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Sull’onda anomala degli spread

EDITORIALE di Galapagos

Il Manifesto, 09.07.2011 pag. 1

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L’editoriale con il quale ieri mattina il Financial Times ha commentato la manovra varata da Berlusconi sottolineando che c’è una certa confusione sui numeri e che mancano vere riforme, ha anche profeticamente anticipato: «l’Italia naviga ancora sull’orlo della tempesta». E ieri, per tutta la giornata, l’Italia ha «ballato» sui mercati internazionali sballottata dalle violente onde degli spread. Semplificando: i titoli del debito pubblico italiano (Btp) vengono giudicati parecchio meno affidabili di quelli (a parità di durata) della Germania, chiamati Bund. Il risultato è che il rendimento che debbono pagare i Btp italiani è molto più alto di quello che pagano i bund. Questo differenziale (lo spread) ieri è salito a 247 punti base, ovvero il 2,45%. Semplificando, i Btp italiani a 10 anni pagano tassi di interesse superiori al 5%, mentre quelli tedeschi, più affidabili, sono poco sopra il 3%. Non è cosa da poco per un paese che ha un debito pubblico di quasi 1.900 miliardi: la spesa crescente per interessi su una mole così enorme di debito rischia di vanificare tutti i sacrifici che impongono le manovre correttive.
In soccorso del governo, o meglio dell’economia italiana, è sceso in campo anche Mario Draghi. Per il governatore di Bankitalia, la manovra è un passo importante per il consolidamento dei conti e il pareggio di bilancio è credibile. Draghi ha affermato: «Vedo dai dispacci di agenzia che tensioni scaturiscono da timori di alcuni analisti circa le condizioni dei conti pubblici dell’Italia. La manovra di finanza pubblica decisa dal governo, come detto ieri dal presidente Trichet, costituisce un passo importante per il consolidamento dei conti pubblici. L’anticipo delle misure rende credibili il raggiungimento del pareggio del bilancio nel 2014 e l’avvio di una tendenza al calo del rapporto debito/Pil».
La tensione sui mercati è andata avanti tutta la giornata e in Italia ha penalizzato anche Piazzafari: l’indice Mib ha chiuso con un crollo di quasi il 3,5%, percentuale, di molto superiore alla flessione registrata delle altre borse europee. E nel ciclone sono finiti anche i tassi sui Btp che hanno registrato una pessima risalita fino, appunto, a toccare un spread di 247 punti base con i Bund. Ovviamente la tendenza alla crescita degli spread è generalizzata: in sofferenza è il debito sovrano di tutti i paesi marginali. Non a caso un altro paese sotto tiro è la Spagna i cui tassi sui «decennali» sono vicini alla soglia del 6%. Indubbiamente, alla base dell’aumento degli spread ci sono motivazioni esogene: la forza della Germania, la speculazione che non dà tregua, la debole crescita dell’economia Usa confermata ieri dal dato sul nuovo aumento del tasso di disoccupazione che ha spinto gli investitori a puntare sulla Germania perché in queste condizioni la Bce non aumenterà i tassi. Tuttavia la speculazione trova alimento anche in motivazioni endogene, cioè interne all’Italia.
Olte quello che scrive il Financial Times (che non è poco) occorre aggiungere che la vicenda di Marco Milanese che coinvolge indirettamente Tremonti non è un buon viatico. Allo stesso tempo non è positivo il dato diffuso ieri dall’Istat sul calo dela produzione industriale in maggio, a conferma che la crescita italiana è troppo lenta e, nonostante gli annunci del governo, non sono stati programmati efficaci interveti di stimolo. Magari anticipando la stangata al 2012, utilizzando parte dei soldi non a risanamento dei conti pubblici, ma in incentivi alla domanda. Però Tremonti, che dà del cretino a quasi tutti, ha affermato che la Ue non ci chiedeva di anticipare la manovra e quindi lui non l’ha anticipata. Forse qualcuno dovrebbe spiegargli la differenza tra un contabile e un ministro dell’economia.
Intanto non si placa la polemica sul ruolo delle tre grandi agenzie di rating che con i loro giudizi offrono ampi spazi alla speculazione. Un giudizio durissimo su Mooody’s, Fitch e S&P è arrrivato ieri da Josè Manuel Gonzalez-Paramo, membro del Comitato esecutivo della Bce: le agenzie internazionali di rating «erano parte del problema prima della crisi e continuano a esserlo». Poi ha aggiunto: «Penso che ci sia un consenso a livello globale sulla necessità di renderci indipendenti dalle agenzie di rating e fare i compiti a casa per conto nostro, e cioè sulla base della nostra analisi» dei trend economici. Carol Sirou, presidente di S&P per l’Europa, ha indirettamente replicato affermando, in un’intervista al quotidiano francese Libération che «non sono le agenzie di rating a creare i problemi: le nostre valutazioni riflettono le difficoltà strutturali di un Paese». Molti però osservano che la società di rating in passato hanno commesso grossolani errori di valutazione e, cosa più grave, non sono (o non vogliono) spostare la loro attenzione dal breve al medio periodo. In altre parole non tengono mai conto degli sforzi di correzione dei conti dei paesi. L’esempio più recente è quello portoghese: l’abbassamento del rating è avvenuto subito dopo il varo di una manovra durissima.
Intanto, ieri è aumentato il costo dei contratti derivati (cds, credit default swap) per assicurarsi contro il rischio sul debito pubblico italiano di riflesso alle tensioni: per assicurare 10 milioni di debito pubblico italiano contro il rischio di default sono necessari 243.000 dollari contro i 219.000 dollari di giovedì. I cds a cinque anni sull’Irlanda sono saliti a 900 punti base, (+36 punti su giovedì) e quelli sul Portogallo 1.005 punti (+38), entrambi a nuovi record, mentre quelli sulla Spagna sono saliti di 16 punti a 318. In controtendenza la Grecia con un costo dei cds in calo di 19 punti ma sempre a livelli altissimi (2.100 punti base, ovvero il 21%). I cds portoghesi hanno superato quota 1.000 giovedì all’indomani del declassamento del rating da parte di Moody’s.
Come coda politica, si deve aggiungere la promessa del Pd: «Lunedì presenteremo un’interpellanza urgente per chiedere al governo di avviare l’iniziativa in sede europea per la sospensione immediata delle vendite allo scoperto di cds, degli strumenti derivati e dei titoli speculativi sui debiti sovrani». Per Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni economiche del gruppo Pd alla Camera «è evidente che in un momento così critico per i mercati e per la debolezza politica del governo italiano, il nostro debito rischia di diventare il terreno preferito degli speculatori»

