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Cemento pro-Comuni. Così muore il territorio

Cemento pro-Comuni Così muore il territorio

Cementificazione in Italia

Di Antonio Cianciullo, La Repubblica 04.03.2011

http://www.repubblica.it/ambiente/2011/03/04/news/ambiente_italia-13174029/?ref=HREC2-2

Nello studio annuale di Legambiente “Ambiente Italia” i dati della cementificazione crescente che sta consumando il suolo e contribuisce a frane e smottamenti in condizioni climatiche difficili: “Ogni anno coperti 500 chilometri quadrati”. In testa Lombardia, Veneto e Campania. Per le amministrazioni locali è un modo per incassare e coprire le spese correnti

Le piogge che si  trasformano in una trappola mortale, come è appena successo nelle Marche? Colpa del clima che cambia e si tropicalizza  ma anche dell’avanzata dell’asfalto che diminuisce la capacità del terreno di catturare l’acqua. Il consumo di suolo è allarmante, ma non tutti i  dati che circolano sono attendibili. Un punto di riferimento affidabile viene dall’ultima edizione del rapporto Ambiente Italia, curato dagli esperti di Legambiente.

INTERATTIVO I PROBLEMI IRRISOLTI DELLE CITTA’ ITALIANE 1

In Italia – si legge nella ricerca – vengono consumati mediamente oltre 500 chilometri quadrati di territorio all’anno. E’ come se ogni quattro mesi spuntasse una città uguale all’area urbanizzata del comune di Milano. Sommando quanto è stato finora coperto da cemento e asfalto si arriva a un numero impressionante: 2.350.000 ettari. E’ una superficie equivalente a quella di Puglia e Molise messe assieme, cioè il 7,6% del territorio nazionale, quasi 400 metri quadrati di asfalto per ogni italiano.

Questa pressione – calcolata da Legambiente e dall’Istituto nazionale di urbanistica attraverso il Centro di ricerca sui consumi di suolo, con il supporto scientifico del Dipartimento di architettura del Politecnico di Milano – si è andata intensificando negli ultimi 15 anni. Fino a portare alla fotografia del consumo di suolo scattata nel 2010: la Lombardia risultava in testa con il 14% di superfici artificiali, il Veneto seguiva con l’11%, la Campania con il 10,7%, il Lazio e l’Emilia Romagna con il 9%. Un trend che, sia pure partendo da una situazione diversa, sta contagiando anche regioni che mantengono un forte carattere rurale come Molise, Puglia e Basilicata.
“Bisognerebbe fare come in molti paesi europei che stanno ponendo un freno all’urbanizzazione selvaggia – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – Ma nell’ultimo decreto Milleproroghe si fa esattamente il contrario. Si consente ai Comuni, per i prossimi due anni, di adoperare il 75% degli oneri di urbanizzazione per le spese correnti: vuol dire spingerli a rilasciare permessi a edificare, anche dove non sarebbero necessarie nuove costruzioni, per pagare gli stipendi dei dipendenti”.

Il risultato di questa tecnica i fund raising da parte dei Comuni è che a Napoli e a Milano, nel 2007, le superfici impermeabili coprivano il 62% del suolo. Un mare di case troppo spesso vuote. Nelle stesse città in cui l’emergenza sfratti è più pesante, quasi un milione di case risultano vuote perché economicamente irraggiungibili da chi aspirerebbe a occuparle. In Italia, insomma, non si punta sul recupero dell’esistente ma sulla trasformazione di nuove aree, non si costruisce per dare abitazioni a chi ne ha bisogno ma “per soddisfare la speculazione immobiliare e finanziaria”.

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EUGENIO PARI SUL PIANO PARTICOLAREGGIATO DELL’EX CORDERIA A VISERBA

Il Piano particolareggiato dell’ex corderia a Viserba ci vede contrari. Contrari perché con questo atto si contraddicono e si annullano ancora prima di essere approvate tutte le previsioni del PSC volte a ridurre l’espansione demografica e quella residenziale. Mi pare che, a questo punto, l’approvazione del PSC sia solo un passaggio propagandistico i cui contenuti vengono contraddetti ancor prima di essere applicati.

Nel merito dell’atto si costruiranno 28 mila metri quadrati di cui 5 mila di commerciale in un’area già molto in sofferenza dal punto di vista dell’espansione residenziale, tutte le opere di urbanizzazione non sono altro che infrastrutture del tutto e per tutto strumentali a servire i circa 240 appartamenti che si insedieranno in quell’area, così come il verde è strumentale per vendere meglio gli appartamenti.

