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11 giugno 1984: ciao Enrico!

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Una riflessione

Cercando tra le cose scritte ripropongo un articolo scritto da me sul tema dei “costi della politica” e sul potere della politica.

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Enrico Berlinguer

1 giugno 2007

Non si capisce come mai tutti siamo d’accordo sulla necessità di  introdurre criteri meritocratici per l’accesso nei Cda delle aziende pubbliche, di razionalizzare e rendere più efficienti le scelte della politica; periodicamente sale alla ribalta il tema trito e ritrito della riduzione dei cosiddetti “costi della politica” senza che mai nessuno poi faccia un passo indietro. Il tema è complesso e per affermare semplici elementi di civiltà democratica occorre andare più in profondità fino a mettere in discussione le regole della politica. Mi riferisco non al sistema elettorale o all’apparato normativo, ma a quel complesso insieme di “regole non scritte” che scandisce tempi, modalità e relazioni della politica. Sono quelle “regole” che molto spesso premiano la fedeltà sciocca, le “regole” delle dichiarazioni e delle posizioni di opportunità, un tacito accordo tra partiti, potentati, correnti e fidi esecutori. Un sistema sclerotizzato frutto di logiche consociative incentrato unicamente sull’obiettivo dell’autoconservazione del ceto politico e del più o meno vasto entourage la cui fedeltà – rinnovabile di cinque anni in cinque anni – è garantita da prebende, mance, favori, raccomandazioni e consulenze. I Cda delle aziende sono così diventati delle camere di compensazione, dei parcheggi in cui qualcuno sverna cercando di ottenere uno strapuntino della ormai logora e macchiata coperta del potere. La questione dei costi della politica è, a mio giudizio, intimamente legata alla questione morale, quella questione che emerse negli anni ’80 e che guidò la battaglia politica di Enrico Berlinguer. Una questione morale e non moralistica. Una questione che riguarda la incapacità di autoriforma del sistema dei partiti, sistema mai così debole nella rappresentanza popolare eppure paradossalmente mai così addentro alle vicende che vanno: dalla finanza all’informazione, dall’economia fino allo sport e allo spettacolo. “I partiti di oggi– diceva Berlinguer nel 1981 – sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss””. Queste parole suonano come un monito per il futuro, una lettura estremamente attuale per spiegare ancora ciò che troppo spesso avviene. Per arginare questa deriva occorre cominciare da sé, così come sono fermamente convinto del fatto che il lavoro altruista di chi persegue il bene comune prima o dopo merita il riconoscimento dei cittadini. La soddisfazione e la fiducia dei cittadini, il benessere della società in cui si vive sono il maggior privilegio a cui dovrebbe aspirare ogni persona che fa politica. I cittadini sempre più sostengono che in politica, al di la’ delle appartenenze, siamo tutti uguali e ognuno sceglie di garantire solo la propria poltrona. Permettetemi un riferimento personale: mesi addietro ho scelto di dimettermi da assessore provinciale per ricoprire l’incarico di consigliere comunale, una scelta per nulla eccezionale a mio modo di vedere, ma il semplice rispetto delle intenzioni di chi mi ha dato il proprio voto di preferenza. Ebbene anziché essere interrogato sugli impegni che intendevo prendere e sui temi che intendevo portare avanti, in tantissimi purtroppo mi chiedevano: “ma che cosa ti hanno promesso in cambio?”. Io ho letto queste domande come un chiaro segnale che qualcosa si è rotto nel rapporto tra rappresentanti politici e cittadini. Posso dire di aver incontrato e di stare incontrando nella mia modesta avventura politica persone che sottraggono tempo ai propri affetti per fare militanza, persone che sottraggono risorse proprio lavoro per partecipare e dare un contributo alla vita democratica delle istituzioni e sebbene qualcuno sostiene con accezioni negative che i politici “sono tutti uguali” mi sento di dire che queste persone sono la maggioranza. Sono una maggioranza che troppo spesso viene sacrificata dai giochi di potere di chi sta ai piani alti, sono quella maggioranza in buona fede che sostiene il peso di queste contraddizioni perché quotidianamente in contatto con i cittadini subendone senza colpe troppo spesso le ire e gli attacchi rivolti alla politica e ai partiti.

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