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Città e territorio beni comuni

Cemento in aree agricole a Rimini

Alla cortese attenzione della Direttrice Patrizia Lanzetti

Con gentile preghiera di pubblicazione

 

Gentile Direttore,

nella mia breve esperienza di assessore provinciale all’urbanistica fra il 2004 e il 2006 ho sentito ripetere dagli amministratori dei comuni dell’entroterra, come una litania, la richiesta di “sbloccare” i lotti in aree agricole “per dare una casa ai figli dei contadini”. Una richiesta che, nella realtà, il più delle volte riproduce in scala i meccanismi di speculazione edilizia che generalmente si vogliono confinare all’interno delle aree urbane.

Enrico Santini, nei giorni scorsi, ha giustamente lanciato l’allarme sul cemento “divoratore” di aree agricole, sulla dissoluzione di centinaia di imprese del settore ammaliate dai più facili profitti di trasformazione immobiliare dei suoli. Santini ha perfettamente ragione nel sostenere l’importanza delle imprese agricole, con buona pace per chi sostiene l’inutilità dell’istituzione provinciale, quella di Rimini tra il 2000 e il 2005 ha ridotto di oltre 2 milioni di metri quadrati le previsioni sovrastimate dei piani comunali, previsioni che andavano a “divorare” terreno agricolo. La Provincia ha ricoperto e ricopre un ruolo di presidio fondamentale in tema di tutela del territorio e più in generale dell’ambiente e forse e proprio per questo che i propugnatori del laissez fair vorrebbero abolire sostenendo l’inutilità di questo ente che, invece, ha un ruolo evidentemente importante.

Per troppo tempo il territorio è stato ridotto a puro elemento di profitto. Su un bene collettivo come questo è imprescindibile la centralità del ruolo del soggetto pubblico, ruolo che invece si è sacrificato sull’altare della logica della contrattazione tra pubblico e privato.

Nel nostro Paese, nei nostri territori penso invece sia prioritario rovesciare questa pratica cominciando – come mi pare abbia detto il Presidente Vitali – da un rigoroso processo di messa in sicurezza del territorio. Tragedie come quella di Genova o delle Cinque Terre non sono il frutto del destino cinico e baro, bensì del malgoverno che ha lasciato mano libera agli speculatori che hanno tratto vantaggi economici enormi dalla cementificazione selvaggia e quindi dall’impermeabilizzazione dei suoli.

Si è sempre sostenuto che la cementificazione era la conseguenza di dinamiche che, giocoforza, i comuni dovevano esercitare. Infatti, per poter chiudere i propri bilanci i comuni hanno dovuto concedere cemento ai privati. Gli oneri provenienti dalle concessioni edilizie e dall’ICI erano l’unica leva che essi avevano ed hanno per poter garantire i servizi per poter redigere i bilanci in parte corrente (quella parte dove incide la spesa per servizi). Ma, se i comuni incassano cento euro dall’edificazione del territorio, ne spendono cinquecento per portare i servizi indispensabili, senza considerare poi gli interventi emergenziali. Il conto quindi, non torna e non è mai tornato!

Ritengo sia fondamentale considerare la città e il territorio come beni comuni. Città e territorio come beni comuni al centro di una nuova concezione dell’urbanistica e di una nuova coesione sociale. Una città e un territorio dove i servizi necessari sono previsti in quantità e localizzazioni adeguate aperti a tutti i cittadini.

In questo senso vorrei rivolgere un appello al Sindaco Gnassi: salvare l’unica area verde della nostra litoranea, mi riferisco a quella di via Coletti a Rivabella, al centro di tante iniziative del consigliere Fabio Pazzaglia. Quest’area si può salvare dalla cementificazione garantendo peraltro un’area verde ai cittadini di quella zona utilizzando i meccanismi di perequazione inseriti nel nuovo PSC.

Infine, un’ultima considerazione sulle “grandi opere” come il TRC o la nuova statale 16. In democrazia bisognerebbe ascoltare, discutere e trovare le soluzioni migliori e convincersene tutti, stabilire delle regole al cui interno agire tutti, la maggioranza come le minoranze, e con la possibilità di modificare i progetti che non sono scritti nella roccia. Invece di considerare i comitati come fastidiose seccature o, peggio, di non considerarli nemmeno, bisogna considerarne l’azione per quella che effettivamente è, cioè il normale, seppur scomodo, esercizio della dialettica democratica. Se, però, a prevalere sono sempre le ragioni dell’economia e della crescita economica, la sostenibilità delle scelte, l’efficienza e l’efficacia delle scelte stesse rischiano di essere vanificate.

Occorre, invece, trovare lo spazio per arrivare a scelte convinte e condivise da tutti, compresi i comitati NO – TRC o NO – Statale 16.

Cordiali saluti.

 Eugenio Pari

Coordinatore comunale SEL Rimini

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Città e territori come beni comuni.

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/17907/0/399/

Nove proposte per salvare il Belpaese

Città e territorio

 

Di Paolo Berdini, 29.10.2011

Efficace sintesi della devastazione in atto. Inarrestabile? Le cose che si possono fare per fermare il trend.MicroMega, Newsletter, 28 ottobre 2011

Dopo Tangentopoli la legislazione urbanistica è stata smantellata. Le metropoli sono diventate terreno di conquista degli speculatori. Fiumi di cemento hanno inondato i nostri territori. Ripristinare la legalità, bloccare le espansioni urbane, riqualificare le periferie, recuperare il costruito abbandonato: ecco tutto ciò che andrebbe fatto per fermare il saccheggio del territorio e delle città.

Regole e legalità cancellate

Il 1993 segna lo spartiacque per comprendere cosa è avvenuto nel territorio e nelle città. Tangentopoli aveva mostrato lo stretto intreccio tra l’urbanistica e la corruzione: a Roma e Milano, solo per fermarci alle due maggiori città, le regole venivano sistematicamente cambiate dalla politica collusa con la proprietà fondiaria e con l’affarismo.

Nulla di nuovo. Una storia iniziata nell’immediato dopoguerra:la Roma dominata dalla Società generale immobiliare,la Napoli dei tempi di Lauro, lo scandalo di Agrigento, il sacco di Palermo avevano dimostrato l’arretratezza del sistema economico che dominava le città. È stata la speculazione parassitaria a imporre il proprio dominio: dappertutto erano sorte periferie sfigurate e incivili.

Eppure in quel periodo il legislatore aveva risposto agli scandali con una serie di riforme che avevano collocato l’Italia nel panorama dei paesi virtuosi. Regole e strumenti pubblici chiari e efficaci: la legge sull’edilizia pubblica del 1962, [del 1971 e del 1978 – n.d.r.] la legge ponte del 1967,la Bucalossi del 1977,la Galasso del 1985, la legge sulle aree protette del 1991. Era stato mancato l’obiettivo di scindere in maniera definitiva il diritto di proprietà dal diritto di edificare analogamente agli altri paesi europei poiché il tentativo di riforma di Fiorentino-Sullo fallì nel 1963 per la violentissima reazione del blocco immobiliare. Ciò nonostante, la risposta agli scempi urbanistici portò a una profonda evoluzione della legislazione.

