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“Ancora sacrifici? È peggio che negli anni Cinquanta”

LANDINI: “Ancora sacrifici? È peggio che negli anni Cinquanta”

“L’ESEMPIO DI LAMA E DI DI VITTORIO? DAL QUIRINALE USO STRUMENTALE DELLA STORIA”

Maurizio Landini Segretario Generale Fiom

“Ancora sacrifici? La ricetta è vecchia e inutile”. Il leader della Fiom Maurizio Landini non accusa direttamente il presidente della Repubblica, ma la sua risposta suona secca come una fucilata.

Nel messaggio di Capodanno Napolitano invoca la capacità dei lavoratori di “fare sacrifici”, come nel Dopoguerra con la Cgil di Giuseppe Di Vittorio e negli anni ’70 con Luciano Lama.

La storia andrebbe utilizzata per quello che è, in modo non così strumentale. Non credo che dobbiamo discutere sul rapporto tra Di Vittorio e la Dc di De Gasperi, o sulla svolta dell’Eur del ’77. Dico solo che nel ’77 c’era la scala mobile, si andava in pensione con 35 anni di anzianità e non c’era la precarietà di oggi. Negli anni ’50 dovevi avere un impiego per alzarti oltre la soglia della povertà, oggi puoi essere povero anche lavorando. In quei tempi richiamati come esempio di eroica povertà la situazione sociale era meno drammatica.

Il premier Mario Monti ha fatto eco al Quirinale invitando i sindacati a non evocare i conflitti sociali.

Appunto. Non ci sono rischi da evocare, la disgregazione sociale è in atto, con un aumento delle diseguaglianze senza precedenti. Chi invita i sindacati ad assumere un “ruolo nazionale”, dovrebbe ricordare che in questi ultimi quindici-venti anni c’è stato un trasferimento di 10-12 punti di prodotto interno lordo, oltre 150 miliardi all’anno, dai salari al profitto. Con un crollo degli investimenti sia pubblici che privati.

Per Napolitano c’è l’esigenza pressante di aumento della produttività del lavoro.

Ecco, appunto, basta che non pensi anche lui ad aumentare la produttività con più sfruttamento, cioè lavorare di più a parità di salario. Un operaio Volkswagen lavora meno, prende più soldi, e l’azienda produce e vende più auto. L’operaio produce più valore aggiunto perché l’azienda ha investito. Se non investi, come ha fatto la Fiat, puoi solo chiedere agli operai di fare meno pause.

Il ministro del Lavoro Elsa Fornero vuole un accordo sul lavoro. Lei che cosa si aspetta?

Non so, vedo che finora questo governo ha solo colpito chi lavora, con aumenti delle tariffe, dell’Iva, tassando la prima casa, tagliando sulle pensioni. Adesso temo che si vogliano tagliare le aliquote contributive, mentre bisognerebbe portarle per tutti al 33%, sennò si abbassa ulteriormente la pensione a chi oggi è giovane.

Lei che cosa proporrebbe sul mercato del lavoro?

Ce ne sono di cose da cambiare. Estendere gli ammortizzatori sociali, ridurre la precarietà e la dualità del mercato del lavoro. Ma non togliendo diritti a chi ce li ha. Bisogna unificare i diritti dei lavoratori, non creare nuove divisioni. E comunque questa discussione non affronta il nodo vero della crisi.

Quale?

C’è il rischio concreto di scomparsa del sistema industriale. Non ci sarà ripresa senza un piano straordinario di investimenti pubblici e privati. E questo chiederemo con la manifestazione nazionale dei metalmeccanici dell’11 febbraio prossimo a Roma.

Che cosa volete?

Faccio l’esempio della mobilità sostenibile, che va perseguita con un investimento straordinario non solo in infrastrutture ma anche in prodotti e tecnologie. Riguarda le auto, i treni, le navi, tutti comparti industriali in sofferenza. Se non interviene lo Stato, i privati non faranno niente. Una delle ragioni della crisi italiana è il ritardo negli investimenti in ricerca. Il governo deve fare qualcosa.

In particolare?

Noi chiediamo al ministro Corrado Passera di convocare un tavolo su Fincantieri e uno su Fiat, dove c’è anche una questione di democrazia. Fiat ha cancellato il contratto nazionale e 40 anni di contrattazione aziendale, hanno fatto il referendum a Pomigliano sotto ricatto (vota sì o ti chiudo) ma adesso sul nuovo contratto firmato a dicembre il referendum non si fa. La Fiat pretende di decidere che la Fiom non abbia vita nei suoi stabilimenti: questo non ha precedenti. La democrazia non è solo un problema tra Fiom e Fiat, è una questione di tutti.

Perché?

Se dobbiamo intervenire sulle ragioni vere della crisi bisognerà pure che la gente si esprima. O tutto finisce nel lasciar fare al governo tecnico, che tecnico non è visto che fa fior di scelte politiche? Vorrei capire se oggi l’interesse generale su cui ci si chiede di avere un “ruolo nazionale” è scritto nelle lettere della Banca Centrale Europea o non è piuttosto la creazione di posti di lavoro. Il discorso di Capodanno di Napolitano è anche un’operazione politica?Non mi sfugge. E pone un problema politico: i referendum di giugno scorso e le elezioni amministrative hanno posto una domanda di cambiamento a cui la politica non ha risposto. È un errore. La democrazia non è pericolosa.

Giorgio Meletti – 03 gennaio 2012 – Fonte: Il Fatto Quotidiano

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Far saltare il recinto neoautoritario

Fausto Bertinotti

di Fausto Bertinotti

editoriale del n. 18 di Alternative per il Socialismo, del 01.10.11

Rossana Rossanda ha aperto una discussione che si rivela di giorno in giorno di più stringente necessità a sinistra. Sono venute interlocuzioni assai interessanti sia sul terreno delle cause che hanno aggravato la crisi dell’Europa che dell’esplorazione di interventi programmatici per affrontarla fuori dalla disastrosa moneta corrente. In qualche caso, secondo me utilmente, si è sfidata la nuova ortodossia della parità di bilancio fino a prospettare uscite radicali. Tuttavia a me pare che la discussione dovrebbe prendere anche un’altra piega. Possiamo ancora affrontare il tema come se vivessimo in un’epoca democratica, con in campo una politica dotata di una qualche autonomia e una sinistra capace di influenzare le scelte di fondo? Temo di no. In questo caso si potrebbe forse seguire questo filo di ragionamento.

Ciò che la rivolta ha intuito dovrebbe costituire la base anche della rinascita di una politica e di un agire politico autonomi dal sistema economico-sociale e dal sistema di potere politico che in esso si è venuto costituendo. La rivolta ha intuito che, per riaprire la partita,  bisogna far saltare il banco, cioè mettere in discussione radicalmente le decisioni politiche che vengono assunte dal potere costituito e contestare i luoghi e le forme con cui esse vengono assunte. La crisi è un’occasione. Ma bisogna capire anche per chi. L’occasione è sfruttata fino in fondo dalle classi dirigenti per fare tabula rasa dell’Europa del compromesso sociale e democratico. Un panorama sociale tutt’affatto diverso ne sta prendendo il posto. E’ come se tutto ciò che si era venuto accumulando negli anni della restaurazione modernizzatrice, e accelerato negli ultimi mesi, fosse fatto precipitare in quest’agosto devastante. Il lungo inverno trentennale di un ininterrotto attacco alle conquiste sociali e democratiche, di un conflitto di classe che si risolve costantemente a favore delle classi proprietarie, compie un balzo in qualità e quantità. Avevano esibito tutto il loro cinismo nella formula: “E’ il mercato, bellezza!”. Era la fase nascente della globalizzazione capitalistica e loro, le classi dirigenti, si permettevano di essere arroganti. Ora, in tutto l’Occidente, esplode la crisi nel capitalismo. Dovrebbero dirci, se avessero ancora il cinismo arrogante dei vincenti: “E’ il capitalismo, bellezza!”. Ma non possono; troppo grande è l’incertezza, troppo devastanti sono gli effetti sociali provocati dalle loro politiche di risposta alla crisi, troppo alto è il rischio incombente di aspri conflitti, di sommosse, di rivolte. La rivoluzione passiva che essi hanno egemonizzato è a un punto acuto, insieme potentemente in atto ma altresì in panne, perché in verticale crisi di consenso. Eppure riescono ancora a fare il peggio (per le classi subalterne, per le popolazioni, per la natura) e a scalare un altro gradone del loro dominio. Come abili prestigiatori essi fanno scomparire ogni causa di ciò che accade. Scompare il capitalismo, in primis; l’economia, il mercato, la finanza, e in essa la speculazione, si fanno condizione naturale; le devastazioni sociali si presentano come conseguenze ineluttabili (se piove ti bagni, se gela rabbrividisci dal freddo). Non conta neppure che in Europa l’aggressione sociale sia così radicale da allargare a dismisura le povertà, da precarizzare tutto. Se negli anni trascorsi ogni messa in discussione di una conquista sociale (scala mobile, pensioni, gratuità delle cure, uno qualsiasi dei diritti di lavoro tra tutti quelli conquistati, per esempio l’art. 18 dello Statuto) diventava oggetto di una contesa, seppure difensiva, ora, d’un solo colpo, un’intera costruzione, seppur largamente imperfetta, di diritti, di libertà e di giustizia sociale viene abbattuta senza che nella società politica, e nella realtà che prende il nome di parti sociali, accade nulla di comparabile alla posta in gioco. Solo da fuori di questo recinto può scaturire, e di fatto esplode in tante parti d’Europa, la contestazione. Dentro il recinto, niente più. Senza che le classi dirigenti possano neppure avvalersi della copertura etica consistente nel far valere la logica (per le classi subalterne sempre e comunque terribile) del rigore, dell’austerità a tutto campo, cioè anche rivolta su di sé (per esempio con l’introduzione di una patrimoniale e di una Tobin Tax). Né d’altra parte esse si propongono di debellare i giganteschi fenomeni di corruzione e di economia illegale e criminale covati all’interno di questo sistema economico e sociale. Nessun riformismo – né borghese, né di sinistra – è capace di diventare soggetto politico consistente nella crisi del capitalismo finanziario globalizzato. La politica c’è, ovviamente. Ma non c’è alcuna autonomia di questa politica. Essa è, invece, sussunta dentro decisioni la cui cornice si presenta, all’interno del recinto, come oggettiva, come obbligatoria, come ineluttabile. Sono ammesse solo delle diverse nuances della stessa impostazione, non una diversa impostazione. Anche i riformismi più cauti sono banditi, sia nella discussione sul modello economico, sociale ed ecologico, sia nella distribuzione della ricchezza. La crisi ha una sola risposta ammissibile, sostanzialmente quella in atto. Spunta persino un nuovo sacerdote dell’ortodossia: l’agenzia di rating. Essa giudica le economie e gli Stati e pretende di non essere giudicata da nessuna delle forme della democrazia rappresentativa (rappresentativa di che?). L’agenzia di rating si propone come un meteorologo che fa, neutralmente, le previsioni del tempo. La messa fuori campo del pensiero critico, della critica dell’economia, si rivela una catastrofe. Il dominio del capitale, mai da più di un secolo così incondizionato, si oggettivizza; sbatte fuori, dalla politica realizzata e dalla democrazia rappresentativa, ogni forma di alternativa e cancella la democrazia. Lo strisciante, e bianco, colpo di Stato consumato in agosto a livello europeo è l’epilogo, ad ora, del lungo processo di demolizione del compromesso sociale e della democrazia. Da qui si deve ripartire, da questo disperante livello. Per ripartire serve, da un lato, respirare l’aria della rivolta e, dall’altro, rimpadronirsi di un pensiero critico. Chiunque voglia semplicemente continuare a pensare non può che tornare, per andare oltre, a quella straordinaria risorsa che è il rasoio di Marx, quando si abbatte sulla mistificazione che il capitalismo ha saputo attivare per nascondere la sua natura e che, in questo nuovo e suo ultimo assetto, ha imposto alla politica, fino a renderla a esso servile.

