. “Non conosco minimamente nulla di tutto questo – ha detto Gamberini -, la nostra amministrazione (socia di Hera, ndr) non è stata coinvolta o informata. Consideriamo questa come una notizia di una probabile futura operazione, ma abbiamo comunque un patto di sindacato che ci vincola per molto tempo all’interno di HEra e ci fa stare tranquilli. Almeno fino a quando io sarò su questi banchi”. A quel punto Pari ha letto le dichiarazioni pubbliche del presidente di Hera Tomaso Tomasi di Vignano, in replica al vicesindaco ‘caduto dalle nuvole’ su questa notizia. Tomasi con riferimento a questa cessione ha parlato di “un socio azionista finanziario di primaria importanza, con un’ottica di investimento di medio/lungo termine che accompagnerà la società nel suo programma di crescita”. “Raccoglierò le firme per presentare una mozione – ha concluso Pari – perché è nostro interesse tutelare l’amministrazione comunale socia di Hera”.

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Pari (Sel): si faccia chiarezza su Hera

Corriere di Rimini, 01.08.2010

RIMINI. “Il gruppo Hera e una società controllata da Eiser infrastructured limited (Ambiente Arancione Cooperatief U.A.) hanno firmato un accordo vincolante per l’acquisto di una quota pari al 20% del capitale sociale di Herambiente la capofila del Gruppo Hera nel settore ambiente”. Lo afferma Eugenio Pari, consigliere comunale Sel, citando un articolo di Milano Finanza. “Inoltre Ambiente Arancione avrà l’opzione esercitabile entro tre mesi dal perfezionamento dell’acquisto del 20%, di acquisire un ulteriore 5%. Crediamo sia molto pericolosa questa situazione. Sarebbe utile che i cittadini avessero una risposta da parte dell’Amministrazione comunale. Sarebbe utile che i cittadini sapessero come verranno utilizzati questi possibili introiti e dividendi da parte di Hera visto che le tariffe continuano ad aumentare. Sarebbe utile che i cittadini sapessero perché i soci pubblici hanno deciso di dismettere la maggioranza delle azioni”.

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Interrogazione sull’operazione Hera – Eiser Infrastructured Limited

Rimini, 31.07.2010

Il quotidiano Milano Finanza del 27.07.2010 (http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp? ) rende noto che il giorno 26 il Gruppo Hera e una società controllata da Eiser infrastructure limited (Ambiente Arancione Cooperatief U.A) hanno firmato un accordo vincolante per l’acquisto di una quota pari al 20% del capitale sociale di Herambiente, la capofila del Gruppo Hera nel settore ambiente.

Il corrispettivo per l’acquisto del 20% di Herambiente – si legge in una nota dell’azienda – è pari a 105,6 milioni di euro (soggetto ad aggiustamento di prezzo al closing in base alla variazione della posizione finanziaria netta rispetto al 31.12.2009), che equivale a una valutazione implicita per il 100% del capitale di Herambiente 528 milioni Euro. Inoltre, Ambiente Arancione avrà l’opzione, esercitabile entro 3 mesi dal perfezionamento dell’acquisto della quota del 20%, di acquisire fino ad un ulteriore 5% del capitale sociale della Società, ad un prezzo per azione uguale al prezzo riconosciuto sulla partecipazione del 20%.

 Herambiente, costituita lo scorso 1 luglio 2009, è leader in Italia nello smaltimento e recupero dei rifiuti, sia urbani che speciali. Il gruppo gestisce l’intero ciclo del trattamento e recupero dei rifiuti, ad eccezione della raccolta, attraverso 77 impianti (discariche, termovalorizzatori, impianti di selezione, di compostaggio, di trattamento chimico-fisico, di biostabilizzazione, di biogas, di digestione anaerobica, di trattamento fanghi, di inertizzazione, di stoccaggio). In particolare, Herambiente conta 7 impianti WTE (di cui 5 di recente costruzione) , 11 discariche ed una capacità installata per il recupero energetico superiore a 110 MW.

«Grazie all’operazione – ha commentato il presidente Tomaso Tommasi di Vignano – Hera e Herambiente acquisiscono un socio e azionista finanziario di primaria importanza, con un’ottica di investimento di medio/lungo termine che accompagnerà la Società nel suo programma di crescita verso un ulteriore e progressivo rafforzamento della leadership a livello nazionale costruita nel corso di questi anni».  «Siamo estremamente lieti di poter annunciare questa transazione – ha commentato Hans Meissner, CEO di EISER Infrastructure Limited – Herambiente è un’eccellente società e il settore dell’ambiente in Italia rappresenta un’opportunità significativa di crescita, nel momento in cui il mercato si sta evolvendo verso processi di gestione dei rifiuti più sostenibili. EISER guarda anche con grande interesse a stabilire una relazione solida con il Gruppo Hera per sviluppare la propria presenza nel settore delle infrastrutture in Italia».

