Archivi tag: Emilia Romagna

La “lotta” dei “comuni rossi” al monopolio

Di Eugenio Pari

Si potrebbe affermare che, in Italia, la lotta dei comuni contro il monopolio della gestione della cosa pubblica da parte dello Stato e quella contro il monopolio dei servizi urbani avevano il medesimo obiettivo: dare una pronta ed efficace risposta alle esigenze della collettività cittadina. Era evidente che la questione delle municipalizzate, al pari di quella dell’autonomia locale, non era legata esclusivamente all’esistenza di un regime democratico, né all’affermazione di quei partiti, come il socialista ed il cattolico, che più di altri avevano difeso il ruolo dei municipi e promosso l’attività economica nel primo ‘900, ma alle scelte delle classi dirigenti riguardo all’assetto politico –istituzionale del Paese.

Le questioni poste in questi termini non permettono di far notare apprezzabili differenze teoriche fra i principi che ispirarono la condotta amministrativa dei comunisti dopo il periodo fascista con quella dei socialisti prima del fascismo, al punto tale che non pare azzardato affermare che si potrebbe parlare di politica del governo municipale esercitata dal movimento operaio.

Certo, grande parte degli sforzi del Pci furono volti a garantire, come si è detto, una “classe” imprenditoriale le cui origini erano sicuramente rintracciabili nel proletariato e il contesto politico sociale era differente. Forti, comunque, sono le analogie se pensiamo ad esempio al fatto che la prima legge sui servizi pubblici fin dal 1903 e porta il nome di Giolitti e che grande impulso alle partecipazioni dello Stato nell’economia fu esercitata dalla DC con Luigi Granellini ed Ezio Vanoni, mi pare di poter affermare che sia nel primo che nel secondo caso oltre a dare una risposta a spinte e necessità sociali ed economiche nelle rispettive epoche, i governi centrali, nell’uno come nell’altro caso, si servirono di queste iniziative per contenere l’ascesa sullo scenario politico nazionale del Partito socialista prima e del Partito comunista dopo.

D’altra parte di fronte alla mancanza o alla non del tutto adeguata risposta ai problemi emergenti del proletariato urbano, si addossavano sugli enti locali molte spese di spettanza statale i comuni si trovarono a dover fornire servizi che nell’epoca repubblicana, se pensiamo ai contenuti dell’art. 3 e al principio della funzione sociale dell’impresa sancito dall’art. 41, contribuirono a dare diretta applicazione del dettato costituzionale.

Gli anni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale ponevano diversi e stringenti problemi come il rinvenimento degli alimenti e delle abitazioni. Per i comunisti il comune aveva il compito di intervenire direttamente per la più celere ripresa dei diversi servizi pubblici urbani, reclamando per tale necessità di intervento una maggiore autonomia della sfera locale amministrativa “(…) i comuni devono poter far da sé, devono poter provvedere autonomamente alla loro amministrazione, ai bisogni delle proprie popolazioni, fino al punto che lo stato debba entrare per la parte che gli spetta e che deve essere di stretto interesse nazionale” (1).

Il PCI dunque puntava la propria attenzione sul difficile e dispendioso compito della ricostruzione che il comune avrebbe dovuto affrontare combinando tale opera con la difesa delle classi meno abbienti.

Con questi obiettivi secondo Luca Baldissara “si richiama così (…) l’esperienza delle amministrazioni socialiste pre fasciste, cui si salda quella delle giunte cielleniste, nel generico perseguimento del ‘bene comune’” (2) Particolarmente ci si concentrava sul fatto che il potenziamento dei servizi pubblici locali raffigurava la lotta amministrativa come “un primo passo della democrazia che deve significare autogoverno del popolo”.

Si commetterebbe un errore di superficialità se si pensasse che questi principi programmatici espressi dal PCI alle elezioni per il Comune di Bologna del 1946 venissero considerati patrimonio esclusivo del PCI. Infatti i programmi elettorali del PCI, del PSI e della DC per quella tornata elettorale erano accomunati da una serie di provvedimenti ritenuti da tutte e tre le forze politiche indispensabili per fronteggiare la realtà bolognese dell’epoca, fra questi elementi c’era la municipalizzazione e perfezionamento dei servizi pubblici locali.

Sotto la guida delle sinistre si cercò di “allargare l’ambito tradizionale dei compiti del comune, tentava di inserirsi , come soggetto autonomo di diritto, nella vita della società nazionale, come organismo dirigente ed ispiratore della vita locale” (3).

I comuni, quindi, vanno visti non soltanto come enti autonomi, ma anche con compiti che vanno oltre le funzioni tradizionali del comune italiano “(…) ogni qualvolta nella vita della nostra città intervengano fatti che vanno al di là della situazione normale, della vita di mercato, e minacciano di incidere la vita di imprenditori, la vita di masse umane, noi come consiglio comunale di Bologna, abbiamo il diritto di intervenire” (4).

Gli amministratori alla guida di Bologna secondo Luca Baldissara, che ha condotto uno studio molto importante su questa esperienza “si richiamavano” esplicitamente all’esperienza del “socialismo municipale” arricchita dal richiamo alla Costituzione “e pretendono di ampliare sulla scorta di tali posizioni la sfera degli argomenti e dei temi sottoposti all’attenzione del consiglio comunale”, si rivendicava la possibilità di discutere non solo delle questioni prettamente amministrative ma su tutto quello che riguardava la cittadinanza “senza limitarsi alle questioni locali ed anzi nella convinzione che i problemi di natura generale investivano direttamente la comunità e l’organizzazione della vita cittadina”, questo principio, attualmente, invece, non è affatto considerato dai consigli comunali anche a maggioranza di centro sinistra, venne sostenuto all’atto dell’insediamento a Sindaco di Giuseppe Dozza nel 1947, dove egli affermò “tutto quello che interessa la cittadinanza o che minaccia di avere conseguenze su di essa, può e deve interessare il comune” (5).

Il primato è quello della politica piuttosto anziché degli apparati tecnico burocratici come invece pare essere privilegiato oggigiorno. Sono convinto che per destreggiarsi fra i problemi sempre più complessi che si presentano quotidianamente ad un amministratore sia indispensabile possedere le minime competenze per poter contestualizzare e quindi discutere per affrontare il problema specifico, però oggi la scelta su importanti questioni appare troppo subordinata ad aspetti tecnici e l’apporto del politico il più delle volte serve a mediare, o meglio, a far passare decisioni molto importanti per la vita dei cittadini senza che vi sia stata la necessaria mediazione e il fondamentale contributo attraverso la partecipazione dei cittadini stessi.

Secondo la mia esperienza il politico è chiamato ad effettuare una mediazione che troppe volte purtroppo si riduce alla promozione di un personale politico in incarichi e nella composizione di complesse architetture politiche all’interno dei consigli di amministrazione delle partecipate, quando, addirittura, non si creano consigli di amministrazione apposta senza che in questa selezione si tenga sufficientemente conto delle necessarie competenze del personale promosso.

Occorre, d’altra parte ribadire che la promozione delle sole competenze tecniche rischia di comportare un problema di affermazione della burocrazia e di sostegno della tecnocrazia nelle arene democratiche deliberative.

Credo che insieme alle competenze sia altresì importante possedere una visione complessiva dei problemi e soprattutto cercare di comprendere per prefigurare gli esiti possibili delle scelte amministrative.

Considerare il problema da risolvere e quindi l’atto amministrativo non solo come la manifestazione di erudizione tecnico giuridica degna di un simposio normativo fine a se stesso e non alla capacità di rispondere alle esigenze concrete e circostanziate delle comunità non significa rendere un ottimo servizio ai cittadini.

Per riuscire a combinare le risposte amministrative alle esigenze delle comunità è sempre più necessario introdurre nel comportamento degli amministratori pubblici una capacità di ascolto e di democrazia partecipativa che guidano le azioni delle nuove esperienze in atto in Europa.

A sostegno di questa opinione ci si può rifare a quanto sostenne un esponente del PCI in un una seduta del Consiglio comunale di Bologna del 1950 secondo il quale in questa prospettiva il Comune doveva “intervenire con il nostro studio, con la nostra opera, per associare i nostri studi e la nostra opera a quella dell’insieme dei cittadini interessati a sollevare l’economia della nostra città, a migliorarla nell’interesse comune”.

Il compito a cui, fondamentalmente, si attengono gli amministratori e i dirigenti del Pci è sintetizzabile in una indicazione di Togliatti:

Noi vogliamo che venga lasciato ampio sviluppo della iniziativa privata, soprattutto del piccolo e medio imprenditore. In pari tempo però affermiamo la necessità che lo stato intervenga (…) impedendo che la sana iniziativa privata venga soffocata e alla fine distrutta dal prevalere di gruppi plutocratici e della speculazione (7).

Le differenze ideologiche fra socialisti e comunisti rilevate da Renato Zangheri negli anni ’50, sono più che altro evidenziabili nel modo di concepire il governo, perché è comunque forte l’affiliazione delle politiche pubbliche, in particolare sul ruolo economico dei servizi pubblici locali, che il PCI pose in essere a partire dall’ultimo Dopoguerra con quella che i socialisti attuarono nelle municipalità che si trovarono a governare nell’Italia pre-fascista.

La pratica politica nell’Italia della Valle Padana subì il forte influsso teorico di Giovanni Montemartini (1867 – 1913), in lui si può effettivamente identificare il teorico del “socialismo municipale” italiano. Il governo economico municipale che egli teorizzò si basava “sull’azione organizzata delle classi lavoratrici e in generale non abbienti promossa dalla classe politica assunta alla guida dei municipi nell’Italia liberale, in quel tempo cuore e centro indiscusso della vita politica nazionale”(8).

Montemartini influenzerà lungamente l’azione della classe politica che si poneva l’obiettivo della tutela delle classi lavoratrici e non abbienti soprattutto attraverso la teoria della municipalizzazione, teoria che si fondava “sulla teoria generale della finanza pubblica”, la quale si configura come teoria generale della marginalità produttiva (9), in questo contesto la differenza tra impresa pubblica e privata sta nell’organizzazione dei fattori produttivi e la municipalità diventa dunque “un’impresa politica, un’impresa che ha per scopo di ripartire coattivamente su tutti i membri della municipalità i costi d’alcune produzioni”78. La novità di Montemartini, ancora attuale, sta nel fatto che “l’oggetto dell’impresa” (10) analizzata è la prestazione di un ‘pubblico servigio’”, dove la “macchina comunale ha come unico bisogno [quello di] procacciarsi la forza coattiva per raggiungere il suo scopo”.

Atto costitutivo della impresa pubblica secondo Montemartini è la decisione di una parte della collettività di provvedere a determinati suoi bisogni ripartendone il costo su un’altra parte della stessa comunità. Tale atto è razionalmente fondato sulla considerazione che così facendo è possibile “più economicamente raggiungere lo scopo”, quindi la scelta tra impresa pubblica e privata è motivata da tale criterio di economicità. Le finalità municipali vengono stabilite attraverso “lotte politiche e calcoli economici” con la produzione diretta di beni e servizi.

(1) In O. Gaspari, Dalla Lega dei comuni socialisti a Legautonomie. Novant’anni di riformismo per la democrazia e lo sviluppo delle comunità locali. Ed. Legautonomie, 2007

(2) L. Baldissara, Per una città più bella e più grande. Il governo municipale di Bologna negli anni della ricostruzione (1945 – 1956), Il Mulino, 1994 nota n. 110 pag. 82

(3) A. Colombi, Il Comune al popolo! Il popolo al comune! “La Lotta” del 26 marzo 1946, in L. Baldissara, Per una città più bella e più grande. Il governo municipale di Bologna negli anni della ricostruzione (1945 – 1956), Il Mulino, 1994 pag. 82 nota n.111

(4) E. Ragionieri, Un comune socialista: Sesto Fiorentino, Editori Riuniti, 1976 in L. Baldissara, ibidem, pag. 174

(5) Atti Consiglio comunale di Bologna, 5 gennaio 1951, in L. Baldissara, ibidem pag. 111

(6) Atti consiglio comunale di Bologna sed. 20 ottobre 1947, in L. Baldissara, ibidem

(7) P. Togliatti, Ceto medio e Emilia Rossa, Editori Riuniti, Roma, pag. 30

(8) G. Sapelli, in Comunità e mercato. Socialisti, cattolici e “governo municipale” agli inizi del XX secolo, il Mulino, 1986, pag. 34

(9) A. Da Empoli, in G. Sapelli, ibidem, pag. 48

(10) G. Montemartini, La municipalizzazione nei pubblici servigi, in G. Sapelli, Comunità e mercato. Socialisti, cattolici e governo municipale” agli inizi del XX secolo, il Mulino, 1986, pag. 50

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Note a margine sul movimento cooperativo

Di Eugenio Pari

Il tema del movimento cooperativo merita una riflessione particolare, così come quello del ruolo del sindacato nel sistema del “modello emiliano”. Per prima cosa occorre definire cosa sia una cooperativa: la cooperativa è un’impresa particolare con un doppio fine: fare profitti e, dall’altro, perseguire obiettivi sociali.

I due obiettivi si tengono insieme: senza profitti non può esserci il perseguimento di una funzione sociale in quanto la cooperativa fallirebbe. D’altro canto senza una funzione sociale verrebbe a meno l’elemento distintivo della cooperativa che a quel punto sarebbe né più né meno come una qualsiasi altra azienda.

