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Il governo tecnico

Karl Marx

Londra 1852, il governo tecnico visto dal giornalista Karl Marx

Il governo Aberdeen – GLI ARTICOLI SUL NEW YORK TRIBUNE

Di Marcello Musto, il manifesto 13.11.2011 – pag. 5

Ritornato, da qualche anno, a essere discusso dalla stampa di tutto il mondo per l’analisi e la previsione del carattere ciclico e strutturale delle crisi capitalistiche, Marx andrebbe oggi riletto in Grecia e in Italia anche per un’altra ragione: la ricomparsa del “governo tecnico”.

In qualità di giornalista del New York Tribune, Marx osservò gli avvenimenti politico-istituzionali che, in Inghilterra, nel 1852 portarono alla nascita di uno dei primi casi di “governo tecnico” della storia, il gabinetto Aberdeen (dicembre 1852 – gennaio 1855).

L’analisi di Marx si contraddistinse per sagacia e sarcasmo. Mentre il Times celebrava la nascita dell’avvenimento come il segno dell’ingresso “nel millennio politico, in un’epoca in cui lo spirito di partito è destinato a sparire e in cui soltanto genio, esperienza, industriosità e patriottismo daranno diritto ai pubblici uffici”, e invocava per questo governo il sostegno degli “uomini di ogni tendenza”, poiché “i suoi principi esigevano il consenso e l’appoggio universali”; egli irrise la situazione inglese nell’articolo Un governo decrepito. Prospettive del ministero di coalizione (gennaio 1853). Ciò che il Times considerava tanto moderno e avvincente costituiva per lui una farsa. Quando la stampa di Londra annunciò un “ministero composto da uomini nuovi”, Marx dichiarò che “il mondo sarà certamente non poco stupito quando avrà appreso che la nuova era nella storia sta per essere inaugurata nientemeno che da logori e decrepiti ottuagenari (…), burocrati che hanno partecipato a quasi ogni governo dalla fine del secolo scorso, membri del gabinetto, doppiamente morti, per età e usura, e richiamati in vita solo artificialmente”.

Accanto al giudizio sulle persone, c’era – naturalmente – quello, ben più importante, sulla politica, Marx si chiese infatti: “Ci viene promessa la scomparsa totale delle lotte tra i partiti, anzi la scomparsa dei partiti stessi. Che cosa vuole dire il Times?”. La domanda è, purtroppo, di stringente attualità, in un mondo in cui il dominio del capitale sul lavoro è tornato a essere selvaggio come lo era alla metà dell’Ottocento.

La separazione tra “economico” e “politico”, che differenzia il capitalismo dai modi di produzione che lo hanno preceduto, è giunta oggi al suo culmine. L’economia non solo domina la politica, dettandole agenda e decisioni, ma è ormai posta al di fuori delle sue competenze e del controllo democratico al punto che il cambio dei governi non modifica più gli indirizzi di politica economico e sociale.

Negli ultimi trenta anni si è proceduto, inesorabilmente, a trasferire il potere decisionale dalla sfera politica a quella economica; a traformare possibili decisioni politiche in incontestabili imperativi economici, che sotto la maschera ideologica dell’apoliticità nascondevano, al contrario, un impianto eminentemente politico e dal contenuto assolutamente reazionario. La ridislocazione di una parte della sfera politica nell’economia, come ambito separato e immodificabile, il passaggio dei poteri dai parlamenti (già svuotati del loro valore rappresentativo da sistemi elettorali maggioritari e da revisioni autoritarie del rapporto tra il potere governativo e quello legislativo) al mercato e alle sue istituzioni e oligarchie, costituisce il più grave impedimento democratico del nostro tempo. I rating di Standard & Poor’s, gli indici di Wall Street – questi enormi feticci della società contemporanea – valgono più della volontà popolare. Nel migliore dei casi, il potere politico può intervenire nell’economia (le classi dominanti ne hanno spesso bisogno per mitigare le distribuzioni prodotte dall’anarchia del capitalismo e dalle sue violente crisi), ma senza mai poterne ridiscutere le regole e le scelte di fondo.

