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Due dossier sulle mafie in Emilia Romagna

La criminalità organizzata si è da tempo insediata anche nella nostra regione, perseguendo metodi poco visibili: poca violenza, molti affari.

Si continua a parlare di strategia di mafia invisibile al nord, una rete di affari, ma anche di violenza: intimidazioni, omicidi. Ma da quando la mafia ha esteso la sua rete nella regione, in un territorio da sempre considerato e che da sempre si considera immune?

Si possono trovare risposte in due dossier molto interessanti e utili.

Il primo http://www.liberainformazione.org/doc/dossier_mafie_emilia_romagna.pdf 

curato dalla Regione Emilia Romagna e da Libera;

l’altro a cura di studenti delle facoltà di giurisprudenza e scienze politiche dell’Università di Bologna e del giornalista Gaetano Alessi http://campus.unibo.it/73130/1/Dossier_Emilia_Romagna.pdf possono sicuramente contribuire a farsi un’idea e a comprendere e conoscere un fenomeno da tempo saldamente radicato nella nostra regione.

Buona lettura

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HERA: BLOCCARE I PROCESSI DI FINANZIARIZZAZIONE PER RILANCIARE I SERVIZI PUBBLICI

di Eugenio Pari

Nei giorni scorsi il Sindaco di Rimini ha giustamente invitato l’AD di Hera Chiarini a ridurre il proprio compenso superiore a quello del presidente degli Stati Uniti Obama. L’invito, che speriamo non rimanga vano, è sacrosanto perché i cittadini non possono continuare a pagare stipendi di questo tipo a dei manager pubblici.

Da qualche parte si deve cominciare, ma occorre affrontare il vero nodo della questione: Hera è immersa in un mare di debiti e qualcuno prima o poi dovrà chiedere conto di questa situazione che rischia di diventare insostenibile. In sostanza è importante porre la questione di principio sulle retribuzioni del management, ma la questione vera sta nei risultati negativi conseguiti da Hera, infatti solo fra il 2010 e il 2011 l’indebitamento finanziario netto passa da 1860,2 milioni di euro a 1.987,2 milioni. Tra il 2010 e il 2011 il debito di Hera aumenta di 127 milioni di euro. A peggiorare e a depauperarsi è il patrimonio dei soci cioè i comuni, quindi un bene collettivo dei cittadini.

(fonte: http://be.gruppohera.it/schemi_bilancio/posizione_finanziaria_netta/081.html)

La “gallina dalle uova d’oro”, nei confronti della quale i comuni hanno privilegiato politiche industriali incentrate sull’incenerimento dei rifiuti piuttosto che sulla raccolta differenziata, non produce più profitti e si squarcia il velo anche su un altro aspetto: la tanto decantata liberalizzazione dei servizi che avrebbe prodotto la quotazione in Borsa di Hera è stato il manto ideologico dietro il quale si è coperto il vero processo, cioè la finanziarizzazione dei servizi pubblici. A promuovere e sostenere questo percorso, si badi, non sono stati i famigerati speculatori finanziari, ma i comuni di centrosinistra e centrodestra della Romagna e dell’Emilia che per mandato costituzionale dovrebbero agire nell’interesse dei cittadini. I processi di finanziarizzazione hanno reso sempre più critica la situazione finanziaria di un bene di cui sono soci e proprietari, di cui i cittadini sono soci e proprietari. È questo il vero aspetto su cui occorre intervenire, le altre scelte sono “cortine fumogene” strumentali ad cambiamento “perché nulla cambi”.

Ora, non servono scoop o allarmismi, ma chiare politiche volte a ridare al settore pubblico un ruolo di peso nell’economia, bloccando i processi di privatizzazione – finanziarizzazione dei servizi pubblici, mettendo al centro l’interesse collettivo e usando le imprese partecipate come volani per lo sviluppo. D’altra parte, si tratterebbe di dare coerenza al pronunciamento quasi plebiscitario dei cittadini in occasione dei referendum sui servizi pubblici dello scorso giugno.

 

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L’OSTRUZIONISMO DEL PDL E’ SOLO UTILE AI COSTRUTTORI. QUESTO PSC E’ IL RISULTATO DELLE LORO PRESSIONI

DICHIARAZIONE DEI CONSIGLIERI PARI, PAZZAGLIA E GIOVAGNOLI

Rimini, 11 marzo 2011

La strategia ostruzionistica del Pdl è irresponsabile e del tutto infruttuosa dal punto di vista della correzione migliorativa del PSC.

