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RIFLESSIONI SPARSE

Per anni ho visto mortificate le aspettative di cambiamento che riponevo nel voto a sinistra. Ogni volta ho pensato fosse quella buona per provare ad imprimere quel “cambiamento” che vedevo e vedo così necessario per provare a dare speranza alle persone e per immettere un po’ di giustizia sociale.

Il Quarto Stato, Pellizza Da Volpedo

Il Quarto Stato, Pellizza Da Volpedo

Il lavoro che faccio mi porta a confrontarmi quotidianamente con il disagio di tante persone e con i tagli al sociale imposti da governi e politici che prima di tutto rispondono agli interessi di chi detiene il potere economico e finanziario. Ogni giorno mi rendo conto di essere sempre più radicale, nel senso che per risolvere i problemi credo occorra andare alla radice, all’origine e allora sono sempre più convinto che ciò che occorre in questo paese è cambi

are le regole, è invertire la logica del potere, è aprire spazi alle persone, è sentire che la propria realizzazione passa da quella di tutte e tutti. Sono sempre più convinto di una cosa

: per cambiare occorre andare contro le regole imposte da chi detiene piccole o grandi parcelle di potere, non si deve aver paura di dire dei NO, perché dietro un NO molto spesso ci sono tanti SI. Soprattutto mi sono reso conto che molto spesso i capi e i potenti sono vuoti, sciocchi, esigono obbedienza perché a loro volta sono marionette nelle mani di altri capi. Costruiscono piramidi di potere di cui si sentono al vertice, invece sono solo un piccolo anello della catena di comando, per questo mi piacciono le figure senza un vertice. Quel poco di esperienza che ho mi ha fatto vedere, invece, che le grandi persone non hanno carisma, non parlano per imposizioni e non detengono potere.

Dopotutto rimango convinto della natura positiva del genere umano e penso che siano le condizioni materiali e sociali a determinarne i comportamenti, ho fiducia nell’uomo e credo che presto o tardi l’uomo vivrà come fratello fra fratelli, otterrà ciò di cui necessità e fornirà alla società ciò che sarà in grado di fornire. Sono portato a pensare questo perché il capolinea dell’umanità non può essere il capitalismo dove, invece, l’uomo è nemico dell’uomo e dove a prevalere è la legge del più forte.

Certo è che questo non è un fatto meccanico, ma chiede cambiamenti profondi, cambiamenti necessari che prima di tutto devono partire da sé, dal quotidiano, dalle scelte che ogni giorno possiamo e dovremmo fare. L’uomo ha in sé la nozione del bene, ma la società nel suo complesso, in particolare quella italiana, si è identificata con ciò che la psicologia chiama condotta antisociale, dove è l’affermazione personale a far da metro di misura sulle qualità umane.
A breve si andrà a votare, molti pensano che votando o no, il compito civico si esaurisca così. Invece io credo di no. Voterò per Rivoluzione Civile, perché per la prima volta vedo nella persona i tratti di onestà e rettitudine che ritengo indispensabili per chi debba ricoprire un ruolo di rappresentanza istituzionale e democratica.
Detto questo ho il massimo rispetto per i compagni e gli amici che faranno altre scelte votando Movimento 5 Stelle o SEL, penso che anche loro, nella maggioranza dei casi, siano animati dal sentimento di portare l’onestà al potere, di ribaltare la situazione e di cambiare gli spazi e le figure del potere. Talvolta sono sconcertato dalle contraddizioni che ci sono in SEL, nel Movimento 5 Stelle o in Rivoluzione Civile e questo, più che altro fa parte di un mio tratto caratteriale che mi porta a sostenere e simpatizzare per la minoranza e, quando le minoranza, non è più tale, e diviene maggioranza, sostengo un’altra minoranza, le maggioranze esercitano il potere, fanno compromessi e soprattutto cercano solo di rimanere tali per avere potere. Per questo credo che la forma migliore di governo sia l’autogoverno delle persone.
Sono convinto però che la nostra società sia governata da una piccolissima minoranza che detiene un grande potere, un potere che si esercita in tante forme e in tanti luoghi e che per invertire questa dinamica occorra disarticolare queste forme e questi luoghi, occorre insomma una Rivoluzione. Di opinioni e di parole ne sentiamo a tonnellate quotidianamente, ciò di cui invece c’è bisogno, credo, non sono solo le opinioni, ma l’esempio.
Alle compagne e ai compagni, alle amiche e agli amici, animati da questo spirito voglio rivolgere, rivolgendolo prima di tutto a me stesso, l’augurio di non cedere mai alle logiche delle maggioranze, di portare avanti la loro idea e di non chinare il capo mai davanti alla vacuità del potere, di irriderlo anzi, auguro di non essere mai accondiscendenti con il potere e di scoprirsi ogni giorno uomini e donne libere, essere liberi, non dalle responsabilità, ma dalle imposizioni e dalle costrizioni.