Crediamo sia molto pericolosa questa situazione, dove il potere di decidere le politiche industriali e le alleanze economiche di un’azienda che eroga un servizio pubblico non sta più in capo alle istituzioni democraticamente elette, ma in mano a fondi di investimento e ad amministratori che, come nel caso di Hera, si stanno dimostrando alla stregua degli spericolati investitori che hanno prodotto il disastro finanziario di cui la crisi che stiamo vivendo è figlia.

  • Sarebbe utile che i cittadini avessero una risposta da parte dell’Amministrazione Comunale in qualità di socio azionista della stessa al fine di capire dove Hera sta andando, vendendendo le quote di chi e con quale mandato dai soci pubblici di maggioranza.
  • Sarebbe utile che i cittadini sapessero come verranno utilizzato questi possibili introiti e dividendi da parte di Hera visto soprattutto che le tariffe continuano ad aumentare senza che a questo aumento corrisponda un proporzionale aumento della qualità del servizio.
  • Sarebbe utile che i cittadini sapessero perché i soci pubblici hanno deciso di dismettere la maggioranza delle azioni, venendo a meno ad un impegno che negli anni, almeno dall’Amministrazione comunale riminese è sempre stato manifestato, di non scendere mai sotto la fatidica quota del 51% in mano pubblica.

 

Il Consigliere comunale Sel

Eugenio Pari

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No all’inceneritore di Raibano. Si alle tecnologie che separano i rifiuti

Pubblico volentieri l’ultimo comunicato del Comitato anti inceneritore di Raibano.

inceneritore-raibano

Inceneritore di Raibano

Caro amico antiinceneritorista stiamo cercando di sensibilizzare i politici in tutti i modi proponendo loro metodi di gestione dei rifiuti più efficienti. Leggi per favore il comunicato stampa che t’invio
Il nuovo piano d’Ambito approvato da ATO Rimini per ristrutturare il servizio di gestione dei rifiuti mediante l’impiego di cassonetti per la raccolta del rifiuto indifferenziato, dotati di una calotta con chiave elettronica per l’accesso, oltre ad essere costoso è inadeguato per garantire il raggiungimento degli obiettivi qualitativi di raccolta differenziata previsti per legge, con costi contenuti per la collettività.
Innanzitutto la spesa per l’installazione della calotta incluso il costo delle chiavi elettroniche (che sono 50 per un cassonetto da 1700 litri e costano 16€ l’una) è di circa 2000 € per cassonetto. Se moltiplichiamo questa cifra per i 3400 cassonetti presenti sul territorio della Provincia di Rimini otteniamo una spesa di 6.800.000 €.
Nel caso i 3400 cassonetti siano noleggiati, tra il costo del noleggio per cinque anni e le spese di gestione calcolate per i restanti tre anni del contratto stipulato tra i comuni ed Hera, la spesa è di 5.450.000 €.
Ma siccome il rifiuto differenziato raccolto mediante i cassonetti stradali presenta un alto grado di impurità, a questa spesa va aggiunto il costo della successiva selezione in Akron (l’impianto di selezione del secco esistente accanto all’inceneritore) pagato dai Comuni 115€/ton. E siccome Akron non è in grado di selezionare al meglio i rifiuti perché l’impianto è vecchio, a questo costo va aggiunto quello della discarica o dell’inceneritore. Per entrambe le soluzioni Hera fa pagare ai comuni 115E/ton.
In realtà la selezione con impianti dotati di moderni lettori ottici oggi costa 80€/ton e produrrebbe sicuramente molto meno scarto da avviare in discarica e quindi spese inferiori per i Comuni. Va sottolineato inoltre che i Consorzi che ritirano i materiali per avviarli al riciclo pagano ai Comuni dei corrispettivi differenti a seconda del grado di impurità presenti nei materiali consegnati. Quindi più alto è il grado di impurità minore è l’importo del corrispettivo pagato.
Se, con i tempi che corrono, i Sindaci della nostra Provincia avessero il coraggio di cambiare rotta scegliendo il metodo di raccolta “porta a porta” quella cifra spesa per noleggiare i cassonetti servirebbe per creare posti di lavoro e a non sperperare inutilmente danaro in una forma di organizzazione della raccolta differenziata altamente inefficiente che tra l’altro, per funzionare, ha bisogno di ripetuti passaggi per la pulizia delle piazzole dei cassonetti e di ronde dei vigili per multare i cittadini inadempienti. Come tutti già ora possono notare, i cassonetti stradali favoriscono l’abbandono dei rifiuti. L’introduzione della calotta con chiave elettronica aggrava il problema perché chi trova difficoltà ad aprire il cassonetto dell’indifferenziata o lascia il proprio sacchetto per terra contribuendo al degrado urbano o, peggio, lo butta nei cassonetti della carta, della plastica o dell’umido evitando in questo modo di pagare per il rifiuto conferito. Di conseguenza non sarà possibile contabilizzare il rifiuto secco prodotto e successivamente passare da tassa a tariffa. Al contrario con il metodo porta a porta unito al passaggio da tassa a tariffa si otterrebbe facilmente la collaborazione del cittadino, e si avrebbero delle rese qualitative dei materiali da avviare al riciclo decisamente superiori. Così si eviterebbero gli sprechi di danaro dovuti alla successiva selezione in Akron (che selezionerebbe solo il rifiuto indifferenziato) e dall’altro i corrispettivi pagati da Consorzi ai Comuni sarebbero più alti. In conclusione il processo di raccolta differenziata della nostra Provincia è costoso perché inefficiente e alla fine fa il gioco del Gestore che, non dimentichiamolo, ha interesse ad incenerire.
Margherita Bologna