Per accorgersi di questo basta semplicemente leggere le dichiarazioni dei costruttori, il Pdl non vuole affatto tutelare gli interessi collettivi cittadini riminesi, vuole solo rappresentare e tentare di accattivarsi le simpatie degli imprenditori edili. Le 17 sedute del Consiglio comunale per espletare gli inutili 1400 emendamenti grazie al Pdl costeranno alla cittadinanza riminese 90 mila euro circa.

La disinformazione del Presidente dei costruttori è strabiliante, egli parla di una città bloccata nell’espansione urbanistica quando solo i piani particolareggiati del periodo 2007 al 2010 posti in salvaguardia determineranno un’edificazione di 300 mila metri quadrati. Parlare di città ingessata è un’offesa verso tutte quelle persone che nonostante le migliaia di appartamenti tenuti sfitti per mantenere alti i prezzi delle case, quindi dell’acquisto e degli affitti, si vedono impossibilitati all’accesso al diritto fondamentale alla casa. Per i costruttori riminesi la crisi non c’è, questo è dimostrato dalle performances economiche e dai profitti raggiunti che li proiettano in cima al vertice nazionale del settore.

In questi ultimi dodici anni Rimini è stata la città in Emilia Romagna dove più si è costruito, nonostante questo è la terza città in Italia con i costi più alti per l’acquisto e gli affitti degli immobili. È facile quindi capire chi si sia avvantaggiato speculando su questa situazione e il Pdl vuole continuare a difendere questo status quo. Mentre il Pd cerca di dare delle risposte ampliando le maglie e venendo meno ad uno dei cardini del PSC: nuove costruzioni solo nel caso non sussistano possibilità di riuso del tessuto urbano esistente.

A chi ci chiede perché non abbiamo presentato anche noi centinaia di emendamenti rispondiamo dicendo che le nostre proposte (restrizione dei periodi di salvaguardia e politiche di risparmio energetico) vanno al cuore di aspetti essenziali, ma soprattutto che il Piano Strutturale (PSC) sarà utile alla città se non avrà al suo interno una specie di “cavallo di troia” dei piani particolareggiati che ne svuota l’efficacia. La proposta che è stata presentata, allo stato, purtroppo, rappresenta solo il tentativo di rispondere alle pressioni dei costruttori e di pochi privati.

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Cemento pro-Comuni. Così muore il territorio

Cemento pro-Comuni Così muore il territorio

Cementificazione in Italia

Di Antonio Cianciullo, La Repubblica 04.03.2011

http://www.repubblica.it/ambiente/2011/03/04/news/ambiente_italia-13174029/?ref=HREC2-2

Nello studio annuale di Legambiente “Ambiente Italia” i dati della cementificazione crescente che sta consumando il suolo e contribuisce a frane e smottamenti in condizioni climatiche difficili: “Ogni anno coperti 500 chilometri quadrati”. In testa Lombardia, Veneto e Campania. Per le amministrazioni locali è un modo per incassare e coprire le spese correnti

Le piogge che si  trasformano in una trappola mortale, come è appena successo nelle Marche? Colpa del clima che cambia e si tropicalizza  ma anche dell’avanzata dell’asfalto che diminuisce la capacità del terreno di catturare l’acqua. Il consumo di suolo è allarmante, ma non tutti i  dati che circolano sono attendibili. Un punto di riferimento affidabile viene dall’ultima edizione del rapporto Ambiente Italia, curato dagli esperti di Legambiente.

INTERATTIVO I PROBLEMI IRRISOLTI DELLE CITTA’ ITALIANE 1

In Italia – si legge nella ricerca – vengono consumati mediamente oltre 500 chilometri quadrati di territorio all’anno. E’ come se ogni quattro mesi spuntasse una città uguale all’area urbanizzata del comune di Milano. Sommando quanto è stato finora coperto da cemento e asfalto si arriva a un numero impressionante: 2.350.000 ettari. E’ una superficie equivalente a quella di Puglia e Molise messe assieme, cioè il 7,6% del territorio nazionale, quasi 400 metri quadrati di asfalto per ogni italiano.

Questa pressione – calcolata da Legambiente e dall’Istituto nazionale di urbanistica attraverso il Centro di ricerca sui consumi di suolo, con il supporto scientifico del Dipartimento di architettura del Politecnico di Milano – si è andata intensificando negli ultimi 15 anni. Fino a portare alla fotografia del consumo di suolo scattata nel 2010: la Lombardia risultava in testa con il 14% di superfici artificiali, il Veneto seguiva con l’11%, la Campania con il 10,7%, il Lazio e l’Emilia Romagna con il 9%. Un trend che, sia pure partendo da una situazione diversa, sta contagiando anche regioni che mantengono un forte carattere rurale come Molise, Puglia e Basilicata.
“Bisognerebbe fare come in molti paesi europei che stanno ponendo un freno all’urbanizzazione selvaggia – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – Ma nell’ultimo decreto Milleproroghe si fa esattamente il contrario. Si consente ai Comuni, per i prossimi due anni, di adoperare il 75% degli oneri di urbanizzazione per le spese correnti: vuol dire spingerli a rilasciare permessi a edificare, anche dove non sarebbero necessarie nuove costruzioni, per pagare gli stipendi dei dipendenti”.

