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Il collateralismo

Di Eugenio Pari

La comparsa sulla del movimento operaio, pone in termini nuovi il tema dell’organizzazione politica. I partiti socialisti che si affacciarono  sul palco della storia alla fine dell’Ottocento sono una formazione addirittura successiva a forme che il proletariato si era dato in precedenza come le cooperative e il sindacato.

Il movimento cooperativo, non è però esclusività del movimento operaio, rappresenta il tentativo di una risposta a problemi concreti che attraversava il proletariato ed assume caratteristiche diverse in Europa, per esempio: in Inghilterra, dove le prime cooperative risalgono agli anni ’30 dell’Ottocento, si svilupperà intorno alla cooperazione di consumo; in Germania sarà principalmente cooperazione in tema di credito e quindi bancaria e di ispirazione soprattutto cristiana. In Italia, e nella Valle Padana, culla del movimento cooperativo italiano,  saranno innanzitutto le cooperative di produzione lavoro e sebbene il movimento socialista vedrà nella cooperazione uno dei principali strumenti attraverso cui applicare la propria linea politica a livello municipale, la cooperazione di impronta cattolica sarà molto importante in primo luogo quella bancaria attraverso il credito popolare. Vi era nel socialismo riformista un primato delle organizzazioni parallele rispetto al partito, questo primato verrà invertito nel Secondo Dopoguerra dove al centro ci sarà essenzialmente il PCI.

Anderlini definisce il collateralismo come

“modello di relazioni coessenziale al primato dei partiti e perdurato, seppure perdendo di forza, per tutto il corso della Prima Repubblica” (2006).

La strutturazione dei partiti prevedeva “cinghie di trasmissione”, le organizzazioni che componevano questi “ingranaggi” non erano affatto una longa manus dei comunisti nella società, inoltre non erano esclusivo patrimonio del PCI che, comunque, con il concorso dei socialisti alimentava questa struttura rendendola capillare  e di massa.

La DC, per esempio,

“non era da meno: non solo le organizzazioni innervate sulle parrocchie, ma la CISL, le cooperative bianche, la Coldiretti e altro, ivi comprese le banche rurali e le casse popolari sparse per tutto il Paese. (…) Grandi o piccoli che fossero tutti i partiti, ivi compresi quelli della tradizione liberal-borghese, erano strutturati secondo le forme classiche di integrazione democratico sociale di massa”[1].

Trattare del “modello emiliano”, in particolare della fase del suo apogeo, senza trattare il tema del collateralismo sarebbe discorso lasciato a metà, un discorso che parla si del ruolo egemone e di “regia” del PCI, ma che non riesce a spiegare fino in fondo il modo in cui, effettivamente, il Partito comunista riuscisse a mantenere e sviluppare questo ruolo centrale nel sistema economico-sociale dell’intera regione.

Nella Conferenza organizzativa del 1959 il PCI si affermava un concetto fondamentale nell’ottica di contrasto ai monopoli e al ruolo che il “sistema PCI” poteva svolgere:

“in Emilia-Romagna può svilupparsi una intesa permanente fra organizzazioni sindacali dei lavoratori ed associazioni cooperative, artigiane e di ampi settori dell’industria non monopolistica, volta appunto ad attuare una nuova’ redistribuzione del reddito ed un impulso agli investimenti produttivi, con la limitazione e la liquidazione dei superprofitti di monopolio”[2].

Il movimento cooperativo a partire dagli anni ’70 allenterà questo legame, raggiungendo contestualmente risultati economici e produttivi di maggior rilievo rispetto alla fase in cui, fondamentalmente, era una propaggine del Partito.

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Guido Fanti (a sinistra) con Giuseppe Dozza

Anche il Sindacato allargherà la “cinghia di trasmissione”, nel caso del movimento cooperativo, per quanto riguarda il sistema Legacoop, così come nel caso della CGIL il rapporto tra PCI prima e con i partiti da esso discendenti come il PDS, i Ds e in parte il PD il legame non si interromperà mai del tutto, subirà di certo modifiche ma non sarà mai interrotto soprattutto perché sia dirigenti del mondo cooperativo collegato a Legacoop, sia i dirigenti della CGIL in buona parte avevano e hanno in tasca la tessera di quei partiti e, in misura minoritaria, quella del fu PSI.

