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Prefazione dell’opuscolo del Coordinamento per un’altra economia riminese

Di Eugenio Pari

Con un articolo di Mario Gerevini su il Corriere della sera del 22 febbraio 2012, si scopre che Manlio Maggioli, tra gli indagati dalla Procura di Forlì per le vicende del Credito di Romagna, ha “scudato” 2 milioni di euro. Questo fatto è stato l’elemento da cui il Coordinamento per un’altra economia a Rimini ha preso le mosse.

«Maggioli(…) – si leggeva nell’articolo di Gerevini – non è uno dei tanti bagnini o commercianti della Riviera adriatica che porta il “nero” della settimana in banca a San Marino. È il presidente della Camera di commercio di Rimini dal 1994. E in quella veste un paio di anni fa fece titolo sui giornali locali e nazionali dichiarando che “le piccole imprese sono costrette a evadere per sopravvivere”. Salvo poi suonare la ritirata con un più istituzionale “l’ evasione fiscale è una piaga”, che deve aver fatto sorridere l’ amico e presidente della banca sammarinese custode del suo tesoretto non dichiarato. L’ imprenditore potrebbe avere un altro motivo di imbarazzo: è proprietario di un gruppo editoriale da oltre 100 milioni di fatturato che tra i suoi business (Maggioli Tributi) ha proprio quello di andare a “caccia” di chi non paga le tasse. E per questo è un esattore del Fisco, soprattutto per conto degli enti locali»[1].

Dopo questo ci si sarebbe potuti aspettare le dimissioni del Presidente della Camera di commercio, nominato da Napolitano Cavaliere del lavoro nel giugno 2006, ma così non è stato.

Persone variamente impegnate nella politica, nell’associazionismo e nella cooperazione hanno quindi deciso di costituire il Coordinamento che ha visto come propria prima iniziativa quella di manifestare il proprio dissenso e richiedere le dimissioni in un presidio indetto il 28 marzo in occasione dell’annuale presentazione del rapporto sull’economia riminese a cura della Camera di commercio.

Il “caso Maggioli”, è stata la prima considerazione, è il paradigma del più generale sistema economico riminese basato in larga parte su elementi di disordine economico fra cui spiccano l’evasione ed elusione fiscale e contributiva, il lavoro nero. Un’economia che ha generalmente privilegiato la rendita a discapito del profitto, fenomeno che ha subito una particolare virulenza nel corso dell’ultimo decennio.

L’economia riminese ha in se tratti peculiari incentrati sulla rendita parassitaria intrinseci al modello di sviluppo e chiaramente individuabili  da prima che questo “modello” diventasse egemonico nel Paese. Con il dopoguerra si è avviato un processo di “distruzione creativa” dell’ambiente in favore di una cementificazione pesantissima legata alle dinamiche turistiche.

Rimini è stata per diversi decenni una sorta di El Dorado per tanti che si sono inventati imprenditori del turismo fondando imprese turistiche caratterizzate dalla conduzione a “gestione familiare”. Il boom degli anni ’50 e ’60 ha subito una prima stagnazione sul finire degli anni ’70 e una flessione a partire dalla fine degli anni ’80; indiscutibilmente questo tratto caratteristico dell’economia riminese ha prodotto alti livelli di benessere e una certa diffusione dello stesso, ma ha altresì prodotto una coazione a ripetere una gestione pioneristica e poco incline al rispetto delle regole da parte degli imprenditori turistici.

Il “nero” trasferito in grande quantità nel paradiso fiscale sammarinese grazie alla compiacenza e all’appoggio logistico del sistema bancario riminese ha portato ad effetti paradossali come il fatto che Rimini è il capoluogo di provincia in Emilia Romagna con il più basso reddito dichiarato in termini Irpef ed è al tempo stesso il capoluogo con il più alto numero di sportelli bancari in relazione al numero di abitanti.

La vicenda dei 2 milioni scudati da Manlio Maggioli difeso a spada tratta da Maurizio Focchi, locale presidente di Confindustria, per usare le parole di Bruno Amoroso[2] «non è una deviazione rispetto al corso normale delle cose, una forma di perversione o di “mercato selvaggio”, ma l’espressione del suo modo di procedere e di funzionare messo in moto da gruppi di potere. Siamo in presenza di un “capitalismo reale” che ha rotto i suoi rapporti virtuosi con il mercato, sia con l’istituzione del benessere modificando la configurazione dei gruppi di potere e delle istituzioni», in sostanza, proseguendo con Amoroso non si tratta di «forme parassitarie dentro un corpo altrimenti sano dell’economia, (…). È invece il punto di maturazione di un processo di trasformazione della società (…). (…) non una rottura rispetto ai cicli precedenti, ma il loro compimento».

Difendendo Maggioli Focchi difende un modello, difende tanti “imprenditori di successo” che hanno evaso la ricchezza prodotta.

Il lavoro nero, al centro di questo volume, a Rimini, come tutti sanno, fa rima con turismo. Per i lavoratori stagionali saltano i giorni di riposo, le ore sono sempre molte di più di quelle messe a contratto, il fuori busta è elevato a regola, le mansioni non sono fisse. Per molte famiglie riminesi “fare la stagione” è stato un importante elemento di integrazione salariale, una ricchezza sommersa che, troppe volte andava bene anche ai lavoratori. Il fatto che questo status quo fosse accettato dai lavoratori, non sposta, comunque, la responsabilità degli imprenditori che erano e sono i principali responsabili della proposta di contratti illegali. Infatti, da una parte, quella del lavoratore, si è sostanzialmente costretti ad accettare il nero perché sempre più spesso non si trovano alternative, dall’altra c’è una convenienza (e che convenienza!) economica.

La situazione, come si dimostra in questo lavoro, è comunque, se possibile, peggiorata. Si assiste ad uno sfruttamento sempre più selvaggio, organizzato e a condizioni lavorative e salariali che talvolta rasentano lo schiavismo vero e proprio. La crisi economica inasprisce il ricatto che caporali e imprenditori pongono a lavoratrici e lavoratori del turismo stagionale.

Occorre rompere il silenzio su questa situazione progressivamente sempre più grave e inaccettabile, occorre che le amministrazioni locali mettano in essere comportamenti coerenti alle dichiarazioni di intenti, occorre che tutte le istituzioni politiche e sociali finalmente contrastino questo stato di cose aberrante.


