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Dentro il recinto

Un appello al movimento per l’acqua pubblica

Di Eugenio Pari

La Filtcem – CGIL ha fatto dei conti davvero interessanti: nel 2011 i dirigenti e i manager di Hera sono costati 19 milioni di euro, 2 milioni in meno dei 21 spesi per investimenti sulla rete idrica.

La notizia che questi boiardi costino come l’ammontare complessivo di investimenti per l’acqua potrebbe già essere sufficiente per gridare – giustamente – allo scandalo, ma come se non bastasse Hera nello stesso periodo ha visto aumentare il proprio indebitamento, infatti solo fra il 2010 e il 2011 l’indebitamento finanziario netto passa da 1860,2 milioni di euro a 1.987,2 milioni. Tra il 2010 e il 2011 il debito di Hera aumenta di 127 milioni di euro. La manfrina degli azionisti (i sindaci) e dei manager è la solita: “abbiamo dirigenti di altissimo livello che se lavorassero nel privato percepirebbero sicuramente di più”.

In assenza di qualsiasi controllo dentro queste aziende succede di tutto e chi detiene il bastone del comando sono questi manager che, da quando è nata Hera, sono sempre stati liberi di fare qualsiasi cosa. Chi dovrebbe applicare forme di controllo e regolazione (il soggetto pubblico), non solo non lo fa, ma collide con queste dinamiche mettendo nei Cda tante brave persone che però delle materie di cui dovrebbero discutere capiscono poco o niente, l’unica loro prerogativa è un cursus honorum all’interno di partiti e la fedeltà silente al capo di turno.

Chi tutela i cittadini? Chi tutela gli investimenti? Chi decide se è meglio costruire un inceneritore piuttosto che incrementare la raccolta differenziata? I manager, o meglio, la Borsa e quindi per Hera i fondi di investimento e le banche che non stanno tanto a guardare alla tutela dell’ambiente, ma alle cedole che periodicamente vengono staccate come profitti di Borsa.

Le azioni di Hera hanno perso il 10% del loro valore, per i comuni soci c’è stata una perdita di 36 milioni di euro sui dividenti e quindi la strategia della “gallina dalle uova d’oro” è fallita, fallita come il modello finanziario su cui Hera è stata ideata e su cui ha proliferato a danno dei cittadini che si sono visti aumentare le bollette e i costi.

Ora, non per invertire questa tendenza, ma per implementarla Hera si fonderà con un’altra multiutility del settore Acegas-Aps, un’operazione di cui cittadini e amministratori sanno niente, ma di cui si conosce un dato inquietante: l’indebitamento complessivo dopo la fusione assommerebbe ad oltre 2 miliardi e 800 milioni di euro. Questa mole di indebitamento anziché rafforzare i servizi producendo economie di scala, o anziché permettere politiche industriali diverse incentrate magari sulla riconversione energetica richiederà la gestione di ulteriori servizi (privatizzazione) perché per provare a sedare l’incredibile voracità finanziaria di questo soggetto occorre rifilarle sempre qualcosa d’altro. Il tentativo di sedare, dentro questa dinamica di speculazione utile a pochi, è un tentativo che risulterà vano e ininfluente. Perché i mercati finanziari non sono propensi ad investire in nuove tecnologie o produzioni, ma ricercano il monopolio ovvero l’occupazione di settori “protetti” e, in questo caso, sarebbe da dire “da proteggere” dalla loro ingordigia distruttiva.

Che fare? Se aspettassimo un qualche “colpo di reni” dalla politica o dai partiti rischieremmo di rimanere amaramente delusi, la collusione dei partiti è un dato di fatto e al di là di valutazioni molto strumentali e quotidiane essi non sono assolutamente in grado di ragionare e mobilitarsi su una visione strategica di ripubblicizzazione dei servizi. Occorre quindi “rianimare” il movimento referendario che ha prodotto uno dei risultati democratici più importanti nella storia del Paese ossia il “plebiscito” dei referendum del giugno 2011 contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Occorre farlo ora, cercando di allargare il più possibile questo movimento. Con questo non voglio affermare che fra gli amministratori, la politica e anche i sindacati non vi siano positive eccezioni, però mi pare di capire siano troppo deboli perché decidendo di stare “dentro il recinto” non hanno sufficiente forza per poter provare ad indicare un’alternativa che, invece, è “fuori dal recinto”.

L’appello che mi sento di inviare, quindi, più che indirizzato alla politica e agli amministratori che a questo punto dovrebbero aver ben chiaro lo scenario, ma che sempre più volte affermano di “essere tenuti allo scuro”, va rivolto a quelle persone la cui azione meritoria ha permesso di mantenere aperta la partita alimentando con la loro passione e iniziativa l’attività di questi movimenti: è arrivato il momento di ripartire e di aprire una nuova fase a difesa dei cittadini e dei beni comuni!

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Finanza forte, politiche deboli e la via d’uscita della democrazia

http://www.ilmanifesto.it/dossier/la-rotta-deuropa/la-sintesi/

 

Claudio Gnesutta  22 ottobre 2011

I guai dell’Italia, l’assenza dell’Europa e il vuoto di democrazia sono i tre temi al centro del dibattito sulla “Rotta d’Europa” iniziato lo scorso luglio col precipitare della crisi europea. In questa sintesi della discussione emerge il nodo difficile della finanza internazionale, che ha concentrato troppi poteri,  la necessità di rinnovare le istituzioni e le politiche dell’Unione, e di estendere le forme di partecipazione e democrazia a scala europea.

Rossana Rossanda nell’avviare la discussione sulla “Rotta d’Europa” ha posto la questione del rapporto tra la crisi del nostro debito pubblico e il ruolo incerto dell’Unione Europea in questa fase turbolenta. I successivi interventi, fin dal primo contributo di Mario Pianta, hanno affrontato questo tema nella convinzione che, per comprendere la situazione attuale e le prospettive dell’immediato futuro, sia essenziale individuare le ragioni della crisi delle istituzioni europee, non solo di quelle economiche ma anche, se non soprattutto, di quelle politiche.

All’inizio del dibattito la questione più trattata è stata la difficoltà dell’economia italiana nel fronteggiare l’attacco della finanza internazionale, ma ben presto l’interesse si è spostato sulle responsabilità dell’Unione europea, in primis della sua Banca centrale, per avere orientato la sua azione all’interno di una concezione neoliberista delle relazioni economiche e sociali considerando del tutto marginali i costi sociali che ne potevano derivare. Attorno a questi tre temi – situazione strutturale dell’economia italiana; inadeguatezza delle istituzioni europee nel sostegno dei paesi membri in difficoltà; ostacolo alla costruzione di una democrazia di qualità – si è concentrata riflessione collettiva non solo di dare una spiegazione delle difficoltà attuali, ma soprattutto di prospettare i modi per il loro superamento.

I tre temi costituiscono la guida per il tentativo di sintesi della discussione che presento in questo articolo, con l’intento di sottolineare gli snodi principali di un discorso collettivo e le acquisizioni maggiormente condivise. Nella prima parte riporto le spiegazioni della nostra fragilità economica e sociale e le sue connessioni con l’inadeguatezza assunta dal “progetto europeo”. Successivamente espongo quali cambiamenti sono proposti affinché le istituzioni economiche europee possano garantire ai paesi in difficoltà di far fronte agli shock finanziari, attuali e futuri. Infine, presento le contromisure che potrebbero controbilanciare l’ulteriore accentramento delle istituzioni economiche europee, potenziando il grado di democrazia politica dell’Unione. Non è possibile fare riferimenti puntuali a tutti gli spunti offerti dal dibattito; riporto l’indicazione dell’autore (tra parentesi) solo nel caso di citazioni esplicite o per segnalare il contributo che sviluppa un tema particolare.

Dal dibattito emerge, in sostanza, la convinzione che dalla pressione della finanza internazionale ci si può difendere, ma che ciò avviene più utilmente all’interno di appropriate istituzioni europee che offrano ai membri in difficoltà uno scudo nei confronti della finanza globale. Affrontare le difficoltà politiche e sociali per concretizzare una tale prospettiva ha però senso solo se l’obiettivo politico è quello del rafforzamento del “modello sociale europeo”, dell’Europa del welfare. Una tale prospettiva non riguarda esclusivamente il nostro paese, ma interessa tutti i paesi e l’Europa nel suo complesso e questo spiega perché le riflessioni sviluppate nel Forum non sempre distinguano nettamente le tre dimensioni geografiche (nazionali, europee, globali); un merito non marginale della discussione è proprio lo sguardo ampio che la caratterizza.