Abbiamo visto in precedenza quale importanza abbia avuto il movimento cooperativo nella costruzione e nel successo del “modello emiliano”.

Anderlini ne parla come di un elemento istituente, mentre i brani di Zangheri che abbiamo riportato collocano il movimento cooperativo quale componente caratteristica del “socialismo municipale” prima e quindi del sistema di governo che da esso andò promanandosi in Emilia-Romagna dal secondo dopoguerra. Tra l’altro, la funzione di difesa delle classi subalterne dalle congiunture economiche, dalle rappresaglie padronali, la nuova organizzazione del lavoro e dei rapporti di lavoro che abbiamo collocato nel capitolo sul riformismo, non vale solo per l’epoca pre fascista, è un ruolo che il movimento cooperativo emiliano-romagnolo ha giocato anche nel secondo dopoguerra, quando operai comunisti e sindacalizzati venivano fatti oggetto di licenziamenti. Le cooperative sono, universalmente, state fondate dalle persone per resistere alle “pressioni provenienti da spietate forze di mercato (…). Gli abitanti delle città e quelli delle campagne crearono le cooperative per poter utilizzare le risorse, finanziarie e umane, che individualmente non potevano accumulare”.1

Le citazioni di Turci, più nel dettaglio, ripercorrono il rapporto fra movimento cooperativo e PCI, quale partito egemone nel movimento operaio italiano e regionale.

La cooperazione all’interno del sistema economico capitalistico costituì con i propri caratteri d’innovazione un elemento implicitamente conflittuale per l’azione a difesa del lavoro, soprattutto in quanto il lavoro cessava di essere una merce. Nel 1946, ad un convegno in Emilia sulla cooperazione Togliatti sosterrà che “in realtà, in regime capitalista, la cooperazione non si sottrae alla legge del profitto, (…)”2. Anche se peculiare, l’attività delle cooperative rimane di stampo capitalistico. Le cooperative non venivano considerate da Togliatti e dal PCI come strumento di lotta al capitale, ma individuava in esse “un ruolo strategico (…) come strumento per la partecipazione da protagonista delle masse alla ricostruzione del Paese e alla realizzazione di un nuovo modello di società (…)”3.

Negli anni ’70 il movimento cooperativo subì una trasformazione. Prese infatti avvio un processo di disinfrancamento dal movimento operaio, il mondo della cooperazione legato alla Lega procedette verso una maggiore autonomia dal ruolo egemone ricoperto dal Partito. Questo processò determinò la frattura di quel nesso apparentemente inscindibile tra impresa economica e movimento sociale. Nel sistema cooperativo assunse rilevanza centrale la parola d’ordine “impresa”. Si attenuarono, fin quasi dissolvendosi, i valori fondanti, così i bilanci divennero la priorità rispetto al socio e al rapporto mutualistico.

Svaniscono anche “gli argini dentro ai quali il movimento cooperativo poteva crescere mantenendo una sua identità di impresa particolare”4 all’interno di un sistema ad economia di mercato.

Nel 1988 Lars Marcus, Presidente ICA, l’organizzazione internazionale di rappresentanza del sistema cooperativo, dichiarò:

esistono prove chiare a conferma del fatto che le cooperative sono state influenzate negativamente dal rapido boom delle economie di mercato capitaliste. In molti paesi, il carattere originale e unico delle cooperative è stato eroso dalle forme dominanti della vita economica, come per esempio le società per azioni. 5

Il tema della fascinazione dell’economia di mercato esercitata sul mondo della cooperazione è, dunque, ben noto da tempo e, come si vede, non è caratteristico solo del nostro Paese e dell’Emilia- Romagna.

Le cooperative di costruzione, di consumo e di servizi in particolare, assumono dimensioni di veri e propri colossi economici, per ciò che riguarda la vita interna questo passaggio si traduce nell’ampliamento della divaricazione fra management e soci. Mano a mano che le cooperative aumentano le proprie dimensioni la distanza fra vertice e base sociale sembra farsi incolmabile. A tal proposito pochi anni fa Lanfranco Turci ha dichiarato:

Questi elementi si sono accentuati nel corso degli anni e (…) sono anche uno dei fattori che spiega l’indebolimento della tradizione ideale del movimento cooperativo.6

Le conseguenze che discendono dai processi al centro della ristrutturazione e dello sviluppo del movimento cooperativo, fanno si che la distinzione fra imprese cooperative e le altre imprese capitalistiche sia sempre più labile, per non dire, in alcuni casi, inesistente.

La rotta liberista sempre più maggioritaria all’interno del movimento cooperativo produrrà una rottura anche con il movimento sindacale. In particolare l’avvicinamento della Lega delle cooperative alle posizioni di Confindustria in occasione del referendum sulla scala mobile, avvicinamento sostenuto in precedenza dalla CNA, porta come risultato la costruzione di un fronte unico contro le posizioni sostenute dalla CGIL isolandola di fatto, in quanto c’era già divisione con gli altri sindacati.

Occorre distinguere però l’operato delle grandi cooperative da quello delle piccole dove in molti casi il rapporto mutualistico, di fiducia e circolazione di idee e informazioni tra base e vertice era e rimane ancora vivo. Essi rappresentano gli elementi fondamentali per la sopravvivenza stessa di queste cooperative.

La “degenerazione”7 ovvero “la deviazione dagli scopi sociali” di queste grandi cooperative, può aver determinato un fattore che ha reso meno guardinghi i vertici delle imprese cooperative nei confronti delle tentazioni del mercato”8, portando a fatti poi sfociati nella cronaca giudiziaria. Questo processo secondo Lanfranco Turci è avvenuto perché:

in qualche modo si dice che il mercato è fatto così, se dobbiamo portare a casa il lavoro dobbiamo stare alle “regole del mercato”. Allora è un bel dilemma. Mi ricordo di qualche dirigente cooperativo che aveva detto in passato “mi domando se devo fare la figura del cretino andando a casa senza lavoro e quindi senza poter garantire la continuità ai miei soci o invece fare la figura dell’eroe portando il lavoro, ma sapendo quello che alle spalle ho dovuto combinare”.9

Fra gli elementi della “degenerazione” Webb, uno dei primi studiosi del sistema cooperativo, includeva anche ciò che “può portare le cooperative alla perdita delle loro caratteristiche democratiche fino a diventare simili o uguali alle imprese degli azionisti”10. C’è da dire che nelle SpA gli azionisti possono decidere i loro management, mentre i soci in questi grandi conglomerati cooperativi, conglomerati perché queste cooperative hanno dato vita a loro volta ad altre società, senza alcun rapporto con il vertice non sempre hanno la possibilità di agire sulla composizione della struttura del vertice. Questa affermazione trova un chiarimento nel fatto che:

Nelle cooperative classiche, più grandi, fino a pochi anni fa la grande maggioranza era composta da soci. C’è stato successivamente un processo di societarizzazione, cioè non è avvenuta una crescita del blocco centrale della cooperativa pura, ma di tante società satelliti collegate. Si tratta di lavoratori dipendenti e non di lavoratori soci. Storicamente, la grande maggioranza erano soci.11

Il vertice, senza criteri sanciti di turn over, diventa molto spesso ad una sorta di nomenklatura inamovibile e immodificabile. Nei casi, sempre più frequenti, di fusione fra cooperative il vertice viene a sua volta costituito per stratificazione, laddove la fusione da’ vita molto spesso a una moltiplicazione di posizione apicali. La sommatoria dei vertici delle cooperative che si sono fuse appare un elemento irrazionale e rappresenta una delle cause di situazioni critiche come quella in cui versa Coop Alleanza 3.0.

La “societarizzazione”di cui parla Turci e la “degenerazione” così come definita da Webb, hanno portato negli ultimi tempi a situazioni di conflitto fra i lavoratori delle cooperative impegnati nella logistica trasporti e le grandi cooperative stesse dando vita a vertenze molto complicate e accese.

Altro aspetto del discorso sulla cooperazione è quello che riguarda le cooperative sociali come appaltatrici di servizi non più eseguiti dagli enti locali. La riduzione dei trasferimenti ai governi locali è stata fra le cause principali che hanno portato al ricorso al cosiddetto “terzo settore” nella gestione di servizi sociali ed educativi. Se apparentemente questo ricorso può sembrare positivo, in realtà esso produce effetti che vanno considerati molto attentamente come ricorda Turci in una intervista del 2015:

Questo è un problema delicatissimo perché da un lato, è naturale che le cooperative sociali, che organizzano lavoratori che cercano occupazione, si candidino a gestire servizi sociali, che siano scuole materne, asili nido o case di riposo. È anche vero però che facendo forza sull’idea delle cooperative sociali, del terzo settore, si dà una spinta, si cerca di legittimare la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Questo è un gioco micidiale. Non sto dicendo che la responsabilità è in capo alle cooperative sociali perché, al di là del caso di Roma, le cooperative sociali in generale, sia come dimensioni che come modo di funzionamento, sono ancora vicine alla forma più classica È chiaro tuttavia che se un Comune, invece di aprire una scuola materna regolare assumendo le insegnanti per dodici mesi all’anno con la tredicesima, con tutti i diritti al riposo e alle ferie, la affida alla cooperativa sociale che fa dei contratti a termine e quindi paga solo i mesi effettivamente lavorati (non tutti i contratti sono così ma in molti casi sono così) è evidente che alla fine il risultato è che hai un servizio meno qualificato. Se la gente la tratti male e non la paghi bene, lavora peggio. Hai quindi servizi meno qualificati e hai lavoratori più sfruttati perché alla fine quelle insegnanti della cooperativa sociale, sono più sfruttate, mentre quelle del servizio pubblico hanno condizioni più dignitose. È un bel conflitto questo. Il motore non è nelle cooperative sociali, è nella politica di attacco al welfare, nel liberismo economico. Questo lo sappiamo bene, ha a che fare con politiche macro economiche con dimensioni ampie, europee. È la ricaduta di un processo molecolare. Quando si trova la motivazione ideale, come il terzo settore, si nobilitano anche politiche che in realtà sono di degrado del welfare. Non per responsabilità degli operatori ma per le scelte che stanno a monte. Tornando al filo del nostro ragionamento, insisterei per provare a lanciare l’idea che si apra un dibattito pubblico senza sotterfugi, senza tatticismi, senza paura di disturbare il manovratore, sullo Stato e le prospettive della cooperazione. Una sinistra che non abbia più vicino, non dico di fianco,ma vicino, un mondo cooperativo, un mondo mutualistico, è una sinistra più povera.12

Abbiamo visto ciò che Lars Marcus affermò nel 1988, quale presidente dell’organizzazione internazionale delle cooperative animò un importante dibattito a livello mondiale sul ruolo della cooperazione favorendo una lunga e significativa ricerca che si protrasse per diverso tempo ed incentrata sulla comprensione delle aspettative, delle idee dei cooperatori nel mondo. Dall’India agli esquimesi, passando per l’Europa e arrivando all’Africa, alla luce del fallimento del socialismo reale e del sempre maggior allineamento alle logiche del mercato, il tentativo di questo sforzo fu di una nuova identificazione dei valori delle cooperative. La tendenza interna al movimento cooperativo di privilegiare “il successo economico a breve termine” fu visto con un certo sospetto da importanti dirigenti internazionali come Laidlow13; così come pur considerando importante il perseguimento della redditività questa non doveva essere “fine a se stessa”.

Il tema del mutualismo, “del self-help volontario e reciproco, dell’emancipazione economica – sostenendo che erano ampiamente influenzati dai valori come l’onestà, l’attenzione verso gli altri, il pluralismo (approccio democratico) e la capacità costruttiva (fede nella via cooperativa)”14, sono i temi su cui all’interno del movimento cooperativo stesso si sta cercando da tempo di ribadire la funzione sociale delle cooperative forse passata in second’ordine rispetto alla funzione economica.

La questione della ridefinizione di un tessuto sociale ormai sfrangiato, del capitale sociale di cui l’Emilia-Romagna era, seppure oggi molto consumato, rimane ancora ricca è un tema su cui la cooperazione può e deve cercare di giocare un proprio ruolo tentando di ripristinare uno spirito comunitario e di mettere in relazioni spezzoni e individualità sociali troppo spesso lasciate a se stesse in una condizione di isolamento nella quale l’unica elaborazione sono teorie basate sul rancore e la paura.

1 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 169

2 P. Togliatti, intervento al convegno dei cooperatori comunisti del 26-28 ottobre 1946, pag.108. da “i comunisti e la cooperazione” storia documentaria.1945-1980 editore De Donato, in S. Caserta, La ”recherche du temps perdu” del movimento cooperativo. Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 90

3 S. Caserta, La ”recherche du temps perdu” del movimento cooperativo. Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 90

4 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 81

5 . Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag .175

6 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 81

7 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 24

8 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 82

9 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 82

10 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 25

11 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 86

12 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 88

13 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 175

14 Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag.178

Contrassegnato da tag , , ,

Riformismo: il “filo rosso” nella storia della sinistra in Emilia-Romagna

Di Eugenio Pari

Il PCI si ricollega alla trazione dei “municipi rossi” passati alla storia, tra fine Ottocento e inizi Novecento, per essere dei centri sovversivi, ma anche per la concretezza della loro azione politica.

Abbiamo visto che tipo di rilevanza il collegamento con questa esperienza abbia avuto nello sviluppo dell’azione di governo dei comunisti riportando l’intervento su Ceti medi ed Emilia Rossa di Togliatti.

