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I problemi sociali ed economici in Emilia – Romagna

Di Eugenio Pari

Le sinistre hanno storicamente determinato le condizioni sociali ed economiche perché la nostra Regione potesse creare la crescita economica e produttiva che l’ha inserita e tuttora ancora la inseriscono a pieno titolo fra le aree più sviluppate d’Europa. Ma, dopo decenni di governo pressoché incontrastato e all’insegna dell’innovazione di fatica  vedere risposte a domande centrali quali: cosa ne è dei distretti industriali[1]? Come si sono organizzati per resistere alla sfida dell’economia globalizzata? Come muta la composizione sociale del lavoro operaio? Qual è il ruolo dell’immigrazione: sostituzione di settori abbandonati dagli italiani o di competizione? Quali sono le risposte di fronte alla progressiva fine dell’alleanza fra piccoli imprenditori e lavoratori dipendenti; “formula” del successo economico della regione? Rispetto a quest’ultima domanda è opportuno recuperare un pensiero di Walter Vitali: “[è] un dato di fatto che si sia prodotta una frattura tra lavoro autonomo e dipendente che – (…) – costituisce una chiave interpretativa fondamentale per comprendere le scelte elettorali degli italiani”.

Vitali in un altro scritto individua quattro questioni a cui dare risposta per mantenere alti livelli di coesione sociale, questioni strettamente legate alle dinamiche socio economiche in corso in regione. La prima: “la coesione sociale oggi è minacciata fortemente in modo particolare dal fatto che, essendo l’Emilia – Romagna la regione con il più alto tasso di popolazione immigrata residente richiamata dai suoi livelli di sviluppo  economico, questo determina un conflitto con la popolazione autoctona, soprattutto con le fasce di reddito medio – basse e basse, sull’accesso ai servizi”[2];a tal proposito quanto sostiene Vitali in merito al conflitto immigrati – popolazione autoctona anticipa di qualche anno i fatti di Gorino, dove la popolazione ha inscenato una protesta, con tanto di posti di blocco per impedire l’arrivo nel comune del ferrarese di un gruppo di cittadini immigrati richiedenti asilo.

Il secondo aspetto che riporta Vitali nel suo intervento all’interno del libro a cura di Carlo De Maria, riguarda la questione del welfare territoriale: “ora siamo di fronte a politiche non contingenti, ma di lungo periodo, da parte dei governi che tendono a smantellare esattamente questo tipo di assetto e tendono a introdurre elementi, attraverso tagli drastici s tutto il sistema di servizi, i quali vanificano la possibilità non già di sviluppare o di ulteriormente rafforzare l’attuale standard dei servizi, ma semplicemente di mantenerlo”[3].

Il terzo aspetto sui cui si sofferma l’ex Sindaco di Bologna Vitali riguarda la “crisi economica e sociale in atto” sostenendo che “(…) anche l’Emilia – Romagna è imemersa in pieno nella tempesta. Stiamo perdendo decine di migliaia di posti di lavoro, non solo a tempo indeterminato, ma anche a tempo determinato, con i contratti che non si rinnovano più, in modo particolare quelli delle giovani generazioni e delle donne”[4], è vero che la nostra Regione complessivamente ha tenuto dal punto di vista occupazionale e produttivo soprattutto grazie al fatto che è una regione fortemente orientata all’export e che nel corso del tempo ha saputo mantenersi collegata alla “locomotiva” tedesca. I recenti segnali di indebolimento dell’economia della Germania  stanno incominciando a rallentare una ripresa abbastanza incoraggiante registrata in regione a partire dal 2014 ma, apparentemente, conclusa nel secondo semestre del 2018.

Vi è infine una critica che Vitali indirizzava all’Ente Regione riguardo al tema della pianificazione territoriale, considerando il PTR alquanto insoddisfacente in merito al ruolo dei territori e di Bologna, considerando il capoluogo la “capitale” di un territorio policentrico.

Walter Vitali una risposta, parzialmente, se la da’ quando, rivolto agli amministratori e alle classi dirigenti dell’Emilia – Romagna, sostiene che “negli ultimi decenni abbiamo vissuto di rendita, facendo esattamente il contrario di ciò che ha reso possibile quel modello; le classi dirigenti si sono autoriprodotte; e intanto il vento delle grandi sfide globali ha cominciato a battere ance il nostro territorio ponendoci davanti a problemi molto gravi”[5].

Sul tema è intervenuto diverso tempo fa in un importante articolo pubblicato su Micromega nell’aprile 2014, l’ex Presidente della regione Lanfranco Turci, sostenendo individuando i processi economici e sociali sviluppatisi negli anni precedenti alla crisi, riportandoli in questi termini: “(…) gerarchizzazione delle imprese dei distretti indotta dalla dinamica della globalizzazione, le delocalizzazioni e il ricorso crescente all’outsourcing, la crescita del terziario, i cambiamenti intervenuti nel lavoro dipendente e autonomo, la flessibilizzazione (anche per via legislativa operata dai governi del centro – sinistra) del mercato del lavoro e delle sue nuove figure di atipici” proseguendo Turci sostiene che “ il risultato di questi processi sono le diseguaglianze che crescono e la disarticolazione della società, del capitale sociale e dell’ethos collettivo ancora forte negli anni ‘80 ”[6]. I rapporti di forza partitici e sindacali, è la conclusione del ragionamento di Turci, che le sinistre (in particolare il Pci) aveva spostato a vantaggio di una garanzia di risultati economici e sociali per i lavoratori “cambiarono radicalmente”.

Lo scenario che si viene costruendo è di segno opposto rispetto al sostegno alle “politiche di welfare e agli interventi keynesiani degli enti locali (…) sia nel rapporto fra le classi sia nelle capacità di intervento del pubblico”[7]. Il sistema delle politiche sociali in quegli anni infatti è sempre più costretto all’interno delle famigerate politiche di rigore “che preparano e poi portano all’adozione dell’euro. Anche ad uno sguardo a volo d’uccello non può non colpire l’indebolimento, quando non la distruzione di identità collettive e il cambiamento radicale, la burocratizzazione, l’autoreferenzialità delle grandi nervature sociali che reggevano la società emiliana negli anni passati”.[8]

Dal punto di vista demografico in Emilia-Romagna continua il calo percentuale dei giovani sul totale della popolazione. Negli ultimi 10 anni si è ridotta di 2,5 punti percentuali nei 28 Paesi dell’Unione Europea, di quasi 3 punti in Italia (2,8 per l’esattezza) e di oltre 2 punti in Emilia-Romagna. Si tratta in valori assoluti di quasi 1,4 milioni di persone in meno in Italia, delle quali circa 59.000 nella sola Emilia-Romagna. Nell’ultimo anno tuttavia questa tendenza è meno accentuata, con ogni probabilità per effetto dei trend migratori, caratterizzati da una bassa età media: -0,2 nell’Unione Europea, 0,1 in Italia e addirittura in lieve recupero (+0,1) in Emilia-Romagna.

 

 

 

La provincia italiana con la quota più bassa di popolazione collocata nella fascia d’età fra i 15 e 34 anni d’età continua ad essere quella di Ferrara (16,5%), mentre tutte le altre realtà provinciali dell’Emilia-Romagna restano attestate tra il 18 e il 20% (vedi fig.5.3).

Alla base della riduzione della popolazione giovanile c’è prima di tutto il basso tasso di natalità, il calo costante che si registra dal 2008 ha portato, nel 2017, Emilia-Romagna alla quota di 7,4 nati per mille abitanti, dato inferiore anche a quello nazionale (7,6 per mille abitanti), con la punta più bassa ancora una volta nella provincia di Ferrara (5,9 per mille abitanti).

Pur tuttavia in questo trend vanno considerati i flussi migratori che hanno comportato specialmente negli anni passati soprattutto per ciò che riguarda l’Emilia-Romagna saldi elevati, tali da contribuire in modo determinante a frenare la mancanza di peso complessivo della popolazione giovanile.

Com’è noto l’età media della popolazione immigrata è invero molto inferiore a quella del luogo: oltre la metà degli immigrati residenti nel territorio emiliano-romagnolo nel 2018 risulta avere meno di 35 anni.

Grazie quindi a questo fenomeno la quota di popolazione con età inferiore ai 15 anni è cresciuta sensibilmente in Emilia-Romagna nel decennio 2002-2012, fino a toccare valori molto prossimi a quelli nazionali, dai quali invece era in precedenza lontana. Questo consente di prevedere che nei prossimi anni anche la quota di popolazione in età 15-34 anni possa avere un parziale recupero.

Negli ultimi anni, dal 2015 in poi, anche in Emilia-Romagna come – in modo più accentuato – in Italia, anche la popolazione più giovane, al di sotto dei 15 anni, torna invece a calare.

 

 

La riduzione della quota di giovani sul totale della popolazione deriva in primo luogo dal basso tasso di natalità, in calo costante dal 2008 e sceso nel 2017 in Emilia-Romagna a 7,4 nati per mille abitanti, inferiore anche a quello nazionale (7,6 per mille abitanti), con la punta più bassa ancora una volta nella provincia di Ferrara (5,9 per mille abitanti).

Tuttavia, questo andamento è bilanciato dai flussi migratori che hanno determinato soprattutto in alcuni degli anni scorsi e in particolar modo in Emilia-Romagna saldi elevati, tali da contribuire in modo decisivo a contenere la perdita di peso complessivo della popolazione giovanile.

L’età media della popolazione immigrata è infatti notoriamente molto inferiore a quella indigena: oltre la metà degli immigrati residenti nel territorio emiliano-romagnolo risulta nel 2018 avere meno di 35 anni.

In virtù di questo fenomeno la quota di popolazione con età inferiore ai 15 anni è cresciuta sensibilmente in Emilia-Romagna nel decennio 2002-2012, fino a toccare valori molto prossimi a quelli nazionali, dai quali invece era in precedenza distanziata. Tutto ciò lascia intravedere la possibilità che nei prossimi anni anche la quota di popolazione in età 15-34 anni possa avere un limitato miglioramento.