Esempio lampante di quanto descritto sinora sono gli eventi succedutisi in questi giorni Grecia e in Italia. Dietro l’impostura del termine “governo tecnico” – o, come si usava dire ai tempi di Marx, del governo “di tutti i talenti” – si cela la sospensione della politica (non si possono concedere né referendum, né elezioni) che deve cedere del tutto il campo dell’economia. Nell’articolo Operazioni del governo (aprile 1853), Marx affermò che “forse la cosa migliore che si può dire (“tecnico”) è che esso rappresenta l’impotenza del potere (politico) in un momento di transizione”. I governi non discutono più quali indirizzi economici adottare, ma sono gli indirizzi economici a generare la nascita di governi.

In Italia i suoi punti programmatici sono stati elencati in una lettera (che avrebbe dovuto rimanere addirittura segreta) indirizzata, la scorsa estate, dalla Banca Centrale Europea al governo Berlusconi. Per “ristabilire la fiducia” dei mercati occorre procedere spediti sulla strada delle “riforme strutturali” (espressione divenuta sinonimo di scempio sociale), ovvero: riduzione salariale, revisione dei diritti dei lavoratori circa le norme che regolano l’assunzione e il licenziamento, aumento dell’età pensionabile e privatizzazioni su larga scala. I nuovi “governi tecnci”, con a capo uomini cresciuti nelle stanze di alcune delle istituzioni economiche maggiormente responsabili della crisi (vedi la nomina di Papademos in Grecia e di Monti in Italia) seguiranno su questa strada. Ovviamente per il “bene del paese” e per il “futuro delle prossime generazioni”. Al muro ogni voce fuori dal coro.

Se, invece, la sinistra non vuole scomparire deve ritornare a saper interpretare le cause vere della crisi in atto e avere il coraggio di proporre, e sperimentare, la necessità di risposte radicali per uscirne.

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L’Unione Europea nel gorgo della crisi

di Vladimiro Giacché* e Fausto Sorini**

2011: l’Unione Europea vara il Fondo salva-Stati…

Partiamo dai fatti, dalla congiuntura.

Quando, nel marzo scorso, i contorni del cosiddetto Fondo salva-Stati hanno cominciato a chiarirsi, qualche quotidiano ha avuto il

Proteste in Grecia

coraggio di definirlo come una svolta storica. I fatti sono questi: l’Unione Europea ha deciso di dotarsi di un Fondo per interventi di emergenza (dotazione: 440 miliardi di euro), che a partire dal 2013 si trasformerà in Meccanismo Europeo di Stabilità (la stessa cosa di prima, ma con una dotazione di 500 miliardi di euro). Al Fondo dovranno contribuire i Paesi membri della zona euro, in proporzione alla quota di partecipazione alla Banca Centrale Europea. Il Fondo potrà erogare prestiti ai Paesi in difficoltà, e anche comprare i loro titoli di Stato.

Ma c’è un problema: i prestiti servono soltanto a risolvere le crisi di liquidità e non quelle di solvibilità. Possono cioè risolvere soltanto condizioni di difficoltà momentanee di un Paese nel reperire denaro sul mercato dei capitali (quando, ad esempio, i titoli di Stato si deprezzano bruscamente a causa di un attacco speculativo). Purtroppo, a dispetto della retorica ricorrente sugli speculatori – retorica che ad ogni tornante cruciale di questa crisi interviene per farci inseguire “colpevoli” di cartapesta e per impedirci di comprendere i processi reali – la situazione dei Paesi europei che oggi sono nell’occhio del ciclone non è questa.La loro crisi è infatti una cronica crisi di solvibilità, perché hanno un deficit strutturale nei confronti dell’estero (ossia consumano da anni più di quanto producano). Quando succede questo, è inevitabile che una o più categorie di agenti economici di quel Paese accumuli debiti: si può trattare del settore privato (famiglie e imprese) o si può trattare del settore pubblico, o anche di entrambi.

L’elenco dei Paesi europei della zona euro che oggi si trovano in questa situazione contiene qualche sorpresa: vi troviamo infatti non soltanto Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, ma anche Francia e Italia (la nostra bilancia commerciale si è chiusa nel 2010 in passivo per oltre 29 miliardi di euro; nel luglio 2011 la produzione industriale in Italia è diminuita dello 0,7%, mentre in media nella zona euro cresceva dell’1%). Tutti questi Paesi sono caratterizzati da un calo del peso dell’industria e da un peso rilevante, invece, di settori non rivolti all’esportazione (commercio al dettaglio, edilizia, trasporti, servizi al consumo e simili); in particolare, è relativamente bassa la loro quota di esportazioni verso i Paesi a crescita più elevata. La presenza nell’elenco di Francia e Italia ci fa capire che il problema degli squilibri strutturali nei conti con l’estero non interessa soltanto i Paesi già andati in crisi, ma è molto più generale e potenzialmente dirompente.