La risposta allo scandalo di Tangentopoli è stata di segno opposto: la legislazione urbanistica è stata infatti smantellata. La cultura delle regole viene sostituita dalla prassi della deroga. I piani regolatori, e cioè il quadro coerente dello sviluppo delle città, vengono sostituiti dall’urbanistica contrattata: volta per volta si decide la dimensione e i caratteri degli interventi urbani, al riparo di qualsiasi trasparenza. Conseguenza inevitabile, se si pensa che le elezioni politiche del 1994 portarono alla vittoria Silvio Berlusconi che all’interno del suo programma aveva promesso «padroni a casa propria» slogan che dà il via alla serie di leggi – mai contrastate negli anni dei governi di centro-sinistra – che avrebbero messo in crisi il governo pubblico del territorio.

Quando scompaiono le regole trionfa l’illegalità. Questo è avvenuto in molti casi, dall’attacco continuo alla magistratura al falso in bilancio alle prescrizioni facili. Ma è nelle città che il malaffare ha trionfato. Quanto emerge dall’inchiesta della magistratura su Sesto San Giovanni ne è la più chiara dimostrazione. I colloqui tra i protagonisti vertono sull’esigenza di variare le volumetrie da realizzare nell’area ex Falk da un milione a un milione e mezzo di metri cubi. Senza alcuna procedura di evidenza pubblica si regalano alla proprietà fondiaria 500 mila metri cubi: un arricchimento in termini economici di oltre 200 milioni di euro. Ammettiamo pure per assurdo che non ci sia stata alcuna tangente: il fatto grave è che attraverso l’urbanistica contrattata si alterano le regole di mercato. Altri operatori che sulla base delle scelte urbanistiche avevano deciso di investire in differenti aree vengono danneggiati e se non vogliono soccombere hanno un’unica strada: venire a patti con la politica e iniziare la contrattazione urbanistica.

Questa patologia spiega il motivo per il quale non c’è nessun operatore edilizio di altri paesi europei che investa sul mercato italiano: chi è abituato al rispetto delle regole non può avventurarsi in un far west dominato da taglieggiatori, speculatori e amministratori pubblici infedeli. Del resto, siamo il paese dei tre condoni edilizi, una vergogna sconosciuta negli altri paesi.

Le periferie più grandi e desolate d’Europa

Dopo circa vent’anni dalla sua affermazione è venuto il momento di tentare un bilancio degli effetti sulle città e sul territorio dell’urbanistica contrattata. Esso deve partire da una constatazione statistica: nel quindicennio che va dalla ripresa del mercato delle costruzioni (1995) ad oggi, un fiume di cemento e asfalto si è riversato sul paese. L’Istat ha certificato (2009) la costruzione di oltre 3 miliardi di metri cubi di cemento, una produzione edilizia imponente, molto simile per dimensioni a quella realizzata negli anni Cinquanta-Settanta quando l’Italia era investita da grandi flussi demografici e da indici di crescita economica a due cifre. La cancellazione delle regole urbane ha dunque giovato al mondo della proprietà fondiaria e delle costruzioni. Ha giovato anche alla qualità delle nostre città?

La risposta è inequivocabile. Le periferie – che rappresentano la parte preponderante delle nostre città – sono in assoluto, con alcune lodevoli eccezioni, le più brutte, disordinate e invivibili dell’intera Europa. Lo sono per le carenze dei sistemi di trasporto, per la qualità dei servizi pubblici e degli stessi edifici. I luoghi scelti per realizzare le nuove periferie hanno anche contraddetto la regola usuale della città liberale, quella cioè di espandersi in adiacenza ai precedenti tessuti, mantenendo la città compatta e minori i costi di funzionamento urbano. In ogni parte del territorio agricolo sono nati centri commerciali, nuclei abitati, residence, cittadelle del consumo: lo sprawl urbano è la caratteristica più evidente del ventennio liberista. Le città italiane nel ventennio dell’urbanistica contrattata sono diventate più estese, più disordinate, socialmente più ingiuste. La speculazione immobiliare ha fatto enormi affari. Gli altri sono stati costretti a spostarsi nelle sempre più lontane e squallide periferie.

Una gigantesca periferia senza struttura e senza relazioni: abbiamo il più basso livello di infrastrutture su ferro, il più alto numero di automobili ad abitante, con il più elevato livello di superficie urbanizzata a parità di popolazione, un consumo di suolo senza uguali nei paesi ad economia forte. Un’immensa «non città», anonima e disordinata. Una frammentazione che genera consumi energetici insostenibili, disfunzioni economiche e scarsa qualità della vita.

Verso il default urbano

Raccogliamo dunque gli effetti di processi giustificati dall’ideologia di uno «sviluppo» che oltre a lasciare macerie urbane ha anche vuotato le casse delle amministrazioni pubbliche. Paradigma di quanto è avvenuto nelle città italiane è il caso di Parma. Una città ricca, con una parte antica meravigliosa e una periferia storica bella, è stata saccheggiata dietro lo schermo dello sviluppo. Oggi Parma ha un deficit di bilancio che pesa sulle spalle delle future generazioni per 600 milioni di euro.

Del resto, la stagione delle «grandi opere» è servita soltanto al saccheggio. Dietro i concetti dell’ammodernamento del paese sono state avviate opere dannose e inutili: dal Mose al ponte di Messina; dal corridoio della Val di Susa alle emergenze della Protezione civile, è stata messa a punto una macchina perfetta che ha favorito soltanto le cricche del malaffare e dilapidato risorse pubbliche. Del resto, per collocare in un panorama più vasto le dinamiche italiane, non si deve dimenticare quanto è avvenuto in Grecia. Anche lì l’ideologia liberista ha imposto a tutti i costi lo svolgimento dei Giochi olimpici nel 2004: il deficit di bilancio accumulato per la folle sfida è stato di 20 miliardi di euro dilapidati in cattedrali nel deserto, poco meno di un decimo del debito che sta collassando quella nazione.

Se si mettono queste caratteristiche del territorio in relazione con la crisi economica e finanziaria che sta colpendo sempre più intensamente il paese e che provocherà un’inevitabile diminuzione delle capacità di spesa delle amministrazioni pubbliche, gli interrogativi sul futuro delle nostre città si fanno allarmanti. Non avremo risorse per portare i servizi nel territorio diffuso e – ciò che in prospettiva è più importante – non potremo competere con i livelli di efficienza delle città europee, con la qualità dei servizi erogati ai cittadini, con la loro capacità di fare rete – e richiamare investimenti privati – proprio in virtù dell’alto livello di funzionalità.

Viaggiamo verso una prospettiva insostenibile. Nella crisi globale una struttura forte del territorio è un potente fattore di traino di nuove attività: territori a bassa densità non sono invece in grado di competere con i livelli di concentrazione di servizio esistenti nelle città del mondo.La Comunità

europea prevede che nel 2020 l’80 per cento della popolazione degli Stati membri vivrà in ambiente urbano. La sfida per la ripresa economica passa dunque per le città e l’Italia è la cenerentola rispetto ai paesi, che anche in questi anni di liberismo non hanno abbandonato la cultura del governo delle città.

Abbiamo minato le stesse basi per una nuova fase di sviluppo e per tentare di colmare la distanza dobbiamo essere in grado di rendere concrete due condizioni: bloccare per sempre le espansioni urbane perché è un costo che non possiamo permetterci più e investire risorse pubbliche per migliorare le città. Assistiamo purtroppo a una rincorsa bipartisan a espandere ancora le città e a impoverirle cancellando il welfare urbano, i trasporti,fino a ipotizzare di svendere i monumenti.

