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Città e territorio beni comuni

Cemento in aree agricole a Rimini

Alla cortese attenzione della Direttrice Patrizia Lanzetti

Con gentile preghiera di pubblicazione

 

Gentile Direttore,

nella mia breve esperienza di assessore provinciale all’urbanistica fra il 2004 e il 2006 ho sentito ripetere dagli amministratori dei comuni dell’entroterra, come una litania, la richiesta di “sbloccare” i lotti in aree agricole “per dare una casa ai figli dei contadini”. Una richiesta che, nella realtà, il più delle volte riproduce in scala i meccanismi di speculazione edilizia che generalmente si vogliono confinare all’interno delle aree urbane.

Enrico Santini, nei giorni scorsi, ha giustamente lanciato l’allarme sul cemento “divoratore” di aree agricole, sulla dissoluzione di centinaia di imprese del settore ammaliate dai più facili profitti di trasformazione immobiliare dei suoli. Santini ha perfettamente ragione nel sostenere l’importanza delle imprese agricole, con buona pace per chi sostiene l’inutilità dell’istituzione provinciale, quella di Rimini tra il 2000 e il 2005 ha ridotto di oltre 2 milioni di metri quadrati le previsioni sovrastimate dei piani comunali, previsioni che andavano a “divorare” terreno agricolo. La Provincia ha ricoperto e ricopre un ruolo di presidio fondamentale in tema di tutela del territorio e più in generale dell’ambiente e forse e proprio per questo che i propugnatori del laissez fair vorrebbero abolire sostenendo l’inutilità di questo ente che, invece, ha un ruolo evidentemente importante.

Per troppo tempo il territorio è stato ridotto a puro elemento di profitto. Su un bene collettivo come questo è imprescindibile la centralità del ruolo del soggetto pubblico, ruolo che invece si è sacrificato sull’altare della logica della contrattazione tra pubblico e privato.

Nel nostro Paese, nei nostri territori penso invece sia prioritario rovesciare questa pratica cominciando – come mi pare abbia detto il Presidente Vitali – da un rigoroso processo di messa in sicurezza del territorio. Tragedie come quella di Genova o delle Cinque Terre non sono il frutto del destino cinico e baro, bensì del malgoverno che ha lasciato mano libera agli speculatori che hanno tratto vantaggi economici enormi dalla cementificazione selvaggia e quindi dall’impermeabilizzazione dei suoli.

Si è sempre sostenuto che la cementificazione era la conseguenza di dinamiche che, giocoforza, i comuni dovevano esercitare. Infatti, per poter chiudere i propri bilanci i comuni hanno dovuto concedere cemento ai privati. Gli oneri provenienti dalle concessioni edilizie e dall’ICI erano l’unica leva che essi avevano ed hanno per poter garantire i servizi per poter redigere i bilanci in parte corrente (quella parte dove incide la spesa per servizi). Ma, se i comuni incassano cento euro dall’edificazione del territorio, ne spendono cinquecento per portare i servizi indispensabili, senza considerare poi gli interventi emergenziali. Il conto quindi, non torna e non è mai tornato!

Ritengo sia fondamentale considerare la città e il territorio come beni comuni. Città e territorio come beni comuni al centro di una nuova concezione dell’urbanistica e di una nuova coesione sociale. Una città e un territorio dove i servizi necessari sono previsti in quantità e localizzazioni adeguate aperti a tutti i cittadini.

In questo senso vorrei rivolgere un appello al Sindaco Gnassi: salvare l’unica area verde della nostra litoranea, mi riferisco a quella di via Coletti a Rivabella, al centro di tante iniziative del consigliere Fabio Pazzaglia. Quest’area si può salvare dalla cementificazione garantendo peraltro un’area verde ai cittadini di quella zona utilizzando i meccanismi di perequazione inseriti nel nuovo PSC.

Infine, un’ultima considerazione sulle “grandi opere” come il TRC o la nuova statale 16. In democrazia bisognerebbe ascoltare, discutere e trovare le soluzioni migliori e convincersene tutti, stabilire delle regole al cui interno agire tutti, la maggioranza come le minoranze, e con la possibilità di modificare i progetti che non sono scritti nella roccia. Invece di considerare i comitati come fastidiose seccature o, peggio, di non considerarli nemmeno, bisogna considerarne l’azione per quella che effettivamente è, cioè il normale, seppur scomodo, esercizio della dialettica democratica. Se, però, a prevalere sono sempre le ragioni dell’economia e della crescita economica, la sostenibilità delle scelte, l’efficienza e l’efficacia delle scelte stesse rischiano di essere vanificate.

Occorre, invece, trovare lo spazio per arrivare a scelte convinte e condivise da tutti, compresi i comitati NO – TRC o NO – Statale 16.

Cordiali saluti.

 Eugenio Pari

Coordinatore comunale SEL Rimini

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La tassa di soggiorno a Rimini

Comunicato di Eugenio Pari

RIMINI 9 NOV. 2011 – Prendiamo atto con soddisfazione delle dichiarazioni dell’Assessore al bilancio del comune di Rimini rispetto all’ipotesi di applicare la tassa di soggiorno piuttosto che aumentare l’addizionale IRPEF, gravando in questo caso, come tutti sanno, sui “soliti noti” vale a dire: lavoratori dipendenti e pensionati. È quanto abbiamo sostenuto in tutti questi mesi.

Si tratta di un fatto importante perché dimostra la comprensione della situazione sociale da parte dell’Amministrazione e perché applicare la tassa di soggiorno significherebbe ottenere entrate per un numero pari a dieci volte circa  rispetto, invece, all’addizionale.

A questo punto però riteniamo assolutamente necessario che l’Amministrazione oltre questo importantissimo passo ne compia coerentemente altri, primo fra tutti reintegrare le risorse per l’assistenza domiciliare a disabili e anziani non autosufficienti. Inoltre è molto importante che le risorse derivanti dalla tassa di soggiorno vengano destinate a coloro che maggiormente vivono gli effetti della crisi, sostenendo la centralità del soggetto pubblico nelle politiche di welfare locale in modo tale da comporre la frattura sociale che sempre più si sta verificando e per promuovere politiche attive del lavoro, compreso il sostegno alle imprese per investimenti produttivi.

Infine, seppure la nostra collocazione rimanga all’opposizione, soprattutto perché ancora non si è determinato alcun confronto con il Pd e l’Amministrazione, questo non ci fa non vedere l’importanza e la positività nel merito di questa proposta e delle sue motivazioni che, se incentrata per sostenere le fasce sociali più deboli, sarà da appoggiare indubbiamente.

Di seguito l’articolo pubblicato oggi dal Corriere di Rimini

http://corriereromagna.it/rimini/2011-11-09/il-balzello-sul-turismo-brasini-tassa-di-soggiorno-pasqua

IL BALZELLO SUL TURISMO
Brasini: tassa di soggiorno a Pasqua
L’assessore al bilancio attende il confronto con Comuni e categorie: ma non possiamo farne a meno Le casse comunali piangono, dal balzello possono arrivare fino a 10 milioni di euro

