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FIAT Pomigliano: Epifani, possibile ricomporre questa frattura

Guglielmo Epifani

18/06/2010

Ce l’ha con la FIAT “che ha commesso un’errore d’impostazione”, col governo “che certamente non ha favorito una soluzione unitaria”, ma ha un rimprovero anche per la FIOM “che avrebbe dovuto confrontarsi con la CGIL prima e non alla fine”. Secondo Guglielmo Epifani la vertenza di Pomigliano è stata gestita male fin dall’inizio, ma la situazione non è ancora definitivamente compromessa. “Ci sono due anni prima che l’investimento per spostare la produzione della Panda dalla Polonia a Pomigliano vada a regime – osserva il segretario generale della CGIL – e quindi c’è tutto il tempo per ricomporre questa frattura. Del resto, se la stessa FIAT dice che vuole anche l’accordo della FIOM, ci sarà una ragione”.

“Faccio un esempio: le sanzioni contro i sindacati che proclamano uno sciopero in coincidenza di un sabato lavorativo reso possibile dall’accordo. Ma se si tratta di uno sciopero generale o di uno sciopero per un incidente sul lavoro, cioè non legato a vertenze aziendali, che senso hanno le sanzioni? Oppure, se ci sono picchi di assenteismo per cause non dipendenti dai sindacati, come il fare i rappresentanti di lista durante le elezioni, che dipende dalle leggi, che c’entriamo noi? La FIAT se la veda con le forze politiche e faccia cambiare le norme. E infine: perché un malato vero deve pagare anche per chi fa il furbo?”

Possibile che in questa vicenda abbiano sbagliato tutti o non sarà che è la FIOM che non riesce più a fare i conti con la realtà?

“La FIAT ha certamente compiuto una scelta importante, per tutto il Mezzogiorno, e per la quale il sindacato aveva scioperato, ma poi ha voluto attuare una decisione così rilevante con una trattativa solo con i sindacati di categoria senza coinvolgere le confederazioni e le istituzioni”.

Sì ma la FIOM…

“Avrebbe dovuto confrontarsi con la CGIL prima e non alla fine della vicenda e forse, nella trattativa, avrebbe fatto meglio a dichiarare prima la sua disponibilità sui 18 turni”.

Ma è la FIOM che doveva rivolgersi alla CGIL o non era la CGIL che avrebbe dovuto intervenire per tempo? Al comitato centrale della FIOM di lunedì, quello che ha deciso il no alla firma, nessuno della CGIL è intervenuto?

“La CGIL non tratta e non fa accordi per la FIOM, che su questo è autonoma. Quanto al comitato centrale non siamo stati invitati, ma prima della riunione ho comunque parlato col segretario dei metalmeccanici, Maurizio Landini”.

Avete una posizione diversa anche sul referendum. La FIOM era contraria e alla fine ha accettato di invitare i lavoratori a partecipare, ma solo per evitare ‘le rappresaglie’ della FIAT.

“Io dico che al referendum si partecipa perché è una forma di democrazia”.

Lei ha detto anche che vinceranno i sì.

“I lavoratori sono in cassa integrazione da un anno emezzo e dovranno attendere altri due anni prima di andare a regime con la Panda. È normale che vogliano tornare a lavorare e ad avere uno stipendio pieno. Che cosa dovrebbero votare?”

E quando i sì avranno vinto, la FIOM dovrà firmare?

 “Se i sì vinceranno, la FIAT avrà due possibilità: andare avanti senza la FIOM oppure, se come dice vuole il consenso di tutti, chiedere anche alla FIOM di firmare. Per averlo, questo consenso, credo che però dovrà dare la sua disponibilità a rivedere i due punti di cui ho parlato, altrimenti si assumerà la responsabilità di fare a meno della FIOM”.

Quindi la CGIL non farà pressioni sui metalmeccanici affinché prendano atto del risultato e firmino.

“Noi facciamo pressione perché si ricomponga la situazione. Ci sono due anni per farlo, prima lo si fa meglio è. Ma dipende anche dalla FIAT”.