L’annuncio di una rottura possibile

La fase sembra caratterizzata da due movimenti radicali, che vanno però in direzioni opposte. L’uno nasce e si radica nella società civile ed è portatore di domande che nascono prevalentemente dalla denuncia di una determinata condizione sociale, dall’opposizione a delle scelte di governo sia a livello dello Stato che dei privati e dalla denuncia di lesioni, di diversa natura, ai diritti della persona e di intere comunità, sia di lavoro che territoriali, piuttosto che di soggettività. Esso costituisce un arcipelago di movimenti dal carattere fortemente orizzontale, senza partito e senza leaders che li possano rappresentare stabilmente; ognuno dei quali in grado di dare luogo a fenomeni di partecipazione larga e intensa attorno a una domanda di cambiamenti radicale scaturita, a sua volta, dalla contestazione di una condizione o di una minaccia considerata intollerabile (la precarietà del lavoro e della vita, la privatizzazione di un bene affermato come comune, la distruzione della scuola pubblica, la dignità della persona che lavora, la dignità della donna).  La rivolta che ha visto protagonisti i giovani nei Paesi del Nord Africa ha conferito anche ai movimenti dell’Europa una latitudine più grande, ne ha messo in rilievo una matrice comune fino ad allora più incerta e diversificata. L’aria della rivolta soffia per mille strade, più o meno grandi, più o meno lunghe (durevoli) e porta con sé, sulle spalle di un’indignazione forte e diffusa, il rifiuto, il rigetto dello status quo, la denuncia della diseguaglianza e della natura arbitraria del potere, compreso quello della politica che come parte del potere viene considerata. E’ l’annuncio di una rottura possibile. Sono movimenti che crescono in Paesi, quelli del Mediterraneo, certo assai diversi tra loro (che l’Italia non sia l’Egitto, anche dal punto di vista democratico, è tanto vero quanto banale) ma accomunati da due o tre grandi tratti comuni di quelli che possono segnare un ciclo politico: il furto di futuro che il sistema compie sistematicamente sulle nuove generazioni; la crescita violenta e offensiva delle diseguaglianze; la mancanza di democrazia e di dialogo sociale nella quale vengono prese le decisioni politiche che riguardano la società intera. Il vento della rivolta è il fatto nuovo di questa fase, l’unica chance che oggi si manifesta per il cambiamento, cambiamento peraltro sempre più acutamente e drammaticamente urgente. La reazione del sistema si è venuta intrecciando in Europa con quella che il sistema politico-istituzionale si è trovato a dover dare alla crisi che, dopo essere andata dagli Stati Uniti al mondo intero, e all’Occidente in particolare, è risalita dalla crisi di una Grecia a rischio di default a quella degli stessi Usa. Questa crisi non è promossa dal “disordine” monetario e dalla politica delle banche come nel 2008 (sebbene quali rivelatori delle contraddizioni strutturali del capitalismo finanziario globalizzato), bensì dalle situazioni “disordinate” dell’economia reale. La minaccia è una nuova recessione che, peraltro, un economista come Stiglitz mette direttamente in capo anche alle politiche di austerità e di tagli alla spesa pubblica perseguiti ora dagli Stati. Il cane si morde la coda (ma forse bisognerebbe essere avvertiti del fatto che questa potrebbe essere il suo vero obiettivo). Gli Stati hanno reagito alla prima crisi con giganteschi aiuti al sistema finanziario e alle banche, che così sono stati salvati, mentre si è realizzata, parallelamente, un’enorme redistribuzione dei redditi a favore delle rendite e del profitto, con la costituzione di un’incontinente concentrazione della ricchezza. Niente di tutto ciò si è fatto per il lavoro e l’occupazione; e ora a un’economia reale in crisi corrispondono le casse degli Stati svuotate dalle manovre di salvataggio. La replica è una politica economica spietatamente classista: il cuore dei provvedimenti dettati dall’Unione europea e monetaria e dalla Bce è quello di un modello di società unico con il lavoro ridotto a merce, lo Stato ridotto alla sua minima dimensione, lo Stato sociale cancellato e la società civile condannata a diventare uno spazio interamente invaso dal profitto. Dopo il pesante cedimento di Obama, non compensato dal tentativo di recupero con il piano contro la disoccupazione, il golpe europeo d’agosto vorrebbe inaugurare una nuova èra politica, quella dell’assenza di democrazia nell’“arte del governo”. Quel che è accaduto negli ultimi mesi è eccezionale nell’impermeabilizzazione dei luoghi della decisione dalla società civile e nella tendenza a cooptare l’intera società politica, maggioranza e opposizione, nella filosofia che quei luoghi si stanno dando, fuori da qualsivoglia tradizione democratica, costruendo così una sorta di cordone sanitario tra le nuove istituzioni e la società reale. Se i contenuti di questa politica di risposta alla crisi portano un segno di classe così marcato da configurare la cancellazione di un’intera storia di emancipazione, la forma con cui si decide è quella che mette in mora la democrazia, ed espelle dalla politica riconosciuta come legittima, quella dell’alternativa di società, quella fondata sul conflitto e sulla critica all’ordine delle cose esistenti. E’ il recinto il fondamento della nuova politica. Dentro o fuori. Se stai dentro è l’omologazione, se stai fuori è la protesta. Questo esito, oggi così prepotentemente annunciato, non è però affatto obbligato. Ma, perché non lo sia, il compito diventa quello di rompere il recinto, di spezzare il cerchio della separazione-cooptazione, perché, se questa durasse, la politica, così come l’abbiamo conosciuta in Europa dopo la vittoria contro il nazi-fascismo, uscirebbe definitivamente di scena e con essa ogni forma di autonomia della politica dal potere e dal sistema. Lo stato di necessità oggi rivendicato in nome dell’eccezione (la crisi) diventerebbe la regola di un modello economico e sociale regressivo, quello dell’Occidente del XXI secolo. Quella che ci sembrava un’invettiva, il governo come commissione d’affari della borghesia, diventerebbe un’inquietante realtà. E la politica (della sinistra) potrebbe rinascere solo come l’araba fenice, cioè solo dalle sue ceneri. Dunque, ora il compito è rompere il recinto.