Riviera di Rimini

di Marco Letta
RIMINI. Non è ancora deciso, ma non si può fare altrimenti: la tassa di soggiorno viene applicata. Lo spiega Gian Luca Brasini, assessore al bilancio e ai tributi. Chiedere un contributo ai turisti è sempre meglio che mettere le mani nelle tasche dei soliti noti, aumentando l’addizionale Irpef. Quando si potrà tagliare il traguardo? E’ ancora presto, prima è necessario incontrare gli altri Comuni della costa (per uniformarsi) e confrontarsi con le categorie economiche. Il via libera coincide più o meno con le vacanze di Pasqua.
Aveva detto. Il 10 ottobre, l’assessore Brasini dichiara al Corriere. «La tassa di soggiorno vale circa 7,5 milioni di euro. Su una partita così delicata non possiamo andare avanti da soli, prima dobbiamo capire le intenzioni degli altri Comuni della riviera, perchè è impensabile che venga applicata in maniera diversa da un luogo all’altro».
L’entità della cifra è oggetto di simulazioni. La legge consente un minimo di 0,5 euro fino a un massimo di 5 euro a presenza (fino a sette giorni). «Abbiamo ipotizzato una spesa differente in base alla classe dell’albergo: fino a due euro per i quattro e cinque stelle, inferiore per i due e tre stelle. La tassa non verrebbe applicata ai bambini».“Ora dico tassa”. Il ministro al bilancio e ai tributi (ieri) aggiunge qualche particolare in più e (soprattutto) annuncia una decisione da prendere collegialmente, ma che non può essere evitata: la tassa di soggiorno viene applicata. Quando? «Il cronoprogramma prevede la condivisione con gli altri Comuni e il confronto con le associazioni di categoria. L’ultimo atto è quello della giunta, in pratica una ratifica, poi sono necessari sessanta giorni per rendere operativa l’applicazione della tassa di soggiorno».
Diciamo che Pasqua potrebbe rappresentare il primo banco di prova. «Diciamo di sì».Quanto costa. La legge suggerisce una forbice che oscilla fra 0,5 e 5 euro a presenza turistica (in media 7,5 milioni all’anno). «Abbiamo fatto varie ipotesi – spiega Brasini – e vogliamo confrontarci con gli altri Comuni e le categorie per uscire in maniera uniforme. Il possibile gettito varia fra i 5 e i 10 milioni di euro. Comunque generalmente i bambini al di sotto dei 12 anni non sono coinvolti. E un eventuale mancato pagamento non può essere saldato dall’albergatore».
Cosa farci. Come spendere i soldi della tassa di soggiorno? La legge offre maglie piuttosto larghe: riqualificazione ambientale, eventi, manutenzione leggera (…). Fogne? «Non posso escluderlo, sarà frutto della concertazione».
L’unica certezza è offerta dalla Carta dei servizi: il turista arriva, paga l’imposta di soggiorno e riceve una carta fedeltà che gli garantisce sconti e opportunità (dai musei ai parchi, dal trasporto pubblico allo shopping e magari anche ristoranti).Le altre tasse. Per rimpinguare le casse comunali, uno strumento utile utile è rappresentato dall’addizionale Irpef, ora allo 0,3 ma si può arrivare allo 0,8 (ogni 0,1 vale 1,7 milioni). La possibilità non piace a Palazzo Garampi. «Si vanno a mettere le mani nelle tasche dei soliti che pagano».
C’è anche la tassa di scopo. «Oggi vale 2,4 milioni e non è percepita male, però su questa leva non possiamo andare oltre».

La tassa di soggiorno ci sarà: confronto aperto tra i Comuni

La discussione tra le amministrazioni comunali continua e il confronto è fondamentale, perchè lo Stato offre una forbice che va da 0,5 a 5 euro a presenza

di Redazione 09/11/2011 – http://www.riminitoday.it/economia/tassa-soggiorno-confermata-rimini–confronto-comuni.html

 

I Comuni non possono farne a meno, la tassa di soggiorno ci sarà. Probabilmente solo Bellaria si tirerà indietro. Ma la discussione tra le amministrazioni comunali continua e il confronto è fondamentale, perchè lo Stato offre una forbice che va da 0,5 a 5 euro a presenza, con criteri che vanno in base al tipo di sistemazione scelta dai turisti. Rimini calcola un introito nelle casse comunali di 7,5 milioni euro. Ovviamente non è in discussione l’esenzione per i bambini, anche se non è ancora definita nemmeno la fascia di età.

Il Comune di Rimini, per bocca dell’Assessore al bilancio, Gian Luca Brasini, ha precisato, secondo quanto riportato dal Corriere Romagna, come la tassa sia inevitabile per non pesare sui cittadini con l’addizionale Irpef. Per l’applicazione si dovrebbe arrivare a Pasqua.
Un plauso arriva dal coordinatore comunale del Sel, Eugenio Pari: “Si tratta di un fatto importante perché dimostra la comprensione della situazione sociale da parte dell’Amministrazione e perché applicare la tassa di soggiorno significherebbe ottenere entrate per un numero pari a dieci volte circa rispetto, invece, all’addizionale. A questo punto però riteniamo assolutamente necessario che l’Amministrazione oltre questo importantissimo passo ne compia coerentemente altri, primo fra tutti reintegrare le risorse per l’assistenza domiciliare a disabili e anziani non autosufficienti. Inoltre è molto importante che le risorse derivanti dalla tassa di soggiorno (10 milioni circa) vengano destinate a coloro che maggiormente vivono gli effetti della crisi, sostenendo la centralità del soggetto pubblico nelle politiche di welfare locale in modo tale da comporre la frattura sociale che sempre più si sta verificando e per promuovere politiche attive del lavoro, compreso il sostegno alle imprese per investimenti produttivi”.

Ovviamente gli albergatori sono pronti alla battaglia, in maniera particolare perchè non è stata ancora decisa la destinazione degli introiti derivanti dalla tassa di soggiorno. Per cui scenderanno in piazza lunedì per protestare.

Leggi tutto: http://www.riminitoday.it/economia/tassa-soggiorno-confermata-rimini–confronto-comuni.html
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Città e territori come beni comuni.

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/17907/0/399/

Nove proposte per salvare il Belpaese

Città e territorio

 

Di Paolo Berdini, 29.10.2011

Efficace sintesi della devastazione in atto. Inarrestabile? Le cose che si possono fare per fermare il trend.MicroMega, Newsletter, 28 ottobre 2011

Dopo Tangentopoli la legislazione urbanistica è stata smantellata. Le metropoli sono diventate terreno di conquista degli speculatori. Fiumi di cemento hanno inondato i nostri territori. Ripristinare la legalità, bloccare le espansioni urbane, riqualificare le periferie, recuperare il costruito abbandonato: ecco tutto ciò che andrebbe fatto per fermare il saccheggio del territorio e delle città.

Regole e legalità cancellate

Il 1993 segna lo spartiacque per comprendere cosa è avvenuto nel territorio e nelle città. Tangentopoli aveva mostrato lo stretto intreccio tra l’urbanistica e la corruzione: a Roma e Milano, solo per fermarci alle due maggiori città, le regole venivano sistematicamente cambiate dalla politica collusa con la proprietà fondiaria e con l’affarismo.

Nulla di nuovo. Una storia iniziata nell’immediato dopoguerra:la Roma dominata dalla Società generale immobiliare,la Napoli dei tempi di Lauro, lo scandalo di Agrigento, il sacco di Palermo avevano dimostrato l’arretratezza del sistema economico che dominava le città. È stata la speculazione parassitaria a imporre il proprio dominio: dappertutto erano sorte periferie sfigurate e incivili.

Eppure in quel periodo il legislatore aveva risposto agli scandali con una serie di riforme che avevano collocato l’Italia nel panorama dei paesi virtuosi. Regole e strumenti pubblici chiari e efficaci: la legge sull’edilizia pubblica del 1962, [del 1971 e del 1978 – n.d.r.] la legge ponte del 1967,la Bucalossi del 1977,la Galasso del 1985, la legge sulle aree protette del 1991. Era stato mancato l’obiettivo di scindere in maniera definitiva il diritto di proprietà dal diritto di edificare analogamente agli altri paesi europei poiché il tentativo di riforma di Fiorentino-Sullo fallì nel 1963 per la violentissima reazione del blocco immobiliare. Ciò nonostante, la risposta agli scempi urbanistici portò a una profonda evoluzione della legislazione.

La risposta allo scandalo di Tangentopoli è stata di segno opposto: la legislazione urbanistica è stata infatti smantellata. La cultura delle regole viene sostituita dalla prassi della deroga. I piani regolatori, e cioè il quadro coerente dello sviluppo delle città, vengono sostituiti dall’urbanistica contrattata: volta per volta si decide la dimensione e i caratteri degli interventi urbani, al riparo di qualsiasi trasparenza. Conseguenza inevitabile, se si pensa che le elezioni politiche del 1994 portarono alla vittoria Silvio Berlusconi che all’interno del suo programma aveva promesso «padroni a casa propria» slogan che dà il via alla serie di leggi – mai contrastate negli anni dei governi di centro-sinistra – che avrebbero messo in crisi il governo pubblico del territorio.

Quando scompaiono le regole trionfa l’illegalità. Questo è avvenuto in molti casi, dall’attacco continuo alla magistratura al falso in bilancio alle prescrizioni facili. Ma è nelle città che il malaffare ha trionfato. Quanto emerge dall’inchiesta della magistratura su Sesto San Giovanni ne è la più chiara dimostrazione. I colloqui tra i protagonisti vertono sull’esigenza di variare le volumetrie da realizzare nell’area ex Falk da un milione a un milione e mezzo di metri cubi. Senza alcuna procedura di evidenza pubblica si regalano alla proprietà fondiaria 500 mila metri cubi: un arricchimento in termini economici di oltre 200 milioni di euro. Ammettiamo pure per assurdo che non ci sia stata alcuna tangente: il fatto grave è che attraverso l’urbanistica contrattata si alterano le regole di mercato. Altri operatori che sulla base delle scelte urbanistiche avevano deciso di investire in differenti aree vengono danneggiati e se non vogliono soccombere hanno un’unica strada: venire a patti con la politica e iniziare la contrattazione urbanistica.