Eugenio Pari

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Vendola: «Spariglierò il Centrosinistra»

L’intervento conclusivo agli “Stati generali delle fabbriche di Nichi”

«No ai governi tecnici e alle larghe intese. Le primarie non sono una minaccia per il Pd, e io mi candido»

MILANO – Nichi Vendola, si presenta come elemento di rottura, parla alla sinistra e indica la sua linea, usando anche termini ispirati dai giochi di carte: «Noi diciamo no ai governi tecnici e a quelli delle larghe intese: le primarie non

Nichi Vendola

sono una minaccia per il Pd o per il centrosinistra, e io mi candido per sparigliare questi giochi». Queste le parole d’ordine espresse a Bari, durante gli “Stati generali delle fabbriche di nichi” davanti a una platea di circa duemila persone provenienti per il 40% dal resto d’Italia, in molti dal Settentrione. La manifestazione è stata seguita anche attraverso il web e i social network: la fan page di facebook di Nichi Vendola ha raggiunto quota 167.000, con 4.800 nuovi fan negli ultimi tre giorni.

VINCERE – «Dobbiamo vincere», ha sottolineato Vendola, «ma questo verbo deve essere coniugato fuori dal palazzo, lungo le traiettorie delle vie popolari. Vincere ha un significato se si vince a Pomigliano, a Melfi, se la vittoria ha significato per gli studenti precari, per i ricercatori che sono costretti ad emigrare, per le donne e gli eroi dei nostri giorni, come Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani. Bisogna vincere per ricostruire i codici dei diritti: allora la vittoria è un discorso sulla salvezza del Paese, che guarda all’Europa. È la vittoria di tanti, è la vittoria del popolo che si alza in piedi, non è una vittoria di parte o di partito».

CANDIDATURA – Vendola ha poi precisato il senso della sua disponibilità alla candidatura. «Perché io?», ha detto, «perché sono voi quando non sopportate il centrosinistra avendo in mente un mondo diverso da questo. Noi abbiamo due obiettivi da raggiungere: il primo è l’indispensabilità di un metodo democratico che si sottrae alle nomenclature di partito; il secondo è portare nell’arena la domanda di una buona politica. Non c’è buona politica che possa prescindere da un discorso sul buio e sulla luce». Vendola, infatti, ha titolato così il discorso conclusivo degli Stati generali delle fabbriche di nichi, «lanterne che illuminano gli angoli bui dell’esistente».

TEMI CHIAVE – Ha poi annunciato i temi chiave di una nuova piattaforma programmatica del centrosinistra: investire nella Bellezza dell’ambiente, dei talenti e dei territori; rilanciare l’Economia attraverso una pressione fiscale più equa, la redistribuzione delle risorse e puntando su qualità e innovazione; sottrarre la Conoscenza alla privatizzazione e alla parcellizzazione dei saperi attraverso il rilancio della scuola e dell’università come elementi fondanti di una cultura diffusa; ristabilire la connessione tra i Diritti e le persone; custodire il patrimonio dei Beni Comuni».
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La fabbrica di nuovo protagonista