Ma consideriamo ora gli Stati già investiti dalla crisi del debito. Nessun prestito potrà risolvere il problema sottostante all’indebitamento del loro settore pubblico, ossia la loro crisi di solvibilità. Anzi, potrà soltanto aggravarlo. E questo per almeno due motivi.

Il primo è ovvio: i prestiti devono essere restituiti, e anche con gli interessi. Quindi, se i deficit strutturali non migliorano, i prestiti ricevuti non faranno che peggiorare la situazione.

Il secondo motivo è rappresentato dalle condizioni che accompagnano questi prestiti. Esse prevedono sempre una forte riduzione della spesa pubblica e l’incitamento a riequilibrare i propri conti con l’estero (migliorando la competitività delle proprie merci e simili). Tutto molto ragionevole, in apparenza. Purtroppo però la richiesta di ridurre la spesa pubblica comporta una forte riduzione della domanda interna se i tagli riguardano le spese sociali, e un peggioramento in prospettiva della competitività di sistema se i tagli riguardano invece gli investimenti (ad esempio quelli in ricerca e sviluppo tecnologico, o in formazione, o in infrastrutture). Quanto alla richiesta di riequilibrare i conti con l’estero, visto che ormai per i Paesi che fanno parte dell’euro le svalutazioni competitive sono impossibili, è praticamente impossibile in tempi brevi aumentare le esportazioni in misura sufficiente a riequilibrare i deficit commerciali. C’è quindi un’unica strada: ridurre drasticamente le importazioni. Ma questo presuppone una riduzione anche molto violenta della domanda interna, che ha l’effetto di deprimere l’economia, e quindi di ridurre le entrate fiscali, accrescendo così il deficit statale. Inoltre, siccome una recessione comporta un calo del prodotto interno lordo, alla fine della storia il rapporto debito/pil sarà addirittura aumentato, perché il denominatore (il pil) sarà sceso più del numeratore (il debito).

…ma la Grecia va a fondo

L’assurdità di quanto viene richiesto è evidente nel caso della Grecia. Per capirlo basta ripercorrere per sommi capi quello che è accaduto negli ultimi anni.

La Grecia è uno dei Paesi più poveri d’Europa. Dopo l’ingresso nell’euro i redditi diminuiscono, le famiglie si impoveriscono, le produzioni greche non riescono a sostenere la concorrenza dei Paesi più forti. Al tempo stesso, l’evasione fiscale è la più alta d’Europa, e le spese militari in proporzione alla ricchezza del paese sono addirittura le più alte d’Europa. Per restare nel club della moneta unica (anzi, già per entrarci) i conti vengono truccati: ma le istituzioni europee chiudono un occhio, perché così conviene agli Stati che esportano merci e prestano soldi alla Grecia, Germania e Francia in testa. La cosa sembra sostenibile negli anni di grande crescita (drogata) che precedono lo scoppio della crisi economica mondiale nel 2007-2008. Poi tutto salta per aria. A fine 2009 emergono i trucchi contabili e i problemi del debito pubblico. A maggio 2010, dopo mesi di tentennamenti, l’Unione Europea mette in piedi un piano di salvataggio: che in realtà salva soltanto le banche tedesche e francesi, che avrebbero perso un sacco di soldi se i titoli di Stato greci non fossero stati rimborsati al 100%. In cambio chiede un piano lacrime e sangue che finisce di distruggere l’economia greca: crollo della crescita, degli investimenti, dei salari (-20%), impennata della disoccupazione (+14%); crollo anche delle tasse (perché se non guadagno niente non pago le tasse): e quindi peggioramento della spirale debitoria.

In definitiva, la cura da cavallo imposta a questo Paese in cambio del “salvataggio” operato nel 2010 non solo non ha affatto sortito gli effetti sperati, ma ha peggiorato la situazione. Tanto da rendere praticamente certa almeno una ristrutturazione del debito pubblico greco.