[1] M. Gerevini, Indagine su Maggioli l’ esattore Fondi (con scudo) a San Marino, su Corriere della Sera  22 febbraio 2012, pag. 37

[2] B. Amoroso, Euro in bilico. Lo spettro del fallimento e gli inganni della finanza globale, Rx Castelvecchi, pag. 14

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Rivolta nella Banlieu Padana

 Dal Corriere della Sera e la Repubblica, 14 febbraio 2010, il disastro sociale (e urbanistico) delle nostre città, che esplode. Siamo solo all’inizio? (f.b.)

tratto da: http://www.eddyburg.it/article/articleview/14675/0/307/

banlieues, banlieue

 

la Repubblica ed. Milano
Via Padova, rivolta nella banlieu
di Oriana Liso e Franco VanniL´omicidio di un giovane egiziano di 20 anni scatena la rivolta nella banlieue di via Padova. Gli africani sono scesi in strada, hanno rovesciato auto, spaccato vetrine e scatenato una vera e propria caccia ai sudamericani, ritenuti autori del delitto. E l´estrema periferia di Milano ha vissuto una serata di guerriglia, con polizia e vigili che hanno faticato a placare la rabbia degli egiziani e, a un certo punto, anche delle famiglie italiane che hanno cominciato a lanciare oggetti dalle finestre per invitare gli extracomunitari ad andarsene. I residenti accusano: «Avevamo segnalato lo stato di tensione tra i diversi gruppi etnici, ma nessuno è intervenuto».
Aveva trovato casa proprio ieri in via Arquà, a pochi passi da dove è morto. Ahmed Abdel Aziz el Sayed Abdou, nato nel ‘90 ad Al Sharkia, in Egitto, era arrivato in Italia da clandestino quattro anni fa. Lavorava come pizzaiolo e venerdì aveva finalmente ottenuto il permesso di soggiorno. I suoi amici, ma anche centinaia di nordafricani, ieri sera in via Padova, hanno deciso che rivolevano il suo corpo, non volevano lasciarlo agli italiani. Volevano quello e volevano vendetta, una vendetta cieca, contro tutto e tutti: così è partito l´incendio di via Padova, ieri sera. Con i nordafricani contro i sudamericani, gli italiani contro gli stranieri, tutti. Per quattro ore, tra via Padova e via Porpora – dove ha sede il consolato egiziano – le strade sono diventate terreno di caccia, i negozi sono stati devastati, i passanti costretti a fughe precipitose per non trovarsi tra lanci di bottiglie e manganelli. E l´odio per gli extracomunitari di una parte dei residenti della zona – che denuncia di sentirsi ostaggio degli stranieri – è esploso in risposta alla devastazione.
Mentre la polizia e i carabinieri erano impegnati con la scena del delitto, la polizia locale – che, tra le forze dell´ordine, qualcuno accusa di non aver agito seguendo le procedure necessarie in una situazione così tesa – ha bloccato il traffico nella zona, fermando con i manganelli in aria anche le decine di nordafricani che, chiamandosi l´un l´altro, stavano arrivando in via Padova per capire cosa stesse succedendo. Ma quasi subito la rabbia per la morte di Ahmed si è trasformata in furia cieca quando alcuni hanno saputo della rissa sull´autobus con il gruppo di peruviani, gli assassini del ragazzo. A farne le spese, per primo, il bar ristorante “Machu Pichu” al numero 80, ma poi è stata una rapida sequenza. I testimoni raccontano di orde di ragazzi urlanti che si avventavano soprattutto contro i negozi sudamericani, ma senza risparmiare gli altri nonostante i gestori cercassero di chiudere velocemente le saracinesche, di automobilisti che tentavano disperate retromarce e inversioni a U per evitare di trovarsi tra gli scontri.
Un gruppo di nordafricani si è diretto verso la metropolitana, altri hanno continuato a tenere in scacco le traverse di via Padova mentre la polizia cercava di ristabilire la calma. Ma la seconda fase della rivolta è andata in scena tra via Lulli e via Porpora. Qui una settantina di nordafricani – tutti molto giovani, egiziani ma non solo – ha tentato di raggiungere il consolato egiziano. Lungo il percorso, però, mentre loro ribaltavano auto e distruggevano i cartelli stradali tra via Leoncavallo e via Predabissi, è partita la rivolta degli italiani. Dalle finestre sono volate anche sedie, oltre alle urla contro gli stranieri. Raccontavano, a tarda sera, i residenti del quartiere: «Combattiamo da anni, ma senza risultati: ci sono palazzi trasformati dagli stranieri in fortini, in ghetti dove non si può entrare. E la polizia, che pure cerca di fare il possibile, non basta». In quelle strade i problemi si sommano: scarsa integrazione tra le tante etnie presenti, lo spaccio – «che ora è un po´ diminuito, da quando ci sono i militari» – le aggressioni per rapina a tarda sera, quando le strade diventano terra di nessuno. Il timore, ora, è che le quattro ore di rivolta di ieri sera siano l´anteprima di una nuova fase di tensione, come già era successo due anni fa dopo l´omicidio di Abba, il giovane originario del Burkina Faso ucciso da un negoziante per un pacco di biscotti. La polizia ha lavorato febbrilmente per tentare di parlare con qualcuno, tra i rivoltosi, che avesse la capacità di fermare gli altri.

Il Corriere della Sera
Scontri tra immigrati Un morto, poi la rivolta La Lega: espelliamoli
di Michele Focarete

L’omicidio di un ragazzo di 20 anni, egiziano, dopo una rissa tra stranieri in strada ha scatenato la rivolta degli immigrati in via Padova, centro di uno dei quartieri multietnici di Milano. Il giovane è stato ucciso con una coltellata in pieno petto da sudamericani. A quel punto, per vendicarsi, gruppi di nordafricani si sono riversati in strada spaccando auto, danneggiando negozi e rompendo vetrine. Bloccati i mezzi pubblici. Il caos nella zona è durato per ore. Il vicesindaco De Corato: «Inaccettabile Far West». Già programmato un consiglio straordinario sulla sicurezza. Lega all’attacco: chiede «espulsioni casa per casa».

Milano sotto choc. Ferita e spaventata. Per oltre 5 ore un intero quartiere, da via Padova a Loreto, è stato messo a ferro e fuoco da gruppi di nordafricani che, per vendicare l’uccisione di un connazionale, hanno scatenato l’inferno. Auto distrutte e ribaltate, negozi assaltati, vetrine infrante. Mezzi pubblici bloccati. Con la polizia in assetto di guerra che a fatica è riuscita a tamponare situazioni di vera caccia all’uomo. Cinque ore nelle quali è accaduto di tutto: un morto, un ferito e la protesta che ha rischiato di degenerare in tragedia. Solo verso tarda sera la situazione è ritornata sotto controllo, con i carri attrezzi che hanno rimosso le decine e decine di macchine ribaltate nelle strade. Momenti di tensione che hanno alimentato la polemica sugli stranieri in città. La Lega: «In zona viale Monza, via Padova è emergenza».

