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Lettera sulle amministrazione pubbliche e la gestione dei servizi pubblici

Di Eugenio Pari

In questi giorni si è scatenata una crociata contro i dipendenti pubblici, una vandea guidata dal ministro Brunetta che come obiettivo ha la riduzione dell’apparato pubblico attraverso una politica di privatizzazione ed esternalizzazioni spinte dei servizi e delle funzioni.
Non si vogliono nascondere le inefficienze, talvolta insopportabili, dell’amministrazione pubblica, ma prendersela con i lavoratori del pubblico impiego evocando frasi infelici come “colpirne uno per educarne cento”, significa rispolverare un vecchio grimaldello demagogico. Si dice che il pesce puzzi sempre dalla testa e mi pare che in questo caso si tratti proprio di squilibri generati ad arte e strategicamente da chi ha ricoperto, ricopre funzioni di governo e incarichi di rilievo nella gestione. Un modo di intendere il governo che utilizza le istituzioni, sovrapponendo politica e gestione in un rapporto dove non sempre la politica è dotata del sufficiente grado di autonomia e autorevolezza per guidare l’azione degli apparati tecnici.
Il problema delle Amministrazioni pubbliche sta nel fatto che il pubblico non deve funzionare. Spiego perché: le disfunzioni dell’apparato pubblico sono state il presupposto ideologico di un ricorso massiccio verso esternalizzazioni di servizi, progettazioni e consulenze consulenze. Questo processo avviato in Italia con le riforme dei primi anni ’90 deve ancora dimostrare la sua efficienza e soprattutto la sua economicità. Considerando gli anni che vanno dal 1990 al 2000 assistiamo infatti a un processo di questo tipo: da un lato l’apparato pubblico ha visto una costante e progressiva diminuzione dei propri
addetti; mentre la spesa pubblica nello stesso arco di tempo è lievitata del 15% , nonostante il ricorso a soggetti esterni alle pubbliche amministrazioni.
Ma il nodo da sciogliere è che le succitate riforme hanno permesso – in forza di legge – la proliferazione di rapporti fiduciari fra apparati politici di governo e professionisti, sicché le consulenze, le esternalizzazioni e le nomine nelle società pubbliche sono dei modi attraverso cui la politica risarcisce i propri sostenitori, i propri sodali di corrente, i propri uomini, laddove è diventato impossibile mantenere attraverso i partiti un apparato di funzionari. Uso le parole di Bruno Tabacci, certamente non un trinariciuto bolscevico, quando indica che “il capitalismo municipale nei servizi pubblici
locali è il nervo scoperto di un sistema concertativo, dove i due partiti – Pdl e Pd – sembrano uno solo”.
Questa è una prima motivazione della precedente affermazione sul perché il pubblico non deve funzionare.

Prendiamo ad esempio il caso di Rimini, dati alla mano, come giustamente piace al Sindaco. Un caso paradigmatico delle altre 8102 amministrazioni comunali italiane senza considerare regioni, province, comunità montane, consorzi, società pubbliche, ministeri, sovrintendenze e così via. Tramite posizioni
organizzative (funzionari) e dirigenti sono inquadrati circa 140 dipendenti su un totale di 1200 dell’Amministrazione comunale. Posizioni di alta professionalità, con un corrispondente trattamento economico di livello medio alto sono quindi più del 10% della totalità dei dipendenti. Fra queste vi sono
diverse capacità professionali (la maggioranza ha lauree tecnico scientifiche) assolutamente in grado di progettare interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione. Detto questo il Comune spende circa tre milioni di euro solamente in progettazione per gli interventi di global service, ossia il servizio di
manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici di proprietà comunale (scuole, uffici, sale, ecc.). L’applicazione dell’addizionale Irpef, provvedimento che abbiamo contrastato nel Bilancio 2007, ha fatto incamerare al Comune una cifra intorno ai due milioni di euro, va da se che se avessimo ridotto le spese di progettazione, magari attribuendole alle professionalità interne, avremmo scongiurato tale manovra che all’85% grava su redditi da lavoro dipendente e pensionati.
Spendiamo, insomma, risorse verso l’esterno quando, probabilmente, vi sono le competenze al proprio interno e, come se non bastasse, per chiudere il bilancio dobbiamo applicare tasse che gravano sulle fasce economicamente più deboli. Allora il risparmio derivante dal ricorso ai privati dove sta?

Pensiamo, infine, ad un altro fatto: il Comune sta predisponendo gli atti necessari per la creazione di una nuova società, ad intero capitale pubblico, che incamererà i servizi di verde, onoranze funebri, non più utili ad Hera.
Dico non più utili perché questi servizi già di proprietà comunale furono ceduti ad Hera per farle raggiungere la necessaria “massa critica” funzionale alla quotazione in Borsa, questi beni e servizi vennero ceduti ad un certo costo, oggi vengono ridati alla collettività e sarebbe opportuno comprendere a quale costo, con quale vantaggio/svantaggio per il Comune. Di questo ancora si sa poco, conosciamo però dalla lettura dei giornali da diversi mesi, a società ancora da costituire, chi sarà a guidarla. Alla faccia dell’efficienza dei criteri di gestione privata delle aziende di pubblico servizio.

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