Fra gli elementi sostanziali del “socialismo municipale”, o “padano” come altri studiosi lo definiscono, vi è sicuramente il movimento cooperativo. Il movimento cooperativo nella regione trae le sue origini dalla creazione di cooperative di lavoro sorte negli anni ’80 dell’Ottocento. Le esigenze a cui esse principalmente rispondevano erano quelle di ridurre la disoccupazione e attraverso il proprio attivismo, grazie anche al fatto che contestualmente le amministrazioni locali erano guidate dai socialisti, ottennero l’affidamento di opere pubbliche tali da garantire l’impiego di mano d’opera che, a sua volta, attraverso meccanismi di rotazione, permetteva a un maggior numero di persone di lavorare.

La costituzione in cooperativa, oltre che avere ricadute in termini solidaristici, permetteva ai soci lavoratori di non sottostare al ricatto del padronato e di ottenere sostanziali miglioramenti sotto il punto di vista delle condizioni lavorative sia del trattamento economico. Questa organizzazione del proletariato cittadino e delle campagne permetterà una risposta non collerica e tantomeno rassegnata alla logorante mancanza di lavoro. Nella regione non si vedranno fenomeni di ribellismo fini a sé stessi, ciò al tempo stesso contribuirà al fatto che fra i milioni di contadini che in quegli anni emigravano dall’Italia solo in misura ristrettissima fossero quelli di provenienza emiliano-romagnola.

La creazione di cooperative fosse di per sé la soluzione per l’assorbimento di grandi sacche di disoccupazione, ma contribuirà “a creare un clima, una mentalità, una speranza. La rassegnazione non prevale”1, ecco spiegate le distinzioni fra il proletariato emiliano-romagnolo e quello, in particolare, delle regioni del Mezzogiorno, su cui, come abbiamo visto in precedenza, Togliatti si soffermerà in maniera molto chiara nel suo discorso di Reggio Emilia del 1946.

L’altro elemento caratterizzante del socialismo emiliano tra la fine dell’ ‘800 e gli inizi del ‘900 fu la costituzione delle leghe sindacali, le quali ebbero una funzione di collocamento della mano d’opera e di sottrazione della stessa dalle discriminazioni e rappresaglie del padronato.

Il primo successo del socialismo nella regione si ebbe con la vittoria alle elezioni amministrative per il comune di Imola nel 1889, Imola è infatti considerata la “culla” del socialismo municipale. Significativa inoltre fu l’esperienza che fra il 1899 e il 1905 si sviluppò a Reggio Emilia, qui l’amministrazione socialista investì senza “avarizia” nelle scuole, procurando testi gratuiti per i bambini, aprendo corsi serali per gli adulti e favorendo “ricreatori educativi per i bambini. Le scuole aumenteranno continuamente prima di tutto in campagna, crescerà il numero degli insegnanti che vedranno accresciuto il proprio stipendio, manovra che i comuni potevano fare in quanto l’educazione elementare era ancora di loro esclusiva competenza, l’obiettivo delle amministrazioni era chiaro “perché – come recitava la relazione al bilancio del 1902 – l’istruzione distrugge la miseria2.

Tutto ciò concorrerà a costruire nella memoria collettiva, grazie anche alla grande tradizione comunale italiana, laddove il Comune secondo l’insegnamento mazziniano era “unità primordiale”, un’idea di “società libera dai vincoli centralistici statali, fondata su una federazione di Comuni autonomi. Continuarono a pensare a questo futuro di federalismo e di autogoverno delle comunità locali anarchici e socialisti di varia tendenza, riformisti e intransigenti. Ma non viene a mancare, pure in una visione tendenzialmente federalista, il senso dell’appartenenza a una formazione unitaria. Sono anzi i socialisti, con i repubblicani e i cattolici democratici, ad immettere nella vita della nazione ceti popolari che ne erano rimasti esclusi, stimolando e favorendo l’alfabetizzazione, la frequenza scolastica e l’impegno elettorale”3.

Abbiamo visto in precedenza la critica che Togliatti mosse ai “riformisti” colpevoli a suo avviso di essere caduti in un “pericoloso particolarismo” che non permetteva loro di considerare la “prospettiva e [del]l’interesse generale del movimento”, Zangheri tornando sull’argomento del riformismo in Emilia-Romagna, nel 2004 ebbe modo di sostenere che “l’opera dei socialisti nei Comuni e nel parlamento è rivolta a risolvere i problemi immediati dei ceti più bisognosi e, al tempo stesso, ad affrontare grandi questioni locali, come le finalità dell’istruzione (…), l’uguale dignità dei cittadini, il diritto al lavoro. Tutta l’attività dei socialisti è consacrata a compiti minuti, quotidiani e, contemporaneamente, alla rivendicazione di obiettivi di emancipazione e d

Risultati immagini per Renato Zangheri

Renato Zangheri

i trasformazione. È un errore, compiuto frequentemente, ritenere che la divisione fra riformisti e massimalisti, che turberà il socialismo nei primi decenni del Novecento, fino a minarne la forza, sia avvenuta sulla linea di una differenza negli obiettivi finali. In Emilia-Romagna i riformisti, che organizzano in alcune province la maggioranza dei lavoratori, sono tenaci difensori dei loro interessi sindacali – orari, salari, occupazione – ma non cessano di richiamare i fini generali: la collettivizzazione della terra, una società libera dallo sfruttamento, l’uguaglianza fra gli esseri umani, allo stesso modo dei massimalisti”4.

Da questo brano alcune considerazioni che mi sento sommessamente di esprimere, pur non avendo i “galloni” dello storico: tra le righe di Zangheri mi sembra di notare una critica alle affermazioni che quasi cinquant’anni prima fece Togliatti varando la linea del PCI in Emilia-Romagna proprio in relazione alla politica “particolaristica” dei riformisti. Ora, probabilmente la discussione potrebbe risultare di “lana caprina”, ma a me pare importante in quanto credo che caratterizzi non ex post tutto il corso dei comunisti emiliano-romagnoli dalle origini della “Emilia rossa”. Non credo che il riformismo sia stato il carattere distintivo, strumentale magari, di una stagione, la radice ideologica di una sinistra disancorata dall’ideologia comunista andava alla ricerca di idee fondanti; no, in Emilia-Romagna i comunisti erano riformisti per davvero e lo sono stati fin da subito la conquista del potere locale.

Alla costituzione del socialismo municipale contribuirono anche leggi nazionali come quella, per esempio sulle municipalizzazioni a firma di Giolitti e data un presupposto normativo che, secondo Baldissara, fornisce l’occasione per il socialismo “di intervenire in settori fondamentali della vita delle masse lavoratrici, e dunque di poter garantire la fruizione dei servizi di base delle masse lavoratrici in base a criteri di maggiore equità. Si tentò quindi la via della ‘municipalizzazione del pane’, cioè della gestione di forni comunali capaci di fornire questo alimento primario a prezzi minori rispetto agli esercenti privati. Si procedette inoltre all’assunzione a spese dei comuni dei servizi in rete (trasporti, acqua e gas), in modo da favorirne l’accesso ai ceti subalterni, ma anche di procedere alla modernizzazione (estensione dei collegamenti e dell’illuminazione, miglioramento delle condizioni igieniche) dei centri amministrati”5.

Occorre anche ricordare anche che all’inizio del Novecento si assistette all’allontanamento del clero dagli istituti di assistenza, alla gestione arbitrale delle opere religiose sopravvenne quella dei cosiddetti municipi “rossi” come nel caso dell’allontanamento delle suore dall’orfanotrofio a Cesena nel 1903 e a Rimini nel 1906. Ma la rimozione di personale del clero avvenne negli ospedali avvenne anche a Imola e Ravenna e a “Forlì la laicizzazione si spingeva oltre l’espulsione del personale ecclesiastico, sino al reimpiego delle risorse finanziarie già impegnate dall’amministrazione clericale per il miglioramento delle prestazioni assistenziali”6.

Il fascismo si abbatté sulle conquiste del movimento operaio della nostra regione con un accanimento maggiore rispetto alle altre regioni del Paese, la violenza squadrista si concentrò, come rileva Patrizia Dogliani, soprattutto sui braccianti infatti “dell’ottantina di uccisi nel Bolognese tra il 1920 e il 1943 (a riprova che la violenza si istituzionalizzò ma non venne meno dopo il 1925) più della metà delle vittime erano braccianti” 7.

Buona parte della spina dorsale della gerarchia nel regime fascista, almeno fino all’inizio degli anni ’40, proveniva dalla nostra regione, eppure possiamo dire che lungo il ventennio sopravvisse una resistenza al regime fino a diventare via via più larga abbracciando masse di contadini che costituirono il nerbo della lotta di liberazione in Emilia-Romagna “coinvolgendo famiglie intere, interi paesi nella lotta armata, nel sostegno alle formazioni partigiane, (…). Il sacrificio dei sette fratelli Cervi, contadini del reggiano, fucilati dai nazisti, non è un evento unico, ma si inquadra in un’epopea che ha visto per la prima volta le popolazioni delle campagne battersi concordemente per chiari obiettivi nazionali e sociali”8.

Alla testa del movimento di Liberazione in Emilia-Romagna si collocò il PCI che, a differenza degli altri partiti antifascisti, così come nel resto d’Italia, riuscì a mantenere una organizzazione clandestina la quale aumentò costantemente durante la Resistenza. La lotta di Liberazione indicò la questione del socialismo nella vita regionale questa volta riproposta dai comunisti che assunsero all’indomani del 1945 una posizione predominante nel fronte delle sinistre. Una certa impostazione dogmatica, allora imperante nello schieramento comunista internazionale e il mito dell’URSS, di fatto determinano la cosiddetta “doppiezza” che in un primo tempo non permise ai comunisti, né ai socialisti di “uscire dalle loro vecchie basi sociali e ideali (Zangheri, 2004)”. Il PCI svolse quindi, nei fatti, una funzione socialdemocratica e lo fece fin da subito rilanciando quelli che, dopo la lunga fase del Ventennio, erano e torneranno ad essere i centri nevralgici della vicenda regionale, centri che Zangheri individuerà nelle cooperative, nei Comuni, nelle associazioni di mestiere, ricreative, mutualistiche e di solidarietà che per più di un secolo hanno caratterizzato l’Emilia-Romagna.

Uno dei capisaldi del corso socialdemocratico dei comunisti emiliano-romagnoli, recuperato peraltro nell’alveo della tradizione socialista, fu la municipalizzazione che traeva origine anche da motivazioni ideologiche rintracciabili nell’introduzione del concetto marxiano del materialismo storico e della lettura delle dinamiche degli enti locali conseguente alla dialettica fra le classi. Un passo del Corso pratico sugli enti locali del PCI del 1951 è paradigmatico in questo senso per i comunisti ‘la storia dei Comuni ci insegna che il governo comunale è stato sempre oggetto di contesa fra le classi in lotta [quindi] la classe che detiene il potere politico dello Stato influisce sull’ordinamento comunale in modo conforme ai suoi interessi i quali in certi periodi consentono od addirittura richiedono una maggior democratizzazione dei Comuni, mentre in altri periodi ne esigono la restrizione od il radicale soffocamento’”.9

Luca Baldissara da’, di questo passo, la seguente lettura

gli spazi d’azione dei comuni vengono dunque disegnati dalla classe borghese a seconda delle convenienze tattiche e degli equilibri interni a questa classe, alternando momenti ‘in cui lo stato borghese allarga questa autonomia, altri in cui la restringe o addirittura la sopprime come fece il fascismo’. Solo con la conquista dei comuni da parte del movimento operaio si avvierebbe dunque il processo di democratizzazione delle amministrazioni comunali, poiché la concezione politica del socialismo concepisce i comuni come le prime sedi nelle quali il popolo esercita il suo potere, e quindi se democrazia è partecipazione di tutto il popolo alla vita pubblica, i comuni sono la prima istanza della democrazia. 10

Il comune e, quindi, le funzioni che esso gestiva, fra le quali, come noto, i servizi pubblici, non andava considerato come “un mero organo burocratico, ma come un ‘ente dotato di poteri e di autonomia, chiamato ad esplicare una serie numerosa e varia di proprie funzioni’, nel cui esercizio si deve dimostrare un ente capace di compiere veri e propri atti di potere, un efficace strumento della lotta di classe e il centro di sistemi di alleanze politiche’: ‘ in sostanza il Comune deve sapere tradurre in termini comunali le grandi lotte politiche’”.11

Dozza diviene, insieme a Fortunati (senatore e membro dell’esecutivo della Lega dei comuni democratici) possono essere definiti i rappresentanti di un’amministrazione che si eleva al ruolo di testimonianza concreta per la realizzazione un nuovo tipo di intervento municipale, per la costruzione di una nuova cultura politico – amministrativa in grado di fornire risposte adeguate alle nuove esigenze delle città allora in espansione e “dei ceti che in esse si trovano a vivere in condizioni maggiormente disagiate spingendo altre amministrazioni locali governate da maggioranze di sinistra ad emulare quanto messo in opera nel capoluogo emiliano”.12

Gli orientamenti “democratici” espressi si concretizzavano attraverso una politica di spesa e anche di entrata, in entrambi i casi originando un effetto di incremento dei redditi attraverso l’applicazione in chiave locale del moltiplicatore keynesiano in un circolo contrassegnato da spese per investimenti, servizi locali e consumi a diretto vantaggio delle “fasce deboli”.