Una emergenza che il partito di Umberto Bossi ha già segnalato al ministro dell’Interno Roberto Maroni per pretendere «controlli e espulsioni, casa per casa, piano per piano». Ed è stato chiesto al sindaco, Letizia Moratti, di convocare un consiglio straordinario il prossimo venerdì in via Padova. La Lega si muoverà con manifestazioni dei comitati di zona e dei cittadini. Ma anche dal Pd sono arrivate le richieste: «Chiederemo al ministro Maroni di riferire in Parlamento circa i gravi episodi di ieri». Lo ha dichiarato in una nota Emanuele Fiano, responsabile della Sicurezza del Pd. «La guerriglia urbana in corso a Milano in via Padova — continua — preoccupa moltissimo, sia per la violenza degli scontri sia per la gravità del fatto che una parte della città sia in questo momento fuori dal controllo delle autorità. I problemi dell’integrazione e della sicurezza urbana necessitano di capacità di governo che evidentemente sono mancate».
La polveriera via Padova, una tra le arterie più lunghe e multietniche di Milano, è esplosa verso le 17.30. All’altezza del civico 80, in mezzo alla strada, litigano per acredini maturate nel tempo, un egiziano di 20 anni, Amed Mamoud Abdel Aziz El Sayed Abdou, in compagnia del suo amico della Costa d’Avorio, 21 anni, con il quale divide un appartamento al terzo piano di via Arquà 45. I due litigano con un gruppetto di sudamericani, sei o sette: uomini e donne. Qualche parola di troppo, alcuni insulti ed altri sudamericani che arrivano a dare manforte. Spuntano i coltelli e Aziz El Sayed viene colpito più volte al petto. Anche l’amico viene ferito. A terra, in un pozza di sangue, resta il giovane egiziano. Quando le ambulanze arrivano sul posto, per lui non c’è più niente da fare. Mentre l’africano viene trasportato all’Istituto Città Studi (ex Santa Rita»: medicato e dimesso.
E quella morte causata da sudamericani, scatena in un attimo la guerriglia. Donne magrebine che urlano vendetta dalle finestre e connazionali della vittima che, a gruppi di dieci, venti, prendono di mira negozi, ristoranti e tutto ciò che ha scritte in spagnolo. Il primo ristorante ad essere preso di mira è il Machu Picchu di via Fanfulla. Poi se la prendono con le auto in sosta, i cassonetti dei rifiuti, i cartelli stradali: da via Leoncavallo a via Predabissi, ad Arquà. Una ventina di magrebini sono arrivati fino al consolato egiziano di via Porpora per proteste: «Dovevate intervenire, hanno ucciso un giovane di 20 anni».
Alle 21.30, l’ultimo locale ad essere preso d’assalto è il ristorante boliviano di via Lulli 32: una decina di egiziani hanno ribaltato tavoli e sedie, tra una decina di clienti terrorizzati. Poi la rabbia e il racconto di un amico della vittima, un giovane che dice di chiamarsi Moustafà: «Ha visto Aziz colpito da una macete. Sono arrivati all’improvviso, sono quelli della bande latino americane, che qui in zona si comportano fuori dalla legge. Lo hanno ucciso e poi sono scappati».

Il Corriere della Sera
Lo spaccio e le gang La casbah di Milano cresciuta senza freni
di Andrea Galli, Gianni Santucci

MILANO — Quando vedono la polizia, ingoiano. Pallette di pellicola trasparente, le tengono sotto la lingua. Costano da 30 a 50 euro. Contengono cocaina, a volte sono «pacchi»: solo gesso. La vendono nei cortili, negli androni. La mattina invece svolazzano sui marciapiedi rettangolini di Domopak d’alluminio, bruciacchiati al centro. Servono per scaldare l’eroina e fumarla. La droga muove un bel pezzo dell’economia di queste strade disperate. Strade di balordi e poveri cristi. Centinaia di spacciatori lavorano in via Padova e traverse, da piazzale Loreto al primo ponte, prima periferia di Milano. Meno di un chilometro. E decine di palazzi andati in malora. Da ieri sembra finita in cancrena pure la convivenza, che non è mai stata un granché. Dice in serata Mahmoud Asfa, imam della moschea di via Padova: «Faccio un appello alla mia comunità perché non cerchi la vendetta».
Storica zona di immigrazione dal Sud, questo quartiere di Milano. Palazzi di ringhiera, dove si ammassava la forza lavoro del boom economico, famiglie siciliane, pugliesi, calabresi. Case senza bagno (all’epoca) e ragazzini nei cortili. Padri in fabbrica. Falck, Breda. Erano gli anni Cinquanta e Sessanta: di quell’epoca, oggi, rimangono gli anziani, le vedove e i pochi cittadini che dicono «usciamo solo per fare la spesa e poi rimaniamo in casa». Gente che si è ritirata di fronte allo spaccio, la prostituzione, l’abusivismo.
Via Crespi, Arquà, Clitumno, Marco Aurelio: potrebbero essere il posto ideale per un seminario di studio sulla totale assenza di governo dell’immigrazione. Spiega il parroco di San Giovanni Crisostomo, don Piero Cecchi: «La gente non era pronta a un’immigrazione così veloce e numerosa». Ora ci sono troppe fratture da ricucire. E questo aMilano lo sanno tutti, da almeno dieci anni. L’ultimo rischio è che la conflittualità latente esploda in una legge del taglione, eccitata dal sangue di quel ragazzo morto ieri sull’asfalto.
Sulla deriva criminale di questa zona si muovono in molti. Romeni e albanesi, che lavorano di più con la cocaina; maghrebini, che smerciano soprattutto il fumo; sudamericani. Ogni gruppo per anni ha lavorato da solo. Con le mazze e i coltelli si sono contesi portoni, sottotetti occupati per gli «imboschi», pezzi di strada per lo spaccio. Oggi pare che si stiano mischiando. E le alleanze che si stringono e si sciolgono si portano dietro il rischio di intrighi, traditori, vendette. Poi c’è la prostituzione, quella di livello più basso, ed è un altro giro criminale che s’intreccia agli altri. L’anno scorso i poliziotti del commissariato Villa San Giovanni, solo loro, hanno fatto oltre 150 arresti.
Anche se poi a rovinare l’esistenza di chi vive in queste strade c’è la crisi di convivenza sulle cose più semplici. I gruppetti che si ubriacano per strada, litigano, urlano. Gli inquilini di via Crespi hanno affisso centinaia di fogli A4 ai muri con un semplice avviso: «Non sporcare, non buttare bottiglie, non strillare di notte, non mangiare sui marciapiedi». In questa stessa via otto vetrine su dieci sono di market e ristoranti etnici (Bangladesh, Egitto, Marocco). Sugli autobus, un passeggero su sette non paga. È la media peggiore della città: quasi 7 mila multe negli ultimi sei mesi. Per la Camera di commercio, via Padova è la strada più straniera di Milano: 1.311 imprese intestate a immigrati, più di una su tre.
E questo, di per sé, non sarebbe un male. Se non fosse che in queste comunità, isolate e compresse in uno spazio ridotto, le leggi della strada contano più del resto. E le liti finiscono spesso a coltellate, a cocci di bottiglia spaccati. Gli adolescenti sono la fascia più esposta e più pericolosa. Più a rischio per la droga e l’alcol. Sono i più sradicati e i più isolati, esclusi da una città che a quattro fermate di metrò sfoggia il lusso di via Montenapoleone, ma che per loro resta inaccessibile. Il gruppo è la risposta più immediata: per i giovani sudamericani assume la forma più strutturata della pandilla, della gang; per gli arabi non ha codici, né segni di riconoscimento. Ma la rabbia è identica. La scintilla per picchiarsi, spesso, è una parola o un’occhiata. Ora c’è anche un morto da vendicare.