Inoltre vale la pena soffermarsi sulla quota di edilizia sociale prevista. Nel dispositivo della delibera si richiama la Legge regionale 6 del 2009 la quale prevede che una quota non inferiore al 20% dell’intero intervento sia destinata all’edilizia residenziale sociale, nell’intervento vengono destinati a questa tipologia neanche 1000 metri quadrati il che significa che non siamo ad un quarto, come previsto dalla legge, ma ad un miserissimo ventesimo.

Siamo inoltre contrari al fatto che il comune debba sborsare 40mila euro per realizzare una rotatoria che dovrebbe essere ad intero carico dei soggetti attuatori in quanto tale intervento va a loro esclusivo vantaggio, essa è a totale asservimento del centro commerciale e dell’area residenziale privata.

Continuare a dire che interventi come questo sono a vantaggio della collettività significa prendere in giro i cittadini che conoscono bene quale sia la situazione della città e quanto sia necessaria una iniziativa di edilizia sociale nel nostro comune che in questa voce è il fanalino di coda nella nostra regione.

Rimini, 03.02.2011

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LETTERA APERTA DI EUGENIO PARI (CAPOGRUPPO SEL RIMINI) SULLA PRESA DI POSIZIONE RISPETTO AL PSC DELL’ASSOCIAZIONE DEI COSTRUTTORI

Rimini, 09.10.2010
 

 L’Associazione dei costruttori ha richiesto di fermare il Piano strutturale, ha fatto bene, invece, l’Assessore Biagini a dichiarare che i lavori per la sua approvazione continueranno definendo questa proposta come irricevibile. A Biagini chiediamo di mantenere fede a queste parole e procedere, anche nonostante l’ostruzionismo di  settori del PD, verso l’approvazione del PSC e dei suoi obiettivi entro questa legislatura.

La città di Rimini ha l’improrogabile necessità di riqualificare il proprio tessuto urbano, quello turistico come quello periferico e centrale, sostenere come fa l’ANCE che alcune aree dovranno venire edificate quando la domanda tornerà a crescere, sarebbe un’abdicazione del soggetto pubblico alle sole necessità del mercato. Si ripeterebbe un copione che a Rimini si è recitato per cinquant’anni producendo, è vero, alti livelli di sviluppo economico, ma anche una concentrazione urbana che crea problemi quasi irrisolvibili, una dispersione insediativa costosissima in termini di manutenzione e fornitura adeguata dei servizi. Quella dell’ANCE è, a mio giudizio, una proposta anti storica.

La pianificazione urbanistica, a differenza di ciò che sostengono i costruttori, deve essere un elemento per affermare il diritto di tutti alla città attraverso il filo conduttore dello sviluppo sostenibile. È però necessario utilizzare questo concetto di sostenibilità non limitandolo alla sola compatibilità con gli equilibri ecologici, ma includendo anche la dimensione culturale e sociale, dimensioni indispensabili per definire le scelte sostenibili; intese come capacità di attribuire valori e significati collettivi, di istituire gerarchie che giudichino le scelte in rapporto alla rilevanza etica e agli obiettivi di solidarietà, equità, qualità della vita e sicurezza sociale. Occorre dunque privilegiare una “città compatta”, vale a dire una forma urbana contenuta nelle dimensioni, in grado di fornire migliori servizi, più accessibile e con minore consumo di territorio. Da qui partire per affermare il “diritto di tutti alla città”, alla accessibilità dei suoi servizi e delle sue infrastrutture, città come collettività urbana, spazio di partecipazione democratica, luogo di convivialità, socializzazione e crescita umana accompagnata da diritti e doveri, lo spazio fisico in cui instaurare una rete di fitti rapporti solidaristico – culturali.

L’edificazione di nuove aree produce occupazione, è vero, ma produce una molteplicità di effetti negativi. Il primo riguarda l’occupazione stessa: una volta terminato il cantiere cessa anche il lavoro per gli operai li impiegati, il settore dell’edilizia è il settore dove più di ogni altro si manifestano forme di illegalità rispetto alle normative sulla sicurezza lavorativa e sulla contribuzione; l’edificazione di aree libere produce effetti irreversibili. Il territorio è una risorsa scarsa e proseguendo verso la progressiva “cementificazione” si sottraggono spazio e possibilità di sviluppo di qualità; infine la massimizzazione delle offerte immobiliari produce un effetto di lievitazione dei costi di locazione e acquisto degli immobili insostenibile per la maggior parte dei cittadini, acquisto caratterizzato da mutui decennali che condizionano in negativo la vita di centinaia di famiglie.