Il ruolo del sindacato. L’uso dello sciopero. Ecco qual è la lezione di Pomigliano. Ciò che non va, nell’accordo di Pomigliano, è la violazione di diritti costituzionali dentro una logica da caserma. Ad affermarlo è la Vice Segretaria Generale della CGIL Susanna Camusso in una intervista rilasciata al settimanale ‘L’Espresso’

http://www.cgil.it/dettagliodocumento.aspx?ID=14186

02/07/2010

Gli operai erano spariti: da dieci anni erano assenti dal dibattito del paese. Si è quasi negato che esistessero. Siamo diventati thatcheriani senza vivere la finanziarizzazione che c’è stata in Gran Bretagna, perché noi eravamo e siamo ancora ben piantati nel modello manifatturiero. Dico di più: c’è stata una svalutazione dell’identità del lavoratore, anche da parte della politica… Mentre fa un bilancio amaro del recente passato, Susanna Camusso, Segretario Confederale della CGIL, appare quasi sollevata.
L’affare Pomigliano, bella grana che sta tenendo sulla corda la più grande azienda del paese, l’intera organizzazione padronale e il fronte – spaccato – delle centrali sindacali, si sta trasformando in un inaspettato regalo. Perché la sfida della Fiat su turni e produrtività dell’impianto campano, con la successiva conta tra i dipendenti e l’alzata di scudi sui loro diritti, può tradursi in uno tsunami benefico. Spazzare via il velo dell’indifferenza verso la fabbrica, i suoi abitanti e le sue battaglie, ridare linfa al mestiere del sindacalista, e centralità ai temi del lavoro.
Per Camusso, che per molti ha già in tasca il biglietto vincente che la porterà al vertice dell’organizzazione tra pochi mesi, quando scadranno gli otto anni di guida di Guglielmo Epifani, sarebbe l’inizio di una nuova era: la prima donna Segretario confederale, più il ritorno all’orgoglio operaio.
«L’esito del referendum ha fatto da sveglia», dice lei: per Mimì metallurgico, però, l’impasse Pomigliano è ancora tutta da superare.
Quale prevede sarà la prossima mossa FIAT?
«La Fiat sa che su turni e nuova organizzazione l’accordo integrativo ha lo stesso valore di un contratto nazionale, cioè si applica a tutti. Ciò che non va, ed è inefficace perché illegittimo, è la violazione di diritti costituzionali come lo sciopero».
Secondo lei perché la FIAT ha forzato la mano su assenze e scioperi?
«Si capisce solo in una logica da caserma. Non combatti forme anomale di assenteismo con una logica punitiva sui malati. E sullo sciopero quale può essere la sanzione? Il licenziamento? Le procedure dei provvedimenti disciplinari sono regolate e graduate, e non coinvolgono diritti indisponibili. Non credo ci sia un giudice del lavoro che gli darebbe ragione».
Crede che sia praticabile l’ipotesi di una ‘newco’ a Pomigliano?
«L’unica ipotesi concreta che vedo sul tavolo è lo scorporo dell’intera FIAT auto: ma non azzera tutto per ricominciare. E vale per tutti gli stabilimenti, non isola Pomigliano».
Non crede che con la crisi economica i lavoratori siano più disponibili ad accettare condizioni al ribasso?
«Pomigliano dimostra il contrario: che c’è la consapevolezza di un limite. Deve essere la contrattazione nei luoghi di lavoro a rimettere i paletti nel punto giusto».
È cambiato il modo di fare contrattazione? Più locale e con una diminuzione del peso del contratto nazionale, per esempio…
«Nell’ultimo anno e mezzo di crisi abbiamo fatto migliaia di accordi che hanno individuato forme diverse di distribuzione del lavoro. Quanto al livello di contrattazione, il secondo livello è sempre esistito, e lo sbaglio è pensare che possa andare in senso opposto alla contrattazione nazionale. Altro sbaglio: soffiare sul fuoco delle divergenze tra sindacati. Quelle migliaia di accordi li abbiamo fatti quasi tutti con CISL e UIL. Noi l’unità sindacale continuiamo a perseguirla».
Segni di disaffezione da parte degli iscritti?
«Non per la CGIL, che cresce, e non solo tra i pensionati».
Il mestiere del sindacalista oggi richiede altri sistemi, per essere efficace?
«E sempre stato un lavoro pragmatico. Ma deve muoversi su dei valori: che non sono solo il posto di lavoro e il salario, ma anche un’idea del potere dei lavoratori, e un’idea di giustizia. Si vede quali danni ha prodotto far scomparire gli operai dal dibattito del paese, negli ultimi dieci anni: si è svalutata l’identità del lavoro».