1. L’Italia in crisi e la fragilità del progetto europeo

Dal fordismo al neoliberismo. Pur con diversità di accenti, il dibattito ha ampiamente condiviso la tesi che il contesto, materiale e culturale, di “fede nel liberismo” (Rossanda) ha condizionato pesantemente le politiche economiche alla radice della crisi che dal 2008 imperversa sulla nostre economie e che negli ultimi tempi ha assunto la forma della crisi dei debiti sovrani. “Fede” di cui non sono rimaste immune nè l’Unione europea nè la BCE e la sua gestione dell’euro. Si è trattato di un orientamento politico-culturale che ha prodotto linguaggi, parametri, riferimenti politici e istituzionali che hanno affascinato ampi settori politico-culturali, anche della socialdemocrazia e della sinistra (Palmer). La visione neoliberista dell’economia e della società non è cosa recente; essa costituisce una drastica e irrimediabile cesura rispetto al compromesso fra le parti sociali di natura “fordista” che era stato il fondamento della politica economica dell’“età dell’oro del capitalismo” (Kaldor). Dagli anni settanta si avvia un processo politico-culturale travolgente che, attraverso l’imperativo di “liberare l’economia dalle bardature regolative per lasciare alle forze economiche di poter far da sé e, così, fare società” (Fassina), aveva (e ha) come obiettivo la costruzione di quella “società di mercato” regolata dalle relazioni dello scambio interessato. Sebbene la realtà sociale abbia ormai accettata la svolta monetarista favorevole al mercato “a tutti i costi” e quella della pubblic choice con la sua diffidenza per l’intervento pubblico, altrettanto non vale a livello sociale per quella logica della “piena libertà di circolazione delle persone, delle imprese e dei capitali, messi sullo stesso piano” che ha prodotto l’arretramento dei diritti sociali e la precarizzazione del lavoro sotto i nostri occhi (Bellofiore). Anche la crescente disuguaglianza degli ultimi decenni, più che essere dovuto alla minore capacità redistributiva del welfare, è il risultato della flessibilizzazione dei mercati pressati da una politica economica coerente con il processo di globalizzazione (Franzini). Con questo riferimento di fondo, il dibattito si è principalmente concentrato su due temi: il peso della finanza internazionale nel determinare le condizioni strutturali dell’attuale crisi e il (mancato) ruolo dell’Unione europea nel governare una realtà che, per la rinuncia a controllare i movimenti di capitale con l’estero, ha accettato di trasferire (parte del) proprio potere decisionale a istanze sopranazionali. (Rossanda)

Il ruolo strutturale della finanza globale. Il ruolo della “finanza globale” nell’attuale crisi è stato ampiamente commentato. Il diffuso giudizio negativo per i suoi condizionamenti economici e sociali è stato sostenuto da un approfondimento del suo modo di operare. La non-neutralità della sua azione è evidente dalla struttura gerarchica del sistema finanziario mondiale costituito al vertice da nove grandi complessi bancari e da tre società di rating, le cui scelte orientano inevitabilmente la dinamica dei mercati. I movimenti finanziari, per quanto nella loro dimensione speculativa appaiano irrazionali, costituiscono un meccanismo a loro modo efficiente in quanto funzionale a interessi globali (Fumagalli).

Va considerata, a questo riguardo, la capacità del mercato finanziario globale di orientare e di condizionare i flussi mondiali e i suoi effetti reali sull’economia per la sua facoltà di convogliare i fondi raccolti sull’intero scacchiere mondiale (inclusi le fasce di reddito elevato, europee e italiane) verso realtà economiche ad alto rendimento, seppur particolarmente rischiose (quali quelle del sud-est asiatico). In una logica strettamente economica e in un’ottica globale, non si può sostenere che la finanza induca effetti “distorsivi”, ma, dal punto di vista sociale, essa condiziona profondamente le prospettive di vita delle realtà “locali” non privilegiate dal suo credito. Non va sottovalutare il ruolo che l’infrastruttura finanziaria svolger per l’accumulazione nei paesi periferici, come è rilevato dalla direzione degli investimenti diretti, della delocalizzazione industriale, della rete di commesse e subforniture; in altre parole, non va sottovalutata la funzione storica della finanza globale a sostegno della fase di accumulazione “accelerata” a livello mondiale degli ultimi decenni che comporta, come effetto discriminatorio, le inferiori opportunità di investimento nei nostri paesi (Fumagalli).

Si deve inoltre riconoscere che la dimensione assunta dalle transazioni finanziarie (rispetto ai flussi reali della produzione e del reddito) è certamente “ipertrofica” per sostenere il processo di accumulazione descritto. Si deve però tener presente che per collocare i titoli presso risparmiatori avversi al rischio è “normale” che gli operatori finanziari utilizzino forme di rifinanziamento o di assicurazione per coprirsi dal rischio del debitore (particolarmente elevato per gli investimenti nei paesi emergenti). Ciò avviene, in forme più o meno sofisticate, con l’emissione di titoli da parte dell’istituto finanziario sui quali viene trasferita una parte del rischio finale. Quando la ripetizione abnorme di questa procedura determina l’enorme attuale volume delle attività finanziarie in circolazione, il sistema permette di spalmare il rischio (del debitore finale) tra una miriade di operatori tanto da farlo scomparire magicamente (ma non effettivamente) alla vista dei risparmiatori finali (e anche di molti intermediari). I titoli in circolazione appaiono allora per il singolo investitore del tutto sicuri e, la mancata corretta informazione a questo riguardo, lo induce a detenere titoli che non corrispondono alle proprie necessità. Un sistema finanziario così strutturato è strutturalmente instabile poiché i singoli operatori non sono in grado né di valutare l’effettivo rischio che corrono, né di governare le interazioni sistemiche che si vengono a generare quando divengono reali le perdite a carico del debitore finale. Per quanto il giudizio su tale meccanismo “impazzito” sia decisamente negativo per i danni economici e sociali che provoca, non si deve ignorare la considerazione preoccupante che non sembra esservi un’alternativa altrettanto potente per sostenere il processo di accumulazione globale; un meccanismo non obsoleto con il quale sarà necessario fare ancora i conti nel prossimo futuro.

Va infine sottolineata l’esistenza di un legame tra la liberalizzazione finanziaria e la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, rimarcata dalla crescita iperbolica dei profitti e delle rendite negli ultimi decenni. Non viene dato sufficiente rilievo al fatto che la crescente offerta di fondi finanziari dovuta ai risparmi dei ceti ad alto reddito, favoriti in varia maniera dall’alleggerimento dell’imposizione progressiva del reddito o dalla possibilità di evasione fiscale, è una componente essenziale della raccolta delle istituzioni finanziarie che le mette in condizione di redistribuire il risparmio dei paesi ad alto reddito (inclusi quelli europei) agli investimenti in aree a alto rendimento. Se il meccanismo è efficiente dal punto di vista finanziario (globale) non lo è a livello “locale” per la compressione degli investimenti e della crescita interna al di sotto delle sue potenzialità di risparmio. Solo l’accettazione acritica di una presunta oggettività economica può spiegare perché una comunità democratica accetti di sottostare a un tale meccanismo.

L’Unione europea: una scelta politica gestita in termini economici. Le considerazioni sul ruolo dell’Unione europea si concentrano sulla deriva che ha subito l’obiettivo originario di costituire un soggetto geo-politico autonomo a livello mondiale (Amato). Tale involuzione è bene espressa dalla trasformazione registrata, nel passaggio dalla Strategia di Lisbona a quella di Europa 2020, dell’obiettivo della “coesione sociale” che viene vista, nel documento più recente, come un peso per la crescita (Lundvall). Lo stesso disegno istituzionale europeo, centrato su Patto di Stabilità e Banca centrale, che avrebbe dovuto rappresentare gli strumenti di una politica economica autonoma per proteggere gli stati membri dall’instabilità e favorire l’integrazione politica, si è trasformato in un fattore di tensione quando, nel clima neoliberista, è stato ridotto a strumento “amministrativo” di supporto dell’autoregolazione dei mercati (Ferrara). Con la loro apparente depoliticizzazione, si è ridotto l’orizzonte di politica economica di queste istituzioni alla sola flessibilizzazione dei mercati, nella convinzione che le regole finanziarie da loro imposte fossero sufficienti, attraverso il contenimento dei salari reali e dei conti pubblici, a garantire alla società una crescita sostenuta e stabile (Bellofiore).