Questa patologia spiega il motivo per il quale non c’è nessun operatore edilizio di altri paesi europei che investa sul mercato italiano: chi è abituato al rispetto delle regole non può avventurarsi in un far west dominato da taglieggiatori, speculatori e amministratori pubblici infedeli. Del resto, siamo il paese dei tre condoni edilizi, una vergogna sconosciuta negli altri paesi.

Le periferie più grandi e desolate d’Europa

Dopo circa vent’anni dalla sua affermazione è venuto il momento di tentare un bilancio degli effetti sulle città e sul territorio dell’urbanistica contrattata. Esso deve partire da una constatazione statistica: nel quindicennio che va dalla ripresa del mercato delle costruzioni (1995) ad oggi, un fiume di cemento e asfalto si è riversato sul paese. L’Istat ha certificato (2009) la costruzione di oltre 3 miliardi di metri cubi di cemento, una produzione edilizia imponente, molto simile per dimensioni a quella realizzata negli anni Cinquanta-Settanta quando l’Italia era investita da grandi flussi demografici e da indici di crescita economica a due cifre. La cancellazione delle regole urbane ha dunque giovato al mondo della proprietà fondiaria e delle costruzioni. Ha giovato anche alla qualità delle nostre città?

La risposta è inequivocabile. Le periferie – che rappresentano la parte preponderante delle nostre città – sono in assoluto, con alcune lodevoli eccezioni, le più brutte, disordinate e invivibili dell’intera Europa. Lo sono per le carenze dei sistemi di trasporto, per la qualità dei servizi pubblici e degli stessi edifici. I luoghi scelti per realizzare le nuove periferie hanno anche contraddetto la regola usuale della città liberale, quella cioè di espandersi in adiacenza ai precedenti tessuti, mantenendo la città compatta e minori i costi di funzionamento urbano. In ogni parte del territorio agricolo sono nati centri commerciali, nuclei abitati, residence, cittadelle del consumo: lo sprawl urbano è la caratteristica più evidente del ventennio liberista. Le città italiane nel ventennio dell’urbanistica contrattata sono diventate più estese, più disordinate, socialmente più ingiuste. La speculazione immobiliare ha fatto enormi affari. Gli altri sono stati costretti a spostarsi nelle sempre più lontane e squallide periferie.

Una gigantesca periferia senza struttura e senza relazioni: abbiamo il più basso livello di infrastrutture su ferro, il più alto numero di automobili ad abitante, con il più elevato livello di superficie urbanizzata a parità di popolazione, un consumo di suolo senza uguali nei paesi ad economia forte. Un’immensa «non città», anonima e disordinata. Una frammentazione che genera consumi energetici insostenibili, disfunzioni economiche e scarsa qualità della vita.

Verso il default urbano

Raccogliamo dunque gli effetti di processi giustificati dall’ideologia di uno «sviluppo» che oltre a lasciare macerie urbane ha anche vuotato le casse delle amministrazioni pubbliche. Paradigma di quanto è avvenuto nelle città italiane è il caso di Parma. Una città ricca, con una parte antica meravigliosa e una periferia storica bella, è stata saccheggiata dietro lo schermo dello sviluppo. Oggi Parma ha un deficit di bilancio che pesa sulle spalle delle future generazioni per 600 milioni di euro.

Del resto, la stagione delle «grandi opere» è servita soltanto al saccheggio. Dietro i concetti dell’ammodernamento del paese sono state avviate opere dannose e inutili: dal Mose al ponte di Messina; dal corridoio della Val di Susa alle emergenze della Protezione civile, è stata messa a punto una macchina perfetta che ha favorito soltanto le cricche del malaffare e dilapidato risorse pubbliche. Del resto, per collocare in un panorama più vasto le dinamiche italiane, non si deve dimenticare quanto è avvenuto in Grecia. Anche lì l’ideologia liberista ha imposto a tutti i costi lo svolgimento dei Giochi olimpici nel 2004: il deficit di bilancio accumulato per la folle sfida è stato di 20 miliardi di euro dilapidati in cattedrali nel deserto, poco meno di un decimo del debito che sta collassando quella nazione.

Se si mettono queste caratteristiche del territorio in relazione con la crisi economica e finanziaria che sta colpendo sempre più intensamente il paese e che provocherà un’inevitabile diminuzione delle capacità di spesa delle amministrazioni pubbliche, gli interrogativi sul futuro delle nostre città si fanno allarmanti. Non avremo risorse per portare i servizi nel territorio diffuso e – ciò che in prospettiva è più importante – non potremo competere con i livelli di efficienza delle città europee, con la qualità dei servizi erogati ai cittadini, con la loro capacità di fare rete – e richiamare investimenti privati – proprio in virtù dell’alto livello di funzionalità.

Viaggiamo verso una prospettiva insostenibile. Nella crisi globale una struttura forte del territorio è un potente fattore di traino di nuove attività: territori a bassa densità non sono invece in grado di competere con i livelli di concentrazione di servizio esistenti nelle città del mondo.La Comunità

europea prevede che nel 2020 l’80 per cento della popolazione degli Stati membri vivrà in ambiente urbano. La sfida per la ripresa economica passa dunque per le città e l’Italia è la cenerentola rispetto ai paesi, che anche in questi anni di liberismo non hanno abbandonato la cultura del governo delle città.

Abbiamo minato le stesse basi per una nuova fase di sviluppo e per tentare di colmare la distanza dobbiamo essere in grado di rendere concrete due condizioni: bloccare per sempre le espansioni urbane perché è un costo che non possiamo permetterci più e investire risorse pubbliche per migliorare le città. Assistiamo purtroppo a una rincorsa bipartisan a espandere ancora le città e a impoverirle cancellando il welfare urbano, i trasporti,fino a ipotizzare di svendere i monumenti.

È come se una banda di malfattori si fosse impadronita del paese. Continua infatti l’assalto alle coste marine ancora integre. Dalla Sardegna alla Sicilia l’unico motore di sviluppo è il cemento. Assistiamo poi a un altro assalto all’integrità dei luoghi condotto mediante nuovi mostri giuridici come i «piani casa» (nel Lazio si deroga perfino per le aree ricomprese nei parchi) o le «zone a burocrazia zero» volute dal ministro Tremonti con le quali si possono superare anche i vincoli paesaggistici che hanno rilevanza costituzionale sulla scorta dell’articolo 9. Salvatore Settis ha lanciato l’allarme sul rischio della definitiva cancellazione dei paesaggi storici italiani.

Se a questo si aggiunge ancora che – deroghe a parte – i vigenti piani regolatori prevedono espansioni illimitate (solo i recenti piani di Roma e Milano prevedono un incremento di 120 milioni di metri cubi di cemento, e cioè un milione di nuovi abitanti in due città che perdono popolazione da circa trenta anni!) c’è davvero da preoccuparsi. Occorre interrompere questa folle corsa alla distruzione del paese.

Le città e il territorio sono beni comuni

Solo in base a nuovi princìpi giuridici si potrà fermare il saccheggio del territorio e delle città. È necessario un nuovo paradigma e, se finora lo sviluppo delle città e del territorio ha favorito la speculazione immobiliare e il mondo delle imprese colluse con la politica, è venuto il momento di riportare i destini delle città e del territorio nelle mani delle popolazioni insediate. Occorre affermare che il territorio, le città e le risorse naturali che consentono la vita insediativa sono beni comuni non negoziabili. Le istituzioni pubbliche, attraverso le forme della partecipazione attiva della popolazione, ne sono i custodi e i garanti nel quadro delle specifiche competenze. È questo il pilastro su cui deve essere rifondato il governo del territorio. I beni comuni non possono essere trasformati in funzione dell’esclusivo tornaconto dei proprietari degli immobili ma ogni mutamento deve essere deciso dalle amministrazioni pubbliche attraverso forme di partecipazione delle comunità insediate, specie in questo periodo di scarse risorse economiche.

Il principio generale si completa con due corollari. In primo luogo occorre conoscere quanto è avvenuto. Finora non ci sono dati ufficiali su quante abitazioni sono state costruite e quante sono invendute, quante aree industriali sono dismesse, quante aree urbane sono prive delle più elementari opere di urbanizzazione. Per completare il quadro conoscitivo è necessario applicare un anno di moratoria edilizia in cui sono consentiti soltanto gli interventi in corso, quelli di recupero e ristrutturazione di edifici esistenti ma è preclusa ogni urbanizzazione di terreni agricoli. Una sorta di simmetria con l’anno di sospensione dell’entrata in vigore della «legge ponte» che la proprietà immobiliare impose e che servì per compiere alcuni dei più gravi misfatti che deturpano ancora oggi il territorio.