Dal 2015, come del resto in Italia, la popolazione al di sotto dei 15 anni torna a calare in Emilia-Romagna, cresce invece il valore delle migrazioni verso l’estero in particolare nella fascia d’età che va dai 18 ai 39 anni, il dato censito in regione riguarda, in valori assoluti, per il 2016 il trasferimento all’estero di 1.714 stranieri e 3.615 italiani.

Per ciò che riguarda i livelli occupazionali nel periodo 2007 – 2017 assistiamo ad un calo di oltre il 10% con una crescita dove predominante è la crescita prevalente degli inattivi con livelli consistenti dei disoccupati (+4,6%).

In Emilia-Romagna a rendere ancora più consistente il dato del calo degli occupati è il fatto che si partiva da livelli occupazionali nettamente superiori rispetto al dato nazionale, raddoppia la quota degli inattivi sulla cui entità incide, con particolare riferimento la fascia 15-24, lo  È evidente che in questa fascia d’età, e in particolare con riferimento a quella dai 15 ai 24 anni, la frequenza di percorsi formativi. Ciò nonostante, anche valutando soltanto la fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni, certamente meno coinvolta da attività formative, le propensioni non cambiano in modo significativo.

A tutti i livelli risulta più accentuata in questa fascia la crescita della quota dei disoccupati e meno quella della quota degli inattivi, che diventa addirittura un lieve calo nella media dei 28 Stati della UE, ma resta molto significativa la crescita di entrambi i valori sia In Italia sia in Emilia-Romagna.

Per ciò che riguarda il livello di ricchezza degli emiliano-romagnoli, valutando le dichiarazioni dei redditi del periodo 2009-2017 vediamo che il reddito medio da lavoro dipendente e assimilati nel 2016 – da dichiarazioni dei redditi 2017 – è pari in Emilia-Romagna a 22.220 euro, più alto di quello medio nazionale di oltre 1.500 euro (+7,4%) e, come provato dalla schema che rapporta i redditi da lavoro dipendente, autonomo e da pensioni in Emilia-Romagna e le diversità con l’Italia.

 

 

Redditi da lavoro dipendente, da lavoro autonomo e da pensione in Emilia-Romagna e differenze con Italia. Dichiarazioni dei redditi 2009-2017

 

Anno dichiara

zione

Redditi da lavoro dipendente

e assimilati

Redditi da lavoro autonomo Redditi da pensione
  Emilia-Romagna Differeza con Italia Emilia-Romagna Differenza con Italia Emilia-Romagna Differenza con Italia
2009 20.460 +1.000 (+5,1%) 42.230 +3.340 (+8,6%) 14.340 +400 (+2,9%)
2010 20.530 +740 (+3,7%) 42.830 +2.950 (+7,4%) 15.050 +450 (+3,1%)
2011 20.600 +790 (+4,0%) 44.310 +2.990 (+7,2%) 15.390 +410 (+2,7%)
2012 20.880 +860 (+4,3%) 45.590 +3.310 (+7,8%) 15.910 +390 (+2,5%)
2013 21.310 +1.030 (+5,1%) 40.800 +4.730 (+13,1%) 16.280 +500 (+3,2%)
2014 21.770 +1.170 (+5,7%) 41.390 +5.730 (+16,1%) 16.820 +540 (+3,3%)
2015 21.810 +1.290 (+6,3%) 41.640 +6.070 (+17,1%) 17.250 +550 (+3,3%)
2016 22.150 +1.490 (+7,2%) 43.810 +5.520 (+14,4%) 17.470 +600 (+3,6%)
2017 22.220 +1.520 (+7,4%) 47.360 +5.620 (+13,5%) 17.840 +670 (+3,9%)

Fonte: Elaborazione su dati del Ministero dell’economia e delle finanze

 

Considerando il lavoro autonomo, nello stesso periodo il distacco con la media nazionale si fa ancora più netto pari al 13,5%, che in termini assoluti equivale a 5.520 euro.

Parlando di redditi è interessante riportare un passaggio “la distribuzione dei redditi netti delle famiglie emiliano-romagnole è maggiormente concentrata (quindi meno equamente distribuita) di quella che si registra nel Nord-Est, ma meno di quella complessiva nazionale”[9]

Sempre per ciò che riguarda il dato sulla povertà relativa, prendendo questo indicatore come più attendibile in quanto suscettibile di meno variazioni, “nel 2017 le famiglie residenti in Emilia-Romagna in condizioni di povertà relativa costituiscono il 4,6% del totale, meno della metà del dato medio italiano (12,3%)”[10].

Situazioni di disagio delle famiglie, riporta il lavoro dell’Ires Emilia-Romagna per la CGIL regionale, pubblicato nel 2018 sono relative “alla grave deprivazione materiale, che si registra, (…), quando sono presenti nella famiglia quattro o più sintomi di disagio economico su un elenco di nove: i) non poter sostenere spese impreviste di 800 euro, ii) non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa, iii) avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti come per es. gli acquisti a rate; iv) non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni, cioè con proteine della carne o del pesce (o equivalente vegetariano); v) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere: vi) una lavatrice vii) un televisore a colori viii) un telefono ix) un’automobile”[11].

In questo caso, prosegue il rapporto commissionato dalla CGIL Emilia-Romagna, l’Istat attesta che “il 6,3% delle famiglie residenti in Emilia-Romagna si trovano in condizioni di grave deprivazione, dato appena inferiore a quello rilevato per l’insieme delle regioni del Nord (6,7%) e decisamente più basso di quello dell’Italia nel suo complesso (12,1%)”.

Pur vedendo aumentati alcuni indicatori del disagio, si assiste comunque al fatto che l’Emilia-Romagna “continua a contraddistinguersi per condizioni di benessere più elevate e meno critiche di quelle medie nazionali – spinte verso il basso da quanto si registra nel Sud del Paese – e sovente anche di quelle di buona parte delle regioni del Nord Italia”[12].

In conclusione, ricorda il Rapporto Ires-CGIL Emilia-Romagna, “non si possono trascurare alcuni segnali ormai consolidatisi nel corso degli ultimi anni” come il fatto che “dietro i dati medi si trovano situazioni profondamente diversificate e dunque una distribuzione dei redditi e delle ricchezze con significative diseguaglianze, come evidenziato dall’indice di concentrazione che, per l’Emilia-Romagna rimane più critico di quello dell’Italia settentrionale e, all’interno della regione, anche da quanto si osserva a livello territoriale e per profili di famiglia. Infatti, si è sottolineato che la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie più numerose e colpisce di più le famiglie giovani. Le elaborazioni Istat mostrano chiaramente come le famiglie in condizioni di povertà aumentino al crescere del numero di figli: il 26,8% delle famiglie con tre o più figli nel 2016 risultano in condizioni di povertà assoluta. Se si considerano le sole famiglie di stranieri con figli minori, tale percentuale sale al 34,6%”[13].

 

 

 

 

Fondamentale è il ruolo del pubblico che attraverso il “sistema di imposte e benefici, riduce il rischio di povertà per gli anziani, mentre lo aumenta per le famiglie con figli minori e per i giovani senza figli. (…) Tanto che Istat evidenzia la necessità di politiche finalizzate a rafforzare la famiglia che aiutino gli individui in tutte le diverse tappe della vita e riducano le disuguaglianze per età e generazioni, prevedendo anche misure che incentivino l’autonomia dei giovani e agevolino la realizzazione dei loro progetti”[14].

La povertà economica, oltre a essere prevalentemente concentrata a livelo territoriale territorialmente, è collegata alla mancanza di lavoro o, per meglio dire, a “un numero di persone occupate per famiglia con un reddito non adeguato alle esigenze complessive della famiglia stessa. Anche se diversi studi mostrano che la probabilità di povertà, per le persone occupate, non dipende tanto da quanto si lavora ma piuttosto dal reddito da lavoro che viene percepito. Ne deriva pertanto una forte preoccupazione per i recenti andamenti di alcune caratteristiche del mercato del lavoro italiano, con un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, chiamati a lavorare più di prima per ottenere in media retribuzioni comunque proporzionalmente in calo e quindi anche sempre meno in grado di contrastare il rischio di povertà”.

Altro elemento critico riguarda l’occupazione femminile, dato tradizionalmente caratterizzato in Italia e in Emilia-Romagna da lavoro precario, tempo parziale, dove le donne sono chiamate a sostenere non solo le difficoltà delle mansioni lavorative, ma anche dai compiti che derivano dalla cura della famiglia e laddove la persona di riferimento è la lavoratrice aumenta anche il rischio di povertà per quelle famiglie.

Abbiamo sottolineato l’importanza del sistema cooperativo in Emilia-Romagna, importanza che deriva anche dal fatto che dall’inizio della crisi ad oggi ha permesso la tenuta occupazionale. Il sistema cooperativo, di cui l’Emilia-Romagna è stata culla, ha vissuto una trasformazione manageriale che ha determinato una crescita dimensionale e finanziaria delle cooperative stesse, fra le origini delle situazioni di crisi (Coop Alleanza 3.0 con una passivo superiore ai 200 milioni di euro) o addirittura liquidate (Manutencoop franata sotto un passivo di circa 790 milioni di euro e 1300 creditori), c’è tanta finanza e una crescita dimensionale insostenibile.