A marzo le probabilità che entro 5 anni la Grecia non sia in grado di onorare il suo debito sono stimate al 58%. Il Consiglio Europeo dell’11 marzo si decide quindi ad abbassare il tasso di interesse pagato dalla Grecia per il prestito ricevuto nel 2010, prorogando inoltre la scadenza del debito da 3 a 7 anni e mezzo. Di fatto, già questa è una ristrutturazione del debito greco, molto prossima a una dichiarazione di parziale insolvenza. Ma non basta. La situazione continua ad avvitarsi. A fine maggio, non un cittadino greco qualsiasi, ma il Commissario europeo per la pesca, Maria Damanaki, afferma che “lo scenario di una uscita della Grecia dall’euro ormai è sul tavolo”. Le probabilità di un default greco continuano a salire. L’11 giugno, infine, la cancelliera tedesca Angela Merkel – sino a quel momento assai ondivaga – rompe gli indugi e in un drammatico messaggio video afferma: “Bisogna salvare la Grecia, o una crisi molto peggiore di quella scatenata nel 2009 dal fallimento di Lehman Brothers si abbatterà sull’economia mondiale e travolgerà anche l’economia tedesca”. Le banche private tedesche e francesi si dicono disposte a cooperare, sottoscrivendo nuove emissioni di titoli di debito pubblico della Grecia per rimpiazzare le obbligazioni in scadenza. Si tratta a tutti gli effetti di un riscadenzamento del debito greco : si allungano le scadenze per il rimborso del debito, anziché farsi pagare oggi di meno. In questo modo si apre una grave frattura con la Banca Centrale Europea, che si è sempre schierata contro una tale eventualità, perché teme di maturare perdite sui 45 miliardi di euro di titoli di Stato greci che ha ricomprato dalle banche europee in questi mesi, ma soprattutto perché ha paura di un effetto domino sui titoli di debito di tutti gli Stati in difficoltà dell’Eurozona.

Il punto è che allo stato attuale l’unica alternativa ad una ristrutturazione/riscadenzamento del debito è una vera e propria insolvenza, che avrebbe conseguenze ancora peggiori. E probabilmente si arriverà proprio o questo.

La crisi si allarga: anche l’Italia nell’occhio del ciclone

Quello che preoccupa la Merkel, ma soprattutto gli esportatori tedeschi, è però un’altra eventualità: la possibilità che la Grecia alla dichiarazione di insolvenza accompagni l’uscita dall’Unione Europea, ossia dall’euro (il trattato in vigore infatti non prevede un’uscita volontaria dall’euro, ma soltanto dall’Unione Europea). Probabilmente ciò sarebbe l’inizio di una serie di esplosioni a catena, che terminerebbero con la fine della moneta unica, di cui la Germania – potenza imperialista egemone dell’Unione europea – è stata la principale beneficiaria.

Il problema però è che, al punto a cui stanno oggi le cose, anche il riscadenzamento dei debiti della Grecia tardivamente sponsorizzato dalla Germania servirà a poco, in presenza della depressione economica indotta dalle misure straordinarie di taglio della spesa pubblica e delle prestazioni di un anno fa, e quindi di un crollo dell’attività economica, degli investimenti, dell’occupazione: e quindi anche del peggioramento dei conti pubblici (per via della diminuzione delle entrate fiscali) e la crescita del debito pubblico, che è ormai intorno al 150% del prodotto interno lordo.

Nessuno nell’establishment europeo osa ammetterlo, almeno in pubblico, ma ormai l’uscita della Grecia dall’euro è la cosa più probabile. Molti analisti finanziari ormai danno la cosa per scontata.

Tra le conseguenze più immediate, va menzionato un forte rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato di tutti i Paesi considerati in difficoltà, inclusa l’Italia. Che dal mese di luglio entra nell’occhio del ciclone essenzialmente per due motivi:

1) il primo è rappresentato dalla sciagurata revisione delle regole di Maastricht decisa al Consiglio Europeo del 24 marzo, che impone ai Paesi ad alto debito manovre di rientro nella misura di un 1/20 del debito eccedente il 60% del prodotto interno lordo ogni anno. Questo obiettivo – accettato supinamente dal governo Berlusconi – comporta tagli alla spesa pubblica (e quindi degli investimenti pubblici) tali da colpire fortemente la domanda interna e anche la crescita della competitività (a cui sarebbe essenziale, ad es., un potenziamento delle infrastrutture e degli investimenti in formazione e ricerca);

2) il secondo è la bassa crescita, che rende impossibile diminuire il rapporto debito pubblico / prodotto interno lordo.