Comunicato del 16 marzo 2009

Cari antiinceneritoristi le mail inviate non hanno ancora raggiunto il loro scopo anche perchè su 900 e passa iscritti solo 150 le hanno spedite. Scusandomi con chi le ha già inviate CHIEDO a tutti quelli che non l’hanno ancora fatto di accogliere il mio appello inviando la mail che allego qui sotto. E’ una partita dura perchè ci sono degli interessi economici di mezzo. L’unione fa la forza, dice il proverbio. E allora mettetecela tutta!

AL Presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani
All’assessore all’Ambiente della Regione Emilia-Romagna Lino Zanichelli
All’Assessore alle Politiche per la Salute della Regione Emilia-Romagna Giovanni Bissoni
Al Presidente della Provincia di Rimini Ferdinando Fabbri
AL candidato Presidente della Provincia Stefano Vitali
All’assessore all’Ambiente della Provincia di Rimini Cesarino Romani
Ai Sindaci dei comuni della Provincia di Rimini
Ai candidati Sindaci Massimo Pironi, Stefano Giannini, Marco Tamanti
Agli assessori all’ambiente dei Comuni della Provincia di Rimini

Oggetto: Costruzione nuova linea inceneritore di Raibano in Provincia di Rimini

Grazie al lavoro informativo svolto da ” Riccione per l’energia pulita” le tecnologie di separazione a freddo (trattamento meccanico–biologico) che selezionano ogni tipologia di rifiuto sia per recuperare materia che per produrre energia, senza ricorrere alla combustione, non sono più una conoscenza riservata ad una cerchia ristretta di addetti ai lavori ma la loro efficacia può essere testimoniata dagli amministratori della Provincia di Rimini, della Regione Emilia Romagna e dai cittadini più attenti al problema della gestione dei rifiuti. Poiché in occasione di due viaggi organizzati da Margherita Bologna, rappresentante il comitato, gli amministratori dei comuni di Rimini, Riccione, Coriano e Misano hanno potuto constatare il fatto che queste tecnologie sono già operative da tempo sul territorio nazionale, al fine di ottemperare alle disposizioni contenute nel Decreto Ambientale n. 152/2006 e in particolare agli art. 179 e 181, e alle prescrizioni del precedente Decreto Ronchi, (vigente al tempo della adozione del Piano dei Rifiuti della Provincia di Rimini), che stabiliscono una gerarchia nel trattamento dei rifiuti, anteponendo il recupero di materia all’incenerimento con produzione di energia

CHIEDO ALLE AUTORITA’ IN INDIRIZZO

1) di prendere atto che in una gestione integrata dei rifiuti, per legge, l’incenerimento è previsto come ultima soluzione dopo il recupero di materia.
2) che le moderne tecnologie permettono di ottenere energia dalla frazione organica dei rifiuti senza emissioni nocive nell’ambiente.

PERTANTO CHIEDO
alla Provincia di Rimini di ordinare la sospensione dei lavori di costruzione dell’inceneritore e di riconsiderare alcuni obiettivi non adeguatamente previsti dall’attuale Piano dei Rifiuti proponendo come azioni prioritarie alla costruzione della nuova linea dell’inceneritore:
a) la ristrutturazione tecnologica dell’esistente impianto di separazione del rifiuto secco (AKRON) al fine di migliorarne l’efficienza e di predisporlo per la separazione del rifiuto indifferenziato altrimenti destinato all’inceneritore o alla discarica.
b) il potenziamento della raccolta differenziata tramite l’estensione della raccolta di rifiuti “porta a porta”, con l’obiettivo di superare la quota del 65% nei prossimi 2 anni;
c) La costruzione di un impianto di separazione dei rifiuti provenienti dallo spazzamento delle strade attualmente destinati alla discarica o all’incenerimento, in luogo da destinarsi.
d) La costruzione di un impianto di produzione di energia mediante digestione anaerobica dei rifiuti organici, che insieme agli altri rende superflua la costruzione dell’inceneritore.
So che il costo dell’inceneritore ammonta a circa 75 milioni di € e che questa cifra è più che sufficiente sia per costruire due nuovi impianti con relative opere murarie sia per ristrutturare l’impianto di separazione del rifiuto secco denominato AKRON.
In qualità di elettore alle prossime elezioni amministrative avrò modo di fare la mia scelta sulla base della risposta data alla presente richiesta dalle Amministrazioni in indirizzo.

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