È come se una banda di malfattori si fosse impadronita del paese. Continua infatti l’assalto alle coste marine ancora integre. Dalla Sardegna alla Sicilia l’unico motore di sviluppo è il cemento. Assistiamo poi a un altro assalto all’integrità dei luoghi condotto mediante nuovi mostri giuridici come i «piani casa» (nel Lazio si deroga perfino per le aree ricomprese nei parchi) o le «zone a burocrazia zero» volute dal ministro Tremonti con le quali si possono superare anche i vincoli paesaggistici che hanno rilevanza costituzionale sulla scorta dell’articolo 9. Salvatore Settis ha lanciato l’allarme sul rischio della definitiva cancellazione dei paesaggi storici italiani.

Se a questo si aggiunge ancora che – deroghe a parte – i vigenti piani regolatori prevedono espansioni illimitate (solo i recenti piani di Roma e Milano prevedono un incremento di 120 milioni di metri cubi di cemento, e cioè un milione di nuovi abitanti in due città che perdono popolazione da circa trenta anni!) c’è davvero da preoccuparsi. Occorre interrompere questa folle corsa alla distruzione del paese.

Le città e il territorio sono beni comuni

Solo in base a nuovi princìpi giuridici si potrà fermare il saccheggio del territorio e delle città. È necessario un nuovo paradigma e, se finora lo sviluppo delle città e del territorio ha favorito la speculazione immobiliare e il mondo delle imprese colluse con la politica, è venuto il momento di riportare i destini delle città e del territorio nelle mani delle popolazioni insediate. Occorre affermare che il territorio, le città e le risorse naturali che consentono la vita insediativa sono beni comuni non negoziabili. Le istituzioni pubbliche, attraverso le forme della partecipazione attiva della popolazione, ne sono i custodi e i garanti nel quadro delle specifiche competenze. È questo il pilastro su cui deve essere rifondato il governo del territorio. I beni comuni non possono essere trasformati in funzione dell’esclusivo tornaconto dei proprietari degli immobili ma ogni mutamento deve essere deciso dalle amministrazioni pubbliche attraverso forme di partecipazione delle comunità insediate, specie in questo periodo di scarse risorse economiche.

Il principio generale si completa con due corollari. In primo luogo occorre conoscere quanto è avvenuto. Finora non ci sono dati ufficiali su quante abitazioni sono state costruite e quante sono invendute, quante aree industriali sono dismesse, quante aree urbane sono prive delle più elementari opere di urbanizzazione. Per completare il quadro conoscitivo è necessario applicare un anno di moratoria edilizia in cui sono consentiti soltanto gli interventi in corso, quelli di recupero e ristrutturazione di edifici esistenti ma è preclusa ogni urbanizzazione di terreni agricoli. Una sorta di simmetria con l’anno di sospensione dell’entrata in vigore della «legge ponte» che la proprietà immobiliare impose e che servì per compiere alcuni dei più gravi misfatti che deturpano ancora oggi il territorio.

Il secondo corollario riguarda il fatto che su ogni opera di rilevanza territoriale, da un nuovo centro commerciale a una grande opera, è la popolazione insediata che deve esprimersi attraverso le mature forme di partecipazione, e cioè i referendum confermativi. Visto che le regole sono state infrante, occorre ricostruirle a partire da un nuovo protagonismo: quello dei custodi del bene comune, i cittadini.

Insieme al nuovo principio su cui deve rifondarsi il governo del territorio e delle città, è poi urgente definire le principali linee di azione da intraprendere per una nuova forma di governo. Lo faremo individuando nove fondamentali provvedimenti.

Le politiche individuate hanno bisogno di investimenti pubblici. Una prassi normale nella storia delle città: esse sono infatti luoghi pubblici per eccellenza e la loro evoluzione è stata sempre alimentata dalla lungimiranza di coloro che la governavano. Oggi non si investe più perché «non ci sono più soldi». Una menzogna vergognosa. Non passa giorno in cui non apprendiamo scandali e ruberie compiuti ai danni del territorio e dell’ambiente. È purtroppo vero che le risorse pubbliche vengono spese per opere inutili, per alimentare un sistema di potere che sfugge ormai al controllo democratico. La spesa pubblica per i provvedimenti contenuti in questo elenco serve per favorire la ricerca tecnologica e nuove produzioni, per rendere le città più vivibili. È un investimento per il futuro del paese e delle giovani generazioni.

 

