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Far saltare il recinto neoautoritario

Fausto Bertinotti

di Fausto Bertinotti

editoriale del n. 18 di Alternative per il Socialismo, del 01.10.11

Rossana Rossanda ha aperto una discussione che si rivela di giorno in giorno di più stringente necessità a sinistra. Sono venute interlocuzioni assai interessanti sia sul terreno delle cause che hanno aggravato la crisi dell’Europa che dell’esplorazione di interventi programmatici per affrontarla fuori dalla disastrosa moneta corrente. In qualche caso, secondo me utilmente, si è sfidata la nuova ortodossia della parità di bilancio fino a prospettare uscite radicali. Tuttavia a me pare che la discussione dovrebbe prendere anche un’altra piega. Possiamo ancora affrontare il tema come se vivessimo in un’epoca democratica, con in campo una politica dotata di una qualche autonomia e una sinistra capace di influenzare le scelte di fondo? Temo di no. In questo caso si potrebbe forse seguire questo filo di ragionamento.

Ciò che la rivolta ha intuito dovrebbe costituire la base anche della rinascita di una politica e di un agire politico autonomi dal sistema economico-sociale e dal sistema di potere politico che in esso si è venuto costituendo. La rivolta ha intuito che, per riaprire la partita,  bisogna far saltare il banco, cioè mettere in discussione radicalmente le decisioni politiche che vengono assunte dal potere costituito e contestare i luoghi e le forme con cui esse vengono assunte. La crisi è un’occasione. Ma bisogna capire anche per chi. L’occasione è sfruttata fino in fondo dalle classi dirigenti per fare tabula rasa dell’Europa del compromesso sociale e democratico. Un panorama sociale tutt’affatto diverso ne sta prendendo il posto. E’ come se tutto ciò che si era venuto accumulando negli anni della restaurazione modernizzatrice, e accelerato negli ultimi mesi, fosse fatto precipitare in quest’agosto devastante. Il lungo inverno trentennale di un ininterrotto attacco alle conquiste sociali e democratiche, di un conflitto di classe che si risolve costantemente a favore delle classi proprietarie, compie un balzo in qualità e quantità. Avevano esibito tutto il loro cinismo nella formula: “E’ il mercato, bellezza!”. Era la fase nascente della globalizzazione capitalistica e loro, le classi dirigenti, si permettevano di essere arroganti. Ora, in tutto l’Occidente, esplode la crisi nel capitalismo. Dovrebbero dirci, se avessero ancora il cinismo arrogante dei vincenti: “E’ il capitalismo, bellezza!”. Ma non possono; troppo grande è l’incertezza, troppo devastanti sono gli effetti sociali provocati dalle loro politiche di risposta alla crisi, troppo alto è il rischio incombente di aspri conflitti, di sommosse, di rivolte. La rivoluzione passiva che essi hanno egemonizzato è a un punto acuto, insieme potentemente in atto ma altresì in panne, perché in verticale crisi di consenso. Eppure riescono ancora a fare il peggio (per le classi subalterne, per le popolazioni, per la natura) e a scalare un altro gradone del loro dominio. Come abili prestigiatori essi fanno scomparire ogni causa di ciò che accade. Scompare il capitalismo, in primis; l’economia, il mercato, la finanza, e in essa la speculazione, si fanno condizione naturale; le devastazioni sociali si presentano come conseguenze ineluttabili (se piove ti bagni, se gela rabbrividisci dal freddo). Non conta neppure che in Europa l’aggressione sociale sia così radicale da allargare a dismisura le povertà, da precarizzare tutto. Se negli anni trascorsi ogni messa in discussione di una conquista sociale (scala mobile, pensioni, gratuità delle cure, uno qualsiasi dei diritti di lavoro tra tutti quelli conquistati, per esempio l’art. 18 dello Statuto) diventava oggetto di una contesa, seppure difensiva, ora, d’un solo colpo, un’intera costruzione, seppur largamente imperfetta, di diritti, di libertà e di giustizia sociale viene abbattuta senza che nella società politica, e nella realtà che prende il nome di parti sociali, accade nulla di comparabile alla posta in gioco. Solo da fuori di questo recinto può scaturire, e di fatto esplode in tante parti d’Europa, la contestazione. Dentro il recinto, niente più. Senza che le classi dirigenti possano neppure avvalersi della copertura etica consistente nel far valere la logica (per le classi subalterne sempre e comunque terribile) del rigore, dell’austerità a tutto campo, cioè anche rivolta su di sé (per esempio con l’introduzione di una patrimoniale e di una Tobin Tax). Né d’altra parte esse si propongono di debellare i giganteschi fenomeni di corruzione e di economia illegale e criminale covati all’interno di questo sistema economico e sociale. Nessun riformismo – né borghese, né di sinistra – è capace di diventare soggetto politico consistente nella crisi del capitalismo finanziario globalizzato. La politica c’è, ovviamente. Ma non c’è alcuna autonomia di questa politica. Essa è, invece, sussunta dentro decisioni la cui cornice si presenta, all’interno del recinto, come oggettiva, come obbligatoria, come ineluttabile. Sono ammesse solo delle diverse nuances della stessa impostazione, non una diversa impostazione. Anche i riformismi più cauti sono banditi, sia nella discussione sul modello economico, sociale ed ecologico, sia nella distribuzione della ricchezza. La crisi ha una sola risposta ammissibile, sostanzialmente quella in atto. Spunta persino un nuovo sacerdote dell’ortodossia: l’agenzia di rating. Essa giudica le economie e gli Stati e pretende di non essere giudicata da nessuna delle forme della democrazia rappresentativa (rappresentativa di che?). L’agenzia di rating si propone come un meteorologo che fa, neutralmente, le previsioni del tempo. La messa fuori campo del pensiero critico, della critica dell’economia, si rivela una catastrofe. Il dominio del capitale, mai da più di un secolo così incondizionato, si oggettivizza; sbatte fuori, dalla politica realizzata e dalla democrazia rappresentativa, ogni forma di alternativa e cancella la democrazia. Lo strisciante, e bianco, colpo di Stato consumato in agosto a livello europeo è l’epilogo, ad ora, del lungo processo di demolizione del compromesso sociale e della democrazia. Da qui si deve ripartire, da questo disperante livello. Per ripartire serve, da un lato, respirare l’aria della rivolta e, dall’altro, rimpadronirsi di un pensiero critico. Chiunque voglia semplicemente continuare a pensare non può che tornare, per andare oltre, a quella straordinaria risorsa che è il rasoio di Marx, quando si abbatte sulla mistificazione che il capitalismo ha saputo attivare per nascondere la sua natura e che, in questo nuovo e suo ultimo assetto, ha imposto alla politica, fino a renderla a esso servile.