Gli amministratori locali erano dunque decisi ad utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione per realizzare indirizzi generali di finanza locale e politica tributaria, in questo senso il Bilancio era la sintesi di una politica volta ad aumentare le entrate: “attraverso la giusta scelta delle fonti di reperimento, l’equa discriminazione dei redditi, il costante affinamento degli organi di accertamento.”.13

Le politiche di bilancio non erano quindi un solo compito tecnico di rendicontazione economica e finanziaria, un esercizio di abilità contabile e di dimostrazione di efficienza ragionieristica. Lo capiamo dalle parole dell’Assessore ai tributi dell’Amministrazione Dozza, Paolo Fortunati, che Baldissara riporta nel suo saggio all’interno della Storia dell’Emilia-Romagna. Fortunati spiega quali siano gli obiettivi di un’amministrazione:

noi pensiamo che le amministrazioni locali non debbano soltanto risolvere un problema contabile, pervenire cioè a un determinato gettito dei tributi. Le amministrazioni si trovano di fronte ad una più grave difficoltà: si tratta di raggiungere un determinato gettito in un determinato modo (…) con una distribuzione del carico tributario imperniata su un principio di progressività, perché altrimenti noi risolveremo soltanto gli aspetti contabili, ma non le aspirazioni secolari di una giustizia tributaria.14

Il tentativo, insomma, era quello di assicurare risorse economiche per le amministrazioni in grado di garantire al contempo lo sviluppo del territorio e l’innalzamento della tutela sociale attraverso un percorso di democrazia fiscale.

Risultati immagini per Renzo Imbeni

Renzo Imbeni

Sullo stesso tema tornerà sul finire degli anni ’80, in un intervento per la Conferenza programmatica del PCI bolognese, Renzo Imbeni quando sosterrà: “il modo per capire è indicare i nuovi confini fra vecchio e nuovo, fra destra e sinistra, fra giusto e ingiusto (..). Per il fisco italiano i grandi redditi per la maggior parte non esistono, i medi sono visti solo in parte, per i piccoli la situazione è tutta sotto controllo. L’ingiustizia fiscale non provoca solo malcontento e fuga nell’arrangiamento individuale, ma è all’origine della voragine finanziaria. Il deficit pubblico non si risanerà mai con l’affannosa rincorsa a tagliare questa o quella spesa sociale, ma solo con l’equità fiscale, (…)”15.

1 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 94

2 R. Zangheri, ibidem, pag. 95

3 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 95

4 R. Zangheri, ibidem, pag. 95

5 L. Baldissara in Mutamenti istituzionali e politiche sociali nella regione “rossa” in , Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 144

6 L. Baldissara ibidem, pag. 143

7 P. Dogliani, Il fascismo: dalla regione alla nazione, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 103

8 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 96

9 Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pag. 3, PCI, 1951,in Baldissara L., ibidem, pag. 123

10 L. Baldissara, ibidem, pag. 123. Le frasi virgolettate all’interno della citazione di Baldissara sono brani tratti dallo stesso Baldissara dal Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pag. 3. PCI, 1951

11 L. Baldissara, Le frasi virgolettate all’interno della citazione di Baldissara sono brani tratti dallo stesso Baldissara dal Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pagg. 59, 60, 62. PCI, 1951

12 L. Baldissara, ibidem, pag. 234

13 Atti del Consiglio comunale di Bologna, 14 dicembre 1953 in L. Baldissara, ibidem, pag. 245

14 L. Baldissara, Mutamenti istituzionali e politiche sociali nella regione “rossa”, in Storia dell’Emilia-Romagna, Vol. 2, Editori Laterza, Bari, 2004, pag. 150

15 R. Imbeni, Bologna Futura. Conferenza di programmatica dei comunisti bolognesi, Franco Angeli, Milano, 1989, pag. 450

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

I problemi sociali ed economici in Emilia – Romagna

Di Eugenio Pari

Le sinistre hanno storicamente determinato le condizioni sociali ed economiche perché la nostra Regione potesse creare la crescita economica e produttiva che l’ha inserita e tuttora ancora la inseriscono a pieno titolo fra le aree più sviluppate d’Europa. Ma, dopo decenni di governo pressoché incontrastato e all’insegna dell’innovazione di fatica  vedere risposte a domande centrali quali: cosa ne è dei distretti industriali[1]? Come si sono organizzati per resistere alla sfida dell’economia globalizzata? Come muta la composizione sociale del lavoro operaio? Qual è il ruolo dell’immigrazione: sostituzione di settori abbandonati dagli italiani o di competizione? Quali sono le risposte di fronte alla progressiva fine dell’alleanza fra piccoli imprenditori e lavoratori dipendenti; “formula” del successo economico della regione? Rispetto a quest’ultima domanda è opportuno recuperare un pensiero di Walter Vitali: “[è] un dato di fatto che si sia prodotta una frattura tra lavoro autonomo e dipendente che – (…) – costituisce una chiave interpretativa fondamentale per comprendere le scelte elettorali degli italiani”.

Vitali in un altro scritto individua quattro questioni a cui dare risposta per mantenere alti livelli di coesione sociale, questioni strettamente legate alle dinamiche socio economiche in corso in regione. La prima: “la coesione sociale oggi è minacciata fortemente in modo particolare dal fatto che, essendo l’Emilia – Romagna la regione con il più alto tasso di popolazione immigrata residente richiamata dai suoi livelli di sviluppo  economico, questo determina un conflitto con la popolazione autoctona, soprattutto con le fasce di reddito medio – basse e basse, sull’accesso ai servizi”[2];a tal proposito quanto sostiene Vitali in merito al conflitto immigrati – popolazione autoctona anticipa di qualche anno i fatti di Gorino, dove la popolazione ha inscenato una protesta, con tanto di posti di blocco per impedire l’arrivo nel comune del ferrarese di un gruppo di cittadini immigrati richiedenti asilo.

Il secondo aspetto che riporta Vitali nel suo intervento all’interno del libro a cura di Carlo De Maria, riguarda la questione del welfare territoriale: “ora siamo di fronte a politiche non contingenti, ma di lungo periodo, da parte dei governi che tendono a smantellare esattamente questo tipo di assetto e tendono a introdurre elementi, attraverso tagli drastici s tutto il sistema di servizi, i quali vanificano la possibilità non già di sviluppare o di ulteriormente rafforzare l’attuale standard dei servizi, ma semplicemente di mantenerlo”[3].

Il terzo aspetto sui cui si sofferma l’ex Sindaco di Bologna Vitali riguarda la “crisi economica e sociale in atto” sostenendo che “(…) anche l’Emilia – Romagna è imemersa in pieno nella tempesta. Stiamo perdendo decine di migliaia di posti di lavoro, non solo a tempo indeterminato, ma anche a tempo determinato, con i contratti che non si rinnovano più, in modo particolare quelli delle giovani generazioni e delle donne”[4], è vero che la nostra Regione complessivamente ha tenuto dal punto di vista occupazionale e produttivo soprattutto grazie al fatto che è una regione fortemente orientata all’export e che nel corso del tempo ha saputo mantenersi collegata alla “locomotiva” tedesca. I recenti segnali di indebolimento dell’economia della Germania  stanno incominciando a rallentare una ripresa abbastanza incoraggiante registrata in regione a partire dal 2014 ma, apparentemente, conclusa nel secondo semestre del 2018.

Vi è infine una critica che Vitali indirizzava all’Ente Regione riguardo al tema della pianificazione territoriale, considerando il PTR alquanto insoddisfacente in merito al ruolo dei territori e di Bologna, considerando il capoluogo la “capitale” di un territorio policentrico.

Walter Vitali una risposta, parzialmente, se la da’ quando, rivolto agli amministratori e alle classi dirigenti dell’Emilia – Romagna, sostiene che “negli ultimi decenni abbiamo vissuto di rendita, facendo esattamente il contrario di ciò che ha reso possibile quel modello; le classi dirigenti si sono autoriprodotte; e intanto il vento delle grandi sfide globali ha cominciato a battere ance il nostro territorio ponendoci davanti a problemi molto gravi”[5].

Sul tema è intervenuto diverso tempo fa in un importante articolo pubblicato su Micromega nell’aprile 2014, l’ex Presidente della regione Lanfranco Turci, sostenendo individuando i processi economici e sociali sviluppatisi negli anni precedenti alla crisi, riportandoli in questi termini: “(…) gerarchizzazione delle imprese dei distretti indotta dalla dinamica della globalizzazione, le delocalizzazioni e il ricorso crescente all’outsourcing, la crescita del terziario, i cambiamenti intervenuti nel lavoro dipendente e autonomo, la flessibilizzazione (anche per via legislativa operata dai governi del centro – sinistra) del mercato del lavoro e delle sue nuove figure di atipici” proseguendo Turci sostiene che “ il risultato di questi processi sono le diseguaglianze che crescono e la disarticolazione della società, del capitale sociale e dell’ethos collettivo ancora forte negli anni ‘80 ”[6]. I rapporti di forza partitici e sindacali, è la conclusione del ragionamento di Turci, che le sinistre (in particolare il Pci) aveva spostato a vantaggio di una garanzia di risultati economici e sociali per i lavoratori “cambiarono radicalmente”.

Lo scenario che si viene costruendo è di segno opposto rispetto al sostegno alle “politiche di welfare e agli interventi keynesiani degli enti locali (…) sia nel rapporto fra le classi sia nelle capacità di intervento del pubblico”[7]. Il sistema delle politiche sociali in quegli anni infatti è sempre più costretto all’interno delle famigerate politiche di rigore “che preparano e poi portano all’adozione dell’euro. Anche ad uno sguardo a volo d’uccello non può non colpire l’indebolimento, quando non la distruzione di identità collettive e il cambiamento radicale, la burocratizzazione, l’autoreferenzialità delle grandi nervature sociali che reggevano la società emiliana negli anni passati”.[8]

Dal punto di vista demografico in Emilia-Romagna continua il calo percentuale dei giovani sul totale della popolazione. Negli ultimi 10 anni si è ridotta di 2,5 punti percentuali nei 28 Paesi dell’Unione Europea, di quasi 3 punti in Italia (2,8 per l’esattezza) e di oltre 2 punti in Emilia-Romagna. Si tratta in valori assoluti di quasi 1,4 milioni di persone in meno in Italia, delle quali circa 59.000 nella sola Emilia-Romagna. Nell’ultimo anno tuttavia questa tendenza è meno accentuata, con ogni probabilità per effetto dei trend migratori, caratterizzati da una bassa età media: -0,2 nell’Unione Europea, 0,1 in Italia e addirittura in lieve recupero (+0,1) in Emilia-Romagna.

 

 

 

La provincia italiana con la quota più bassa di popolazione collocata nella fascia d’età fra i 15 e 34 anni d’età continua ad essere quella di Ferrara (16,5%), mentre tutte le altre realtà provinciali dell’Emilia-Romagna restano attestate tra il 18 e il 20% (vedi fig.5.3).

Alla base della riduzione della popolazione giovanile c’è prima di tutto il basso tasso di natalità, il calo costante che si registra dal 2008 ha portato, nel 2017, Emilia-Romagna alla quota di 7,4 nati per mille abitanti, dato inferiore anche a quello nazionale (7,6 per mille abitanti), con la punta più bassa ancora una volta nella provincia di Ferrara (5,9 per mille abitanti).

Pur tuttavia in questo trend vanno considerati i flussi migratori che hanno comportato specialmente negli anni passati soprattutto per ciò che riguarda l’Emilia-Romagna saldi elevati, tali da contribuire in modo determinante a frenare la mancanza di peso complessivo della popolazione giovanile.

Com’è noto l’età media della popolazione immigrata è invero molto inferiore a quella del luogo: oltre la metà degli immigrati residenti nel territorio emiliano-romagnolo nel 2018 risulta avere meno di 35 anni.

Grazie quindi a questo fenomeno la quota di popolazione con età inferiore ai 15 anni è cresciuta sensibilmente in Emilia-Romagna nel decennio 2002-2012, fino a toccare valori molto prossimi a quelli nazionali, dai quali invece era in precedenza lontana. Questo consente di prevedere che nei prossimi anni anche la quota di popolazione in età 15-34 anni possa avere un parziale recupero.

Negli ultimi anni, dal 2015 in poi, anche in Emilia-Romagna come – in modo più accentuato – in Italia, anche la popolazione più giovane, al di sotto dei 15 anni, torna invece a calare.

 

 

La riduzione della quota di giovani sul totale della popolazione deriva in primo luogo dal basso tasso di natalità, in calo costante dal 2008 e sceso nel 2017 in Emilia-Romagna a 7,4 nati per mille abitanti, inferiore anche a quello nazionale (7,6 per mille abitanti), con la punta più bassa ancora una volta nella provincia di Ferrara (5,9 per mille abitanti).

Tuttavia, questo andamento è bilanciato dai flussi migratori che hanno determinato soprattutto in alcuni degli anni scorsi e in particolar modo in Emilia-Romagna saldi elevati, tali da contribuire in modo decisivo a contenere la perdita di peso complessivo della popolazione giovanile.

L’età media della popolazione immigrata è infatti notoriamente molto inferiore a quella indigena: oltre la metà degli immigrati residenti nel territorio emiliano-romagnolo risulta nel 2018 avere meno di 35 anni.