La crisi e le politiche di reazione alla crisi

Il compito è necessario e possibile. La necessità è impellente. L’aggravamento delle condizioni di vita e la crisi della coesione sociale covano uno spettro di reazioni possibili che non escludono quella regressiva di guerra tra i poveri, di ricerca del capro espiatorio, di esplosioni di violenza e di aggressività, di rafforzamento delle tendenze populistiche, xenofobe e razziste. Soprattutto si diffondono condizioni di lavoro e di vita altrimenti intollerabili, con un portato drammatico di sofferenze, di disagio, di solitudine, di alienazione. La crisi e le politiche di reazione alla crisi operate dagli Stati nazionali e sovranazionali in Europa mantengono l’oscillazione dell’economia tra ripresa senza occupazione e ritorno della crisi fino alla recessione. L’instabilità è la cifra forte dell’intera fase. Il capitalismo conferma la sua animalesca vitalità, ma per leggerlo nella sua interezza, e non farsi trascinare nella conclusione fuorviante che “questa volta non ce la fa”, bisogna saper guardare al mondo, ai processi che lo investono fino a sconvolgerne gli assetti geopolitici, fino a dar luogo a un nuovo ordine (disordine) mondiale. Le doglie del parto di un nuovo sistema monetario che vada oltre il “dollar-standard” non sono solo visioni intellettualistiche di chi scambia i desideri con la realtà. La distruzione creatrice è in movimento. In essa si manifestano due partiti borghesi, in qualche modo connessi anche alla diversa collocazione dei loro protagonisti nel sistema produttivo e di scambio. C’è il partito vincente del primato del capitale finanziario che egemonizza la politica degli Stati e c’è chi sarebbe disposto a un certo compromesso redistributivo grazie ad un intervento fiscale pur di salvare l’essenziale (il modello di sviluppo). Warren Buffet ha prestato la voce più autorevole (uno dei più grandi miliardari esistenti sulla faccia della terra), e in un certo senso curiosamente, a questo partito che simbolicamente si esprime con l’adesione alla patrimoniale e alla Tobin Tax (ai primi anni del XXI secolo sostenute in Italia soltanto dalla sinistra radicale). La diffusione del fenomeno in altri Paesi europei è assai indicativo del momento. La vittoria del primo partito, quello del capitalismo duro, nelle politiche di governo in Europa la dice lunga non solo sullo stato delle sue borghesie, ma anche della politica, e di quella del centro sinistra in particolare. Sia il capitalismo che chiederebbe ai ricchi di pagare più tasse, che quello reale delle manovre economiche dell’estate, hanno però in comune il nocciolo duro di questa nuova ristrutturazione capitalistica, quello di sottomettere il lavoro a una nuova disciplina sociale nella quale non solo le scelte di investimento (la natura del modello economico sociale, il cosa, come, dove, per chi produrre) ma anche il salario, l’orario, la prestazione lavorativa, i diritti sono messi fuori dalla possibilità di essere determinati con il concorso dei lavoratori. La competitività richiede per essere perseguita la liberazione del capitale dal lavoro organizzato sindacalmente e politicamente, per ricondurlo alla condizione di merce. L’essenziale della sfida qui si concentra. Intanto la recessione si fa più minacciosa. La crisi può sfociare in una recessione aspra, dura e lunga. Il rifiuto sistematico di alimentare la domanda interna in tutta l’area dell’economia occidentale perseguendo, al contrario, una deflazione salariale ne costituisce la base; le politiche di austerità, il tetto. Né la Cina da sola, né i Paesi del Bric nel loro insieme, possono supplire alla carenza di domanda nel mercato dell’Occidente. L’idea di affidare loro il traino della ripresa mondiale attraverso i loro consumi interni è priva di fondamento. Bisognerà ricordare che la Cina ha un Pil che è solo un terzo del Pil dell’Unione europea, malgrado una popolazione che è più di due volte e mezza quella dell’Ue. Chi volesse la crescita non potrebbe che cercarla, in primo luogo, nel mercato interno. Ma l’ipotesi è del tutto rifiutata. Tanto meno si vuol aprire la via, da parte dei nuovi padroni del vapore, all’altra ipotesi strategica di fuoriuscita dalla crisi, quella più organica e più radicalmente innovativa, quella che chiama in causa direttamente il modello di sviluppo. Essa dovrebbe passare, da un lato, da una definanziarizzazione dell’economia e, dall’altro, dovrebbe saper rendere la crescita non necessaria al benessere della popolazione e alla qualità della società. La prima richiederebbe un vero e proprio confronto con la rendita e con i movimenti di capitali per imporre, in primo luogo, il riconoscimento dei loro costi monetari sulle condizioni sociali e ambientali e la conseguente costruzione di dighe che li impediscano; essa richiederebbe la regolazione, a partire dalla tassazione delle transazioni finanziarie e dei movimenti di capitale, e persino la riduzione dei tassi di rendimento che oggi la speculazione moltiplica rispetto agli stessi profitti. Della seconda, solo per annotarne il carattere radicalmente riformatore, basti soltanto ricordare la necessaria assunzione in essa dei beni comuni e di relazione a base del nuovo corso che si dovrebbe avviare. Ma se anche disarmare la finanza è parte di questo nuovo corso, ciò chiederebbe di riprendere persino il problema della sovranità monetaria, fino a riscoprire l’uso di monete locali complementari che esaltino l’autonomia reale dell’ente locale. Mentre parte centrale del nuovo corso toccherebbe alla riduzione del tempo di lavoro individuale e alla sua redistribuzione. Bastano questi cenni per capire perché la borghesia, entrambi i partiti della borghesia, respingano anche solo la sperimentazione di questa seconda via. Per capire invece le ragioni dell’opposizione alla prima delle ipotesi anti-recessive, cioè quelle di un riformismo interno all’attuale modello, bisogna proprio intendere fino in fondo il carattere regressivo, anche sul terreno culturale e di teoria economica, della scelta di fare del lavoro la variabile dipendente della produttività e della competitività, invece che un soggetto protagonista della vita sociale e dell’economia. Quest’ultima crisi si è svolta attorno ai debiti sovrani. Quando si dice l’uso delle parole! Essi si chiamavano debito pubblico fino a qualche tempo fa. Si sono chiamati sovrani quando hanno perduto ogni autonomia di fronte alla potenza, all’arbitrio e all’arroganza dei mercati finanziari. Fino a qualche anno fa le politiche restrittive prendevano di mira essenzialmente il deficit pubblico, concentrandosi sulla necessità di ridurlo per risanare economie nazionali altrimenti malate e contagiose. Persino Maastricht con la (“stupida”) severa norma del rientro obbligato sotto il 3% aveva relativamente messo da parte il peso del debito agli effetti del rischio di crisi. La messa sotto accusa del debito pubblico da parte del capitale finanziario è stata una scelta recente, repentina e assoluta. A partire dai Paesi più esposti al rischio di default i governi si sono allineati al nuovo credo, fino alla resa di Obama. Quella che era stata considerata una sorta di estrema speranza nella politica esistente in Occidente e, in essa, di quelle del centro sinistra, ha ceduto di schianto di fronte al ricatto conservatore, accettando proprio ciò che, di quella pressione, non si dovrebbe mai accettare, cioè che il welfare state è causa della crisi. I governi europei hanno adottato tutti la stessa terapia. Se welfare e potere contrattuale dei lavoratori sono di ostacolo alla competitività non resta che tagliarli. Persino i tempi dei rientri e la quantità dei tagli escono come da una calcolatrice, una calcolatrice con la maiuscola. I tasti in Europa sono comandati dalla Bce, dall’asse tedesco-francese e, se si vuol essere impersonali, dai mercati finanziari. Lasciamo parlare Mario Monti: «Le decisioni principali sono state prese da un “governo tecnico soprannazionale” e, si potrebbe aggiungere, “mercatista”, con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York». E’ quello che lo stesso Monti chiama, riferendosi a una tradizione dell’Italia medievale, il “podestà straniero”. Altri, analisti molto autorevoli come Eugenio Scalfari, hanno parlato, descrivendo lo stesso fenomeno, di un commissariamento. Ho citato esponenti diversi del pensiero liberale democratico per mostrare come e da quale punto di vista, non solo da quello di classe, sia evidente la morte, o almeno la soppressione della democrazia. Semmai si deve aggiungere la constatazione di una doppiezza manifesta nei maggiori esponenti del pensiero liberale contemporaneo rispetto alla questione democratica. Ora si può rovesciare su di loro la critica che essi rivolsero ai comunisti. La sospensione della democrazia nel regime capitalistico dell’Europa di oggi viene correttamente constatata ma non denunciata; anzi essa viene giustificata in nome di una ragione considerata superiore, il risanamento dell’economia. Senonché l’eccezione si trasforma in regola attraverso un processo complesso e articolato seppure non privo di una sua coerenza interna di netta ispirazione neo-autoritaria. In Italia il “podestà straniero”, prima, per usare un eufemismo, ispira la manovra di rientro e ne detta i tempi rapidi di attuazione. Poi, deciso il nocciolo duro, fuori dal quadrante democratico e della sovranità, esso viene rivestito di un abito politico che , in presenza del governo Berlusconi, risulti il più prossimo possibile a far coincidere l’area di governo con l’intera rappresentanza parlamentare: decidere di varare, comunque, la manovra in un determinato tempo, accettandone il quadro, la cornice generale, equivale a condividerne il varo e a considerare le differenze contenutistiche non tali da supportare, in ogni caso, l’obiettivo del suo rifiuto. Il Presidente della Repubblica, l’unica autorità politico-istituzionale del Paese da questo riconosciuto come tale, confeziona l’abito politico con cui viene rivestita l’operazione economica. L’idea della governabilità così lavora sul fondo, ancora. La tappa successiva, l’ultima manovra, ha completato il commissariamento senza sovranità; ne ha disvelato interamente il suo carattere di classe, in particolare nei tagli ai servizi sociali e, soprattutto, andando al cuore della questione, con un attacco ai diritti e al potere contrattuale dei lavoratori, organico, sistematico e, se si può usare questo termine nelle relazioni sociali, definitivo. Sembrerebbe contraddittorio con questo esito il documento sottoscritto poco prima dalle parti sociali, e invece questa percezione è solo la proiezione nel nuovo ciclo della memoria delle relazioni sociali che caratterizzavano il ciclo precedente, cioè l’esistenza in esse del problema dell’autonomia del sindacato dai padroni, dal governo e dai partiti. La nuova era non tollera (non concepisce?) l’autonomia, men che meno quella sindacale. Senza la democrazia dei lavoratori, senza il riconoscimento del valore progressivo del conflitto sociale, senza un’idea duale dei rapporti sociali e della natura del contratto, il patto sociale si trasforma nella cooptazione del sindacato nel sistema di potere e nella cornice economico-sociale del meccanismo di accumulazione capitalista. E questo è il senso dell’accordo tra governo e sindacati del 28 giugno scorso. Un’altra cerniera tra società civile e istituzioni, tra economia e società, un altro teatro della democrazia reale in questo modo viene fatto saltare. Il recinto allarga il suo confine includendovi un altro pezzo della rappresentanza e contemporaneamente approfondendo il solco che separa il dentro dal fuori. I corpi intermedi sono un obiettivo nevralgico della svolta autoritaria. Se da un lato si coopta il sindacato mentre si fa sprofondare il lavoro nella realtà della merce, dall’altro, gli enti locali vengono sospinti, con i tagli dei trasferimenti dello Stato, a diventare la controparte in prima istanza del malcontento e dell’ira delle popolazioni a cui dovrebbero, per via di bilancio, negare ciò che già avevano in termini di tutele sociali, di esercizio di diritti, di sostegno e di cura, togliendo loro, a volte, persino l’essenziale per una vita civile. Diventerebbero non più luoghi dell’autonomia locale, ma proconsoli di un governo centrale a sua volta proconsole di un governo sovranazionale, l’uno e l’altro liberatisi ormai del problema del consenso, cioè dell’essenziale della democrazia. I decreti di Ferragosto esplicitamente confermano il passaggio dallo stato di eccezione (il rischio del precipitare della crisi finanziaria dello Stato) alla regola di uno Stato senza più sovranità e democrazia, niente di meno che attraverso una modificazione della Costituzione. Lo ha colto bene Rino Formica, che ha scritto: «I Costituenti assegnarono ai partiti politici il ruolo di corpo intermedio tra Stato e cittadini e di parte dello Stato democratico, perché doppio era l’esercizio della sovranità del popolo: nei partiti per rinnovare lo Stato (art. 49) e nello Stato per costruire una società tesa alla realizzazione dell’eguaglianza (art. 3). I Costituenti furono espliciti nell’indicare una scelta in contrasto con la tradizione liberale». Cosicché non può risultare più evidente il vero e proprio rovesciamento della filosofia della Costituzione repubblicana con l’auspicata introduzione di un vincolo esterno capace di impedire il perseguimento proprio del compito assegnato dal Costituente alla Repubblica in uno dei suoi articoli fondativi, l’articolo tre. Ha ragione Formica quando conclude: «Con un decreto si recita quattro volte “in attesa della revisione costituzionale” su quattro punti nodali della Carta costituzionale: art. 81 (sovranità parlamentare su bilancio), art. 41 (democrazia economia) e gli articoli relativi alla composizione della Camera e alla composizione del governo delle autonomie locali territoriali. Bisogna tornare al colonialismo per trovare dei mutamenti costituzionali per interventi esterni». Già, il vincolo esterno. Ieri usato (Maastricht) per logorare le conquiste sociali e ridimensionare lo stato sociale con l’assolutizzazione della riduzione del deficit; oggi per fare tabula rasa di un’intera storia politica e sociale, democrazia compresa, con il dogma del pareggio di bilancio. Una nuova ideologia borghese viene chiamata a presidiare il recinto. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori dalla politica corrente. Il complemento viene da un’operazione culturale con la quale vengono demonizzati i movimenti. Di nuovo la barriera, il recinto viene in primo piano. I movimenti vengono indicati come portatori di violenza (e dunque fenomeni di ordine pubblico) o come estrema manifestazione di un mondo ormai fuori dalla contemporaneità e chiamati in vita solo per l’attività di forze antisistema. Il primo è il caso della No-Tav, il secondo quello della Fiom rispetto alla Fiat. La discriminante messa in campo riecheggia la cultura di tutte le forme di oppressione, in particolare quella che pretende di dividere lavoratori e sindacati tra costruttori e distruttori. Oggi non gli appartenenti a un partito o un sindacato (anche se pure a loro può toccare), non gli intellettuali critici, come fu negli Usa negli anni della “black list” o come fu a lungo nella Fiat di Valletta, ma i movimenti, il conflitto, sono quelli che vengono configurati come distruttori. La conseguenza è diretta e devastante anche sulle forze politiche: solo chi si separa dai movimenti è ammesso nella sfera della politica riconosciuta. Alla costruzione del recinto, del muro, servono anche i simboli, che possono diventare mattoni particolarmente pesanti. Per colpire a fondo una storia bisogna sradicarla, bisogna cancellare anche la memoria delle sue radici, tanto più quanto esse sono state profonde e forti, tanto da poter ancora e sempre rigenerarsi. L’idea della cancellazione, per decreto, delle feste del 1° maggio e del 25 aprile non è solo una sfida insolente; è un pezzo di una strategia di annientamento di una soggettività politica, quella del movimento operaio. Di fronte a questa enorme e violenta sfida avevamo pensato: c’è solo da attendersi che la replica sia all’altezza. Voi volete toglierci la festa del lavoro, per cancellarci, e noi ce la riprendiamo, ritornando all’origine, con lo sciopero di tutte e di tutti: uno sciopero generale il primo maggio per resistere ed esistere, contro il muro. Il fatto che su questo punto, come su qualche altra nefandezza, il governo abbia dovuto smentirsi non tragga in inganno. Il processo va avanti; esso scava fossati, erige muri divisori; coopta ed esclude. Se vive il recinto, muore la politica autonoma; se regge il recinto muore definitivamente la sinistra politica. Il recinto fa il suo gioco demolitore di democrazia, socialità e qualità della vita, mentre riduce in servitù la politica. Dunque, rompere il recinto è assolutamente necessario.