  1. Chiudere la fase dell’espansione urbana. È preminente interesse pubblico bloccare la corsa all’ulteriore espansione delle città e ridurre a zero il consumo di suolo ai fini insediativi e il mantenimento della parte naturale che è il luogo della biodiversità. Alcune normative regionali hanno già stabilito che nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali devono essere consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riuso e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti. La norma di principio valida su tutto il territorio nazionale potrebbe affermare ad esempio che «la realizzazione di nuovi insediamenti di tipo urbano o ampliamenti di quelli esistenti, ovvero nuovi elementi infrastrutturali, nonché attrezzature puntuali può essere definita ammissibile soltanto ove non sussistano alternative di riuso e di riorganizzazione degli insediamenti, delle infrastrutture o delle attrezzature esistenti». L’esperienza ci insegna però che una simile norma non ha da sola la forza per fermare l’espansione urbana. Sono troppe le deroghe che consentono il nascere di nuovi insediamenti. L’efficacia della norma può essere resa stringente recuperando una proposta che da tempo Italia Nostra propugna, quella di inserire le aree agricole all’interno delle categorie dei beni tutelati ai fini paesaggistici dalla legge Galasso. Si dovrà dunque aggiungere al codice dei Beni culturali e paesaggistici (decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) un comma che afferma: «Il territorio agricolo è vincolato come bene paesaggistico» in modo che sia conseguentemente sottoposto alla tutela dei piani paesaggistici. Un piccolo e combattivo nucleo di sindaci ha dato vita al movimento «Stop al consumo di suolo», dimostrando che sono i cittadini a chiedere che le città non crescano più: si tratta di estendere all’intero paese ciò che è già in movimento.
  2.  Il territorio del lavoro. I suoli agricoli sottratti alla monocultura del mattone e dell’asfalto possono fornire una prospettiva produttiva. Ai fini di una lungimirante gestione del territorio nazionale, infatti, si deve recuperare un uso agricolo consapevole, puntare sulla qualità del prodotto, sulla riconversione biologica, sulla filiera corta. Un tema decisivo per il futuro economico del paese, una prospettiva che comporta la possibilità di integrazioni di reddito, la riscoperta delle radici culturali e della qualità del cibo. L’avvio di nuove politiche sarebbe di grande importanza perché i territori collinari e montani si stanno spopolando sempre più velocemente, con gravi rischi sulla stessa stabilità geologica dei versanti. Compito delle autorità pubbliche è riattivare il tessuto sociale dell’Italia «marginale». Un solo esempio: i terreni abbandonati costano poco sul mercato immobiliare e le amministrazioni pubbliche potrebbero dunque inserirsi come operatori attivi e acquisire estese porzioni di territori da affidare poi alle comunità locali. Non sarebbe questa una spesa pubblica «classica», improduttiva. È al contrario un modo intelligente di investire sul futuro del paese, utilizzando ad esempio le risorse liberate attraverso la vendita delle proprietà pubbliche non indispensabili.
  3.  Pareggio di bilancio dei conti pubblici a carico della rendita parassitaria. Il blocco delle espansioni urbane porterebbe un consistente riequilibrio dei bilanci pubblici. Si spendono ingenti risorse per inseguire e raggiungere tutti i frammenti delle espansioni urbane nati recentemente. A carico della collettività resta infatti il pesante compito di realizzare le strade e le infrastrutture energetiche, di garantire i servizi pubblici, i trasporti e la quotidiana gestione dei quartieri. Questi oneri sono ormai insostenibili poiché la crisi economica ha ridotto le capacità di spesa delle amministrazioni. Si deve dunque stabilire il principio che ogni attività di trasformazione urbanistica presuppone l’esistenza o la preliminare realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale, a iniziare dalle reti di trasporto su ferro. A carico del privato vanno anche tutte le spese di mantenimento e di gestione dei nuovi insediamenti: è ora di chiudere il rubinetto che prosciuga le casse dello Stato. In questo modo si possono cancellare le folli previsioni dei piani regolatori comunali. Se vogliamo davvero cambiare le città non possiamo consentire che si costruisca in luoghi privi di sistemi di trasporto non inquinante. I cittadini hanno il diritto, come in ogni altro paese europeo, di vivere in modo civile e non essere costretti a passare molte ore al giorno in spostamenti in automobile. È ora che gli attori edilizi si facciano carico della realizzazione delle infrastrutture, interrompendo il comodo gioco di scaricarne i costi sulle amministrazioni pubbliche che non sono più in grado di farsene carico. Stesso ragionamento vale nel campo dell’erogazione dei pubblici servizi dove si sperpera un altro fiume di risorse economiche attraverso un impressionante numero di società di scopo. In nome dell’ideologia della presunta «efficienza», ad esempio, a Parma sono state create 34 società partecipate per gestire compiti ordinari come erogare l’acqua. Anche nell’area bolognese e in molte altre città i servizi pubblici sono gestiti da un numero imponente di società. Presidenze, consigli di amministrazione, consulenti d’oro che riportano docilmente i soldi ai decisori politici. In questa stessa ottica di recupero di risorse economiche deve essere sottoposto a radicale revisione il paradigma della svendita del patrimonio pubblico così di moda nei circoli della finanza internazionale e dei politicanti nostrani. Nulla in contrario: proprietà pubbliche non utilizzate per il soddisfacimento delle esigenze collettive possano essere poste in vendita. Ma ciò deve in primo luogo escludere i beni culturali poiché un paese che guarda al futuro non vende le sue radici. In secondo luogo deve avvenire soltanto dopo aver coinvolto le popolazioni locali, poiché quel patrimonio appartiene a loro, e dopo aver verificato che quegli immobili da vendere non possano servire per abbattere il flusso delle risorse pubbliche spese per pagare affitti di uffici pubblici alla grande proprietà immobiliare. A Roma, ad esempio, importanti istituzioni – ad iniziare dal parlamento – pagano canoni altissimi a immobiliaristi e faccendieri anche se esistono ancora grandi edifici pubblici localizzati in posizione centrale. Invece di svenderli, potrebbero essere riutilizzati al posto di quelli per i quali si pagano i canoni di affitto. Un altro eloquente esempio riguarda lo stesso ministero dell’Economia guidato da Giulio Tremonti, e cioè l’istituzione che più di ogni altra dovrebbe perseguire una rigorosa politica di risparmio. La sede del ministero ubicata a ridosso del laghetto dell’Eur è stata di recente dismessa e venduta per consentire l’ennesima speculazione immobiliare. Le strutture lavorative prima concentrate sono state smembrate e ora sono localizzate in due immobili tra loro distanti. Paghiamo i costi del disservizio e lauti canoni di affitto a grandi società immobiliari: lo Stato svende e il privato ci guadagna.
  4.  Il diritto all’abitare. Occorre pertanto invertire questo meccanismo perverso: la vendita degli immobili pubblici deve essere decisa dalla collettività dopo attenta verifica della loro potenzialità di essere riutilizzati per fini istituzionali o per risolvere i fabbisogni abitativi. La grande produzione edilizia di questi anni non ha infatti risolto il problema delle abitazioni. Sono centinaia di migliaia le famiglie che non hanno casa o vivono in abitazioni improprie. Nelle grandi città italiane esistono oltre 300 mila abitazioni nuove invendute. Ciononostante, i valori economici degli immobili hanno subìto un’impennata provocando l’espulsione dalle zone centrali delle città di un numero enorme di famiglie a medio e basso reddito. Una nuova legge «sull’abitare», e cioè sul diritto di tutti non soltanto ad avere un tetto, ma anche ad avere una città efficiente e accogliente è un altro fondamentale tassello del programma di governo. Anche in questo settore va affermato un nuovo principio: a tutti i cittadini sono garantiti i diritti fondamentali all’abitazione, ai servizi, alla mobilità, al godimento sociale del patrimonio culturale, alla dignità umana. La legislazione dello Stato determina le quantità minime di dotazioni di opere di urbanizzazione, di spazi per servizi pubblici, e la fruizione collettiva e per l’edilizia sociale, nonché i requisiti inderogabili di tali dotazioni.
  5. Le radici culturali da conservare. Nel delirio della cancellazione delle regole, si è tentato perfino di aggredire le radici della nostra storia urbana, i centri antichi. Nel cosiddetto «piano casa» berlusconiano si alludeva infatti anche alla possibilità di trasformare le tipologie presenti nei centri storici e continuamente si tenta di forzare le norme esistenti. Converrà dunque ribadire con una legge ad hoc che gli insediamenti storici non possono essere manomessi, ma conservati gelosamente per le future generazioni. In forza della competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela dei beni culturali dovranno essere vincolati ope legis gli insediamenti urbani storici e le strutture insediative storiche non urbane; le unità edilizie e gli spazi scoperti, i siti in qualsiasi altra parte del territorio, aventi riconoscibili e significative caratteristiche strutturali, tipologiche e formali. Le radici culturali delle città e dei territori non possono essere modificate. 
  6. Periferie da rendere belle. Se da un lato si chiude la fase della crescita urbana, il governo delle città deve essere in grado di dare sbocchi concreti a un comparto produttivo che rappresenta comunque una percentuale importante del sistema produttivo italiano. In tal senso devono essere facilitate e avviate a trasformazione tutte quelle aree urbane che hanno bisogno di riqualificazione urbanistica. Si tratta dei tessuti abusivi ancora oggi privi dei requisiti minimi di civiltà e vivibilità (marciapiedi pedonali, piazze e servizi pubblici) e dei tessuti produttivi dismessi: è questo un patrimonio volumetrico imponente che potrebbe rappresentare – in una chiave sistematica – la chiave di volta di una riqualificazione urbana. In tal senso va varato un provvedimento legislativo «quadro» (la materia urbanistica è «concorrente» tra Stato e Regioni ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e lo Stato deve limitarsi alla definizione di norme quadro) che incentivi attraverso aiuti economici, fiscali e procedurali il rinnovo urbano e la creazione di periferie belle.
  7. La riconversione tecnologica ed ecologica delle città. I provvedimenti fin qui elencati appartengono a un orizzonte che potremmo definire «tradizionale», nel senso che fa i conti con la crisi urbana ma non tiene conto della necessità sempre più impellente della riconversione ecologica delle aree urbane, del risparmio energetico, del cambiamento climatico in atto. Abbiamo edifici e città energivore: puntare al risparmio energetico serve a mettere in moto un gigantesco volano di ricerca, produzione e occupazione superiore a qualsiasi altro investimento nelle cosiddette «grandi opere». Anche qui alcune esperienze già sono in campo. Il progetto «casa clima» delle provincie di Trento e Bolzano ha dimostrato di aver saputo essere volano di interventi di sostituzione edilizia e di risparmio energetico. Occorre però definire un provvedimento legislativo che aggredisca la questione urbana in maniera complessiva, dalla produzione energetica, ai sistemi di illuminazione fino alla forestazione urbana, definendo politiche efficaci e finanziando, anche attraverso forme di sgravio fiscale, l’evoluzione energetica delle città. Occorre aprire una fase di profonda e radicale innovazione tecnologica delle città e del territorio in grado di far tesoro del patrimonio di innovazione, di ricerca e di produzione che in altri paesi è ormai una solida realtà produttiva. Come è noto i nostri sistemi di trasporto urbano sono tra i più antiquati e inquinanti. Esistono invece infiniti esempi di sperimentazioni e attuazione di sistemi a impatto energetico e ambientale ridotto (tramvie, filovie, reti ciclabili integrate con i nodi del trasporto pubblico). È il caso di sottolineare che si dovrà interrompere il consumo di suolo agricolo che oggi viene alimentato da progetti di fonti energetiche alternative. Troppe aggressioni al paesaggio collinare dell’Italia sono già state compiute: discutibili impianti eolici e pannelli fotovoltaici deturpano paesaggi storici, si pensi soltanto al caso di Sepino. Nel futuro le fonti energetiche di nuova concezione devono trovare spazio nelle aree già compromesse lasciando intatti i territori aperti. Va infine superata l’arretratezza dei sistemi di smaltimento dei rifiuti urbani. Basta guardare all’Europa dove sono diventati un volano economico. A parte poche aree virtuose, siamo il paese delle discariche in cui viene sepolto tutto, compresi i materiali riciclabili, e di quelle abusive gestite dal circuito della criminalità organizzata. Il ciclo dello smaltimento dei rifiuti urbani deve invece diventare un elemento connotativo di politiche di risanamento ambientale e di innovazione delle filiere produttive. 
  8. Territori sicuri. Antonio Cederna poneva sullo stesso piano la tutela dell’integrità culturale delle città e la salvaguardia dell’integrità fisica dei territori. Siamo un paese ad alta fragilità geologica e abbiamo ogni anno un numero impressionante di frane. Tragedie che coinvolgono intere comunità locali e distruggono interi territori. Meglio prevenire che intervenire su emergenze senza fine. Una nuova politica di gestione del territorio passa prioritariamente per la sua messa in sicurezza, per il potenziamento dell’Ufficio geologico centrale (oggi lasciato nell’oblio); nella redazione della carta geologica nazionale che ancora non vede colpevolmente la luce; nell’avvio di politiche di regimazione dei corsi d’acqua. Piccole opere preziose invece di grandi, inutili cattedrali nel deserto.
  9. Il ripristino della legalità. È del tutto evidente che per essere efficace, le nuove norme in materia di governo del territorio devono essere perfezionate con l’abrogazione delle normative derogatorie. In ordine di importanza devono essere cancellati l’accordo di programma, e cioè il grimaldello che scardina le procedure urbanistiche ordinarie, e la strumentazione d’emergenza sperimentata in questi anni dai «galantuomini» della Protezione civile, i «piani casa», le zone a burocrazia zero, le compensazioni urbanistiche e quelle ambientali. Scorciatoie che servono soltanto a nascondere il saccheggio. E in tema di legalità un discorso particolare merita l’esigenza di bonificare i troppi siti inquinati esistenti sul territorio nazionale. È un problema che investe sia il Nord, che riutilizza i suoli precedentemente produttivi senza le necessarie bonifiche (come ad esempio a Santa Giulia a Milano), sia il Meridione, in cui il circuito dei rifiuti gestito dalla malavita organizzata ha riversato sul territorio ogni tipo di veleno. Un paese civile non può continuare ad abbandonare intere popolazioni al rischio di morbilità o di malattie ereditarie. Ripristinare la legalità serve alla salute di un paese smarrito
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No alla sicurezza delegata all’associazionismo