In virtù di questo fenomeno la quota di popolazione con età inferiore ai 15 anni è cresciuta sensibilmente in Emilia-Romagna nel decennio 2002-2012, fino a toccare valori molto prossimi a quelli nazionali, dai quali invece era in precedenza distanziata. Tutto ciò lascia intravedere la possibilità che nei prossimi anni anche la quota di popolazione in età 15-34 anni possa avere un limitato miglioramento.

Dal 2015, come del resto in Italia, la popolazione al di sotto dei 15 anni torna a calare in Emilia-Romagna, cresce invece il valore delle migrazioni verso l’estero in particolare nella fascia d’età che va dai 18 ai 39 anni, il dato censito in regione riguarda, in valori assoluti, per il 2016 il trasferimento all’estero di 1.714 stranieri e 3.615 italiani.

Per ciò che riguarda i livelli occupazionali nel periodo 2007 – 2017 assistiamo ad un calo di oltre il 10% con una crescita dove predominante è la crescita prevalente degli inattivi con livelli consistenti dei disoccupati (+4,6%).

In Emilia-Romagna a rendere ancora più consistente il dato del calo degli occupati è il fatto che si partiva da livelli occupazionali nettamente superiori rispetto al dato nazionale, raddoppia la quota degli inattivi sulla cui entità incide, con particolare riferimento la fascia 15-24, lo  È evidente che in questa fascia d’età, e in particolare con riferimento a quella dai 15 ai 24 anni, la frequenza di percorsi formativi. Ciò nonostante, anche valutando soltanto la fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni, certamente meno coinvolta da attività formative, le propensioni non cambiano in modo significativo.

A tutti i livelli risulta più accentuata in questa fascia la crescita della quota dei disoccupati e meno quella della quota degli inattivi, che diventa addirittura un lieve calo nella media dei 28 Stati della UE, ma resta molto significativa la crescita di entrambi i valori sia In Italia sia in Emilia-Romagna.

Per ciò che riguarda il livello di ricchezza degli emiliano-romagnoli, valutando le dichiarazioni dei redditi del periodo 2009-2017 vediamo che il reddito medio da lavoro dipendente e assimilati nel 2016 – da dichiarazioni dei redditi 2017 – è pari in Emilia-Romagna a 22.220 euro, più alto di quello medio nazionale di oltre 1.500 euro (+7,4%) e, come provato dalla schema che rapporta i redditi da lavoro dipendente, autonomo e da pensioni in Emilia-Romagna e le diversità con l’Italia.

 

 

Redditi da lavoro dipendente, da lavoro autonomo e da pensione in Emilia-Romagna e differenze con Italia. Dichiarazioni dei redditi 2009-2017

 

Anno dichiara

zione

Redditi da lavoro dipendente

e assimilati

Redditi da lavoro autonomo Redditi da pensione
  Emilia-Romagna Differeza con Italia Emilia-Romagna Differenza con Italia Emilia-Romagna Differenza con Italia
2009 20.460 +1.000 (+5,1%) 42.230 +3.340 (+8,6%) 14.340 +400 (+2,9%)
2010 20.530 +740 (+3,7%) 42.830 +2.950 (+7,4%) 15.050 +450 (+3,1%)
2011 20.600 +790 (+4,0%) 44.310 +2.990 (+7,2%) 15.390 +410 (+2,7%)
2012 20.880 +860 (+4,3%) 45.590 +3.310 (+7,8%) 15.910 +390 (+2,5%)
2013 21.310 +1.030 (+5,1%) 40.800 +4.730 (+13,1%) 16.280 +500 (+3,2%)
2014 21.770 +1.170 (+5,7%) 41.390 +5.730 (+16,1%) 16.820 +540 (+3,3%)
2015 21.810 +1.290 (+6,3%) 41.640 +6.070 (+17,1%) 17.250 +550 (+3,3%)
2016 22.150 +1.490 (+7,2%) 43.810 +5.520 (+14,4%) 17.470 +600 (+3,6%)
2017 22.220 +1.520 (+7,4%) 47.360 +5.620 (+13,5%) 17.840 +670 (+3,9%)

Fonte: Elaborazione su dati del Ministero dell’economia e delle finanze

 

Considerando il lavoro autonomo, nello stesso periodo il distacco con la media nazionale si fa ancora più netto pari al 13,5%, che in termini assoluti equivale a 5.520 euro.

Parlando di redditi è interessante riportare un passaggio “la distribuzione dei redditi netti delle famiglie emiliano-romagnole è maggiormente concentrata (quindi meno equamente distribuita) di quella che si registra nel Nord-Est, ma meno di quella complessiva nazionale”[9]

Sempre per ciò che riguarda il dato sulla povertà relativa, prendendo questo indicatore come più attendibile in quanto suscettibile di meno variazioni, “nel 2017 le famiglie residenti in Emilia-Romagna in condizioni di povertà relativa costituiscono il 4,6% del totale, meno della metà del dato medio italiano (12,3%)”[10].

Situazioni di disagio delle famiglie, riporta il lavoro dell’Ires Emilia-Romagna per la CGIL regionale, pubblicato nel 2018 sono relative “alla grave deprivazione materiale, che si registra, (…), quando sono presenti nella famiglia quattro o più sintomi di disagio economico su un elenco di nove: i) non poter sostenere spese impreviste di 800 euro, ii) non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa, iii) avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti come per es. gli acquisti a rate; iv) non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni, cioè con proteine della carne o del pesce (o equivalente vegetariano); v) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere: vi) una lavatrice vii) un televisore a colori viii) un telefono ix) un’automobile”[11].

In questo caso, prosegue il rapporto commissionato dalla CGIL Emilia-Romagna, l’Istat attesta che “il 6,3% delle famiglie residenti in Emilia-Romagna si trovano in condizioni di grave deprivazione, dato appena inferiore a quello rilevato per l’insieme delle regioni del Nord (6,7%) e decisamente più basso di quello dell’Italia nel suo complesso (12,1%)”.

Pur vedendo aumentati alcuni indicatori del disagio, si assiste comunque al fatto che l’Emilia-Romagna “continua a contraddistinguersi per condizioni di benessere più elevate e meno critiche di quelle medie nazionali – spinte verso il basso da quanto si registra nel Sud del Paese – e sovente anche di quelle di buona parte delle regioni del Nord Italia”[12].

In conclusione, ricorda il Rapporto Ires-CGIL Emilia-Romagna, “non si possono trascurare alcuni segnali ormai consolidatisi nel corso degli ultimi anni” come il fatto che “dietro i dati medi si trovano situazioni profondamente diversificate e dunque una distribuzione dei redditi e delle ricchezze con significative diseguaglianze, come evidenziato dall’indice di concentrazione che, per l’Emilia-Romagna rimane più critico di quello dell’Italia settentrionale e, all’interno della regione, anche da quanto si osserva a livello territoriale e per profili di famiglia. Infatti, si è sottolineato che la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie più numerose e colpisce di più le famiglie giovani. Le elaborazioni Istat mostrano chiaramente come le famiglie in condizioni di povertà aumentino al crescere del numero di figli: il 26,8% delle famiglie con tre o più figli nel 2016 risultano in condizioni di povertà assoluta. Se si considerano le sole famiglie di stranieri con figli minori, tale percentuale sale al 34,6%”[13].

 

 

 

 

Fondamentale è il ruolo del pubblico che attraverso il “sistema di imposte e benefici, riduce il rischio di povertà per gli anziani, mentre lo aumenta per le famiglie con figli minori e per i giovani senza figli. (…) Tanto che Istat evidenzia la necessità di politiche finalizzate a rafforzare la famiglia che aiutino gli individui in tutte le diverse tappe della vita e riducano le disuguaglianze per età e generazioni, prevedendo anche misure che incentivino l’autonomia dei giovani e agevolino la realizzazione dei loro progetti”[14].

La povertà economica, oltre a essere prevalentemente concentrata a livelo territoriale territorialmente, è collegata alla mancanza di lavoro o, per meglio dire, a “un numero di persone occupate per famiglia con un reddito non adeguato alle esigenze complessive della famiglia stessa. Anche se diversi studi mostrano che la probabilità di povertà, per le persone occupate, non dipende tanto da quanto si lavora ma piuttosto dal reddito da lavoro che viene percepito. Ne deriva pertanto una forte preoccupazione per i recenti andamenti di alcune caratteristiche del mercato del lavoro italiano, con un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, chiamati a lavorare più di prima per ottenere in media retribuzioni comunque proporzionalmente in calo e quindi anche sempre meno in grado di contrastare il rischio di povertà”.

Altro elemento critico riguarda l’occupazione femminile, dato tradizionalmente caratterizzato in Italia e in Emilia-Romagna da lavoro precario, tempo parziale, dove le donne sono chiamate a sostenere non solo le difficoltà delle mansioni lavorative, ma anche dai compiti che derivano dalla cura della famiglia e laddove la persona di riferimento è la lavoratrice aumenta anche il rischio di povertà per quelle famiglie.

Abbiamo sottolineato l’importanza del sistema cooperativo in Emilia-Romagna, importanza che deriva anche dal fatto che dall’inizio della crisi ad oggi ha permesso la tenuta occupazionale. Il sistema cooperativo, di cui l’Emilia-Romagna è stata culla, ha vissuto una trasformazione manageriale che ha determinato una crescita dimensionale e finanziaria delle cooperative stesse, fra le origini delle situazioni di crisi (Coop Alleanza 3.0 con una passivo superiore ai 200 milioni di euro) o addirittura liquidate (Manutencoop franata sotto un passivo di circa 790 milioni di euro e 1300 creditori), c’è tanta finanza e una crescita dimensionale insostenibile.

[1] Sistema produttivo costituito da un insieme di imprese, prevalentemente di piccole e media dimensioni, caratterizzate da una tendenza all’integrazione orizzontale e verticale e alla specializzazione produttiva, in genere concernente in un determinato territorio e legate da una comune esperienza storica, sociale, economica e culturale.

http://www.treccani.it/enciclopedia/distretto-industriale_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

[2] W. Vitali, Tra “modello emiliano” e Regione Emilia – Romagna, in C. De Maria, Bologna futuro. Il modello emiliano alla sfida del XXI secolo, pag. 117, Clueb, Bologna 2012

[3]W. Vitali, Tra “modello emiliano” e Regione Emilia – Romagna, in C. De Maria, Bologna futuro. Il modello emiliano alla sfida del XXI secolo, Clueb, Bologna 2012, pag. 117

[4]  W. Vitali, ibidem, pag. 118

[5] W. Vitali, ibidem , pag. 117

[6] L. Turci, in “C’era una volta il riformismo emiliano”,  Micromega on line 09/04/2014 http://temi.repubblica.it/micromega-online/c%u2019era-una-volta-il-riformismo-emiliano

[7] L. Turci, in “C’era una volta il riformismo emiliano”,  Micromega on line 09/04/2014 http://temi.repubblica.it/micromega-online/c%u2019era-una-volta-il-riformismo-emiliano

[8] L. Turci, ibidem

[9] Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 116

[10] Ibidem, pag. 122

[11]Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna N. 6 – Anno 2018, IRES Emilia-Romagna per conto della CGIL Emilia-Romagna,, pag. 124

[12] Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna, ibidem, pag. 126

[13] Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna N. 6 – Anno 2018, IRES Emilia-Romagna per conto della CGIL Emilia-Romagna, pag. 127

[14]Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna, ibidem, pag. 127

Contrassegnato da tag , , , ,

Il collateralismo

Di Eugenio Pari

La comparsa sulla del movimento operaio, pone in termini nuovi il tema dell’organizzazione politica. I partiti socialisti che si affacciarono  sul palco della storia alla fine dell’Ottocento sono una formazione addirittura successiva a forme che il proletariato si era dato in precedenza come le cooperative e il sindacato.

Il movimento cooperativo, non è però esclusività del movimento operaio, rappresenta il tentativo di una risposta a problemi concreti che attraversava il proletariato ed assume caratteristiche diverse in Europa, per esempio: in Inghilterra, dove le prime cooperative risalgono agli anni ’30 dell’Ottocento, si svilupperà intorno alla cooperazione di consumo; in Germania sarà principalmente cooperazione in tema di credito e quindi bancaria e di ispirazione soprattutto cristiana. In Italia, e nella Valle Padana, culla del movimento cooperativo italiano,  saranno innanzitutto le cooperative di produzione lavoro e sebbene il movimento socialista vedrà nella cooperazione uno dei principali strumenti attraverso cui applicare la propria linea politica a livello municipale, la cooperazione di impronta cattolica sarà molto importante in primo luogo quella bancaria attraverso il credito popolare. Vi era nel socialismo riformista un primato delle organizzazioni parallele rispetto al partito, questo primato verrà invertito nel Secondo Dopoguerra dove al centro ci sarà essenzialmente il PCI.

Anderlini definisce il collateralismo come

“modello di relazioni coessenziale al primato dei partiti e perdurato, seppure perdendo di forza, per tutto il corso della Prima Repubblica” (2006).

La strutturazione dei partiti prevedeva “cinghie di trasmissione”, le organizzazioni che componevano questi “ingranaggi” non erano affatto una longa manus dei comunisti nella società, inoltre non erano esclusivo patrimonio del PCI che, comunque, con il concorso dei socialisti alimentava questa struttura rendendola capillare  e di massa.