[1] Sistema produttivo costituito da un insieme di imprese, prevalentemente di piccole e media dimensioni, caratterizzate da una tendenza all’integrazione orizzontale e verticale e alla specializzazione produttiva, in genere concernente in un determinato territorio e legate da una comune esperienza storica, sociale, economica e culturale.

http://www.treccani.it/enciclopedia/distretto-industriale_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

[2] W. Vitali, Tra “modello emiliano” e Regione Emilia – Romagna, in C. De Maria, Bologna futuro. Il modello emiliano alla sfida del XXI secolo, pag. 117, Clueb, Bologna 2012

[3]W. Vitali, Tra “modello emiliano” e Regione Emilia – Romagna, in C. De Maria, Bologna futuro. Il modello emiliano alla sfida del XXI secolo, Clueb, Bologna 2012, pag. 117

[4]  W. Vitali, ibidem, pag. 118

[5] W. Vitali, ibidem , pag. 117

[6] L. Turci, in “C’era una volta il riformismo emiliano”,  Micromega on line 09/04/2014 http://temi.repubblica.it/micromega-online/c%u2019era-una-volta-il-riformismo-emiliano

[7] L. Turci, in “C’era una volta il riformismo emiliano”,  Micromega on line 09/04/2014 http://temi.repubblica.it/micromega-online/c%u2019era-una-volta-il-riformismo-emiliano

[8] L. Turci, ibidem

[9] Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 116

[10] Ibidem, pag. 122

[11]Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna N. 6 – Anno 2018, IRES Emilia-Romagna per conto della CGIL Emilia-Romagna,, pag. 124

[12] Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna, ibidem, pag. 126

[13] Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna N. 6 – Anno 2018, IRES Emilia-Romagna per conto della CGIL Emilia-Romagna, pag. 127

[14]Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna, ibidem, pag. 127

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Il collateralismo

Di Eugenio Pari

La comparsa sulla del movimento operaio, pone in termini nuovi il tema dell’organizzazione politica. I partiti socialisti che si affacciarono  sul palco della storia alla fine dell’Ottocento sono una formazione addirittura successiva a forme che il proletariato si era dato in precedenza come le cooperative e il sindacato.

Il movimento cooperativo, non è però esclusività del movimento operaio, rappresenta il tentativo di una risposta a problemi concreti che attraversava il proletariato ed assume caratteristiche diverse in Europa, per esempio: in Inghilterra, dove le prime cooperative risalgono agli anni ’30 dell’Ottocento, si svilupperà intorno alla cooperazione di consumo; in Germania sarà principalmente cooperazione in tema di credito e quindi bancaria e di ispirazione soprattutto cristiana. In Italia, e nella Valle Padana, culla del movimento cooperativo italiano,  saranno innanzitutto le cooperative di produzione lavoro e sebbene il movimento socialista vedrà nella cooperazione uno dei principali strumenti attraverso cui applicare la propria linea politica a livello municipale, la cooperazione di impronta cattolica sarà molto importante in primo luogo quella bancaria attraverso il credito popolare. Vi era nel socialismo riformista un primato delle organizzazioni parallele rispetto al partito, questo primato verrà invertito nel Secondo Dopoguerra dove al centro ci sarà essenzialmente il PCI.

Anderlini definisce il collateralismo come

“modello di relazioni coessenziale al primato dei partiti e perdurato, seppure perdendo di forza, per tutto il corso della Prima Repubblica” (2006).

La strutturazione dei partiti prevedeva “cinghie di trasmissione”, le organizzazioni che componevano questi “ingranaggi” non erano affatto una longa manus dei comunisti nella società, inoltre non erano esclusivo patrimonio del PCI che, comunque, con il concorso dei socialisti alimentava questa struttura rendendola capillare  e di massa.

La DC, per esempio,

“non era da meno: non solo le organizzazioni innervate sulle parrocchie, ma la CISL, le cooperative bianche, la Coldiretti e altro, ivi comprese le banche rurali e le casse popolari sparse per tutto il Paese. (…) Grandi o piccoli che fossero tutti i partiti, ivi compresi quelli della tradizione liberal-borghese, erano strutturati secondo le forme classiche di integrazione democratico sociale di massa”[1].

Trattare del “modello emiliano”, in particolare della fase del suo apogeo, senza trattare il tema del collateralismo sarebbe discorso lasciato a metà, un discorso che parla si del ruolo egemone e di “regia” del PCI, ma che non riesce a spiegare fino in fondo il modo in cui, effettivamente, il Partito comunista riuscisse a mantenere e sviluppare questo ruolo centrale nel sistema economico-sociale dell’intera regione.

Nella Conferenza organizzativa del 1959 il PCI si affermava un concetto fondamentale nell’ottica di contrasto ai monopoli e al ruolo che il “sistema PCI” poteva svolgere:

“in Emilia-Romagna può svilupparsi una intesa permanente fra organizzazioni sindacali dei lavoratori ed associazioni cooperative, artigiane e di ampi settori dell’industria non monopolistica, volta appunto ad attuare una nuova’ redistribuzione del reddito ed un impulso agli investimenti produttivi, con la limitazione e la liquidazione dei superprofitti di monopolio”[2].

Il movimento cooperativo a partire dagli anni ’70 allenterà questo legame, raggiungendo contestualmente risultati economici e produttivi di maggior rilievo rispetto alla fase in cui, fondamentalmente, era una propaggine del Partito.

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Guido Fanti (a sinistra) con Giuseppe Dozza

Anche il Sindacato allargherà la “cinghia di trasmissione”, nel caso del movimento cooperativo, per quanto riguarda il sistema Legacoop, così come nel caso della CGIL il rapporto tra PCI prima e con i partiti da esso discendenti come il PDS, i Ds e in parte il PD il legame non si interromperà mai del tutto, subirà di certo modifiche ma non sarà mai interrotto soprattutto perché sia dirigenti del mondo cooperativo collegato a Legacoop, sia i dirigenti della CGIL in buona parte avevano e hanno in tasca la tessera di quei partiti e, in misura minoritaria, quella del fu PSI.

Questo fatto, a mio avviso, non fu negativo e non lo sarebbe nemmeno in linea di principio, in quanto è vero che i dirigenti del Sindacato e della Cooperazione vissero una sorta di dipendenza nell’individuazione dei rispettivi gruppi dirigenti rispetto al PCI, che, comunque, si assumeva anche il compito della formazione generale dei quadri, ma queste organizzazioni troveranno nel PCI un importantissimo interlocutore in grado di assumersi il compito di portare a sintesi politica le questioni del sindacato e del mondo della cooperazione. Questo rapporto osmotico non era unidirezionale, dal PCI alle organizzazioni collaterali, bensì anche da queste in direzione del Partito. Le cooperative e la CGIL erano le “antenne” del Partito nella società, erano una vera e propria cartina di tornasole rispetto a ciò che si muoveva nella società e alla capacità di tradurla in una linea politica da parte del Partito.

Guido Fanti parla del contributo attraverso

“progetti e realizzazioni che le organizzazioni sindacali, cooperative, artigiane, commerciali e associative di Bologna e della regione, con il supporto del PCI e del PSI, portarono come contributo essenziale alla costruzione, in pochissimi anni, del ‘modello emiliano’. Una dote ricca di progettazione e investimenti produttivi, di nascita ed espansione di migliaia di ditte artigiane e commerciali e di società Cooperative, con la costruzione di circa 100.000 nuovi posti di lavoro, che si univano a quelli creati dalle attività e dalle opere d’interesse pubblico di comuni e province. L’Emilia-Romagna divenne, così, terra di lavoro per migliaia di disoccupati del Veneto, delle Marche e delle pianure padane lombarde e piemontesi.”[3]

Il collateralismo ha avuto quindi una funzione importante nella strategia dei comunisti italiani, come ha scritto Anderlini con particolare riferimento alla cooperazione:

“se c’è del marcio in Danimarca, esso va ricercato non nel collateralismo, ma in ciò che si è sedimentato dopo la sua eclissi naturale: capi di antica nomina politica che una volta emancipati dal controllo possono essere tentati a trasformare le imprese in feudi, seguendo la via postsovietica al capitalismo, ed entristi ormai liberi di arrampicarsi altrove facendo delle coop la pista di lancio”[4].

Citando Mario Tronti, possiamo affermare che l’organizzazione collaterale fu il tentativo di una classe di farsi Stato e strumento di acquisizione della coscienza di classe:

“il passaggio del proletariato a classe operaia, da classe in sé a classe per sé, di classe a coscienza di classe per mezzo dell’organizzazione. Il capitalismo industriale per superare questa sua interna contraddizione ha dovuto superare sé stesso: andando incontro incontro alle sue nuove contraddizioni che oggi lo affliggono. È su queste ultime che oggi andrebbe centrato il conflitto. Ma potrebbe farlo solo chi si facesse consapevole erede di quella storia: forme di lotta, esperienze collettive, solidarity for ever, tutto il potere ai soviet, e prima mutualismo, associazionismo, cooperazione, e poi sindacato e poi partito fino al tentativo di farsi Stato. E patrimonio ideale, sistema di pensieri, rigorosa teoria, concezione del mondo e della vita, il tutto scoperto, praticato, elaborato con passione e realismo, due dimensioni da riaccostare dentro ognuno di noi. Un cammino luminoso che tutte le ombre in seguito accumulatesi non riescono ad oscurare. Io non capisco, (…), perché – se nel momento drammatico del crollo, almeno nei lunghi anni a seguire – non l’abbiamo messa su questo piano”[5].