Questo fatto, a mio avviso, non fu negativo e non lo sarebbe nemmeno in linea di principio, in quanto è vero che i dirigenti del Sindacato e della Cooperazione vissero una sorta di dipendenza nell’individuazione dei rispettivi gruppi dirigenti rispetto al PCI, che, comunque, si assumeva anche il compito della formazione generale dei quadri, ma queste organizzazioni troveranno nel PCI un importantissimo interlocutore in grado di assumersi il compito di portare a sintesi politica le questioni del sindacato e del mondo della cooperazione. Questo rapporto osmotico non era unidirezionale, dal PCI alle organizzazioni collaterali, bensì anche da queste in direzione del Partito. Le cooperative e la CGIL erano le “antenne” del Partito nella società, erano una vera e propria cartina di tornasole rispetto a ciò che si muoveva nella società e alla capacità di tradurla in una linea politica da parte del Partito.

Guido Fanti parla del contributo attraverso

“progetti e realizzazioni che le organizzazioni sindacali, cooperative, artigiane, commerciali e associative di Bologna e della regione, con il supporto del PCI e del PSI, portarono come contributo essenziale alla costruzione, in pochissimi anni, del ‘modello emiliano’. Una dote ricca di progettazione e investimenti produttivi, di nascita ed espansione di migliaia di ditte artigiane e commerciali e di società Cooperative, con la costruzione di circa 100.000 nuovi posti di lavoro, che si univano a quelli creati dalle attività e dalle opere d’interesse pubblico di comuni e province. L’Emilia-Romagna divenne, così, terra di lavoro per migliaia di disoccupati del Veneto, delle Marche e delle pianure padane lombarde e piemontesi.”[3]

Il collateralismo ha avuto quindi una funzione importante nella strategia dei comunisti italiani, come ha scritto Anderlini con particolare riferimento alla cooperazione:

“se c’è del marcio in Danimarca, esso va ricercato non nel collateralismo, ma in ciò che si è sedimentato dopo la sua eclissi naturale: capi di antica nomina politica che una volta emancipati dal controllo possono essere tentati a trasformare le imprese in feudi, seguendo la via postsovietica al capitalismo, ed entristi ormai liberi di arrampicarsi altrove facendo delle coop la pista di lancio”[4].

Citando Mario Tronti, possiamo affermare che l’organizzazione collaterale fu il tentativo di una classe di farsi Stato e strumento di acquisizione della coscienza di classe:

“il passaggio del proletariato a classe operaia, da classe in sé a classe per sé, di classe a coscienza di classe per mezzo dell’organizzazione. Il capitalismo industriale per superare questa sua interna contraddizione ha dovuto superare sé stesso: andando incontro incontro alle sue nuove contraddizioni che oggi lo affliggono. È su queste ultime che oggi andrebbe centrato il conflitto. Ma potrebbe farlo solo chi si facesse consapevole erede di quella storia: forme di lotta, esperienze collettive, solidarity for ever, tutto il potere ai soviet, e prima mutualismo, associazionismo, cooperazione, e poi sindacato e poi partito fino al tentativo di farsi Stato. E patrimonio ideale, sistema di pensieri, rigorosa teoria, concezione del mondo e della vita, il tutto scoperto, praticato, elaborato con passione e realismo, due dimensioni da riaccostare dentro ognuno di noi. Un cammino luminoso che tutte le ombre in seguito accumulatesi non riescono ad oscurare. Io non capisco, (…), perché – se nel momento drammatico del crollo, almeno nei lunghi anni a seguire – non l’abbiamo messa su questo piano”[5].