La dimensione politica dell’Europa si è, nella sostanza, appiattita sulla dimensione economica dell’Euro (De Fiores). La scelta della moneta unica da parte da parte dei paesi economicamente più fragili ha peraltro imposto loro dei vincoli che, alla lunga, sono diventati preminenti rispetto ai vantaggi (di più breve periodo) derivanti dal contenimento del costo dell’indebitamento, privato e pubblico. Due sono i vincoli che vengono evidenziati: la subordinazione produttiva alla centralità industriale della Germania; la subordinazione alle condizioni finanziarie internazionali, anche per effetto di una politica della BCE che non accoglie tra i suoi obiettivi la crescita del reddito e la tenuta dell’occupazione (Pianta).

Bandiera Unione Europea

Il mercantilismo tedesco… La centralità del “modello” industriale tedesco è una costante storica del panorama economico europeo. Esso è il risultato di una struttura politica e istituzionale a sostegno di una rete di imprese che operano in settori ad alta tecnologia e la cui competitività non-di-prezzo favorisce lo sbocco sui mercati esteri (Guérot). Il carattere dominante del sistema produttivo tedesco risulta acuito in un sistema di cambi inevitabilmente fissi, quale quello costituito dall’area dell’euro, per la presenza di paesi con una sistematica carenza competitiva. Da qui l’inevitabile tensione all’interno dell’area tra il contesto industriale e quello finanziario.

In effetti, l’economia tedesca, e quelle dei paesi che ne sono il corollario, non si avvantaggia solo dal fatto che gli altri paesi europei (che non possono svalutare per compensare la loro minore dinamica competitiva) costituiscono un importante mercato di sbocco, ma anche dal fatto che la presenza dei deficit commerciali di questi paesi frena l’apprezzamento della moneta europea. D’altra parte, per quanto contenuta, la rivalutazione dell’euro modera la crescita dei prezzi alle importazioni che favorisce i salari e i redditi reali, facilitando la pressione alla moderazione salariale e alla disciplina sociale che il modello tedesco richiede per conservare i suoi vantaggi competitivi (Leon et al.).

Per quanto riguarda le economie più deboli, la moneta unica le libera dal vincolo estero, ma essendo precluso l’aggiustamento della bilancia dei pagamenti tramite la svalutazione, lo squilibrio deve essere sanato accumulando debito (privato e pubblico) sull’estero. La possibilità di condizioni facili di indebitamento rafforza l’“illusione” di questi paesi di poter perseguire obiettivi di politica economica non sostenibili nel lungo periodo (Bagnai). È ciò che è divenuto manifesto quando le condizioni di credito sui mercati internazionali si sono inasprite con la crisi; i paesi deficitari sono stati sottoposti a pressione al fine di ridurre il loro squilibrio nei conti con l’estero attraverso l’aumento della loro produttività e i tagli del loro bilancio pubblico. La pretesa “tedesca” di risanamento dei conti è risultata di difficile gestione non solo per i tempi brevi richiesti, ma soprattutto per la inevitabile caduta della domanda a livello europeo che ne è seguita (Cesaratto, Simonazzi). Il superamento delle presenti difficoltà richiede tempi presumibilmente lunghi e riflessi pesanti a livello sociale; una prospettiva di lunga deflazione con preoccupanti effetti su disoccupazione e livelli di reddito che allarma anche la forte società tedesca (Leon et al.).

…e la subordinazione alla finanza internazionale. La finanza ha il ruolo di disciplinare i comportamenti “locali” per renderli coerenti con l’attuale modello di sviluppo “globale”, attraverso il naturale meccanismo speculativo che sposta gli enormi fondi in circolazione dai titoli dei debitori con peggiori prospettive a quelli con redditività maggiore. Se, come è successo per i titoli pubblici dei paesi periferici dell’euro e dell’Italia, la finanza ritiene che le prospettive dei soggetti debitori sono peggiorate, essa non è disposta a detenere tali titoli nei propri attivi a meno che (per effetto della pressione delle sue vendite) non aumenti il loro rendimento (Gnesutta).

Va rimarcato che la debolezza dei conti pubblici non è costituita tanto dal livello dello stock del debito pubblico (non si pone la necessità di “ripagare” il debito), quanto dalla capacità di garantire nel tempo il “servizio del debito” (Bruno). In effetti, per essere tranquillizzata, la finanza deve ritenere che lo Stato potrà disporre nel corso del tempo delle risorse necessarie per il pagamento degli interessi (e per il rinnovo della tranche di fondi in scadenza) in quanto il sistema produttivo sarà in grado di far affluire a esso un adeguato volume del reddito prodotto. Se ciò non dovesse avvenire e le istituzioni finanziarie diano una valutazione negativa sulla capacità dello Stato di rispettare i propri impegni, questi sarà soggetto a condizioni più pesanti per essere rifinanziato; il maggior tasso d’interesse che accettare è in sostanza il rimborso anticipato di quella quota del capitale che il finanziatore valuta di perdere per il possibile default futuro. Si tratta di un’ovvia conseguenza di una valutazione soggettiva di presumibili inadempienze future, che però aggrava le condizioni correnti dei paesi in difficoltà, quando non le rende addirittura intollerabili, e il peggioramento della solvibilità dello Stato giustifica a posteriori il primitivo giudizio negativo.

È ampiamente condiviso che la pressione della finanza compromette l’autonomia degli stati; in effetti, le valutazioni sulla solvibilità dei conti pubblici sono formulate dalle stesse istituzioni finanziarie (incluse le società di rating) e pertanto incorporano la loro avversione per quelle politiche, correnti e future, che esse giudicano non “corrette”, ovvero contrarie ai propri interessi. Nell’accettazione piena di questi giudizi la “politica” esprime la sua piena soggezione nei confronti del “mercato”, rendendo esplicito che la finanza internazionale rappresenta la forma più compiuta, astratta e delocalizzata del capitale (Viale).

La crisi dei debiti sovrani dei paesi europei mostra l’inadeguatezza dell’attuale struttura istituzionale europea a rappresentare una protezione dei debiti pubblici dei paesi-membri più deboli, protezione che pure era stata ampiamente attivata nel 2008 per la crisi delle banche. L’incapacità della politica economica europea di fornire ai conti pubblici il necessario sostegno finanziario intacca la sua credibilità finanziaria, garanzia per l’indispensabile apertura di credito sui mercati per il loro rifinanziamento. Risulta in tal modo rafforzata la pressione per ridimensionare l’intervento pubblico (attraverso tagli e liberalizzazioni) con prevedibili pesanti ricadute sociali poiché le drastiche manovre di rientro richieste aggravano le condizioni di rifinanziamento e sospingono l’economia lungo una pericolosa china deflazionistica.

Una prospettiva deflazionistica per l’Europa. Se la speculazione sui titoli pubblici può apparire giustificato a livello di singola istituzione per la necessità di ricostituire, in una fase di crisi prolungata, le “proprie” condizioni di solvibilità (ma a scapito della stabilità di altri soggetti, privati e pubblici), esso risulta intrinsecamente contraddittoria per il rischio che tale comportamento risulti un detonatore per la diffusione della crisi, non solo produttiva ma anche finanziaria. Ciò si verificherebbe se la speculazione proseguisse oltre, sui titoli delle banche (europee) impegnate nel finanziamento dei debiti pubblici e poi su tutti gli altri, di cui i recenti crolli di borsa sono il segnale di una logica finanziaria priva di qualsiasi contrappeso di cautela sistemica (Comito).

In presenza di una crisi che sta erodendo tutti i punti di stabilità a livello globale appare evidente come l’Europa – nel suo complesso e nelle sue singole nazioni – si trovi schiacciata tra difficoltà competitive dal punto di vista industriale e condizioni di subalternità dal punto di vista finanziario. Nell’interpretazione politica neoliberista particolarmente aggressiva degli ultimi tempi, la situazione è ritenuta insostenibile per i “costi” che le economie europee devono sostenere per il loro welfare. Non meraviglia allora che, di fronte alla pressione finanziaria internazionale, il riaggiustamento richiesto ai diversi paesi assuma la forma del contenimento diretto e indiretto dei salari reali e dei redditi della classe media (Pizzuti). Se poi, come in Europa, non viene affrontata la questione della politica fiscale comune per non interferire con gli obiettivi nazionali e se, come in Italia, il governo ha un orizzonte di ancor più corto respiro della finanza, l’assenza di una politica europea autonoma si traduce necessariamente nella sottomissione della società alle condizioni poste dai mercati (Pianta).