L’annuncio di una rottura possibile

La fase sembra caratterizzata da due movimenti radicali, che vanno però in direzioni opposte. L’uno nasce e si radica nella società civile ed è portatore di domande che nascono prevalentemente dalla denuncia di una determinata condizione sociale, dall’opposizione a delle scelte di governo sia a livello dello Stato che dei privati e dalla denuncia di lesioni, di diversa natura, ai diritti della persona e di intere comunità, sia di lavoro che territoriali, piuttosto che di soggettività. Esso costituisce un arcipelago di movimenti dal carattere fortemente orizzontale, senza partito e senza leaders che li possano rappresentare stabilmente; ognuno dei quali in grado di dare luogo a fenomeni di partecipazione larga e intensa attorno a una domanda di cambiamenti radicale scaturita, a sua volta, dalla contestazione di una condizione o di una minaccia considerata intollerabile (la precarietà del lavoro e della vita, la privatizzazione di un bene affermato come comune, la distruzione della scuola pubblica, la dignità della persona che lavora, la dignità della donna).  La rivolta che ha visto protagonisti i giovani nei Paesi del Nord Africa ha conferito anche ai movimenti dell’Europa una latitudine più grande, ne ha messo in rilievo una matrice comune fino ad allora più incerta e diversificata. L’aria della rivolta soffia per mille strade, più o meno grandi, più o meno lunghe (durevoli) e porta con sé, sulle spalle di un’indignazione forte e diffusa, il rifiuto, il rigetto dello status quo, la denuncia della diseguaglianza e della natura arbitraria del potere, compreso quello della politica che come parte del potere viene considerata. E’ l’annuncio di una rottura possibile. Sono movimenti che crescono in Paesi, quelli del Mediterraneo, certo assai diversi tra loro (che l’Italia non sia l’Egitto, anche dal punto di vista democratico, è tanto vero quanto banale) ma accomunati da due o tre grandi tratti comuni di quelli che possono segnare un ciclo politico: il furto di futuro che il sistema compie sistematicamente sulle nuove generazioni; la crescita violenta e offensiva delle diseguaglianze; la mancanza di democrazia e di dialogo sociale nella quale vengono prese le decisioni politiche che riguardano la società intera. Il vento della rivolta è il fatto nuovo di questa fase, l’unica chance che oggi si manifesta per il cambiamento, cambiamento peraltro sempre più acutamente e drammaticamente urgente. La reazione del sistema si è venuta intrecciando in Europa con quella che il sistema politico-istituzionale si è trovato a dover dare alla crisi che, dopo essere andata dagli Stati Uniti al mondo intero, e all’Occidente in particolare, è risalita dalla crisi di una Grecia a rischio di default a quella degli stessi Usa. Questa crisi non è promossa dal “disordine” monetario e dalla politica delle banche come nel 2008 (sebbene quali rivelatori delle contraddizioni strutturali del capitalismo finanziario globalizzato), bensì dalle situazioni “disordinate” dell’economia reale. La minaccia è una nuova recessione che, peraltro, un economista come Stiglitz mette direttamente in capo anche alle politiche di austerità e di tagli alla spesa pubblica perseguiti ora dagli Stati. Il cane si morde la coda (ma forse bisognerebbe essere avvertiti del fatto che questa potrebbe essere il suo vero obiettivo). Gli Stati hanno reagito alla prima crisi con giganteschi aiuti al sistema finanziario e alle banche, che così sono stati salvati, mentre si è realizzata, parallelamente, un’enorme redistribuzione dei redditi a favore delle rendite e del profitto, con la costituzione di un’incontinente concentrazione della ricchezza. Niente di tutto ciò si è fatto per il lavoro e l’occupazione; e ora a un’economia reale in crisi corrispondono le casse degli Stati svuotate dalle manovre di salvataggio. La replica è una politica economica spietatamente classista: il cuore dei provvedimenti dettati dall’Unione europea e monetaria e dalla Bce è quello di un modello di società unico con il lavoro ridotto a merce, lo Stato ridotto alla sua minima dimensione, lo Stato sociale cancellato e la società civile condannata a diventare uno spazio interamente invaso dal profitto. Dopo il pesante cedimento di Obama, non compensato dal tentativo di recupero con il piano contro la disoccupazione, il golpe europeo d’agosto vorrebbe inaugurare una nuova èra politica, quella dell’assenza di democrazia nell’“arte del governo”. Quel che è accaduto negli ultimi mesi è eccezionale nell’impermeabilizzazione dei luoghi della decisione dalla società civile e nella tendenza a cooptare l’intera società politica, maggioranza e opposizione, nella filosofia che quei luoghi si stanno dando, fuori da qualsivoglia tradizione democratica, costruendo così una sorta di cordone sanitario tra le nuove istituzioni e la società reale. Se i contenuti di questa politica di risposta alla crisi portano un segno di classe così marcato da configurare la cancellazione di un’intera storia di emancipazione, la forma con cui si decide è quella che mette in mora la democrazia, ed espelle dalla politica riconosciuta come legittima, quella dell’alternativa di società, quella fondata sul conflitto e sulla critica all’ordine delle cose esistenti. E’ il recinto il fondamento della nuova politica. Dentro o fuori. Se stai dentro è l’omologazione, se stai fuori è la protesta. Questo esito, oggi così prepotentemente annunciato, non è però affatto obbligato. Ma, perché non lo sia, il compito diventa quello di rompere il recinto, di spezzare il cerchio della separazione-cooptazione, perché, se questa durasse, la politica, così come l’abbiamo conosciuta in Europa dopo la vittoria contro il nazi-fascismo, uscirebbe definitivamente di scena e con essa ogni forma di autonomia della politica dal potere e dal sistema. Lo stato di necessità oggi rivendicato in nome dell’eccezione (la crisi) diventerebbe la regola di un modello economico e sociale regressivo, quello dell’Occidente del XXI secolo. Quella che ci sembrava un’invettiva, il governo come commissione d’affari della borghesia, diventerebbe un’inquietante realtà. E la politica (della sinistra) potrebbe rinascere solo come l’araba fenice, cioè solo dalle sue ceneri. Dunque, ora il compito è rompere il recinto.