Perché, in sostanza, queste organizzazioni che erano comunque originate da ideali di

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Da sinistra: Giuseppe Dozza, Renato Zangheri e Guido Fanti

 

giustizia sociale e trasformazione del mondo, a un certo punto hanno deliberatamente deciso di venire a meno a questo impegno? Come mai il mondo della cooperazione, e non parlo di quelle false dietro le quali si nascondono spesso condizioni di lavoro infami, hanno prodotto deviazioni mercantili come nel caso della scalata BNL operata nel 2005 da Consorte (il caso di Buzzi e della cooperativa 29 settembre, a mio avviso non ha nulla a che vedere con questo ragionamento e riguarda solo vicende giudiziarie)? È stata solo la reazione di rispondere alla stringente necessità di unire i principi sociali alle esigenze di bilancio, ovvero la questione delle questioni per le cooperative di essere capaci di unire solidarietà e capacità gestionali, di saper trasmettere un valore sociale e per farlo chiudere senza perdite i bilanci delle cooperative? Oppure è stato un venir meno alla propria funzione storica passando dall’altra parte, dalla parte di quelli da cui ci dovevamo difendere ovvero il capitale? Toschi ne parla in questo modo, dando un segnale del fatto che il mondo della cooperazione, nella sua maggioranza, ha ancora sani e robusti anticorpi, e io ne sono convinto:

“Non possiamo, e anche se potessimo non dobbiamo, liberarci della nostra storia, delle nostre storie così diverse eppure così uguali. La nostra è stata una storia di lotta, di divisioni, di discussioni non solo verso ‘gli altri’ ma al nostro interno e nella lotta e nelle avversità siamo cresciuti fino a divenire quello che siamo oggi. Dobbiamo quindi comprendere per progredire, per costruire su fondamenta solide e riconoscibili – le nostre fondamenta – perché solo se ci ri/conosciamo, se ci ri/troviamo, se ci ri/comprendiamo possiamo conoscere, attraverso noi stessi, anche gli altri, discutere con loro, apprezzare le loro idee e i loro progetti e costruire possibili sintesi che ci possano portare a convergere nel ‘punto marxiano’ (…) [del]: miglioramento delle condizioni di vita”[6].

La classe dirigente dell’organizzazione cooperativa ha tratti anche psicologici che ne spiegano la trasformazione, secondo Anderlini:

“nella querelle che ha accompagnato la scalata BNL, ad esempio, mi ha colpito l’insistenza con cui Fassino ha richiamato la potenza economica delle coop e il loro ‘non essere più quelle di una volta’”

stessi concetti espressi da esponenti di Legacoop, affermazioni che, proseguiva Anderlini, sono realistiche ma

ideologicamente ambigue[a] e, soprattutto, psicologicamente rivelatrici di un’ansia di neo-accreditamento, tipica del complesso d’inferiorità del parvenu, il quale tende a rimuovere la sua origine, anziché farsene un vanto. Di nuovo il complesso, tipicamente trans-comunista, dei ‘figli di un Dio minore’. La faccia perversa e marranesca assunta, dopo la decadenza, del senso aristocratico della diversità comunista. In questo, molti cooperatori, sono emblematici come più non si potrebbe del trans-comunismo”[7].

Nella cooperazione lo sforzo di disinfrancarsi non solo dal rapporto con il Partito, che nell’ottica del movimento operaio, insieme al Sindacato compone lo stesso, può significare anche un allontanamento dalla propria cultura di partenza, nello sforzo di produrre un modernizzazione affidata ad un management attinto dall’esterno dell’impresa cooperativa come in qualsiasi alta SpA. Ciò, è vero, permette maggiori competenze dal punto di vista gestionale e risposte più contingenti alle necessità economico-finanziarie, ma forse queste figure dirigenziali non tengono nella dovuta considerazione la funzione sociale, di trasformazione sociale, propria del movimento cooperativo magari ignorando, per non dire non condividendo, proprio la cultura di partenza che in fin dei conti si innerva nella storia del movimento operaio e degli strumenti (fra cui proprio la cooperazione) che esso ha utilizzato nella lotta per la propria emancipazione.

Parlando del ruolo della cooperazione Sergio Costalli ha sottolineato la necessità di tornare

“a comprendere meglio (…) lo stretto rapporto che esiste tra il nostro operare quotidiano e i bisogni, i desideri e la partecipazione democratica, nel senso più vasto del termine, del corpo sociale e dei cittadini”[8].

[1] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pagg. 112-113

[2] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 81

[3] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 96

[4] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 169

[5] M. Tronti con A. Bianchi, Il popolo perduto. Per una critica della sinistra., Edizione Nutrimenti, Roma, 2019, pagg. 24-25

[6] L. Toschi, in S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 6

[7] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 113

[8] S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 29

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Dall’industria al producer’s services. Il cambio di riferimento sociale della sinistra

Di Eugenio Pari

L’Emilia – Romagna non è sempre stata una regione industrializzata, per un lungo periodo la sua principale vocazione era prevalentemente rurale. L’economia della regione dal punto di vista industriale, ancora nel secondo dopoguerra, era molto indietro rispetto non solo alla Lombardia o al Piemonte, ma anche rispetto al Veneto, alla Toscana e alle Marche.

L’industrializzazione se comparata con regioni come il Veneto e la Lombardia, vedrà un avvicinamento dell’Emilia – Romagna rispetto alla prima solo sul finire degli anni ’30, mentre il distacco con la Lombardia rimarrà pressoché doppio.

Occupati nell nell’industria manifatturiera come percentuale degli addetti totali*[1]

 

Emilia Romagna Lombardia Veneto
1901** 4 15,1 10,0
1911 9,9 23,2 12,9
1938 15,8 33,4 17,4
1961 27,6 44,4 24,1
1981 42,4 44,2 37,6
2001 28,6 29,2 32,4

 

Il distacco con le regioni maggiormente industrializzate di colmerà, rendendo i le percentuali sostanzialmente omogenee, allorquando le regioni del “Triangolo industriale”, ovvero la Liguria con Genova, il Piemonte con Torino e la Lombardia con Milano, tutti centri con grandi produzioni industriali, cominceranno a trasferire produzioni o segmenti di produzioni nella regione e nella cosiddetta “Terza Italia” ovvero le regioni dell’Italia centro settentrionale.

Nel periodo che va dalla fine degli anni ’70 l’Emilia – Romagna si trova di fronte a Risultati immagini per modello emilianoproblemi di sviluppo economico di tipo nuovo, non solo dettata dalla crisi petrolifera di quel periodo e dalla conseguente crisi economica culminata in una fase di recessione, ma dal dover organizzare, portare a sistema, quel modello di sviluppo economico che ha preso già ha preso forma nei territori, ovvero il modello dei distretti. L’Emilia – Romagna lo fa, ricorrendo alle proprie risorse sociali e politiche.

L’economia di distretto vede una “cabina di regia” a livello istituzionale nella Regione, istituita nel 1970, la quale si fa promotrice di proposte e soluzioni integrate.

Adottando di fatto soluzioni eterodosse rispetto alla propria cultura di appartenenza e riportando “lo sviluppo industriale dell’Emilia – Romagna all’interno dello schema analitico togliattiano”[2], trovando un collante socio – politico nell’azione del Pci che, come detto, in linea con la lezione togliattiana sull’alleanza con il ceto medio, agì anche nei confronti del sindacato in funzione mediatrice rispetto alle istanze salariali dei lavoratori. La contropartita ottenuta dal movimento dei lavoratori sarà, come noto, lo sviluppo del welfare locale e dei servizi pubblici considerati quali elementi di salario accessorio volti a colmare il gap salariale che sussisteva per esempio con i lavoratori di Torino e Milano.

A questo punto è importante riportare un passaggio che definisce il concetto di distretto industriale:

“Marshall riteneva che, in alcuni settori manifatturieri, la produzione  potesse essere organizzata in maniera efficiente sia raggruppando tutte le fasi del ciclo produttivo in un’unica  grande fabbrica, sia distribuendole tra un gran numero di piccoli laboratori indipendenti, ciascuno dei quali specializzato soltanto in una o in poche di esse (…)”[3].

Il tessuto produttivo manifatturiero regionale sarà caratterizzato dalle dimensioni ristrette delle aziende, all’incirca il 60% delle imprese al di sotto dei cinquanta addetti a cui aggiungere un 35% di imprese con un numero di dipendenti compreso tra cinquanta e cinquecento unità e quindi considerato nella fascia delle “medie imprese”.

La frammentazione e la scarsa dimensione del sistema produttivo poneva evidenti problemi non solo di integrazione, ma anche di capacità di innovarsi. Di questo problema, come accennato in precedenza, si fanno carico la Regione e il sistema di governo locale attraverso il Piano di sviluppo regionale del triennio 1982 – 85 che alle tradizionali azioni urbanistiche sulle aree per gli insediamenti produttivi affianca

“la creazione di centri di servizi reali alle imprese (…). Ciò permise alle imprese non solo dell’industria, ma anche dell’agricoltura, della maglieria così come del turismo nell’area romagnola di non vivere una situazione di isolamento e non solo perché intrecciate in un sistema” quello distrettuale appunto “ma anche perché sostenute da servizi esterni all’impresa e interni al sistema di relazioni a cui potevano fare ricorso: quelli offerti dalle associazioni e dalle amministrazioni locali”[4].

Nell’ottica di collaborazione fra piccoli imprenditori e lavoratori, oltre ad essersi generata una sostanziale pax sociale, è prevalsa anche una logica “delle esenzioni”, laddove la politica

“ha creato a favore di una quota significativa del lavoro autonomo e delle imprese di piccole dimensioni un regime speciale di sgravi fiscali, di semplificazione delle procedure amministrative e di agevolazioni creditizie (Arrghetti – Serravalli 1997, p. 343)”[5]

Ma le “facilitazioni”, non sono andate unicamente nella direzioRisultati immagini per modello emilianone dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori, come detto, la pragmaticità della classe politica emiliano – romagnola, in particolare il gruppo dirigente del Pci, considerato sia quello propriamente partitico che gli amministratori locali, subordinati al primo in tutta la fase di costruzione del “modello emiliano” hanno avviato un

“processo di crescita, fornendo beni collettivi che ne hanno ridotto i costi economici e sociali, tanto per gli imprenditori (attraverso misure di sostegno allo sviluppo e politiche sociali), i governi locali hanno reso possibile un compromesso sociale basato, da un lato, sull’elevata flessibilità dell’economia e, dall’altro, sul controllo dei costi e la redistribuzione dei benefici portati dallo sviluppo industriale. In questo senso la regolazione politica, insieme alle reti parentali e comunitarie – il cosiddetto “capitale sociale” ndr – hanno mitigato l’azione del mercato favorendo non solo la coesione sociale ma anche la flessibilità e l’innovazione tecnologica.”[6]

Il delicato nesso tra sviluppo economico e sviluppo democratico, tra benessere materiale e benessere sociale, vera e propria cifra del “modello emiliano” a partire dagli anni ’60 si reggeva, in ultima analisi, sulla capacità di programmazione e di “fare politica” di enti locali e Regione, oltre che sull’azione sindacale.