Le ipotesi di soluzione avanzate, e spesso imposte, a livello internazionale operano per un aggravamento delle difficoltà in quanto prospettano un quadro complessivo dalla netta tendenza alla stagnazione particolarmente preoccupante per le condizioni di vita delle fasce sociali più deboli. La mancata ricerca di uno spazio per rispondere alle essenziali esigenze di vita e di benessere dei propri cittadini (Fassina) riflette l’insoddisfacente mediazione tra modello sociale europeo e modello globale di mercato da parte dell’attuale governo dell’Europa per aver assegnato al capitale, e alla sua ricerca di efficienza guidata dai “mercati finanziari”, quella sovranità sulla politica (economica) che le Costituzioni democratiche attribuiscono al popolo (Viale).

 

 

2. Convivere con la finanza: la governance economica

L’Europa, un’area economicamente non omogenea. La gestione della crisi determinerà i caratteri futuri della società europea sia per come si struttureranno i poteri a livello sovranazionale, sia per gli obiettivi che risulteranno istituzionalmente privilegiati. A questo riguardo, sono due gli aspetti sui quali si è concentrata l’attenzione: la ristrutturazione dell’architettura istituzionale della politica economica europea attualmente fondata sull’autonomia della banca centrale e sull’efficienza informativa dei mercati (finanziari); la qualità dell’impegno dell’Unione per garantire ai paesi economicamente più fragili una loro collocazione sostenibile al suo interno.

Per non uscire da questa crisi in senso regressivo (abbandonando cioè i carattere di una società del welfare) è importante partire dall’ovvia constatazione che l’area europea non è una realtà omogenea, né dal punto di vista economico, né tanto meno da quello politico e istituzionale (Bellofiore). Le evidenti asimmetrie esistenti, tra paesi e all’interno di ciascuno di essi, rendono contraddittoria la pretesa – assunta spesso come obiettivo – di perseguire la convergenza tra paesi in termini di competitività, salari e conti pubblici: le asimmetrie evolvono nel tempo, si possono accentuare o attutirsi, ma non possono essere completamente riassorbite; con esse si deve convivere nell’oggi e nel futuro. L’affermazione più volte enunciata che l’Unione europea non è un’area valutaria economicamente ottimale è scontata, anche se nella sua incontestabilità è lungi dal cogliere il senso del problema. In effetti, l’Unione è, per scelta, un’area valutaria politicamente ottimale e, finché permane questa scelta, essa ne deve sostenere i relativi costi. In altre parole, se intende sopravvivere politicamente, deve risolvere la questione di come far convivere al suo interno una realtà di irriducibili asimmetrie nazionali e ciò richiede di adottare una governance non subalterna alla finanza globale (Gianni).

Non meraviglia allora che le cause della crisi e della sua particolare intensità siano state collegate alle possibili carenze del quadro istituzionale della politica economica europea che risulta inadeguato per realizzare compromessi all’altezza della gravità della situazione. Appare quindi essenziale una ridefinizione delle attuali istituzioni di politica economica per affermare una prospettiva europea liberata dal dogma neo-liberista (Musacchio).

Accettare il fallimento: l’uscita dall’euro e il default. Prima di affrontare questo punto – che è quello sul quale si è concentrato maggiormente il dibattito -, conviene soffermarsi sulle posizioni alternative che, accettando il fallimento della moneta unica, auspicano un’uscita dall’euro. La complessità della situazione accumulatasi nel tempo, l’incertezza nel garantire nei tempi brevi le richieste della finanza, la sfiducia nel poter far affidamento sulla protezione delle istituzioni europee, tutto ciò giustifica una scelta così drastica in quanto ritenuta preferibile al dover sottostare ai costi sociali di una deflazione dei debiti (Leon et al.). La considerazioni di un tale evento è importante poiché può non essere il frutto della ricerca di una maggiore indipendenza nazionale nella conduzione della politica economica, ma essere invece il risultato improvviso di condizioni di forza maggiore o della benevola disattenzione degli altri paesi europei che, anche contro i propri interessi di più lungo periodo, rinunciano ad assumersi le responsabilità politiche richieste dall’appartenenza a un’unione politica (Guèrot, Comito).

I sostenitori di questa opzione ritengono che con l’abbandono della moneta europea, e una forte svalutazione della nuova valuta nazionale, si possa utilmente riconquistare la gestione del cambio ai fini della crescita. (Bagnai)

Per quanto rimanga indefinito quale maggiore margine espansivo possa avere una politica monetaria locale nell’attuale gestione monetaria globale di bassi tassi d’interesse condotta dalla Fed, è indubbio che acquisire la flessibilità del cambio, dovrebbe permettere il sostegno delle esportazioni e quindi della crescita. Tuttavia, lo strumento abbandonato, il cambio fisso, lascia scoperto l’obiettivo al quale era finalizzato (la stabilità dei valori nominali, i prezzi e salari interni) per il perseguimento del quale si rende necessario acquisire uno strumento distinto. Anche se non è difficile ammettere che sull’importanza della stabilità dei prezzi vi sia un eccesso di enfatizzazione, ma ciò non significa che con la flessibilità del cambio non si rischi una pressione inflazionistica che ridimensioni l’atteso rilancio della competitività di prezzo.

Per quanto riguarda gli effetti finanziari della svalutazione, essa risulterebbe efficace se l’indebitamento del paese fosse espresso nella propria moneta, come sarebbe il caso della svalutazione del dollaro per gli Stati Uniti; l’effetto risulterebbe invece gravoso se il debito fosse espresso in una valuta diversa (come nel caso dei piccoli paesi che si indebitano all’estero). Anche in questo caso, l’effetto negativo potrebbe risultare contenuto se la politica economica interna riuscisse a bloccare le aspettative di inflazione interna e ad acquisire la fiducia dei mercati internazionali sulla sua solvibilità futura. Solo in questo caso, non si interromperebbe il rifinanziamento del debito estero e l’aumento del premio per il rischio rimarrebbe contenuto con effetti benefici sull’onere del servizio del debito, sia pubblico che privato. Di nuovo, liberarsi dal vincolo del cambio fisso non è risolutivo, anche se utile all’interno di una forte strategia di rilancio dell’economia e di risanamento dei conti pubblici volte a migliorare la credibilità finanziaria del paese.

I medesimi condizionamenti finanziari sono presenti anche per le proposte di ricorso al default – volontario o imposto, accompagnato o meno dell’uscita dall’euro – con il quale il paese in difficoltà dichiara di non essere disposto a onorare il proprio debito nelle forme a suo tempo contratte (Fumagalli). Una tale scelta comporta una contrattazione con i creditori, assistita o meno dall’intervento delle istituzioni internazionali (FMI, UE). Per le considerazioni fatte in precedenza, la scelta del default può non essere risolutiva poiché non è detto che la parte dello stock di debito che si riesce a cancellare sia sufficiente a ridurre il servizio del debito sulla parte dello stock di debito non condonato. Qualora il paese debba di necessità rifinanziarlo sul mercato, è presumibile che le condizioni di tasso e di rimborso risultino più pesanti per la ricerca dei finanziatori di non correre il rischio di default futuri. L’alternativa inevitabile per evitare l’aggravio del servizio del debito è procedere in un processo di risanamento “credibile” dai tempi piuttosto lunghi e dai costi presumibilmente pesanti. Un default controllato e, se fosse possibile, sostenuto da un ampio consenso a livello europeo potrebbe ridurre di molto i costi dell’operazione; ma se ciò fosse realizzabile, l’appoggio europeo potrebbe essere sfruttato meglio per sostenere altri processi di correzione meno penosi degli squilibri dei contipubblici.

La valutazione che, allo stato attuale, l’uscita dall’euro o la dichiarazione di default appaiono improponibili si fonda sulle preoccupazioni che entrambi innestino un circolo perverso di inflazione-deflazione e conseguente processo involutivo con un continuo deterioramento delle condizioni del mondo del lavoro e dei settori più deboli della società (Ciafaloni, Amato). Non sembrano inoltre secondarie le implicazioni a livello internazionale che si avrebbero dal dissociarsi dagli accordi dell’euro in quanto il nostro paese si renderebbe (ancora più) marginale nel governo della politica europea. Inoltre non va trascurato che comunque l’area monetaria europea può costituire un’utile “scialuppa di salvataggio” in questo frangente storico così intricato. (Wallerstein).