Il Corriere della Sera
La città e quel muro invisibile fra gli stranieri e noi
di Giangiacomo Schiavi

Si pensa a Rosarno, a un’altra banlieue, a una terra di nessuno abbruttita dal degrado e dalle vite di scarto di un esercito di immigrati fuori controllo: e invece via Padova è Milano, non una periferia ma una nuova frontiera, il luogo di un’integrazione difficile e forse fallita dove cresce un muro invisibile tra gli stranieri e noi. Marocchini, tunisini, arabi, turchi, cinesi, filippini, slavi, peruviani, colombiani, o latin king, come i rissosi assassini di ieri, si incrociano ogni giorno in una strada che nel giro di pochi anni è diventata l’enclave malata di una multietnicità che nessuno ha governato.

In via Padova non bastano le risposte di pochi generosi cittadini a far fronte al concentrato di problemi che l’immigrazione spesso clandestina ha rovesciato sul quartiere: anno dopo anno sono cresciuti lo spaccio, il degrado, l’abusivismo, la povertà, lo sfruttamento, la prostituzione, e sono aumentati gruppi che i sociologi chiamano «deprivati», senza niente, disposti a tutto, immigrati destinati a crescere in una situazione di esclusione sociale.

Vivono in dieci o dodici in osceni tuguri che non si possono chiamare case, due stanze squallide in affitto o in subaffitto, clandestini anche per gli amministratori di condominio che danno continuamente disdette dall’incarico perché non sanno a chi intestare le spese. E si trovano all’alba in piazzale Loreto, dove quando va bene ci sono i caporali che reclutano la manodopera in nero per i cantieri, mentre in via Padova si alzano le saracinesche dei pochi negozi italiani che ogni giorno raccolgono firme contro la sporcizia, i furti, la violenza che alimenta paura.

Ci sono assenze istituzionali di riferimento e c’è anche un oscuramento di alcuni valori umani in questo quartiere dove Milano non sembra Milano: è lontano il sindaco, è lontana la giunta, sono lontani da anni gli amministratori e per molti cittadini la paura è diventata un sentimento dominante, come il rancore, il senso di abbandono, la sensazione di non essere ascoltati. Via Padova è diventata un rifugio, un porto franco per un esercito di immigrati, e qualcuno ha anche comprato casa, ha cercato l’integrazione con una comunità che ha cercato di favorire l’accoglienza attraverso gli oratori, i campi sportivi, le attività per i bambini.

Ma non è bastato, non basta la buona volontà di un parroco o dei comitati di quartiere a fermare un’ondata di illegalità che nel tempo ha avuto partita vinta sui controlli, si è annessa stradine laterali, ha occupato palazzi. C’è poca polizia in strada, si lamentano i residenti, e i vigili hanno alzato bandiera bianca: «Non siamo in grado di effettuare controlli notturni per mancanza di risorse straordinarie» è stata la risposta di un comandante di zona ad un recente appello, nell’ottobre 2007.

Era già finita l’illusione di una riconquista del territorio propagandata da una fiaccolata contro lo spaccio e il degrado voluta dal sindaco Moratti, contro l’«abbandono delle politiche di sicurezza del governo Prodi», finita con un corteo al quale aveva partecipato anche il leader Silvio Berlusconi. Su via Padova è calato il solito silenzio fino a questa notte di guerriglia, di morte e di furia selvaggia: rimbombano le voci della politica, adesso,si parla di rastrellamenti a pettine, casa per casa, come in tempo di guerra. Ma le urla non servono: in via Padova con la legalità da ripristinare c’è un tessuto sociale da ricostruire. Qui c’è lo specchio esasperato di una Milano futura: una città nella città da governare e non da subire.

Il Corriere della Sera
Qui gli italiani sono stati cacciati: vorrei scappare anch’io”
intervista a Sveva Casati Modignani, di Armando Stella

MILANO— «Io me ne sarei andata da quel dì, sarei scappata, se non mi sentissi dire dalle varie agenzie immobiliari che “la sua casa è bellissima, signora, vale tot, ma se è fortunata trova qualcuno che le dà la metà». La scrittrice Sveva Casati Modignani è in salotto, a cinquanta metri dalla guerriglia, in una villetta d’inizio Novecento affacciata su una stradina parallela a via Padova: «Questo era un quartiere di piccola borghesia, ci si conosceva tutti quanti, gente tranquilla. La situazione è peggiorata negli ultimi dieci, quindici anni. Improvvisamente i milanesi sono stati cacciati, gli stranieri sono diventati maggioranza. Oggi, in questa periferia, non si può più vivere». L’immigrazione ha cambiato… «Un attimo. Io mi ricordo bene una lettera di Letizia Moratti al Corriere. Ha scritto, più o meno, che noi siamo i primi, Milano è una grande capitale, una città stupenda, fatta di persone straordinarie, dopodiché sappiamo che ci sono “pezzi di città” degradati, da migliorare… Il sindaco ha definito i quartieri e gli abitanti di Milano “pezzi di città”, è incredibile… Il problema, in via Padova come altrove, è che manca la volontà politica di risolvere i problemi. Così le cose non possono che peggiorare».