Rimini, 17.09.2011
Di Eugenio Pari
 
Pur prendendo per buone le intenzioni espresse dal Sindaco di Rimini, cioè che non si vogliano creare delle ronde, la proposta di coinvolgere associazioni, senza capire a quale titolo e con quali funzioni, in azioni di presidio della città non è condivisibile.
Io credo che la priorità non sia certo quella di mandare per strada dei cittadini emulando la Lega Nord, bensì riuscire a proteggere le famiglie dalla mancanza di lavoro e da quello che viene tolto, come nel caso dell’SCM dove l’Amministrazione comunale, invece, ha brillato per il proprio silenzio.
La sicurezza dei cittadini è importante, ma è ancora più importante riuscire a garantire i servizi sociali che determinano la coesione sociale, invece si procede a tagli e laddove pare si producano risparmi come nel caso di Capodanno essi non servono a rifinanziare il sociale, riteniamo indispensabile, come d’altra parte è stato richiesto dalla piazza in occasione dello sciopero generale, non smantellare né privatizzare il welfare locale.
Penso che non si possa parlare di sicurezza se non si fa riferimento al tema della legalità quando asstiamo a centinaia di episodi di mancato rispetto delle norme sul lavoro e di evasione fiscale.
Il tema della sicurezza inteso solo come elemento di ordine pubblico e non coniugato, invece, con il tema sociale, non servirà certo a far dormire sonni tranquilli ai riminesi perché ciò che ci preoccupa maggiormente è riuscire a trovare nelle istituzioni, fra queste soprattutto il Comune, una protezione dai pesantissimi effetti della crisi.
Se le premesse non fossero queste ritengo che il nostro Consigliere Fabio Pazzaglia abbia fatto benissimo a votare contro al Programma di mandato approvato dal Consiglio lo scorso 4 agosto.

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Il 15 e 16 maggio il tuo voto per una Rimini migliore.

Eugenio Pari

Che cosa significa voto utile? Utile per chi? Utile per fare cosa?

È utile innanzitutto il voto che offre alla città un governo serio, credibile, capace di cambiare, tra le molte cose che non vanno, prima di tutto: il sistema consociativo dove la politica e gli affari si mescolano nella gestione della cosa pubblica.

È utile il voto dato a chi in questi dieci anni di esperienza e di impegno nel Consiglio comunale di Rimini si è battuto con coerenza: per i diritti di tutti a cominciare dalla scuola pubblica e dalle politiche sociali; per una gestione non affaristica del territorio; per la cultura e l’ambiente al centro di una nuova idea di sviluppo; per i diritti di chi lavora e contro ogni precarietà; per la partecipazione e la democrazia.

È utile il voto dato a chi si impegna per cambiare la politica e il modo di governare Rimini senza dire che “sono tutti uguali”, che “la destra è uguale alla sinistra”. Perché nessun governo di centrosinistra ha mai portato l’Italia ad un punto così basso della sua storia politica, sociale e morale.

Siamo la sinistra più coerente e rigorosa. Per un nuovo governo della città è indispensabile il nostro contributo.

VOTA SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’, ESPRIMI LA TUA PREFERENZA AD EUGENIO PARI CON FABIO PAZZAGLIA SINDACO

Si vota così: fai la croce sul simbolo e scrivi PARI

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Battaglia dentro SEL: i vertici regionali negano il simbolo a Pazzaglia

Fabio Pazzaglia rischia di correre come candidato sindaco di Rimini senza il simbolo di Sinistra Ecologia e Libertà. I vertici regionali del partito vorrebbero sostenere Gnassi sin dal primo turno. Il direttivo riminese: “E’ un sopruso”.