Una nuova governance europea: la politica fiscale … La valutazione, ampiamente ripresa nel dibattito, che non sia possibile pensare a un nostro futuro autonomo rispetto a quello dell’Europa si è appoggiata su una riflessione di quali forme dovrebbe assumere l’auspicata “più Europa”. Aspetto cruciale di questa prospettiva è il rafforzamento della politica fiscale a livello comunitario attraverso l’ampliamento del bilancio e il potenziamento della sua politica macroeconomica.

I maggiori fondi di cui dotare il bilancio comunitario andrebbero destinati a sostenere la domanda interna dell’Unione non solo in funzione anticiclica, particolarmente rilevante nelle fasi recessive come l’attuale, ma anche con finalità strutturali. Per quanto riguarda il primo aspetto vi è la necessità di interventi per avviare a livello continentale un ciclo trainato dagli investimenti, particolarmente propizio in un momento in cui l’eccesso di capacità e la presenza di disoccupazione dovrebbe rassicurare sui pericoli di tensioni inflazionistiche e di squilibri nei conti con l’estero (Ietto-Gillies, Bruno). La regolazione della domanda a livello dell’Unione permetterebbe ai diversi paesi che presentano squilibri produttivi di alleggerire l’intensità e di ridurre i tempi del riaggiustamento dei loro conti pubblici e dei loro conti con l’estero. Si tratta di un’azione che eviterebbe le pressioni deflazionistiche presenti nelle ricette di rilancio produttivo basate esclusivamente sulle condizioni dell’offerta (flessibilità del mercato, stimolo alla competitività, risanamento delle finanze pubbliche), quali quelle previste dal “Patto Europlus” della scorsa primavera. (Pizzuti, Bellofiore).

L’altro obiettivo della politica macroeconomica europea dovrebbe riguardare l’aspetto strutturale della promozione e il sostegno dell’occupazione attraverso sia progetti di sviluppo sostenibile funzionale alla riconversione ecologica dell’economia, sia programmi antipovertà nei confronti delle fasce sociali a rischio. Un intervento che richiede anche una ristrutturazione delle forme di prelievo che potrebbe essere centrato su un’imposta patrimoniale in un contesto di aliquote fiscali armonizzate a livello europeo (Palmer, Baranes). Ciò permetterebbe di contrastare le tendenze attuali alla disuguaglianza dei redditi e di garantire, con lo spostamento di fondi dalla ricchezza privata al finanziamento di investimenti pubblici, un assetto sociale più equilibrato. Il costo dell’assetto istituzionale è certamente la perdita (di parte) della sovranità fiscale delle singole nazioni, ma i vantaggi sarebbero notevolmente maggiori. Un’Europa in grado di adottare proprie “ricette” (Lunghini) per allentare i vincoli strutturali alla crescita disporrebbe anche di una maggiore capacità contrattuale da far valere nelle trattative sulle politiche commerciali a livello globale per guidare i processi di ristrutturazione delle proprie economie (Murer).

… e la politica finanziaria. Alla richiesta di una maggiore autonomia per la politica di bilancio si accompagna inevitabilmente l’esigenza di adeguare le forme del suo finanziamento permettendo la raccolta diretta di fondi sul mercato, anche attraverso l’emissione di propri titoli (eurobonds). La consapevolezza che la debolezza finanziaria dell’Europa penalizza le sue potenzialità di crescita e quindi il progetto politico sul quale si fonda, induce a condividere le proposte di innovazioni istituzionali, alcune avviate (Esm, il fondo salva-stati, l’imposta sulle transazioni finanziarie), altre discusse ma in attesa di essere considerate (eurobonds), altre ancora da discutere (default controllato, abolizione dei paradisi fiscali, creazione di un’agenzia europea di rating, riregolamentazione dei movimenti di capitale più speculativi di brevissimo periodo). (I veri creditori siamo noi, Tricarico) Sono tutti dispositivi importanti, ma l’aspetto più significativo sul quale va richiamata l’attenzione è la necessità che essi configurino un’architettura complessiva della politica finanziaria europea al cui interno essere organicamente collocati. L’esigenza è infatti quella di poter contare su un sistema di istituzioni che, per coerenza e completezza, funga da “ombrello” alla finanza europea, pubblica e privata, per fronteggiare gli attacchi (Comito).

La questione di quali disavanzi pubblici sono “cattivi”, e quindi da rimuovere, e quali quelli “buoni” da accompagnare nella loro evoluzione, non va lasciata a un mercato che si caratterizza per l’ottica di breve periodo e per obiettivi esclusivamente di profitto (Bellofiore). È necessario “disarmare” la finanza privata su questi terreni e attribuire il relativo potere a istituzioni (europee) in grado di fornire un giudizio attendibile sull’aggiustamento richiesto che tenga conto delle implicazioni, anche sociali, di lungo periodo. È quindi cruciale introdurre adeguate modalità di rifinanziamento dei bilanci pubblici, forme di garanzia del debito pubblico, meccanismi per il loro monitoraggio, procedure finalizzate a garantire i tempi e i modi più consoni di provvedere alla ristrutturazione dei propri conti al minor costo sociale. La difesa della finanza pubblica da attacchi speculativi è giustificata dalla necessità di tener sotto controllo gli effetti sistemici di particolare gravità che potrebbero essere innestati dal contagio di altre istituzioni non necessariamente in condizioni precarie, come si prospetta per le banche europee nell’attuale situazione in cui sembrano essere il bersaglio ultimo della speculazione aggressiva. Acquisire gli strumenti e la capacità di gestire eventuali situazioni critiche renderebbe inoltre ingiustificato il giudizio di fragilità finanziaria attualmente attribuito all’euro; ne beneficerebbe l’intera Unione.

In un contesto istituzionale così modificato, gli stessi obiettivi della Banca centrale europea andrebbero aggiornati per il necessario coordinamento con gli altri livelli della politica economica europea. Si rovescerebbe quel peccato d’origine che ha finito con l’attribuire all’euro il ruolo di obiettivo dell’unità politica, piuttosto che quello di strumento (Fassina). Se già oggi si assiste a modificazioni non marginali (acquisti sul mercato secondario di titoli dei paesi in difficoltà) nella conduzione della politica monetaria per adeguarla alla situazione che si sarebbe creata con la costruzione di istituzioni per la politica finanziaria. Sarebbe una profonda trasformazione dell’assetto istituzionale europeo in quanto, come emerge dal dibattito sulla Costituzione europea, sarebbe messa in discussione proprio quella forma di rigido supporto del mercato che, attribuito costituzionalmente alla Banca centrale, avrebbe dovuto modellare tutte le altre istituzioni dell’Unione (Ferrara).

Non va trascurata, infine, la possibilità di comportamenti opportunistici da parte di governi non disposti a gestire i loro conti pubblici nel rispetto degli impegni assunti a livello comunitario. (De Ioanna). La credibilità dei membri all’Unione è un problema rilevante per la stabilità dell’intera struttura istituzionale; il suo rafforzamento richiede pertanto un sistema consensuale di incentivi e di sanzioni nei confronti di coloro che possono essere tentati a non rispettare le regole e ciò inevitabilmente richiede un’ulteriore delimitazione della sovranità fiscale dei singoli paesi. Ma non nei termini proposti dall’ipotesi di costituzionalizzare il vincolo del pareggio di bilancio poiché tale modalità di controllo è basata sull’imposizione di regole fisse e di delega delle scelte politiche alle forze economiche che è profondamente contraddittoria con l’esigenza presente nel dibattito di riappropriarsi, in un contesto di scelte democratiche, della discrezionalità e della responsabilità della politica economica (Mortellaro).

Ridefinire gli obiettivi della politica macroeconomica europea. Sono queste considerazioni che rendono rilevante, sia nella riflessione che nella prassi politica, la costruzione di un sistema istituzionale che garantisca una governance democratica dell’Unione in grado di sfuggire alla subordinazione totalizzante dei mercati (Lundvall), di affrancarsi da quel “senato virtuale” dei prestatori di fondi internazionali autoinvestitisi del potere di decidere quale futuro debba spettare ai popoli (Lunghini).

