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Oneri di urbanizzazione a Rimini

Di seguito pubblico un interessantissimo articolo (http://riminiuaar.wordpress.com/2011/08/25/oneri-di-urbanizzazione-secondaria-a-rimini/) pubblicato dagli amici dell’UAAR di Rimini in merito agli oneri di urbanizzazione  a Rimini e su come vengono utilizzati una parte di questi proventi.

Oneri di urbanizzazione secondaria a Rimini

Inserito il 25 agosto 2011 da rnuaar | Lascia un commento

 Su un quotidiano locale è stato pubblicato un articolo riguardante gli oneri di urbanizzazione secondaria, relativamente al quale il nostro circolo ha ritenuto di fornire alcune precisazioni:

«In riferimento all’articolo pubblicato sul quotidiano La Vocedel 13 Agosto relativo agli Oneri di Urbanizzazione Secondaria, è da precisare che il D.C.R. 849/1998 al punto 1.4 indica che è facoltà dei Comuni modificare le percentuali dalla medesima delibera stabilite, con apposito atto di Consiglio. Questo per rispondere anche al Sig. Sindaco che così scrisse in risposta al questionario dell’UAAR di Rimini in occasione delle elezioni amministrative: “..mi riferisco in particolare al finanziamento dell’edilizia di culto, sulla cui obbligatorietà o meno non sono davvero in grado in queste ore di effettuare un approfondimento che mi riservo ben volentieri di svolgere se i cittadini mi daranno il consenso necessario a rappresentarli come Sindaco.” Altri candidati si espressero a sfavore di questo contributo, il questionario e le risposte sono disponibili su http://www.uaar.it/Rimini.
Non si mette certo in dubbio la necessità “di interventi di riqualificazione o ristrutturazione degli edifici religiosi, le chiese in particolare, di particolare interesse storico-artistico”; ciò che lascia perplessi è il tasso di deperibilità degli edifici religiosi riminesi, i quali ogni anno ricevono notevoli stanziamenti per la loro manutenzione. Secondo i dati dell’amministrazione (manca il dato del 2010), queste sono state le quote assegnate:

Anno Chiesa Cattolica Testimoni di Geova
2004 € 255.000 € 45.000
2005 € 251.263 € 44.341
2006 € 340.000 € 60.000
2007 € 255.000 € 45.000
2008 € 232.325 € 40.999
2009 € 188.987 € 14.013
2010 dato non reperito dato non reperito
2011 € 95.301 quota non richiesta

Si può prendere atto che con il trascorrere degli anni la quota è notevolmente diminuita, venendo forse incontro ai gravi problemi che la grave crisi economica crea in tutti i settori economici e sociali.
Però non si può evitare di pensare che altri edifici, quelli sì pubblici, hanno necessità di tipo edilizio che purtroppo non possono essere soddisfatte, basti pensare alle scuole, agli asili, alle strutture che si occupano dei cittadini con problemi di vario tipo, degli ambienti delle associazioni di volontariato che si adoperano là dove lo Stato non arriva.
Molte sono le voci che si alzano sulla stampa nazionale in questi giorni perché anche la Chiesa faccia la sua parte in questi tagli e sacrifici richiesti ai cittadini, poiché gode di sgravi ed agevolazioni fiscali tali da potersi rendere indipendente nella cura delle sue proprietà: Ires (meno 50 per cento), Irap, Iva, inoltre aiuti “indiretti” come le convenzioni sanitarie e lo stipendio agli insegnanti di religione (per amore della precisione, questi insegnanti sono nominati dalla curia, non fanno i concorsi obbligatori per gli altri insegnanti, sono pagati anche con le tasse di quei circa 9 milioni di non credenti che hanno figli sparsi per classi e corridoi perché l’ora alternativa garantita dalla legge non lo è sempre nei fatti). Le scuole cattoliche costano allo Stato circa 240 milioni; la Costituzione vieta che i fondi pubblici siano destinati ad altro che alle scuole pubbliche, ma è bastato chiamare le scuole private “parificate” per lavarsi la coscienza. A proposito, avete già acquistato i libri per i vostri figli alle medie ed alle superiori? Quanto vi è costato?
Lasciamo da parte poi l’8×1000, il cui meccanismo è così poco chiaro che molti pensano che non destinando la quota, la cifra vada allo Stato, non è esattamente così. Sono molte le possibilità di informarsi su questo meccanismo, il suggerimento è di sfruttarle, se non altro per una destinazione consapevole dei propri soldi.
In conclusione, se lo Stato chiede che ognuno faccia la sua parte, lo facciano tutti. In Italia abbiamo già la Casta politica che succhia miliardi a destra e manca guardandosi bene dal partecipare a stringere le cinghia, siamo davvero in grado di sostenere economicamente anche la Casta dei Casti?
Un pensiero di gratitudine quindi ai Testimoni di Geova che quest’anno hanno rinunciato a richiedere la quota degli Oneri di Urbanizzazione Secondaria, € 16.700, con la speranza che siano bene utilizzati.»