Alla produzione industriale si sostituisce via via un’economia basata sui servizi, questo passaggio avviene in maniera precoce, sul finire degli anni ‘70, precoce almeno rispetto al panorama nazionale e continentale in quel periodo ancora fortemente incentrato sulla produzione industriale di stampo fordista. Un altro aspetto è la peculiarità della sostituzione dell’economia dei servizi a discapito di quella incentrata sulla produzione industriale come riporta Fausto Anderlini:

“in Emilia – Romagna la transizione post – moderna – cioè il passaggio a un’economia dove la componente manifatturiera, che pure resta una vocazione per nulla secondaria nella matrice regionale, è sopraffatta dai servizi urbani in generale, e dai producer’s services in particolare – si è affacciata precocemente (sulla fine dei ’70 e ha avuto modalità più penetranti che altrove. Hanno giocato a favore due aspetti: il carattere verticalmente disintegrato dell’industria (emiliano – romagnola, ndr), già post – fordista nella sua intima costituzione, e il tenore avanzato dall’armatura urbana”[7].

Quindi il passaggio dall’economia fordista, che, stando ad Anderlini, fordista fino in fondo non è mai stata, a quella post – moderna, basata sui servizi avviene nella nostra regione prima che in altre parti d’Italia. Le caratteristiche della produzione fortemente “disintegrata” non solo nelle dimensioni, come abbiamo visto, ma anche sul territorio favoriscono questo modello che verrà poi definito di new economy. Il policentrismo della regione Emilia – Romagna, l’alto numero di città di dimensioni al di sopra dei centomila abitanti ha favorito una vocazione dei centri urbani a “fare da se’” non solo dal punto di vista della caratterizzazione industriale, ma anche delle vocazioni economiche, contribuendo a portare la regione ad un alto livello di differenziazione produttiva, dove “l’area metropolitana bolognese” rappresentava, stando ad Anderlini, il “momento topico”.  Queste

“attività  post-moderne, inoltre, hanno preso spunto dagli ingredienti del modello sociale messo a punto nell’era industriale, mettendosi a loro servizio: manifattura diffusa, economia cooperativa, welfare locale, sistema istituzionale e culturale, funzione trainante dei consumi culturali (Anderlini, Gennari, 2003). Il risultato è stato una ‘via’ alla terziarizzazione con un proprio imprintig sociale, in linea evolutiva densa e continua. Ne è comunque derivato uno spostamento profondo della gravitazione sociale, con l’emersione di una vasta e multiforme classe media a forte vocazione intellettuale”[8].

Questo passo di Anderlini è fondamentale: il progressivo passaggio da un’economia incentrata sulla produzione ad un’economia incentrata sui servizi, ha determinato, evidentemente, una mutazione sociale con la diminuzione dei lavoratori impiegati nell’industria e il corrispondente aumento dei lavoratori “intellettuali” impiegati nei servizi. Questa sostituzione, sebbene ancora oggi rimanga forte il numero dei lavoratori legati alla produzione dell’industria, ha parallelamente modificato anche i caratteri sociali della sinistra sempre più riferimento dei cosiddetti lavoratori intellettuali e ad essi riferita. Ciò, ha di conseguenza, determinato uno spostamento geografico del consenso e della militanza. Dalle periferie, prevalentemente industriali, delle città ai centri storici densamente abitati dalle classi abbienti e medie a cui, nella maggior parte, possono ascriversi i lavoratori intellettuali. Su questo passaggio è importante riportare un altro passaggio di Anderlini:

“le attività post-moderne, (…), hanno preso spunto dagli ingredienti del modello sociale messo a punto nell’era industriale, mettendosi a loro servizio: manifattura diffusa, economia cooperativa, welfare locale, sistema istituzionale e culturale, funzione trainante dei consumi culturali (…). Oggi il gruppo dominante nel campo del centro – sinistra è esattamente costituito da questa vasta e ramificata classe media urbana, che ha preso il posto che sino ai ’70 era occupato dalla classe operaia e da una parte dei ceti produttivi autonomi (artigiani e piccoli imprenditori di estrazione operaia), con le loro tipiche espressioni istituzionalizzate di capitale sociale. La trasformazione post-moderna non ha tratto la regione dal suo calco politico, tanto che la transizione sociale sembra essere avvenuta secondo la stessa continuità che aveva assecondato la trasformazione dalla società agraria a quella urbano-industriale.”[9]


[1] 1901-81: Zamagni, Una vocazione industriale diffusa, cit., tab. 2; 2001: Istat, Censimento generale dell’industria e dei servizi, Roma, Istat, 2001. * La tabella riporta la percentuale degli addetti all’industria manifatturiera risultanti dai censimenti industriali sugli attivi totali risultanti dai censimenti della popolazione. Questo metodo esclude dal nominatore tutti gli attivi rilevati dai censimenti della popolazione che esercitavano lavori precari, svolgevano attività temporanee o erano disoccupati e che non compaiono nei censimenti industriali. ** Per il 1901 vengono computati al numeratore gli addetti alle attività manifatturiere rilevati dall’inchiesta industriale svolta nelle province italiane tra il 1888 e il 1897 e i cui risultati furono pubblicati sugli “Annali di statistica” tra il 1890 e il 1898 – in A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 209

[2]  A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “Il modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 217

[3]  A. Rinaldi, ibidem, pag. 219

[4] A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “Il modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 223

[5]  In F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 29

[6] F. Ramella, ibidem, pag. 29

[7]  F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del 25 febbraio 2013, Editrice Socialmente, Bologna, 2013, pag. 275

[8] F. Anderlini, ibidem, pag. 275

[9] F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del 25 febbraio 2013, Editrice Socialmente, Bologna, 2013, pag. 275

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La subcultura rossa

Di Eugenio Pari

Una definizione di subcultura politica territoriale è offerta da Trigilia quando afferma che essa

”fa riferimento a un sistema politico locale caratterizzato dal predominio di un parito, da una robusta organizzazione della società civile e da un’elevata capacità di mediazione dei diversi interessi”[1].

Nell’Italia repubblicana, ai fini del nostro ragionamento, esistono due grandi “zolle”, per dirla con Anderlini, prettamente caratterizzate dal “predominio di un partito”: una è quella della subcultura “bianca” a monopolio Dc, una è quella “rossa” connotata dal monopolio della sinistra a prevalenza Pci. È importante notare che questa distinzione non corrisponde ad una precisa classificazione geografica, in quanto nelle regioni stesse esistono enclave dell’uno o dell’altro partito. Queste zone politiche monopolizzate dai due grandi partiti della cosiddetta Prima repubblica, secondo Anderlini[2] per quanto riguarda la Dc nel Nord sono: la zona del Veneto Centrale, Friuli, la zona orientale della Lombardia, il Cuneese, l’area di confine fra Liguria ed Emilia, la Lucchesia ed il Maceratese. Per quanto riguarda il Pci si tratta invece dell’Emilia centrale (corrispondente all’area padana delle province di Bologna, Modena e Reggio Emilia), la Toscana (con i suoi picchi nella Valdelsa, nel Senese e nel Livornese), l’area Romagnolo – marchigiana e l’Umbria (pressoché totalmente).

Risultati immagini per subcultura rossa

Una festa de L’Unità

Queste due subculture politiche si sono storicamente determinate nel tempo, trovando nelle tradizioni culturali e sociali fattori di uno sviluppo che ha portato alla loro precisa definizione politica in una forma più o meno coerente con quella che abbiamo conosciuto nel Secondo dopoguerra “con l’organizzazione e istituzionalizzazione dei due nascenti movimenti popolari (quello socialista e quello cattolico” in un rapporto comunque, per ambedue, conflittuale nei confronti dello Stato nazionale.

Ramella riporta che le due subculture

“rappresentano in origine forme di ‘difesa della società locale’ di fronte alla stabilizzazione del mercato e dello Stato nazionale alla fine dell’Ottocento”[3]

e nella “zona rossa”, quella su cui si sta cercando di ragionare questa “protezione” della società locale avviene con l’esperienza del “socialismo municipale”.

È quindi necessario definire l’espressione “socialismo municipale”. Con essa si intende l’insieme delle politiche avviate dai diversi movimenti e partiti socialisti europei al fine di conquistare e gestire le amministrazioni locali e i governi comunali.[4]

La conquista dei comuni a partire dal 1900 divenne il termine attraverso il quale il movimento operaio e i partiti socialisti europei tentavano di realizzare servizi essenzialmente rivolti ai cittadini più poveri per mitigarne le condizioni di bisogno e subalternità attraverso la fornitura di servizi, la funzione dei comuni era essenzialmente legata al sostegno della classe operaia, anche attraverso iniziative di riforma fiscale tese a una tassazione diretta comunale che colpisse i ceti più ricchi ridistribuendo in servizi queste risorse.