Il secondo corollario riguarda il fatto che su ogni opera di rilevanza territoriale, da un nuovo centro commerciale a una grande opera, è la popolazione insediata che deve esprimersi attraverso le mature forme di partecipazione, e cioè i referendum confermativi. Visto che le regole sono state infrante, occorre ricostruirle a partire da un nuovo protagonismo: quello dei custodi del bene comune, i cittadini.

Insieme al nuovo principio su cui deve rifondarsi il governo del territorio e delle città, è poi urgente definire le principali linee di azione da intraprendere per una nuova forma di governo. Lo faremo individuando nove fondamentali provvedimenti.

Le politiche individuate hanno bisogno di investimenti pubblici. Una prassi normale nella storia delle città: esse sono infatti luoghi pubblici per eccellenza e la loro evoluzione è stata sempre alimentata dalla lungimiranza di coloro che la governavano. Oggi non si investe più perché «non ci sono più soldi». Una menzogna vergognosa. Non passa giorno in cui non apprendiamo scandali e ruberie compiuti ai danni del territorio e dell’ambiente. È purtroppo vero che le risorse pubbliche vengono spese per opere inutili, per alimentare un sistema di potere che sfugge ormai al controllo democratico. La spesa pubblica per i provvedimenti contenuti in questo elenco serve per favorire la ricerca tecnologica e nuove produzioni, per rendere le città più vivibili. È un investimento per il futuro del paese e delle giovani generazioni.

 