L’aria della rivolta e il movimento che la respira

Ma il compito di far saltare il recinto è, non solo necessario, ma anche possibile. Nello scorso numero della rivista abbiamo indagato la dinamica dei movimenti, leggendovi lo spirare dell’aria della rivolta. Nessuna pretesa di riduzione a un’unità inesistente ha ispirato quella ricerca, bensì il tentativo di capire se, tra storie tanto diverse per collocazione geografica, per scopi, per problematiche, per natura dei soggetti protagonisti, per le cause da cui hanno preso le mosse, ci fosse un possibile filo, anche sottile, che le legava. Noi pensiamo di averlo rintracciato in ciò che, approssimativamente, abbiamo chiamato l’aria della rivolta. Il Mediterraneo ne è stato e continuerà a esserne il teatro; un teatro che coinvolge, in forme diverse, l’intera Europa. L’opposizione dei movimenti è all’ordine esistente; la loro molla è l’indignazione contro la diseguaglianza e l’arroganza del potere; la democrazia è la loro pratica; il loro obiettivo è la costruzione di un nuovo ordine democratico fondato sulla partecipazione e capace di spezzare la divisione tra governati e governanti. Questo è ciò che chiamiamo l’aria della rivolta perché il movimento che la respira non è rappresentabile, né racchiudibile in un obiettivo parziale e immediato. Esso non è contro il negoziato, ma ha capito che, in questa fase, il compromesso è sistematicamente negato dal potere. Il tavolo, quello del confronto tra movimento e governo, è infatti, in questo quadro, attivabile solo per cooptare la rappresentanza e dividere. Chi oggi comanda ha fatto mancare la materia stessa del compromesso. Proporsi di far saltare il banco è dunque una prova di lucido realismo. Anche se essa è difficile da far entrare in culture che, sulla base della loro storia, hanno verificato che la pratica della contrattazione è stata la più efficace prassi di cambiamento e di partecipazione conflittuale esercitata dagli oppressi. Il dialogo tra queste diverse culture critiche è ciò che possiamo e dobbiamo saper fare. Dove ci sia uno spazio che il conflitto può guadagnare per far vivere una vera contrattazione che possa riaprire, a sua volta, la possibilità concreta di conquista sociale, ecologica, democratica esso va sostenuto a fondo anche dal vento di rivolta. Dove il vento spiri aprendo nuove strade con movimenti di vera e propria rivolta, di insubordinazione di massa, pacifica e non violenta, o di occupazione di spazi da convertire ad attività extramercantili, a pratiche di liberazione, a far vivere beni comuni, si trovi il massimo di comprensione e di convergenza attorno a queste nuove pratiche sociali. La zona rossa deve poter essere messa in discussione da ogni lato. I movimenti di questa stagione possono essere aiutati a farlo. Sono le loro stesse caratteristiche a dircelo. Un contributo importante alla loro lettura, anche per il profilo politico-intellettuale dell’autore, è venuta da Alain Turaine. Ricorriamo a una lunga citazione di un suo recente scritto perché esso ci pare particolarmente significativo, proprio alla luce della natura della cattedra da cui proviene. «Tra i movimenti sorti in vari Paesi europei, il più importante è quello degli indignados. (…) La loro protesta non è rivolta contro la politica di un governo, ma contro i sistemi politici in quanto tali. I giovani che manifestano sono soprattutto studenti: sostenuti dalla maggioranza della popolazione, contestano i partiti, e in particolare quelli di sinistra, che ai loro occhi non rappresentano più l’opinione pubblica, e quindi svuotano la democrazia di ogni suo significato. (…) Ciò che mettono in discussione è innanzitutto il principio della democrazia rappresentativa. In altri termini, respingono l’idea, insita nella rappresentazione classica della vita politica in Europa, che le rivendicazioni e le proteste sociali e culturali sorte dai gruppi sociali trovino un’espressione più o meno completa nei partiti politici; e rifiutano di vedere in essi i rappresentanti politici degli interessi popolari e dei conflitti sociali. A riprova, basti constatare che i sindacati sono contestati allo stesso titolo dei partiti politici. (…) Si può incominciare a comprendere meglio la natura e l’importanza di questi movimenti vedendo in essi la rivolta di una gioventù che si sente privata della propria qualità di cittadini ad opera dei politici, in particolare di sinistra – i quali a loro volta si considerano penalizzati da una logica economica irresistibile, in quanto globale. (…) Questa crisi della politica mette in discussione più particolarmente i partiti di sinistra, che per definizione s’intendono come i difensori dei diritti e delle libertà della popolazione. Al di là del problema, pure gravissimo, degli alti livelli di disoccupazione giovanile, non siamo più nell’ordine dei conflitti economici e sociali, ma in quello della contraddizione tra i diritti umani fondamentali e la violenza del dominio del profitto capitalista sopra ogni altra finalità del sistema sociale. (…) In Italia e in Spagna, il senso generale della sollevazione è lo stesso. Ed è anche molto vicino a quello delle rivolte in Tunisia e in Egitto, contro la distruzione della vita politica ad opera dei dittatori, delle loro famiglie e degli ambienti corrotti più direttamente legati a un potere autoritario. (…) Una soluzione democratica non può venire che da una separazione non solo accettata, ma voluta, tra il movimento popolare e le ricostituite forze politiche. Quanto più un movimento è forza di liberazione, tanto maggiori sono le sue possibilità di far rinascere una democrazia politica. La sua debolezza sul piano propriamente politico lo protegge da un ritorno di quello stesso potere egemonico che ha combattuto». L’ampiezza del fronte di lotta è in continua espansione e si estende a sempre nuovi Paesi. E’ di qualche significato la mobilitazione, forse senza precedenti, in un Paese come Israele, dove la protesta contro l’aumento del costo della vita è diventato un movimento capace di portare in piazza a Tel Aviv più di 300mila persone in agosto e di proseguire la settimana successiva investendo le città periferiche, in genere assai lontane da esperienze del genere. Il riferimento anche lì adottato esplicitamente è quello degli “indignati”. E’ stato definito da osservatori informati un movimento in crescita «potente, che per il momento ha il potere di dire “No”, di non accettare le soluzioni politiche tradizionali, ciò che lo protegge dalle divisioni interne». Secondo un recente sondaggio l’88% degli israeliani sostiene la contestazione e il 53% di loro si dice pronto a manifestare. A Nord la sommossa ha scosso Londra. Ancora una storia diversa, più simile nelle sue forme ai moti che nel 2005 bruciarono le banlieues francesi e tuttavia anch’essa così interna alla nuova stagione. Qui la violenza ha certo caratterizzato il moto di ribellione ma la sua lettura non deve farsi attrarre unilateralmente da questa che, a sua volta, deve essere ben compresa (non condivisa) nella sua radice. Ha scritto Tony Trevers, uno studioso del fenomeno per la London School of Economics, che: «Ridurre il tutto a un fatto criminale è sbagliato. Dovremo capire meglio cosa sta accadendo, ma non si può dimenticare che i protagonisti di questi assalti sono tutti giovani poveri delle periferie. Spaccano le vetrine, incendiano i negozi e gli edifici, sono violenti perché, sentendosi respinti, sfidano l’autorità». Dominique Moïsi, editorialista del Financial Times, aggiunge che il motore dei moti sono: «Le pulsioni nichiliste di alcuni esclusi attorno a cui si coagulano le insoddisfazioni di molti. I teppisti inglesi sono appoggiati da molti giovani che, pur non condividendo il ricorso alla violenza, la capiscono. I sacrifici richiesti in tempo di crisi si traducono in violenza se non vengono applicati a tutta la società». Laurent Mucchielli, l’autore di Quando le banlieues bruciano, uno studioso che ha indagato a fondo il carattere spontaneo della rivolta, ha così descritto la forma di organizzazione della lotta: «I rivoltosi sono come un esercito. C’è la prima linea, i disperati che non hanno nulla da perdere, quelli che prendono i rischi peggiori. C’è anche una seconda linea, il grosso della gioventù che li appoggia. E una terza linea, che incoraggia le prime due dalla finestra. Le tre linee sono legate da un sentimento di ingiustizia e di esclusione, che non è provato solo dai maschi e solo dagli uomini. Infatti, i rivoltosi che vengono presi dicono sempre che si sentivano il braccio armato di una comunità più ampia». Mucchielli indica anche la ragione interna della fine della rivolta violenta nel fatto che «la popolazione, che pure ha sostenuto i rivoltosi, decide che i danni sono troppi e che il quartiere, già povero e degradato, lo è diventato ancora di più». Una bella sfida per una pratica di nonviolenza che sappia assumere la rivolta come un terreno reale e necessario della contestazione sociale in questa fase storica. La rivolta ha mille facce diverse; perciò ne vogliamo cogliere l’aria, la condizione ambientale che la favorisce, le molle che la generano, l’orizzonte di senso e di rinascita della politica che possiamo guadagnare. Da noi l’aria della rivolta ha preso per ora la via dell’articolazione dei movimenti. L’eredità del caso italiano, la sua storia di contrattazione sociale e di articolazione dei conflitti lascia un deposito che lavora nel fondo della società, come una memoria che riaffiora, anche quando la storia ha preso già un altro verso. Inoltre il disagio, la rabbia sociale, pur così diffusa, non conosce, come in altri Paesi europei, zone, territori, dove si concentrano l’esclusione e la discriminazione fino a costituire un serbatoio pronto a esplodere. Forse non è neppure del tutto ininfluente il fatto che esista in Italia una fonte di solidarietà sociale non ancora prosciugata, quale la famiglia o certe relazioni di comunità. Tuttavia, il panorama di conflitti, di proteste, di lotte e di partecipazione che ci ha fatto parlare dell’esistenza anche nel nostro Paese dell’aria di rivolta resta un campo aperto. Il potere non è riuscito a sradicare le molle del conflitto che riemergono con l’avvicinarsi dell’autunno. Ha un preciso significato che sia la Fiom a dar vita alle prime mobilitazioni. L’avvio della lotta contro il nocciolo duro dei decreti agostani, cioè l’aggressione al lavoro, è stato un fatto promettente in sé che ha avuto anche il merito di non consentire la piena adesione dell’intero sindacato confederale al patto sociale. La Cgil, sollecitata da una presenza critica, quella di una forza sindacale autonoma che vive al suo interno, ha visto squadernarsi dinanzi a sé la sua grande contraddizione. La convocazione dello sciopero generale è stata l’espressione più forte di questa presa di coscienza, che ha rappresentato, sul confine del recinto, il suo polo non pacificato. E’ una crepa importante quella che si è aperta con lo sciopero generale proclamato dalla Cgil (e che è diventato l’occasione anche per la simultanea convocazione dello sciopero dei sindacati extraconfederali), una crepa nel processo di cooptazione dentro il recinto governi sta, di tutte le grandi forze organizzate politiche e sociali. Essa è la manifestazione interessante di una qualche instabilità esistente nella costruzione neoautoritaria. Si tratta di un’instabilità interna che va messa alla prova, sia per far crescere la partecipazione di masse alla lotta, sia perché, come invece è già accaduto precedentemente, dopo lo sciopero tutto non ritorni come prima. Il rischio è assai alto.

In ogni caso, la spina nel fianco della Fiom agisce efficacemente perché il sindacato dei metalmeccanici è già parte costitutiva dell’arcipelago dei movimenti che hanno caratterizzato la stagione politica che ha fatto parlare di un cambio del vento. Si è vista, anche nelle giornate di Genova, l’ampiezza dell’area che rappresentava lì la diffusione dei movimenti che vivono nel Paese. Si è visto anche lì il bisogno di continuità che emerge all’interno di questi stessi movimenti; l’esigenza di dare ad essi una strutturazione che possa favorire la loro tenuta e lo sviluppo della mobilitazione, dalle donne al popolo viola. Il fronte dei beni comuni è ormai una larga realtà dinamica, dentro la quale crescono esperienze ed elaborazioni impegnative, dove si esplorano nuovi terreni di lotta, mentre altri appuntamenti vengono resi indispensabili dai provvedimenti governativi e dalla stretta sugli enti locali. I soggetti che sono nati e cresciuti di fronte al diffondersi della precarietà ed hanno saputo elaborare nuove forme di lotta e di organizzazione restano sul terreno sociale un punto di forza della possibile radicalizzazione ed estensione del conflitto. La ripresa delle attività scolastiche costituirà un’occasione per lo sviluppo del protagonismo delle nuove generazioni, che sono state nei mesi scorsi, e lo sono in tutto il continente, l’ala trainante delle lotte e delle rivolte. Dunque, fuori dal recinto c’è tanto e su questo riposa ormai la possibilità di vedere rinascere una politica autonoma, critica nei confronti di un sistema che sacrifica alla sua sopravvivenza la democrazia e il compromesso sociale. A maggior ragione, anche quando si evidenziano delle crepe nella costruzione del regime, bisogna essere ben avvertiti che sono queste realtà, cioè quello che vive oggi fuori dal recinto, le novità della fase. Contemporaneamente bisogna saper leggere, senza presunzioni e saccenza, i limiti e le inadeguatezze dei movimenti di questa fase. Genova, la cui utilità va ribadita, ne è stato lo specchio. Le connessioni, i legami tra i diversi movimenti sono troppo flebili e incerte; la questione del rapporto tra lavoro, libertà e democrazia, con tutto il suo portato insieme di drammaticità e di nuova frontiera, risulta troppo poco a fuoco, proprio nel suo carattere generale, di società; la necessaria dimensione euro-mediterranea del conflitto ancora non è sufficientemente indagata e praticata; la riflessione sulle forme di lotta, su cui pure la stagione è già stata così ricca di esplorazioni e di esperienze, è ancora troppo occasionale. Vorrei ricordare che anche in altre e tutt’affatto diverse, fasi di lotta, anche quando esse erano così estese, forti e radicali da essere vincenti, la riflessione interna sui loro limiti era un lavoro politico necessario, non un modo per sminuirne la portata e la prospettiva. Figurarsi ora.

Far saltare il tavolo, aprire un nuovo corso della democrazia

L’aria della rivolta è la risorsa di oggi per non soccombere. L’intuizione che la caratterizza risponde ad una precisa lettura della fase in Europa, risponde ad un giudizio sulle risposte che le classi dirigenti europee nel capitalismo finanziario globalizzato stanno dando alla crisi: il tavolo delle decisioni su cui esse sono state assunte ha demolito la democrazia e negato ogni significativo spazio di compromesso sociale e di negoziato; dunque, è il tavolo che deve essere fatto saltare, affinché si possa aprire un nuovo corso della democrazia, della politica e dell’organizzazione della società. In Italia due movimenti vanno in direzione opposta. Da un lato, il processo politico istituzionale che accompagna acriticamente la grande ristrutturazione capitalistica; dall’altra, i movimenti di lotta e di mobilitazione che, esclusi da questa costruzione neoautoritaria, la contestano e la rifiutano. A separare i due movimenti c’è la costruzione del recinto cui abbiamo accennato, che riduce la politica ad attività servile. L’uscita di scena della sinistra è riassunta nella sua incapacità di spezzare il recinto fino al punto di non sapere nemmeno vederlo. Nell’agosto del golpe bianco essa non ha saputo dire “No” alla manovra. Aver accettato di discuterne i contenuti, quand’anche per criticarli, all’interno della sua cornice (che è poi la sua filosofia, cioè la sua ispirazione di fondo) e dei tempi di approvazione dettati dall’oligarchia di comando ha fatto della sinistra un desaparecido, un ente pressoché inutile (altri, per composizione sociale, per interesse e per cultura economica e politica, sono adatti a compiere questa funzione assai più efficacemente, a cominciare dai grandi borghesi). Ogni discorso politico autonomo sarebbe dovuto cominciare dal famoso “Preferirei di No” di Bartleby. Un irriducibile “No” a un impianto di politica economica fondato sull’assunto che il welfare state e il potere contrattuale dei lavoratori sono la causa del debito pubblico e del deficit di competitività delle nostre economie. Accettare la sovranità del vincolo esterno equivale all’accettazione dell’eutanasia della sinistra e dell’accettazione della sua collocazione all’interno del recinto. Se il compito è, come è, la rottura del recinto, allora esso non può che poggiare sull’opposizione al vincolo esterno di un vincolo interno (ricordare la lezione di Claudio Napoleoni), sulla sua assunzione a fonte della rigenerazione dell’autonomia della politica e della sinistra. E’ il vincolo interno, del resto, ciò che invocano, più o meno esplicitamente e consapevolmente, tutti i movimenti in campo: una poderosa redistribuzione dei redditi a favore del salario in tutte le sue forme ipotizzabili, diretto, indiretto e differito per coloro che lavorano e sociale per chi non lavora; la costruzione di un sistema di diritti esigibili finalizzati al pieno sviluppo della persona umana in una cittadinanza universale rispettosa delle differenze; la difesa e valorizzazione della natura fino a configurarla come levatrice di un diverso rapporto tra natura, produzione, consumo e ricerca; la messa in discussione dell’attuale rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro. Abbiamo così indicato solo alcuni dei campi in cui può costituirsi il vincolo interno. Aprire una radicale lotta politica e culturale per la sua possibile assunzione a fondamento di un nuovo corso è diventato improcrastinabile. Si tratterebbe di accompagnare con questa ricerca i movimenti che respirano l’aria della rivolta, la quale è la sola che, a sua volta, può alimentare quella rottura da cui possa rinascere un pensiero critico radicato nell’esperienza sociale, un processo di trasformazione e la resurrezione della sinistra. La rottura del recinto ne è oggi la prima condizione, la democrazia la sua chiave di volta.