L’origine del socialismo municipale consisteva nel fatto che

“esclusa dal potere centrale, la sinistra aveva avuto modo di sperimentare nelle amministrazioni locali un suo progetto di governo e riorganizzazione della società. In altre parole, esso era stato espressione tipica di una sinistra di opposizione. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale le pratiche di governo locale perdono di specifico rilievo allorché si confondono in una più generale opera di governo svolta dalla sinistra al centro come alla periferia. È chiaro quindi che da allora i contorni del fenomeno sfumano, non perché non ci sia più una politica amministrativa delle sinistre, ma perché questa non si configura più come una pratica forte di spiccata identità, come dimostra anche il fatto che il termine ‘socialismo municipale’ cade in disuso. L’eccezione è ovviamente data da quei paesi in cui la sinistra, o comunque la sua maggior componente, continua a restare lontana dal potere centrale”.[5]

In Emilia Romagna, caso paradigmatico dell’esperienza di governo del Pci e della sinistra italiana, a partire dal Dopoguerra già con l’insediamento delle giunte guidate dal C.l.n. l’intervento pubblico ebbe un effetto moltiplicatore nella direzione delle politiche keynesiane indirizzato alla ricostruzione industriale ed economica e soprattutto antimonopolistica.Risultati immagini per socialismo municipale

Ramella identifica diverse fasi[6] che hanno caratterizzato la storia elettorale del Pci nelle aree della “subcultura rossa”, fasi che possiamo applicare anche al nostro ragionamento sull’Emilia Romgna e si tratta di:

  • Un prima fase detta del radicamento che si apre con le prime elezioni democratiche, quelle per l’elezione della Costituente nel 1946. In questa fase il Pci, uscito dalla clandestinità e dalla lotta di Resistenza, si riorganizza all’interno di un sistema democratico, o, per meglio dire, che il Pci cercherà di indirizzare verso una democrazia popolare. Sono anni di accesissima contrapposizione con la Dc, anni in cui il Pci cercherà, parafrasando Gramsci, di rafforzare le proprie “casematte”, ovvero di “difendere il suo insediamento elettorale” senza però mostrare “una grande capacità di espansione”. Nell’ottica del “Partito nuovo” le organizzazioni collaterali come il Sindacato, il movimento cooperativo e quello associativo, nonché le amministrazioni locali controllate dal Partito hanno un ruolo di sostanziale subordinazione verso quest’ultimo. Il Partito punta ad un aumento delle adesioni e coltiva il senso di appartenenza fra i propri militanti. “Il Pci raccoglie prevalentemente consensi nei ceti popolari, soprattutto tra i mezzadri, nel mondo agricolo e tra gli operai e gli artigiani nelle realtà urbane”.[7]
  • La seconda fase che va dal 1958 fino al 1976, vede una forte espansione in termini di consenso elettorale a vantaggio del Pci. È una fase nella quale il Pci con il governo locale la funzione di cui abbiamo già parlato di sostegno alla piccola e media impresa attraverso un ruolo di mediazione del conflitto sociale, una fase nella quale si realizzano infrastrutture e si allargano i servizi sociali favorendo il “compromesso” o, per meglio dire, la collaborazione se non addirittura l’alleanza fra le classi sociali. In questo quasi trentennio “le organizzazioni degli interessi acquistano una certa autonomia nei confronti del Pci e assumono un ruolo crescente nella mediazione del consenso. La riproduzione della delega politica avviene ora su basi più strumentali e condizionali, legate al giudizio dato sulle politiche messe in atto dal Pci e dagli amministratori locali”[8].
  • La terza fase, quella del declino che va dal 1976 al 1992 e corrisponde agli anni della crisi del Pci. È una fase in cui si assiste ad una profonda ristrutturazione economica e in questa fase a livello locale il Pci, “per buona parte degli anni ’80, mostra una migliore tenuta rispetto al declino elettorale a livello nazionale, grazie al [suo] più solido insediamento organizzativo (…). Dall’altro, sulla fine del decennio e ancor più dopo la [sua] scomparsa (…), lascia intravedere un indebolimento della fedeltà elettorale e una tendenziale omologazione ai comportamenti di voto del resto d’Italia”.[9]
  • Il sistema maggioritario e la ricomposizione dello scenario politico permette ai partiti eredi del Pci di arginare le perdite elettorali e intorno al 1996 si assiste ad una fase di ricompattamento che raggiunge il proprio apice nel 1995. A questa ricrescita del consenso, che riporta i partiti post ed ex comunisti ad un consenso aggregato pari, o quasi, a quello della fase apicale, non corrisponde invece una riduzione del declino organizzativo.

    “A seguito della riforma delle autonomie e dell’introduzione dell’elezione diretta del sindaco, aumenta anche l’indipendenza degli amministratori locali e questo tende spesso a creare conflitti tra le giunte e i partiti che compongono le maggioranze consiliari che le sostengono (…).”[10]

  • Infine l’annus horribilis in cui si intravedono le prime crepe al sistema che apparentemente sembrava monolitico. Vi è un fatto politico che corrisponde a questa fase categorizzata da Ramella, ed è il 1999, anno in cui alle elezioni amministrative la sinistra perde l’amministrazione della città di Bologna, amministrazione tenuta ininterrottamente dal Dopoguerra e prima del fascismo guidata dai socialisti. A dire il vero la parentesi di Guazzaloca durerà solo una legislatura, ma l’aver perso la guida del capoluogo della regione ha un effetto anche psicologico: quello che deriva dall’aver interrotto il monopolio politico della sinistra. Ramella esemplifica efficacemente questa fase sotto la formula del scongelamento.

    “Dopo l’arretramento del 1999 si registra una modesta ripresa alle regionali del 2000, seguita da una pesante sconfitta nel 2001 e da un nuovo recupero alle provinciali del 2004”[11]

Ritorneremo su questo aspetto ma è interessante rendere un grafico elaborato su dati del Ministero dell’Interno  in cui Ramella riporta questi dati.

 

La forza elettorale del Pci e dei partiti postcomunisti secondo le varie fasi (Camera dei deputati; % di voti validi)

 

 Le fasi 1946-58  radicamento 1958-76

crescita

1976-1992

Declino

1992-1996

ricompat

tamento

1996-2001

scongela

mento

%

1958

Var.

1958-46

%

1976

Var. 1976- 58 %

1992

Var. 1992 -76 %

1996

Var. 1996– 92 %

2001

Var. 2001 – 96
Emilia Romagna 36,7 -0,9 48,5 11,8 39,6 -8,9 43,9 4,3 35,9 -8,0
Toscana 34,4 0,8 47,5 13,1 39,3 -8,2 47,2 7,9 40,1 -7,1
Umbria 30,8 2,9 47,3 16,5 40,5 -6,8 45,5 5,0 35,9 -9,6
Marche 25,7 3,9 39,9 14,2 31,3 -8,6 39,1 7,8 30,1 -9
Italia 22,7 3,8 34,4 11,7 21,7 -12,7 29,7 8 23,3 -6,4

 

[1]In F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli Editore, Roma, 2005, pag. 26

[2] F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del25 febbraio 2013, Ed. Socialmente, Bologna, 2013, pag. 150

[3]F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli Editore, Roma, 2005, pag. 27

[4] Dogliani P., Enciclopedia della sinistra europea nel XX Secolo, pag. 593, Editori Riuniti, 2000

[5] Dogliani P., Enciclopedia della sinistra europea nel XX Secolo, pag. 593, Editori Riuniti, 2000

[6] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 50

[7] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 50 – 51

[8] F. Ramella, ibidem, pag. 51

[9] F. Ramella, ibidem, pag. 55

[10] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag.54

[11] F. Ramella, ibidem, pag. 56

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Due dossier sulle mafie in Emilia Romagna

La criminalità organizzata si è da tempo insediata anche nella nostra regione, perseguendo metodi poco visibili: poca violenza, molti affari.

Si continua a parlare di strategia di mafia invisibile al nord, una rete di affari, ma anche di violenza: intimidazioni, omicidi. Ma da quando la mafia ha esteso la sua rete nella regione, in un territorio da sempre considerato e che da sempre si considera immune?

Si possono trovare risposte in due dossier molto interessanti e utili.

Il primo http://www.liberainformazione.org/doc/dossier_mafie_emilia_romagna.pdf 

curato dalla Regione Emilia Romagna e da Libera;

l’altro a cura di studenti delle facoltà di giurisprudenza e scienze politiche dell’Università di Bologna e del giornalista Gaetano Alessi http://campus.unibo.it/73130/1/Dossier_Emilia_Romagna.pdf possono sicuramente contribuire a farsi un’idea e a comprendere e conoscere un fenomeno da tempo saldamente radicato nella nostra regione.

Buona lettura

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HERA: BLOCCARE I PROCESSI DI FINANZIARIZZAZIONE PER RILANCIARE I SERVIZI PUBBLICI

di Eugenio Pari

Nei giorni scorsi il Sindaco di Rimini ha giustamente invitato l’AD di Hera Chiarini a ridurre il proprio compenso superiore a quello del presidente degli Stati Uniti Obama. L’invito, che speriamo non rimanga vano, è sacrosanto perché i cittadini non possono continuare a pagare stipendi di questo tipo a dei manager pubblici.

Da qualche parte si deve cominciare, ma occorre affrontare il vero nodo della questione: Hera è immersa in un mare di debiti e qualcuno prima o poi dovrà chiedere conto di questa situazione che rischia di diventare insostenibile. In sostanza è importante porre la questione di principio sulle retribuzioni del management, ma la questione vera sta nei risultati negativi conseguiti da Hera, infatti solo fra il 2010 e il 2011 l’indebitamento finanziario netto passa da 1860,2 milioni di euro a 1.987,2 milioni. Tra il 2010 e il 2011 il debito di Hera aumenta di 127 milioni di euro. A peggiorare e a depauperarsi è il patrimonio dei soci cioè i comuni, quindi un bene collettivo dei cittadini.