La DC, per esempio,

“non era da meno: non solo le organizzazioni innervate sulle parrocchie, ma la CISL, le cooperative bianche, la Coldiretti e altro, ivi comprese le banche rurali e le casse popolari sparse per tutto il Paese. (…) Grandi o piccoli che fossero tutti i partiti, ivi compresi quelli della tradizione liberal-borghese, erano strutturati secondo le forme classiche di integrazione democratico sociale di massa”[1].

Trattare del “modello emiliano”, in particolare della fase del suo apogeo, senza trattare il tema del collateralismo sarebbe discorso lasciato a metà, un discorso che parla si del ruolo egemone e di “regia” del PCI, ma che non riesce a spiegare fino in fondo il modo in cui, effettivamente, il Partito comunista riuscisse a mantenere e sviluppare questo ruolo centrale nel sistema economico-sociale dell’intera regione.

Nella Conferenza organizzativa del 1959 il PCI si affermava un concetto fondamentale nell’ottica di contrasto ai monopoli e al ruolo che il “sistema PCI” poteva svolgere:

“in Emilia-Romagna può svilupparsi una intesa permanente fra organizzazioni sindacali dei lavoratori ed associazioni cooperative, artigiane e di ampi settori dell’industria non monopolistica, volta appunto ad attuare una nuova’ redistribuzione del reddito ed un impulso agli investimenti produttivi, con la limitazione e la liquidazione dei superprofitti di monopolio”[2].

Il movimento cooperativo a partire dagli anni ’70 allenterà questo legame, raggiungendo contestualmente risultati economici e produttivi di maggior rilievo rispetto alla fase in cui, fondamentalmente, era una propaggine del Partito.

Risultati immagini per guido fanti

Guido Fanti (a sinistra) con Giuseppe Dozza

Anche il Sindacato allargherà la “cinghia di trasmissione”, nel caso del movimento cooperativo, per quanto riguarda il sistema Legacoop, così come nel caso della CGIL il rapporto tra PCI prima e con i partiti da esso discendenti come il PDS, i Ds e in parte il PD il legame non si interromperà mai del tutto, subirà di certo modifiche ma non sarà mai interrotto soprattutto perché sia dirigenti del mondo cooperativo collegato a Legacoop, sia i dirigenti della CGIL in buona parte avevano e hanno in tasca la tessera di quei partiti e, in misura minoritaria, quella del fu PSI.

Questo fatto, a mio avviso, non fu negativo e non lo sarebbe nemmeno in linea di principio, in quanto è vero che i dirigenti del Sindacato e della Cooperazione vissero una sorta di dipendenza nell’individuazione dei rispettivi gruppi dirigenti rispetto al PCI, che, comunque, si assumeva anche il compito della formazione generale dei quadri, ma queste organizzazioni troveranno nel PCI un importantissimo interlocutore in grado di assumersi il compito di portare a sintesi politica le questioni del sindacato e del mondo della cooperazione. Questo rapporto osmotico non era unidirezionale, dal PCI alle organizzazioni collaterali, bensì anche da queste in direzione del Partito. Le cooperative e la CGIL erano le “antenne” del Partito nella società, erano una vera e propria cartina di tornasole rispetto a ciò che si muoveva nella società e alla capacità di tradurla in una linea politica da parte del Partito.

Guido Fanti parla del contributo attraverso

“progetti e realizzazioni che le organizzazioni sindacali, cooperative, artigiane, commerciali e associative di Bologna e della regione, con il supporto del PCI e del PSI, portarono come contributo essenziale alla costruzione, in pochissimi anni, del ‘modello emiliano’. Una dote ricca di progettazione e investimenti produttivi, di nascita ed espansione di migliaia di ditte artigiane e commerciali e di società Cooperative, con la costruzione di circa 100.000 nuovi posti di lavoro, che si univano a quelli creati dalle attività e dalle opere d’interesse pubblico di comuni e province. L’Emilia-Romagna divenne, così, terra di lavoro per migliaia di disoccupati del Veneto, delle Marche e delle pianure padane lombarde e piemontesi.”[3]

Il collateralismo ha avuto quindi una funzione importante nella strategia dei comunisti italiani, come ha scritto Anderlini con particolare riferimento alla cooperazione:

“se c’è del marcio in Danimarca, esso va ricercato non nel collateralismo, ma in ciò che si è sedimentato dopo la sua eclissi naturale: capi di antica nomina politica che una volta emancipati dal controllo possono essere tentati a trasformare le imprese in feudi, seguendo la via postsovietica al capitalismo, ed entristi ormai liberi di arrampicarsi altrove facendo delle coop la pista di lancio”[4].

Citando Mario Tronti, possiamo affermare che l’organizzazione collaterale fu il tentativo di una classe di farsi Stato e strumento di acquisizione della coscienza di classe:

“il passaggio del proletariato a classe operaia, da classe in sé a classe per sé, di classe a coscienza di classe per mezzo dell’organizzazione. Il capitalismo industriale per superare questa sua interna contraddizione ha dovuto superare sé stesso: andando incontro incontro alle sue nuove contraddizioni che oggi lo affliggono. È su queste ultime che oggi andrebbe centrato il conflitto. Ma potrebbe farlo solo chi si facesse consapevole erede di quella storia: forme di lotta, esperienze collettive, solidarity for ever, tutto il potere ai soviet, e prima mutualismo, associazionismo, cooperazione, e poi sindacato e poi partito fino al tentativo di farsi Stato. E patrimonio ideale, sistema di pensieri, rigorosa teoria, concezione del mondo e della vita, il tutto scoperto, praticato, elaborato con passione e realismo, due dimensioni da riaccostare dentro ognuno di noi. Un cammino luminoso che tutte le ombre in seguito accumulatesi non riescono ad oscurare. Io non capisco, (…), perché – se nel momento drammatico del crollo, almeno nei lunghi anni a seguire – non l’abbiamo messa su questo piano”[5].

Perché, in sostanza, queste organizzazioni che erano comunque originate da ideali di

Image result for Renato Zangheri Guido Fanti

 

Da sinistra: Giuseppe Dozza, Renato Zangheri e Guido Fanti

 

giustizia sociale e trasformazione del mondo, a un certo punto hanno deliberatamente deciso di venire a meno a questo impegno? Come mai il mondo della cooperazione, e non parlo di quelle false dietro le quali si nascondono spesso condizioni di lavoro infami, hanno prodotto deviazioni mercantili come nel caso della scalata BNL operata nel 2005 da Consorte (il caso di Buzzi e della cooperativa 29 settembre, a mio avviso non ha nulla a che vedere con questo ragionamento e riguarda solo vicende giudiziarie)? È stata solo la reazione di rispondere alla stringente necessità di unire i principi sociali alle esigenze di bilancio, ovvero la questione delle questioni per le cooperative di essere capaci di unire solidarietà e capacità gestionali, di saper trasmettere un valore sociale e per farlo chiudere senza perdite i bilanci delle cooperative? Oppure è stato un venir meno alla propria funzione storica passando dall’altra parte, dalla parte di quelli da cui ci dovevamo difendere ovvero il capitale? Toschi ne parla in questo modo, dando un segnale del fatto che il mondo della cooperazione, nella sua maggioranza, ha ancora sani e robusti anticorpi, e io ne sono convinto:

“Non possiamo, e anche se potessimo non dobbiamo, liberarci della nostra storia, delle nostre storie così diverse eppure così uguali. La nostra è stata una storia di lotta, di divisioni, di discussioni non solo verso ‘gli altri’ ma al nostro interno e nella lotta e nelle avversità siamo cresciuti fino a divenire quello che siamo oggi. Dobbiamo quindi comprendere per progredire, per costruire su fondamenta solide e riconoscibili – le nostre fondamenta – perché solo se ci ri/conosciamo, se ci ri/troviamo, se ci ri/comprendiamo possiamo conoscere, attraverso noi stessi, anche gli altri, discutere con loro, apprezzare le loro idee e i loro progetti e costruire possibili sintesi che ci possano portare a convergere nel ‘punto marxiano’ (…) [del]: miglioramento delle condizioni di vita”[6].

La classe dirigente dell’organizzazione cooperativa ha tratti anche psicologici che ne spiegano la trasformazione, secondo Anderlini:

“nella querelle che ha accompagnato la scalata BNL, ad esempio, mi ha colpito l’insistenza con cui Fassino ha richiamato la potenza economica delle coop e il loro ‘non essere più quelle di una volta’”

stessi concetti espressi da esponenti di Legacoop, affermazioni che, proseguiva Anderlini, sono realistiche ma

ideologicamente ambigue[a] e, soprattutto, psicologicamente rivelatrici di un’ansia di neo-accreditamento, tipica del complesso d’inferiorità del parvenu, il quale tende a rimuovere la sua origine, anziché farsene un vanto. Di nuovo il complesso, tipicamente trans-comunista, dei ‘figli di un Dio minore’. La faccia perversa e marranesca assunta, dopo la decadenza, del senso aristocratico della diversità comunista. In questo, molti cooperatori, sono emblematici come più non si potrebbe del trans-comunismo”[7].

Nella cooperazione lo sforzo di disinfrancarsi non solo dal rapporto con il Partito, che nell’ottica del movimento operaio, insieme al Sindacato compone lo stesso, può significare anche un allontanamento dalla propria cultura di partenza, nello sforzo di produrre un modernizzazione affidata ad un management attinto dall’esterno dell’impresa cooperativa come in qualsiasi alta SpA. Ciò, è vero, permette maggiori competenze dal punto di vista gestionale e risposte più contingenti alle necessità economico-finanziarie, ma forse queste figure dirigenziali non tengono nella dovuta considerazione la funzione sociale, di trasformazione sociale, propria del movimento cooperativo magari ignorando, per non dire non condividendo, proprio la cultura di partenza che in fin dei conti si innerva nella storia del movimento operaio e degli strumenti (fra cui proprio la cooperazione) che esso ha utilizzato nella lotta per la propria emancipazione.

Parlando del ruolo della cooperazione Sergio Costalli ha sottolineato la necessità di tornare

“a comprendere meglio (…) lo stretto rapporto che esiste tra il nostro operare quotidiano e i bisogni, i desideri e la partecipazione democratica, nel senso più vasto del termine, del corpo sociale e dei cittadini”[8].

[1] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pagg. 112-113

[2] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 81

[3] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 96

[4] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 169

[5] M. Tronti con A. Bianchi, Il popolo perduto. Per una critica della sinistra., Edizione Nutrimenti, Roma, 2019, pagg. 24-25

[6] L. Toschi, in S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 6

[7] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 113

[8] S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 29

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Dall’industria al producer’s services. Il cambio di riferimento sociale della sinistra

Di Eugenio Pari

L’Emilia – Romagna non è sempre stata una regione industrializzata, per un lungo periodo la sua principale vocazione era prevalentemente rurale. L’economia della regione dal punto di vista industriale, ancora nel secondo dopoguerra, era molto indietro rispetto non solo alla Lombardia o al Piemonte, ma anche rispetto al Veneto, alla Toscana e alle Marche.

L’industrializzazione se comparata con regioni come il Veneto e la Lombardia, vedrà un avvicinamento dell’Emilia – Romagna rispetto alla prima solo sul finire degli anni ’30, mentre il distacco con la Lombardia rimarrà pressoché doppio.

Occupati nell nell’industria manifatturiera come percentuale degli addetti totali*[1]

 

Emilia Romagna Lombardia Veneto
1901** 4 15,1 10,0
1911 9,9 23,2 12,9
1938 15,8 33,4 17,4
1961 27,6 44,4 24,1
1981 42,4 44,2 37,6
2001 28,6 29,2 32,4

 

Il distacco con le regioni maggiormente industrializzate di colmerà, rendendo i le percentuali sostanzialmente omogenee, allorquando le regioni del “Triangolo industriale”, ovvero la Liguria con Genova, il Piemonte con Torino e la Lombardia con Milano, tutti centri con grandi produzioni industriali, cominceranno a trasferire produzioni o segmenti di produzioni nella regione e nella cosiddetta “Terza Italia” ovvero le regioni dell’Italia centro settentrionale.

Nel periodo che va dalla fine degli anni ’70 l’Emilia – Romagna si trova di fronte a Risultati immagini per modello emilianoproblemi di sviluppo economico di tipo nuovo, non solo dettata dalla crisi petrolifera di quel periodo e dalla conseguente crisi economica culminata in una fase di recessione, ma dal dover organizzare, portare a sistema, quel modello di sviluppo economico che ha preso già ha preso forma nei territori, ovvero il modello dei distretti. L’Emilia – Romagna lo fa, ricorrendo alle proprie risorse sociali e politiche.

L’economia di distretto vede una “cabina di regia” a livello istituzionale nella Regione, istituita nel 1970, la quale si fa promotrice di proposte e soluzioni integrate.

Adottando di fatto soluzioni eterodosse rispetto alla propria cultura di appartenenza e riportando “lo sviluppo industriale dell’Emilia – Romagna all’interno dello schema analitico togliattiano”[2], trovando un collante socio – politico nell’azione del Pci che, come detto, in linea con la lezione togliattiana sull’alleanza con il ceto medio, agì anche nei confronti del sindacato in funzione mediatrice rispetto alle istanze salariali dei lavoratori. La contropartita ottenuta dal movimento dei lavoratori sarà, come noto, lo sviluppo del welfare locale e dei servizi pubblici considerati quali elementi di salario accessorio volti a colmare il gap salariale che sussisteva per esempio con i lavoratori di Torino e Milano.