Ragionare sul sistema della mobilità solo attraverso interventi infrastrutturali e a livello locale senza pensare di sostenre il sistema di scala regionale non risolve i problemi. Occorre disincentivare il traffico su gomma, promuovere “una cura del ferro”, ossia implementare le politiche di trasporto regionale sia di persone che di merci su rotaia. In questo senso l’idea del TRC, che pure può produrre importanti elementi di riqualificazione urbanistica, può essere rivista investendo sull’esistente ossia la ferrovia litoranea e creando interconessioni con l’entroterra. Così come creare la complanare è del tutto fuori luogo rispetto alle reali necessasità del territorio che non sono quelle di creare nuove grandi arterie, ma di ridurre il traffico automobilistico sulle strade e una generale riqualificazione e messa in sicurezza della rete viabilistica esistente.

Infine, un governo urbano sostenibile per esprimersi richiede: strategie e politiche per i problemi urbani, informazioni sistematiche, monitoraggio e valutazione dei risultati e partecipazione dei cittadini alle decisioni. Non, quindi, la disponibilità di volta in volta di aree da edificare assecondando gli appetiti della rendita immobiliare. Occorre prevedere, come è nei presupposti del PSC, non solo le scelte di qui ai prossimi cinque anni, ma di qui ai prossimi trenta con regole semplici e condivise – come quelle della l.r. 20/2000 di cui il PSC è l’asse portante – certe e rispettate. Regole che abbiano la prima origine nel principio di eguaglianza – in questo senso va intesa la perequazione – che offrano ai cittadini le stesse condizioni e occasioni nella città, nel territorio e nell’ambiente. Regole che riconoscano e organizzino il ruolo del privato in urbanistica, ma ne esaltino i fattori imprenditoriali piuttosto che la rendita e la finanza.

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Piano casa, siglato l’accordo tra Regioni e Governo

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/12947/0/356/

 Invitiamo a leggere il testo dell’accordo e l’eddytoriale 121, qui a fianco. Resterete anche voi stupiti, o scandalizzati, dal commento di Errani. L’Unità online, 1 aprile 2009
Qui il testo dell’accordo, e qui il commento di eddyburg