  1. Chiudere la fase dell’espansione urbana. È preminente interesse pubblico bloccare la corsa all’ulteriore espansione delle città e ridurre a zero il consumo di suolo ai fini insediativi e il mantenimento della parte naturale che è il luogo della biodiversità. Alcune normative regionali hanno già stabilito che nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali devono essere consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riuso e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti. La norma di principio valida su tutto il territorio nazionale potrebbe affermare ad esempio che «la realizzazione di nuovi insediamenti di tipo urbano o ampliamenti di quelli esistenti, ovvero nuovi elementi infrastrutturali, nonché attrezzature puntuali può essere definita ammissibile soltanto ove non sussistano alternative di riuso e di riorganizzazione degli insediamenti, delle infrastrutture o delle attrezzature esistenti». L’esperienza ci insegna però che una simile norma non ha da sola la forza per fermare l’espansione urbana. Sono troppe le deroghe che consentono il nascere di nuovi insediamenti. L’efficacia della norma può essere resa stringente recuperando una proposta che da tempo Italia Nostra propugna, quella di inserire le aree agricole all’interno delle categorie dei beni tutelati ai fini paesaggistici dalla legge Galasso. Si dovrà dunque aggiungere al codice dei Beni culturali e paesaggistici (decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) un comma che afferma: «Il territorio agricolo è vincolato come bene paesaggistico» in modo che sia conseguentemente sottoposto alla tutela dei piani paesaggistici. Un piccolo e combattivo nucleo di sindaci ha dato vita al movimento «Stop al consumo di suolo», dimostrando che sono i cittadini a chiedere che le città non crescano più: si tratta di estendere all’intero paese ciò che è già in movimento.
  2.  Il territorio del lavoro. I suoli agricoli sottratti alla monocultura del mattone e dell’asfalto possono fornire una prospettiva produttiva. Ai fini di una lungimirante gestione del territorio nazionale, infatti, si deve recuperare un uso agricolo consapevole, puntare sulla qualità del prodotto, sulla riconversione biologica, sulla filiera corta. Un tema decisivo per il futuro economico del paese, una prospettiva che comporta la possibilità di integrazioni di reddito, la riscoperta delle radici culturali e della qualità del cibo. L’avvio di nuove politiche sarebbe di grande importanza perché i territori collinari e montani si stanno spopolando sempre più velocemente, con gravi rischi sulla stessa stabilità geologica dei versanti. Compito delle autorità pubbliche è riattivare il tessuto sociale dell’Italia «marginale». Un solo esempio: i terreni abbandonati costano poco sul mercato immobiliare e le amministrazioni pubbliche potrebbero dunque inserirsi come operatori attivi e acquisire estese porzioni di territori da affidare poi alle comunità locali. Non sarebbe questa una spesa pubblica «classica», improduttiva. È al contrario un modo intelligente di investire sul futuro del paese, utilizzando ad esempio le risorse liberate attraverso la vendita delle proprietà pubbliche non indispensabili.
  3.  Pareggio di bilancio dei conti pubblici a carico della rendita parassitaria. Il blocco delle espansioni urbane porterebbe un consistente riequilibrio dei bilanci pubblici. Si spendono ingenti risorse per inseguire e raggiungere tutti i frammenti delle espansioni urbane nati recentemente. A carico della collettività resta infatti il pesante compito di realizzare le strade e le infrastrutture energetiche, di garantire i servizi pubblici, i trasporti e la quotidiana gestione dei quartieri. Questi oneri sono ormai insostenibili poiché la crisi economica ha ridotto le capacità di spesa delle amministrazioni. Si deve dunque stabilire il principio che ogni attività di trasformazione urbanistica presuppone l’esistenza o la preliminare realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale, a iniziare dalle reti di trasporto su ferro. A carico del privato vanno anche tutte le spese di mantenimento e di gestione dei nuovi insediamenti: è ora di chiudere il rubinetto che prosciuga le casse dello Stato. In questo modo si possono cancellare le folli previsioni dei piani regolatori comunali. Se vogliamo davvero cambiare le città non possiamo consentire che si costruisca in luoghi privi di sistemi di trasporto non inquinante. I cittadini hanno il diritto, come in ogni altro paese europeo, di vivere in modo civile e non essere costretti a passare molte ore al giorno in spostamenti in automobile. È ora che gli attori edilizi si facciano carico della realizzazione delle infrastrutture, interrompendo il comodo gioco di scaricarne i costi sulle amministrazioni pubbliche che non sono più in grado di farsene carico. Stesso ragionamento vale nel campo dell’erogazione dei pubblici servizi dove si sperpera un altro fiume di risorse economiche attraverso un impressionante numero di società di scopo. In nome dell’ideologia della presunta «efficienza», ad esempio, a Parma sono state create 34 società partecipate per gestire compiti ordinari come erogare l’acqua. Anche nell’area bolognese e in molte altre città i servizi pubblici sono gestiti da un numero imponente di società. Presidenze, consigli di amministrazione, consulenti d’oro che riportano docilmente i soldi ai decisori politici. In questa stessa ottica di recupero di risorse economiche deve essere sottoposto a radicale revisione il paradigma della svendita del patrimonio pubblico così di moda nei circoli della finanza internazionale e dei politicanti nostrani. Nulla in contrario: proprietà pubbliche non utilizzate per il soddisfacimento delle esigenze collettive possano essere poste in vendita. Ma ciò deve in primo luogo escludere i beni culturali poiché un paese che guarda al futuro non vende le sue radici. In secondo luogo deve avvenire soltanto dopo aver coinvolto le popolazioni locali, poiché quel patrimonio appartiene a loro, e dopo aver verificato che quegli immobili da vendere non possano servire per abbattere il flusso delle risorse pubbliche spese per pagare affitti di uffici pubblici alla grande proprietà immobiliare. A Roma, ad esempio, importanti istituzioni – ad iniziare dal parlamento – pagano canoni altissimi a immobiliaristi e faccendieri anche se esistono ancora grandi edifici pubblici localizzati in posizione centrale. Invece di svenderli, potrebbero essere riutilizzati al posto di quelli per i quali si pagano i canoni di affitto. Un altro eloquente esempio riguarda lo stesso ministero dell’Economia guidato da Giulio Tremonti, e cioè l’istituzione che più di ogni altra dovrebbe perseguire una rigorosa politica di risparmio. La sede del ministero ubicata a ridosso del laghetto dell’Eur è stata di recente dismessa e venduta per consentire l’ennesima speculazione immobiliare. Le strutture lavorative prima concentrate sono state smembrate e ora sono localizzate in due immobili tra loro distanti. Paghiamo i costi del disservizio e lauti canoni di affitto a grandi società immobiliari: lo Stato svende e il privato ci guadagna.
  4.  Il diritto all’abitare. Occorre pertanto invertire questo meccanismo perverso: la vendita degli immobili pubblici deve essere decisa dalla collettività dopo attenta verifica della loro potenzialità di essere riutilizzati per fini istituzionali o per risolvere i fabbisogni abitativi. La grande produzione edilizia di questi anni non ha infatti risolto il problema delle abitazioni. Sono centinaia di migliaia le famiglie che non hanno casa o vivono in abitazioni improprie. Nelle grandi città italiane esistono oltre 300 mila abitazioni nuove invendute. Ciononostante, i valori economici degli immobili hanno subìto un’impennata provocando l’espulsione dalle zone centrali delle città di un numero enorme di famiglie a medio e basso reddito. Una nuova legge «sull’abitare», e cioè sul diritto di tutti non soltanto ad avere un tetto, ma anche ad avere una città efficiente e accogliente è un altro fondamentale tassello del programma di governo. Anche in questo settore va affermato un nuovo principio: a tutti i cittadini sono garantiti i diritti fondamentali all’abitazione, ai servizi, alla mobilità, al godimento sociale del patrimonio culturale, alla dignità umana. La legislazione dello Stato determina le quantità minime di dotazioni di opere di urbanizzazione, di spazi per servizi pubblici, e la fruizione collettiva e per l’edilizia sociale, nonché i requisiti inderogabili di tali dotazioni.
  5. Le radici culturali da conservare. Nel delirio della cancellazione delle regole, si è tentato perfino di aggredire le radici della nostra storia urbana, i centri antichi. Nel cosiddetto «piano casa» berlusconiano si alludeva infatti anche alla possibilità di trasformare le tipologie presenti nei centri storici e continuamente si tenta di forzare le norme esistenti. Converrà dunque ribadire con una legge ad hoc che gli insediamenti storici non possono essere manomessi, ma conservati gelosamente per le future generazioni. In forza della competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela dei beni culturali dovranno essere vincolati ope legis gli insediamenti urbani storici e le strutture insediative storiche non urbane; le unità edilizie e gli spazi scoperti, i siti in qualsiasi altra parte del territorio, aventi riconoscibili e significative caratteristiche strutturali, tipologiche e formali. Le radici culturali delle città e dei territori non possono essere modificate. 
  6. Periferie da rendere belle. Se da un lato si chiude la fase della crescita urbana, il governo delle città deve essere in grado di dare sbocchi concreti a un comparto produttivo che rappresenta comunque una percentuale importante del sistema produttivo italiano. In tal senso devono essere facilitate e avviate a trasformazione tutte quelle aree urbane che hanno bisogno di riqualificazione urbanistica. Si tratta dei tessuti abusivi ancora oggi privi dei requisiti minimi di civiltà e vivibilità (marciapiedi pedonali, piazze e servizi pubblici) e dei tessuti produttivi dismessi: è questo un patrimonio volumetrico imponente che potrebbe rappresentare – in una chiave sistematica – la chiave di volta di una riqualificazione urbana. In tal senso va varato un provvedimento legislativo «quadro» (la materia urbanistica è «concorrente» tra Stato e Regioni ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e lo Stato deve limitarsi alla definizione di norme quadro) che incentivi attraverso aiuti economici, fiscali e procedurali il rinnovo urbano e la creazione di periferie belle.
  7. La riconversione tecnologica ed ecologica delle città. I provvedimenti fin qui elencati appartengono a un orizzonte che potremmo definire «tradizionale», nel senso che fa i conti con la crisi urbana ma non tiene conto della necessità sempre più impellente della riconversione ecologica delle aree urbane, del risparmio energetico, del cambiamento climatico in atto. Abbiamo edifici e città energivore: puntare al risparmio energetico serve a mettere in moto un gigantesco volano di ricerca, produzione e occupazione superiore a qualsiasi altro investimento nelle cosiddette «grandi opere». Anche qui alcune esperienze già sono in campo. Il progetto «casa clima» delle provincie di Trento e Bolzano ha dimostrato di aver saputo essere volano di interventi di sostituzione edilizia e di risparmio energetico. Occorre però definire un provvedimento legislativo che aggredisca la questione urbana in maniera complessiva, dalla produzione energetica, ai sistemi di illuminazione fino alla forestazione urbana, definendo politiche efficaci e finanziando, anche attraverso forme di sgravio fiscale, l’evoluzione energetica delle città. Occorre aprire una fase di profonda e radicale innovazione tecnologica delle città e del territorio in grado di far tesoro del patrimonio di innovazione, di ricerca e di produzione che in altri paesi è ormai una solida realtà produttiva. Come è noto i nostri sistemi di trasporto urbano sono tra i più antiquati e inquinanti. Esistono invece infiniti esempi di sperimentazioni e attuazione di sistemi a impatto energetico e ambientale ridotto (tramvie, filovie, reti ciclabili integrate con i nodi del trasporto pubblico). È il caso di sottolineare che si dovrà interrompere il consumo di suolo agricolo che oggi viene alimentato da progetti di fonti energetiche alternative. Troppe aggressioni al paesaggio collinare dell’Italia sono già state compiute: discutibili impianti eolici e pannelli fotovoltaici deturpano paesaggi storici, si pensi soltanto al caso di Sepino. Nel futuro le fonti energetiche di nuova concezione devono trovare spazio nelle aree già compromesse lasciando intatti i territori aperti. Va infine superata l’arretratezza dei sistemi di smaltimento dei rifiuti urbani. Basta guardare all’Europa dove sono diventati un volano economico. A parte poche aree virtuose, siamo il paese delle discariche in cui viene sepolto tutto, compresi i materiali riciclabili, e di quelle abusive gestite dal circuito della criminalità organizzata. Il ciclo dello smaltimento dei rifiuti urbani deve invece diventare un elemento connotativo di politiche di risanamento ambientale e di innovazione delle filiere produttive. 
  8. Territori sicuri. Antonio Cederna poneva sullo stesso piano la tutela dell’integrità culturale delle città e la salvaguardia dell’integrità fisica dei territori. Siamo un paese ad alta fragilità geologica e abbiamo ogni anno un numero impressionante di frane. Tragedie che coinvolgono intere comunità locali e distruggono interi territori. Meglio prevenire che intervenire su emergenze senza fine. Una nuova politica di gestione del territorio passa prioritariamente per la sua messa in sicurezza, per il potenziamento dell’Ufficio geologico centrale (oggi lasciato nell’oblio); nella redazione della carta geologica nazionale che ancora non vede colpevolmente la luce; nell’avvio di politiche di regimazione dei corsi d’acqua. Piccole opere preziose invece di grandi, inutili cattedrali nel deserto.
  9. Il ripristino della legalità. È del tutto evidente che per essere efficace, le nuove norme in materia di governo del territorio devono essere perfezionate con l’abrogazione delle normative derogatorie. In ordine di importanza devono essere cancellati l’accordo di programma, e cioè il grimaldello che scardina le procedure urbanistiche ordinarie, e la strumentazione d’emergenza sperimentata in questi anni dai «galantuomini» della Protezione civile, i «piani casa», le zone a burocrazia zero, le compensazioni urbanistiche e quelle ambientali. Scorciatoie che servono soltanto a nascondere il saccheggio. E in tema di legalità un discorso particolare merita l’esigenza di bonificare i troppi siti inquinati esistenti sul territorio nazionale. È un problema che investe sia il Nord, che riutilizza i suoli precedentemente produttivi senza le necessarie bonifiche (come ad esempio a Santa Giulia a Milano), sia il Meridione, in cui il circuito dei rifiuti gestito dalla malavita organizzata ha riversato sul territorio ogni tipo di veleno. Un paese civile non può continuare ad abbandonare intere popolazioni al rischio di morbilità o di malattie ereditarie. Ripristinare la legalità serve alla salute di un paese smarrito
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Commento all’intervento del Vescovo di Rimini

 

Rimini, 15.10.2011

Comunicato Stampa

DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (COORDINATORE COMUNALE SEL RIMINI): “DAL VESCOVO IMPORTANTI PAROLE PER CONTRASTARE LA LOBBIE DELL’EVASIONE FISCALE E A NON ALLEARSI CON I POTERI FORTI”

Sono molto importanti e condivisibili le parole del Vescovo di Rimini sull’evasione, soprattutto è importante l’invito agli amministratori a schierarsi contro le lobbies dell’evasione, un club molto nutrito nella nostra realtà.

I comuni non possono solo limitarsi alla pur giusta e condivisibile denuncia dei tagli subiti dal governo centrale, devono diventare promotori di politiche attive per contrastare l’evasione fiscale di concerto con gli organi preposti dallo Stato.