A questo punto è importante riportare un passaggio che definisce il concetto di distretto industriale:

“Marshall riteneva che, in alcuni settori manifatturieri, la produzione  potesse essere organizzata in maniera efficiente sia raggruppando tutte le fasi del ciclo produttivo in un’unica  grande fabbrica, sia distribuendole tra un gran numero di piccoli laboratori indipendenti, ciascuno dei quali specializzato soltanto in una o in poche di esse (…)”[3].

Il tessuto produttivo manifatturiero regionale sarà caratterizzato dalle dimensioni ristrette delle aziende, all’incirca il 60% delle imprese al di sotto dei cinquanta addetti a cui aggiungere un 35% di imprese con un numero di dipendenti compreso tra cinquanta e cinquecento unità e quindi considerato nella fascia delle “medie imprese”.

La frammentazione e la scarsa dimensione del sistema produttivo poneva evidenti problemi non solo di integrazione, ma anche di capacità di innovarsi. Di questo problema, come accennato in precedenza, si fanno carico la Regione e il sistema di governo locale attraverso il Piano di sviluppo regionale del triennio 1982 – 85 che alle tradizionali azioni urbanistiche sulle aree per gli insediamenti produttivi affianca

“la creazione di centri di servizi reali alle imprese (…). Ciò permise alle imprese non solo dell’industria, ma anche dell’agricoltura, della maglieria così come del turismo nell’area romagnola di non vivere una situazione di isolamento e non solo perché intrecciate in un sistema” quello distrettuale appunto “ma anche perché sostenute da servizi esterni all’impresa e interni al sistema di relazioni a cui potevano fare ricorso: quelli offerti dalle associazioni e dalle amministrazioni locali”[4].

Nell’ottica di collaborazione fra piccoli imprenditori e lavoratori, oltre ad essersi generata una sostanziale pax sociale, è prevalsa anche una logica “delle esenzioni”, laddove la politica

“ha creato a favore di una quota significativa del lavoro autonomo e delle imprese di piccole dimensioni un regime speciale di sgravi fiscali, di semplificazione delle procedure amministrative e di agevolazioni creditizie (Arrghetti – Serravalli 1997, p. 343)”[5]

Ma le “facilitazioni”, non sono andate unicamente nella direzioRisultati immagini per modello emilianone dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori, come detto, la pragmaticità della classe politica emiliano – romagnola, in particolare il gruppo dirigente del Pci, considerato sia quello propriamente partitico che gli amministratori locali, subordinati al primo in tutta la fase di costruzione del “modello emiliano” hanno avviato un

“processo di crescita, fornendo beni collettivi che ne hanno ridotto i costi economici e sociali, tanto per gli imprenditori (attraverso misure di sostegno allo sviluppo e politiche sociali), i governi locali hanno reso possibile un compromesso sociale basato, da un lato, sull’elevata flessibilità dell’economia e, dall’altro, sul controllo dei costi e la redistribuzione dei benefici portati dallo sviluppo industriale. In questo senso la regolazione politica, insieme alle reti parentali e comunitarie – il cosiddetto “capitale sociale” ndr – hanno mitigato l’azione del mercato favorendo non solo la coesione sociale ma anche la flessibilità e l’innovazione tecnologica.”[6]

Il delicato nesso tra sviluppo economico e sviluppo democratico, tra benessere materiale e benessere sociale, vera e propria cifra del “modello emiliano” a partire dagli anni ’60 si reggeva, in ultima analisi, sulla capacità di programmazione e di “fare politica” di enti locali e Regione, oltre che sull’azione sindacale.

Alla produzione industriale si sostituisce via via un’economia basata sui servizi, questo passaggio avviene in maniera precoce, sul finire degli anni ‘70, precoce almeno rispetto al panorama nazionale e continentale in quel periodo ancora fortemente incentrato sulla produzione industriale di stampo fordista. Un altro aspetto è la peculiarità della sostituzione dell’economia dei servizi a discapito di quella incentrata sulla produzione industriale come riporta Fausto Anderlini:

“in Emilia – Romagna la transizione post – moderna – cioè il passaggio a un’economia dove la componente manifatturiera, che pure resta una vocazione per nulla secondaria nella matrice regionale, è sopraffatta dai servizi urbani in generale, e dai producer’s services in particolare – si è affacciata precocemente (sulla fine dei ’70 e ha avuto modalità più penetranti che altrove. Hanno giocato a favore due aspetti: il carattere verticalmente disintegrato dell’industria (emiliano – romagnola, ndr), già post – fordista nella sua intima costituzione, e il tenore avanzato dall’armatura urbana”[7].

Quindi il passaggio dall’economia fordista, che, stando ad Anderlini, fordista fino in fondo non è mai stata, a quella post – moderna, basata sui servizi avviene nella nostra regione prima che in altre parti d’Italia. Le caratteristiche della produzione fortemente “disintegrata” non solo nelle dimensioni, come abbiamo visto, ma anche sul territorio favoriscono questo modello che verrà poi definito di new economy. Il policentrismo della regione Emilia – Romagna, l’alto numero di città di dimensioni al di sopra dei centomila abitanti ha favorito una vocazione dei centri urbani a “fare da se’” non solo dal punto di vista della caratterizzazione industriale, ma anche delle vocazioni economiche, contribuendo a portare la regione ad un alto livello di differenziazione produttiva, dove “l’area metropolitana bolognese” rappresentava, stando ad Anderlini, il “momento topico”.  Queste

“attività  post-moderne, inoltre, hanno preso spunto dagli ingredienti del modello sociale messo a punto nell’era industriale, mettendosi a loro servizio: manifattura diffusa, economia cooperativa, welfare locale, sistema istituzionale e culturale, funzione trainante dei consumi culturali (Anderlini, Gennari, 2003). Il risultato è stato una ‘via’ alla terziarizzazione con un proprio imprintig sociale, in linea evolutiva densa e continua. Ne è comunque derivato uno spostamento profondo della gravitazione sociale, con l’emersione di una vasta e multiforme classe media a forte vocazione intellettuale”[8].

Questo passo di Anderlini è fondamentale: il progressivo passaggio da un’economia incentrata sulla produzione ad un’economia incentrata sui servizi, ha determinato, evidentemente, una mutazione sociale con la diminuzione dei lavoratori impiegati nell’industria e il corrispondente aumento dei lavoratori “intellettuali” impiegati nei servizi. Questa sostituzione, sebbene ancora oggi rimanga forte il numero dei lavoratori legati alla produzione dell’industria, ha parallelamente modificato anche i caratteri sociali della sinistra sempre più riferimento dei cosiddetti lavoratori intellettuali e ad essi riferita. Ciò, ha di conseguenza, determinato uno spostamento geografico del consenso e della militanza. Dalle periferie, prevalentemente industriali, delle città ai centri storici densamente abitati dalle classi abbienti e medie a cui, nella maggior parte, possono ascriversi i lavoratori intellettuali. Su questo passaggio è importante riportare un altro passaggio di Anderlini:

“le attività post-moderne, (…), hanno preso spunto dagli ingredienti del modello sociale messo a punto nell’era industriale, mettendosi a loro servizio: manifattura diffusa, economia cooperativa, welfare locale, sistema istituzionale e culturale, funzione trainante dei consumi culturali (…). Oggi il gruppo dominante nel campo del centro – sinistra è esattamente costituito da questa vasta e ramificata classe media urbana, che ha preso il posto che sino ai ’70 era occupato dalla classe operaia e da una parte dei ceti produttivi autonomi (artigiani e piccoli imprenditori di estrazione operaia), con le loro tipiche espressioni istituzionalizzate di capitale sociale. La trasformazione post-moderna non ha tratto la regione dal suo calco politico, tanto che la transizione sociale sembra essere avvenuta secondo la stessa continuità che aveva assecondato la trasformazione dalla società agraria a quella urbano-industriale.”[9]


[1] 1901-81: Zamagni, Una vocazione industriale diffusa, cit., tab. 2; 2001: Istat, Censimento generale dell’industria e dei servizi, Roma, Istat, 2001. * La tabella riporta la percentuale degli addetti all’industria manifatturiera risultanti dai censimenti industriali sugli attivi totali risultanti dai censimenti della popolazione. Questo metodo esclude dal nominatore tutti gli attivi rilevati dai censimenti della popolazione che esercitavano lavori precari, svolgevano attività temporanee o erano disoccupati e che non compaiono nei censimenti industriali. ** Per il 1901 vengono computati al numeratore gli addetti alle attività manifatturiere rilevati dall’inchiesta industriale svolta nelle province italiane tra il 1888 e il 1897 e i cui risultati furono pubblicati sugli “Annali di statistica” tra il 1890 e il 1898 – in A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 209

[2]  A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “Il modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 217

[3]  A. Rinaldi, ibidem, pag. 219

[4] A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “Il modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 223

[5]  In F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 29

[6] F. Ramella, ibidem, pag. 29

[7]  F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del 25 febbraio 2013, Editrice Socialmente, Bologna, 2013, pag. 275

[8] F. Anderlini, ibidem, pag. 275

[9] F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del 25 febbraio 2013, Editrice Socialmente, Bologna, 2013, pag. 275

Contrassegnato da tag , , , ,

La subcultura rossa

Di Eugenio Pari

Una definizione di subcultura politica territoriale è offerta da Trigilia quando afferma che essa

”fa riferimento a un sistema politico locale caratterizzato dal predominio di un parito, da una robusta organizzazione della società civile e da un’elevata capacità di mediazione dei diversi interessi”[1].

Nell’Italia repubblicana, ai fini del nostro ragionamento, esistono due grandi “zolle”, per dirla con Anderlini, prettamente caratterizzate dal “predominio di un partito”: una è quella della subcultura “bianca” a monopolio Dc, una è quella “rossa” connotata dal monopolio della sinistra a prevalenza Pci. È importante notare che questa distinzione non corrisponde ad una precisa classificazione geografica, in quanto nelle regioni stesse esistono enclave dell’uno o dell’altro partito. Queste zone politiche monopolizzate dai due grandi partiti della cosiddetta Prima repubblica, secondo Anderlini[2] per quanto riguarda la Dc nel Nord sono: la zona del Veneto Centrale, Friuli, la zona orientale della Lombardia, il Cuneese, l’area di confine fra Liguria ed Emilia, la Lucchesia ed il Maceratese. Per quanto riguarda il Pci si tratta invece dell’Emilia centrale (corrispondente all’area padana delle province di Bologna, Modena e Reggio Emilia), la Toscana (con i suoi picchi nella Valdelsa, nel Senese e nel Livornese), l’area Romagnolo – marchigiana e l’Umbria (pressoché totalmente).

Risultati immagini per subcultura rossa

Una festa de L’Unità

Queste due subculture politiche si sono storicamente determinate nel tempo, trovando nelle tradizioni culturali e sociali fattori di uno sviluppo che ha portato alla loro precisa definizione politica in una forma più o meno coerente con quella che abbiamo conosciuto nel Secondo dopoguerra “con l’organizzazione e istituzionalizzazione dei due nascenti movimenti popolari (quello socialista e quello cattolico” in un rapporto comunque, per ambedue, conflittuale nei confronti dello Stato nazionale.

Ramella riporta che le due subculture

“rappresentano in origine forme di ‘difesa della società locale’ di fronte alla stabilizzazione del mercato e dello Stato nazionale alla fine dell’Ottocento”[3]

e nella “zona rossa”, quella su cui si sta cercando di ragionare questa “protezione” della società locale avviene con l’esperienza del “socialismo municipale”.

È quindi necessario definire l’espressione “socialismo municipale”. Con essa si intende l’insieme delle politiche avviate dai diversi movimenti e partiti socialisti europei al fine di conquistare e gestire le amministrazioni locali e i governi comunali.[4]

La conquista dei comuni a partire dal 1900 divenne il termine attraverso il quale il movimento operaio e i partiti socialisti europei tentavano di realizzare servizi essenzialmente rivolti ai cittadini più poveri per mitigarne le condizioni di bisogno e subalternità attraverso la fornitura di servizi, la funzione dei comuni era essenzialmente legata al sostegno della classe operaia, anche attraverso iniziative di riforma fiscale tese a una tassazione diretta comunale che colpisse i ceti più ricchi ridistribuendo in servizi queste risorse.