La crisi e le politiche di reazione alla crisi

Il compito è necessario e possibile. La necessità è impellente. L’aggravamento delle condizioni di vita e la crisi della coesione sociale covano uno spettro di reazioni possibili che non escludono quella regressiva di guerra tra i poveri, di ricerca del capro espiatorio, di esplosioni di violenza e di aggressività, di rafforzamento delle tendenze populistiche, xenofobe e razziste. Soprattutto si diffondono condizioni di lavoro e di vita altrimenti intollerabili, con un portato drammatico di sofferenze, di disagio, di solitudine, di alienazione. La crisi e le politiche di reazione alla crisi operate dagli Stati nazionali e sovranazionali in Europa mantengono l’oscillazione dell’economia tra ripresa senza occupazione e ritorno della crisi fino alla recessione. L’instabilità è la cifra forte dell’intera fase. Il capitalismo conferma la sua animalesca vitalità, ma per leggerlo nella sua interezza, e non farsi trascinare nella conclusione fuorviante che “questa volta non ce la fa”, bisogna saper guardare al mondo, ai processi che lo investono fino a sconvolgerne gli assetti geopolitici, fino a dar luogo a un nuovo ordine (disordine) mondiale. Le doglie del parto di un nuovo sistema monetario che vada oltre il “dollar-standard” non sono solo visioni intellettualistiche di chi scambia i desideri con la realtà. La distruzione creatrice è in movimento. In essa si manifestano due partiti borghesi, in qualche modo connessi anche alla diversa collocazione dei loro protagonisti nel sistema produttivo e di scambio. C’è il partito vincente del primato del capitale finanziario che egemonizza la politica degli Stati e c’è chi sarebbe disposto a un certo compromesso redistributivo grazie ad un intervento fiscale pur di salvare l’essenziale (il modello di sviluppo). Warren Buffet ha prestato la voce più autorevole (uno dei più grandi miliardari esistenti sulla faccia della terra), e in un certo senso curiosamente, a questo partito che simbolicamente si esprime con l’adesione alla patrimoniale e alla Tobin Tax (ai primi anni del XXI secolo sostenute in Italia soltanto dalla sinistra radicale). La diffusione del fenomeno in altri Paesi europei è assai indicativo del momento. La vittoria del primo partito, quello del capitalismo duro, nelle politiche di governo in Europa la dice lunga non solo sullo stato delle sue borghesie, ma anche della politica, e di quella del centro sinistra in particolare. Sia il capitalismo che chiederebbe ai ricchi di pagare più tasse, che quello reale delle manovre economiche dell’estate, hanno però in comune il nocciolo duro di questa nuova ristrutturazione capitalistica, quello di sottomettere il lavoro a una nuova disciplina sociale nella quale non solo le scelte di investimento (la natura del modello economico sociale, il cosa, come, dove, per chi produrre) ma anche il salario, l’orario, la prestazione lavorativa, i diritti sono messi fuori dalla possibilità di essere determinati con il concorso dei lavoratori. La competitività richiede per essere perseguita la liberazione del capitale dal lavoro organizzato sindacalmente e politicamente, per ricondurlo alla condizione di merce. L’essenziale della sfida qui si concentra. Intanto la recessione si fa più minacciosa. La crisi può sfociare in una recessione aspra, dura e lunga. Il rifiuto sistematico di alimentare la domanda interna in tutta l’area dell’economia occidentale perseguendo, al contrario, una deflazione salariale ne costituisce la base; le politiche di austerità, il tetto. Né la Cina da sola, né i Paesi del Bric nel loro insieme, possono supplire alla carenza di domanda nel mercato dell’Occidente. L’idea di affidare loro il traino della ripresa mondiale attraverso i loro consumi interni è priva di fondamento. Bisognerà ricordare che la Cina ha un Pil che è solo un terzo del Pil dell’Unione europea, malgrado una popolazione che è più di due volte e mezza quella dell’Ue. Chi volesse la crescita non potrebbe che cercarla, in primo luogo, nel mercato interno. Ma l’ipotesi è del tutto rifiutata. Tanto meno si vuol aprire la via, da parte dei nuovi padroni del vapore, all’altra ipotesi strategica di fuoriuscita dalla crisi, quella più organica e più radicalmente innovativa, quella che chiama in causa direttamente il modello di sviluppo. Essa dovrebbe passare, da un lato, da una definanziarizzazione dell’economia e, dall’altro, dovrebbe saper rendere la crescita non necessaria al benessere della popolazione e alla qualità della società. La prima richiederebbe un vero e proprio confronto con la rendita e con i movimenti di capitali per imporre, in primo luogo, il riconoscimento dei loro costi monetari sulle condizioni sociali e ambientali e la conseguente costruzione di dighe che li impediscano; essa richiederebbe la regolazione, a partire dalla tassazione delle transazioni finanziarie e dei movimenti di capitale, e persino la riduzione dei tassi di rendimento che oggi la speculazione moltiplica rispetto agli stessi profitti. Della seconda, solo per annotarne il carattere radicalmente riformatore, basti soltanto ricordare la necessaria assunzione in essa dei beni comuni e di relazione a base del nuovo corso che si dovrebbe avviare. Ma se anche disarmare la finanza è parte di questo nuovo corso, ciò chiederebbe di riprendere persino il problema della sovranità monetaria, fino a riscoprire l’uso di monete locali complementari che esaltino l’autonomia reale dell’ente locale. Mentre parte centrale del nuovo corso toccherebbe alla riduzione del tempo di lavoro individuale e alla sua redistribuzione. Bastano questi cenni per capire perché la borghesia, entrambi i partiti della borghesia, respingano anche solo la sperimentazione di questa seconda via. Per capire invece le ragioni dell’opposizione alla prima delle ipotesi anti-recessive, cioè quelle di un riformismo interno all’attuale modello, bisogna proprio intendere fino in fondo il carattere regressivo, anche sul terreno culturale e di teoria economica, della scelta di fare del lavoro la variabile dipendente della produttività e della competitività, invece che un soggetto protagonista della vita sociale e dell’economia. Quest’ultima crisi si è svolta attorno ai debiti sovrani. Quando si dice l’uso delle parole! Essi si chiamavano debito pubblico fino a qualche tempo fa. Si sono chiamati sovrani quando hanno perduto ogni autonomia di fronte alla potenza, all’arbitrio e all’arroganza dei mercati finanziari. Fino a qualche anno fa le politiche restrittive prendevano di mira essenzialmente il deficit pubblico, concentrandosi sulla necessità di ridurlo per risanare economie nazionali altrimenti malate e contagiose. Persino Maastricht con la (“stupida”) severa norma del rientro obbligato sotto il 3% aveva relativamente messo da parte il peso del debito agli effetti del rischio di crisi. La messa sotto accusa del debito pubblico da parte del capitale finanziario è stata una scelta recente, repentina e assoluta. A partire dai Paesi più esposti al rischio di default i governi si sono allineati al nuovo credo, fino alla resa di Obama. Quella che era stata considerata una sorta di estrema speranza nella politica esistente in Occidente e, in essa, di quelle del centro sinistra, ha ceduto di schianto di fronte al ricatto conservatore, accettando proprio ciò che, di quella pressione, non si dovrebbe mai accettare, cioè che il welfare state è causa della crisi. I governi europei hanno adottato tutti la stessa terapia. Se welfare e potere contrattuale dei lavoratori sono di ostacolo alla competitività non resta che tagliarli. Persino i tempi dei rientri e la quantità dei tagli escono come da una calcolatrice, una calcolatrice con la maiuscola. I tasti in Europa sono comandati dalla Bce, dall’asse tedesco-francese e, se si vuol essere impersonali, dai mercati finanziari. Lasciamo parlare Mario Monti: «Le decisioni principali sono state prese da un “governo tecnico soprannazionale” e, si potrebbe aggiungere, “mercatista”, con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York». E’ quello che lo stesso Monti chiama, riferendosi a una tradizione dell’Italia medievale, il “podestà straniero”. Altri, analisti molto autorevoli come Eugenio Scalfari, hanno parlato, descrivendo lo stesso fenomeno, di un commissariamento. Ho citato esponenti diversi del pensiero liberale democratico per mostrare come e da quale punto di vista, non solo da quello di classe, sia evidente la morte, o almeno la soppressione della democrazia. Semmai si deve aggiungere la constatazione di una doppiezza manifesta nei maggiori esponenti del pensiero liberale contemporaneo rispetto alla questione democratica. Ora si può rovesciare su di loro la critica che essi rivolsero ai comunisti. La sospensione della democrazia nel regime capitalistico dell’Europa di oggi viene correttamente constatata ma non denunciata; anzi essa viene giustificata in nome di una ragione considerata superiore, il risanamento dell’economia. Senonché l’eccezione si trasforma in regola attraverso un processo complesso e articolato seppure non privo di una sua coerenza interna di netta ispirazione neo-autoritaria. In Italia il “podestà straniero”, prima, per usare un eufemismo, ispira la manovra di rientro e ne detta i tempi rapidi di attuazione. Poi, deciso il nocciolo duro, fuori dal quadrante democratico e della sovranità, esso viene rivestito di un abito politico che , in presenza del governo Berlusconi, risulti il più prossimo possibile a far coincidere l’area di governo con l’intera rappresentanza parlamentare: decidere di varare, comunque, la manovra in un determinato tempo, accettandone il quadro, la cornice generale, equivale a condividerne il varo e a considerare le differenze contenutistiche non tali da supportare, in ogni caso, l’obiettivo del suo rifiuto. Il Presidente della Repubblica, l’unica autorità politico-istituzionale del Paese da questo riconosciuto come tale, confeziona l’abito politico con cui viene rivestita l’operazione economica. L’idea della governabilità così lavora sul fondo, ancora. La tappa successiva, l’ultima manovra, ha completato il commissariamento senza sovranità; ne ha disvelato interamente il suo carattere di classe, in particolare nei tagli ai servizi sociali e, soprattutto, andando al cuore della questione, con un attacco ai diritti e al potere contrattuale dei lavoratori, organico, sistematico e, se si può usare questo termine nelle relazioni sociali, definitivo. Sembrerebbe contraddittorio con questo esito il documento sottoscritto poco prima dalle parti sociali, e invece questa percezione è solo la proiezione nel nuovo ciclo della memoria delle relazioni sociali che caratterizzavano il ciclo precedente, cioè l’esistenza in esse del problema dell’autonomia del sindacato dai padroni, dal governo e dai partiti. La nuova era non tollera (non concepisce?) l’autonomia, men che meno quella sindacale. Senza la democrazia dei lavoratori, senza il riconoscimento del valore progressivo del conflitto sociale, senza un’idea duale dei rapporti sociali e della natura del contratto, il patto sociale si trasforma nella cooptazione del sindacato nel sistema di potere e nella cornice economico-sociale del meccanismo di accumulazione capitalista. E questo è il senso dell’accordo tra governo e sindacati del 28 giugno scorso. Un’altra cerniera tra società civile e istituzioni, tra economia e società, un altro teatro della democrazia reale in questo modo viene fatto saltare. Il recinto allarga il suo confine includendovi un altro pezzo della rappresentanza e contemporaneamente approfondendo il solco che separa il dentro dal fuori. I corpi intermedi sono un obiettivo nevralgico della svolta autoritaria. Se da un lato si coopta il sindacato mentre si fa sprofondare il lavoro nella realtà della merce, dall’altro, gli enti locali vengono sospinti, con i tagli dei trasferimenti dello Stato, a diventare la controparte in prima istanza del malcontento e dell’ira delle popolazioni a cui dovrebbero, per via di bilancio, negare ciò che già avevano in termini di tutele sociali, di esercizio di diritti, di sostegno e di cura, togliendo loro, a volte, persino l’essenziale per una vita civile. Diventerebbero non più luoghi dell’autonomia locale, ma proconsoli di un governo centrale a sua volta proconsole di un governo sovranazionale, l’uno e l’altro liberatisi ormai del problema del consenso, cioè dell’essenziale della democrazia. I decreti di Ferragosto esplicitamente confermano il passaggio dallo stato di eccezione (il rischio del precipitare della crisi finanziaria dello Stato) alla regola di uno Stato senza più sovranità e democrazia, niente di meno che attraverso una modificazione della Costituzione. Lo ha colto bene Rino Formica, che ha scritto: «I Costituenti assegnarono ai partiti politici il ruolo di corpo intermedio tra Stato e cittadini e di parte dello Stato democratico, perché doppio era l’esercizio della sovranità del popolo: nei partiti per rinnovare lo Stato (art. 49) e nello Stato per costruire una società tesa alla realizzazione dell’eguaglianza (art. 3). I Costituenti furono espliciti nell’indicare una scelta in contrasto con la tradizione liberale». Cosicché non può risultare più evidente il vero e proprio rovesciamento della filosofia della Costituzione repubblicana con l’auspicata introduzione di un vincolo esterno capace di impedire il perseguimento proprio del compito assegnato dal Costituente alla Repubblica in uno dei suoi articoli fondativi, l’articolo tre. Ha ragione Formica quando conclude: «Con un decreto si recita quattro volte “in attesa della revisione costituzionale” su quattro punti nodali della Carta costituzionale: art. 81 (sovranità parlamentare su bilancio), art. 41 (democrazia economia) e gli articoli relativi alla composizione della Camera e alla composizione del governo delle autonomie locali territoriali. Bisogna tornare al colonialismo per trovare dei mutamenti costituzionali per interventi esterni». Già, il vincolo esterno. Ieri usato (Maastricht) per logorare le conquiste sociali e ridimensionare lo stato sociale con l’assolutizzazione della riduzione del deficit; oggi per fare tabula rasa di un’intera storia politica e sociale, democrazia compresa, con il dogma del pareggio di bilancio. Una nuova ideologia borghese viene chiamata a presidiare il recinto. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori dalla politica corrente. Il complemento viene da un’operazione culturale con la quale vengono demonizzati i movimenti. Di nuovo la barriera, il recinto viene in primo piano. I movimenti vengono indicati come portatori di violenza (e dunque fenomeni di ordine pubblico) o come estrema manifestazione di un mondo ormai fuori dalla contemporaneità e chiamati in vita solo per l’attività di forze antisistema. Il primo è il caso della No-Tav, il secondo quello della Fiom rispetto alla Fiat. La discriminante messa in campo riecheggia la cultura di tutte le forme di oppressione, in particolare quella che pretende di dividere lavoratori e sindacati tra costruttori e distruttori. Oggi non gli appartenenti a un partito o un sindacato (anche se pure a loro può toccare), non gli intellettuali critici, come fu negli Usa negli anni della “black list” o come fu a lungo nella Fiat di Valletta, ma i movimenti, il conflitto, sono quelli che vengono configurati come distruttori. La conseguenza è diretta e devastante anche sulle forze politiche: solo chi si separa dai movimenti è ammesso nella sfera della politica riconosciuta. Alla costruzione del recinto, del muro, servono anche i simboli, che possono diventare mattoni particolarmente pesanti. Per colpire a fondo una storia bisogna sradicarla, bisogna cancellare anche la memoria delle sue radici, tanto più quanto esse sono state profonde e forti, tanto da poter ancora e sempre rigenerarsi. L’idea della cancellazione, per decreto, delle feste del 1° maggio e del 25 aprile non è solo una sfida insolente; è un pezzo di una strategia di annientamento di una soggettività politica, quella del movimento operaio. Di fronte a questa enorme e violenta sfida avevamo pensato: c’è solo da attendersi che la replica sia all’altezza. Voi volete toglierci la festa del lavoro, per cancellarci, e noi ce la riprendiamo, ritornando all’origine, con lo sciopero di tutte e di tutti: uno sciopero generale il primo maggio per resistere ed esistere, contro il muro. Il fatto che su questo punto, come su qualche altra nefandezza, il governo abbia dovuto smentirsi non tragga in inganno. Il processo va avanti; esso scava fossati, erige muri divisori; coopta ed esclude. Se vive il recinto, muore la politica autonoma; se regge il recinto muore definitivamente la sinistra politica. Il recinto fa il suo gioco demolitore di democrazia, socialità e qualità della vita, mentre riduce in servitù la politica. Dunque, rompere il recinto è assolutamente necessario.