Parliamo dei problemi, allora: cosa avvelena la vita di via Padova?
«I milanesi, che hanno fatto molto per questa città, sono stati espulsi. Sono arrivati gli immigrati senza nessuna regolamentazione e nessuna possibilità abitativa. Ci sono padroni di casa, italiani, che affittano una stanza con cesso su ringhiera a dodici persone e ne traggono vantaggio, speculano sugli ultimi. Non si può continuamente spingere questi miserabili, questi disgraziati, nelle periferie. Perché non scoppiano rivolte in via Bigli, in via Montenapoleone, nel Quadrilatero della Moda?»

Pensa che l’amministrazione dimentichi le periferie?
«Penso che nessun sindaco, negli ultimi anni, abbia avuto il coraggio di dirmi: “Signora, scusi, il danno che ha subito la sua casa lo rimborsiamo noi, visto che non siamo in grado di governare”». Nessuna speranza? «Io sono una vecchia sognatrice, spero sempre che accada qualcosa di buona: ma la Moratti si preoccupa per lo più dell’Expo e di tirare a lucido il centro della città. Sugli autobus di questa periferia disgraziata c’è una specie di nastro registrato che annuncia le fermate e dice: “Padova-Loredo”. Proprio così: “Loredo”. S’immagini per un milanese sentire storpiare il nome di piazzale Loreto! Va tutto allo sfascio, guardi. Le nostre tradizioni, la nostra cultura, la nostra modesta voglia di vivere il quartiere».

Si aspettava che la situazione degenerasse al punto da finire in rivolta?
«È nell’aria tutti i giorni, la rivolta. Basta prendere un autobus per rendersi conto di quello che succede. Ieri mattina ero sulla 56, seduta, leggevo il giornale, quando ho avvertito un movimento in grembo. C’era un extracomunitario con la mano nella mia borsetta. Ho urlato: “Come ti permetti? Scendi immediatamente dall’autobus!”. E nessuno ha fatto una piega. Non il conducente e non i passeggeri, che erano tutti stranieri. Queste piccole e grandi malandrinate le respiri ovunque, in via Padova, e nessuno fa più niente. I milanesi sono pochi, soprattutto anziani. I giovani sono marocchini, peruviani, filippini, brasiliani… Via Padova è un “pezzo di città” cosmopolita. Meglio di così si muore». L’integrazione è impossibile? «Non solo è possibile, ma è una necessità». E da dove si comincia? «La polizia entri a vedere che cosa c’è in certe palazzine: venti persone ammassate in una stanza. Il venerdì è un viavai di musulmani nella moschea: è tutto in regola? Ci sono tratti di strada in cui l’odore di hashish fa spavento. In via Padova non solo si auspica un intervento delle forze dell’ordine e del Comune, ma quelle presenze sono vitali. Deve scapparci il morto perché per qualche giorno se ne parli? E poi, che altro dire? Tra qualche giorno, lo so, tutto sarà peggio di prima. Ci risentiremo, lo so».

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Ambiente e poteri forti nella città

Di Paolo Berdini

pubblicato su http://www.eddyburg.it/article/articleview/16233/0/307/

Alberto Asor Rosa nel delineare i caratteri di un nuovo ambientalismo ( manifesto del 17.11) sottolinea «il conflitto inesauribile e insanabile con i poteri forti dell’economia, della speculazione e dello sfruttamento». Concordo, e la sua analisi permette di ridare spessore all’elaborazione della sinistra. Provo ad articolare il ragionamento nel campo delle città e del territorio, dove si possono misurare quattro novità che hanno mutato i contorni del conflitto e impongono dunque di mutare strategia.
Innanzitutto la lacerazione dello storico “patto” tra cittadini e forze economiche dominanti . Lo sviluppo delle città era affidato ai piani regolatori e la tutela dell’ambiente ai vincoli previsti dalle prerogative costituzionali dell’Articolo 9. Nonostante scempi e violazioni, c’era comunque un sistema di regole che garantiva un quadro di legittimità. Il neoliberismo ha sostituito ogni regola con gli “accordi di programma” che mutano caso per caso il disegno delle città e azzerano i vincoli paesaggistici. La proprietà fondiaria, un ristrettissimo numero di persone, edifica dove e come vuole.
La seconda novità riguarda il carattere teoricamente infinito dell’offerta di nuove costruzioni. Si continua a ricoprire di cemento l’Italia perché “c’è mercato”. Uno dei pilastri dell’economia liberale classica sono le regole del gioco e nell’Europa civile le nuove costruzioni vengono programmate salvaguardando gli interessi pubblici. Non ci sono altrimenti dubbi che se si costruisse sulle colline ancora integre della Toscana, in ogni valle alpina o sulle coste ancora scampate dal cemento, si troverebbero potenziali acquirenti nei 50 milioni di ricchi russi, nei 200 milioni di nuovi ricchi cinesi. Poi verranno gli indiani e i brasiliani.
Non c’è chi non comprenda il baratro che si è aperto nell’aver supinamente accettato la favola del “mercato”: rischiamo la cementificazione del paese e non serve a fermarla neppure la tragica serie di alluvioni e frane. Oltre all’insipienza culturale dei gruppi dirigenti della sinistra, si dovrà mettere a fuoco l’intreccio perverso tra i proprietari delle aree da urbanizzare, le grandi banche e l’informazione (Messaggero, Mattino, Corriere della sera, Tempo, Gazzetta di Parma e un’infinità di giornali locali).
La terza novità è una diretta conseguenza della sinergia tra le due precedenti. Se non ci sono più regole e se non esiste più un limite all’ipertrofia urbana, si sta creando un corto circuito economico che porterà al collasso il tessuto produttivo del paese. La speculazione fondiaria ha davanti una comoda autostrada per rendere edificabili i terreni agricoli. Vengono comprati a 10 – 15 euro al metro quadrato e non appena l’accordo di programma li rende edificabili raggiungono il valore di almeno 200 euro. Con dieci ettari di terreno che cambia destinazione, la speculazione si mette in tasca 20 milioni di euro senza nessun beneficio per la collettività perché non si crea neppure un posto di lavoro. Il lavoro, la ricchezza per le città e per tanti lavoratori si crea costruendo. In Europa obbligano a farlo su terreni già edificati, dove i valori immobiliari sono elevati e chi costruisce guadagna soltanto sulle sue capacità imprenditoriali. Chi mai investirà nel difficile mestiere dell’imprenditore o dell’artigiano se stando comodamente seduti può mettersi in tasca una fortuna?
E veniamo infine all’ultima tragica novità italiana. I comuni non hanno più risorse per realizzare servizi sociali, parchi, trasporti scuole. Per tenere in piedi i bilanci, i comuni e le loro società strumentali hanno fatto ricorso all’indebitamento sottoscrivendo quei titoli spazzatura che hanno portato al tracollo l’economia occidentale. Roma ne ha sottoscritti per oltre un miliardo di euro. Milano un’altra valanga, e così via. Afferma Loretta Napoleoni che le pubbliche amministrazioni «invece di cercare di risparmiare, sono andate dalle banche d’affari. La banca dice: tu devi pagare queste fatture per i prossimi due anni? Bene: me le compro io, ti do subito i soldi, e intanto emetto obbligazioni che poi vendo in borsa».
Per tenere in piedi i bilanci, poi, tutti i sindaci, di qualsiasi colore politico, affermano che l’unico modo è quello di moltiplicare all’infinito nuove costruzioni. Ma se non ci sono più soldi sarebbe interesse di tutti bloccare l’espansione senza fine che ha interessato le città italiane nell’ultimi sedici anni. Come si può pensare di costruire nuovi quartieri quando non si hanno neppure i soldi per costruire l’illuminazione pubblica e quando ci sono infinite aree produttive dismesse e case vuote? Se questa è la diagnosi, non bastano vecchie ricette. Occorre cambiare gioco e provo ad elencare le mosse che dovremmo mettere in campo al più presto.
Primo. Occorre bloccare per legge ogni espansione urbana, vincolando i comuni a ricollocarle all’interno delle aree già edificate e in stato di abbandono. Il settore delle costruzioni è un pilastro dell’economia dei paesi europei, ma per aprire una fase virtuosa anche in Italia occorre rompere per sempre il circuito infernale della rendita assoluta. Questa legge potrebbe partire dal basso, seguendo la proposta di Guido Viale, raccogliendo firme in ogni angolo dell’Italia violentata dal cemento e contrastata dai mille comitati spontanei. Secondo. Concludere per sempre la criminale stagione degli accordi di programma: basta un semplice articolo. Strillerà (molto) il manipolo di speculatori che nel periodo del trionfo berlusconiano hanno conquistato le città e distrutto l’ambiente. Terzo. Occorre restituire ai comuni – in un quadro di rigoroso controllo della spesa- i soldi tagliati per metterli in grado di governare le città. Non so se questa proposta sia collocabile nel comoda casella “dell’estremismo”: lascio questo inutile esercizio alla fallimentare politica di questi anni, utilizzata ancora di recente dopo la splendida vittoria di Pisapia nelle primarie di Milano. So soltanto che è l’unica ricetta per ristabilire un futuro al nostro paese: ridare voce al popolo derubato in questi anni dei beni comuni per eccellenza, le città e l’ambiente.