È peraltro assolutamente condivisibile l’esortazione alla politica di far “cessare quel logoro costume che misura il valore delle persone e delle iniziative sulla base di quanto ‘portano’ in termini di consenso elettorale o sul fatto di essere legate a cordate di ‘amici’”.

Occorre contrastare l’evasione fiscale, che molto spesso si accompagna con fenomeni di corruzione, perché la frattura sociale che sempre più si va evidenziando nel Paese rischia di trasformarsi in una voragine dove verranno risucchiati i cittadini più deboli, coloro che hanno sostenuto fino ad oggi il peso dei sacrifici richiesti da una classe politica che invece perdura nella propria autoreferenzialità e in quelli che sono ormai diventati privilegi di casta.

Il dibattito locale si sofferma ancora una volta sull’aumento dell’addizionale IRPEF (imposta pagata all’85% da lavoratori dipendenti e pensionati), senza che questo aumento significhi un altrettanto e proporzionale innalzamento dei servizi resi ai cittadini più esposti alla crisi. Anzi, le spese del pubblico per il sociale di anno in anno vengono tagliate e a pagarne i costi sono i cittadini più deboli: disabili, anziani non autosufficienti tanto per citare solo due casi. Per fronteggiare la crisi, lo diciamo da tempo, occorre maggior intervento del pubblico a tutela del sistema di welfare locale e dei beni comuni. Cedere alla logica secondo la quale questa crisi può essere affrontata solo attraverso l’esternalizzazione o, peggio, attraverso la riduzione dei servizi pubblici significa dichiarare ineluttabile questa situazione, non modificarne le condizioni di fondo, anzi significa condividere le ragioni che hanno portato il Paese alla situazione in cui si trova.

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La risposta non è la sussidiarietà

Rimini, 11.10.2011

Comunicato stampa

DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (COORDINATORE SEL RIMINI). ALLA PETITTI: LA RISPOSTA NON E’ LA SUSSIDIARIETA’

 

La neo segretaria del Pd Emma Petitti, a cui rivolgo peraltro un sincero augurio di buon lavoro, a fronte dei tagli al sociale sostiene che occorre ripensare il sistema del welfare locale e come pochi giorni fa  ha proclamato il Cardinale di Bologna Caffarra, anche lei sostiene che le politiche sociali debbano essere all’insegna della sussidiarietà.

Ora, da diversi anni a Rimini la sussidiarietà è diventata sistema e credo che a fronte della crisi economica che sempre più sta aumentando la frattura sociale ribadire che l’unica via d’uscita è la sussidiarietà significa partire da un principio di ineluttabilità della situazione. La risposta non è la sussidiarietà, ciò può valere per accattivarsi le simpatie della Curia, ma è necessario modificare le condizioni di fondo, perché altrimenti si accetta la situazione così com’è, anzi, la si condivide.

Occorre prima di tutto contrastare l’evasione fiscale, sostenere i redditi e le condizioni di vita dei cittadini più deboli ed esposti alla crisi, partire dai bisogni ribadendo la centralità del pubblico nel sistema del welfare.

Siccome sosteniamo che per promuovere politiche di coesione sociale occorrano più risorse pubbliche destinate al welfare locale e non tagli alla spesa e nemmeno esternalizzazioni, ci sono altre due questioni: non applicare l’addizionale IRPEF perché grava sui cittadini più esposti alla crisi, ossia lavoratori dipendenti e pensionati, rendendo insostenibile la pressione fiscale e applicare, come sempre abbiamo sostenuto, senza tergiversamenti la tassa di soggiorno che, da sola e stando alle dichiarazioni dell’assessore al bilancio, è in grado di coprire i tagli provocati dal governo.

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Assemblea iscritti 07.10.2011

Relazione Assemblea Iscritti Circolo SEL Rimini 07/10/2011

Di Eugenio Pari, coordinatore comunale SEL

 

Eugenio Pari

Eugenio Pari

Il nostro paese non ha mai affrontato una crisi come quella con cui quotidianamente abbiamo a che fare.

Ogni giorno vengono bruciati miliardi di euro e la manovra, macabramente definita “decreto sviluppo”, entro il 2013 implicherà un aumento della pressione fiscale per i redditi da lavoro e i pensionati di oltre 2000 euro all’anno.

Si dice che le risorse non ci sono più, quindi occorre tagliare e ridurre le spese. Ogni anno 270 miliardi di imponibile fiscale vengono evasi che tradotto in mancato introito per lo stato fanno 125 miliardi di euro, a causa dell’evasione ogni contribuente paga 3000 euro in più.

Migliaia sono i posti di lavoro persi, entro il prossimo 2012 2,5 milioni di giovani italiani si trasferiranno in cerca di lavoro dal sud al centro nord. Gravissime ripercussioni si avranno a causa della drastica riduzione dei servizi sociali esercitata dagli enti locali e dalle regioni.

Quello che sempre più va modificandosi è il modello di società così come l’abbiamo conosciuto e non sarà in senso “moderno” o progressivo, ma sarà in senso conservatore e ancor più liberista.

Più che un semplice cambio di governo, che sarebbe più che auspicabile comunque, occorre un vero e proprio cambio di rotta.

Credo che una coalizione di centro sinistra di cui a buon titolo SEL vuol far parte non possa accontentarsi di apportare semplici correttivi alle politiche berlusconiane, che sono poi quelle del FMI, ovvero dei palliativi all’interno delle compatibilità date seguendo le tabelle di Standard & Poors, ma possa, anzi debba, invece cominciare proprio dal rimettere in discussione tali compatibilità.

Ci sono migliaia di ragioni per farlo, ma la prima, che è anche la più semplice, è che le persone non ce la fanno più a tirare avanti.

E se ogni giorno assistiamo al pietoso spettacolo offerto dal governo, purtroppo non sempre assistiamo ad una opposizione all’altezza dei problemi, non assistiamo e non partecipiamo ad un dibattito della sinistra, del centrosinistra, che discute di questo delle vie d’uscita in senso popolare della crisi.

So benissimo che mandare a casa Berlusconi significa tornare a respirare un’aria diversa, ma quest’aria dovrebbe servire per innescare un processo di reale cambiamento nel paese, non in senso rivoluzionario, basterebbe venisse applicata la Costituzione.

Con l’obiettivo di mandare a casa Berlusconi però non accetterei, per esempio, che a guidare una coalizione di centrosinistra ci fosse Montezemolo e non penso che alleandosi con l’UDC e Fini si sprigionerebbero chissà quali condizioni per operare il cambiamento da noi tutti auspicato.

Nonostante questo scenario via via sempre più complicato e con prospettive politiche ancora offuscate, abbiamo in questi mesi partecipato a grandi mobilitazioni e a risultati incoraggianti che ci parlano di un paese migliore, che ci spiegano che “cambiare è possibile”, un paese che non si arrende e mi riferisco a due in particolare: l’esito straordinario dei referendum contro le privatizzazioni dello scorso giugno e alla funzione della FIOM.

Credo che questi attori debbano essere i nostri interlocutori, credo che questi temi debbano fornirci gli elementi per costruire una prospettiva di cambiamento.

Una comunità politica, come è in voga dire nel nostro partito, non può avere come unica prospettiva quella delle primarie del centrosinistra.

Finalizzare le energie e la riflessione su di una vicenda, pur importante, come questa senza collocarsi realmente nella società e nelle istanze più avanzate che operano per il cambiamento, senza allearsi con quelle donne e quegli uomini che lottano per un’alternativa di sistema, ridurrebbe la questione delle primarie ad una pura disputa nominalistica, ridurrebbe questo nostro partito a niente di più che un comitato elettorale. E questo rischio, care compagne e compagni è reale.

Io credo ad un partito che sappia farsi interprete delle istanze sociali, democratiche e di partecipazione laddove esse si esprimono, quindi nei territori, nella società, nella città.

In una recente intervista a “il manifesto” Luciano Gallino spiega in tre semplici e chiarissimi passi la crisi e il ruolo dei governi nel fronteggiarla. L’impotenza della politica nell’affrontare la crisi deriva principalmente, egli sostiene e io condivido, da una diagnosi sbagliata. La crisi viene concepita come se derivasse da un eccesso di uscite generato dai costi dello stato sociale. Esso è, invece, causato da diversi fattori: i salvataggi delle banche, le politiche di riduzione fiscale concesse ai ricchi, infine il fatto che grazie alla delocalizzazioni le imprese pagano le tasse all’estero che sono minime.