L’aria della rivolta e il movimento che la respira

Ma il compito di far saltare il recinto è, non solo necessario, ma anche possibile. Nello scorso numero della rivista abbiamo indagato la dinamica dei movimenti, leggendovi lo spirare dell’aria della rivolta. Nessuna pretesa di riduzione a un’unità inesistente ha ispirato quella ricerca, bensì il tentativo di capire se, tra storie tanto diverse per collocazione geografica, per scopi, per problematiche, per natura dei soggetti protagonisti, per le cause da cui hanno preso le mosse, ci fosse un possibile filo, anche sottile, che le legava. Noi pensiamo di averlo rintracciato in ciò che, approssimativamente, abbiamo chiamato l’aria della rivolta. Il Mediterraneo ne è stato e continuerà a esserne il teatro; un teatro che coinvolge, in forme diverse, l’intera Europa. L’opposizione dei movimenti è all’ordine esistente; la loro molla è l’indignazione contro la diseguaglianza e l’arroganza del potere; la democrazia è la loro pratica; il loro obiettivo è la costruzione di un nuovo ordine democratico fondato sulla partecipazione e capace di spezzare la divisione tra governati e governanti. Questo è ciò che chiamiamo l’aria della rivolta perché il movimento che la respira non è rappresentabile, né racchiudibile in un obiettivo parziale e immediato. Esso non è contro il negoziato, ma ha capito che, in questa fase, il compromesso è sistematicamente negato dal potere. Il tavolo, quello del confronto tra movimento e governo, è infatti, in questo quadro, attivabile solo per cooptare la rappresentanza e dividere. Chi oggi comanda ha fatto mancare la materia stessa del compromesso. Proporsi di far saltare il banco è dunque una prova di lucido realismo. Anche se essa è difficile da far entrare in culture che, sulla base della loro storia, hanno verificato che la pratica della contrattazione è stata la più efficace prassi di cambiamento e di partecipazione conflittuale esercitata dagli oppressi. Il dialogo tra queste diverse culture critiche è ciò che possiamo e dobbiamo saper fare. Dove ci sia uno spazio che il conflitto può guadagnare per far vivere una vera contrattazione che possa riaprire, a sua volta, la possibilità concreta di conquista sociale, ecologica, democratica esso va sostenuto a fondo anche dal vento di rivolta. Dove il vento spiri aprendo nuove strade con movimenti di vera e propria rivolta, di insubordinazione di massa, pacifica e non violenta, o di occupazione di spazi da convertire ad attività extramercantili, a pratiche di liberazione, a far vivere beni comuni, si trovi il massimo di comprensione e di convergenza attorno a queste nuove pratiche sociali. La zona rossa deve poter essere messa in discussione da ogni lato. I movimenti di questa stagione possono essere aiutati a farlo. Sono le loro stesse caratteristiche a dircelo. Un contributo importante alla loro lettura, anche per il profilo politico-intellettuale dell’autore, è venuta da Alain Turaine. Ricorriamo a una lunga citazione di un suo recente scritto perché esso ci pare particolarmente significativo, proprio alla luce della natura della cattedra da cui proviene. «Tra i movimenti sorti in vari Paesi europei, il più importante è quello degli indignados. (…) La loro protesta non è rivolta contro la politica di un governo, ma contro i sistemi politici in quanto tali. I giovani che manifestano sono soprattutto studenti: sostenuti dalla maggioranza della popolazione, contestano i partiti, e in particolare quelli di sinistra, che ai loro occhi non rappresentano più l’opinione pubblica, e quindi svuotano la democrazia di ogni suo significato. (…) Ciò che mettono in discussione è innanzitutto il principio della democrazia rappresentativa. In altri termini, respingono l’idea, insita nella rappresentazione classica della vita politica in Europa, che le rivendicazioni e le proteste sociali e culturali sorte dai gruppi sociali trovino un’espressione più o meno completa nei partiti politici; e rifiutano di vedere in essi i rappresentanti politici degli interessi popolari e dei conflitti sociali. A riprova, basti constatare che i sindacati sono contestati allo stesso titolo dei partiti politici. (…) Si può incominciare a comprendere meglio la natura e l’importanza di questi movimenti vedendo in essi la rivolta di una gioventù che si sente privata della propria qualità di cittadini ad opera dei politici, in particolare di sinistra – i quali a loro volta si considerano penalizzati da una logica economica irresistibile, in quanto globale. (…) Questa crisi della politica mette in discussione più particolarmente i partiti di sinistra, che per definizione s’intendono come i difensori dei diritti e delle libertà della popolazione. Al di là del problema, pure gravissimo, degli alti livelli di disoccupazione giovanile, non siamo più nell’ordine dei conflitti economici e sociali, ma in quello della contraddizione tra i diritti umani fondamentali e la violenza del dominio del profitto capitalista sopra ogni altra finalità del sistema sociale. (…) In Italia e in Spagna, il senso generale della sollevazione è lo stesso. Ed è anche molto vicino a quello delle rivolte in Tunisia e in Egitto, contro la distruzione della vita politica ad opera dei dittatori, delle loro famiglie e degli ambienti corrotti più direttamente legati a un potere autoritario. (…) Una soluzione democratica non può venire che da una separazione non solo accettata, ma voluta, tra il movimento popolare e le ricostituite forze politiche. Quanto più un movimento è forza di liberazione, tanto maggiori sono le sue possibilità di far rinascere una democrazia politica. La sua debolezza sul piano propriamente politico lo protegge da un ritorno di quello stesso potere egemonico che ha combattuto». L’ampiezza del fronte di lotta è in continua espansione e si estende a sempre nuovi Paesi. E’ di qualche significato la mobilitazione, forse senza precedenti, in un Paese come Israele, dove la protesta contro l’aumento del costo della vita è diventato un movimento capace di portare in piazza a Tel Aviv più di 300mila persone in agosto e di proseguire la settimana successiva investendo le città periferiche, in genere assai lontane da esperienze del genere. Il riferimento anche lì adottato esplicitamente è quello degli “indignati”. E’ stato definito da osservatori informati un movimento in crescita «potente, che per il momento ha il potere di dire “No”, di non accettare le soluzioni politiche tradizionali, ciò che lo protegge dalle divisioni interne». Secondo un recente sondaggio l’88% degli israeliani sostiene la contestazione e il 53% di loro si dice pronto a manifestare. A Nord la sommossa ha scosso Londra. Ancora una storia diversa, più simile nelle sue forme ai moti che nel 2005 bruciarono le banlieues francesi e tuttavia anch’essa così interna alla nuova stagione. Qui la violenza ha certo caratterizzato il moto di ribellione ma la sua lettura non deve farsi attrarre unilateralmente da questa che, a sua volta, deve essere ben compresa (non condivisa) nella sua radice. Ha scritto Tony Trevers, uno studioso del fenomeno per la London School of Economics, che: «Ridurre il tutto a un fatto criminale è sbagliato. Dovremo capire meglio cosa sta accadendo, ma non si può dimenticare che i protagonisti di questi assalti sono tutti giovani poveri delle periferie. Spaccano le vetrine, incendiano i negozi e gli edifici, sono violenti perché, sentendosi respinti, sfidano l’autorità». Dominique Moïsi, editorialista del Financial Times, aggiunge che il motore dei moti sono: «Le pulsioni nichiliste di alcuni esclusi attorno a cui si coagulano le insoddisfazioni di molti. I teppisti inglesi sono appoggiati da molti giovani che, pur non condividendo il ricorso alla violenza, la capiscono. I sacrifici richiesti in tempo di crisi si traducono in violenza se non vengono applicati a tutta la società». Laurent Mucchielli, l’autore di Quando le banlieues bruciano, uno studioso che ha indagato a fondo il carattere spontaneo della rivolta, ha così descritto la forma di organizzazione della lotta: «I rivoltosi sono come un esercito. C’è la prima linea, i disperati che non hanno nulla da perdere, quelli che prendono i rischi peggiori. C’è anche una seconda linea, il grosso della gioventù che li appoggia. E una terza linea, che incoraggia le prime due dalla finestra. Le tre linee sono legate da un sentimento di ingiustizia e di esclusione, che non è provato solo dai maschi e solo dagli uomini. Infatti, i rivoltosi che vengono presi dicono sempre che si sentivano il braccio armato di una comunità più ampia». Mucchielli indica anche la ragione interna della fine della rivolta violenta nel fatto che «la popolazione, che pure ha sostenuto i rivoltosi, decide che i danni sono troppi e che il quartiere, già povero e degradato, lo è diventato ancora di più». Una bella sfida per una pratica di nonviolenza che sappia assumere la rivolta come un terreno reale e necessario della contestazione sociale in questa fase storica. La rivolta ha mille facce diverse; perciò ne vogliamo cogliere l’aria, la condizione ambientale che la favorisce, le molle che la generano, l’orizzonte di senso e di rinascita della politica che possiamo guadagnare. Da noi l’aria della rivolta ha preso per ora la via dell’articolazione dei movimenti. L’eredità del caso italiano, la sua storia di contrattazione sociale e di articolazione dei conflitti lascia un deposito che lavora nel fondo della società, come una memoria che riaffiora, anche quando la storia ha preso già un altro verso. Inoltre il disagio, la rabbia sociale, pur così diffusa, non conosce, come in altri Paesi europei, zone, territori, dove si concentrano l’esclusione e la discriminazione fino a costituire un serbatoio pronto a esplodere. Forse non è neppure del tutto ininfluente il fatto che esista in Italia una fonte di solidarietà sociale non ancora prosciugata, quale la famiglia o certe relazioni di comunità. Tuttavia, il panorama di conflitti, di proteste, di lotte e di partecipazione che ci ha fatto parlare dell’esistenza anche nel nostro Paese dell’aria di rivolta resta un campo aperto. Il potere non è riuscito a sradicare le molle del conflitto che riemergono con l’avvicinarsi dell’autunno. Ha un preciso significato che sia la Fiom a dar vita alle prime mobilitazioni. L’avvio della lotta contro il nocciolo duro dei decreti agostani, cioè l’aggressione al lavoro, è stato un fatto promettente in sé che ha avuto anche il merito di non consentire la piena adesione dell’intero sindacato confederale al patto sociale. La Cgil, sollecitata da una presenza critica, quella di una forza sindacale autonoma che vive al suo interno, ha visto squadernarsi dinanzi a sé la sua grande contraddizione. La convocazione dello sciopero generale è stata l’espressione più forte di questa presa di coscienza, che ha rappresentato, sul confine del recinto, il suo polo non pacificato. E’ una crepa importante quella che si è aperta con lo sciopero generale proclamato dalla Cgil (e che è diventato l’occasione anche per la simultanea convocazione dello sciopero dei sindacati extraconfederali), una crepa nel processo di cooptazione dentro il recinto governi sta, di tutte le grandi forze organizzate politiche e sociali. Essa è la manifestazione interessante di una qualche instabilità esistente nella costruzione neoautoritaria. Si tratta di un’instabilità interna che va messa alla prova, sia per far crescere la partecipazione di masse alla lotta, sia perché, come invece è già accaduto precedentemente, dopo lo sciopero tutto non ritorni come prima. Il rischio è assai alto.