RIMINI, 28 marzo 2011
Giorni di tensione nella sede riminese di Sinistra Ecologia e Libertà. Il comitato regionale minaccia di non concedere il simbolo del partito per la campagna elettorale di Fabio Pazzaglia, l’ex consigliere comunale del PD (oggi senza tessera) scelto all’unanimità come candidato sindaco dai 45 iscritti al circolo riminese.
“Noi rivendichiamo il diritto di utilizzare il simbolo di Sinistra Ecologia e Libertà – spiega il coordinatore di Sel Rimini, Paolo Severi – perchè Pazzaglia è stato scelto con procedure assolutamente trasparenti e corrette, in linea con lo statuto e con l’approvazione del coordinatore provinciale”.

Fabio Pazzaglia

Secondo Jader Viroli e Giorgio Giovagnoli, dietro il veto sul simbolo non c’è nessuna ragione di statuto, ma pressioni molto insistenti da parte dei vertici regionali del PD (Bonaccini in testa) perchè SEL sostenga Gnassi sin dal primo turno.
Un’alleanza che i vendoliani riminesi, quasi tutti fuoriusciti dal Pd, vorrebbero prendere in considerazione solo per il ballottaggio, e a condizioni ben precise.
“Abbiamo scelto di correre da soli perchè in questi anni abbiamo avuto scontri molto duri con il Pd su temi che riteniamo fondamentali per Rimini, come l’urbanizzazione e i servizi sociali” spiega il capogruppo in consiglio comunale Eugenio Pari. “Questioni che non si risolvono con l’offerta di poltrone in Comune e Provincia, o con accordi per entrare in giunta in altre città emiliane”.
“In caso di ballottaggio – spiega Pazzaglia – tratteremmo con il Pd per un’alleanza. Ma se raccoglieremo molti voti, punti come l’urbanistica, il welfare, l’ambiente e la partecipazione non saranno negoziabili”.
La decisione sul simbolo verrà presa mercoledì a Roma da Nichi Vendola. I riminesi sperano che si trovi una soluzione come a Napoli e Rovigo, ma in caso di rifiuto annunciano una convocazione immediata di tutti gli iscritti.
“Sarebbe un errore gravissimo, che metterebbe fine all’esperienza di Sel a Rimini” ha detto Viroli. “Potrebbe uscirne uno scandalo nazionale” gli fa eco Giovagnoli.
Di certo, Pazzaglia non ritirerebbe la sua candidatura: “Io vado avanti in ogni caso con il sostegno della lista civica Fare Comune – ha detto, – poi saranno gli iscritti a Sel a decidere se e come sostenermi”.

(Newsrimini)

La lettera di Sel Rimini agli organismi di garanzia regionale e nazionale

Alla attenzione:
Organismo di garanzia della Regione Emilia Romagna
Organismo di garanzia Nazionale

Oggetto: richiesta di informazioni e segnalazione

Cari compagni,
con la presente siamo a chiedere informazioni in merito alla decisione presa dal Circolo di Rimini di presentarsi alle elezioni Amministrative del 15/16 Maggio del 2011, con una coalizione per un altro centro/sinistra, cioè fuori dalla coalizione con il PD.
Poiché tutto il quadro politico riminese è consapevole che nessuno vincerà al primo turno è evidente che al secondo turno si convergerebbe sul candidato che risultasse più votato del centro/sinistra, previo accordo sulle proposte di programma che verranno avanzate dal Circolo di Rimini e dal candidato Sindaco Fabio Pazzaglia.

PREMESSO CHE

1. Questa decisione è stata presa alla unanimità dalla Assemblea del Circolo e dall’Organismo Dirigente e ribadita da tutti gli interventi (20 circa) nel corso di una Assemblea degli iscritti svoltasi in data 16 Marzo 2011 alla presenza del Responsabile Nazionale Enti Locali Paolo Cento, nonché ribadita ripetutamente in colloqui ed incontri con il coordinatore regionale Giovanni Paglia e sulla stampa locale.
2. Nonostante questa decisione, il coordinatore regionale Giovanni Paglia insiste chiedendo che SEL di Rimini annulli questo percorso paventando, sia sulla stampa locale che in coordinamenti allargati, la possibilità di non concedere (qualora ne abbia la facoltà) l’utilizzo del simbolo elettorale di SEL al Circolo di Rimini.
3. La decisione assunta dal Circolo di Rimini rispetta le norme previste dallo Statuto del Partito nella parte in cui stabilisce che i Circoli Territoriali sono autonomi nella loro decisione. Statuto che è vigente ed il sottoscritto ha già chiesto informazioni adeguate sia all’organismo regionale di garanzia del Partito che all’organismo nazionale di garanzia su quale sia lo Statuto vigente, che è a tutti gli effetti quello approvato a Firenze nell’ottobre del 2010 (sebbene in via di definizione)
4. L’articolo 7 dello statuto stabilisce che la lista da presentarsi alle elezioni è votata dalla assemblea del Circolo
5. Sulla stampa locale escono articoli (se ne allegano alcuni) il cui tenore consiste nell’evidenziare una faida in corso tra organismi dirigenti di SEL
6. L’opinione pubblica locale di sinistra, che si appresta a sostenere il candidato Sindaco Fabio Pazzaglia è, da una parte, fortemente allarmata da questa situazione incomprensibile, ma dall’altra, conferma tutta la sua fiducia al nostro Candidato Sindaco che a questo punto andrà avanti, in ogni caso da solo anche senza di noi, tentando di cogliere un successo che questa campagna di stampa e di pressioni praticamente gli regala.

CHIEDIAMO QUANTO SEGUE

7. Se il circolo di SEL Rimini abbia commesso qualche violazione statutaria nel prendere questa decisione, che non solo non danneggia il centro/sinistra nel suo complesso ma proprio in forza di una autonoma presentazione fuori dalla coalizione al primo turno, tenderà a raccogliere un ampio consenso di disaffezione dal voto per poi ricondurlo nell’alveo della responsabilità al secondo turno. Si ricorda a questo proposito che la sovrana assemblea degli iscritti di SEL di Napoli ha deciso proprio in base alla libertà e autonomia dei circoli quale candidato sostenere a Napoli.

8. Quali sono le modalità di assegnazione del simbolo di SEL e quale percorso compie per giungere alle Federazioni e successivamente ai Circoli e se vi sia una reale possibilità di mancata concessione (nel caso questo sia possibile) e con quali legittime motivazioni.

9. Chiediamo inoltre se le reiterate minacce di non concedere il simbolo al Circolo di Rimini manifestate in più occasioni dal Coordinatore Regionale siano legittime o violino l’autonomia del nostro Circolo.

Poiché mancano pochi giorni alla presentazione della lista, che deve essere procedute dalla raccolta delle firme, si fa presente che non c’è più molto tempo per attendere una decisione in merito per cui chiedo, a nome dell’Organo di Garanzia del Circolo di Rimini, di ricevere con urgenza una risposta ai quesiti posti.
Ringrazio per l’attenzione ed in attesa di un riscontro urgentissimo vi invio i miei più fraterni saluti.

Jader Viroli
Presidente dell’Organismo di garanzia del Circolo di Rimini di Sel

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L’OSTRUZIONISMO DEL PDL E’ SOLO UTILE AI COSTRUTTORI. QUESTO PSC E’ IL RISULTATO DELLE LORO PRESSIONI

DICHIARAZIONE DEI CONSIGLIERI PARI, PAZZAGLIA E GIOVAGNOLI

Rimini, 11 marzo 2011

La strategia ostruzionistica del Pdl è irresponsabile e del tutto infruttuosa dal punto di vista della correzione migliorativa del PSC.