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L’esempio Alitalia

Di Galapagos, il manifesto 13 settembre 2008 – www.ilmanifesto.it

La rottura delle trattative – in realtà mai iniziate davvero – tra i sindacati e la Cai di Colaninno e soci sul futuro di Alitalia e dei suoi lavoratori, fa sinistramente il paio con le trattative sul “nuovo” modello contrattuale. Alitalia è il prototipo di quello che Confindustria intende per nuovo modello. Un ultimatum: prendere o lasciare. Una riappropriazione del capitale di tutti i suoi poteri in un contesto politico ultra favorevole. Di nuovo non c’è assolutamente nulla, ma c’è un ritorno al capitalismo dei padroni delle ferriere, per dirla con Ernesto Rossi. A cominciare dal problema della produttività.

 

Nel documento confindustriale la gravità della situazione viene descritta con uno slogan: la bassa produttività. Premesso che i lavoratori italiani lavorano – più ore degli occupati di quasi tutti i grandi paesi industrializzati, la carenza della produttività non dipende dal lavoro, bensì dall’apparato tecnologico – il capitale fisso – che gli imprenditori mettono a disposizione del lavoro. Allora è colpa degli imprenditori che hanno investito poco? Non è del tutto esatto: in dieci anni in Italia i nuovi investimenti hanno raggiunto una cifra pari a quella del Pil. Però il rendimento (la produttività) degli investimenti nostrani è stato poco più della metà dei paesi concorrenti. Di chi la colpa? Non certo del lavoro, ma di un padronato furbetto che – salvo eccezioni – cerca di aumentare la produttività non innovando, ma cercando di contenere il costo del lavoro. Innescando però una spirale deflattiva, visto che i bassi salati si traducono da anni in bassa domanda e bassa crescita del Pil.

 

La siturazione di Alitalia è tragica. Viene il sospetto che il fallimento della trattativa con Air France – Klm sia stato funzionale a una strategia mirata a far crollare il valore della compagnia di bandiera per poterla piazzare a “poco prezzo” in mani amiche. La trattativa attuale è stata farsesca: alla Cai che aveva richiesto uan riduzione del 40% del costo del lavoro, era stato offerto un taglio del 20%. E i sindacati accettavano anche un incremento del 15% della produttività attraverso un aumento del tempo di lavoro. Ma alla Cai non bastava. Anche se i lavoratori sanno che a fine mese rischiano di non incassare lo stipendio, non si può sottostare agli ultimatum. E neanche il sempre accomodante Bonanni se l’è sentita di firmare. Per ora.

 

Anche perché – aspetto non secondario – il piano industriale era solo “fuffa”. Anzi peggio: aver puntato tutto o quasi sui voli interni è una scelta suicida: tra meno di un anno la tratta più ricca (la Roma – Milano e viceversa) rischia di diventare molto meno ricca per la concorrenza dell’alta velocità ferroviaria. Sulla quale, non è un caso, si sono gettati imprenditori privati italiani e stranieri. La Cai (e in particolare il promotore Berlusconi) sostiene di voler difendere l’italianità della compagnia nell’interesse dell’economia nazionale. Ma come si concilia questa dichiarazione d’intenti con lo smantellamento del settore cargo? Cioè il settore che dovrebbe valorizzare le merci prodotte in Italia e speite all’estero? Insomma, c’è qualcosa che non quadra. I lavoratori Alitalia sono consapevoli che dovranno fare molti sacrifici, ma sanno anche che non possono mollare. La dignità del lavoro – quella di tutti i lavoratori – è sulle loro spalle.

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