Perché, in sostanza, queste organizzazioni che erano comunque originate da ideali di

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Da sinistra: Giuseppe Dozza, Renato Zangheri e Guido Fanti

 

giustizia sociale e trasformazione del mondo, a un certo punto hanno deliberatamente deciso di venire a meno a questo impegno? Come mai il mondo della cooperazione, e non parlo di quelle false dietro le quali si nascondono spesso condizioni di lavoro infami, hanno prodotto deviazioni mercantili come nel caso della scalata BNL operata nel 2005 da Consorte (il caso di Buzzi e della cooperativa 29 settembre, a mio avviso non ha nulla a che vedere con questo ragionamento e riguarda solo vicende giudiziarie)? È stata solo la reazione di rispondere alla stringente necessità di unire i principi sociali alle esigenze di bilancio, ovvero la questione delle questioni per le cooperative di essere capaci di unire solidarietà e capacità gestionali, di saper trasmettere un valore sociale e per farlo chiudere senza perdite i bilanci delle cooperative? Oppure è stato un venir meno alla propria funzione storica passando dall’altra parte, dalla parte di quelli da cui ci dovevamo difendere ovvero il capitale? Toschi ne parla in questo modo, dando un segnale del fatto che il mondo della cooperazione, nella sua maggioranza, ha ancora sani e robusti anticorpi, e io ne sono convinto:

“Non possiamo, e anche se potessimo non dobbiamo, liberarci della nostra storia, delle nostre storie così diverse eppure così uguali. La nostra è stata una storia di lotta, di divisioni, di discussioni non solo verso ‘gli altri’ ma al nostro interno e nella lotta e nelle avversità siamo cresciuti fino a divenire quello che siamo oggi. Dobbiamo quindi comprendere per progredire, per costruire su fondamenta solide e riconoscibili – le nostre fondamenta – perché solo se ci ri/conosciamo, se ci ri/troviamo, se ci ri/comprendiamo possiamo conoscere, attraverso noi stessi, anche gli altri, discutere con loro, apprezzare le loro idee e i loro progetti e costruire possibili sintesi che ci possano portare a convergere nel ‘punto marxiano’ (…) [del]: miglioramento delle condizioni di vita”[6].

La classe dirigente dell’organizzazione cooperativa ha tratti anche psicologici che ne spiegano la trasformazione, secondo Anderlini:

“nella querelle che ha accompagnato la scalata BNL, ad esempio, mi ha colpito l’insistenza con cui Fassino ha richiamato la potenza economica delle coop e il loro ‘non essere più quelle di una volta’”

stessi concetti espressi da esponenti di Legacoop, affermazioni che, proseguiva Anderlini, sono realistiche ma

ideologicamente ambigue[a] e, soprattutto, psicologicamente rivelatrici di un’ansia di neo-accreditamento, tipica del complesso d’inferiorità del parvenu, il quale tende a rimuovere la sua origine, anziché farsene un vanto. Di nuovo il complesso, tipicamente trans-comunista, dei ‘figli di un Dio minore’. La faccia perversa e marranesca assunta, dopo la decadenza, del senso aristocratico della diversità comunista. In questo, molti cooperatori, sono emblematici come più non si potrebbe del trans-comunismo”[7].

Nella cooperazione lo sforzo di disinfrancarsi non solo dal rapporto con il Partito, che nell’ottica del movimento operaio, insieme al Sindacato compone lo stesso, può significare anche un allontanamento dalla propria cultura di partenza, nello sforzo di produrre un modernizzazione affidata ad un management attinto dall’esterno dell’impresa cooperativa come in qualsiasi alta SpA. Ciò, è vero, permette maggiori competenze dal punto di vista gestionale e risposte più contingenti alle necessità economico-finanziarie, ma forse queste figure dirigenziali non tengono nella dovuta considerazione la funzione sociale, di trasformazione sociale, propria del movimento cooperativo magari ignorando, per non dire non condividendo, proprio la cultura di partenza che in fin dei conti si innerva nella storia del movimento operaio e degli strumenti (fra cui proprio la cooperazione) che esso ha utilizzato nella lotta per la propria emancipazione.