Il risultato di questa tecnica i fund raising da parte dei Comuni è che a Napoli e a Milano, nel 2007, le superfici impermeabili coprivano il 62% del suolo. Un mare di case troppo spesso vuote. Nelle stesse città in cui l’emergenza sfratti è più pesante, quasi un milione di case risultano vuote perché economicamente irraggiungibili da chi aspirerebbe a occuparle. In Italia, insomma, non si punta sul recupero dell’esistente ma sulla trasformazione di nuove aree, non si costruisce per dare abitazioni a chi ne ha bisogno ma “per soddisfare la speculazione immobiliare e finanziaria”.

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Lettera aperta sul fenomeno mafia a Rimini

Rimini, 27 febbraio 2011
Nella prima metà degli anni ’80 l’allora sindaco di Rimini Zaffagnini, in occasione di una conferenza del Pci lanciò un allarme sul pericolo di infiltrazioni mafiose nel territorio riminese.

Eugenio Pari

Nel 1993 il Giudice Morosini, in occasione di una pubblica conferenza sulla relazione della Commissione antimafia, snocciolò una serie di dati sul fenomeno di infiltrazione mafiosa nel nostro territorio, in quell’occasione il direttore di un quotidiano locale gli spiegò “che quei dati era meglio non pubblicarli perché avrebbero creato un allarmismo nocivo all’immagine turistica”.

Nel 1995 il Dipartimento investigativo antimafia aveva segnalato alle Istituzioni locali la presenza di più di 2.000 tra boss e affiliati in Emilia Romagna.

Da anni, questi episodi riportati lo testimoniano, il fenomeno dell’infiltrazione mafiosa a Rimini è una preoccupante realtà. Per molteplici motivi le amministrazioni e le istituzioni locali hanno fornito risposte francamente al di sotto della portata del problema. Amaramente prendiamo atto di una impasse delle istituzioni, però la società civile non è stata ferma così va riportata l’attività di associazioni come “vedo sento e parlo”, dei giovani che periodicamente si recano a lavorare volontariamente nei terreni confiscati alla mafia e di autorevoli studiosi come il Prof. Ennio Grassi. È proprio il caso di dire che la società è molto più avanti e vigile dell’intera classe politica.

Il problema della criminalità organizzata è un problema che va al di là delle divisioni politiche, un problema che investe tutta la società e le sue componenti partendo dalle associazioni economicamente più rappresentative come quelle datoriali, del commercio e dall’intero settore bancario. Per iniziare a contrastare la criminalità organizzata bisogna prima di tutto far rispettare le normative esistenti come il codice dei contratti pubblici (D.L. 163, art. 118, comma 11) che obbliga gli appaltatori e le committenze alla trasparenza e rimanendo nel campo dell’applicazione legislativa contrastare risolutamente le forme di lavoro nero e grigio, il dispositivo della legge regionale sul contrasto alla criminalità organizzata fa leva sull’applicazione di questa norma.

Occorrerebbe altresì riuscire a controllare la filiera dei flussi di denaro che per motivi di vicinanza rispetto alla Repubblica di San Marino rende molto appetibile dal punto di vista logistico la nostra realtà per le organizzazioni criminali. Occorre sostenere una cultura della legalità, nelle giovani generazioni e nella classe imprenditoriale. Scegliere di stare dalla parte della legge deve essere un percorso sostenuto dalle istituzioni locali. In questo senso credo che un primissimo passo delle istituzioni locali potrebbe essere la reintegrazione del corso di Storia della criminalità organizzata che, invece, è stato annullato presso la sede universitaria di Rimini, un corso che era seguitissimo e tenuto da uno dei massimi esperti del settore il Prof. Ciconte.

Le ragioni di questa piaga sono note, sostenere che per contrastare questo fenomeno bastano gli anticorpi della collettività riminese è autoconsolotario ed errato, perché è nella comunità riminese che le organizzazioni criminali stanno dilagando. Infine una citazione del Magistrato Pier Camillo Davigo: “ la criminalità organizzata è vendita di protezione privata, mentre la corruzione è vendita di poteri pubblici. L’Italia rischia di diventare il primo paese occidentale in cui la corruzione è arrivata a un livello che gli specialisti definiscono di state capture: questo significa che uno o più soggetti privati prendono il sopravvento sull’esercizio del potere decisionale dell’agente pubblico”.