Anche gli operai sono cambiati, per: nell’ultimo congresso della CGIL si è accertato che da un quarto a un terzo dei vostri iscritti (secondo le aree del paese), votano centro-destra.
«Prima votavano DC… Comunque se gli operai votano Lega non è solo un problema del sindacato, ma della politica. Intendo dire che se a un operaio viene negato il riconoscimento della professionalità, può preferire identificarsi non con il suo lavoro, ma con il territorio a cui appartiene».
La CGIL ha scioperato contro la manovra finanziaria; si replica in Toscana, Piemonte e Liguria venerdì 2 luglio: per tutelare il potere d’acquisto andrebbe reintrodotta la scala mobile?
«No. Non è l’inflazione quello che riduce gli stipendi, ma il ‘fiscal-drag’ e un’ingiusta distribuzione dei profitti: la scala delle retribuzioni è passata da 1 a 200 a 1 a 500. La leva della competitività del paese si è spostata dalla svalutazione della moneta alla svalutazione del lavoro».
C’è in Italia un imprenditore che possa fare da contraltare allo stile Marchionne ?
«Abbiamo contrattato la riorganizzazione della Pirelli, per esempio, con ben altre modalità».
L’economista Tito Boeri accusa il sindacato di non aver abbastanza tutelato i lavoratori precari: fa autocritica?
«L’idea di intervenire legislativamente sul mercato del lavoro si è rivelata sbagliata: con la legge 30 si sono introdotte 40 forme contrattuali. Bisogna riaffermare il principio secondo il quale di norma il lavoro è a tempo indeterminato, e poi definire poche specificità».
Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, invece, moltiplica: vuole modificare lo Statuto dei lavoratori con uno uno Statuto dei lavori. Le sembra buona cosa?
«No: si spostano le tutele sulle tipologie di lavoro togliendole al lavoratore, che le ha in quanto tale, e non in quanto fa questo o quel mestiere. Lo Statuto, invece, è straordinariamente attuale».
Ma anche per il sindacato non è meglio un lavoro precario a nessun lavoro?
«Non se il precariato serve per sostituire posti di lavoro ordinario: la Fiat è stata la prima a cancellare i contratti a tempo determinato utilizzati in quel modo».
Resta il fatto che ai giovani l’accesso al mercato del lavoro è molto difficile.
«Sì, ma per far entrare loro non bisogna ridurre le tutele degli altri. Semmai si può pensare altro».
Cosa?
«Al posto del blocco per un anno delle pensioni, introdurre una flessibilità in uscita e destinare le risorse risparmiate a contribuire alle future pensioni dei giovani, non a tagliare la spesa corrente.
L’articolo 18 sul licenziamento continua ad attirare critiche. Prevede una nuova campagna per abolirlo?
«Mettiamo le cose in chiaro: l’articolo 18 vieta le discriminazioni, non il licenziamento. E bastano le statistiche dell’Istat a raccontare quanta gente già oggi viene espulsa dai luoghi di lavoro».
Sacconi si è offerto di mediare su Pomigliano: accettate?
«Questo governo ha lavorato piuttosto per la discriminazione e la divisione nel sindacato: se è questo lo spirito, viene nostalgia di Donat Cattin, di Giugni, di Damiano, altri ministri del Lavoro».
Lo sciopero come strumento di lotta sindacale non ha perso efficacia?
«Nessuno ha trovato altro che abbia la stessa forza, visibilità, chiarezza. E a chi ci accusa di fare oggi uno sciopero politico, dico: perché no? Chiediamo che a risanare il paese partecipino tutti, e non solo i lavoratori, come vuole Tremonti».
Il segretario della CISL Raffaele Bonanni, con cui avete marcate divisioni strategiche, si comporta come un amministratore delegato del suo sindacato. E da quella posizione tratta con Fiat. Traccia lo stile di un sindacato moderno?
«Credo che un leader sindacale non possa avere invidia sociale: rappresenta sempre i lavoratori e i pensionati. Detto questo, quando parli con un ministro o un amministratore delegato non lo fai in quanto vieni ammesso a un salotto, ma in virtù degli interessi che vuoi tutelare. Se si perde questa funzione di rappresentanza, tutto cambia segno. E credo che ai lavoratori non piaccia: sanno bene chi sono loro, e che l’impresa è l’impresa».
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Pomigliano dice “lavoro e dignità”