Per accorgersi di questo basta semplicemente leggere le dichiarazioni dei costruttori, il Pdl non vuole affatto tutelare gli interessi collettivi cittadini riminesi, vuole solo rappresentare e tentare di accattivarsi le simpatie degli imprenditori edili. Le 17 sedute del Consiglio comunale per espletare gli inutili 1400 emendamenti grazie al Pdl costeranno alla cittadinanza riminese 90 mila euro circa.

La disinformazione del Presidente dei costruttori è strabiliante, egli parla di una città bloccata nell’espansione urbanistica quando solo i piani particolareggiati del periodo 2007 al 2010 posti in salvaguardia determineranno un’edificazione di 300 mila metri quadrati. Parlare di città ingessata è un’offesa verso tutte quelle persone che nonostante le migliaia di appartamenti tenuti sfitti per mantenere alti i prezzi delle case, quindi dell’acquisto e degli affitti, si vedono impossibilitati all’accesso al diritto fondamentale alla casa. Per i costruttori riminesi la crisi non c’è, questo è dimostrato dalle performances economiche e dai profitti raggiunti che li proiettano in cima al vertice nazionale del settore.

In questi ultimi dodici anni Rimini è stata la città in Emilia Romagna dove più si è costruito, nonostante questo è la terza città in Italia con i costi più alti per l’acquisto e gli affitti degli immobili. È facile quindi capire chi si sia avvantaggiato speculando su questa situazione e il Pdl vuole continuare a difendere questo status quo. Mentre il Pd cerca di dare delle risposte ampliando le maglie e venendo meno ad uno dei cardini del PSC: nuove costruzioni solo nel caso non sussistano possibilità di riuso del tessuto urbano esistente.

A chi ci chiede perché non abbiamo presentato anche noi centinaia di emendamenti rispondiamo dicendo che le nostre proposte (restrizione dei periodi di salvaguardia e politiche di risparmio energetico) vanno al cuore di aspetti essenziali, ma soprattutto che il Piano Strutturale (PSC) sarà utile alla città se non avrà al suo interno una specie di “cavallo di troia” dei piani particolareggiati che ne svuota l’efficacia. La proposta che è stata presentata, allo stato, purtroppo, rappresenta solo il tentativo di rispondere alle pressioni dei costruttori e di pochi privati.

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EUGENIO PARI SU PSC “ARGINARE L’ENORME ESPANSIONE EDILIZIA”

Ho presentato insieme al collega Giovagnoli e al nostro candidato sindaco Fabio Pazzaglia un emendamento per arginare l’enorme espansione edilizia dovuta all’applicazione di 31 piani particolareggiati.

All’art. 1.13 comma 6 il PSC prevede che sono fatti salvi tutti i piani che hanno terminato il loro iter entro il 01.07.2010 (data di chiusura della conferenza di pianificazione) questa scelta, come confermato dall’Assessore Biagini non ha nulla di tecnico, non è nemmeno un obbligo di legge, è solamente una “scelta politica”, una scelta che amplia le maglie e consente una espansione sovrastimata anche rispetto all’attuale PRG. Noi proponiamo di salvaguardare l’impianto del PSC che prevede nuove costruzioni solo come extrema ratio presentando un emendamento che chiude il periodo di salvaguardia al 03.05.2007 che è la data in cui il Consiglio comunale ha approvato le linee di indirizzo. Questo emendamento oltre che ribadire un semplice elemento di rispetto verso gli organismi democraticamente eletti come il Consiglio, permetterebbe di riconsiderare l’opportunità di costruire 74 mila mq di residenziale, 165 mila di produttivo e 49 mila di direzionale-commerciale.

Ora, se davvero il Pd intende cambiare rotta sulle politiche urbanistiche privilegiando il recupero  del tessuto esistente rispetto all’espansione edilizia, come mi pare abbia detto il candidato sindaco Gnassi, c’è da attendersi un atto di coerenza con un voto favorevole al nostro emendamento. Altrimenti, i loro saranno solo proclami elettorali e la ventata del candidato Gnassi non avrà nulla di nuovo perchè il suo sarà solo continuismo con politiche che negli ultimi dieci anni hanno fatto leva sull’incentivo della rendita immobiliare nonostante i suoi sforzi per disconoscere e allontanarsi dalle politiche della giunta Ravaioli – Melucci.

Il nostro emendamento non tende semplicemente a stralciare quasi 300 mila mq di nuove costruzioni, il nostro emendamento vorrebbe riconsiderarle, pensando a quelle che sono opportune, perché se il PSC viene approvato con la formulazione attuale dell’art. 1.13 di fatto viene sconfessato ancor prima di entrare in vigore e viene svilito l’elemento più importante: la costruzione di nuove edificazioni qualora non sussistano alternative al riuso del tessuto urbano esistente (art. 3 l.r. 20/2000).

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Sondaggio su elezioni comunali prossimo maggio a Rimini

Sondaggio EMG del 13 febbraio 2010 sulle intenzioni di voto in vista delle elezioni comunali del prossimo maggio a Rimini

 

INTENZIONI DI VOTO
Candidato %candidato Liste e % liste Tot. coalizione
 

 

Andrea Gnassi

 

 

42,1%

Partito democratico 34,9%

Italia dei Valori 4,9%

Partito Socialista 0,4%

Verdi 0.9%

Altri centro sinistra 1,3%

 

 

42,4%

 

       
Mario Formica 25,6% Pdl 25,3%

La destra 2,3%

27,6%
       
Gioenzo Renzi 16,6% Civica “Renzi per Rimini” 5,1%

Lega nord 9,4%

14,5%
       
Fabio Pazzaglia 6,2% Sinistra Ecologia Libertà 5,9% 5,9%
       
Candidato 5 stelle 5,3% Movimento 5 stelle – Beppe Grillo 5,0% 5,0%
       
Candidato terzo polo 4,2% Udc 2,8%

Futuro e libertà 1,4%

Api 0,4%

4,6%

 

 

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Interrogazione sui tagli ai musei comunali di Rimini

Il testo dell’interrogazione presentata insieme ai consiglieri Fabio Pazzaglia e Giorgio Giovagnoli nel consiglio comunale del 09.12.2010

Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a San Sigismondo, di Piero della Francesca

Signor sindaco,

con la presente interrogazione vogliamo fare presente la grave situazione di precarietà che vede coinvolti gli operatori museali. Le guide hanno già ricevuto da tempo una lettera di licenziamento dai loro datori di lavoro. I loro contratti arrivano al 31/12 per via dei 45 gg di preavviso.

A tutt’oggi l’Amministrazione non ha detto ai loro datori di lavoro, tanto meno agli operatori stessi, se si farà oppure no la nuova gara d’appalto; le guide in teoria dovrebbero lavorare fino alla fine di marzo 2011, così gli era stato detto ma se così fosse con quali contratti lavoreranno dal primo gennaio? Il neo dirigente dei Musei Comunali Maurizio Biordi fino a un paio di giorni fa non sapeva nulla di questa situazione. Interpellato dalle lavoratrici e dai lavoratori non ha saputo dare risposta! E’ evidente che nessuno in seno all’Amministrazione ha ritenuto di doverlo informare.