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Contro la manovra, al fianco dei lavoratori

Sinistra Ecologia Libertà aderisce allo sciopero perché i 131 miliardi di euro complessivi per gli anni 2011 – 2014 sono tutti a carico dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Fra le varie modifiche apportate dal governo viene salvata dal contributo di solidarietà la casta dei supermanager e dei direttori dei grandi giornali, che possono festeggiare.

È una manovra iniqua e sbagliata che colpisce i diritti e il salario dei lavoratori dipendenti, taglia i servizi sociali erogati dai Comuni e dalle Regioni, non colpisce l’evasione fiscale e la corruzione, non introduce una vera patrimoniale ed una vera lotta alle speculazioni finanziarie e non delinea nessuna nuova azione di politica industriale affermando l’idea tragica per il Paese che per uscire dalla crisi bisogna tagliare i diritti, il Contratto Nazionale e lo Statuto dei lavoratori.

Estendendo il modello che Marchionne ha imposto alla Fiat per decreto legge il governo vuole cancellare l’esistenza del Contratto Nazionale e aprire alla libertà di licenziare. Migliaia di lavoratori e lavoratrici posti in mobilità rischiano di non arrivare più alla pensione. La manovra sui contratti distrugge il contratto nazionale, aumenta gli orari di lavoro per chi ha un posto, incrementa la precarietà e i licenziamenti selvaggi.

È una manovra in contrasto con il pronunciamento popolare avvenuto nei referendum dello scorso giugno, che riapre alla privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici.

Tutto il costo della manovra è, alla fine, a carico del lavoro dipendente, dei pensionati e dei più poveri. I ricchi non pagano, niente, per l’evasione fiscale si fanno chiacchiere. Questa è una brutale manovra di classe, fatta da un governo squalificato, che si aggancia all’Europa solo per giustificare la propria esistenza.

Lo sciopero generale deve dare il via a un movimento che punti a rovesciare il governo e la manovra. Dobbiamo fermarli! Dobbiamo fermare il disastro provocato da Berlusconi, ma dobbiamo anche dire basta al governo unico delle banche europeo che sta portando l’Europa a una recessione drammatica, per difendere la speculazione e la finanza.

  • Basta con Berlusconi!
  • Basta con la BCE!
  • Basta con l’Europa delle Banche!

Sinistra Ecologia Libertà – Circolo comunale di Rimini

info: circoloselrn@libero.it

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Marchionne chiede di più. Forte dibattito nella Cgil

“Emma così vado via”

Marchionne per una volta non scrive alle tute blu ma a Marcegaglia: l’accordo non ci soddisfa, fate di più o Fiat uscirà da Confindustria

Emma Marcegaglia e Sergio Marchionne

 Antonio Sciotto, Il manifesto,  1 luglio 2011, pag. 2 www.ilmanifesto.it

 A Sergio Marchionne l’accordo tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil non basta: vuole di più, perché gli accordi siglati a Pomigliano, Mirafiori e alla ex Bertone restano senza soluzione. E così ieri l’amministratore delegato Fiat ha preso carta e penna e ha scritto a Emma Marcegaglia, chiedendo che la Confindustria compia “ulteriori passi” per venire incontro al Lingotto: altrimenti la Fiat, è la minaccia, “uscirà dall’associazione il primo gennaio del 2012”. Un nuovo ultimatum, quindi, dopo i tanti a cui il super manager globale ci ha ormai abituato, ma questa volta indirizzato non agli operai ma ai confindustriali. Marcegaglia risponde a stretto giro di posta, replicando sostanzialmente che a suo parere una soluzione si può trovare già nell’accordo del 28 giugno, ma che se così non fosse, va chiesta una legge ad hoc allo Stato.

Un tira e molla pesante, quello lanciato ieri da Marchionne, e che ha riflessi nel sindacato – con il braccio di ferro tra Cgil e Fiom che si alimenterà di nuova linfa – e nel governo, visto che il ministro Maurizio Sacconi ha subito chiesto di rimando che “le parti firmatarie dell’accordo trovino una soluzione per la Fiat”, ipotizzando anche “una legge ad hoc”.

“Cara Emma – scrive Marchionne – l’accordo raggiunto tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, è sicuramente un risultato di grande rilievo. Mi auguro che, nei prossimi mesi, il lavoro prosegua con ulteriori passi che ci consentano di acquisire quelle garanzie di esigibilità necessarie per la questione degli accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Questo ci permetterà di portare a compimento gli investimenti avviati e quelli già programmati. Sono fiducioso che queste condizioni si realizzeranno entro la fine dell’anno. Ho il dovere di informarti che in caso contrario, Fiat e Fiat Industrial saranno costrette a uscire dal sistema confederale con decorrenza dall’1 gennaio 2012”.

Marchionne fa sapere di aver inviato copia di questa lettera “anche ai segretari delle confederazioni firmatarie per confermare che la nostra iniziativa non intende mettere in discussione l’importanza dell’accordo e naturalmente i diritti dei lavoratori. Vogliamo soltanto – conclude l’ad della Fiat – che le nostre persone possano lavorare in un contesto nel quale tutti si assumano i propri obblighi e le proprie responsabilità, come previsto dagli accordi di Pomigliano d’Arco, Mirafiori e Gruglisco”.

A spiegare perché l’accordo non può soddisfare il Lingotto, le parole dello storico dell’industria Giuseppe Berta, ex responsabile dell’archivio storico Fiat: “Innanzitutto non validità retroattiva, e poi lascia scoperti i nodi posti dagli accordi di Pomigliano e Mirafiori; quelli della governabilità e dell’esigibilità delle intese”. Le clausole di tregua sindacale, infatti, osserva ancora Berta, “pur accettate dai firmatari dell’accordo continueranno a essere rigettate da Fiom e Cobas che non vogliono subire nessuna disciplina al diritto di sciopero”.

Tra l’altro si deve notare che la segretaria Cgil Susanna Camusso aveva difeso l’accordo dagli attacchi della Fiom, proprio affermando che esso “è l’opposto di quello che chiedeva Fiat”: giudizio ribadito ieri, dopo la lettera di Marchionne. Ma dall’altro lato, il segretario Fiom Maurizio Landini sottolinea che Marchionne è “prigioniero delle sue coerenze” e chiede la riapertura del tavolo Fiat.

Emma Marcegaglia risponde a tono, non cedendo al momento alle richieste di rivedere l’accoro: l’intesa scrive la leader della Confindustria rispondendo a Marchionne, “non può essere messa in discussione”. “A noi sembra che l’accordo soddisfi anche le vostre istanze, in quanto gli accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco possono facilmente rientrare nelle nuove norme pattuite – dice ancora Marcegaglia alla Fiat – Mi riferisco in particolare alle regole riguardo l’esigibilità degli accordi conclusi con una maggioranza di rappresentanti dei lavoratori, alla clausola di tregua e all’adattabilità dei contratti aziendali”. “Se invece non ritieni utile la praticabilità di questa via, al fine di ottenere garanzie riguardo agli accordi già raggiunti nel gruppo Fiat a fronte della causa intentata dalla Fiom – conclude la leader degli industriali rivolgendosi direttamente a Marchionne – non vediamo altra strada se non quella di un intervento legislativo con effetto retroattivo che, in quanto tale, non è nella disponibilità di Confindustria”.

 

LO SCONTRO TRA FIOM E CGIL

Landini a Camusso: “Sospendere la firma fino al voto dei lavoratori”

 An. Sci. Il manifesto, 1 luglio 2011, pag. 2

Maurizio Landini Segretario generale Fiom

E mentre la vicenda Fiat si arricchisce di un nuovo capitolo, con lo scambio di lettere Marchionne – Marcegaglia e la minaccia del Lingotto di uscire da Confindustria, è sempre più alto lo scontro tra Cgil e Fiom. Ieri un infuocatissimo Comitato centrale ha decretato il no assoluto dei metalmeccanici all’accordo siglato il 28 giugno da imprese, Cgil, Cisl e Uil. Il segretario Maurizio Landini, confortato dalla sua maggioranza interna alla categoria, ha chiesto ufficialmente alla Cgil di “tenere in sospeso la firma finché non ci sarà stata la consultazione dei lavoratori”. Per tutta risposta la segretaria Susanna Camusso si dice “preoccupata dalla vera, distante valutazione che abbiamo con la Fiom”.

Insomma, si preannunciano giorni di passione, con in vista il Direttivo Cgil dell’11 luglio, quando dovrà essere non solo approvato definitivamente l’accordo, ma che dovrà affrontare anche il tema – a questo punto spinoso – della consultazione: Camusso aveva annunciato che avrebbe chiesto a Cisl e Uil di far votare tutti i lavoratori, o che in subordine si sarebbero almeno espressi i soli iscritti Cgil.

“Se l’accordo è un passo avanti sarà anche l’ultimo passo avanti che faremo perché altri non ce ne faranno fare – ha detto Landini davanti al Comitato centrale Fiom – L’accordo non solo non prevede il voto di tutti i lavoratori ma indebolisce il contratto nazionale, apre alle deroghe su cui per anni abbiamo detto no”. “ Se la Cgil firmerà definitivamente questo accordo – prosegue il leader dei meccanici – avrà fatto un capolavoro perché l’intesa non risolve i problemi di Fiat ma estende a tutto il mondo industriale le nuove regole su deroghe e contro gli scioperi”.

Ecco dunque la richiesta avanzata a Susanna Camusso e alla Cgil: “Bisogna sospendere la firma fino alla conclusione della consultazione – dice Landini – Una consultazione che dovrà essere fatta solo tra gli iscritti alla Cgil e nelle sole categorie coinvolte dall’intesa, senza estenderla anche a quelle che non sono toccate dall’accordo siglato”. Chiaro che il segretario Fiom teme un effetto “colletti bianchi”: come a Mirafiori, con un sì all’accordo Fiat che aveva vinto grazie al voto massiccio dei capiarea, non interessati in prima persona ai ritmi alla catena di montaggi, ribaltando il no proveniente dalle tute blu alla linea.

Poi il messaggio diretto, personale, a Susanna Camusso, e alle sue dichiarazioni sulla Fiom: “Una cosa non accetto – ha detto Landini – quando leggo che la Fiom sta dicendo cose false e chiedo che questo venga retificato. Lo chiedo in modo esplicito. Si rischia di mettere in discussione la fiducia delle persone”.  L’altroieri la numero uno della Cgil, subito dopo l’incontro in cui aveva esposto l’accordo ai segretari di categoria (e dunque anche allo stesso Landini), aveva detto infatti che “la Fiom sbaglia: dice cose false e imprecise”.

Ieri Susanna Camusso ha comunque replicato, soprattutto alle accuse avanzate da Giorgio Cremaschi, che ne aveva chiesto esplicitamente le dimissioni; “Quei termini non mi appartengono e non appartengono nemmeno alla Cgil. Invece di dissenso si parla di tradimento. Ognuno si assuma le sue responsabilità – aveva detto riferendosi alla parola porcellum, usata da Cremaschi per definire l’accordo – Porcellum è un insulto: ogni militante Cgil considera tale un termine usato anche per la legge di Calderoli”.

In ogni caso, al di là delle divergenze, sia da Landini che da Camusso è arrivato un invito alla Fiat, dopo la lettera di Marchionne: “Adesso di riapra il tavolo”.

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La Camusso firma l’accordo peggiore

Un articolo ed una intervista pubblicati su il manifesto di oggi che spiegano i contenuti dell’accordo firmato ieri (29.06.2011) dal Segretario generale della Cgil Susanna Camusso. L’accordo interviene introducendo “nuove” regole per la rappresentanza dei lavoratori  concedendo sostanzialmente ampie facoltà di deroga per le aziende nell’applicazione dei contratti nazionali. Se la soddisfazione di Confindustria è scontata, così come quella di Cisl e Uil, rimangono da capire le motivazioni che hanno portato a condividere il testo al Segretario della Cgil un gesto che ha provocato e provocherà una forte discussione all’interno del maggior sindacato italiano e soprattutto ha già visto la contrarietà della Fiom.

 

La Cgil firma l’accordo peggiore

 Oggi verifica formale in segreteria. Controriforma del sistema contrattuale e della rappresentanza

 Di Loris Campetti, il manifesto, pag. 7 del 30.06.2011

www.ilmanifesto.it

 La notte non ha portato consiglio a Susanna Camusso: la segretaria della Cgil ha firmato con Cisl, Uil e Confindustria la controriforma delle relazioni sindacali e della rappresentanza. Il testo non è ancora noto neanche ai segretari nazionali  e generali di categoria, ma da quel che è trapelato potrebbe essere sancita la messa in mora del diritto di sciopero, la sostituibilità del contratto nazionale con quello aziendale come pretendeva la Fiat per non uscire da Confindustria, la non obbligatorietà del voto ai lavoratori, la possibilità per i sindacati di “nominare” i delegati. Oggi si riunisce il vertice della Cgil.