L’origine del socialismo municipale consisteva nel fatto che

“esclusa dal potere centrale, la sinistra aveva avuto modo di sperimentare nelle amministrazioni locali un suo progetto di governo e riorganizzazione della società. In altre parole, esso era stato espressione tipica di una sinistra di opposizione. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale le pratiche di governo locale perdono di specifico rilievo allorché si confondono in una più generale opera di governo svolta dalla sinistra al centro come alla periferia. È chiaro quindi che da allora i contorni del fenomeno sfumano, non perché non ci sia più una politica amministrativa delle sinistre, ma perché questa non si configura più come una pratica forte di spiccata identità, come dimostra anche il fatto che il termine ‘socialismo municipale’ cade in disuso. L’eccezione è ovviamente data da quei paesi in cui la sinistra, o comunque la sua maggior componente, continua a restare lontana dal potere centrale”.[5]

In Emilia Romagna, caso paradigmatico dell’esperienza di governo del Pci e della sinistra italiana, a partire dal Dopoguerra già con l’insediamento delle giunte guidate dal C.l.n. l’intervento pubblico ebbe un effetto moltiplicatore nella direzione delle politiche keynesiane indirizzato alla ricostruzione industriale ed economica e soprattutto antimonopolistica.Risultati immagini per socialismo municipale

Ramella identifica diverse fasi[6] che hanno caratterizzato la storia elettorale del Pci nelle aree della “subcultura rossa”, fasi che possiamo applicare anche al nostro ragionamento sull’Emilia Romgna e si tratta di:

  • Un prima fase detta del radicamento che si apre con le prime elezioni democratiche, quelle per l’elezione della Costituente nel 1946. In questa fase il Pci, uscito dalla clandestinità e dalla lotta di Resistenza, si riorganizza all’interno di un sistema democratico, o, per meglio dire, che il Pci cercherà di indirizzare verso una democrazia popolare. Sono anni di accesissima contrapposizione con la Dc, anni in cui il Pci cercherà, parafrasando Gramsci, di rafforzare le proprie “casematte”, ovvero di “difendere il suo insediamento elettorale” senza però mostrare “una grande capacità di espansione”. Nell’ottica del “Partito nuovo” le organizzazioni collaterali come il Sindacato, il movimento cooperativo e quello associativo, nonché le amministrazioni locali controllate dal Partito hanno un ruolo di sostanziale subordinazione verso quest’ultimo. Il Partito punta ad un aumento delle adesioni e coltiva il senso di appartenenza fra i propri militanti. “Il Pci raccoglie prevalentemente consensi nei ceti popolari, soprattutto tra i mezzadri, nel mondo agricolo e tra gli operai e gli artigiani nelle realtà urbane”.[7]
  • La seconda fase che va dal 1958 fino al 1976, vede una forte espansione in termini di consenso elettorale a vantaggio del Pci. È una fase nella quale il Pci con il governo locale la funzione di cui abbiamo già parlato di sostegno alla piccola e media impresa attraverso un ruolo di mediazione del conflitto sociale, una fase nella quale si realizzano infrastrutture e si allargano i servizi sociali favorendo il “compromesso” o, per meglio dire, la collaborazione se non addirittura l’alleanza fra le classi sociali. In questo quasi trentennio “le organizzazioni degli interessi acquistano una certa autonomia nei confronti del Pci e assumono un ruolo crescente nella mediazione del consenso. La riproduzione della delega politica avviene ora su basi più strumentali e condizionali, legate al giudizio dato sulle politiche messe in atto dal Pci e dagli amministratori locali”[8].
  • La terza fase, quella del declino che va dal 1976 al 1992 e corrisponde agli anni della crisi del Pci. È una fase in cui si assiste ad una profonda ristrutturazione economica e in questa fase a livello locale il Pci, “per buona parte degli anni ’80, mostra una migliore tenuta rispetto al declino elettorale a livello nazionale, grazie al [suo] più solido insediamento organizzativo (…). Dall’altro, sulla fine del decennio e ancor più dopo la [sua] scomparsa (…), lascia intravedere un indebolimento della fedeltà elettorale e una tendenziale omologazione ai comportamenti di voto del resto d’Italia”.[9]
  • Il sistema maggioritario e la ricomposizione dello scenario politico permette ai partiti eredi del Pci di arginare le perdite elettorali e intorno al 1996 si assiste ad una fase di ricompattamento che raggiunge il proprio apice nel 1995. A questa ricrescita del consenso, che riporta i partiti post ed ex comunisti ad un consenso aggregato pari, o quasi, a quello della fase apicale, non corrisponde invece una riduzione del declino organizzativo.

    “A seguito della riforma delle autonomie e dell’introduzione dell’elezione diretta del sindaco, aumenta anche l’indipendenza degli amministratori locali e questo tende spesso a creare conflitti tra le giunte e i partiti che compongono le maggioranze consiliari che le sostengono (…).”[10]

  • Infine l’annus horribilis in cui si intravedono le prime crepe al sistema che apparentemente sembrava monolitico. Vi è un fatto politico che corrisponde a questa fase categorizzata da Ramella, ed è il 1999, anno in cui alle elezioni amministrative la sinistra perde l’amministrazione della città di Bologna, amministrazione tenuta ininterrottamente dal Dopoguerra e prima del fascismo guidata dai socialisti. A dire il vero la parentesi di Guazzaloca durerà solo una legislatura, ma l’aver perso la guida del capoluogo della regione ha un effetto anche psicologico: quello che deriva dall’aver interrotto il monopolio politico della sinistra. Ramella esemplifica efficacemente questa fase sotto la formula del scongelamento.

    “Dopo l’arretramento del 1999 si registra una modesta ripresa alle regionali del 2000, seguita da una pesante sconfitta nel 2001 e da un nuovo recupero alle provinciali del 2004”[11]

Ritorneremo su questo aspetto ma è interessante rendere un grafico elaborato su dati del Ministero dell’Interno  in cui Ramella riporta questi dati.

 

La forza elettorale del Pci e dei partiti postcomunisti secondo le varie fasi (Camera dei deputati; % di voti validi)

 

 Le fasi 1946-58  radicamento 1958-76

crescita

1976-1992

Declino

1992-1996

ricompat

tamento

1996-2001

scongela

mento

%

1958

Var.

1958-46

%

1976

Var. 1976- 58 %

1992

Var. 1992 -76 %

1996

Var. 1996– 92 %

2001

Var. 2001 – 96
Emilia Romagna 36,7 -0,9 48,5 11,8 39,6 -8,9 43,9 4,3 35,9 -8,0
Toscana 34,4 0,8 47,5 13,1 39,3 -8,2 47,2 7,9 40,1 -7,1
Umbria 30,8 2,9 47,3 16,5 40,5 -6,8 45,5 5,0 35,9 -9,6
Marche 25,7 3,9 39,9 14,2 31,3 -8,6 39,1 7,8 30,1 -9
Italia 22,7 3,8 34,4 11,7 21,7 -12,7 29,7 8 23,3 -6,4

 

[1]In F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli Editore, Roma, 2005, pag. 26

[2] F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del25 febbraio 2013, Ed. Socialmente, Bologna, 2013, pag. 150

[3]F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli Editore, Roma, 2005, pag. 27

[4] Dogliani P., Enciclopedia della sinistra europea nel XX Secolo, pag. 593, Editori Riuniti, 2000

[5] Dogliani P., Enciclopedia della sinistra europea nel XX Secolo, pag. 593, Editori Riuniti, 2000

[6] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 50

[7] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 50 – 51

[8] F. Ramella, ibidem, pag. 51

[9] F. Ramella, ibidem, pag. 55

[10] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag.54

[11] F. Ramella, ibidem, pag. 56

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Due dossier sulle mafie in Emilia Romagna

La criminalità organizzata si è da tempo insediata anche nella nostra regione, perseguendo metodi poco visibili: poca violenza, molti affari.

Si continua a parlare di strategia di mafia invisibile al nord, una rete di affari, ma anche di violenza: intimidazioni, omicidi. Ma da quando la mafia ha esteso la sua rete nella regione, in un territorio da sempre considerato e che da sempre si considera immune?

Si possono trovare risposte in due dossier molto interessanti e utili.

Il primo http://www.liberainformazione.org/doc/dossier_mafie_emilia_romagna.pdf 

curato dalla Regione Emilia Romagna e da Libera;

l’altro a cura di studenti delle facoltà di giurisprudenza e scienze politiche dell’Università di Bologna e del giornalista Gaetano Alessi http://campus.unibo.it/73130/1/Dossier_Emilia_Romagna.pdf possono sicuramente contribuire a farsi un’idea e a comprendere e conoscere un fenomeno da tempo saldamente radicato nella nostra regione.

Buona lettura

Contrassegnato da tag , , , , , ,

HERA: BLOCCARE I PROCESSI DI FINANZIARIZZAZIONE PER RILANCIARE I SERVIZI PUBBLICI

di Eugenio Pari

Nei giorni scorsi il Sindaco di Rimini ha giustamente invitato l’AD di Hera Chiarini a ridurre il proprio compenso superiore a quello del presidente degli Stati Uniti Obama. L’invito, che speriamo non rimanga vano, è sacrosanto perché i cittadini non possono continuare a pagare stipendi di questo tipo a dei manager pubblici.

Da qualche parte si deve cominciare, ma occorre affrontare il vero nodo della questione: Hera è immersa in un mare di debiti e qualcuno prima o poi dovrà chiedere conto di questa situazione che rischia di diventare insostenibile. In sostanza è importante porre la questione di principio sulle retribuzioni del management, ma la questione vera sta nei risultati negativi conseguiti da Hera, infatti solo fra il 2010 e il 2011 l’indebitamento finanziario netto passa da 1860,2 milioni di euro a 1.987,2 milioni. Tra il 2010 e il 2011 il debito di Hera aumenta di 127 milioni di euro. A peggiorare e a depauperarsi è il patrimonio dei soci cioè i comuni, quindi un bene collettivo dei cittadini.

(fonte: http://be.gruppohera.it/schemi_bilancio/posizione_finanziaria_netta/081.html)

La “gallina dalle uova d’oro”, nei confronti della quale i comuni hanno privilegiato politiche industriali incentrate sull’incenerimento dei rifiuti piuttosto che sulla raccolta differenziata, non produce più profitti e si squarcia il velo anche su un altro aspetto: la tanto decantata liberalizzazione dei servizi che avrebbe prodotto la quotazione in Borsa di Hera è stato il manto ideologico dietro il quale si è coperto il vero processo, cioè la finanziarizzazione dei servizi pubblici. A promuovere e sostenere questo percorso, si badi, non sono stati i famigerati speculatori finanziari, ma i comuni di centrosinistra e centrodestra della Romagna e dell’Emilia che per mandato costituzionale dovrebbero agire nell’interesse dei cittadini. I processi di finanziarizzazione hanno reso sempre più critica la situazione finanziaria di un bene di cui sono soci e proprietari, di cui i cittadini sono soci e proprietari. È questo il vero aspetto su cui occorre intervenire, le altre scelte sono “cortine fumogene” strumentali ad cambiamento “perché nulla cambi”.

Ora, non servono scoop o allarmismi, ma chiare politiche volte a ridare al settore pubblico un ruolo di peso nell’economia, bloccando i processi di privatizzazione – finanziarizzazione dei servizi pubblici, mettendo al centro l’interesse collettivo e usando le imprese partecipate come volani per lo sviluppo. D’altra parte, si tratterebbe di dare coerenza al pronunciamento quasi plebiscitario dei cittadini in occasione dei referendum sui servizi pubblici dello scorso giugno.

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

L’OSTRUZIONISMO DEL PDL E’ SOLO UTILE AI COSTRUTTORI. QUESTO PSC E’ IL RISULTATO DELLE LORO PRESSIONI

DICHIARAZIONE DEI CONSIGLIERI PARI, PAZZAGLIA E GIOVAGNOLI

Rimini, 11 marzo 2011

La strategia ostruzionistica del Pdl è irresponsabile e del tutto infruttuosa dal punto di vista della correzione migliorativa del PSC.

Per accorgersi di questo basta semplicemente leggere le dichiarazioni dei costruttori, il Pdl non vuole affatto tutelare gli interessi collettivi cittadini riminesi, vuole solo rappresentare e tentare di accattivarsi le simpatie degli imprenditori edili. Le 17 sedute del Consiglio comunale per espletare gli inutili 1400 emendamenti grazie al Pdl costeranno alla cittadinanza riminese 90 mila euro circa.

La disinformazione del Presidente dei costruttori è strabiliante, egli parla di una città bloccata nell’espansione urbanistica quando solo i piani particolareggiati del periodo 2007 al 2010 posti in salvaguardia determineranno un’edificazione di 300 mila metri quadrati. Parlare di città ingessata è un’offesa verso tutte quelle persone che nonostante le migliaia di appartamenti tenuti sfitti per mantenere alti i prezzi delle case, quindi dell’acquisto e degli affitti, si vedono impossibilitati all’accesso al diritto fondamentale alla casa. Per i costruttori riminesi la crisi non c’è, questo è dimostrato dalle performances economiche e dai profitti raggiunti che li proiettano in cima al vertice nazionale del settore.

In questi ultimi dodici anni Rimini è stata la città in Emilia Romagna dove più si è costruito, nonostante questo è la terza città in Italia con i costi più alti per l’acquisto e gli affitti degli immobili. È facile quindi capire chi si sia avvantaggiato speculando su questa situazione e il Pdl vuole continuare a difendere questo status quo. Mentre il Pd cerca di dare delle risposte ampliando le maglie e venendo meno ad uno dei cardini del PSC: nuove costruzioni solo nel caso non sussistano possibilità di riuso del tessuto urbano esistente.

A chi ci chiede perché non abbiamo presentato anche noi centinaia di emendamenti rispondiamo dicendo che le nostre proposte (restrizione dei periodi di salvaguardia e politiche di risparmio energetico) vanno al cuore di aspetti essenziali, ma soprattutto che il Piano Strutturale (PSC) sarà utile alla città se non avrà al suo interno una specie di “cavallo di troia” dei piani particolareggiati che ne svuota l’efficacia. La proposta che è stata presentata, allo stato, purtroppo, rappresenta solo il tentativo di rispondere alle pressioni dei costruttori e di pochi privati.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,