La politica generalmente esercitata da tutti i governi europei e condivisa anche dall’opposizione italiana poggia sull’impianto della riduzione della spesa pubblica, il PD addirittura ha rimproverato il governo di non aver innalzato l’età pensionabile, abbracciando anche in questo caso totalmente le posizioni di Confindustria, d’altra parte sono quelli che sostenevano “se fossi un lavoratore di Mirafiori, al referendum voterei si”, ecco peccato per noi che loro lavoratori della Fiat non siano e che quei dirigenti in buona parte hanno la pensione da parlamentare garantita.

Se condividiamo questa lettura, non credo che su scala locale si possa condividere l’idea sostenuta ogni piè sospinto che “è necessario ridurre la spesa, quindi ridurre i servizi”, perché sappiamo che l’origine della crisi dei bilanci pubblici non sta nel welfare ma in scelte dettate da logiche troppo legate al mercato. Il ridimensionamento delle spese per il welfare dettato su scala locale, così gli amministratori denunciano, dalla riduzione dei trasferimenti ha origine in una mistificazione che non credo si possa accettare e che, anzi, noi anche localmente dovremmo contrastare perché la crisi viene pagata più e più volte dai più deboli, dai lavoratori e dai pensionati.

Mi rendo perfettamente conto che queste considerazioni possono anche essere condivise, ma possono apparire come una divagazione rispetto a quanto siamo chiamati a fare qui a Rimini, però non penso si tratti di semplici divagazioni. Penso che gran parte della nostra iniziativa debba tradursi in una mobilitazione a difesa e per il rilancio dei temi del welfare locale, sostenendo chiaramente che la loro natura pubblica, in questo momento, non può essere un tema secondario o sempre sottoposto alle esigenze delle compatibilità economiche e finanziarie.

Penso che partire dalla condivisione, almeno sulle linee generali dell’origine della crisi, che si traduce soprattutto nella riduzione del welfare ci dia elementi su cui lavorare, non tanto per formulare un qualche documento da sottoporre alla buona volontà di lettura del PD, ma un elemento con cui agire concretamente per tutelare e migliorare le condizioni delle persone.

Difendere il welfare locale significa contrastare le politiche del governo e dell’Europa delle Banche.

Vi è poi un altro aspetto, quello della sussidiarietà. L’assunto da cui partono gli amministratori è questo: se si vuole mantenere un livello quanto meno accettabile dei servizi siano essi socio assistenziali o educativi, occorre superare la contrapposizione tra pubblico e privato, una svolta culturale nel nome della sussidiarietà come ha detto il cardinale di Bologna Caffarra trovando l’entusiastico appoggio di Sindaco, provincia e regione. Questo è ciò che la Curia riminese sostiene e che a Rimini si applica da anni, ciò è quello che il sindaco di Rimini ha promuove da anni e che ha ribadito nel documento per le linee di indirizzo sul quale, fortunatamente Pazzaglia ha votato contro.

Io, invece, condivido le parole di Danilo Gruppi, segretario di una CGIL, quella bolognese, forse più partecipe su questi temi rispetto a quella riminese, quando sostiene che si “parte da un principio di ineluttabilità della situazione, e , in un momento con un’importante frattura sociale come questa la risposta non è la sussidiarietà ma è necessario modificare la condizione di fondo perché altrimenti la si accetta e la si condivide”.

Ecco, io penso che dobbiamo essere consapevoli delle difficoltà che ci sono, dei noti rapporti di forza, ma si debba cercare di delineare un nostro profilo con il quale presentarci alla città e credo che questo profilo non possa che vedere la questione del welfare come proprio tratto distintivo, credo anche che con questo profilo, con una proposta condivisa da larghi strati della società potremmo pensare di avviare un percorso politico con il PD, discutere i caratteri di un’alleanza cittadina.

Sulla base del “non possiamo cambiare da soli la situazione”, l’iper realista PCI emiliano romagnolo ha di fatto aperto quel percorso, nemmeno troppo lungo, che ha portato il principale partito della sinistra italiana a far proprie le ragioni del mercato, io credo si debba tenere sempre presente che fra come vorremmo fosse la realtà e invece come essa si presenta effettivamente, corre una grande distanza, però penso anche che non ci si possa arrendere all’idea che una nostra azione politica, speriamo con responsabilità di governo nella città, non possa che partire da queste questioni. Non penso che una responsabilità di governo sia il giusto prezzo per arrendersi all’ineluttabilità della situazione. Penso che se ci dichiariamo di sinistra, occorra coerenza con le istanze di cambiamento di cui ci facciamo portatori.

Penso, per questo, che dovremmo cercare la massima condivisione su di un “manifesto” a difesa e per il rilancio del welfare su scala locale e del ruolo preponderante che il pubblico deve svolgere in questo settore determinante per la vita dei cittadini e per la democrazia.

Le persone accusano, non senza poche ragioni, la politica di essere distante dai bisogni reali, qualche volta lo abbiamo fatto anche noi soffermandoci troppo sulle nostre questioni trasformate in dispute interne come per esempio sulla definizione dei ruoli. Credo si debba colmare questa distanza che è reale cominciando a mettere in discussione ciò che dalla generalità dei governi, su tutti i piani, viene definito come ineluttabile.

Nei prossimi mesi vorrei che insieme provassimo a mettere in discussione questa ineluttabilità. Certo, da soli non bastiamo, ma il cambiamento deve pur trovare un’origine, il cambiamento è un processo che va cresciuto con senso della realtà, idee ed ideali.

Insieme alle compagne e ai compagni con cui da ormai 4 anni abbiamo avviato questa esperienza provenendo a nostra volta da esperienze diverse ricordo discutevamo di questo, avevamo in animo di contribuire alla costruzione di un soggetto politico, di un partito, che lavorasse per questo. Credo che provare questa strada possa permetterci di crescere e soprattutto di operare veramente un cambiamento.

So che fra di noi esistono letture diverse della situazione, letture che non tardano ad esprimersi pur in forme diverse anche pubblicamente, so che compagne e compagni ritengono inadeguata la nostra condizione rispetto alla necessità di arrivare quanto prima ad un nostro coinvolgimento nella compagine di giunta. Alcuni non tardano più di tanto a farmi capire che mi ritengono inadeguato a conseguire questo obiettivo e quindi a ricoprire questo ruolo. E sia, ognuno di noi ha una propria biografia, e penso che riusciremo ad andare oltre alle nostre storie se e solo se riusciremo a costruire un corso politico diverso da quello che ha condotto la sinistra italiana sotto le macerie da cui ancora stenta a sollevarsi.

Il tema del rapporto con il PD è il tema che da sempre, sia pure con movimenti carsici, rappresenta il nostro nervo scoperto. Io credo che sia così anche perché manca poca chiarezza nelle cose che diciamo, ci sia scarsa fiducia fra di noi, c’è troppo spesso una lettura priva di attinenza delle nostre parole e dei nostri comportamenti. Così qualcuno pensa che si voglia trasformare questo circolo in una sezione della IV Internazionale e dall’altro si pensa che qualcuno interpreti SEL come una propaggine del PD, io devo dire che talvolta sono preoccupato del fatto che questa seconda ipotesi alberghi nella testa di qualcuno di noi, capisco, quindi, e accetto che la prima ipotesi possa preoccupare qualcun altro.

Ma per dissipare queste preoccupazioni dovremmo cercare di dirci le cose, per come le vediamo, chiaramente, avendo la pazienza e la disponibilità a non sentirci offesi se si cede a queste letture, avendo soprattutto la disponibilità e la pazienza di dirci le cose nel modo più chiaro possibile e ad intenderle per come vengono dette.

Le parole però si muovono nell’aria, mentre le cose scritte ci vincolano allora dobbiamo cercare di dare applicazione ai documenti che noi, non altri abbiamo votato all’unanimità come quello che determina un legame, un patto d’azione fra noi e il nostro consigliere Fabio Pazzaglia. Non penso che l’esercizio di rimettere tutto in discussione ogni settimana sia un esercizio positivo se non una pratica defatigante che allontana i compagni.

Così come non penso che mettere come prioritario un rapporto “a prescindere” con il PD serva a qualcosa, anche perché, a quanto mi risulta, il PD non si pone il problema di un’alleanza con noi. Io credo invece che occorra arrivare un confronto, ben venga anche se saremo noi a cercarlo, ma il confronto deve avere una base politica e programmatica seria, compiuta, rappresentativa e io, penso di aver fornito alcuni elementi quando ho cercato di spiegare come vedo le questioni legate al tema del welfare. Discutiamone compagni, ma non solo fra noi, soprattutto con la città. Io penso che sulle questioni legate all’urbanistica e alla speculazione immobiliare le nostre posizioni siano state più che giuste, ma, purtroppo i riminesi non le hanno ritenute, sottovalutando la portata del problema, così importanti come le abbiamo ritenute noi. C’è da considerare che i mezzi di informazione hanno sempre semplificato queste vicende riducendole, quando ne parlavano, a questioni di piccole polemiche politiche, lasciando trapelare una nostra insoddisfazione perché senza poltrone. Sappiamo che non è così e credo anche che dovremo riprendere questo tema e a questo proposito vi presenterò una proposta.