Con la FIOM si schierano solo i partiti della sinistra extraparlamentare e l’Idv e, sul piano sindacale, i Cobas. Le piace questa compagnia?

“Non è questo il problema, ma è chiaro che se la vicenda parte male”. “Quello per malattia si è dimezzato. Quanto a quello dovuto ai permessi sindacali, la FIOM è quella che ne ha meno di tutti. Altre sigle, più piccole, hanno decine e decine di lavoratori con incarichi nel direttivo, che danno diritto a otto ore di permesso al mese. Possono ridurli. Per il resto la vedo come Veltroni: bisogna trovare un punto di equilibrio più avanzato”.

La FIAT ha bisogno di una fabbrica dove si lavori di più e non si tollerino abusi nell’assenteismo e nella conflittualità. Le sembra irragionevole?

“Pomigliano è una fabbrica difficile, lo sappiamo. Due anni fa la FIAT ci ha investito per rilanciarla, poi c’è stata la crisi. Adesso c’è questo nuovo piano. Noi ne cogliamo tutta l’importanza, ma vorremmo che l’impostazione della FIAT fosse quella della condivisione, non dei vincoli e delle sanzioni”.

Quello di Pomigliano non è il primo e non sarà l’ultimo degli accordi che prevedono deroghe al contratto nazionale. Lo Statuto dei lavori che il governo sta preparando punta su questo. La CGIL è contraria a priori o è disposta a discuterne?

Se si tratta di deroghe ai diritti fondamentali non siamo disponibili, altrimenti si finisce in quel federalismo dei diritti di cui parla ora il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Sul contratto nazionale la nostra proposta è diversa, come ho già detto al Congresso: facciamo norme contrattuali più leggere e che si adattino meglio alle divers realtà. A quel punto le deroghe non sono più necessarie.

Intanto la CGIL e la FIOM si preparano a collezionare l’ennesima sconfitta.

“Su Pomigliano è sbagliato ragionare in termini di vittoria o sconfitta. È un grande investimento, ci vuole il coinvolgimento e la corresponsabilizzazione di tutti. È interesse anche della FIAT”.

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Una Bolognina per la Cgil?

 Prime osservazioni sul documento Moccia. Di Nicola Nicolosi (Coordinatore Nazionale Lavoro Società – CGIL)logo_cgil 12/11/2009

Spiegare ai lavoratori delle fabbriche in crisi o ai democratici preoccupati per l’azione di un governo guidato da Berlusconi che non si riconosce nella Costituzione, può apparire complicato, così come è complicato spiegare che la Cgil vada al congresso divisa su due documenti contrapposti. Complicato perché lo scontro è tra le oligarchie e lo scontro non è presente tra i lavoratori che fanno riferimento alla Cgil. Difficile capire come mai, sotto un attacco senza precedenti nella storia della Repubblica che la esclude addirittura dalla condivisione del modello contrattuale, tutta la Cgil non faccia quadrato per difendersi e rilanciare l’iniziativa. Mentre andrebbe preparato lo sciopero generale per non far pagare la crisi ai lavoratori e ai pensionati e contro il governo, la Cgil rischia di essere costretta in una lacerante discussione interna per la definizione dei gruppi dirigenti.

Invano si cercherebbero nei due documenti di base per il prossimo congresso della Cgil diversità profonde sui temi centrali quali: nuovo modello di sviluppo, modello contrattuale, welfare, fisco, mercato del lavoro, democrazia sindacale . Ne’ si sono mai manifestate differenze nei direttivi nazionali che hanno deciso all’unanimità le scelte importanti della Cgil nell’ultimo anno.