(fonte: http://be.gruppohera.it/schemi_bilancio/posizione_finanziaria_netta/081.html)

La “gallina dalle uova d’oro”, nei confronti della quale i comuni hanno privilegiato politiche industriali incentrate sull’incenerimento dei rifiuti piuttosto che sulla raccolta differenziata, non produce più profitti e si squarcia il velo anche su un altro aspetto: la tanto decantata liberalizzazione dei servizi che avrebbe prodotto la quotazione in Borsa di Hera è stato il manto ideologico dietro il quale si è coperto il vero processo, cioè la finanziarizzazione dei servizi pubblici. A promuovere e sostenere questo percorso, si badi, non sono stati i famigerati speculatori finanziari, ma i comuni di centrosinistra e centrodestra della Romagna e dell’Emilia che per mandato costituzionale dovrebbero agire nell’interesse dei cittadini. I processi di finanziarizzazione hanno reso sempre più critica la situazione finanziaria di un bene di cui sono soci e proprietari, di cui i cittadini sono soci e proprietari. È questo il vero aspetto su cui occorre intervenire, le altre scelte sono “cortine fumogene” strumentali ad cambiamento “perché nulla cambi”.

Ora, non servono scoop o allarmismi, ma chiare politiche volte a ridare al settore pubblico un ruolo di peso nell’economia, bloccando i processi di privatizzazione – finanziarizzazione dei servizi pubblici, mettendo al centro l’interesse collettivo e usando le imprese partecipate come volani per lo sviluppo. D’altra parte, si tratterebbe di dare coerenza al pronunciamento quasi plebiscitario dei cittadini in occasione dei referendum sui servizi pubblici dello scorso giugno.

 

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L’OSTRUZIONISMO DEL PDL E’ SOLO UTILE AI COSTRUTTORI. QUESTO PSC E’ IL RISULTATO DELLE LORO PRESSIONI

DICHIARAZIONE DEI CONSIGLIERI PARI, PAZZAGLIA E GIOVAGNOLI

Rimini, 11 marzo 2011

La strategia ostruzionistica del Pdl è irresponsabile e del tutto infruttuosa dal punto di vista della correzione migliorativa del PSC.

Per accorgersi di questo basta semplicemente leggere le dichiarazioni dei costruttori, il Pdl non vuole affatto tutelare gli interessi collettivi cittadini riminesi, vuole solo rappresentare e tentare di accattivarsi le simpatie degli imprenditori edili. Le 17 sedute del Consiglio comunale per espletare gli inutili 1400 emendamenti grazie al Pdl costeranno alla cittadinanza riminese 90 mila euro circa.

La disinformazione del Presidente dei costruttori è strabiliante, egli parla di una città bloccata nell’espansione urbanistica quando solo i piani particolareggiati del periodo 2007 al 2010 posti in salvaguardia determineranno un’edificazione di 300 mila metri quadrati. Parlare di città ingessata è un’offesa verso tutte quelle persone che nonostante le migliaia di appartamenti tenuti sfitti per mantenere alti i prezzi delle case, quindi dell’acquisto e degli affitti, si vedono impossibilitati all’accesso al diritto fondamentale alla casa. Per i costruttori riminesi la crisi non c’è, questo è dimostrato dalle performances economiche e dai profitti raggiunti che li proiettano in cima al vertice nazionale del settore.

In questi ultimi dodici anni Rimini è stata la città in Emilia Romagna dove più si è costruito, nonostante questo è la terza città in Italia con i costi più alti per l’acquisto e gli affitti degli immobili. È facile quindi capire chi si sia avvantaggiato speculando su questa situazione e il Pdl vuole continuare a difendere questo status quo. Mentre il Pd cerca di dare delle risposte ampliando le maglie e venendo meno ad uno dei cardini del PSC: nuove costruzioni solo nel caso non sussistano possibilità di riuso del tessuto urbano esistente.

A chi ci chiede perché non abbiamo presentato anche noi centinaia di emendamenti rispondiamo dicendo che le nostre proposte (restrizione dei periodi di salvaguardia e politiche di risparmio energetico) vanno al cuore di aspetti essenziali, ma soprattutto che il Piano Strutturale (PSC) sarà utile alla città se non avrà al suo interno una specie di “cavallo di troia” dei piani particolareggiati che ne svuota l’efficacia. La proposta che è stata presentata, allo stato, purtroppo, rappresenta solo il tentativo di rispondere alle pressioni dei costruttori e di pochi privati.

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Cemento pro-Comuni. Così muore il territorio

Cemento pro-Comuni Così muore il territorio

Cementificazione in Italia

Di Antonio Cianciullo, La Repubblica 04.03.2011

http://www.repubblica.it/ambiente/2011/03/04/news/ambiente_italia-13174029/?ref=HREC2-2

Nello studio annuale di Legambiente “Ambiente Italia” i dati della cementificazione crescente che sta consumando il suolo e contribuisce a frane e smottamenti in condizioni climatiche difficili: “Ogni anno coperti 500 chilometri quadrati”. In testa Lombardia, Veneto e Campania. Per le amministrazioni locali è un modo per incassare e coprire le spese correnti

Le piogge che si  trasformano in una trappola mortale, come è appena successo nelle Marche? Colpa del clima che cambia e si tropicalizza  ma anche dell’avanzata dell’asfalto che diminuisce la capacità del terreno di catturare l’acqua. Il consumo di suolo è allarmante, ma non tutti i  dati che circolano sono attendibili. Un punto di riferimento affidabile viene dall’ultima edizione del rapporto Ambiente Italia, curato dagli esperti di Legambiente.

INTERATTIVO I PROBLEMI IRRISOLTI DELLE CITTA’ ITALIANE 1

In Italia – si legge nella ricerca – vengono consumati mediamente oltre 500 chilometri quadrati di territorio all’anno. E’ come se ogni quattro mesi spuntasse una città uguale all’area urbanizzata del comune di Milano. Sommando quanto è stato finora coperto da cemento e asfalto si arriva a un numero impressionante: 2.350.000 ettari. E’ una superficie equivalente a quella di Puglia e Molise messe assieme, cioè il 7,6% del territorio nazionale, quasi 400 metri quadrati di asfalto per ogni italiano.

Questa pressione – calcolata da Legambiente e dall’Istituto nazionale di urbanistica attraverso il Centro di ricerca sui consumi di suolo, con il supporto scientifico del Dipartimento di architettura del Politecnico di Milano – si è andata intensificando negli ultimi 15 anni. Fino a portare alla fotografia del consumo di suolo scattata nel 2010: la Lombardia risultava in testa con il 14% di superfici artificiali, il Veneto seguiva con l’11%, la Campania con il 10,7%, il Lazio e l’Emilia Romagna con il 9%. Un trend che, sia pure partendo da una situazione diversa, sta contagiando anche regioni che mantengono un forte carattere rurale come Molise, Puglia e Basilicata.
“Bisognerebbe fare come in molti paesi europei che stanno ponendo un freno all’urbanizzazione selvaggia – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – Ma nell’ultimo decreto Milleproroghe si fa esattamente il contrario. Si consente ai Comuni, per i prossimi due anni, di adoperare il 75% degli oneri di urbanizzazione per le spese correnti: vuol dire spingerli a rilasciare permessi a edificare, anche dove non sarebbero necessarie nuove costruzioni, per pagare gli stipendi dei dipendenti”.

Il risultato di questa tecnica i fund raising da parte dei Comuni è che a Napoli e a Milano, nel 2007, le superfici impermeabili coprivano il 62% del suolo. Un mare di case troppo spesso vuote. Nelle stesse città in cui l’emergenza sfratti è più pesante, quasi un milione di case risultano vuote perché economicamente irraggiungibili da chi aspirerebbe a occuparle. In Italia, insomma, non si punta sul recupero dell’esistente ma sulla trasformazione di nuove aree, non si costruisce per dare abitazioni a chi ne ha bisogno ma “per soddisfare la speculazione immobiliare e finanziaria”.

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Lettera aperta sul fenomeno mafia a Rimini

Rimini, 27 febbraio 2011
Nella prima metà degli anni ’80 l’allora sindaco di Rimini Zaffagnini, in occasione di una conferenza del Pci lanciò un allarme sul pericolo di infiltrazioni mafiose nel territorio riminese.

Eugenio Pari

Nel 1993 il Giudice Morosini, in occasione di una pubblica conferenza sulla relazione della Commissione antimafia, snocciolò una serie di dati sul fenomeno di infiltrazione mafiosa nel nostro territorio, in quell’occasione il direttore di un quotidiano locale gli spiegò “che quei dati era meglio non pubblicarli perché avrebbero creato un allarmismo nocivo all’immagine turistica”.

Nel 1995 il Dipartimento investigativo antimafia aveva segnalato alle Istituzioni locali la presenza di più di 2.000 tra boss e affiliati in Emilia Romagna.

Da anni, questi episodi riportati lo testimoniano, il fenomeno dell’infiltrazione mafiosa a Rimini è una preoccupante realtà. Per molteplici motivi le amministrazioni e le istituzioni locali hanno fornito risposte francamente al di sotto della portata del problema. Amaramente prendiamo atto di una impasse delle istituzioni, però la società civile non è stata ferma così va riportata l’attività di associazioni come “vedo sento e parlo”, dei giovani che periodicamente si recano a lavorare volontariamente nei terreni confiscati alla mafia e di autorevoli studiosi come il Prof. Ennio Grassi. È proprio il caso di dire che la società è molto più avanti e vigile dell’intera classe politica.

Il problema della criminalità organizzata è un problema che va al di là delle divisioni politiche, un problema che investe tutta la società e le sue componenti partendo dalle associazioni economicamente più rappresentative come quelle datoriali, del commercio e dall’intero settore bancario. Per iniziare a contrastare la criminalità organizzata bisogna prima di tutto far rispettare le normative esistenti come il codice dei contratti pubblici (D.L. 163, art. 118, comma 11) che obbliga gli appaltatori e le committenze alla trasparenza e rimanendo nel campo dell’applicazione legislativa contrastare risolutamente le forme di lavoro nero e grigio, il dispositivo della legge regionale sul contrasto alla criminalità organizzata fa leva sull’applicazione di questa norma.