Non serve più lanciare allarmi o sostenere che occorrono iniziative, oppure, ancora, fare appello agli anticorpi sociali dei riminesi, occorrono iniziative da parte delle Istituzioni locali ora e subito.

Eugenio Pari

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Lettera ai compagni di SEL sulla situazione riminese

In questi ultimi giorni il Corriere di Rimini sta ospitando diversi interventi, fra cui delle interviste al coordinatore regionale di SEL (Giovanni Paglia) che tendono a ribaltare la decisione che SEL ha preso a Rimini di correre con un proprio candidato sindaco (Fabio Pazzaglia), in autonomia dal Pd, in competizione con quel partito. Io ritengo giusto rendere pubblica questa lettera su cui già molte compagne e compagni di SEL hanno concordato e al tempo stesso ritengo opportuno stigmatizzare la posizione del coordinatore regionale che, nel migliore dei casi, compie una inopportuna “invasione di campo”. A breve verranno pubblicati i commenti alla lettera, nel frattempo grazie per l’attenzione

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Care compagne, cari compagni,

 

le notizie delle ultime ore mi hanno piuttosto amareggiato. Sapevo che a Paglia la nostra decisione di correre da soli non sarebbe andata giù, ma non mi aspettavo che continuasse questo stillicidio sotto spartito del Pd. È grave quello che sta succedendo, molto grave, secondo me se davvero la situazione precipiterà al punto che vogliono Paglia (o chi per lui) e il Pd davvero dovrei trarre la lezione, ancora una volta, che nonostante si manifesti un’idea diversa la sinistra italiana è destinata a soccombere a essere subordinata agli interessi dell’opportunismo, del calcolo politico e, diciamolo pure, dell’ipocrisia.

Non posso pensare che quello che Paglia viene a dire a Rimini (modello Felix Dzerjinski il tristemente noto fondatore della Ceka), sia la posizione dei vertici nazionali. Non posso accettare che una forza politica che si richiama alla sinistra giudichi il simbolo sotto il quale si presenta come un brand, un marchio ad esclusivo uso e consumo di chi presiede il partito stesso. Non posso pensare che SEL sia così gravemente malata della malattia che pretende di curare, ossia la deriva personalistica e l’assenza di democrazia e partecipazione politica. Non posso pensare che SEL, pur nel rispetto e nella prioritaria considerazione di una politica di alleanze con il Pd, si comporti, di fatto, come una depandance del Pd stesso. Se così fosse, non lo accetterei e trarrei le opportune conseguenze.

Dobbiamo rifiutare la logica che sta dietro queste pressioni, andare avanti per la nostra strada. Non possiamo accettare i diktat di chi se ne frega della vittoria del centrosinistra o di sbarrare la strada alla destra a Rimini, ma pensa solo che un comportamento accondiscendente verso il Pd possa portare vataggi alla propria personale ed esclusiva vicenda. Non possiamo accettare questi personaggi che pretendono di imporre una verità del tutto avulsa dal contesto entro la quale la vogliono collocare. Un partito di sinistra non è un’azienda, un partito di sinistra ha degli organismi dirigenti che lo devono rappresentare e che devono sforzarsi di far crescere i territori, ascoltare la base, sforzarsi di comprendere le specificità, rispettare le scelte. I gruppi dirigenti non possono imporre le proprie decisioni, altrimenti non sono gruppi dirigenti, sono degli emissari di un consiglio di amministrazione.

Resistere a queste pressioni significa sostenere ancora di più il progetto di SEL, interpretarlo nella sua accezione autentica, significa non delegare ad altri, significa interrompere quel comportamento paternalistico di dirigenti politici, o sedicenti tali, che come il coordinatore regionale (immagino non sia solo) tengono nei confronti nostri trattandoci alla stregua di bambini sciocchi. Resistere e continuare lungo il percorso che abbiamo tracciato, ribadito e sostenuto all’unanimità, pur con tutti i nostri limiti, significa dare una lezione di dignità, significa non chinare il capo verso chi ha della politica un’idea strumentale, verso chi intende la politica come tattica, come prodotto sintetico di incontri a tavolino fra notabili e zelanti emissari che hanno il solo ruolo di eseguire. Di queste “teste di legno” o “uomini di paglia” non se ne può più! Resistere a queste pressioni non è esercitarsi in qualche polemica o a chi è più furbo, resistere a queste pressioni e a questi “dirigenti” è un atto di onestà intelletuale, è fare politica, è interpretare un’idea ed un ideale di sinistra che se solo professato in TV o dai giornali soffoca le speranze delle gente, strozza i lavoratori di Mirafiori, fa chiudere nelle proprie case le persone, fa vedere nei disperati una minaccia! O c’è una corrispondenza reale, concreta, attualizzabile nel contesto dato dell’alterità della sinistra o la sinistra fa solo demagogia e coltiva a uso e consumo di qualche leader e del suo servidorame il proprio orticello. Non si agisce per cambiare lo stato di cose presente, ma lo si asseconda nella speranza di potersi ritagliare un posticino al banchetto.