Le differenze sugli obiettivi riguardano solo alcuni aspetti. Il documento Moccia, che prevede di sostenere attraverso la fiscalità generale il giusto obiettivo di avere delle pensioni (fondate sui contributi sociali)non inferiori al 60% delle ultime retribuzioni mentre vorrebbe alimentato dalla contribuzione il sostegno agli anziani non autosufficienti. Dovrebbe essere il contrario: infatti il sostegno ai non autosufficienti va garantito a tutti coloro che ne necessitino in quanto diritto universale di cittadinanza, al pari di quello alla tutela della salute. Per non parlare, della “perla” di verificare il reddito dei disoccupati al fine del diritto a percepire la relativa indennità.

Il documento Moccia, mentre presenta differenze marginali sulle proposte rivendicative , contiene su alcuni temi proposte di svolta tali, che qualora venissero approvate dal congresso della confederazione, produrrebbero effetti e conseguenze paragonabili a quelle che ebbe la Bolognina per la sinistra italiana.

Il documento Moccia propone infatti :

-“di spostare in avanti la frontiera della democrazia economica”… “Tali avanzamenti sono la condizione per sperimentare forme più avanzate di asseti societari partecipativi, quale quello duale, valutando a tal fine esperienze di altri Paesi”;

-“I nuovi pensionati e pensionandi tendono a mantenere un rapporto diretto e identitario con le categorie di appartenenza, accentuato anche dal legame dato dalla previdenza integrativa. A tal fine è necessario costruire tra Spi e le categorie degli attivi, dei nuovi rapporti di integrazione e collaborazione anche sperimentando soluzioni, da definire, che conservino l’identità di provenienza”;

-“accorpare le categorie in funzione dell’unificazione contrattuale dei lavoratori, partendo dalle federazioni che hanno come controparte immediata i settori industriali della Confindustria, dei servizi pubblici, servizi privati”;

-“occorre aprire una grande e libera discussione sulle forme e i modi di coinvolgimento dei nostri iscritti nei processi di formazione delle decisioni e nella formazione stessa dei gruppi dirigenti, non escludendo il ricorso alle primarie tra gli strumenti di consultazione generalizzata degli iscritti”

Queste proposte meritano una prima, immediata risposta.

1) E’ evidente che l’assunzione dei primi due punti porterebbe la Cgil verso il modello tedesco della DGB.

La partecipazione alla vita societaria delle imprese porterebbe inevitabilmente i lavoratori a vivere come centrale l’impresa e di conseguenza tutte le compatibilità e le sfide del mercato, anche in contrasto con i lavoratori delle aziende concorrenti. Del resto l’esperienza della presenza dei sindacati, non nella gestione diretta, ma appunto nell’organismo di indirizzo dei fondi integrativi non ha impedito che questi fondi nella economia globale si comportassero allo stesso modo dei fondi speculativi. Contribuendo così alla speculazione finanziaria che ha portato all’esplosione della crisi.

Non è un caso che in Germania la contrattazione parta dall’ impresa e successivamente si abbia una fase di generalizzazione delle conquiste. A conferma che è l’azienda il perno delle relazioni contrattuali, a un contratto così costruito le singole imprese sono libere di aderire o meno. Da qui deriva la crisi della contrattazione che porta i lavoratori tedeschi a interrogarsi se non sia il caso di avere una legge che garantisca un minimo salariale. In Italia, al contrario, il contratto nazionale è la fonte primaria che decide anche l’ambito di quello aziendale e viene applicato a tutti i lavoratori della categoria.

La scelta della partecipazione alla vita societaria delle imprese inevitabilmente minerà il sindacato confederale della solidarietà che ha l’ambizione di affrontare tutti i temi che riguardano i lavoratori in piena autonomia di classe. Non è un caso che nei Paesi dove l’impresa è il cuore della vita sindacale sono i partiti politici ad affrontare temi quali: fisco, politica economica, welfare, politiche del territorio, ecc.

Anche la proposta, di fatto, del contratto dell’area industriale, cui seguirebbe la scelta delle altre due macroaree del pubblico e dei servizi, delinea un modello di sindacato in cui la Confederazione ha un peso limitato, poco più che di rappresentanza. Ma, allo stesso tempo – come qualcuno dei firmatari ha chiaramente dichiarato in interviste su autorevoli quotidiani – il contratto di “macroarea” non potrebbe che essere un contratto leggero, che fissa solo alcuni diritti generali e un salario minimo, demandando gli incrementi salariali reali al livello aziendale.