Le guide hanno chiesto un mese fa un incontro con l’Assessore alla Cultura Antonella Beltrami che finora è stato sempre rimandato, quindi non hanno avuto ancora la possibilità di parlare con la Giunta per capire quale sarà il loro immediato futuro lavorativo. Di fronte a queste persone, da tempo preoccupate per l’avvenire loro e delle loro famiglie, l’atteggiamento dell’Amministrazione, del tutto menefreghista, è intollerabile! Si tratta di personale qualificato che gestisce il Museo della Città ininterrottamente dal 1998. Personale di età compresa tra i 30 e i 50 anni con famiglia, figli e mutui alle spalle. E di cosa vorrebbero parlare questi lavoratori?

Ad esempio dei repentini tagli al personale, tagli del 75%, avvenuti da un giorno all’altro, senza preavviso: siamo passati da 4 guide per turno (tre in museo più una nella domus) ad 1 guida sola nei giorni feriali e 2 guide nei giorni festivi. Inoltre il Museo degli Sguardi è stato chiuso e aprirà solo su richiesta. Nel corso degli ultimi due mesi l’orario di apertura del Museo della Città è cambiato ogni settimana, causando disorientamento tra i visitatori. L’orario del museo è stato modificato sulla base degli orari dei dipendenti comunali, senza tenere minimamente conto delle esigenze del Museo e degli utenti, in particolare le scolaresche. Queste modifiche hanno causato diversi problemi organizzativi anche per le guide.

Alle guide è arrivata la richiesta di lavorare un’ora soltanto nei pomeriggi di martedì e giovedì, che sono giorni di rientro pomeridiano per i dipendenti comunali che non possono lavorare oltre le ore 18.00/18.30, quindi a noi è stato chiesto di coprire il turno dalle 18/18.30 fino alle 19, ora di chiusura. Inoltre essendo il personale richiesto sotto organico si chiede agli operatori museali di fare da supporto per fare le visite guidate, che ovviamente il personale comunale non è in grado di fare né di gestire, perché incompetente al riguardo. Stiamo parlando sempre di 1un’ora oppure un ora e mezzo, naturalmente sempre sottopagati. Infatti il Comune fa pagare le visite guidate 25,00 euro mentre il personale esperto che le svolge dovrebbe secondo l’Amministrazione mettersi in turno per un’ora ed essere retribuito con la stessa tariffa oraria che prendeva quando aveva un contratto. Quindi gli operatori verranno chiamati soltanto per fare visite guidate, prendendo 7 Euro all’ora come quando lavoravano almeno 16 ore settimanali! Domanda: questo è il modo con il quale l’Amministrazione intende trattare il personale esterno assunto con gara d’appalto?

Si tratta di personale impiegato presso uno degli istituti culturali più importanti della città per numero di visitatori, 85.700 nel corso dell’ultimo anno! Un luogo strategico per la cultura della nostra città gestito finora con professionalità e passione dalle guide, le stesse che ora si vedono messe alla porta. Di fronte ad un’Amministrazione che sembra navigare a vista su tale argomento chiediamo al Signor Sindaco di promuovere un incontro urgente tra lavoratori precari, Assessore e Dirigente al fine di trovare una soluzione positiva nell’interesse della città.

Eugenio Pari, Fabio Pazzaglia, Giorgio Giovagnoli

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Lettera aperta sul Sigismondo d’oro alla comunità San Patrignano

 

Signor sindaco

Lei ha deciso, perché compete per regolamento solo a Lei, di assegnare, quest’anno, il Sigismondo d’oro, in una logica di par condicio, alla comunità di San Patrignano e all’Istituto San Giuseppe. Un po’ come l’episodio del Festival di Sanremo: se volete cantare “Bella Ciao” (la canzone della Libertà e della Resistenza) allora bisogna cantare anche “Giovinezza” (la canzone della violenza fascista). Per un soffio abbiamo rischiato di ascoltare “Giovinezza” trasmessa dalla Televisione italiana. Niente da dire sul San Giuseppe, invece molto da dire su San Patrignano e sul suo fondatore Vincenzo Muccioli, contro il quale furono intentati processi con capi d’imputazione gravi per episodi di violenza accaduti all’interno dell’allora sedicente “comunità”.

E alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue” (Foscolo) perché di questo si parlava nei tribunali su quanto era successo in quel “buco nero” che era San Patrignano ai suoi “albori”.

Non fu possibile svelare cosa accadde realmente, se non per l’assassinio del giovane Maranzano e di altri fatti di violenza, perché i processi furono interrotti per la morte di Muccioli.

Purtroppo questo è un Paese che dimentica, dimentica il sindaco e dimentica questa città.

Si dimenticano le parola di fuoco di don Oreste Benzi contro Muccioli e San Patrignano e le pesantissime accuse e sospetti che il “prete dalla tonica lisa”lanciò contro i metodi che venivano usati.

Oggi la Comunità di San Patrignano è per qualcuno un grande business e sarà anche vero che si caratterizza per le sue eccellenze produttive, ma chi gode di enormi protezioni politiche ed economiche ha tutte le strade aperte.

A qualche chilometro da San Patrignano, signor sindaco, c’è un’altra comunità per il recupero dei tossicodipendenti, una comunità quella di Vallecchio che pratica ben altre logiche, che lavora con grandi difficoltà ottenendo risultati positivi, che però non gode di nessuna protezione, nè politica né economica. Perché signor sindaco non ha assegnato il Sigismondo d’oro a quella Comunità?

Perché non l’ha assegnato a quei giovani riminesi che fanno parte dell’Associazione Libera di don Ciotti che durante l’estate vanno a lavorare in Sicilia nei terreni confiscati alla mafia, giovani che pochi giorni fa, nel freddo di una giornata di novembre, vendevano in piazza i prodotti ricavati da quelle terre e denunciavano, correndo pesanti rischi, l’attività della criminalità organizzata, ormai insediatasi anche al Nord e nella nostra città?

Il Sigismondo d’oro era nato per far conoscere ai riminesi quei riminesi illustri, conosciuti e non, che hanno onorato Rimini in Italia e nel mondo, come Achille D’Amelia, giornalista e inviato di guerra deceduto proprio ieri a Roma alla cui famiglia vanno le nostre condoglianze..

Questo era lo spirito del Sigismondo d’oro, questo era quanto prevedeva il relativo regolamento.

Lei piano piano lo ha stravolto e ha cominciato ad assegnare il Sigismondo d’oro non solo ai non cittadini riminesi (ai quali avrebbe potuto conferire eventualmente la Cittadinanza Onoraria), ma ad Enti o Associazioni sempre non riminesi con criteri molto discutibili. Così restano ancora fuori molti riminesi illustri che Lei ha dimenticato e che probabilmente verranno dimenticati, e questo è molto grave. LI conosceremo solo dopo morti.

Lei dovrebbe ricordarsi che una condizione indispensabile era che l’assegnazione del Sigismondo d’oro ricevesse il consenso di tutti i gruppi consiliari proprio per evitare polemiche e presentare il Sigismondo d’oro come una scelta condivisa da tutta la collettività. Così è stato fino a quando non è arrivato Lei. Ora non più.

Per protesta contro la sua decisione unilaterale Le comunichiamo, signor Sindaco, che non parteciperemo alla cerimonia per la consegna del Sigismondo d’oro per le ragioni espresse.

Giorgio Giovagnoli Consigliere Comunale di SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’

Eugenio Pari Consigliere Comunale di SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’

Fabio Pazzaglia Consigliere Comunale del PARTITO DEMOCRATICO

Rimini 1 dicembre 2010

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