 

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Marchionne chiede di più. Forte dibattito nella Cgil

“Emma così vado via”

Marchionne per una volta non scrive alle tute blu ma a Marcegaglia: l’accordo non ci soddisfa, fate di più o Fiat uscirà da Confindustria

Emma Marcegaglia e Sergio Marchionne

 Antonio Sciotto, Il manifesto,  1 luglio 2011, pag. 2 www.ilmanifesto.it

 A Sergio Marchionne l’accordo tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil non basta: vuole di più, perché gli accordi siglati a Pomigliano, Mirafiori e alla ex Bertone restano senza soluzione. E così ieri l’amministratore delegato Fiat ha preso carta e penna e ha scritto a Emma Marcegaglia, chiedendo che la Confindustria compia “ulteriori passi” per venire incontro al Lingotto: altrimenti la Fiat, è la minaccia, “uscirà dall’associazione il primo gennaio del 2012”. Un nuovo ultimatum, quindi, dopo i tanti a cui il super manager globale ci ha ormai abituato, ma questa volta indirizzato non agli operai ma ai confindustriali. Marcegaglia risponde a stretto giro di posta, replicando sostanzialmente che a suo parere una soluzione si può trovare già nell’accordo del 28 giugno, ma che se così non fosse, va chiesta una legge ad hoc allo Stato.

Un tira e molla pesante, quello lanciato ieri da Marchionne, e che ha riflessi nel sindacato – con il braccio di ferro tra Cgil e Fiom che si alimenterà di nuova linfa – e nel governo, visto che il ministro Maurizio Sacconi ha subito chiesto di rimando che “le parti firmatarie dell’accordo trovino una soluzione per la Fiat”, ipotizzando anche “una legge ad hoc”.

“Cara Emma – scrive Marchionne – l’accordo raggiunto tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, è sicuramente un risultato di grande rilievo. Mi auguro che, nei prossimi mesi, il lavoro prosegua con ulteriori passi che ci consentano di acquisire quelle garanzie di esigibilità necessarie per la questione degli accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Questo ci permetterà di portare a compimento gli investimenti avviati e quelli già programmati. Sono fiducioso che queste condizioni si realizzeranno entro la fine dell’anno. Ho il dovere di informarti che in caso contrario, Fiat e Fiat Industrial saranno costrette a uscire dal sistema confederale con decorrenza dall’1 gennaio 2012”.

Marchionne fa sapere di aver inviato copia di questa lettera “anche ai segretari delle confederazioni firmatarie per confermare che la nostra iniziativa non intende mettere in discussione l’importanza dell’accordo e naturalmente i diritti dei lavoratori. Vogliamo soltanto – conclude l’ad della Fiat – che le nostre persone possano lavorare in un contesto nel quale tutti si assumano i propri obblighi e le proprie responsabilità, come previsto dagli accordi di Pomigliano d’Arco, Mirafiori e Gruglisco”.