di Francesco Piccioni, il manifesto 24.06.2010 – http://www.ilmanifesto.it/

Venti giorni da segretario generale sono bastati per scoprirne la statura, preso com’è nel mezzo della battaglia più difficile per il mondo del lavoro da molti anni a questa parte. Maurizio Landini (nella foto), il giorno dopo il voto di Pomigliano ha molto da dire.

Voi non avevate dato indicazione di voto. Vi ha sorpreso il risultato?

E’ un elemento di sorpresa, perché eravamo in presenza di un ricatto pesantissimo sui lavoratori. Anche per questo avevamo dato indicazione di andare a votare, visto che la Fiom aveva già deciso di non firmare l’accordo. Mi ha colpito però il segnale di dignità che è stato lanciato. Anche sotto ricatto, le persone hanno detto chiaramente: non ci può essere lavoro senza diritti. Questo dovrebbe far riflettere tutti.

La nota rilasciata dalla Fiat (“andiamo avanti con chi ci sta”) cosa segnala?

Se la Fiat pensa davvero di confrontarsi solo con una parte dei sindacati, dopo il voto di oggi, lo considero un errore. Dovrebbe riflettere su quello che è successo a Pomigliano, ma anche in tutti gli altri stabilimenti del gruppo. Proprio perché è vero che siamo di fronte a una crisi senza precedenti, se davvero la Fiat ha a cuore le sorti dell’attività industriali in questo paese, dovrebbe assumersi la responsabilità di ricercare un consenso con tutte le organizzazioni sindacali. ma soprattutto di dare due messaggi: se vuole l’intelligenza delle persone nel lavoro, deve riconoscerne la dignità; la contrattazione e il confronto sono una risorsa anche per la Fiat. L’idea autoritaria di poter affrontare la crisi attrverso il comando unilaterale della condizione dei lavoro, con uno sfruttamento senza precedenti, beh, i lavoratori hanno risposto che non l’accettano. Visto che per far funzionare le aziende il consenso è decisivo, sarebbe interesse della Fiat affrontare questa crisi ricercando davvero il confronto. Riconoscendo pari dignità agli interessi in campo.

Questo referendum era un ricatto. Ma una volta “sdoganato” dalla Fiat, non sarebbe necessario prevederlo in tutte le situazioni di dissenso tra i vari sindacati?

Assolutamente sì. Qui la stranezza è che siamo in presenza di un accordo separato che viola la Costituzione, contratti e leggi. La strumentalità è emersa tutta, ma si pone comunque il problema: quando ci sono punti di vista diversi tra i sindacati, dove diventare una regola che solo i lavoratori possono decidere, votando, sulle loro condizioni di lavoro. Ho sentito diverse forze politiche dier che era importante il pronunciamento dei lavoratori. Bene: come Fiom, in questi mesi, abbiamo raccolto centinaia di migliaia di firme per una legge di iniziativa popolare che regoli il diritto di votare e decidere sugli accordi. La facciano approvare. Naturalmente, non si può votare sui diritti “indisponibili”; come la parità di salario tra uomo e donna o il diritto di sciopero.

Sacconi vede l’Italia nel Mediterraneo come motore della “quarta potenza emergente”, esplicitando l’idea della competizione al ribasso. E’ una visione che sta pesando anche nella vicenda di Pomigliano?

Quel che è emersa è la totale assenza di un’iniziativa del governo. Hanno semplicemente fatto il tifo per la Fiat. Siamo l’unico paese che in piena crisi non ha nemmeno più un ministro per lo sviluppo. Negli Stati uniti il governo ha stanziato fondi per l’investimento e il riordino del settore auto. Qui hanno dato incentivi pubblici alle imprese, ma senza mai vincolarle alla difesa dell’occupazione. Non si parla di auto elettriche, motori ecologici, una diversa politica della mobilità. C’è solo un accompagnamento dei processi. La stessa famiglia proprietaria della Fiat si impegna più nella finanza e nell’immobiliare che non nell’auto. C’è stato però un incrocio tra le scelte della Fiat e il governo, sull’idea che per poter investire in Italia bisogna cancellare la Costituzione, leggi, diritti. E’ una logica che porta all’imbarbarimento e al sottosviluppo. Se si pensa di uscire dalla crisi competendo su bassi salari e bassi diritti, non si va da nessuna parte. C’è chi sa farlo megli di noi. la lotta di Pomigliano contiene un elemento generale: pone il problema di un altra idea di sviluppo e modello sociale.