Queste logiche di ancillaggio rispetto al volere del più forte sono utili solo a chi questo sistema lo governa, solo a chi questo sistema lo vuole così com’è! Io capisco perfettamente che se si dovesse andare a votare l’anomalia Rimini sarebbe un problema per SEL  a livello nazionale, ma diciamoci la verità: vista l’attuale situazione non credo proprio che le elezioni siano a maggio e chi lo dice cerca di ammantare il proprio lavoro da contoterzista della politica, in questo caso rispetto al volere imposto dal Pd, con un buonsenso che tale non è in quanto si tratta solo di tatticismo e opportunismo. Diciamoci la verità: cosa c’è di rivoluzionario nelle nostre posizioni, cosa c’è di così tremendamente estremistico nel pensare che solo tentando di cambiare i rapporti di forza si può pensare di cambiare la rotta del Pd che troppo spesso, come nel caso di Rimini, è del tutto simile a quella del Pdl? La risposta la sappiamo tutti, proprio tutti noi, anche i più dubbiosi: non c’è nulla di questo!

Il dubbio è forse che qualcuno di noi stia cercando una fortuna personale, stia lavorando per qualche posto? Ebbene posso parlare per me, Fabio e Giorgio, ma sono sicuro che sia così per tutti: avremmo potuto averli i posti senza dimetterci o essendo più ligi alle richieste di voto che quotidianamente provenivano dal Pd. Non lo abbiamo fatto non perché siamo dei sabotatori o degli irresponsabili, non lo abbiamo fatto perché se no non avremmo più avuto il coraggio di parlare con le persone che ci hanno dato fiducia, non lo abbiamo fatto per una questione di dignità.

Io non so se la scelta che abbiamo deciso di intraprendere sia la strada più giusta, quella che condurra alle “magnifiche e progressive sorti”, ma non siamo neanche persone che “levano i pugni al cielo” lamentandosi contro il destino o l’ineluttabilità delle scelte. Dietro la candidatura dell’amico e compagno Fabio Pazzaglia c’è una Rimini migliore della Rimini che qualcun altro intende rappresentare. C’è una Rimini migliore del gruppo di potere che ha utilizzato la leva della rendita immobiliare per ingrossare le proprie fortune da portare alle banche di San Marino, c’è una Rimini migliore, quelladi chi davanti alle imposizioni di qualcuno quando è convinto e a prescindere dal proprio tornaconto personale sa dire NO!

Io sono per andare fino in fondo, lavorando e continuando a lavorare come abbiamo fatto fino ad oggi, se sarà battaglia la faremo perché come diceva Che Guevara “le uniche battaglie che si perdono sono quelle che non si combattono”. Non credo che la nostra sia una posizione manicheista, ma credo, invece, che sia la posizione di chi le cose le vuole cambiare veramente, sapendo che la verità assoluta non è di nessuno, ma che se si vogliono cambiare le cose occorre la partecipazione di tutte e di tutti. Per noi non c’è chi ha interessi legittimi e chi ha richieste impossibili da realizzare solo sulla base dei voti che muove o del conto in banca che possiede, per noi, credo, il principio di eguaglianza risiede nella capacità che una comunità sa offrire di rimuovere gli ostacoli e di dare risposte a chi ha bisogno, includendo tutti ma proprio tutti i cittadini al di là della religione, del colore e dell’orientamento sessuale.

 Ecco per cosa abbiamo deciso di intraprendere la strada insieme a Fabio, ecco perché siamo in SEL, non certo per accondiscendere ai diktat di qualche mestierante della politica, perché le battaglie quando sono giuste vanno combattute anche se si sa che possono essere battaglie perse.

 Fraterni saluti.

 Eugenio Pari

 eugenio_pari@yahoo.it

Cell. +39 3381109571

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Interrogazione su politiche del lavoro in Tram Servizi

 

 I tagli annunciati dal Governo ad Enti locali e soprattutto alle Regioni incideranno molto pesantemente sul Trasporto

Tram Rimini

Pubblico Locale (TPL), servizio che per natura e funzioni è essenzialmente pubblico e la cui importanza è fondamentale per la qualità della vita dei cittadini e per la coesione sociale. Si apprendono con viva preoccupazione i dati diffusi dal Presidente della Tram Sergio Amadori in merito a questo argomento dove si dichiara che una riduzione sopra la soglia del 20% dei bilanci equivarrebbe ad un taglio netto di 3 milioni di euro che tradotto significa eliminare 1,4 milioni di chilometri di rete percorsa e licenziare 74 conducenti. L’impatto dei sarebbe devastante non solo per la qualità della vita dei cittadini, per la qualità del servizio erogato, ma anche le ricadute lavorative sarebbero altrettanto gravi.