Parlando del ruolo della cooperazione Sergio Costalli ha sottolineato la necessità di tornare

“a comprendere meglio (…) lo stretto rapporto che esiste tra il nostro operare quotidiano e i bisogni, i desideri e la partecipazione democratica, nel senso più vasto del termine, del corpo sociale e dei cittadini”[8].

[1] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pagg. 112-113

[2] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 81

[3] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 96

[4] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 169

[5] M. Tronti con A. Bianchi, Il popolo perduto. Per una critica della sinistra., Edizione Nutrimenti, Roma, 2019, pagg. 24-25

[6] L. Toschi, in S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 6

[7] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 113

[8] S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 29

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“Ancora sacrifici? È peggio che negli anni Cinquanta”

LANDINI: “Ancora sacrifici? È peggio che negli anni Cinquanta”

“L’ESEMPIO DI LAMA E DI DI VITTORIO? DAL QUIRINALE USO STRUMENTALE DELLA STORIA”

Maurizio Landini Segretario Generale Fiom

“Ancora sacrifici? La ricetta è vecchia e inutile”. Il leader della Fiom Maurizio Landini non accusa direttamente il presidente della Repubblica, ma la sua risposta suona secca come una fucilata.

Nel messaggio di Capodanno Napolitano invoca la capacità dei lavoratori di “fare sacrifici”, come nel Dopoguerra con la Cgil di Giuseppe Di Vittorio e negli anni ’70 con Luciano Lama.

La storia andrebbe utilizzata per quello che è, in modo non così strumentale. Non credo che dobbiamo discutere sul rapporto tra Di Vittorio e la Dc di De Gasperi, o sulla svolta dell’Eur del ’77. Dico solo che nel ’77 c’era la scala mobile, si andava in pensione con 35 anni di anzianità e non c’era la precarietà di oggi. Negli anni ’50 dovevi avere un impiego per alzarti oltre la soglia della povertà, oggi puoi essere povero anche lavorando. In quei tempi richiamati come esempio di eroica povertà la situazione sociale era meno drammatica.

Il premier Mario Monti ha fatto eco al Quirinale invitando i sindacati a non evocare i conflitti sociali.

Appunto. Non ci sono rischi da evocare, la disgregazione sociale è in atto, con un aumento delle diseguaglianze senza precedenti. Chi invita i sindacati ad assumere un “ruolo nazionale”, dovrebbe ricordare che in questi ultimi quindici-venti anni c’è stato un trasferimento di 10-12 punti di prodotto interno lordo, oltre 150 miliardi all’anno, dai salari al profitto. Con un crollo degli investimenti sia pubblici che privati.

Per Napolitano c’è l’esigenza pressante di aumento della produttività del lavoro.

Ecco, appunto, basta che non pensi anche lui ad aumentare la produttività con più sfruttamento, cioè lavorare di più a parità di salario. Un operaio Volkswagen lavora meno, prende più soldi, e l’azienda produce e vende più auto. L’operaio produce più valore aggiunto perché l’azienda ha investito. Se non investi, come ha fatto la Fiat, puoi solo chiedere agli operai di fare meno pause.

Il ministro del Lavoro Elsa Fornero vuole un accordo sul lavoro. Lei che cosa si aspetta?

Non so, vedo che finora questo governo ha solo colpito chi lavora, con aumenti delle tariffe, dell’Iva, tassando la prima casa, tagliando sulle pensioni. Adesso temo che si vogliano tagliare le aliquote contributive, mentre bisognerebbe portarle per tutti al 33%, sennò si abbassa ulteriormente la pensione a chi oggi è giovane.

Lei che cosa proporrebbe sul mercato del lavoro?

Ce ne sono di cose da cambiare. Estendere gli ammortizzatori sociali, ridurre la precarietà e la dualità del mercato del lavoro. Ma non togliendo diritti a chi ce li ha. Bisogna unificare i diritti dei lavoratori, non creare nuove divisioni. E comunque questa discussione non affronta il nodo vero della crisi.