L’aggettivo “democratica” che qualifica la governance è la qualità che si richiede alle nuove istituzioni europee affinché il loro operare sia finalizzato alla realizzazione del “modello sociale europeo” (Gianni, Gallino). Si tratta senz’altro di disporre di un terreno in cui è possibile perseguire gli obiettivi alti di sviluppo sostenibile, di lotta alla povertà e di garanzia della pace (Ragozzino), ma anche di promuovere quelle condizioni di trasparenza e di assunzione di responsabilità che permettano l’efficace monitoraggio e il controllo sociale delle scelte adottate. È un’esigenza fondamentale per controbilanciare l’inevitabile ulteriore trasferimento della sovranità (fiscale) a livello sovranazionale (Kaldor).

 

3. L’Unione economica e sociale: la governance democratica

Il modello sociale europeo come punto di riferimento. La costruzione di un assetto finanziario europeo comporta inevitabilmente un accentramento delle decisioni rilevanti sia per l’evoluzione di breve periodo che per la sostenibilità della società europea nel lungo periodo e pertanto richiede un parallelo rafforzamento delle strutture politiche attraverso le quali si realizzano le scelte democratiche. Il riferimento alla democrazia non va inteso in senso formale, dato che la costruzione e la gestione di un apparato così complesso non sarebbe giustificato se l’obiettivo fosse semplicemente quello di adattarsi a una società di mercato. L’impegno per una tale realizzazione ha senso solo se lo scopo è quello di governare le asimmetrie nazionali esistenti in una prospettiva di sviluppo di un modello di società, quale quella rappresentata dall’Europa del welfare, che garantisca una crescita economicamente e socialmente sostenibile nella realizzazione di una democrazia di qualità. (Gallino).

Per quanto non univocamente presente sul continente (Franzini), il “modello sociale europeo” è pur sempre quello che più si avvicina a quella “identità europea” che Castells individua nei “sentimenti condivisi sulla necessità di una protezione sociale universale delle condizioni di vita, la solidarietà sociale, un lavoro stabile, i diritti dei lavoratori, i diritti umani universali, la preoccupazione per i poveri del mondo, l’estensione della democrazia a tutti i livelli” (Lundvall). È evidente che una tale prospettiva impone che si costruiscano istituzioni europee che non siano gregarie del mercato (Fassina), ma sappiano tenere la rotta per sollecitare e incanalare comportamenti favorevoli allo sviluppo della democrazia e per promuovere, in quanto meccanismo redistributivo alternativo al mercato, la crescita sostenibile e il rafforzamento del welfare in vista della riduzione delle disuguaglianze tra i paesi e all’interno di ciascuno di essi (Amato, Melloni, Mattei, Frassoni).

La gravità della crisi gioca a questo riguardo in modo ambiguo. Da un lato, rappresenta una formidabile spinta alla trasformazione del modo in cui sono attualmente governate le società europee (Schiattarella), ma dall’altro, porta a ripetere in forma accentuata le scelte del passato fondate sul mercato. La crisi economica ha evidenziato la crisi della politica, della sua capacità a a definire una visione della società futura e a governare la sua realizzazione. È evidentemente in gioco è il ruolo dello Stato e quindi della politica. Dal modo in cui si risolverà la crisi ne potrà risultare rafforzata la subordinazione dello Stato alla finanza e al mercato, oppure all’ente pubblico verrà riattribuita, in un quadro diverso di obiettivi e di strumenti e con istituzioni pubbliche innovate, il ruolo di fattore del progresso sociale (Rossanda).

Le difficoltà politiche e sociali.Per una prospettiva di innovazione istituzionale quello che sembra mancare all’Europa è il “capitale politico”. Di ciò testimoniano le difficoltà che l’Unione incontra nel trovare una soluzione di ampio respiro per salvare alcuni suoi stati-membri, ma soprattutto per i ritardi che registra nel prendere coscienza del pericolo che sta correndo il suo stesso progetto. (Leon et al.) È drammatica la sua irresolutezza a rivendicare un proprio ruolo autonomo nel sostenere lo sviluppo della società europea in una fase storica nella quale la finanza internazionale spinge per ridimensionare lo Stato di welfare e le forme di democrazia che su di esso si fondono.

La posta in gioco è politica: il contenuto civile dell’Unione. È la questione della governance democratica dell’Unione europea, la cui attuale fragilità emerge dal combinarsi della concentrazione dei poteri decisionali in ambiti sovranazionali con la rilevanza che assumono nelle scelte di fondo gli umori di elettorati contrapposti sulla base degli interessi nazionali. (Balbo) L’asse Merkel-Sarkozy appare essere il governo economico europeo autoproclamatosi al di fuori di qualsiasi rappresentanza democratica e in assenza di un confronto nelle sedi istituzionalmente definite. Il consolidarsi del direttorio franco-tedesco stravolge il senso dell’Unione europea poiché pone gli stati economicamente più fragili in una posizione subalterna: la loro debolezza finanziaria, rendendoli dipendenti dall’aiuto dei paesi forti, rischia di trasformarli in semplici amministratori di politiche altrui (Gianni, Mortellaro).

La costruzione di una democrazia interstatuale più avanzata –alternativa all’adattamento “passivo” alle prescrizioni dell’economia globale – appare molto problematica se si considera quanto le decisioni assunte a livello europeo siano fortemente condizionate dai sentimenti nazionalistici di un elettorato privo di una visione autenticamente europea (Balbo, Bruno): la paralisi che dimostra la Germania su questo terreno cruciale è una tragedia tedesca e europea (Guèrot). Inoltre l’incertezza dovuta alla situazione di crisi non favorisce certamente una risposta avanzata da parte degli ampi strati sociali che ne sono colpiti; ma la lontananza dei cittadini dalle decisioni prese a livello europeo moltiplica la sfiducia nei confronti dell’Unione dando spazio a chiusure populistiche e nazionalistiche (Palmer). Se l’unico modo per contrastare il dominio del mercato e il facile populismo consiste nel rifondare il primato alla politica, allora è viva la preoccupazione che le forze di sinistra non siano in grado di predisporre un’appropriata agenda innovativa, vivificata da un continuo e approfondito confronto a livello europeo, capace di indicare linee convincenti di lungo periodo e conseguenti politiche di breve periodo in grado di sovrastare le difficoltà oggettive di comunicazione e quelle soggettive elettorali (Mortellaro, Frassoni).

 

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L’Unione Europea nel gorgo della crisi

di Vladimiro Giacché* e Fausto Sorini**

2011: l’Unione Europea vara il Fondo salva-Stati…

Partiamo dai fatti, dalla congiuntura.

Quando, nel marzo scorso, i contorni del cosiddetto Fondo salva-Stati hanno cominciato a chiarirsi, qualche quotidiano ha avuto il

Proteste in Grecia

coraggio di definirlo come una svolta storica. I fatti sono questi: l’Unione Europea ha deciso di dotarsi di un Fondo per interventi di emergenza (dotazione: 440 miliardi di euro), che a partire dal 2013 si trasformerà in Meccanismo Europeo di Stabilità (la stessa cosa di prima, ma con una dotazione di 500 miliardi di euro). Al Fondo dovranno contribuire i Paesi membri della zona euro, in proporzione alla quota di partecipazione alla Banca Centrale Europea. Il Fondo potrà erogare prestiti ai Paesi in difficoltà, e anche comprare i loro titoli di Stato.

Ma c’è un problema: i prestiti servono soltanto a risolvere le crisi di liquidità e non quelle di solvibilità. Possono cioè risolvere soltanto condizioni di difficoltà momentanee di un Paese nel reperire denaro sul mercato dei capitali (quando, ad esempio, i titoli di Stato si deprezzano bruscamente a causa di un attacco speculativo). Purtroppo, a dispetto della retorica ricorrente sugli speculatori – retorica che ad ogni tornante cruciale di questa crisi interviene per farci inseguire “colpevoli” di cartapesta e per impedirci di comprendere i processi reali – la situazione dei Paesi europei che oggi sono nell’occhio del ciclone non è questa.La loro crisi è infatti una cronica crisi di solvibilità, perché hanno un deficit strutturale nei confronti dell’estero (ossia consumano da anni più di quanto producano). Quando succede questo, è inevitabile che una o più categorie di agenti economici di quel Paese accumuli debiti: si può trattare del settore privato (famiglie e imprese) o si può trattare del settore pubblico, o anche di entrambi.