La situazione a fine settembre 2011 è così grave che sarebbe sufficiente un rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato (ossia degli interessi che lo Stato deve pagare ai suoi debitori) anche solo dell’1% per renderla insostenibile. E condannerebbe l’Italia, se si decidesse di accettare fino in fondo la linea di rigore cara alla BCE e alla Commissione Europea, a un destino greco: manovre lacrime e sangue per ridurre il debito, depressione economica e quindi aumento del debito; e in prospettiva, dopo altri anni di stagnazione, l’insolvenza. Per non parlare del carattere brutalmente classista e antipopolare di questa linea dell’UE.

Una strategia classista e fallimentare

 Proviamo a trarre qualche conseguenza da quanto abbiamo visto.

1. La strategia UE di rientro del debito ha i seguenti caratteri:

a. è marcatamente di classe: il rientro dal debito pubblico, per tutti gli Stati che hanno impegnato ingenti risorse per salvare il sistema finanziario nel 2008 e 2009, significa che questi soldi ora si vanno a prendere riducendo il salario indiretto (le prestazioni sociali) e differito (le pensioni): a questo infatti nella sostanza si riduce gran parte delle manovre di rientro elaborate dai governi.

b. Si tratta di misure che comportano un drastico ridimensionamento del ruolo dello Stato nell’economia, riportando di fatto la situazione all’era del laissez faire, con un salto indietro di almeno 50 anni.

c. Quello che stiamo vivendo oggi è per l’appunto il tentativo di risolvere la crisi fiscale dello Stato attraverso la distruzione su larga scala dei sistemi di welfare. Con l’intento di conseguire due risultati: 1) scaricare il costo della crisi su salari indiretti e differiti, riportando i costi della riproduzione sociale in capo agli individui. 2) Aprire al capitale privato (o, come si preferisce dire, al “mercato”) nuovi ambiti di valorizzazione attraverso processo di privatizzazione su larga scala. Di fatto, si tratta della prosecuzione e radicalizzazione della tendenza a sussumere sotto il capitale privato l’intero ambito della vita associata.

d. Ma c’è un “ma”. Questo processo sta innescando nei principali Paesi capitalistici una forte crisi della domanda interna (che, in un mercato fortemente integrato come quello europeo, diventa immediatamente crisi dell’export). Questa a sua volta può imprimere una forte accelerazione alle insolvenze societarie, e quindi alle sofferenze bancarie, e per questa via dare il colpo di grazia a un sistema finanziario già minacciato dalla prospettiva di dover svalutare i titoli di Stato in portafoglio.

e. Siccome è praticamente scontato un effetto domino a livello europeo

i. per le ripercussioni che l’esplodere di crisi del debito nei Paesi del Sud Europa avranno inevitabilmente sui sistemi bancari dei Paesi del Nord;

ii. per le ripercussioni che tutto questo avrà sulla struttura stessa dell’Unione Europea, a partire dalla moneta unica;

iii. per il possibile innesco di un’altra crisi simil-Lehman Brothers (ma l’esempio migliore sarebbe quello del Creditanstalt austriaco nel 1931), ne consegue che la strategia UE di contrasto alla crisi ha un’altra caratteristica: non funziona in generale. Ossia, alla lunga, per nessuno. Neppure per la Germania. La strada che l’establishment UE ha imboccato per uscire dalla crisi non fa che aggravarla, rendendo ancora più ingente la distruzione di capitale necessaria per far ripartire l’accumulazione.

f. È importante notare che il processo di compressione dei redditi da lavoro e contemporanea distruzione del welfare non si sta verificando solo nei Paesi UE, anche in quelli governati dalle socialdemocrazie e da coalizioni di centro-sinistra (clamoroso in proposito il fallimento di Zapatero, su cui pure molti, anche a sinistra, nutrivano illusioni che si sono rivelate del tutto infondate). Con riferimento alla situazione degli Stati Uniti, Nouriel Roubini, intervistato ad agosto scorso dal Wall Street Journal, ha osservato: “Negli ultimi due o tre anni, in effetti abbiamo avuto un peggioramento della situazione a causa di una massiccia redistribuzione del reddito dal lavoro al capitale, dai salari ai profitti, di un’accresciuta disuguaglianza. Il punto è che le famiglie hanno maggiore propensione a spendere delle imprese… E quindi questa redistribuzione del reddito e della ricchezza ha ulteriormente aggravato il problema dell’insufficienza della domanda aggregata”. Roubini da ciò ha tratto una conclusione tanto più significativa trattandosi di un economista non marxista: “Karl Marx aveva ragione. A un certo punto, il capitalismo può autodistruggersi. Non si può trasferire all’infinito reddito dal lavoro al capitale senza avere come risultato capacità produttiva in eccesso e carenza di domanda aggregata. Ma è successo proprio questo. Pensavamo che i mercati funzionassero. Non stanno funzionando.”