A spiegare perché l’accordo non può soddisfare il Lingotto, le parole dello storico dell’industria Giuseppe Berta, ex responsabile dell’archivio storico Fiat: “Innanzitutto non validità retroattiva, e poi lascia scoperti i nodi posti dagli accordi di Pomigliano e Mirafiori; quelli della governabilità e dell’esigibilità delle intese”. Le clausole di tregua sindacale, infatti, osserva ancora Berta, “pur accettate dai firmatari dell’accordo continueranno a essere rigettate da Fiom e Cobas che non vogliono subire nessuna disciplina al diritto di sciopero”.

Tra l’altro si deve notare che la segretaria Cgil Susanna Camusso aveva difeso l’accordo dagli attacchi della Fiom, proprio affermando che esso “è l’opposto di quello che chiedeva Fiat”: giudizio ribadito ieri, dopo la lettera di Marchionne. Ma dall’altro lato, il segretario Fiom Maurizio Landini sottolinea che Marchionne è “prigioniero delle sue coerenze” e chiede la riapertura del tavolo Fiat.

Emma Marcegaglia risponde a tono, non cedendo al momento alle richieste di rivedere l’accoro: l’intesa scrive la leader della Confindustria rispondendo a Marchionne, “non può essere messa in discussione”. “A noi sembra che l’accordo soddisfi anche le vostre istanze, in quanto gli accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco possono facilmente rientrare nelle nuove norme pattuite – dice ancora Marcegaglia alla Fiat – Mi riferisco in particolare alle regole riguardo l’esigibilità degli accordi conclusi con una maggioranza di rappresentanti dei lavoratori, alla clausola di tregua e all’adattabilità dei contratti aziendali”. “Se invece non ritieni utile la praticabilità di questa via, al fine di ottenere garanzie riguardo agli accordi già raggiunti nel gruppo Fiat a fronte della causa intentata dalla Fiom – conclude la leader degli industriali rivolgendosi direttamente a Marchionne – non vediamo altra strada se non quella di un intervento legislativo con effetto retroattivo che, in quanto tale, non è nella disponibilità di Confindustria”.

 

LO SCONTRO TRA FIOM E CGIL

Landini a Camusso: “Sospendere la firma fino al voto dei lavoratori”

 An. Sci. Il manifesto, 1 luglio 2011, pag. 2

Maurizio Landini Segretario generale Fiom

E mentre la vicenda Fiat si arricchisce di un nuovo capitolo, con lo scambio di lettere Marchionne – Marcegaglia e la minaccia del Lingotto di uscire da Confindustria, è sempre più alto lo scontro tra Cgil e Fiom. Ieri un infuocatissimo Comitato centrale ha decretato il no assoluto dei metalmeccanici all’accordo siglato il 28 giugno da imprese, Cgil, Cisl e Uil. Il segretario Maurizio Landini, confortato dalla sua maggioranza interna alla categoria, ha chiesto ufficialmente alla Cgil di “tenere in sospeso la firma finché non ci sarà stata la consultazione dei lavoratori”. Per tutta risposta la segretaria Susanna Camusso si dice “preoccupata dalla vera, distante valutazione che abbiamo con la Fiom”.

Insomma, si preannunciano giorni di passione, con in vista il Direttivo Cgil dell’11 luglio, quando dovrà essere non solo approvato definitivamente l’accordo, ma che dovrà affrontare anche il tema – a questo punto spinoso – della consultazione: Camusso aveva annunciato che avrebbe chiesto a Cisl e Uil di far votare tutti i lavoratori, o che in subordine si sarebbero almeno espressi i soli iscritti Cgil.