L’elenco dei Paesi europei della zona euro che oggi si trovano in questa situazione contiene qualche sorpresa: vi troviamo infatti non soltanto Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, ma anche Francia e Italia (la nostra bilancia commerciale si è chiusa nel 2010 in passivo per oltre 29 miliardi di euro; nel luglio 2011 la produzione industriale in Italia è diminuita dello 0,7%, mentre in media nella zona euro cresceva dell’1%). Tutti questi Paesi sono caratterizzati da un calo del peso dell’industria e da un peso rilevante, invece, di settori non rivolti all’esportazione (commercio al dettaglio, edilizia, trasporti, servizi al consumo e simili); in particolare, è relativamente bassa la loro quota di esportazioni verso i Paesi a crescita più elevata. La presenza nell’elenco di Francia e Italia ci fa capire che il problema degli squilibri strutturali nei conti con l’estero non interessa soltanto i Paesi già andati in crisi, ma è molto più generale e potenzialmente dirompente.

Ma consideriamo ora gli Stati già investiti dalla crisi del debito. Nessun prestito potrà risolvere il problema sottostante all’indebitamento del loro settore pubblico, ossia la loro crisi di solvibilità. Anzi, potrà soltanto aggravarlo. E questo per almeno due motivi.

Il primo è ovvio: i prestiti devono essere restituiti, e anche con gli interessi. Quindi, se i deficit strutturali non migliorano, i prestiti ricevuti non faranno che peggiorare la situazione.

Il secondo motivo è rappresentato dalle condizioni che accompagnano questi prestiti. Esse prevedono sempre una forte riduzione della spesa pubblica e l’incitamento a riequilibrare i propri conti con l’estero (migliorando la competitività delle proprie merci e simili). Tutto molto ragionevole, in apparenza. Purtroppo però la richiesta di ridurre la spesa pubblica comporta una forte riduzione della domanda interna se i tagli riguardano le spese sociali, e un peggioramento in prospettiva della competitività di sistema se i tagli riguardano invece gli investimenti (ad esempio quelli in ricerca e sviluppo tecnologico, o in formazione, o in infrastrutture). Quanto alla richiesta di riequilibrare i conti con l’estero, visto che ormai per i Paesi che fanno parte dell’euro le svalutazioni competitive sono impossibili, è praticamente impossibile in tempi brevi aumentare le esportazioni in misura sufficiente a riequilibrare i deficit commerciali. C’è quindi un’unica strada: ridurre drasticamente le importazioni. Ma questo presuppone una riduzione anche molto violenta della domanda interna, che ha l’effetto di deprimere l’economia, e quindi di ridurre le entrate fiscali, accrescendo così il deficit statale. Inoltre, siccome una recessione comporta un calo del prodotto interno lordo, alla fine della storia il rapporto debito/pil sarà addirittura aumentato, perché il denominatore (il pil) sarà sceso più del numeratore (il debito).

…ma la Grecia va a fondo

L’assurdità di quanto viene richiesto è evidente nel caso della Grecia. Per capirlo basta ripercorrere per sommi capi quello che è accaduto negli ultimi anni.

La Grecia è uno dei Paesi più poveri d’Europa. Dopo l’ingresso nell’euro i redditi diminuiscono, le famiglie si impoveriscono, le produzioni greche non riescono a sostenere la concorrenza dei Paesi più forti. Al tempo stesso, l’evasione fiscale è la più alta d’Europa, e le spese militari in proporzione alla ricchezza del paese sono addirittura le più alte d’Europa. Per restare nel club della moneta unica (anzi, già per entrarci) i conti vengono truccati: ma le istituzioni europee chiudono un occhio, perché così conviene agli Stati che esportano merci e prestano soldi alla Grecia, Germania e Francia in testa. La cosa sembra sostenibile negli anni di grande crescita (drogata) che precedono lo scoppio della crisi economica mondiale nel 2007-2008. Poi tutto salta per aria. A fine 2009 emergono i trucchi contabili e i problemi del debito pubblico. A maggio 2010, dopo mesi di tentennamenti, l’Unione Europea mette in piedi un piano di salvataggio: che in realtà salva soltanto le banche tedesche e francesi, che avrebbero perso un sacco di soldi se i titoli di Stato greci non fossero stati rimborsati al 100%. In cambio chiede un piano lacrime e sangue che finisce di distruggere l’economia greca: crollo della crescita, degli investimenti, dei salari (-20%), impennata della disoccupazione (+14%); crollo anche delle tasse (perché se non guadagno niente non pago le tasse): e quindi peggioramento della spirale debitoria.

In definitiva, la cura da cavallo imposta a questo Paese in cambio del “salvataggio” operato nel 2010 non solo non ha affatto sortito gli effetti sperati, ma ha peggiorato la situazione. Tanto da rendere praticamente certa almeno una ristrutturazione del debito pubblico greco.

A marzo le probabilità che entro 5 anni la Grecia non sia in grado di onorare il suo debito sono stimate al 58%. Il Consiglio Europeo dell’11 marzo si decide quindi ad abbassare il tasso di interesse pagato dalla Grecia per il prestito ricevuto nel 2010, prorogando inoltre la scadenza del debito da 3 a 7 anni e mezzo. Di fatto, già questa è una ristrutturazione del debito greco, molto prossima a una dichiarazione di parziale insolvenza. Ma non basta. La situazione continua ad avvitarsi. A fine maggio, non un cittadino greco qualsiasi, ma il Commissario europeo per la pesca, Maria Damanaki, afferma che “lo scenario di una uscita della Grecia dall’euro ormai è sul tavolo”. Le probabilità di un default greco continuano a salire. L’11 giugno, infine, la cancelliera tedesca Angela Merkel – sino a quel momento assai ondivaga – rompe gli indugi e in un drammatico messaggio video afferma: “Bisogna salvare la Grecia, o una crisi molto peggiore di quella scatenata nel 2009 dal fallimento di Lehman Brothers si abbatterà sull’economia mondiale e travolgerà anche l’economia tedesca”. Le banche private tedesche e francesi si dicono disposte a cooperare, sottoscrivendo nuove emissioni di titoli di debito pubblico della Grecia per rimpiazzare le obbligazioni in scadenza. Si tratta a tutti gli effetti di un riscadenzamento del debito greco : si allungano le scadenze per il rimborso del debito, anziché farsi pagare oggi di meno. In questo modo si apre una grave frattura con la Banca Centrale Europea, che si è sempre schierata contro una tale eventualità, perché teme di maturare perdite sui 45 miliardi di euro di titoli di Stato greci che ha ricomprato dalle banche europee in questi mesi, ma soprattutto perché ha paura di un effetto domino sui titoli di debito di tutti gli Stati in difficoltà dell’Eurozona.

Il punto è che allo stato attuale l’unica alternativa ad una ristrutturazione/riscadenzamento del debito è una vera e propria insolvenza, che avrebbe conseguenze ancora peggiori. E probabilmente si arriverà proprio o questo.

La crisi si allarga: anche l’Italia nell’occhio del ciclone

Quello che preoccupa la Merkel, ma soprattutto gli esportatori tedeschi, è però un’altra eventualità: la possibilità che la Grecia alla dichiarazione di insolvenza accompagni l’uscita dall’Unione Europea, ossia dall’euro (il trattato in vigore infatti non prevede un’uscita volontaria dall’euro, ma soltanto dall’Unione Europea). Probabilmente ciò sarebbe l’inizio di una serie di esplosioni a catena, che terminerebbero con la fine della moneta unica, di cui la Germania – potenza imperialista egemone dell’Unione europea – è stata la principale beneficiaria.

Il problema però è che, al punto a cui stanno oggi le cose, anche il riscadenzamento dei debiti della Grecia tardivamente sponsorizzato dalla Germania servirà a poco, in presenza della depressione economica indotta dalle misure straordinarie di taglio della spesa pubblica e delle prestazioni di un anno fa, e quindi di un crollo dell’attività economica, degli investimenti, dell’occupazione: e quindi anche del peggioramento dei conti pubblici (per via della diminuzione delle entrate fiscali) e la crescita del debito pubblico, che è ormai intorno al 150% del prodotto interno lordo.

Nessuno nell’establishment europeo osa ammetterlo, almeno in pubblico, ma ormai l’uscita della Grecia dall’euro è la cosa più probabile. Molti analisti finanziari ormai danno la cosa per scontata.

Tra le conseguenze più immediate, va menzionato un forte rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato di tutti i Paesi considerati in difficoltà, inclusa l’Italia. Che dal mese di luglio entra nell’occhio del ciclone essenzialmente per due motivi:

1) il primo è rappresentato dalla sciagurata revisione delle regole di Maastricht decisa al Consiglio Europeo del 24 marzo, che impone ai Paesi ad alto debito manovre di rientro nella misura di un 1/20 del debito eccedente il 60% del prodotto interno lordo ogni anno. Questo obiettivo – accettato supinamente dal governo Berlusconi – comporta tagli alla spesa pubblica (e quindi degli investimenti pubblici) tali da colpire fortemente la domanda interna e anche la crescita della competitività (a cui sarebbe essenziale, ad es., un potenziamento delle infrastrutture e degli investimenti in formazione e ricerca);

2) il secondo è la bassa crescita, che rende impossibile diminuire il rapporto debito pubblico / prodotto interno lordo.