g. È sempre più evidente che da questa crisi non si esce se non cambiando le regole del gioco: dal recupero dell’intervento pubblico nell’economia al radicale ripensamento del modello di sviluppo, introducendo cioè “elementi di socialismo”. Ma questo è precisamente quello che i dogmi del pensiero unico neocapitalista vietano nella maniera più assoluta. E quindi lo scontro investe le basi strutturali su cui si regge oggi il sistema ed assume portata strategica.

 (…)

http://www.marx21.it/internazionale/europa/37-lunione-europea-nel-gorgo-della-crisi.html

 * economista, vice-presidente Associazione culturale Marx21

** Ufficio politico PdCI (Partito dei comunisti italiani, per la ricostruzione del partito comunista)

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Val di Susa, la Tav si accaparra solo incubi

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/17286/0/162/

Di Paolo Berdini, il manifesto 09.07.2011

La Grecia non insegna nulla ai fautori della TAV, i quali continuano a raccontar balle e a non rispondere alle domande di merito. Il manifesto, 9 luglio 2011

L’accusa più falsa che viene veicolata dal gigantesco network in mano ai poteri forti, riguarda la “perdita” di 670 milioni di finanziamento europeo per realizzare la grande opera causata dalla cecità dei movimenti. Pochi giorni fa sul manifesto, Marco Revelli ha ribadito la verità: se si accetta di prendere il modesto finanziamento si perderanno i 20 miliardi di euro necessari a costruire una gigantesca e inutile grande opera.
20 miliardi di dollari è l’ammontare del debito contratto da Atene per coronare il grande sogno di perseguire la grande opera per eccellenza: le Olimpiadi che si svolsero nel 2004. Era il 1997 quando la capitale greca avanzò la candidatura e in breve tempo si creò il comitato d’affari necessario al raggiungimento del sogno. Grandi banche pronte a finanziare il debito, grandi imprese europee pronte a accaparrarsi i ghiotti appalti finanziati a debito con i soldi pubblici. Il fallimento economico dell’evento fu devastante. Le prime stime del 1997 parlavano solo di 1, 3 miliardi di dollari. Qualche anno dopo, il costo era quadruplicato, salendo a 5 miliardi. A consuntivo sono stati spesi 20 miliardi di euro. Alcuni economisti parlano di una voragine ancora maggiore. Dietro al sogno si nascondeva un incubo.
Le città -in quel caso la meravigliosa Atene- e i territori –in questo caso la val di Susa- sono diventati feudi di proprietà di un ristretto gruppo di istituti di credito, di grandi imprese, di società di rating pronte a seminare il panico sui mercati finanziari. Finanziano la spesa pubblica, se ne impadroniscono -guadagnando fiumi di denaro- e poi chiedono il conto all’intera società. In questi giorni sono stati concessi alla Grecia dall’Unione Europea 120 miliardi di euro di prestiti (il 20% circa serve per sanare il buco olimpico, dunque), e il motivo principale del prestito è che le banche europee rischiavano altrimenti di perdere parte del credito. Con la dilazione del credito riprenderanno i loro soldi e metteranno in vendita un’intera nazione.
La val di Susa sta dimostrando con studi concreti che il fallimento economico della realizzazione della Tav è certo. Non potranno esserci ritorni in termini di passeggeri perché il bacino d’utenza è oggettivamente ristretto. Non potranno esserci ritorni per il transito merci sia perché è dubbio che venga realizzata la linea ad alta capacità, sia perché in Svizzera sono già meglio attrezzati di noi. Nel caso dunque che l’opera andasse avanti per la cecità di chi ci governa e di un opposizione parlamentare culturalmente annientata, tra poco più di un decennio l’intero paese sarà costretto a pagare il debito che avremo contratto per finanziare le imprese e le banche che tengono in ostaggio il nostro ceto politico.
La battaglia della val di Susa assume dunque un valore straordinario. Azzerare l’opera significa risparmiare un fiume di soldi che potrà essere dislocato su altre poste di bilancio. Dal sostegno all’economie locali, ai progetti di messa in sicurezza del territorio e delle città, alla realizzazione dei servizi sociali che ancora mancano lì e in tante altre valli. Altre imprese beneficeranno dei finanziamenti oggi indirizzati solo a quelle poche che controllano il mondo dell’informazione. Un’altra agenda di lavoro, dunque: da un’unica inutile grande opera a tante piccole opere che nel loro insieme fanno un grande progetto di sviluppo. Il territorio come bene comune.
E di fronte a questa sfida, fa pena dover leggere il commento su quanto accade in val di Susa da parte del sindaco di Torino che ha affermato che essere contro la Tav è segno di “regressione culturale”. Parla per se stesso, ovviamente, e per coloro che ancora fanno finta di credere nella favola che le grandi opere portano sviluppo. Portano invece il mostruoso debito che oggi strozza la Grecia. Devono evidentemente nascondere quanto sta oggi avvenendo con spirito bipartisan. Quando Atene vinse la “sfida” olimpica che avrebbe contribuito al collasso economico del paese ellenico aveva di fronte la candidatura della Roma guidata dal centro sinistra. Non contento dello scampato pericolo, in questi ultimi due anni il sindaco Alemanno ha nuovamente candidato la città per le Olimpiadi del 2020 e maggioranza dell’opposizione capitolina rappresentata dal Pd non ha fatto battaglia. Anche ora che le intercettazioni telefoniche a carico di Bisignani e soci svela l’intreccio vergognoso degli interessi e delle speculazioni da parte di coloro che cantavano le lodi della candidatura, prima fra tutti l’Unione degli industriali laziale.