Ora, su quegli elementi che determinano le condizioni di vita dei cittadini, non possiamo pensare che la cosa si possa risolvere solo promuovendo qualche emendamento o ordine del giorno in Consiglio, dobbiamo, ripeto, coinvolgere la città, lavorare con chi ci sta, rappresentare i bisogni al di là delle dinamiche istituzionali.

Questo Sindaco ha preso delle posizioni giuste, come per esempio quello di un maggior coinvolgimento dei privati nel capodanno, cosa da noi richiesta da anni, e proprio grazie a questa posizione il capodanno con diretta Rai pare non si faccia, ma vi sono anche temi in cui si riscontrano valutazioni differenti: il welfare, l’incremento dell’addizionale IRPEF, il ruolo dell’associazionismo nel controllo del territorio, proprio su questo noi dobbiamo cercare di incalzarli, proprio su questo dobbiamo cercare di crescere in termini di denuncia e soprattutto di proposta. Abbiamo le competenze per poter presentare una proposta dall’impianto autorevole, abbiamo la credibilità per farlo, dobbiamo cercare di farlo sostenendo e collaborando con Fabio piuttosto che prenderne le distanze non appena ci si presenti l’occasione, su questioni irrilevanti e per motivi peraltro capziosi.

Sul che fare ho cercato di dire come la vedo. Ma, prima di tutto, riteniamo utile farlo? Abbiamo intenzione di farlo? Badate compagni che le cose che ho detto non sono una risoluzione del soviet di Leningrado, sono le cose che ci siamo detto e su cui ci siamo espressi mesi fa, sono le basi su cui abbiamo appoggiato il nostro progetto di correre autonomamente al primo turno, decisione che ci è costata tante energie, ma che ci ha portati anche ad intraprendere un percorso entusiasmante. Finite le elezioni, finite le nostre idee in proposito? Con l’affermazione del PD abbiamo finito di far politica, cioè non valgono più le nostre istanze programmatiche? È stato semplicemente bello, ma finisce così? Diciamocelo francamente compagni, perché da alcuni atteggiamenti si capisce questo.

Io ringrazio le compagne e i compagni che hanno ritenuto di affidarmi l’incarico di coordinatore, cercherò di portarlo avanti nel migliore dei modi, al meglio delle mie possibilità, ho cercato di tralasciare i temi talvolta polemici che da mesi ci trasciniamo, fornendo una mia proposta. Il fatto che le polemiche vengano tralasciate non significa che non ci siano, ma siccome siamo tutte persone per bene dovremmo raccontarci le cose per come le vediamo essere chiari, ebbene con tutti i limiti che potrete riscontrare in questa relazione io ho cercato di farlo e, se posso, chiedo di fare altrettanto.

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No alla sicurezza delegata all’associazionismo

Rimini, 17.09.2011
Di Eugenio Pari
 
Pur prendendo per buone le intenzioni espresse dal Sindaco di Rimini, cioè che non si vogliano creare delle ronde, la proposta di coinvolgere associazioni, senza capire a quale titolo e con quali funzioni, in azioni di presidio della città non è condivisibile.
Io credo che la priorità non sia certo quella di mandare per strada dei cittadini emulando la Lega Nord, bensì riuscire a proteggere le famiglie dalla mancanza di lavoro e da quello che viene tolto, come nel caso dell’SCM dove l’Amministrazione comunale, invece, ha brillato per il proprio silenzio.
La sicurezza dei cittadini è importante, ma è ancora più importante riuscire a garantire i servizi sociali che determinano la coesione sociale, invece si procede a tagli e laddove pare si producano risparmi come nel caso di Capodanno essi non servono a rifinanziare il sociale, riteniamo indispensabile, come d’altra parte è stato richiesto dalla piazza in occasione dello sciopero generale, non smantellare né privatizzare il welfare locale.
Penso che non si possa parlare di sicurezza se non si fa riferimento al tema della legalità quando asstiamo a centinaia di episodi di mancato rispetto delle norme sul lavoro e di evasione fiscale.
Il tema della sicurezza inteso solo come elemento di ordine pubblico e non coniugato, invece, con il tema sociale, non servirà certo a far dormire sonni tranquilli ai riminesi perché ciò che ci preoccupa maggiormente è riuscire a trovare nelle istituzioni, fra queste soprattutto il Comune, una protezione dai pesantissimi effetti della crisi.
Se le premesse non fossero queste ritengo che il nostro Consigliere Fabio Pazzaglia abbia fatto benissimo a votare contro al Programma di mandato approvato dal Consiglio lo scorso 4 agosto.

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Moschea a Rimini

Rimini, 13.09.2011

Di Eugenio Pari

Da giorni si assiste al dibattito, ormai annoso, sulla possibilità di aprire una moschea a Rimini, questa cosa, che secondo l’art. 13 della Costituzione italiana è un diritto ha dato la stura alla vandea renziana contro gli immigrati che vivono e lavorano in Via Giovanni XXIII. Per Renzi il fatto che a Borgo Marina lavorino e vivano asiatici e africani, il fatto che vi sia un centro islamico è degrado, per me si tratta, nel suo caso, di un disco rotto, una propaganda che non funziona più.

Moschea a Rimini

Invece l’assessore comunale alla polizia municipale mi pare esprima una sostanziale equidistanza riducendo una vicenda così complessa ad un puro fatto di ordine pubblico. Non si tratta di questo. Credo, invece, si tratti della capacità di accoglienza, di apertura o meno di una comunità, della capacità di creare ponti con le altre.

In risposta al dettato costituzionale, laicamente credo che quanto prima si debbano dare risposte concrete per la realizzazione di un diritto e non avere atteggiamenti di chi esercita una gentile concessione.

La proposta che la comunità islamica avanza da anni a tutte le amministrazioni senza trovare risposte adeguate, se non generici attestati di condivisione, è una proposta che fa dell’autonomia un proprio tratto caratteristico. Infatti, a differenza dell’esperienza romana, dove la moschea è stata costruita anche grazie a risorse di emiri arabi, quella riminese sarà il frutto dell’autotassazione dei fedeli e permetterà a centinaia, se non migliaia di cittadini di poter avere un luogo di culto nel quale riunirsi liberamente.

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AGLI AMMINISTRATORI RIMINESI PRESENTI ALLO SCIOPERO CHIEDIAMO UNA COSA: COERENZA

Rimini, 06/09/2011

DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (COORDINATORE COMUNALE SEL RIMINI) SULLO SCIOPERO GENERALE DEL 6 SETTEMBRE

La grande adesione delle lavoratrici e dei lavoratori riminesi allo sciopero indetto dalla CGIL, così come la grande manifestazione sfociata in Piazza Cavour questa mattina non possono restare un momento a sé. I lavoratori, non solo gli iscritti alla CGIL, la piazza, chiedono alle Amministrazioni comunali della provincia un’azione chiara e netta per contrastare le politiche antisociali messe in campo con la proposta di manovra economica dal governo.

Piazza Cavour - sciopero 6 settembre 2011

Gli amministratori riminesi, presenti in gran numero in piazza, hanno fatto bene a dare il proprio sostegno allo sciopero, però quando scriveranno i bilanci si devono ricordare che i lavoratori e i pensionati oggi, ancora una volta, hanno chiesto più servizi pubblici, di difendere il welfare locale e non di smantellarlo o privatizzarlo. Così come la liturgia sulla ristrettezza di risorse provenienti dai trasferimenti statali non può gravare sui soliti noti in termini di incremento dell’addizionale IRPEF. Agli assessori riminesi e ai sindaci vogliamo rivolgere un invito: essere coerenti con la piazza in cui erano presenti oggi e con le richieste dello sciopero a cui hanno aderito.

Occorre un serio contrasto all’evasione fiscale e al lavoro nero, per questo crediamo che i comuni di concerto con l’Agenzia delle entrate, con l’INAIL e con l’INPS possano fornire il proprio sostegno per implementare gli organici deputati al controllo e per promuovere iniziative che stringano le maglie dell’evasione e dell’elusione, permettendo in questi casi un contrasto vero i questi fenomeni che sono veri e propri crimini.

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