In ogni caso, la spina nel fianco della Fiom agisce efficacemente perché il sindacato dei metalmeccanici è già parte costitutiva dell’arcipelago dei movimenti che hanno caratterizzato la stagione politica che ha fatto parlare di un cambio del vento. Si è vista, anche nelle giornate di Genova, l’ampiezza dell’area che rappresentava lì la diffusione dei movimenti che vivono nel Paese. Si è visto anche lì il bisogno di continuità che emerge all’interno di questi stessi movimenti; l’esigenza di dare ad essi una strutturazione che possa favorire la loro tenuta e lo sviluppo della mobilitazione, dalle donne al popolo viola. Il fronte dei beni comuni è ormai una larga realtà dinamica, dentro la quale crescono esperienze ed elaborazioni impegnative, dove si esplorano nuovi terreni di lotta, mentre altri appuntamenti vengono resi indispensabili dai provvedimenti governativi e dalla stretta sugli enti locali. I soggetti che sono nati e cresciuti di fronte al diffondersi della precarietà ed hanno saputo elaborare nuove forme di lotta e di organizzazione restano sul terreno sociale un punto di forza della possibile radicalizzazione ed estensione del conflitto. La ripresa delle attività scolastiche costituirà un’occasione per lo sviluppo del protagonismo delle nuove generazioni, che sono state nei mesi scorsi, e lo sono in tutto il continente, l’ala trainante delle lotte e delle rivolte. Dunque, fuori dal recinto c’è tanto e su questo riposa ormai la possibilità di vedere rinascere una politica autonoma, critica nei confronti di un sistema che sacrifica alla sua sopravvivenza la democrazia e il compromesso sociale. A maggior ragione, anche quando si evidenziano delle crepe nella costruzione del regime, bisogna essere ben avvertiti che sono queste realtà, cioè quello che vive oggi fuori dal recinto, le novità della fase. Contemporaneamente bisogna saper leggere, senza presunzioni e saccenza, i limiti e le inadeguatezze dei movimenti di questa fase. Genova, la cui utilità va ribadita, ne è stato lo specchio. Le connessioni, i legami tra i diversi movimenti sono troppo flebili e incerte; la questione del rapporto tra lavoro, libertà e democrazia, con tutto il suo portato insieme di drammaticità e di nuova frontiera, risulta troppo poco a fuoco, proprio nel suo carattere generale, di società; la necessaria dimensione euro-mediterranea del conflitto ancora non è sufficientemente indagata e praticata; la riflessione sulle forme di lotta, su cui pure la stagione è già stata così ricca di esplorazioni e di esperienze, è ancora troppo occasionale. Vorrei ricordare che anche in altre e tutt’affatto diverse, fasi di lotta, anche quando esse erano così estese, forti e radicali da essere vincenti, la riflessione interna sui loro limiti era un lavoro politico necessario, non un modo per sminuirne la portata e la prospettiva. Figurarsi ora.