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D’Alema, frullato preistorico

di Marco Travaglio

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/dalema-frullato-preistorico/2131275

Massimo D'Alema

La proposta sul governo di larghe intese è vecchia tanto nella forma quanto nei contenuti. Ma, soprattutto, è un maldestro tentativo di puntellare il berlusconismo al tramonto (22 luglio 2010)

C’è un che di preistorico nell’intervista rilasciata da Massimo D’Alema al “Corriere della sera” per proporre “un governo di transizione, di larghe intese o come vogliamo chiamarlo” (già, come vogliamo chiamarlo?).

Anzitutto per il linguaggio che fa impallidire le fumisterie politichesi di Rumor, Moro e Forlani. Un frullato di “prospettive incerte”, “prendere le mosse”, “preoccupazione vivissima per lo stato del Paese”, “momento di responsabilità in cui si affrontino i problemi del Paese”, naturalmente “con coraggio”, per “un nuovo patto sociale”, anzi “patto per la crescita”, insomma un “appello alla responsabilità per aprire una fase nuova”, una “soluzione temporanea legata a obiettivi precisi”, tipo “un compromesso ragionevole (guai se fosse irragionevole, ndr) tra nord e sud in materia di federalismo”, per sventare “gli elementi di scollamento” con il “maggior partito di opposizione” che è “pronto a riconoscere la logica di un ragionamento di questo tipo”.

Ma come parli, Max? Mancano solo le convergenze parallele e la pausa di riflessione. De Mita, al confronto, era Tacito. Una sola cosa emerge chiara e lampante dalla colata di piombo inflitta al “Corriere”: D’Alema non sopporta che Berlusconi defunga – com’era prevedibile da tutti, fuorché da lui – per motivi giudiziari anziché per la formidabile opposizione del Pd. Infatti sostiene, restando serio, che “non si esce da una crisi di questo tipo attraverso una soluzione giudiziaria, come immagina parte dell’opposizione, o attraverso una campagna moralista e giustizialista”. Che poi è esattamente il mantra berlusconiano: “No a una nuova Tangentopoli, no al giustizialismo e al giacobinismo”.

Il fatto è che, se Scajola, Brancher e Cosentino si sono dovuti dimettere, non è certo per i “salti di qualità” inventati da D’Alema, ma per le indagini penali che la sottocultura dalemiana ostinatamente e ostentatamente ignora dai tempi della Bicamerale (sarà un caso, ma in tutta l’intervista Max non dice una parola sulla condanna in appello per mafia di Dell’Utri, suo grande fan e supporter nella fallita corsa al Quirinale del 2006). //

La vuotaggine linguistica è figlia della nullaggine politica: chi, dinanzi alla catastrofe biblica che travolge il sistema, non trova di meglio che dire “fermiamoci un momentino altrimenti l’Italia va a rotoli”, appartiene al mondo dei trapassati.

Quando D’Alema deride Berlusconi per il “tentativo abbastanza maldestro di riassorbire Casini”, dimentica che lui, da due anni a questa parte, non fa altro che tentativi abbastanza maldestri di assorbire Casini (anche a rischio di regalare pure la Puglia al Pdl). E poi che altro sarebbe il “governo di transizione, di larghe intese o come vogliamo chiamarlo”, se non l’ennesimo tentativo abbastanza maldestro di puntellare il berlusconismo putrescente con l’accoppiata perdente Pd-Udc? Cose che capitano quando, come diceva Einstein, si affida la soluzione dei problemi a chi ha contribuito a crearli.

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FIAT Pomigliano: Epifani, possibile ricomporre questa frattura

Guglielmo Epifani

18/06/2010

Ce l’ha con la FIAT “che ha commesso un’errore d’impostazione”, col governo “che certamente non ha favorito una soluzione unitaria”, ma ha un rimprovero anche per la FIOM “che avrebbe dovuto confrontarsi con la CGIL prima e non alla fine”. Secondo Guglielmo Epifani la vertenza di Pomigliano è stata gestita male fin dall’inizio, ma la situazione non è ancora definitivamente compromessa. “Ci sono due anni prima che l’investimento per spostare la produzione della Panda dalla Polonia a Pomigliano vada a regime – osserva il segretario generale della CGIL – e quindi c’è tutto il tempo per ricomporre questa frattura. Del resto, se la stessa FIAT dice che vuole anche l’accordo della FIOM, ci sarà una ragione”.