Sappiamo tutti che il TPL si sorregge grazie alle risorse delle regioni e dei comuni rispettivamente nella misura del 90% e del 10%, il Comune di Rimini è azionista di maggioranza di Tram Servizi e nonostante la delibera che a breve voteremo per la fusione delle aziende dell’ambito romagnolo, già oggi occorre chiarezza di idee e soprattutto occorrono interventi e indirizzi precisi da parte dell’organo politico per intervenire in questa situazione tutelando l’interesse collettivo e i posti di lavoro.

Io penso che di fronte a questo scenario devastante non si possa dire che non rimane altro che prendere atto della situazione, né tantomeno, che il mercato deve essere lasciato libero di esprimersi attraverso le proprie dinamiche. Io penso che occorra un combinato disposto di interventi da parte dell’Amministrazione comunale che, da un lato tuteli la qualità della vita dei cittadini attraverso la tutela del TPL e dall’altro che si attivi per la salvaguardia dei posti di lavoro messi a repentaglio dai tagli minacciati dal governo. In questo senso mi chiedo se abbia senso tenere congelata l’ingente quantità di risorse destinate al metrò di costa, risorse che in un momento del genere potrebbero essere destinate ad interventi sul TPL molto più utili e qualitativamente osservabili.

Detto cio, Sig. Sindaco la interrogo per conoscere:

1. Quale sia la sua valutazione in merito allo scenario tratteggiato dal Presidente Amadori e se sia a conoscenza della situazione rilevata e, direi, annunciata dal Presidente stesso attraverso un intervento sulla stampa locale in data odierna;

2. Quali interventi nell’immediato l’A.C. intenda perseguire;

3. Quale valutazione si fa della qualità del servizio di TPL erogato;

4. Se sia attualmente in corso con la Regione Emilia Romagna un confronto per far fronte alla situazione che si sta attraversando e se si quale sia l’esito di questo confronto.

Il Consigliere comunale SEL

Eugenio Pari

Interrogazione presentata nel Consiglio comunale del 22.07.2010 con richiesta di risposta scritta

eugenio_pari@yahoo.it

Eugenio.Pari@comune.rimini.it

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Gomorra fronte del nord

L'arresto di Francesco "Sandokan" Schiavone

Un articolo molto interessante sull’ultimo numero de L’Espresso del 18/09/2008 – di Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi

Bologna, Modena, Parma, Reggio: è la nuova terra di conquista dei casalesi. Il pentito Bidognetti descrive l’assalto camorrista. Con il gioco d’azzardo, il racket, l’ingresso nei cantieri. E con la sfida dei padrini campani a Felice Maniero: ‘Fatti da parte’

Tra la via Emilia e il West, nella Modena cantata da Francesco Guccini, c’è gente che le pistole le usa davvero. “Gli interessi dell’organizzazione dei casalesi si estendono oltre la provincia di Caserta, anche ai territori dell’Emilia-Romagna, e in particolare alle province di Modena, Reggio Emilia e Bologna. L’interesse dei casalesi e la loro presenza sul territorio inizia sin dalla fine degli anni Ottanta, ma in realtà molti miei concittadini, per motivi attinenti ad attività da loro prestate, in modo particolare nel settore edile, si trasferirono in Emilia già negli anni ’70. Oggi si può dire che, vista la numerosa presenza di casalesi in quella zona, Modena e Reggio Emilia corrispondono a Casal di Principe e San Cipriano D’Aversa….”.

Domenico Bidognetti è stato un protagonista del romanzo criminale che in vent’anni ha portato i camorristi di tre paesini alla costruzione di un impero. Lui Gomorra l’ha vista crescere e prosperare. È cugino del padrino Francesco Bidognetti, quel Cicciotto ‘e Mezzanotte che anche dal carcere ha dominato l’ascesa dei mafiosi campani. La sua collaborazione con i magistrati, che va avanti da un anno, sta svelando nuove dimensioni della conquista casalese. Partendo dall’occupazione di quelle province del Nord dove maggiore era la prospettiva di guadagno e minore il rischio di entrare in guerra con le cosche siciliane e calabresi, radicate in Lombardia e Piemonte: l’Emilia-Romagna, appunto, e parte del Veneto. Con il sogno proibito di mettere un piede a Milano, realizzando quell’assalto alla capitale morale già tentato da Raffaele Cutolo nei primi anni Ottanta.