Quale?

C’è il rischio concreto di scomparsa del sistema industriale. Non ci sarà ripresa senza un piano straordinario di investimenti pubblici e privati. E questo chiederemo con la manifestazione nazionale dei metalmeccanici dell’11 febbraio prossimo a Roma.

Che cosa volete?

Faccio l’esempio della mobilità sostenibile, che va perseguita con un investimento straordinario non solo in infrastrutture ma anche in prodotti e tecnologie. Riguarda le auto, i treni, le navi, tutti comparti industriali in sofferenza. Se non interviene lo Stato, i privati non faranno niente. Una delle ragioni della crisi italiana è il ritardo negli investimenti in ricerca. Il governo deve fare qualcosa.

In particolare?

Noi chiediamo al ministro Corrado Passera di convocare un tavolo su Fincantieri e uno su Fiat, dove c’è anche una questione di democrazia. Fiat ha cancellato il contratto nazionale e 40 anni di contrattazione aziendale, hanno fatto il referendum a Pomigliano sotto ricatto (vota sì o ti chiudo) ma adesso sul nuovo contratto firmato a dicembre il referendum non si fa. La Fiat pretende di decidere che la Fiom non abbia vita nei suoi stabilimenti: questo non ha precedenti. La democrazia non è solo un problema tra Fiom e Fiat, è una questione di tutti.

Perché?

Se dobbiamo intervenire sulle ragioni vere della crisi bisognerà pure che la gente si esprima. O tutto finisce nel lasciar fare al governo tecnico, che tecnico non è visto che fa fior di scelte politiche? Vorrei capire se oggi l’interesse generale su cui ci si chiede di avere un “ruolo nazionale” è scritto nelle lettere della Banca Centrale Europea o non è piuttosto la creazione di posti di lavoro. Il discorso di Capodanno di Napolitano è anche un’operazione politica?Non mi sfugge. E pone un problema politico: i referendum di giugno scorso e le elezioni amministrative hanno posto una domanda di cambiamento a cui la politica non ha risposto. È un errore. La democrazia non è pericolosa.

Giorgio Meletti – 03 gennaio 2012 – Fonte: Il Fatto Quotidiano

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AGLI AMMINISTRATORI RIMINESI PRESENTI ALLO SCIOPERO CHIEDIAMO UNA COSA: COERENZA

Rimini, 06/09/2011

DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (COORDINATORE COMUNALE SEL RIMINI) SULLO SCIOPERO GENERALE DEL 6 SETTEMBRE

La grande adesione delle lavoratrici e dei lavoratori riminesi allo sciopero indetto dalla CGIL, così come la grande manifestazione sfociata in Piazza Cavour questa mattina non possono restare un momento a sé. I lavoratori, non solo gli iscritti alla CGIL, la piazza, chiedono alle Amministrazioni comunali della provincia un’azione chiara e netta per contrastare le politiche antisociali messe in campo con la proposta di manovra economica dal governo.

Piazza Cavour - sciopero 6 settembre 2011

Gli amministratori riminesi, presenti in gran numero in piazza, hanno fatto bene a dare il proprio sostegno allo sciopero, però quando scriveranno i bilanci si devono ricordare che i lavoratori e i pensionati oggi, ancora una volta, hanno chiesto più servizi pubblici, di difendere il welfare locale e non di smantellarlo o privatizzarlo. Così come la liturgia sulla ristrettezza di risorse provenienti dai trasferimenti statali non può gravare sui soliti noti in termini di incremento dell’addizionale IRPEF. Agli assessori riminesi e ai sindaci vogliamo rivolgere un invito: essere coerenti con la piazza in cui erano presenti oggi e con le richieste dello sciopero a cui hanno aderito.