Bisognerebbe ricordarsi che se, sul piano contrattuale, i lavoratori italiani non sono riusciti a distribuire equamente gli incrementi di produttività, hanno almeno tenuto nei confronti dell’erosione dell’inflazione.

La grande erosione del reddito dei lavoratori è avvenuta attraverso l’iniziativa dei governi, quindi attraverso una politica che non ha rappresentato gli interessi dei lavoratori (pensioni, trasferimento di reddito attraverso il fisco dai lavoratori alle imprese e ai padroni, precarizzazione dei rapporti di lavoro, ecc.).

Senza un sindacato confederale forte i lavoratori sarebbero privi di una forte rappresentanza generale di classe capace di affrontare temi fondamentali nella vita delle persone con autonomia (previdenza, salute, istruzione, occupazione, ambiente, territorio,ecc.) che sono la più grande conquista del movimento dei lavoratori e che sono oggi oggetto di un attacco generalizzato.

 2) Sorprende che nel documento Moccia si dia tanta rilevanza ai fondi pensione integrativi, dopo i guasti provocati nella finanza mondiale e dopo che non hanno dato risposta a quei giovani, attanagliati tra precarietà, bassi salari e sistema contributivo, per i quali, ipocritamente, erano stati proposti.

Sorprende ancora di più se si assegna a questi fondi addirittura il fondamento per riorganizzare la Cgil e il suo sindacato generale dei pensionati, lo SPI.

Oggi, grazie alle conquiste dei lavoratori, si vive di più e già oggi in Italia vivono oltre 3 milioni di ultraottantenni. Abbiamo bisogno di ridisegnare l’intera società per garantire una vita attiva a tutti che non releghi gli anziani a problema sanitario o alla solitudine e all’abbandono. C’è più bisogno di confederalità e non di guardare all’impresa o alla categoria. C’è bisogno di un rilancio della contrattazione sui temi generali e avremmo bisogno di un sindacato dei pensionati capace di guardare alla società e non alle origini dei propri iscritti.

 3) Incredibile, per un sindacato, la proposta di ricorrere alle primarie anche per l’elezione dei gruppi dirigenti. Si potrebbero ricordare le conseguenze di questo metodo nella vita del partito che le ha adottate e nel quale è in corso un ripensamento. Il rapporto con la stampa è decisivo nel selezionare le candidature e nei consensi, queste partono sempre dall’alto e mai dal basso. Hanno contribuito a dilatare la delega al leader e a far crollare la partecipazione di massa. Si costruiscono dei leader senza radici che si consumano rapidamente in base ai risultati a breve termine ottenuti. Non si costruiscono le mediazioni nelle politiche e nel governo dei Partiti, ingredienti indispensabili per avere delle organizzazioni forti. E’ insensato dire che si vogliono primarie libere da rischi di “plebiscitarismo”, perchè gli strumenti non sono neutri, come dimostrano, anche, le conseguenze della loro adozione nei partiti e nel sistema politico italiano.

Un sindacato, a differenza di un partito, non può vivere un giorno senza una organizzazione fondata sulla partecipazione quotidiana degli iscritti e dei lavoratori. Per contrattare c’è bisogno di forza e non solo di ragioni. Per contrattare non solo non è sufficiente convincere la maggioranza dei lavoratori coinvolti sulla bontà delle piattaforme ma occorre che partecipino in maggioranza larga anche alle lotte necessarie per strappare le conquiste alle controparti.