Far saltare il tavolo, aprire un nuovo corso della democrazia

L’aria della rivolta è la risorsa di oggi per non soccombere. L’intuizione che la caratterizza risponde ad una precisa lettura della fase in Europa, risponde ad un giudizio sulle risposte che le classi dirigenti europee nel capitalismo finanziario globalizzato stanno dando alla crisi: il tavolo delle decisioni su cui esse sono state assunte ha demolito la democrazia e negato ogni significativo spazio di compromesso sociale e di negoziato; dunque, è il tavolo che deve essere fatto saltare, affinché si possa aprire un nuovo corso della democrazia, della politica e dell’organizzazione della società. In Italia due movimenti vanno in direzione opposta. Da un lato, il processo politico istituzionale che accompagna acriticamente la grande ristrutturazione capitalistica; dall’altra, i movimenti di lotta e di mobilitazione che, esclusi da questa costruzione neoautoritaria, la contestano e la rifiutano. A separare i due movimenti c’è la costruzione del recinto cui abbiamo accennato, che riduce la politica ad attività servile. L’uscita di scena della sinistra è riassunta nella sua incapacità di spezzare il recinto fino al punto di non sapere nemmeno vederlo. Nell’agosto del golpe bianco essa non ha saputo dire “No” alla manovra. Aver accettato di discuterne i contenuti, quand’anche per criticarli, all’interno della sua cornice (che è poi la sua filosofia, cioè la sua ispirazione di fondo) e dei tempi di approvazione dettati dall’oligarchia di comando ha fatto della sinistra un desaparecido, un ente pressoché inutile (altri, per composizione sociale, per interesse e per cultura economica e politica, sono adatti a compiere questa funzione assai più efficacemente, a cominciare dai grandi borghesi). Ogni discorso politico autonomo sarebbe dovuto cominciare dal famoso “Preferirei di No” di Bartleby. Un irriducibile “No” a un impianto di politica economica fondato sull’assunto che il welfare state e il potere contrattuale dei lavoratori sono la causa del debito pubblico e del deficit di competitività delle nostre economie. Accettare la sovranità del vincolo esterno equivale all’accettazione dell’eutanasia della sinistra e dell’accettazione della sua collocazione all’interno del recinto. Se il compito è, come è, la rottura del recinto, allora esso non può che poggiare sull’opposizione al vincolo esterno di un vincolo interno (ricordare la lezione di Claudio Napoleoni), sulla sua assunzione a fonte della rigenerazione dell’autonomia della politica e della sinistra. E’ il vincolo interno, del resto, ciò che invocano, più o meno esplicitamente e consapevolmente, tutti i movimenti in campo: una poderosa redistribuzione dei redditi a favore del salario in tutte le sue forme ipotizzabili, diretto, indiretto e differito per coloro che lavorano e sociale per chi non lavora; la costruzione di un sistema di diritti esigibili finalizzati al pieno sviluppo della persona umana in una cittadinanza universale rispettosa delle differenze; la difesa e valorizzazione della natura fino a configurarla come levatrice di un diverso rapporto tra natura, produzione, consumo e ricerca; la messa in discussione dell’attuale rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro. Abbiamo così indicato solo alcuni dei campi in cui può costituirsi il vincolo interno. Aprire una radicale lotta politica e culturale per la sua possibile assunzione a fondamento di un nuovo corso è diventato improcrastinabile. Si tratterebbe di accompagnare con questa ricerca i movimenti che respirano l’aria della rivolta, la quale è la sola che, a sua volta, può alimentare quella rottura da cui possa rinascere un pensiero critico radicato nell’esperienza sociale, un processo di trasformazione e la resurrezione della sinistra. La rottura del recinto ne è oggi la prima condizione, la democrazia la sua chiave di volta.

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Elezioni comunali. Lettera ai cittadini riminesi

 C’è una Rimini migliore. Costruiamola insieme!

Eugenio Pari

Cara/o concittadina/o,

mi chiamo Eugenio Pari, ho 34 anni e lavoro come educatore in una comunità di recupero rivolta a persone con problemi di tossicodipendenza. Sono anche consigliere comunale uscente per Sinistra Ecologia e Libertà.

Ho deciso di ricandidarmi per proseguire nell’obiettivo di garantire e difendere i diritti fondamentali di tutte le persone. Al centro del mio impegno non ci sono stati e non ci saranno gli interessi di qualcuno o gli affari di gruppi di potere ma le persone che vivono nella nostra città con i loro fondamentali bisogni, in attuazione dei principi stabiliti dall’art. 3 della Costituzione che recita: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Si deve partire dai diritti fondamentali di tutte le persone e dalle responsabilità di ciascuno. Occorre praticare politiche che accompagnino la nostra comunità verso la via di uscita dalla crisi. Affrontare il disagio, le paure e le preoccupazioni dei cittadini impegnandosi a trovare con loro una via di uscita positiva per tutti. Scegliere la partecipazione come strumento di governo della comunità, significa scegliere la trasparenza e la legalità. Occorre inoltre diffondere una cultura e un’educazione della responsabilità, capacità di riavvicinare i cittadini alla politica, piuttosto che limitarsi ad amministrarla. Ascolto e partecipazione dei cittadini devono essere il metodo con cui si governa la città.

Per uscire dalla crisi bisogna ripartire dalla città. È nella città che possiamo trovare gli strumenti per affrontare insieme le difficoltà del nostro tempo e coltivare la speranza in una vita migliore per tutti. La città, dove oggi si scaricano le tensioni e i problemi della società, è anche il luogo dove possiamo creare le risposte più concrete ed efficaci.

Come si vota

Se vuoi contattarmi:

cell. 338 1109571

eugenio_pari@yahoo.it

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Intervento di Eugenio Pari nel Consiglio comunale aperto ai ragazzi dedicato al 150° dell’Unità di Italia

Dalla Resistenza alla Costituzione

Cari studenti, gentili docenti,

i lavori che oggi ci avete presentato con così tanto impegno rinfrancano il nostro spirito, fanno bene al nostro animo. Grazie a voi tutti per questo.

Il consigliere Giovagnoli, poco fa, mi raccontava un episodio piuttosto curioso e direi importante della nostra storia: al momento di formare il primo Parlamento nazionale Cavour chiese a Giuseppe Verdi di diventare deputato e gli chiede anche di incontrarlo presso il suo studio. In attesa di entrare nell’ufficio di Caovur Verdi vide uscire dalla stanza un tale Giuseppe Mazzini li per il suo stesso motivo. Ecco, questo episodio ci spiega quale fosse il tenore dei deputati dell’epoca, la loro levatura culturale e morale.

Difendere le istituzioni non è un gesto vuoto, perché le istituzioni rappresentano tutti noi, chiedere dignità a chi le rappresenta è importante perché rappresentare degnamente le istituzioni significa rispettare tutti i cittadini, chidere dignità a chi ci rappresenta significa difendere la nostra stessa dignità.

Nei vostri lavori avete parlato delle prime pagine della nostra storia nazionale, ebbene io ne voglio citare un’altra altrettanto importante per il nostro paese e per la dignità del nostro Paese: la lotta di Resistenza. Quella pagina così tragica ed eroica viene definita come il nuovo Risorgimento Italiano. Dalla Resistenza nasce la nostra Costituzione cardine delle nostre libertà e della nostra democrazia.  Questa Carta ci parla di eguaglianza e unità, si fonda su questi principi che voi avete così bene richiamato nei vostri lavori.

Ebbene, la Costituzione non è scritta nella roccia, non data per sempre, i suoi principi non si realizzano solo perchè scritti. Li realizziamo noi tutti.

Tutti noi, specie i giovani per far si che si concretizzino i principi della Costituzione non possono delegare a nessun altro i propri diritti e subordinare rispetto ai comportamenti di qualcun’altro i propri doveri. La Costituzione la realizziamo noi, la realizziamo cominciando dai nostri comportamenti e solo così ha senso e non è un vuoto simulacro.

Grazie e complimenti per il vostro lavoro.

Oggi più che mai Viva l’Italia, Viva la Repubblica.

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Propaganda Fide e Propaganda 2

Corrado Stajano

Colloquio con Corrado Stajano sul berlusconismo che ha visto nascere Il Pd, Tangentopoli e quel piano di Gelli che oggi si realizza.