Evidentemente una parte della sinistra è ormai incapace di rompere la subalternità culturale con cui ha guardato alla globalizzazione e il futuro sta nell’intelligenza collettiva della val di Susa.

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Sull’onda anomala degli spread

EDITORIALE di Galapagos

Il Manifesto, 09.07.2011 pag. 1

 http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20110709/manip2pg/01/manip2pz/306366/

L’editoriale con il quale ieri mattina il Financial Times ha commentato la manovra varata da Berlusconi sottolineando che c’è una certa confusione sui numeri e che mancano vere riforme, ha anche profeticamente anticipato: «l’Italia naviga ancora sull’orlo della tempesta». E ieri, per tutta la giornata, l’Italia ha «ballato» sui mercati internazionali sballottata dalle violente onde degli spread. Semplificando: i titoli del debito pubblico italiano (Btp) vengono giudicati parecchio meno affidabili di quelli (a parità di durata) della Germania, chiamati Bund. Il risultato è che il rendimento che debbono pagare i Btp italiani è molto più alto di quello che pagano i bund. Questo differenziale (lo spread) ieri è salito a 247 punti base, ovvero il 2,45%. Semplificando, i Btp italiani a 10 anni pagano tassi di interesse superiori al 5%, mentre quelli tedeschi, più affidabili, sono poco sopra il 3%. Non è cosa da poco per un paese che ha un debito pubblico di quasi 1.900 miliardi: la spesa crescente per interessi su una mole così enorme di debito rischia di vanificare tutti i sacrifici che impongono le manovre correttive.
In soccorso del governo, o meglio dell’economia italiana, è sceso in campo anche Mario Draghi. Per il governatore di Bankitalia, la manovra è un passo importante per il consolidamento dei conti e il pareggio di bilancio è credibile. Draghi ha affermato: «Vedo dai dispacci di agenzia che tensioni scaturiscono da timori di alcuni analisti circa le condizioni dei conti pubblici dell’Italia. La manovra di finanza pubblica decisa dal governo, come detto ieri dal presidente Trichet, costituisce un passo importante per il consolidamento dei conti pubblici. L’anticipo delle misure rende credibili il raggiungimento del pareggio del bilancio nel 2014 e l’avvio di una tendenza al calo del rapporto debito/Pil».
La tensione sui mercati è andata avanti tutta la giornata e in Italia ha penalizzato anche Piazzafari: l’indice Mib ha chiuso con un crollo di quasi il 3,5%, percentuale, di molto superiore alla flessione registrata delle altre borse europee. E nel ciclone sono finiti anche i tassi sui Btp che hanno registrato una pessima risalita fino, appunto, a toccare un spread di 247 punti base con i Bund. Ovviamente la tendenza alla crescita degli spread è generalizzata: in sofferenza è il debito sovrano di tutti i paesi marginali. Non a caso un altro paese sotto tiro è la Spagna i cui tassi sui «decennali» sono vicini alla soglia del 6%. Indubbiamente, alla base dell’aumento degli spread ci sono motivazioni esogene: la forza della Germania, la speculazione che non dà tregua, la debole crescita dell’economia Usa confermata ieri dal dato sul nuovo aumento del tasso di disoccupazione che ha spinto gli investitori a puntare sulla Germania perché in queste condizioni la Bce non aumenterà i tassi. Tuttavia la speculazione trova alimento anche in motivazioni endogene, cioè interne all’Italia.