Per questo il sindacato confederale italiano nonostante la crisi che lo attraversa, è ancora un sindacato di massa che ha costruito la sua forza sull’assemblea e sui delegati liberamente eletti. Queste sono le nostre fondamenta. Una elezione di dirigenti non selezionati sulla base della loro capacità di contrattare e mantenere un quotidiano rapporto coi lavoratori, ma sulla base di campagne d’opinione e di promesse elettorali, sarebbe in grado di sgretolare le nostre fondamenta. Avremo un non senso: un sindacalismo ridotto a lobby, pilotato dall’esterno del mondo del lavoro e non solo dai partiti.

Oppure avremo anche in Cgil fenomeni di cesarismo da parte dei segretari generali che hanno il controllo della robusta struttura burocratica.

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Compagni di merende

Di Loris Campetti, il manifesto 23 settembre 2008 – www.ilmanifesto.it

Una compagnia di giro incombe sui cieli d’Alitalia. Brandendo un cannone che ha sovrimpressa la parola d’ordine della cordata, “italianità”, minaccia di abbattere la nostra flotta. Berlusconi ha arruolato 16 capitani, sottotenenti e marescialli – coraggiosi di fa per dire, dato che dall’inizio sognano solo di imboscarsi per poi ritirarsi in buonordine. Ma la delega più importante il Cavaliere l’ha affidata ai giornali e alle tv di complemento. In un mondo dove una notizia esiste solo se lo decidono i media, se non esiste se la inventano, Berlusconi non si accontenta di dettar legge sulla metà delle reti e dei giornali, di cui è padrone, e a colpi di egemonia si fa largo fino in via Solferino (patria del Corriere), straborda a Saxa Rubra (la corazzata Rai, non esclusa l’ammiraglia Tg1) e arriva fino a piazza Barberini (voi non lo sapete, è qui che viene elaborato il Riformista – pensiero).

I compagni di merenda hanno un obiettivo chiaro: colpire a morte la Cgil, causa di tutti i mali. L’arma usata è, per ora, l’Alitalia e i suoi 18.500 ostaggi, usati come proiettili da spedire contro Guglielmo Epifani e il suo quartier generale. È colpa del segretario della Cgil se il più improbabile e odioso dei piani per liberarsi della compagnia di bandiera è fallito. Domani potrebbe essere ancora Epifani il killer, da mettere alla gogna, di un altrettanto improbabile accordo con Federmeccanica che pretende dai sindacati subalternità e complicità e dai lavoratori braccia, cervello e sangue – prendi tre paghi uno. Direttori ed editorialisti non pretendono da Epifani il consenso sull’operazione truffaldina di Berlusconi, si accontentano di una firma, insomma che si adegui.

Se poi Epifani risponde: trattiamo ancora, cerchiamo un’intesa condivisa, ma ottiene un secco rifiuto da chi vuole comandare e non trattare, i cannoni si posizione e sparano ad alzo zero contro di lui. I compagni di merenda sognano un campo di battaglia in cui siano gli stessi lavoratori a colpire a morte la Cgil. A questo scopo intervistano quinte colonne e agitano una seconda “marcia dei 40mila” arruolando piloti e dissidenti: purtroppo per loro, riescono ad armarne non più di un’ottantina.

Quel che non si accetta della “resistenza” di Epifani è l’idea che senza il consenso dei piloti e degli assistenti di volo, cioè di chi consente ai nostri aerei di alzarsi in cielo, qualsiasi accordosarebbe carta straccia, destinato al fallimento. Ma cosa volete che capisca di queste “sottigliezze”, chi ha in testa un modello autoritario e centralista delle relazioni sindacali, ma anche sociali, politiche, umane? Arruolare Epifani nelle fila dell’ “estremismo”, come fa il vicedirettore del Corriere ed ex sindacalista (della Uilm, frazione di sinistra), Dario Di Vico, vuol dire ignorare la sofferenza con cui il segretario della Cgil, a differenza dei suoi colleghi di Cisl e Uil, sceglie di non adeguarsi, cioè di non accettare quel che non è accettabile dai lavoratori e dal suo stesso sindacato e di non firmare a nome di chi non rappresenta. La democrazia non è un fatto di metodo, è sostanza.

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