Susanna Camusso ed Emma Marcegaglia

Si può firmare un testo più che impegnativo che modifica un accordo fondamentale – nel bene e nel male – come quello del ’93 con cui si sono regolati 18 anni di relazioni sindacali senza un mandato formale, qualora l’accordo abbia dei contenuti la cui legittimità, o illegittimità, sta per essere sentenziata da un giudice? Si può impedire ai lavoratori di votare accordi e contratti che li riguardino, mettere in mora il diritto di sciopero (la chiamano tregua) con un accordo di solo vertice? Nel momento in cui scriviamo l’atteso – e da qualcuno temuto – confronto tra i vertici di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil è ancora in corso, e i tempi lunghi potrebbero far pensare a una “felice” conclusione. Un accordo che potrebbe entrare in contraddizione, anzi negare decisioni prese da un precedente direttivo nazionale della Cgil su democrazia, rappresentanza e intoccabilità dei contratti nazionali.

La domanda iniziale ottiene una risposta proprio mentre chiudiamo il giornale: sì, si può firmare e la Cgil ha firmato. Probabilmente, come si dice in sindacalese, Susanna Camusso ha “siglato” Cgil riservandosi di trasformare la sigla con la sua firma dopo aver informato la segreteria dell’organizzazione allargata ai segretari generali delle categorie. Lunedì il direttivo della Cgil si era chiuso senza un voto che desse un mandato alla segretaria generale Susanna Camusso a firmare, non essendo ancora noti i dettagli – l’essenza di ogni accordo sindacale – del testo proposto da Emma Marcegaglia. Dunque Camusso, prima della firma, dovrebbe quantomeno presentarsi alla segreteria allargata ai segretari di categoria (convocati per oggi), prima di suggellare l’accordo “storico” con la sua firma.

Nel direttivo chiara era stata la posizione della minoranza: nessuna delega in bianco, non firmiamo senza aver visto il testo finale. I punti più caldi, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, riguardano la possibilità di sostituire i contratti nazionali con quelli aziendali: la Fiat ha detto a chiare lettere che uscirà da Confindustria qualora non venisse assunta la filosofia del contratto di Pomigliano, Mirafiori e Bertone imposta con referendum-truffa. Contratti in cui è sospeso il diritto di sciopero, abolito il contratto nazionale e il principio “una testa un voto”, sostituire le Rsu con le Rsa (i lavoratori non potrebbero eleggere i propri rappresentanti, nominati invece dai sindacati degli accordi. I non firmatari non eserciterebbero più attività sindacale).

Questi erano i punti contestati in teoria dall’intera Cgil, almeno fino a due giorni fa, ribaditi lunedì con forza dalla Fiom e dall’area “La Cgil che vogliamo”. Ancora ieri, il segretario dei metalmeccanici Maurizio Landini ha ripetuto l’assoluta contrarietà della Fiom a un modello che non preveda l’obbligatorietà del contratto nazionale, il diritto di sciopero e a eleggere i propri rappresentanti. Ieri l’incontro più delicato è iniziato alle 15.30 alla foresteria della Confindustria, con tutti i partecipanti – i tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Emma Marcegaglia e il vicepresidente dell’organizzazione padronale Alberto Bombassei – ottimisti sull’esito positivo. Il confronto è andato avanti per tutto il pomeriggio e la sera in un “clima disteso”, con dichiarazioni dal versante della politica, del Governo e della Fiat che incitavano a chiudere, unitariamente e in fretta. Un pressione a 360 gradi sulla Camusso ad avere coraggio e a liberarsi della palla al piede. Inutile dire che la palla al piede è la Fiom. I contenuti dell’accordo non sono noti. Non al manifesto, ma agli stessi segretari della Cgil.

 

L’INTERVISTA – Gianni Rinaldini: l’”avviso comune” cancella il diritto di voto dei lavoratori

“È il suicidio del sindacato”

Il coordinatore de “La Cgil che vogliamo” boccia senza appello metodo e merito dell’accordo con Cisl, Uil e Confindustria sulla rappresentanza e i contratti

 Rocco Di Michele, il manifesto, pag. 7 del 30.06.2011

 “Lunare e imbarazzante”. Per Gianni Rinaldini, 8 anni da segretario generale della Fiom, ora coordinatore dell’area “La Cgil che vogliamo” e membro del Direttivo nazionale di Corso Italia, la discussione che va avanti tra Confindustria e i sindacati è fotografata da questi due aggettivi. Che valgono però anche per il dibattito interno alla Cgil.

Gianni Rinaldini

 

Sembra abbiano firmato l’accordo…

È la conferma delle voci che dicevano che il testo c’era già. Non è credibile che in una trattativa così complicata abbiano fatto tutto nel giro di poche ore.

Si apre un problema nella Cgil?

Non è stato presentato nessun testo scritto. Al tavolo non c’era neppure una “delegazione trattante”.

Han fatto tutto in due o tre della segreteria. Una roba inaccettabile nella vita interna della Cgil. Non c’è stato nemmeno un “ufficio” ad affiancare, come si fa di solito, con i segretari di categoria. Nei miei ricordi, trattative così importanti e delicate vedevano la Direzione della Cgil (ora non c’è più) convocata in seduta permanente e in continuo contatto con la delegazione al tavolo. Viene siglato o firmato un accordo assolutamente misterioso per i segretari generali di categoria e il coordinatore di un’area nazionale della Cgil. Di fatto il Direttivo sarà messo nelle condizioni di votare una sorta di “fiducia” alla segretaria. Sì, esiste ormai un problema di democrazia nella vita interna della Cgil.

Non si è discusso abbastanza?

Con il meccanismo sviluppatosi purtroppo negli ultimi anni, ogni votazione del comitato direttivo si configura alla fine come un voto di fiducia sul segretario generale. Pensando in questo modo di annullare l’articolazione del dibattito esistente. Stavolta non mi sorprenderei che qualcuno, rientrato recentemente in Cgil come coordinatore della segreteria del segretario generale, dopo aver svolto a lungo  ruoli amministrativi (Gaetano Sateriale, ndr), abbia in questi giorni lavorato alla definizione del testo.

Cosa sai sul merito dell’accordo?

È riassumibile in un aspetto centrale decisivo, da cui discende tutto il resto: lavoratori e lavoratrici non sono chiamati a votare le piattaforme e gli accordi che li riguardano. Il meccanismo individuato prevede che attraverso la “certificazione” (un mix tra iscritti e voti alle rsu) le organizzazioni che superano il 50%+1 possono fare accordi che diventano immediatamente esecutivi. Questo è devastante. Perché nega la democrazia, che assieme al conflitto è l’unico strumento a disposizione dei lavoratori per intervenire sulla propria condizione. E inquina fortemente gli stessi tavoli di trattativa, perché quando si parla tra soggetti sociali espressione di interessi diversi, non si è un club di amici. È prevedibile che si darà vita ad un mercato del tesseramento, teso a favorire le organizzazioni più disponibili a cercare accordi. Non mi sorprenderebbe che arrivassero pacchi di iscritti a questa o quell’organizzazione. Sta nelle cose.

Qual è il punto di principio?

Non sottoporsi al voto e al giudizio dei lavoratori vuol dire affermare il concetto che i contratti sono proprietà delle organizzazioni sindacali, e non fanno capo all’espressione della volontà dei soggetti interessati. Non era mai avvenuto che la Cgil istituzionalizzasse in un accordo che questi sono validi senza il pronunciamento dei lavoratori. Tutt’al più in questi anni, si è discusso sulle forme della consultazione. Faccio presente che gli accordi separati dei metalmeccanici, nel 2001 e nel 2003, avvennero proprio sul referendum tra i lavoratori  a fronte di posizioni diverse. In ambedue i casi, Fiom e Cgil decisero congiuntamente.

Che fine fanno le rsu?

A livello aziendale lì dove ci sono le rsu queste decidono senza il voto dei lavoratori; dove ci sono le rsa i lavoratori possono votare il loro contratto. Inoltre sulle deroghe, c’è una questione che non ho capito e che è inaccettabile: invece di “deroghe” si parla di “adattabilità” a livello aziendale. È anche peggio delle “deroghe definite”.

E sul diritto di sciopero?

Anche qui, o non ho capito bene oppure è inaccettabile: si parla genericamente di possibilità di una “tregua”, che in termini sindacali non può che voler dire tregua sugli scioperi. La clausola della Fiat, insomma. Ma la Cgil non ha mai firmato limiti all’esercizio del diritto di sciopero. E mi domando: se si accettano questi criteri in una trattativa con le aziende private, non credo si possano affermare cose diverse nel corso di una trattativa interconfederale con il governo. Penso che questa operazione sia il suicidio della Cgil.

Ma perché la Cgil si va a suicidare?

Non vorrei che fosse per le cosiddette “ragioni politiche”… Una divisione sindacale può creare problemi a partiti che in tutti questi anni si sono limitati a dire “fate l’unità”, per evitare di pronunciarsi sul merito. Poi c’è l’idea folle per cui, in questo modo, si creerebbe un rapporto “dinamico” nei confronti del governo “tra le forze sociali”, con Confindustria. E questo alla vigilia di una manovra economica in cui il contributo di Confindustria è chiedere sia ancora più pesante nei confronti dei lavoratori…

In queste condizioni, com’è possibile fare opposizione alla manovra?

La Cgil non potrà che decidere le necessarie iniziative di lotta contro la manovra. Sarà difficile spiegare che un accordo che annulla la democrazia dei lavoratori sia un elemento che rafforza iniziative contro il governo.

Se la democrazia sta così, anche in Cgil, come si cambiano le cose?

Siamo di fronte a una questione enorme. Abbiamo già convocato l’assemblea dell’area congressuale per il 13 luglio (dopo il direttivo dell’11-12), lì decideremo le iniziative conseguenti. È incredibile, con quello che è successo in altri paesi europei e in Italia – il voto di amministrative e referendum, il crescere di forti movimenti fondati sulla richiesta di partecipazione e democrazia –la Cgil non trovi di meglio che negare a chi lavora un diritto democratico fondamentale. Con l’evidente rischio di complicare tutti i rapporti con tutti i movimenti che ci sono nel paese, a partire da studenti, precari, diverse forme di autorganizzazione e iniziative. Ed è ora di dire che il “patto di stabilità” europeo va assolutamente cambiato.

In quale direzione?

Questo è un patto tutto finalizzato alla stabilità monetaria, senza alcuna politica: sociale, sull’ambiente, sull’armonizzazione fiscale. Niente. Alla fine l’Europa si presenta solo con la faccia dei vincoli monetari.

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«Dignità, Marchionne»

Di Francesco Paternò – Il manifesto, 19.01.2011 

Maurizio Landini, cosa rispondi a Sergio Marchionne quando nell’intervista a Repubblica promette partecipazioni agli utili per i lavoratori?
Credo, intanto, sarebbe importante che i lavoratori potessero partecipare e trattare sulle condizioni di lavoro e sui modelli organizzativi utilizzati. La realizzazione delle persone nel lavoro non passa semplicemente attraverso i soldi.

Maurizio Landini

 

Per Marchionne «l’auto nel mondo si fa così» e «chi viene in fabbrica lo sa».
Non è assolutamente vero che questo sia l’unico modo di produrre. Primo, c’è un problema che riguarda anche la progettazione delle linee, sarebbe importante che si pensasse a questo, oltre che a studiare le nuove automobili. Secondo, per esempio in Germania, non è vero che i metodi di lavoro siano questi. Terzo, la Fiat impedisce con questo accordo la possibilità di poter contrattare i carichi di lavoro e introduce un elemento che non esiste né in Italia né in nessuna altra parte d’Europa, cioè l’impedimento della possibilità di contestarli e di negoziare i contenuti e le quantità di lavoro.

Nell’intervista, il manager parla di «discorso chiuso» a Mirafiori, ma di non aver cercato una «rottura».
La cosa vera è che la Fiat non ha mai fatto nessuna vera trattativa. Si è semplicemente presentata prima a Pomigliano e poi a Mirafiori dicendo o così, o me ne vado. Con l’idea di cancellare non solo il contratto nazionale ma l’esistenza stessa della libertà dei lavoratori di contrattare la loro condizione.

Per Marchionne, è stata la Fiom a non «aver capito la scommessa».
No. La Fiom ha capito talmente bene cosa stava succedendo che ha chiesto di fare una trattativa. In gioco non è l’esistenza della Fiom, ma l’esistenza della contrattazione collettiva e della libertà delle persone che lavorano.