La situazione a fine settembre 2011 è così grave che sarebbe sufficiente un rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato (ossia degli interessi che lo Stato deve pagare ai suoi debitori) anche solo dell’1% per renderla insostenibile. E condannerebbe l’Italia, se si decidesse di accettare fino in fondo la linea di rigore cara alla BCE e alla Commissione Europea, a un destino greco: manovre lacrime e sangue per ridurre il debito, depressione economica e quindi aumento del debito; e in prospettiva, dopo altri anni di stagnazione, l’insolvenza. Per non parlare del carattere brutalmente classista e antipopolare di questa linea dell’UE.

Una strategia classista e fallimentare

 Proviamo a trarre qualche conseguenza da quanto abbiamo visto.

1. La strategia UE di rientro del debito ha i seguenti caratteri:

a. è marcatamente di classe: il rientro dal debito pubblico, per tutti gli Stati che hanno impegnato ingenti risorse per salvare il sistema finanziario nel 2008 e 2009, significa che questi soldi ora si vanno a prendere riducendo il salario indiretto (le prestazioni sociali) e differito (le pensioni): a questo infatti nella sostanza si riduce gran parte delle manovre di rientro elaborate dai governi.

b. Si tratta di misure che comportano un drastico ridimensionamento del ruolo dello Stato nell’economia, riportando di fatto la situazione all’era del laissez faire, con un salto indietro di almeno 50 anni.

c. Quello che stiamo vivendo oggi è per l’appunto il tentativo di risolvere la crisi fiscale dello Stato attraverso la distruzione su larga scala dei sistemi di welfare. Con l’intento di conseguire due risultati: 1) scaricare il costo della crisi su salari indiretti e differiti, riportando i costi della riproduzione sociale in capo agli individui. 2) Aprire al capitale privato (o, come si preferisce dire, al “mercato”) nuovi ambiti di valorizzazione attraverso processo di privatizzazione su larga scala. Di fatto, si tratta della prosecuzione e radicalizzazione della tendenza a sussumere sotto il capitale privato l’intero ambito della vita associata.

d. Ma c’è un “ma”. Questo processo sta innescando nei principali Paesi capitalistici una forte crisi della domanda interna (che, in un mercato fortemente integrato come quello europeo, diventa immediatamente crisi dell’export). Questa a sua volta può imprimere una forte accelerazione alle insolvenze societarie, e quindi alle sofferenze bancarie, e per questa via dare il colpo di grazia a un sistema finanziario già minacciato dalla prospettiva di dover svalutare i titoli di Stato in portafoglio.

e. Siccome è praticamente scontato un effetto domino a livello europeo

i. per le ripercussioni che l’esplodere di crisi del debito nei Paesi del Sud Europa avranno inevitabilmente sui sistemi bancari dei Paesi del Nord;

ii. per le ripercussioni che tutto questo avrà sulla struttura stessa dell’Unione Europea, a partire dalla moneta unica;

iii. per il possibile innesco di un’altra crisi simil-Lehman Brothers (ma l’esempio migliore sarebbe quello del Creditanstalt austriaco nel 1931), ne consegue che la strategia UE di contrasto alla crisi ha un’altra caratteristica: non funziona in generale. Ossia, alla lunga, per nessuno. Neppure per la Germania. La strada che l’establishment UE ha imboccato per uscire dalla crisi non fa che aggravarla, rendendo ancora più ingente la distruzione di capitale necessaria per far ripartire l’accumulazione.

f. È importante notare che il processo di compressione dei redditi da lavoro e contemporanea distruzione del welfare non si sta verificando solo nei Paesi UE, anche in quelli governati dalle socialdemocrazie e da coalizioni di centro-sinistra (clamoroso in proposito il fallimento di Zapatero, su cui pure molti, anche a sinistra, nutrivano illusioni che si sono rivelate del tutto infondate). Con riferimento alla situazione degli Stati Uniti, Nouriel Roubini, intervistato ad agosto scorso dal Wall Street Journal, ha osservato: “Negli ultimi due o tre anni, in effetti abbiamo avuto un peggioramento della situazione a causa di una massiccia redistribuzione del reddito dal lavoro al capitale, dai salari ai profitti, di un’accresciuta disuguaglianza. Il punto è che le famiglie hanno maggiore propensione a spendere delle imprese… E quindi questa redistribuzione del reddito e della ricchezza ha ulteriormente aggravato il problema dell’insufficienza della domanda aggregata”. Roubini da ciò ha tratto una conclusione tanto più significativa trattandosi di un economista non marxista: “Karl Marx aveva ragione. A un certo punto, il capitalismo può autodistruggersi. Non si può trasferire all’infinito reddito dal lavoro al capitale senza avere come risultato capacità produttiva in eccesso e carenza di domanda aggregata. Ma è successo proprio questo. Pensavamo che i mercati funzionassero. Non stanno funzionando.”

g. È sempre più evidente che da questa crisi non si esce se non cambiando le regole del gioco: dal recupero dell’intervento pubblico nell’economia al radicale ripensamento del modello di sviluppo, introducendo cioè “elementi di socialismo”. Ma questo è precisamente quello che i dogmi del pensiero unico neocapitalista vietano nella maniera più assoluta. E quindi lo scontro investe le basi strutturali su cui si regge oggi il sistema ed assume portata strategica.

 (…)

http://www.marx21.it/internazionale/europa/37-lunione-europea-nel-gorgo-della-crisi.html

 * economista, vice-presidente Associazione culturale Marx21

** Ufficio politico PdCI (Partito dei comunisti italiani, per la ricostruzione del partito comunista)

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Contro la manovra, al fianco dei lavoratori

Sinistra Ecologia Libertà aderisce allo sciopero perché i 131 miliardi di euro complessivi per gli anni 2011 – 2014 sono tutti a carico dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Fra le varie modifiche apportate dal governo viene salvata dal contributo di solidarietà la casta dei supermanager e dei direttori dei grandi giornali, che possono festeggiare.

È una manovra iniqua e sbagliata che colpisce i diritti e il salario dei lavoratori dipendenti, taglia i servizi sociali erogati dai Comuni e dalle Regioni, non colpisce l’evasione fiscale e la corruzione, non introduce una vera patrimoniale ed una vera lotta alle speculazioni finanziarie e non delinea nessuna nuova azione di politica industriale affermando l’idea tragica per il Paese che per uscire dalla crisi bisogna tagliare i diritti, il Contratto Nazionale e lo Statuto dei lavoratori.

Estendendo il modello che Marchionne ha imposto alla Fiat per decreto legge il governo vuole cancellare l’esistenza del Contratto Nazionale e aprire alla libertà di licenziare. Migliaia di lavoratori e lavoratrici posti in mobilità rischiano di non arrivare più alla pensione. La manovra sui contratti distrugge il contratto nazionale, aumenta gli orari di lavoro per chi ha un posto, incrementa la precarietà e i licenziamenti selvaggi.

È una manovra in contrasto con il pronunciamento popolare avvenuto nei referendum dello scorso giugno, che riapre alla privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici.

Tutto il costo della manovra è, alla fine, a carico del lavoro dipendente, dei pensionati e dei più poveri. I ricchi non pagano, niente, per l’evasione fiscale si fanno chiacchiere. Questa è una brutale manovra di classe, fatta da un governo squalificato, che si aggancia all’Europa solo per giustificare la propria esistenza.

Lo sciopero generale deve dare il via a un movimento che punti a rovesciare il governo e la manovra. Dobbiamo fermarli! Dobbiamo fermare il disastro provocato da Berlusconi, ma dobbiamo anche dire basta al governo unico delle banche europeo che sta portando l’Europa a una recessione drammatica, per difendere la speculazione e la finanza.

  • Basta con Berlusconi!
  • Basta con la BCE!
  • Basta con l’Europa delle Banche!

Sinistra Ecologia Libertà – Circolo comunale di Rimini

info: circoloselrn@libero.it

http://www.facebook.com/#!/pages/Circolo-SEL-Rimini/217694638273201

cell. 338 1109571

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