“Faccio un esempio: le sanzioni contro i sindacati che proclamano uno sciopero in coincidenza di un sabato lavorativo reso possibile dall’accordo. Ma se si tratta di uno sciopero generale o di uno sciopero per un incidente sul lavoro, cioè non legato a vertenze aziendali, che senso hanno le sanzioni? Oppure, se ci sono picchi di assenteismo per cause non dipendenti dai sindacati, come il fare i rappresentanti di lista durante le elezioni, che dipende dalle leggi, che c’entriamo noi? La FIAT se la veda con le forze politiche e faccia cambiare le norme. E infine: perché un malato vero deve pagare anche per chi fa il furbo?”

Possibile che in questa vicenda abbiano sbagliato tutti o non sarà che è la FIOM che non riesce più a fare i conti con la realtà?

“La FIAT ha certamente compiuto una scelta importante, per tutto il Mezzogiorno, e per la quale il sindacato aveva scioperato, ma poi ha voluto attuare una decisione così rilevante con una trattativa solo con i sindacati di categoria senza coinvolgere le confederazioni e le istituzioni”.

Sì ma la FIOM…

“Avrebbe dovuto confrontarsi con la CGIL prima e non alla fine della vicenda e forse, nella trattativa, avrebbe fatto meglio a dichiarare prima la sua disponibilità sui 18 turni”.

Ma è la FIOM che doveva rivolgersi alla CGIL o non era la CGIL che avrebbe dovuto intervenire per tempo? Al comitato centrale della FIOM di lunedì, quello che ha deciso il no alla firma, nessuno della CGIL è intervenuto?

“La CGIL non tratta e non fa accordi per la FIOM, che su questo è autonoma. Quanto al comitato centrale non siamo stati invitati, ma prima della riunione ho comunque parlato col segretario dei metalmeccanici, Maurizio Landini”.

Avete una posizione diversa anche sul referendum. La FIOM era contraria e alla fine ha accettato di invitare i lavoratori a partecipare, ma solo per evitare ‘le rappresaglie’ della FIAT.

“Io dico che al referendum si partecipa perché è una forma di democrazia”.

Lei ha detto anche che vinceranno i sì.

“I lavoratori sono in cassa integrazione da un anno emezzo e dovranno attendere altri due anni prima di andare a regime con la Panda. È normale che vogliano tornare a lavorare e ad avere uno stipendio pieno. Che cosa dovrebbero votare?”

E quando i sì avranno vinto, la FIOM dovrà firmare?

 “Se i sì vinceranno, la FIAT avrà due possibilità: andare avanti senza la FIOM oppure, se come dice vuole il consenso di tutti, chiedere anche alla FIOM di firmare. Per averlo, questo consenso, credo che però dovrà dare la sua disponibilità a rivedere i due punti di cui ho parlato, altrimenti si assumerà la responsabilità di fare a meno della FIOM”.

Quindi la CGIL non farà pressioni sui metalmeccanici affinché prendano atto del risultato e firmino.

“Noi facciamo pressione perché si ricomponga la situazione. Ci sono due anni per farlo, prima lo si fa meglio è. Ma dipende anche dalla FIAT”.

Con la FIOM si schierano solo i partiti della sinistra extraparlamentare e l’Idv e, sul piano sindacale, i Cobas. Le piace questa compagnia?

“Non è questo il problema, ma è chiaro che se la vicenda parte male”. “Quello per malattia si è dimezzato. Quanto a quello dovuto ai permessi sindacali, la FIOM è quella che ne ha meno di tutti. Altre sigle, più piccole, hanno decine e decine di lavoratori con incarichi nel direttivo, che danno diritto a otto ore di permesso al mese. Possono ridurli. Per il resto la vedo come Veltroni: bisogna trovare un punto di equilibrio più avanzato”.

La FIAT ha bisogno di una fabbrica dove si lavori di più e non si tollerino abusi nell’assenteismo e nella conflittualità. Le sembra irragionevole?

“Pomigliano è una fabbrica difficile, lo sappiamo. Due anni fa la FIAT ci ha investito per rilanciarla, poi c’è stata la crisi. Adesso c’è questo nuovo piano. Noi ne cogliamo tutta l’importanza, ma vorremmo che l’impostazione della FIAT fosse quella della condivisione, non dei vincoli e delle sanzioni”.

Quello di Pomigliano non è il primo e non sarà l’ultimo degli accordi che prevedono deroghe al contratto nazionale. Lo Statuto dei lavori che il governo sta preparando punta su questo. La CGIL è contraria a priori o è disposta a discuterne?

Se si tratta di deroghe ai diritti fondamentali non siamo disponibili, altrimenti si finisce in quel federalismo dei diritti di cui parla ora il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Sul contratto nazionale la nostra proposta è diversa, come ho già detto al Congresso: facciamo norme contrattuali più leggere e che si adattino meglio alle divers realtà. A quel punto le deroghe non sono più necessarie.

Intanto la CGIL e la FIOM si preparano a collezionare l’ennesima sconfitta.

“Su Pomigliano è sbagliato ragionare in termini di vittoria o sconfitta. È un grande investimento, ci vuole il coinvolgimento e la corresponsabilizzazione di tutti. È interesse anche della FIAT”.

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Putin e il crollo del Muro «Difesi il Kgb con le armi»