Occorrerebbe altresì riuscire a controllare la filiera dei flussi di denaro che per motivi di vicinanza rispetto alla Repubblica di San Marino rende molto appetibile dal punto di vista logistico la nostra realtà per le organizzazioni criminali. Occorre sostenere una cultura della legalità, nelle giovani generazioni e nella classe imprenditoriale. Scegliere di stare dalla parte della legge deve essere un percorso sostenuto dalle istituzioni locali. In questo senso credo che un primissimo passo delle istituzioni locali potrebbe essere la reintegrazione del corso di Storia della criminalità organizzata che, invece, è stato annullato presso la sede universitaria di Rimini, un corso che era seguitissimo e tenuto da uno dei massimi esperti del settore il Prof. Ciconte.

Le ragioni di questa piaga sono note, sostenere che per contrastare questo fenomeno bastano gli anticorpi della collettività riminese è autoconsolotario ed errato, perché è nella comunità riminese che le organizzazioni criminali stanno dilagando. Infine una citazione del Magistrato Pier Camillo Davigo: “ la criminalità organizzata è vendita di protezione privata, mentre la corruzione è vendita di poteri pubblici. L’Italia rischia di diventare il primo paese occidentale in cui la corruzione è arrivata a un livello che gli specialisti definiscono di state capture: questo significa che uno o più soggetti privati prendono il sopravvento sull’esercizio del potere decisionale dell’agente pubblico”.

Non serve più lanciare allarmi o sostenere che occorrono iniziative, oppure, ancora, fare appello agli anticorpi sociali dei riminesi, occorrono iniziative da parte delle Istituzioni locali ora e subito.

Eugenio Pari

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Lettera ai compagni di SEL sulla situazione riminese

In questi ultimi giorni il Corriere di Rimini sta ospitando diversi interventi, fra cui delle interviste al coordinatore regionale di SEL (Giovanni Paglia) che tendono a ribaltare la decisione che SEL ha preso a Rimini di correre con un proprio candidato sindaco (Fabio Pazzaglia), in autonomia dal Pd, in competizione con quel partito. Io ritengo giusto rendere pubblica questa lettera su cui già molte compagne e compagni di SEL hanno concordato e al tempo stesso ritengo opportuno stigmatizzare la posizione del coordinatore regionale che, nel migliore dei casi, compie una inopportuna “invasione di campo”. A breve verranno pubblicati i commenti alla lettera, nel frattempo grazie per l’attenzione

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Care compagne, cari compagni,

 

le notizie delle ultime ore mi hanno piuttosto amareggiato. Sapevo che a Paglia la nostra decisione di correre da soli non sarebbe andata giù, ma non mi aspettavo che continuasse questo stillicidio sotto spartito del Pd. È grave quello che sta succedendo, molto grave, secondo me se davvero la situazione precipiterà al punto che vogliono Paglia (o chi per lui) e il Pd davvero dovrei trarre la lezione, ancora una volta, che nonostante si manifesti un’idea diversa la sinistra italiana è destinata a soccombere a essere subordinata agli interessi dell’opportunismo, del calcolo politico e, diciamolo pure, dell’ipocrisia.

Non posso pensare che quello che Paglia viene a dire a Rimini (modello Felix Dzerjinski il tristemente noto fondatore della Ceka), sia la posizione dei vertici nazionali. Non posso accettare che una forza politica che si richiama alla sinistra giudichi il simbolo sotto il quale si presenta come un brand, un marchio ad esclusivo uso e consumo di chi presiede il partito stesso. Non posso pensare che SEL sia così gravemente malata della malattia che pretende di curare, ossia la deriva personalistica e l’assenza di democrazia e partecipazione politica. Non posso pensare che SEL, pur nel rispetto e nella prioritaria considerazione di una politica di alleanze con il Pd, si comporti, di fatto, come una depandance del Pd stesso. Se così fosse, non lo accetterei e trarrei le opportune conseguenze.

Dobbiamo rifiutare la logica che sta dietro queste pressioni, andare avanti per la nostra strada. Non possiamo accettare i diktat di chi se ne frega della vittoria del centrosinistra o di sbarrare la strada alla destra a Rimini, ma pensa solo che un comportamento accondiscendente verso il Pd possa portare vataggi alla propria personale ed esclusiva vicenda. Non possiamo accettare questi personaggi che pretendono di imporre una verità del tutto avulsa dal contesto entro la quale la vogliono collocare. Un partito di sinistra non è un’azienda, un partito di sinistra ha degli organismi dirigenti che lo devono rappresentare e che devono sforzarsi di far crescere i territori, ascoltare la base, sforzarsi di comprendere le specificità, rispettare le scelte. I gruppi dirigenti non possono imporre le proprie decisioni, altrimenti non sono gruppi dirigenti, sono degli emissari di un consiglio di amministrazione.

Resistere a queste pressioni significa sostenere ancora di più il progetto di SEL, interpretarlo nella sua accezione autentica, significa non delegare ad altri, significa interrompere quel comportamento paternalistico di dirigenti politici, o sedicenti tali, che come il coordinatore regionale (immagino non sia solo) tengono nei confronti nostri trattandoci alla stregua di bambini sciocchi. Resistere e continuare lungo il percorso che abbiamo tracciato, ribadito e sostenuto all’unanimità, pur con tutti i nostri limiti, significa dare una lezione di dignità, significa non chinare il capo verso chi ha della politica un’idea strumentale, verso chi intende la politica come tattica, come prodotto sintetico di incontri a tavolino fra notabili e zelanti emissari che hanno il solo ruolo di eseguire. Di queste “teste di legno” o “uomini di paglia” non se ne può più! Resistere a queste pressioni non è esercitarsi in qualche polemica o a chi è più furbo, resistere a queste pressioni e a questi “dirigenti” è un atto di onestà intelletuale, è fare politica, è interpretare un’idea ed un ideale di sinistra che se solo professato in TV o dai giornali soffoca le speranze delle gente, strozza i lavoratori di Mirafiori, fa chiudere nelle proprie case le persone, fa vedere nei disperati una minaccia! O c’è una corrispondenza reale, concreta, attualizzabile nel contesto dato dell’alterità della sinistra o la sinistra fa solo demagogia e coltiva a uso e consumo di qualche leader e del suo servidorame il proprio orticello. Non si agisce per cambiare lo stato di cose presente, ma lo si asseconda nella speranza di potersi ritagliare un posticino al banchetto.

Queste logiche di ancillaggio rispetto al volere del più forte sono utili solo a chi questo sistema lo governa, solo a chi questo sistema lo vuole così com’è! Io capisco perfettamente che se si dovesse andare a votare l’anomalia Rimini sarebbe un problema per SEL  a livello nazionale, ma diciamoci la verità: vista l’attuale situazione non credo proprio che le elezioni siano a maggio e chi lo dice cerca di ammantare il proprio lavoro da contoterzista della politica, in questo caso rispetto al volere imposto dal Pd, con un buonsenso che tale non è in quanto si tratta solo di tatticismo e opportunismo. Diciamoci la verità: cosa c’è di rivoluzionario nelle nostre posizioni, cosa c’è di così tremendamente estremistico nel pensare che solo tentando di cambiare i rapporti di forza si può pensare di cambiare la rotta del Pd che troppo spesso, come nel caso di Rimini, è del tutto simile a quella del Pdl? La risposta la sappiamo tutti, proprio tutti noi, anche i più dubbiosi: non c’è nulla di questo!

Il dubbio è forse che qualcuno di noi stia cercando una fortuna personale, stia lavorando per qualche posto? Ebbene posso parlare per me, Fabio e Giorgio, ma sono sicuro che sia così per tutti: avremmo potuto averli i posti senza dimetterci o essendo più ligi alle richieste di voto che quotidianamente provenivano dal Pd. Non lo abbiamo fatto non perché siamo dei sabotatori o degli irresponsabili, non lo abbiamo fatto perché se no non avremmo più avuto il coraggio di parlare con le persone che ci hanno dato fiducia, non lo abbiamo fatto per una questione di dignità.

Io non so se la scelta che abbiamo deciso di intraprendere sia la strada più giusta, quella che condurra alle “magnifiche e progressive sorti”, ma non siamo neanche persone che “levano i pugni al cielo” lamentandosi contro il destino o l’ineluttabilità delle scelte. Dietro la candidatura dell’amico e compagno Fabio Pazzaglia c’è una Rimini migliore della Rimini che qualcun altro intende rappresentare. C’è una Rimini migliore del gruppo di potere che ha utilizzato la leva della rendita immobiliare per ingrossare le proprie fortune da portare alle banche di San Marino, c’è una Rimini migliore, quelladi chi davanti alle imposizioni di qualcuno quando è convinto e a prescindere dal proprio tornaconto personale sa dire NO!

Io sono per andare fino in fondo, lavorando e continuando a lavorare come abbiamo fatto fino ad oggi, se sarà battaglia la faremo perché come diceva Che Guevara “le uniche battaglie che si perdono sono quelle che non si combattono”. Non credo che la nostra sia una posizione manicheista, ma credo, invece, che sia la posizione di chi le cose le vuole cambiare veramente, sapendo che la verità assoluta non è di nessuno, ma che se si vogliono cambiare le cose occorre la partecipazione di tutte e di tutti. Per noi non c’è chi ha interessi legittimi e chi ha richieste impossibili da realizzare solo sulla base dei voti che muove o del conto in banca che possiede, per noi, credo, il principio di eguaglianza risiede nella capacità che una comunità sa offrire di rimuovere gli ostacoli e di dare risposte a chi ha bisogno, includendo tutti ma proprio tutti i cittadini al di là della religione, del colore e dell’orientamento sessuale.

 Ecco per cosa abbiamo deciso di intraprendere la strada insieme a Fabio, ecco perché siamo in SEL, non certo per accondiscendere ai diktat di qualche mestierante della politica, perché le battaglie quando sono giuste vanno combattute anche se si sa che possono essere battaglie perse.

 Fraterni saluti.

 Eugenio Pari

 eugenio_pari@yahoo.it

Cell. +39 3381109571

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