Il manager ribadisce che diritti e «protezioni costituzionali» non sono stati toccati.
Basta leggere l’accordo. 1) La Fiat non si associa più a Confindustria; 2) non esiste più il contratto nazionale di lavoro; 3) si limita il diritto di sciopero, cioè siamo a una lesione costituzionale; 4) si cancella la contrattazione perché non esistono più i delegati eletti dai lavoratori, ma nominati; 5) esistono i sindacati che decide Marchionne, si è perfino inventato l’associazione quadri; 6) siamo in presenza di un aumento dell’orario e di mano libera nella gestione della impresa della forza lavoro.

Per voi un unico complimento tra virgolette: la «Fiom ha costruito un capolavoro mediatico».
Mi pare che sia la Fiat a essere proprietaria di due giornali, che abbia speso una grande quantità di soldi per campagne pubblicitarie e che abbia una qualche influenza anche sui media televisivi. La vera nostra forza è stata quella di parlare delle reali condizioni di vita e di lavoro delle persone. Ciò che ha fatto saltare il coperchio è stato il no dei lavoratori di Pomigliano, i lavoratori licenziati a Melfi che non hanno accettato di essere pagati senza lavorare e oggi la dignità e il coraggio dei lavoratori di Mirafiori. Chi è riuscito a parlare al paese è stata la dignità del lavoro, Marchionne l’ha messa in discussione.

Sostiene che la Fiom ha solo obiettivi politici, al contrario del sindacato statunitense Uaw.
Se lui pensa di trasportare un modello di un sindacato che non ha alcun ruolo contrattuale, noi lo rifiutiamo. Siamo in Europa e facciamo il sindacato che contratta. Ma la cosa che trovo davvero straordinaria è che continui a dire che non spiegherà mai l’intero piano, ma lo farà pezzo per pezzo e tutti devono essere d’accordo. Nel silenzio di governo e forze politiche.

Nell’intervista dice di voler provare a recuperare quei tanti no. Si governa una fabbrica con il 50 per cento?
Sono d’accordo con lui. Dice anche che vorrebbe recuperare quelli che hanno detto sì per paura. Ciò dimostra che sa perfettamente che la maggioranza dei lavoratori in Fiat non sono d’accordo e la cosa più saggia che dovrebbe fare è riaprire una trattativa. Sono convinto che senza il consenso di chi lavora alle linee, le fabbriche non funzionano.

Come andrà a Melfi e a Cassino, dove la Fiat vuole estendere l’accordo?
E’ sbagliato e ci auguriamo che si fermino. In caso contrario metteremo in campo tutte le iniziative giuridiche contrattuali e sindacali per contrastare l’estensione di questo modello.

Ha smentito nuovamente una vendita dell’Alfa Romeo.
Marchionne continua anche a dire che vuole arrivare al 51 per cento della Chrysler al più presto. Per farlo, ha bisogno di soldi e non so dove possa trovarli. Discutere del piano industriale significherebbe capire con trasparenza anche quali sono le scelte che intende compiere.

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Sognando Valletta

Di Loris Campetti

Il manifesto, 15.07.2010 http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2010/mese/07/articolo/3079/

Vittorio Valletta

Dal ricatto alla rappresaglia, la trasformazione di Sergio Marchionne in Vittorio Valletta procede alla velocità della luce. Il suo obiettivo è isolare e colpire la Fiom e piegare ogni resistenza operaia, prima con il ricatto e oggi, appunto, con i licenziamenti per rappresaglia contro l’unico sindacato che non è si piegato al suo cospetto.
L’amministratore delegato della Fiat non ha digerito l’esito del referendum di Pomigliano da lui stesso imposto, nell’intento di proclamare la pax taurinensis nella fabbrica campana ribelle. Il ricatto – lavoro in cambio di diritti – era stato rispedito al mittente dal 40% degli operai, e Marchionne, dopo giorni di rabbioso silenzio nella sua residenza americana, aveva dovuto abbassare la testa confermando l’investimento a Pomigliano per la produzione della Panda. Non era riuscito a isolare la Fiom, che anzi aveva raddoppiato i suoi consensi in fabbrica. Addirittura, la pax – presentata con una lettera agli operai in cui il postmarxista «liberal» decretava la fine della lotta di classe – è saltata a Torino, e a Melfi, e via via in tutte le fabbriche del gruppo. A Mirafiori si sciopera per avere quel che gli accordi prevedono, il premio di risultato: visto che si distribuiscono dividendi agli azionisti e optional milionari ai dirigenti, gli operai con uno stipendio falcidiato dalla cassa integrazione non capiscono perché a pagare debbano essere sempre e solo loro. Marchionne non ha fatto attendere la sua risposta: licenziato un delegato della Fiom. A Melfi si sciopera da due settimane contro l’aumento intollerabile dei ritmi, con la pretesa Fiat che la riduzione del lavoro da tre turni a due non comporti riduzione della produzione, imponendo agli operai di un turno la cassa integrazione e a quelli dei due turni restanti di spaccarsi la schiena alla catena di montaggio. Anche a Melfi la risposta è arrivata fulminea: un operaio in sciopero licenziato e due delegati della Fiom sospesi, in attesa di licenziamento. Marchionne tenta di praticare l’obiettivo, estendendo a tutti i dipendenti il divieto di sciopero illusoriamente strappato a Pomigliano con un diktat subìto dal 60% della fabbrica. Contro queste aggressioni la Fiom ha indetto per domani lo sciopero generale di tutto il gruppo Fiat.
Forse Marchionne sta sbagliando i conti. Non siamo negli anni Cinquanta, quando Valletta, con i soldi dell’ambasciatrice americana Luce – che consegnava gli «aiuti» del piano Marshall in cambio della liquidazione della Fiom e del licenziamento dei comunisti – e la polizia di Scelba, riuscì a piegare la resistenza operaia. Oggi, è vero, anche Marchionne ha un amico americano, e molto più potente della Luce, ma è escluso che a Obama freghi qualcosa della Fiom, di Pomigliano, Melfi e Mirafiori. Ma soprattutto, la Fiom del 2010 è altra cosa dalla Fiom dei primi anni Cinquanta che scioperava contro l’aggressione americana alla Corea nella guerra che infiammò il 38° parallelo, perdendo così il suo radicamento tra i lavoratori. Oggi la Fiom non sciopera contro l’embargo Usa a Cuba ma in difesa delle condizioni di lavoro, dei contratti, delle leggi e della Costituzione. E così aumenta i consensi nelle fabbriche. Dovrebbe rifletterci, Sergio Marchionne.

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La fabbrica di nuovo protagonista

Il ruolo del sindacato. L’uso dello sciopero. Ecco qual è la lezione di Pomigliano. Ciò che non va, nell’accordo di Pomigliano, è la violazione di diritti costituzionali dentro una logica da caserma. Ad affermarlo è la Vice Segretaria Generale della CGIL Susanna Camusso in una intervista rilasciata al settimanale ‘L’Espresso’

http://www.cgil.it/dettagliodocumento.aspx?ID=14186

02/07/2010

Gli operai erano spariti: da dieci anni erano assenti dal dibattito del paese. Si è quasi negato che esistessero. Siamo diventati thatcheriani senza vivere la finanziarizzazione che c’è stata in Gran Bretagna, perché noi eravamo e siamo ancora ben piantati nel modello manifatturiero. Dico di più: c’è stata una svalutazione dell’identità del lavoratore, anche da parte della politica… Mentre fa un bilancio amaro del recente passato, Susanna Camusso, Segretario Confederale della CGIL, appare quasi sollevata.
L’affare Pomigliano, bella grana che sta tenendo sulla corda la più grande azienda del paese, l’intera organizzazione padronale e il fronte – spaccato – delle centrali sindacali, si sta trasformando in un inaspettato regalo. Perché la sfida della Fiat su turni e produrtività dell’impianto campano, con la successiva conta tra i dipendenti e l’alzata di scudi sui loro diritti, può tradursi in uno tsunami benefico. Spazzare via il velo dell’indifferenza verso la fabbrica, i suoi abitanti e le sue battaglie, ridare linfa al mestiere del sindacalista, e centralità ai temi del lavoro.
Per Camusso, che per molti ha già in tasca il biglietto vincente che la porterà al vertice dell’organizzazione tra pochi mesi, quando scadranno gli otto anni di guida di Guglielmo Epifani, sarebbe l’inizio di una nuova era: la prima donna Segretario confederale, più il ritorno all’orgoglio operaio.
«L’esito del referendum ha fatto da sveglia», dice lei: per Mimì metallurgico, però, l’impasse Pomigliano è ancora tutta da superare.
Quale prevede sarà la prossima mossa FIAT?
«La Fiat sa che su turni e nuova organizzazione l’accordo integrativo ha lo stesso valore di un contratto nazionale, cioè si applica a tutti. Ciò che non va, ed è inefficace perché illegittimo, è la violazione di diritti costituzionali come lo sciopero».
Secondo lei perché la FIAT ha forzato la mano su assenze e scioperi?
«Si capisce solo in una logica da caserma. Non combatti forme anomale di assenteismo con una logica punitiva sui malati. E sullo sciopero quale può essere la sanzione? Il licenziamento? Le procedure dei provvedimenti disciplinari sono regolate e graduate, e non coinvolgono diritti indisponibili. Non credo ci sia un giudice del lavoro che gli darebbe ragione».
Crede che sia praticabile l’ipotesi di una ‘newco’ a Pomigliano?
«L’unica ipotesi concreta che vedo sul tavolo è lo scorporo dell’intera FIAT auto: ma non azzera tutto per ricominciare. E vale per tutti gli stabilimenti, non isola Pomigliano».
Non crede che con la crisi economica i lavoratori siano più disponibili ad accettare condizioni al ribasso?
«Pomigliano dimostra il contrario: che c’è la consapevolezza di un limite. Deve essere la contrattazione nei luoghi di lavoro a rimettere i paletti nel punto giusto».
È cambiato il modo di fare contrattazione? Più locale e con una diminuzione del peso del contratto nazionale, per esempio…
«Nell’ultimo anno e mezzo di crisi abbiamo fatto migliaia di accordi che hanno individuato forme diverse di distribuzione del lavoro. Quanto al livello di contrattazione, il secondo livello è sempre esistito, e lo sbaglio è pensare che possa andare in senso opposto alla contrattazione nazionale. Altro sbaglio: soffiare sul fuoco delle divergenze tra sindacati. Quelle migliaia di accordi li abbiamo fatti quasi tutti con CISL e UIL. Noi l’unità sindacale continuiamo a perseguirla».
Segni di disaffezione da parte degli iscritti?
«Non per la CGIL, che cresce, e non solo tra i pensionati».
Il mestiere del sindacalista oggi richiede altri sistemi, per essere efficace?
«E sempre stato un lavoro pragmatico. Ma deve muoversi su dei valori: che non sono solo il posto di lavoro e il salario, ma anche un’idea del potere dei lavoratori, e un’idea di giustizia. Si vede quali danni ha prodotto far scomparire gli operai dal dibattito del paese, negli ultimi dieci anni: si è svalutata l’identità del lavoro».
Anche gli operai sono cambiati, per: nell’ultimo congresso della CGIL si è accertato che da un quarto a un terzo dei vostri iscritti (secondo le aree del paese), votano centro-destra.
«Prima votavano DC… Comunque se gli operai votano Lega non è solo un problema del sindacato, ma della politica. Intendo dire che se a un operaio viene negato il riconoscimento della professionalità, può preferire identificarsi non con il suo lavoro, ma con il territorio a cui appartiene».
La CGIL ha scioperato contro la manovra finanziaria; si replica in Toscana, Piemonte e Liguria venerdì 2 luglio: per tutelare il potere d’acquisto andrebbe reintrodotta la scala mobile?
«No. Non è l’inflazione quello che riduce gli stipendi, ma il ‘fiscal-drag’ e un’ingiusta distribuzione dei profitti: la scala delle retribuzioni è passata da 1 a 200 a 1 a 500. La leva della competitività del paese si è spostata dalla svalutazione della moneta alla svalutazione del lavoro».
C’è in Italia un imprenditore che possa fare da contraltare allo stile Marchionne ?
«Abbiamo contrattato la riorganizzazione della Pirelli, per esempio, con ben altre modalità».
L’economista Tito Boeri accusa il sindacato di non aver abbastanza tutelato i lavoratori precari: fa autocritica?
«L’idea di intervenire legislativamente sul mercato del lavoro si è rivelata sbagliata: con la legge 30 si sono introdotte 40 forme contrattuali. Bisogna riaffermare il principio secondo il quale di norma il lavoro è a tempo indeterminato, e poi definire poche specificità».
Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, invece, moltiplica: vuole modificare lo Statuto dei lavoratori con uno uno Statuto dei lavori. Le sembra buona cosa?
«No: si spostano le tutele sulle tipologie di lavoro togliendole al lavoratore, che le ha in quanto tale, e non in quanto fa questo o quel mestiere. Lo Statuto, invece, è straordinariamente attuale».
Ma anche per il sindacato non è meglio un lavoro precario a nessun lavoro?
«Non se il precariato serve per sostituire posti di lavoro ordinario: la Fiat è stata la prima a cancellare i contratti a tempo determinato utilizzati in quel modo».
Resta il fatto che ai giovani l’accesso al mercato del lavoro è molto difficile.
«Sì, ma per far entrare loro non bisogna ridurre le tutele degli altri. Semmai si può pensare altro».
Cosa?
«Al posto del blocco per un anno delle pensioni, introdurre una flessibilità in uscita e destinare le risorse risparmiate a contribuire alle future pensioni dei giovani, non a tagliare la spesa corrente.
L’articolo 18 sul licenziamento continua ad attirare critiche. Prevede una nuova campagna per abolirlo?
«Mettiamo le cose in chiaro: l’articolo 18 vieta le discriminazioni, non il licenziamento. E bastano le statistiche dell’Istat a raccontare quanta gente già oggi viene espulsa dai luoghi di lavoro».
Sacconi si è offerto di mediare su Pomigliano: accettate?
«Questo governo ha lavorato piuttosto per la discriminazione e la divisione nel sindacato: se è questo lo spirito, viene nostalgia di Donat Cattin, di Giugni, di Damiano, altri ministri del Lavoro».
Lo sciopero come strumento di lotta sindacale non ha perso efficacia?
«Nessuno ha trovato altro che abbia la stessa forza, visibilità, chiarezza. E a chi ci accusa di fare oggi uno sciopero politico, dico: perché no? Chiediamo che a risanare il paese partecipino tutti, e non solo i lavoratori, come vuole Tremonti».
Il segretario della CISL Raffaele Bonanni, con cui avete marcate divisioni strategiche, si comporta come un amministratore delegato del suo sindacato. E da quella posizione tratta con Fiat. Traccia lo stile di un sindacato moderno?
«Credo che un leader sindacale non possa avere invidia sociale: rappresenta sempre i lavoratori e i pensionati. Detto questo, quando parli con un ministro o un amministratore delegato non lo fai in quanto vieni ammesso a un salotto, ma in virtù degli interessi che vuoi tutelare. Se si perde questa funzione di rappresentanza, tutto cambia segno. E credo che ai lavoratori non piaccia: sanno bene chi sono loro, e che l’impresa è l’impresa».
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Pomigliano dice “lavoro e dignità”