di Fabrizio DragoseiCorriere della Sera del 08/11/2009

Il premier russo racconta in TV il 9 novembre a Dresda

kgb

simbolo KGB

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Vladimir Putin

Mentre il Muro cadeva e la vita dei tedeschi dell’ Est cambiava per sempre, Vladimir Putin era occupato notte e giorno a distruggere dossier, a cancellare le tracce di tutte le comunicazioni, a bruciare documenti nella sede del Kgb di Dresda. «Avevamo talmente tanta roba da mettere nel fuoco che a un certo punto la stufa scoppiò», ha raccontato lui stesso in una lunga intervista che il canale televisivo Ntv manderà in onda questa sera.
Poi, dopo l’ assalto agli uffici locali della Stasi, venne il turno della sede del Kgb. Una folla enorme si assiepò davanti alla palazzina che ospitava i sovietici e si fermò solo perché lo stesso primo ministro russo, allora giovane colonnello del servizi segreti, uscì fuori e minacciò di usare le armi.
La vita dorata di Vladimir Putin, numero due del Kgb nella città della Ddr a sud di Berlino, pagato parte in dollari e parte in marchi, stava per finire. Vladimir e Lyudmila sarebbero presto ritornati a San Pietroburgo, dove lui, senza soldi e senza futuro, pensò pure di mettersi a fare il tassista.
Nella Germania Est, invece, era stata tutta un’ altra storia. I Putin c’ erano arrivati nel 1985, mentre Gorbaciov dava inizio alla perestrojka. Ma nella Ddr molto poco cambiò in quegli anni: «Era come l’ Unione Sovietica di trent’ anni prima, un Paese totalitario», ha detto ancora Putin. Totalitario ma ricco. Al posto delle file interminabili per qualche salsiccia, c’ era ogni ben di dio. «Avevamo perfino una Zhigulì di servizio, considerata un’ ottima macchina in confronto alle Trabant. E nei fine settimana ce ne andavamo sempre in giro per la Sassonia», ha raccontato Lyudmila.
Vladimir lavorava fianco a fianco con i colleghi della Stasi e il venerdì sera andava sempre a farsi una birra con loro, tanto che mise su 12 chili. Il giovane colonnello si occupava di «spionaggio politico»: reclutare fonti, ottenere informazioni, analizzarle e trasmetterle a Mosca. A Dresda c’ era un’ importante fabbrica elettronica, la Robotron, e Putin teneva d’ occhio gli stranieri che andavano a visitarla. Si dice, ma lui non l’ ha mai confermato, che poco prima della caduta del Muro, ebbe il compito di assoldare una rete di agenti che avrebbero dovuto fungere da quinta colonna dell’ Urss nella Germania riunificata. Uno di loro, un certo Klaus Zuchold, venne subito preso e confessò ogni cosa al controspionaggio della Germania occidentale. Così la «brillante» operazione di Putin andò per aria.
Quel 9 novembre, Putin assistette con tristezza agli eventi di Berlino: «Ad essere onesti devo dire che mi dispiaceva che l’ Urss stesse perdendo le sue posizioni in Europa», ha confessato. «Però capivo che una posizione costruita sulle divisioni e sui muri non poteva durare». Nei giorni seguenti tutti gli uomini del Kgb si diedero da fare per prepararsi ad abbandonare la posizione. «Dovevamo distruggere ogni cosa, interrompere le linee di comunicazione; solo il materiale più importante fu trasferito a Mosca», ha detto l’ ex presidente russo. La notte del 5 dicembre la folla occupò la sede della Stasi a Dresda. La mattina dopo tutti si radunarono davanti alla palazzina di Angelikastrasse 4, dove aveva sede (in incognito) il Kgb. ddr
All’ interno chiamarono il vicino distaccamento militare per chiedere aiuto, ma la risposta fu negativa: «Non possiamo fare nulla senza l’ autorizzazione di Mosca, e Mosca tace». Putin ebbe la sensazione che «l’ Urss non esistesse già più». Uscì fuori con la pistola in mano (lui dice che aveva a fianco un soldato armato), si qualificò come interprete e spiegò che quello era territorio sovietico. La gente rinunciò a scavalcare il muro di cinta.

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Compagni di merende

Di Loris Campetti, il manifesto 23 settembre 2008 – www.ilmanifesto.it

Una compagnia di giro incombe sui cieli d’Alitalia. Brandendo un cannone che ha sovrimpressa la parola d’ordine della cordata, “italianità”, minaccia di abbattere la nostra flotta. Berlusconi ha arruolato 16 capitani, sottotenenti e marescialli – coraggiosi di fa per dire, dato che dall’inizio sognano solo di imboscarsi per poi ritirarsi in buonordine. Ma la delega più importante il Cavaliere l’ha affidata ai giornali e alle tv di complemento. In un mondo dove una notizia esiste solo se lo decidono i media, se non esiste se la inventano, Berlusconi non si accontenta di dettar legge sulla metà delle reti e dei giornali, di cui è padrone, e a colpi di egemonia si fa largo fino in via Solferino (patria del Corriere), straborda a Saxa Rubra (la corazzata Rai, non esclusa l’ammiraglia Tg1) e arriva fino a piazza Barberini (voi non lo sapete, è qui che viene elaborato il Riformista – pensiero).

I compagni di merenda hanno un obiettivo chiaro: colpire a morte la Cgil, causa di tutti i mali. L’arma usata è, per ora, l’Alitalia e i suoi 18.500 ostaggi, usati come proiettili da spedire contro Guglielmo Epifani e il suo quartier generale. È colpa del segretario della Cgil se il più improbabile e odioso dei piani per liberarsi della compagnia di bandiera è fallito. Domani potrebbe essere ancora Epifani il killer, da mettere alla gogna, di un altrettanto improbabile accordo con Federmeccanica che pretende dai sindacati subalternità e complicità e dai lavoratori braccia, cervello e sangue – prendi tre paghi uno. Direttori ed editorialisti non pretendono da Epifani il consenso sull’operazione truffaldina di Berlusconi, si accontentano di una firma, insomma che si adegui.

Se poi Epifani risponde: trattiamo ancora, cerchiamo un’intesa condivisa, ma ottiene un secco rifiuto da chi vuole comandare e non trattare, i cannoni si posizione e sparano ad alzo zero contro di lui. I compagni di merenda sognano un campo di battaglia in cui siano gli stessi lavoratori a colpire a morte la Cgil. A questo scopo intervistano quinte colonne e agitano una seconda “marcia dei 40mila” arruolando piloti e dissidenti: purtroppo per loro, riescono ad armarne non più di un’ottantina.

Quel che non si accetta della “resistenza” di Epifani è l’idea che senza il consenso dei piloti e degli assistenti di volo, cioè di chi consente ai nostri aerei di alzarsi in cielo, qualsiasi accordosarebbe carta straccia, destinato al fallimento. Ma cosa volete che capisca di queste “sottigliezze”, chi ha in testa un modello autoritario e centralista delle relazioni sindacali, ma anche sociali, politiche, umane? Arruolare Epifani nelle fila dell’ “estremismo”, come fa il vicedirettore del Corriere ed ex sindacalista (della Uilm, frazione di sinistra), Dario Di Vico, vuol dire ignorare la sofferenza con cui il segretario della Cgil, a differenza dei suoi colleghi di Cisl e Uil, sceglie di non adeguarsi, cioè di non accettare quel che non è accettabile dai lavoratori e dal suo stesso sindacato e di non firmare a nome di chi non rappresenta. La democrazia non è un fatto di metodo, è sostanza.

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