«Quando ero senatore abitavo in via Giulia. Come Bertolaso. Che storia straordinaria quella. Ancora non ho ancora capito chi gliela pagava quella casa. Il cardinale Sepe? Un amico? Anemone? Aspetto lumi. “Ci sono persino degli aspetti comici nella capacità italiana di far convivere il carnevale con la tragedia”, ha scritto Cesare Garboli». La ventola muove piano l’aria nello studio di Corrado Stajano, a Milano. Sulla scrivania una fila di matite Staedtler 2b con la punta pronta. I suoi libri più noti sono Il sovversivo, vita e morte dell’anarchico Serantini del 1975 e Un eroe borghese del 1991 sull’omicidio Ambrosoli. Ma in questa intervista seguiamo la traccia di un altro libro, scritto alcuni anni fa. Quando era senatore.
Nell’ottobre del 1994 Berlusconi disse per la prima volta che gli sceneggiati sulla mafia come La Piovra sono dannosi per l’Italia, fu convocato in commissione antimafia per spiegarsi e dovette andarci. Stajano era lì, senatore indipendente del gruppo dei Progressisti. Gli fece due domande, finì che il presidente del Consiglio si mise a urlare e poi si chiuse in un mutismo totale, «basta, non intervengo più». Nell’aula del senato, durante quella legislatura breve che vide l’esordio del Cavaliere, Stajano prendeva appunti. Due anni dopo tirò fuori un libro straordinario, Promemoria, premio Viareggio di quell’anno, il racconto della formazione del berlusconismo, in diretta. La conquista del palazzo e dintorni, dove i dintorni sono quel triangolo della capitale che chiude lo spazio fisico della politica romana, tra Montecitorio, palazzo Madama e via Giulia.
«Mi chiedi a che punto siamo del berlusconismo e non so dirtelo, non oso azzardare che siamo al tramonto. Tuttavia qualche segnale c’è, e metto insieme i disastri del governo che non sono più camuffabili, la crisi che dovrebbe essere finita ma gli operai riempiono i tetti delle fabbriche, Viareggio dolorante dove un anno dopo la tragedia il governo non può nemmeno presentarsi, le proteste dignitosissime dei cittadini dell’Aquila. E Pomigliano». Pomigliano? «Ma certo. Il tentativo di quel signore lì, quello senza giacca, Marchionne, è di fare una secessione, tagliare il sud dal nord, punirlo. Una secessione della Fiat che ha avuto tutto dai governi. Si aspettavano il 90 per cento dei sì e si devono accontentare del 62, una risposta di grande dignità meridionale, uno dei segni positivi, forse il più positivo che viene da questa società colabrodo. Gli articoli di Ermanno Rea e di Marco Revelli sul manifesto mi hanno molto commosso».
Non ci sono solo le cronache delle conquiste berlusconiane in Promemoria, in parallelo spiccano le debolezze dell’opposizione. Per questo il libro uscì in un periodo disgraziato, quando il centrosinistra era al governo e non aveva voglia di indulgere in autocritiche. Stajano non ha cambiato idea. «Oggi il Pd non è all’altezza così come sedici anni fa non lo era il Pds. Aspettano che siano gli altri a offrirgli le soluzioni, confidano in Fini. Eppure i residui della sinistra qualche memoria della terza internazionale dovrebbero averla: allora sapevano fare una sola cosa, l’opposizione. Adesso Bersani dice cose flebili, rassicuranti. Ma noi non vogliamo essere rassicurati, siamo in un film western e vorremmo vedere arrivare nostri, che non arrivano mai. Ricordo il mio lo stupore nel sentire i discorsi nel gruppo parlamentare. Era tutto un raccomandare cautela, “bisogna stare attenti” ci dicevano. E poi: “Non demonizzare”. Che il problema fosse il conflitto di interessi lo avevamo capito subito, non bisognava aver studiato ad Harvard. Eppure vedi com’è finita, ancora oggi non so dire se è stata cecità politica o suicidio compromissorio. La sostanza è che i dirigenti del partito erano d’accordo con Berlusconi quando diceva che agli italiani non importava nulla del conflitto di interessi».
«Solo Carlo Ginzburg e io – racconta Stajano – abbiamo lasciato l’Einaudi dopo che l’aveva comprata Berlusconi. Dissi che piuttosto avrei scritto sui muri. Mi sono dimesso tante volte in vita mia, ma le dimissioni dalla casa editrice che sentivo come casa mia mi costarono tanto. Intanto il capo dell’opposizione, D’Alema, pubblicava con Mondadori. Anche quest’ultima uscita, terribile, di Berlusconi, lo sciopero contro i giornali, mi pare una citazione di D’Alema, quando disse che lasciare i giornali in edicola è un segno di civiltà. Altro che indifferenza, in realtà il Cavaliere è preoccupatissimo di quello che scrivono i giornali, e soprattutto il Corriere. Non mi pare un caso che si sia tanto arrabbiato proprio dopo la ricostruzione che ha fatto De Bortoli delle mosse del Quirinale di fronte al tragicomico caso Brancher».
Al senato, tra la presidenza e i banchi del governo, c’è un piccolo corridoio. «Io trovavo il modo di passarci sempre, quando c’era Berlusconi perché volevo guardargli la testa. Era stranissima, fino a metà collo era dipinto. E gli occhi poi, ci hai fatto caso? Berlusconi non ha occhi. Che posso dirti di questa legge sulle intercettazioni? È vergognosa, è chiaro. Penso che ci siano stati anche degli eccessi da parte dei giornalisti che hanno pubblicato vicende irrilevanti e di chi ha passato loro queste notizie, ma insomma adesso il governo sta cercando di cancellare la libertà di stampa. Ho paura di esagerare ma in questi giorni ripenso molto a quello che è successo tra il 1922 e il 1925. Perché il fascismo non è stata dittatura immediata, ma una serie continua di limitazioni delle libertà. Fino al discorso del 3 gennaio 1925. Quello che hanno proposto come esempio nei temi della maturità di quest’anno, guarda un po’».
La differenza con Tangentopoli – spiega Stajano che ha seguito da vicino le inchieste Mani Pulite – è che «allora c’erano i partiti. Fortissimi, dominanti. A Milano si sedevano tutti allo stesso tavolo, dai comunisti miglioristi ai liberali, e si dividevano le tangenti. E non si dica che allora non si rubava per interesse personale perché non è vero, basta ricordare Craxi e la sua corte. Oggi forse le ricchezze sono più esibite, la corruzione sfocia in ostentazione. È una tangentopoli più romana, con i preti, quel sistema che è stato definito gelatinoso che vede al centro Propaganda fide e tutto intorno l’odore di un’altra Propaganda, quella di Gelli, la loggia Propaganda 2. Il piano di rinascita democratica della P2 è stato completamente attuato, tanto che Gelli vuole chiedere a Berlusconi i diritti d’autore». Dell’Utri però è stato mafioso solo fino al 1992. «Pazzesco, festeggiano una condanna in appello a sette anni. Ma il 1992 è stato l’anno in cui sono stati uccisi Falcone e Borsellino, ci stanno forse dicendo che Dell’Utri era dentro l’organizzazione di quelle stragi? Secondo me quando Dell’Utri insiste a dire che Mangano è stato un eroe è come se stesse confessando i suoi delitti. Il boss è stato un eroe perché non ha parlato e che cosa avrebbe potuto dire lo sa bene il senatore».
Conclusione: «Stiamo messi un po’ peggio anche del ’94 quando almeno Berlusconi in parlamento ci veniva e non mandava Vito come fa oggi con disprezzo assoluto. Me lo ricordo, Berlusconi. Non puoi immaginare le facce che faceva, guardava il soffitto, sbuffava, si annoiava, di sicuro pensava a quanti traffici avrebbe potuto fare nel frattempo, però insomma stava lì. Oggi vedi, secondo me la crisi del paese è soprattutto una crisi antropologica, di uomini. Ho messo insieme in questo libro, Maestri e Infedeli, tanti personaggi straordinari che ho incontrato, ci sono Parri, Bachelet, Revelli, Lombardi, Terracini, Pertini, Pugno, Galante Garrone e molti altri. Adesso chi ha preso il loro posto?».

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Pomigliano dice “lavoro e dignità”

di Francesco Piccioni, il manifesto 24.06.2010 – http://www.ilmanifesto.it/

Venti giorni da segretario generale sono bastati per scoprirne la statura, preso com’è nel mezzo della battaglia più difficile per il mondo del lavoro da molti anni a questa parte. Maurizio Landini (nella foto), il giorno dopo il voto di Pomigliano ha molto da dire.

Voi non avevate dato indicazione di voto. Vi ha sorpreso il risultato?

E’ un elemento di sorpresa, perché eravamo in presenza di un ricatto pesantissimo sui lavoratori. Anche per questo avevamo dato indicazione di andare a votare, visto che la Fiom aveva già deciso di non firmare l’accordo. Mi ha colpito però il segnale di dignità che è stato lanciato. Anche sotto ricatto, le persone hanno detto chiaramente: non ci può essere lavoro senza diritti. Questo dovrebbe far riflettere tutti.

La nota rilasciata dalla Fiat (“andiamo avanti con chi ci sta”) cosa segnala?

Se la Fiat pensa davvero di confrontarsi solo con una parte dei sindacati, dopo il voto di oggi, lo considero un errore. Dovrebbe riflettere su quello che è successo a Pomigliano, ma anche in tutti gli altri stabilimenti del gruppo. Proprio perché è vero che siamo di fronte a una crisi senza precedenti, se davvero la Fiat ha a cuore le sorti dell’attività industriali in questo paese, dovrebbe assumersi la responsabilità di ricercare un consenso con tutte le organizzazioni sindacali. ma soprattutto di dare due messaggi: se vuole l’intelligenza delle persone nel lavoro, deve riconoscerne la dignità; la contrattazione e il confronto sono una risorsa anche per la Fiat. L’idea autoritaria di poter affrontare la crisi attrverso il comando unilaterale della condizione dei lavoro, con uno sfruttamento senza precedenti, beh, i lavoratori hanno risposto che non l’accettano. Visto che per far funzionare le aziende il consenso è decisivo, sarebbe interesse della Fiat affrontare questa crisi ricercando davvero il confronto. Riconoscendo pari dignità agli interessi in campo.