Via libera questa mattina dal governo e dalla conferenza delle regioni al cosiddetto “piano casa”. Nel piano saranno sbloccate le procedure per ampliamenti degli immobili, che però saranno possibili «entro il limite del 20% della volumetria esistente», per immobili che non superino i 1.000 metri cubi e fino a un massimo di incremento di 200 metri cubi. Il tutto secondo le norme regionali, che potranno escludere aree «con particolare riferimento ai beni culturali» e aree «di pregio ambientale e paesaggistico». E’ quanto si legge nell’intesa raggiunta tra governo e regioni.
Il limite di ampliamento sale al 35% nel caso di demolizioni, «con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell’efficienza energetica e secondo criteri di sostenibilità ambientale». Le regioni, prevede l’intesa, «si impegnano ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate preferibilmente» agli obiettivi dell’accordo stesso. La validità delle leggi regionali non sarà superiore a 18 mesi. Mentre «entro dieci giorni dalla sottoscrizione dell’accordo il governo emanerà un decreto-legge i cui contenuti saranno concordati con le regioni e il sistema delle autonomie».
L’obiettivo, si legge, è quello «di semplificare alcune norme di competenza esclusiva dello Stato, al fine di rendere più rapida ed efficace l’azione amministrativa di disciplina dell’attività edilizia» e «introdurre forme semplificate e celeri per l’attuazione degli interventi edilizi», sempre «in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale».
Il governo e le regioni, infine, «ribadiscono la necessità assoluta del pieno rispetto della vigente disciplina in materia di rapporto di lavoro, anche per gli aspetti previdenziali e assistenziali e di sicurezza dei cantieri».
«Si tratta di un risultato molto importante al quale abbiamo lavorato intensamente – ha commentato il ministro Raffaele Fitto – abbiamo raggiunto un’intesa condivisa dall’intero governo».
Il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, oltre alla soddisfazione, ha sottolineato che l’intesa «è un risultato importante per noi e per il Paese, confermiamo pienamente l’impostazione di quando avevamo detto che il decreto era inaccettabile». Con gli accordi raggiunti oggi «non ci sono scelte che possono compromettere il sistema di governo e la tenuta urbanistica del territorio. Ora però bisogna occuparsi della vera emergenza che è quella di trovare risorse per le famiglie in difficoltà che non riescono a pagare l’affitto, abbiamo 550 milioni di euro, bisogna trovare altre risorse pubbliche e private». Soddisfazione è stata espressa da Errani anche perché nella bozza dell’accordo «non c’è più la vendibilità del 20% e non c’è più il cambiamento della destinazione d’uso».
Errani ha poi sottolineato che i lavori del piano casa saranno svolti nel rispetto delle norme sulla sicurezza e con lavoro regolare e forme di rendicontazione che mettano in chiaro tutti i lavori che verranno fatti. Le Regioni avranno 90 giorni di tempo per emanare, ciascuna, le norme per consentire l’attuazione del piano casa. In extremis si è raggiunto l’accordo per il varo di un tavolo che metta a punto uno studio di fattibilità per verificare quali misure adottare per l’edilizia pubblica. Dall’accordo, infatti, sono sparite «le risorse aggiuntive» che lo Stato avrebbe dovuto apportare, seppure in quantità non determinata.
Al termine del consiglio dei ministri anche Berlusconi ha commentato l’intesa: «Sono soddisfatto per l’accordo raggiunto, un’altra intesa importante dopo quella sugli ammortizzatori sociali. Ringrazio le Regioni per la collaborazione istituzionale, ora ci avviamo a studiare l’altro grande piano per la casa. E’ intenzione dell’esecutivo – ha spiegato Berlusconi – dare il via alla costruzione di ‘new town’ in ogni capoluogo di provincia per mettere a disposizione nuove case, in particolare per i giovani».

Il testo del «piano casa»
(da l’Unità online, 1 aprile 2009)

Ecco il testo dell’accordo sul piano casa siglato la notte scorsa al tavolo tecnico dal governo e dalla conferenza delle regioni, recepito questa mattina dalla conferenza unificata a Palazzo Chigi.

«Rilevata l’esigenza, da parte del governo, delle regioni e degli enti locali di individuare misure che contrastino la crisi economica in materie di legislazione concorrente con le regioni, quale quella relativa al governo del territorio;

visto l’accordo delle regioni e degli enti locali in ordine alle esigenze di fronteggiare la crisi mediante un riavvio dell’attività edilizia favorendo altresì lavori di modifica del patrimonio edilizio esistente nonché prevedendo forme di semplificazione dei relativi adempimenti secondo modalità utili ad esplicare effetti in tempi brevi nell’ambito della garanzia del governo del territorio;

rilevata l’esigenza di predisporre misure legislative coordinate tra stato e regioni nell’ambito delle rispettive competenze;

governo, regioni ed enti locali convengono la seguente intesa:

per favorire iniziative volte al rilancio dell’economia, rispondere anche ai bisogni abitativi delle famiglie e per introdurre incisive misure di semplificazione procedurali dell’attività edilizia, lo stato, le regioni e le autonomie locali definiscono il seguente accordo.

Le regioni si impegnano ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate preferibilmente ai seguenti obiettivi:

a) regolamentare interventi – che possono realizzarsi attraverso piani/programmi definiti tra regioni e comuni – al fine di migliorare anche la qualità architettonica e/o energetica degli edifici entro il limite del 20% della volumetria esistente di edifici residenziali uni-bifamiliari o comunque di volumetria non superiore ai 1000 metri cubi, per un incremento complessivo massimo di 200 metri cubi, fatte salve diverse determinazioni regionali che possono promuovere ulteriori forme di incentivazione volumetrica;

b) disciplinare interventi straordinari di demolizione e ricostruzione con ampliamento per edifici a destinazione residenziale entro il limite del 35% della volumetria esistente, con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell’efficienza energetica ed utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e secondo criteri di sostenibilità ambientale, ferma restando l’autonomia legislativa regionale in riferimento ad altre tipologie di intervento;

c) introdurre forme semplificate e celeri per l’attuazione degli interventi edilizi di cui alla leggera a) e b) in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale. Tali interventi edilizi non possono riferirsi ad edifici abusivi o nei centri storici o in aree di inedificabilità assoluta.