Giochi d’azzardo
Il contagio avviene sempre partendo dai soldi. Prima le bische e gli investimenti immobiliari. Solo in una seconda fase si mettono sul tavolo le armi e la violenza per imporre il racket. Con un obiettivo strategico: entrare nel giro delle grandi opere, trasferendo sopra la linea gotica gli accordi con le aziende padane collaudati nei cantieri campani dell’Alta velocità. Si comincia quindi dall’industria dell’allegria. Bidognetti elenca night e ristoranti gestiti dagli affiliati, racconta della spartizione del territorio con i calabresi e con il boss del Brenta Felice Maniero, parla delle mazzette estorte ai costruttori Pizzarotti di Parma, in un’Emilia inedita in cui i camorristi sembrano muoversi come fossero a casa loro.

Rivelazioni pagate a caro prezzo
Il padre di Bidognetti è stato assassinato tre mesi fa. Lui invece è andato avanti. Le sue parole intersecano e completano anni di indagini della Procura antimafia di Napoli, che già hanno svelato la penetrazione della famiglia Zagaria a Parma. Ma anche l’altro collaboratore di giustizia, Gaetano Vassallo, fornisce retroscena illuminanti sui traffici di cocaina tra Riviera romagnola e Costa domiziana, completando l’affresco dell’arrembaggio malavitoso.

Soldi facili
La scoperta della terra promessa avviene secondo il modello classico: il soggiorno obbligato. Un capoclan spedito dai giudici a Modena fa di necessità virtù criminale: sfrutta le colonie di emigrati campani onesti per imporre il modello camorrista. “Accadeva tra l’89 e il ’90. All’epoca noi ritenevamo questa zona molto sicura, una sorta di fortezza. Sui casalesi e i sanciprianesi residenti lì esercitavamo pressioni, quando eravamo a Modena o Reggio per latitanza o provvedimenti di natura giudiziaria”. Domenico Bidognetti si trasferisce in Emilia una prima volta a 15 anni: è apprendista di una ditta casertana, ma dopo tre mesi torna indietro “perché mi sentivo sfruttato”.
Scopre così che ci sono soldi molto più facili. Le bische, ad esempio, e i videopoker che i casalesi decidono di gestire “in regime di monopolio”. La rete che unisce Caserta, Modena e Reggio frutta oltre 200 milioni di lire al mese, che i boss venuti dal Sud non vogliono dividere con nessuno. “Venimmo a sapere che c’era un gruppo riconducibile a Felice Maniero e a un calabrese che volevano inserirsi in quell’attività. Decidemmo di incontrare il Maniero, e da Casal di Principe partì una squadra di notevole spessore criminale”: una delegazione che somma diverse condanne all’ergastolo. Due auto con pezzi da novanta come i cugini Bidognetti, Raffaele e Giuseppe Diana e l’imprendibile latitante Antonio Iovine. “Nell’incontro imponemmo a Maniero di lasciar perdere. Quando tornammo, mio cugino Cicciotto commentò l’inutilità del loro intervento, dando del ‘drogato’ a Maniero”. L’atteggiamento cambia nei confronti della ‘ndrangheta. I padrini casertani si fanno più rispettosi e stringono patti. Le zone dove incassare il racket vengono divise in base alla provenienza: ognuno impone il pizzo a negozianti e ditte create in Emilia da emigrati della zona d’origine, riproducendo al Nord omertà e regole di casa. È una situazione paradossale: nella gogna finiscono imprenditori che avevano lasciato il Sud proprio per sfuggire alla prepotenza dei clan. Per i boss invece le spedizioni hanno parentesi felici: nei ristoranti e nei night emiliani non devono chiedere, tutto viene offerto, tutto è gratis. “Tirammo fuori solo una mancia per le ragazze che ci avevano intrattenuto…”.

Caccia all’uomo
Le faide si spostano spesso da Caserta al Nord. Bidognetti descrive inseguimenti nella nebbia e vendette incrociate lungo la direttrice dell’Autosole. C’è il pedinamento nel centro di Modena condotto durante i giorni di Natale: dopo lunghi appostamenti, il bersaglio viene sorpreso in una piazzetta, ma all’ultimo momento arriva un’auto e i killer rinunciano a colpire. Solo un rinvio: la condanna verrà poi eseguita ad Aversa. A Modena ci sono parenti fidati che custodiscono le armi e altri designati come autisti per la conoscenza dei luoghi. Ma al volante non si dimostrano all’altezza: uno degli agguati fallisce proprio perché la vittima riesce a seminare il commando. Le sentenze nascono anche da semplici sospetti. Uno degli ambasciatori delle famiglie si vanta di guidare senza patente e non temere i controlli della polizia. E due boss venuti da Caserta per incontrarlo vengono invece bloccati dagli agenti: quanto basta per qualificarlo come infame e decretarne l’esecuzione.