Questo referendum era un ricatto. Ma una volta “sdoganato” dalla Fiat, non sarebbe necessario prevederlo in tutte le situazioni di dissenso tra i vari sindacati?

Assolutamente sì. Qui la stranezza è che siamo in presenza di un accordo separato che viola la Costituzione, contratti e leggi. La strumentalità è emersa tutta, ma si pone comunque il problema: quando ci sono punti di vista diversi tra i sindacati, dove diventare una regola che solo i lavoratori possono decidere, votando, sulle loro condizioni di lavoro. Ho sentito diverse forze politiche dier che era importante il pronunciamento dei lavoratori. Bene: come Fiom, in questi mesi, abbiamo raccolto centinaia di migliaia di firme per una legge di iniziativa popolare che regoli il diritto di votare e decidere sugli accordi. La facciano approvare. Naturalmente, non si può votare sui diritti “indisponibili”; come la parità di salario tra uomo e donna o il diritto di sciopero.

Sacconi vede l’Italia nel Mediterraneo come motore della “quarta potenza emergente”, esplicitando l’idea della competizione al ribasso. E’ una visione che sta pesando anche nella vicenda di Pomigliano?

Quel che è emersa è la totale assenza di un’iniziativa del governo. Hanno semplicemente fatto il tifo per la Fiat. Siamo l’unico paese che in piena crisi non ha nemmeno più un ministro per lo sviluppo. Negli Stati uniti il governo ha stanziato fondi per l’investimento e il riordino del settore auto. Qui hanno dato incentivi pubblici alle imprese, ma senza mai vincolarle alla difesa dell’occupazione. Non si parla di auto elettriche, motori ecologici, una diversa politica della mobilità. C’è solo un accompagnamento dei processi. La stessa famiglia proprietaria della Fiat si impegna più nella finanza e nell’immobiliare che non nell’auto. C’è stato però un incrocio tra le scelte della Fiat e il governo, sull’idea che per poter investire in Italia bisogna cancellare la Costituzione, leggi, diritti. E’ una logica che porta all’imbarbarimento e al sottosviluppo. Se si pensa di uscire dalla crisi competendo su bassi salari e bassi diritti, non si va da nessuna parte. C’è chi sa farlo megli di noi. la lotta di Pomigliano contiene un elemento generale: pone il problema di un altra idea di sviluppo e modello sociale.

La Cgil sembra aver capito in ritardo la portata di questa sfida. A partire dallo sciopero generale di domani, è possibile che tutta l’organizzazione si muova?

Credo proprio di sì, ed è questo lo spirito con cui parteciperemo. Deve essere l’inizio di una mobilitazione e di una discussione nel paese. Pomigliano ha chiarito che siamo davanti a un bivio, al “dopo cristo”. Ma quali sono le risposte? C’è una risposta diversa da quella Fiat e che faccia di lavoro e diritti un punto di costruzione di un’altra fase? Mentre il governo blocca i salari nel pubblico impiego, nel settore privato – se passa la loro logica – viene chiesto al sindacato di farsi complice della compressione dei diritti “per uscire dalla crisi”. C’è quindi un interesse generale. Per cambiare questo quadro solo la Cgil può mettere in campo la mobilitazione necessaria. Non c’è un secondo tempo. La partita per modificare la situazione si sta giocando ora.

http://www.fiom.cgil.it/

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ANTONIO PIZZINATO: «Fiat vuole cancellare sessant’anni di storia e diritti dei lavoratori»

Antonio Pizzinato

 Di Giorgio Salvetti, il manifesto 20/06/2010

www.ilmanifesto.it/

«La vicenda di Pomigliano mette in discussione i diritti costituzionali, sessant’anni di storia delle relazioni sindacali in Italia e umilia le esigenze psicofisiche della persona che lavora». Antonio Pizzinato è stato segretario della Cgil fino al 1988. Dopo essere stato deputato del Pci e senatore del Pds ora è presidente dell’Anpi Lombardia. Ha letto con attenzione il diktat di Marchionne ed è rimasto esterrefatto. A suo giudizio è incomprensibile non solo da un punto di vista sindacale ma anche da un punto di vista aziendale.

Che cosa ti ha colpito?

L’atteggiamento della Fiat è incoerente: nel momento in cui sceglie di investire, rinnovare e organizzare un’azienda non cerca un’ipotesi di intesa, collaborazione e partecipazione con i lavoratori, ma impone un’ipotesi che non è figlia di un confronto che fa piazza pulita dei diritti e del contratto nazionale. È una scelta in contrasto con ciò che sta avvenendo in tutto il mondo. Ormai anche in Cina si tratta con i lavoratori. Lo scorso anno gli operai cinesi hanno protestato per avere le 40 ore e il presidente cinese gli ha dovuto dare ragione. Questo è l’unico modo per aumentare la produttività. Non si può innovare in nessun senso se non si tiene in considerazione la componente umana nel processo produttivo. Questo accordo, invece, prescinde dalle esigenze del lavoratore e dunque è astratto dalla realtà concreta del lavoro. È fuori dal mondo.

Spostare le pause della mensa a fine turno è così grave?

Non si può considerare chi lavora in catena come chi lavora dietro una scrivania. La modalità di produzione fordista, anche considerate tutte le possibili innovazioni, ha dei limiti fisici oggettivi. La lotta per la pausa pranzo si faceva nel 1943. Mi ricordo che la questione delle pause fu determinante nel mio primo negoziato alla Borletti, una fabbrica di macchine da cucire cui anche la Fiat era proprietaria. Erano gli anni cinquanta. Gli imprenditori di allora non erano buoni ma conoscevano e tenevano conto della realtà di lavoro in catena. Per questo trattavano con sindacati e lavoratori. Anche informalmente. Era loro interesse. A Pomigliano, invece, Fiat annulla i risultati di ogni precedente accordo per i nuovi assunti. Quei diritti non saranno di tutti i lavoratori, ma solo dei più anziani, come fossero “privilegi” personali. Ma insomma, questa fu una delle questioni dell’autunno caldo…

Se è vero che non si può fare un’azienda senza considerare la realtà del lavoratore, perché imporre un “accordo” che in questo senso sarebbe addirittura masochista?

Proprio perché prescinde dalla realtà effettiva del lavoro in fabbrica, ho il sospetto che abbia altre finalità. Si mira a risultati politici. Si vogliono scardinare i diritti costituzionali e contrattuali ottenuti in anni di relazioni sociali e sindacali. Non è un caso che alcuni punti dell’accordo di Pomigliano coincidano con alcuni emendamenti al decreto sul lavoro che Napolitano si è rifiutato di firmare rimandandolo in Parlamento. Altro che fatto eccezionale: a Pomigliano si tenta di inaugurare una “nuova” stagione nei rapporti sociali che è paragonabile solo con la politica della Fiat dei primi anni ’80. Si tratta di un grosso passo indietro.

E allora perché anche a sinistra e nella Cgil c’è chi spinge perché i lavoratori accettino il ricatto di Marchionne?

Non mi occupo di relazioni sindacali dal 1991. Ma ho la sensazione che gli imprenditori, sia le forze politiche e sociali che dovrebbero rappresentare il lavoro non ne conoscano più la realtà oggettiva. C’è stata una grande frantumazione: nello stesso posto di lavoro ci sono dipendenti di tante aziende diverse, ognuno con padroni e vertenze diverse. In realtà ci vorrebbe una situazione omogenea per tutti quelli che lavorano nello stesso posto. Questa disgregazione non è frutto dei nuovi modelli produttivi ma di “nuove” regole e norme ben precise che hanno cambiato profondamente i luoghi di lavoro. Il risultato è che i lavoratori vivono una condizione fisica, psicologica e anche relazioni personali sempre più difficili. E non solo nelle fabbriche. Così si innescano guerre tra poveri, disillusione, rassegnazione. E in queste condizioni anche le mobilitazioni sono molto più difficili da realizzare.

Se questa è la realtà, anche un pessimo accordo appare meglio di nulla. E allora che altro può fare un sindacato, o un partito?

Piuttosto che affrontare la situazione si tende a non volerla vedere. Ci si siede sullo status quo e si finisce per assecondarlo per timore di non essere sostenuti dagli stessi lavoratori di cui non si conosce più la condizione vera. Ma così si producono e si riproducono le ragioni sociali che fanno mancare questo sostegno. È solo su questa base che si può accettare il ricatto: meglio un brutto accordo che nessun accordo. È la fine delle trattative, almeno sindacali, almeno per come le ricordo io. Tutto questo è un male per i lavoratori, per i sindacati, ma anche per gli imprenditori. Invito tutti, Marchionne per primo, a rivedere la questione di Pomigliano e a modificare atteggiamento. Al di là del risultato del referendum.

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