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DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI SULLA HOLDING A RIMINI

Rimini, 16 gennaio 2010 – Comunicato stampa

La vicenda della Holding presenta da tempo diverse criticità che al momento impongono una seria ed accurata riflessione. Essa appare come un elemento di “finanza creativa” più che come possibilità didotare la città dei necessari servizi. Preoccupa, inoltre, il fatto che questo strumento rappresenta un moltiplicatore del debito per nulla keynesiano in quanto tra gli interventi previsti non ce n’è alcuno che possa in qualche modo incidere positivamente sul welfare locale. Il rischio, ribadisco, è che questo strumento su cui l’Amministrazione ragiona dal 2006, ben prima quindi dei tagli indiscriminati e insensati del governo agli enti locali, è che le finanze comunali piombino in un vortice debitorio da cui sarà molto difficile uscire e il cui effetto sarà quello di bloccare la spesa corrente.
La Holding, a conti fatti, è uno strumento e gli strumenti di per sé sono
neutrali. Il tema è quindi capire finalmente che utilizzo sociale potranno
avere le risorse sbloccate da questo soggetto, ma credo, infatti, che in un
contesto di crisi come quello che stiamo attraversando, ben lontano dall’essere superato, accanto alle ricapitalizzazioni sia assolutamente necessario ragionare su un uso popolare delle risorse che questa holding sarà in grado di sbloccare. Senza un fine sociale, popolare, cioè se le risorse derivanti da questa operazione saranno finalizzate unicamente per realizzare scopi burocratico – amministrativi e non a sostegno delle fasce sociali più deboli e più colpite dalla crisi, credo sia davvero difficile votare a favore.

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Dagli antichi fattori ai nuovi manager

Di Valentino Parlato, il manifesto 01 aprile 2009

Una delle novità di questa crisi è che i padroni non ci sono più. Ci sono asolo i manager: da punire, tassare, sequestrare. A pensarci un po’ sembra di esser tornati alla civiltà contadina, quando i baroni proprietari stavano nei bei palazzi di città (quasi tutti gli agrari pugliesi abitavano a Napoli) e in campagna c’erano solo i fattori contro i quali si scatenava l’ira di braccianti e contadini.
Questo fenomeno di oscuramento dei proprietari è cominciato da tempo: le Spa (società anonime) furono già un bell’esperimento di dissimulazione della proprietà, che continuava a sfruttare nascondendo il volto.
Ma, forse, in questo nascondersi c’è anche un indebolimento del diritto di proprietà e vale ricordare che nelle campagne la proprietà assenteista apre le porte alla riforma agraria.
E’ un dato di fatto che i manager, come i fattori di un tempo, con le stock option e altro hanno ridotto i guadagni del proprietario, che pur di rimaner nascosto accettava di pagare il tributo. E, anche in Italia, alcuni eccellenti manager (non farò nomi) si sono un po’ arricchiti alle spalle dello sfruttamento dei padroni sui lavoratori. Si potrebbe ancora aggiungere che la primazia dei managers potrebbe essere un primo passo per l’abolizione della proprietà, nel senso che i proprietari sono diventati rentiers.
Intanto la rabbia dei lavoratori in Francia si scatena contro i manager, che sono gli attuali fattori. La storia delle campagne può insegnare qualcosa.
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