La legge del clan
Il pentito non lesina dettagli. Elenca i capi militari a cui era affidata la custodia del fronte Nord. “Nel 1995 Francesco ‘Sandokan’ Schiavone ci rappresentò la necessità di sottoporre a estorsione non solo i commercianti casertani, ma anche quelli non campani, come ad esempio gli emiliani. Per noi fu una novità: sino ad allora le estorsioni venivano praticate solo a danno di imprenditori che realizzavano grossi appalti”. La richiesta è legata a un momento di grande crisi economica del clan, con le prime operazioni antimafia che avevano fatto finire in cella capi e gregari e quindi la necessità di mantenere le famiglie. Anche in questo caso c’è un’osmosi tra le attività campane e quelle emiliane. Le commesse pubbliche più importanti a Caserta andavano spesso a colossi del Nord, che poi accettavano la legge dei camorristi, concedendo quote di lavoro e mazzette cash. Il collaboratore ripercorre la storia della Pizzarotti di Parma, che scese a patti per la costruzione del nuovo carcere di Santa Maria Capua Vetere, destinato a custodire proprio i camorristi. Un appalto da 82 miliardi di lire, portato avanti dal ’93 in poi, quando Mani Pulite aveva azzerato i cantieri settentrionali. A vincerlo è un consorzio guidato dalla celebre coop ravennate Cmc e dalla Pizzarotti. Gli emissari delle aziende emiliane e i loro geometri vennero intimiditi con schiaffi, percosse e pistole spianate. “Partecipai a una riunione con l’ingegnere della Pizzarotti per sollecitare i lavori che spettavano a una delle nostre ditte di fiducia”. I boss ottengono un duplice vantaggio: denaro in nero, pagato attraverso giri di fatture false, e contratti leciti per entrare in una dimensione imprenditoriale.

Scacco alle due torri
“Anche a Bologna da tempo i casalesi hanno propri interessi economici”. Bidognetti però sugli investimenti non sa essere più preciso: è un uomo d’azione, che ricorda tutto delle pistolettate, ma non ha amministrato capitali. Sul riciclaggio sotto le due torri gli investigatori lavorano da tempo nel segreto. Ma le indagini hanno già smantellato parte della rete creata a Parma dagli Zagaria, assieme ai Bidognetti e agli Schiavone la terza grande famiglia casalese: lì si erano uniti a immobiliaristi locali, trovando agganci nella politica cittadina e sfiorando il colpo grosso. Uno degli Zagaria riesce a incontrare Giovanni Bernini, leader emergente di Forza Italia e presidente uscente del consiglio comunale ma soprattutto consigliere dell’allora ministro Pietro Lunardi. Dalle intercettazioni emerge come la ricerca di un contatto con Lunardi e con i costruttori parmensi fosse quasi un’ossessione per gli Zagaria. Non è un caso. Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna scandiscono l’asse delle opere più importanti in ballo: l’Alta velocità, le tangenziali, le nuove corsie dell’autostrada. Un Eldorado di cantieri e subappalti che hanno tentato in tutti i modi di infiltrare. Finora non c’è prova che ci siano riusciti. Ma i padrini casertani contano sul fattore protezione: quasi tutti i colossi italiani hanno costruito nel territorio chiave tra Roma e Napoli. Dove avrebbero ricevuto dai casalesi servizi importanti: sicurezza, manodopera a basso costo e pace sindacale. Il tutto in cambio di subappalti, portati a termine con efficienza. Un contratto che molti manager settentrionali hanno trovato vantaggioso.

La dama bianca
In Romagna i casalesi scoprono anche delle professionalità innovative. Ne parla Gaetano Vassallo, ‘il ministro dei rifiuti’ della camorra, descrivendo l’ammirazione del clan per un narcos romagnolo, che apre una nuova rotta per i rifornimenti di cocaina dal Sudamerica. Un personaggio che viene subito ammesso nella cerchia che conta per la capacità di far entrare fiumi di droga attraverso tanti corrieri insospettabili: dieci chili a settimana, 40 al mese. Li chiamavano ‘criature’, ossia bambini. Ma l’amico della Romagna era anche in grado di fornire rifugi sicuri per i latitanti che volevano stare alla larga dalle retate e dai killer avversari. Quando il clima ad Aversa e a Casal di Principe si faceva teso, quale migliore esilio che il divertimentificio adriatico?

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Gomorra-fronte-del-nord/2041523//0

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