 

Una mia lettera sul tema pubblicata dal Corriere di Rimini del 31 marzo 2009

 LETTERA APERTA SUL PIANO CASA

di Eugenio Pari, consigliere comunale Rimini

Con il Piano casa il Paese si sta preparando a diventare un cantiere al di fuori da qualsiasi idea di pianificazione, il che significa ancora una volta tutelare gli interessi della rendita a discapito dei cittadini.
Aumentare indiscriminatamente del 20% gli immobili esistenti e addirittura fino al 35% nel caso di demolizione e ricostruzione, significherebbe rendere ancora più invivibili le nostre città. Invece occorre sostenere una politica di accesso al diritto all’abitazione per quelle classi che vivono ancora più difficoltà a causa della pesantissima crisi che sta attraversando l’Italia.
Seicentomila famiglie sono escluse dal mercato della casa, sostenere che aumentando le costruzioni si aumenta anche la possibilità di reperire abitazioni per queste famiglie è una falsità del tutto priva di logica e di attinenza con i fatti. O sostenere come ha fatto il Presidente nazionale dei
costruttori che gli alloggi di edilizia popolare dovrebbero durare al massimo 20 anni esprime chiaramente che il problema per la destra non è che i comuni e i cittadini sono in ginocchio a causa dell’economia di rapina, il problema è che gli alloggi popolari sono costruiti con criteri troppo generosi. Dunque le persone sono merci e, come tali, vanno trattate. Di fatto il futuro delle città viene affidato agli speculatori e se si pensa che gli immobili industriali in disuso, posti generalmente nelle periferie delle città, potranno, grazie a queste disposizioni legislative, trasformarsi in condomini determinerà ancora di più la chiusura di impianti produttivi in
favore della rendita immobiliare. Guardiamo per esempio a cosa è successo a Rimini: la Ghigi poco tempo fa ha chiuso lo stabilimento in attivo e produttivo con l’obiettivo o prima o dopo di compiere una operazione edilizia su quell’area, quanti saranno gli imprenditori che faranno la stessa cosa visti i tempi di “vacche magre” nel comparto manifatturiero? Oggi alla Ghigi si potrà finalmente compiere l’operazione urbanistica che la proprietà aveva in mente quando decise di chiudere.
Ma c’è di peggio, la possibilità di cambio di destinazione d’uso varrà anche per il commercio. È stata l’arroganza dei grandi gruppi della distribuzione e la debolezza delle amministrazioni locali a disseminare il territorio di centri commerciali, oggi che sono in crisi per i protagonisti dell’economia della rendita sarà meglio riconvertirli in alloggi. Una città vivibile non nasce da
queste logiche, così si crea paura: disseminare il territorio di abitazioni sulla base delle volontà dei proprietari significherà condannare famiglie all’isolamento e all’emarginazione.
Quello che molte amministrazioni, anche a guida Pd, hanno sempre praticato, cioè la mercificazione del territorio e la contrattazione degli interventi urbanistici, trova oggi, dopo anni di teorizzazione in strumenti come per esempio i project financing, una conferma dal punto di vista normativo.
Sostenere quello che sostiene il candidato presidente Vitali, cioè che il problema sia quello dello snellimento delle procedure, è lo stesso punto di partenza da cui è partito il governo nel partorire questo obbrobrio legislativo e conduce alle stesse conclusioni. Le procedure aggravate e complesse in urbanistica, che peraltro hanno già ricevuto negli anni notevoli snellimenti in favore dei costruttori, sono a garanzia del territorio. Il territorio dove, garantendo comunque i diritti del privato, deve comunque essere considerato un bene collettivo per tutelare le persone in carne ed ossa dai rischi idrogeologici per esempio e per fornire alle persone condizioni migliori del vivere, partendo da norme che arginino il fenomeno della rendita immobiliare. Solo chi non ha chiaro questo può pensare che i temi del governo del territorio e dell’urbanistica quest’ultima intesa come sua componente, possano essere risolti con snellimenti e magari maggior flessibilità delle norme e delle procedure, la qual cosa, peraltro, non è segnata in alcun articolo della L.r. 20/2000, almeno non in quella vigente.

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