di Francesco Piccioni, il manifesto 24.06.2010 – http://www.ilmanifesto.it/

Venti giorni da segretario generale sono bastati per scoprirne la statura, preso com’è nel mezzo della battaglia più difficile per il mondo del lavoro da molti anni a questa parte. Maurizio Landini (nella foto), il giorno dopo il voto di Pomigliano ha molto da dire.

Voi non avevate dato indicazione di voto. Vi ha sorpreso il risultato?

E’ un elemento di sorpresa, perché eravamo in presenza di un ricatto pesantissimo sui lavoratori. Anche per questo avevamo dato indicazione di andare a votare, visto che la Fiom aveva già deciso di non firmare l’accordo. Mi ha colpito però il segnale di dignità che è stato lanciato. Anche sotto ricatto, le persone hanno detto chiaramente: non ci può essere lavoro senza diritti. Questo dovrebbe far riflettere tutti.

La nota rilasciata dalla Fiat (“andiamo avanti con chi ci sta”) cosa segnala?

Se la Fiat pensa davvero di confrontarsi solo con una parte dei sindacati, dopo il voto di oggi, lo considero un errore. Dovrebbe riflettere su quello che è successo a Pomigliano, ma anche in tutti gli altri stabilimenti del gruppo. Proprio perché è vero che siamo di fronte a una crisi senza precedenti, se davvero la Fiat ha a cuore le sorti dell’attività industriali in questo paese, dovrebbe assumersi la responsabilità di ricercare un consenso con tutte le organizzazioni sindacali. ma soprattutto di dare due messaggi: se vuole l’intelligenza delle persone nel lavoro, deve riconoscerne la dignità; la contrattazione e il confronto sono una risorsa anche per la Fiat. L’idea autoritaria di poter affrontare la crisi attrverso il comando unilaterale della condizione dei lavoro, con uno sfruttamento senza precedenti, beh, i lavoratori hanno risposto che non l’accettano. Visto che per far funzionare le aziende il consenso è decisivo, sarebbe interesse della Fiat affrontare questa crisi ricercando davvero il confronto. Riconoscendo pari dignità agli interessi in campo.

Questo referendum era un ricatto. Ma una volta “sdoganato” dalla Fiat, non sarebbe necessario prevederlo in tutte le situazioni di dissenso tra i vari sindacati?

Assolutamente sì. Qui la stranezza è che siamo in presenza di un accordo separato che viola la Costituzione, contratti e leggi. La strumentalità è emersa tutta, ma si pone comunque il problema: quando ci sono punti di vista diversi tra i sindacati, dove diventare una regola che solo i lavoratori possono decidere, votando, sulle loro condizioni di lavoro. Ho sentito diverse forze politiche dier che era importante il pronunciamento dei lavoratori. Bene: come Fiom, in questi mesi, abbiamo raccolto centinaia di migliaia di firme per una legge di iniziativa popolare che regoli il diritto di votare e decidere sugli accordi. La facciano approvare. Naturalmente, non si può votare sui diritti “indisponibili”; come la parità di salario tra uomo e donna o il diritto di sciopero.

Sacconi vede l’Italia nel Mediterraneo come motore della “quarta potenza emergente”, esplicitando l’idea della competizione al ribasso. E’ una visione che sta pesando anche nella vicenda di Pomigliano?

Quel che è emersa è la totale assenza di un’iniziativa del governo. Hanno semplicemente fatto il tifo per la Fiat. Siamo l’unico paese che in piena crisi non ha nemmeno più un ministro per lo sviluppo. Negli Stati uniti il governo ha stanziato fondi per l’investimento e il riordino del settore auto. Qui hanno dato incentivi pubblici alle imprese, ma senza mai vincolarle alla difesa dell’occupazione. Non si parla di auto elettriche, motori ecologici, una diversa politica della mobilità. C’è solo un accompagnamento dei processi. La stessa famiglia proprietaria della Fiat si impegna più nella finanza e nell’immobiliare che non nell’auto. C’è stato però un incrocio tra le scelte della Fiat e il governo, sull’idea che per poter investire in Italia bisogna cancellare la Costituzione, leggi, diritti. E’ una logica che porta all’imbarbarimento e al sottosviluppo. Se si pensa di uscire dalla crisi competendo su bassi salari e bassi diritti, non si va da nessuna parte. C’è chi sa farlo megli di noi. la lotta di Pomigliano contiene un elemento generale: pone il problema di un altra idea di sviluppo e modello sociale.

La Cgil sembra aver capito in ritardo la portata di questa sfida. A partire dallo sciopero generale di domani, è possibile che tutta l’organizzazione si muova?

Credo proprio di sì, ed è questo lo spirito con cui parteciperemo. Deve essere l’inizio di una mobilitazione e di una discussione nel paese. Pomigliano ha chiarito che siamo davanti a un bivio, al “dopo cristo”. Ma quali sono le risposte? C’è una risposta diversa da quella Fiat e che faccia di lavoro e diritti un punto di costruzione di un’altra fase? Mentre il governo blocca i salari nel pubblico impiego, nel settore privato – se passa la loro logica – viene chiesto al sindacato di farsi complice della compressione dei diritti “per uscire dalla crisi”. C’è quindi un interesse generale. Per cambiare questo quadro solo la Cgil può mettere in campo la mobilitazione necessaria. Non c’è un secondo tempo. La partita per modificare la situazione si sta giocando ora.

http://www.fiom.cgil.it/

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ANTONIO PIZZINATO: «Fiat vuole cancellare sessant’anni di storia e diritti dei lavoratori»

Antonio Pizzinato

 Di Giorgio Salvetti, il manifesto 20/06/2010

www.ilmanifesto.it/

«La vicenda di Pomigliano mette in discussione i diritti costituzionali, sessant’anni di storia delle relazioni sindacali in Italia e umilia le esigenze psicofisiche della persona che lavora». Antonio Pizzinato è stato segretario della Cgil fino al 1988. Dopo essere stato deputato del Pci e senatore del Pds ora è presidente dell’Anpi Lombardia. Ha letto con attenzione il diktat di Marchionne ed è rimasto esterrefatto. A suo giudizio è incomprensibile non solo da un punto di vista sindacale ma anche da un punto di vista aziendale.

Che cosa ti ha colpito?

L’atteggiamento della Fiat è incoerente: nel momento in cui sceglie di investire, rinnovare e organizzare un’azienda non cerca un’ipotesi di intesa, collaborazione e partecipazione con i lavoratori, ma impone un’ipotesi che non è figlia di un confronto che fa piazza pulita dei diritti e del contratto nazionale. È una scelta in contrasto con ciò che sta avvenendo in tutto il mondo. Ormai anche in Cina si tratta con i lavoratori. Lo scorso anno gli operai cinesi hanno protestato per avere le 40 ore e il presidente cinese gli ha dovuto dare ragione. Questo è l’unico modo per aumentare la produttività. Non si può innovare in nessun senso se non si tiene in considerazione la componente umana nel processo produttivo. Questo accordo, invece, prescinde dalle esigenze del lavoratore e dunque è astratto dalla realtà concreta del lavoro. È fuori dal mondo.

Spostare le pause della mensa a fine turno è così grave?

Non si può considerare chi lavora in catena come chi lavora dietro una scrivania. La modalità di produzione fordista, anche considerate tutte le possibili innovazioni, ha dei limiti fisici oggettivi. La lotta per la pausa pranzo si faceva nel 1943. Mi ricordo che la questione delle pause fu determinante nel mio primo negoziato alla Borletti, una fabbrica di macchine da cucire cui anche la Fiat era proprietaria. Erano gli anni cinquanta. Gli imprenditori di allora non erano buoni ma conoscevano e tenevano conto della realtà di lavoro in catena. Per questo trattavano con sindacati e lavoratori. Anche informalmente. Era loro interesse. A Pomigliano, invece, Fiat annulla i risultati di ogni precedente accordo per i nuovi assunti. Quei diritti non saranno di tutti i lavoratori, ma solo dei più anziani, come fossero “privilegi” personali. Ma insomma, questa fu una delle questioni dell’autunno caldo…

Se è vero che non si può fare un’azienda senza considerare la realtà del lavoratore, perché imporre un “accordo” che in questo senso sarebbe addirittura masochista?

Proprio perché prescinde dalla realtà effettiva del lavoro in fabbrica, ho il sospetto che abbia altre finalità. Si mira a risultati politici. Si vogliono scardinare i diritti costituzionali e contrattuali ottenuti in anni di relazioni sociali e sindacali. Non è un caso che alcuni punti dell’accordo di Pomigliano coincidano con alcuni emendamenti al decreto sul lavoro che Napolitano si è rifiutato di firmare rimandandolo in Parlamento. Altro che fatto eccezionale: a Pomigliano si tenta di inaugurare una “nuova” stagione nei rapporti sociali che è paragonabile solo con la politica della Fiat dei primi anni ’80. Si tratta di un grosso passo indietro.

E allora perché anche a sinistra e nella Cgil c’è chi spinge perché i lavoratori accettino il ricatto di Marchionne?

Non mi occupo di relazioni sindacali dal 1991. Ma ho la sensazione che gli imprenditori, sia le forze politiche e sociali che dovrebbero rappresentare il lavoro non ne conoscano più la realtà oggettiva. C’è stata una grande frantumazione: nello stesso posto di lavoro ci sono dipendenti di tante aziende diverse, ognuno con padroni e vertenze diverse. In realtà ci vorrebbe una situazione omogenea per tutti quelli che lavorano nello stesso posto. Questa disgregazione non è frutto dei nuovi modelli produttivi ma di “nuove” regole e norme ben precise che hanno cambiato profondamente i luoghi di lavoro. Il risultato è che i lavoratori vivono una condizione fisica, psicologica e anche relazioni personali sempre più difficili. E non solo nelle fabbriche. Così si innescano guerre tra poveri, disillusione, rassegnazione. E in queste condizioni anche le mobilitazioni sono molto più difficili da realizzare.

Se questa è la realtà, anche un pessimo accordo appare meglio di nulla. E allora che altro può fare un sindacato, o un partito?

Piuttosto che affrontare la situazione si tende a non volerla vedere. Ci si siede sullo status quo e si finisce per assecondarlo per timore di non essere sostenuti dagli stessi lavoratori di cui non si conosce più la condizione vera. Ma così si producono e si riproducono le ragioni sociali che fanno mancare questo sostegno. È solo su questa base che si può accettare il ricatto: meglio un brutto accordo che nessun accordo. È la fine delle trattative, almeno sindacali, almeno per come le ricordo io. Tutto questo è un male per i lavoratori, per i sindacati, ma anche per gli imprenditori. Invito tutti, Marchionne per primo, a rivedere la questione di Pomigliano e a modificare atteggiamento. Al di là del risultato del referendum.

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