Olte quello che scrive il Financial Times (che non è poco) occorre aggiungere che la vicenda di Marco Milanese che coinvolge indirettamente Tremonti non è un buon viatico. Allo stesso tempo non è positivo il dato diffuso ieri dall’Istat sul calo dela produzione industriale in maggio, a conferma che la crescita italiana è troppo lenta e, nonostante gli annunci del governo, non sono stati programmati efficaci interveti di stimolo. Magari anticipando la stangata al 2012, utilizzando parte dei soldi non a risanamento dei conti pubblici, ma in incentivi alla domanda. Però Tremonti, che dà del cretino a quasi tutti, ha affermato che la Ue non ci chiedeva di anticipare la manovra e quindi lui non l’ha anticipata. Forse qualcuno dovrebbe spiegargli la differenza tra un contabile e un ministro dell’economia.
Intanto non si placa la polemica sul ruolo delle tre grandi agenzie di rating che con i loro giudizi offrono ampi spazi alla speculazione. Un giudizio durissimo su Mooody’s, Fitch e S&P è arrrivato ieri da Josè Manuel Gonzalez-Paramo, membro del Comitato esecutivo della Bce: le agenzie internazionali di rating «erano parte del problema prima della crisi e continuano a esserlo». Poi ha aggiunto: «Penso che ci sia un consenso a livello globale sulla necessità di renderci indipendenti dalle agenzie di rating e fare i compiti a casa per conto nostro, e cioè sulla base della nostra analisi» dei trend economici. Carol Sirou, presidente di S&P per l’Europa, ha indirettamente replicato affermando, in un’intervista al quotidiano francese Libération che «non sono le agenzie di rating a creare i problemi: le nostre valutazioni riflettono le difficoltà strutturali di un Paese». Molti però osservano che la società di rating in passato hanno commesso grossolani errori di valutazione e, cosa più grave, non sono (o non vogliono) spostare la loro attenzione dal breve al medio periodo. In altre parole non tengono mai conto degli sforzi di correzione dei conti dei paesi. L’esempio più recente è quello portoghese: l’abbassamento del rating è avvenuto subito dopo il varo di una manovra durissima.
Intanto, ieri è aumentato il costo dei contratti derivati (cds, credit default swap) per assicurarsi contro il rischio sul debito pubblico italiano di riflesso alle tensioni: per assicurare 10 milioni di debito pubblico italiano contro il rischio di default sono necessari 243.000 dollari contro i 219.000 dollari di giovedì. I cds a cinque anni sull’Irlanda sono saliti a 900 punti base, (+36 punti su giovedì) e quelli sul Portogallo 1.005 punti (+38), entrambi a nuovi record, mentre quelli sulla Spagna sono saliti di 16 punti a 318. In controtendenza la Grecia con un costo dei cds in calo di 19 punti ma sempre a livelli altissimi (2.100 punti base, ovvero il 21%). I cds portoghesi hanno superato quota 1.000 giovedì all’indomani del declassamento del rating da parte di Moody’s.
Come coda politica, si deve aggiungere la promessa del Pd: «Lunedì presenteremo un’interpellanza urgente per chiedere al governo di avviare l’iniziativa in sede europea per la sospensione immediata delle vendite allo scoperto di cds, degli strumenti derivati e dei titoli speculativi sui debiti sovrani». Per Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni economiche del gruppo Pd alla Camera «è evidente che in un momento così critico per i mercati e per la debolezza politica del governo italiano, il nostro debito rischia di diventare il terreno preferito degli speculatori»

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