“Se l’accordo è un passo avanti sarà anche l’ultimo passo avanti che faremo perché altri non ce ne faranno fare – ha detto Landini davanti al Comitato centrale Fiom – L’accordo non solo non prevede il voto di tutti i lavoratori ma indebolisce il contratto nazionale, apre alle deroghe su cui per anni abbiamo detto no”. “ Se la Cgil firmerà definitivamente questo accordo – prosegue il leader dei meccanici – avrà fatto un capolavoro perché l’intesa non risolve i problemi di Fiat ma estende a tutto il mondo industriale le nuove regole su deroghe e contro gli scioperi”.

Ecco dunque la richiesta avanzata a Susanna Camusso e alla Cgil: “Bisogna sospendere la firma fino alla conclusione della consultazione – dice Landini – Una consultazione che dovrà essere fatta solo tra gli iscritti alla Cgil e nelle sole categorie coinvolte dall’intesa, senza estenderla anche a quelle che non sono toccate dall’accordo siglato”. Chiaro che il segretario Fiom teme un effetto “colletti bianchi”: come a Mirafiori, con un sì all’accordo Fiat che aveva vinto grazie al voto massiccio dei capiarea, non interessati in prima persona ai ritmi alla catena di montaggi, ribaltando il no proveniente dalle tute blu alla linea.

Poi il messaggio diretto, personale, a Susanna Camusso, e alle sue dichiarazioni sulla Fiom: “Una cosa non accetto – ha detto Landini – quando leggo che la Fiom sta dicendo cose false e chiedo che questo venga retificato. Lo chiedo in modo esplicito. Si rischia di mettere in discussione la fiducia delle persone”.  L’altroieri la numero uno della Cgil, subito dopo l’incontro in cui aveva esposto l’accordo ai segretari di categoria (e dunque anche allo stesso Landini), aveva detto infatti che “la Fiom sbaglia: dice cose false e imprecise”.

Ieri Susanna Camusso ha comunque replicato, soprattutto alle accuse avanzate da Giorgio Cremaschi, che ne aveva chiesto esplicitamente le dimissioni; “Quei termini non mi appartengono e non appartengono nemmeno alla Cgil. Invece di dissenso si parla di tradimento. Ognuno si assuma le sue responsabilità – aveva detto riferendosi alla parola porcellum, usata da Cremaschi per definire l’accordo – Porcellum è un insulto: ogni militante Cgil considera tale un termine usato anche per la legge di Calderoli”.

In ogni caso, al di là delle divergenze, sia da Landini che da Camusso è arrivato un invito alla Fiat, dopo la lettera di Marchionne: “Adesso di riapra il tavolo”.

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Dopo il referendum: Hera o non Hera è il tempo del comune

Sono coraggiose e anche condivisibili le recenti prese di posizione di Stefano Vitali in merito ad Hera. Esse confermano ciò che tutti i cittadini hanno avuto modo di verificare da quando, nel 2002, Hera è stata quotata in Borsa. Un limite però ce l’hanno: sono forse parziali e un po’ tardive.

Il sistema di Hera è una società pubblica teoricamente, ma assolutamente privata nella realtà, in cui si realizza perfettamente il modello del capitalismo finanziario. I dati pubblicati sul sito del gruppo ci dicono che fra il 2009 e il 2010 l’azienda ha subito una contrazione dei ricavi del 16%, mentre il margine operativo lordo è aumentato del 10,6% solo grazie alla cessione del 25% di Herambiente ad un operatore estero del settore, Eiser Infrastructured. Una operazione puramente finanziaria su cui i soci, cioè i comuni, quindi i cittadini abbiano potuto dire nulla. La costituzione di Herambiente SRL, che si occupa di infrastrutture, particolarmente di inceneritori, ha prodotto come effetto sulle scelte industriali, sulle scelte che più incidono sulla qualità della vita dei cittadini come ad esempio se creare incenitori o potenziare la raccolta differenziata, il risultato che nè i comuni e tanto meno i cittadini possano dire nulla e siano informati sulle scelte.