La Cgil sembra aver capito in ritardo la portata di questa sfida. A partire dallo sciopero generale di domani, è possibile che tutta l’organizzazione si muova?

Credo proprio di sì, ed è questo lo spirito con cui parteciperemo. Deve essere l’inizio di una mobilitazione e di una discussione nel paese. Pomigliano ha chiarito che siamo davanti a un bivio, al “dopo cristo”. Ma quali sono le risposte? C’è una risposta diversa da quella Fiat e che faccia di lavoro e diritti un punto di costruzione di un’altra fase? Mentre il governo blocca i salari nel pubblico impiego, nel settore privato – se passa la loro logica – viene chiesto al sindacato di farsi complice della compressione dei diritti “per uscire dalla crisi”. C’è quindi un interesse generale. Per cambiare questo quadro solo la Cgil può mettere in campo la mobilitazione necessaria. Non c’è un secondo tempo. La partita per modificare la situazione si sta giocando ora.

http://www.fiom.cgil.it/

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INCONTRO DELLA SINISTRA RIMINESE: RIPARTIRE DALL’UNITA’ PER DARE RISPOSTE AI BISOGNI DELLE PERSONE E DEI PIU’ DEBOLI

Unire la Sinistra

Ieri sera a Rimini, alla Casa della Pace, su iniziativa del consigliere comunale dei Comunisti Italiani di Rimini Eugenio Pari, del coordinatore di Sd Massimo Reali, Diego De Podestà di Rifondazione comunista, in un incontro profondamente partecipato, affollato di politici, amministratori, rappresentanti del sindacato, dell’associazionismo, del volontariato, della cooperazione e cittadini interessati (anche tanti giovani), tutti accomunati dalla voglia di fare, si è parlato finalmente di politica e di Sinistra

Negli interventi, numerosi e appassionati, si è riconosciuto che i congressi dei diversi partiti fanno immaginare tempi lunghi, non adatti alle emergenze che scuotono dalle fondamenta la società. Il nostro territorio ha bisogno di un progetto di alternativa che parta dall’ambiente, dalla partecipazione, dall’affermazione dei diritti, insomma, di un progetto di Sinistra e la Sinistra deve rimettersi in cammino, per essere il soggetto che riuscirà ad incidere per la trasformazione democratica della società.

Occorre organizzare un’opposizione sociale, politica e culturale al governo della destra e costruire un nuovo soggetto politico della Sinistra, capace di produrre grandi iniziative popolari, di produrre senso, non solo di cercare consensi. Fatti gravi sotto gli occhi di tutti, l’aggressione all’ambiente, la precarizzazione del lavoro e dell’esistenza, lo svuotamento della democrazia e la tecnicizzazione dei sistemi di governo, tutto ciò produce astensione e sfiducia verso la politica e da qui tutti gli intervenuti di ieri sera vogliono partire. Hanno dato la loro adesione e vogliono portare il loro contributo uomini e donne della società civile, appartenenti a Rifondazione comunista, ai Comunisti italiani, tutta Sinistra democratica, i Verdi con il coordinatore Mario Galasso e il consigliere provinciale Luigino Garattoni. Tutti insieme in un grande cantiere di lavoro hanno deciso di partire, di parlare dei bisogni di chi ha più bisogno e di rivolgersi in primo luogo a loro e non alle possibili coalizioni elettorali che, se verranno, si potranno realizzare solo partendo dalle risposte ai bisogni della gente.

Ci si è salutati con l’impegno e la volontà di rivedersi con un progetto di lavoro che potrà produrre un percorso comune per le prossime elezioni comunali e provinciali.

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