Il management di Hera è assolutamente autoreferenziale e con la scusa che la società è quotata in Borsa il riferimento è diventato unicamente il mercato. Il management fa un ragionamento di questo tipo: “noi dobbiamo rispondere al mercato, alla quotazione in Borsa” e questo è il motivo per cui fanno praticamente ciò che vogliono, i comuni lasciano fare perché poi si spartiscono gli utili, utilizzati per interventi tutt’altro che inerenti ai servizi ambientali o idrici. Se il politico deve fare la politica, cioè rispondere ai cittadini, in questo caso si è espropriata al pubblico una funzione, quella di disegnare una politica nei confronti della generazione presente e di quella futura, il politico si è privatizzato il cervello e questo, secondo me, è il punto.

Una visione liberale, non comunista, prevede tre spazi: il mercato, il pubblico e l’individuo, ognuno di questi ha un proprio livello di responsabilità, Hera, invece, è diventata totalmente irresponsabile grazie alle scelte, o meglio non scelte, delle amministrazioni che l’hanno creata.

Fino a qui il versante delle responsabilità poltiche, ma che cosa dice, invece, il management di Hera? Quali sono le motivazioni che adduce?

Quando il management di Hera fa gli investimenti li fa sulla base di una decisione della politica e guardando agli investitori borsistici, non certo ai cittadini. Gli investimenti sono approvati dall’azionista, i comuni, il pubblico sostanzialmente decide e il management è lo strumento. Loro fanno ciò che è stato detto dai politici, qual’è adesso il problema che gli inceneritori fanno male? Ha scelto la politica, il management è il braccio secolare del sindaco o del presidente della provincia, quest’ultimo con importanti funzioni previste dalla legislazione regionale sul controllo e sulla regolazione quindi con un certo potere di intervento sulle scelte di Hera. Il regime in cui opera Hera è contraddistinto dal più ferreo monopolio, una economia chiusa forse solo paragonabile all’economia pianificata. Infatti, qual’è quell’impresa che riceve soldi per ottenere materie prime (le tariffe sui rifiuti) e ottiene soldi per trasformare le stesse materie prime, ossia l’incenerimento dei rifiuti che produce energia che l’azienda colloca poi sul mercato?

Più che una spallata a Berlusconi l’esito dei referendum sui servizi pubblici locali, non solo l’acqua: attenzione, chiede alla politica di cambiare il proprio modo di ragionare e di sostituire alcuni concetti e pratiche. Una per tutte: non considerare più le aziende partecipate come spazio dove esercitare il funzionariato occulto dei partiti, ossia quella pratica di collocare del proprio personale fedele o per risarcimento politico nelle aziende, sostituendo il concetto stesso di pubblico da sempre gestito da soggetti privati come i partiti, troppe volte per propri fini e interessi, con quello di beni comuni cioé di beni irriducibili alle logiche di profitto tanto più se questo profitto avvantaggia chi dovrebbe tutelare il bene comune cioé la politica.

Di Eugenio Pari, 17.06.2011

eugenio_pari@yahoo.i

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DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CONSIGLIERE COMUNALE SEL RIMINI) SULLA PROPOSTA DEL Q1 DI CAMBIARE DENOMINAZIONE AL PONTE DELLA RESISTENZA

Apprendo con sconcerto la proposta della Circoscrizione 1 di cambiare il nome del Ponte della Resistenza. Non si tratta di una semplice sciocchezza come le motivazioni potrebbero lasciar supporre, si tratta di una banalizzazione dietro cui nascondere una volontà di cancellare i segni democratici nella nostra città, dietro cui mistificare fatti storici e la lotta di chi si è battuto per dare la libertà a tutti, anche a coloro che la sprecano con simili proposte come la maggioranza di destra capeggiata dal Sig. Riccio.

Al consigliere Ciavatta e agli altri consiglieri di opposizione va il merito di aver sventato questa proposta e non posso che ringraziarli per la sensibilità e la coerenza che hanno dimostrato.

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