Occorre un serio contrasto all’evasione fiscale e al lavoro nero, per questo crediamo che i comuni di concerto con l’Agenzia delle entrate, con l’INAIL e con l’INPS possano fornire il proprio sostegno per implementare gli organici deputati al controllo e per promuovere iniziative che stringano le maglie dell’evasione e dell’elusione, permettendo in questi casi un contrasto vero i questi fenomeni che sono veri e propri crimini.

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Contro la manovra, al fianco dei lavoratori

Sinistra Ecologia Libertà aderisce allo sciopero perché i 131 miliardi di euro complessivi per gli anni 2011 – 2014 sono tutti a carico dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Fra le varie modifiche apportate dal governo viene salvata dal contributo di solidarietà la casta dei supermanager e dei direttori dei grandi giornali, che possono festeggiare.

È una manovra iniqua e sbagliata che colpisce i diritti e il salario dei lavoratori dipendenti, taglia i servizi sociali erogati dai Comuni e dalle Regioni, non colpisce l’evasione fiscale e la corruzione, non introduce una vera patrimoniale ed una vera lotta alle speculazioni finanziarie e non delinea nessuna nuova azione di politica industriale affermando l’idea tragica per il Paese che per uscire dalla crisi bisogna tagliare i diritti, il Contratto Nazionale e lo Statuto dei lavoratori.

Estendendo il modello che Marchionne ha imposto alla Fiat per decreto legge il governo vuole cancellare l’esistenza del Contratto Nazionale e aprire alla libertà di licenziare. Migliaia di lavoratori e lavoratrici posti in mobilità rischiano di non arrivare più alla pensione. La manovra sui contratti distrugge il contratto nazionale, aumenta gli orari di lavoro per chi ha un posto, incrementa la precarietà e i licenziamenti selvaggi.

È una manovra in contrasto con il pronunciamento popolare avvenuto nei referendum dello scorso giugno, che riapre alla privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici.

Tutto il costo della manovra è, alla fine, a carico del lavoro dipendente, dei pensionati e dei più poveri. I ricchi non pagano, niente, per l’evasione fiscale si fanno chiacchiere. Questa è una brutale manovra di classe, fatta da un governo squalificato, che si aggancia all’Europa solo per giustificare la propria esistenza.

Lo sciopero generale deve dare il via a un movimento che punti a rovesciare il governo e la manovra. Dobbiamo fermarli! Dobbiamo fermare il disastro provocato da Berlusconi, ma dobbiamo anche dire basta al governo unico delle banche europeo che sta portando l’Europa a una recessione drammatica, per difendere la speculazione e la finanza.

  • Basta con Berlusconi!
  • Basta con la BCE!
  • Basta con l’Europa delle Banche!

Sinistra Ecologia Libertà – Circolo comunale di Rimini

info: circoloselrn@libero.it

http://www.facebook.com/#!/pages/Circolo-SEL-Rimini/217694638273201

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«Dignità, Marchionne»

Di Francesco Paternò – Il manifesto, 19.01.2011 

Maurizio Landini, cosa rispondi a Sergio Marchionne quando nell’intervista a Repubblica promette partecipazioni agli utili per i lavoratori?
Credo, intanto, sarebbe importante che i lavoratori potessero partecipare e trattare sulle condizioni di lavoro e sui modelli organizzativi utilizzati. La realizzazione delle persone nel lavoro non passa semplicemente attraverso i soldi.

Maurizio Landini

 

Per Marchionne «l’auto nel mondo si fa così» e «chi viene in fabbrica lo sa».
Non è assolutamente vero che questo sia l’unico modo di produrre. Primo, c’è un problema che riguarda anche la progettazione delle linee, sarebbe importante che si pensasse a questo, oltre che a studiare le nuove automobili. Secondo, per esempio in Germania, non è vero che i metodi di lavoro siano questi. Terzo, la Fiat impedisce con questo accordo la possibilità di poter contrattare i carichi di lavoro e introduce un elemento che non esiste né in Italia né in nessuna altra parte d’Europa, cioè l’impedimento della possibilità di contestarli e di negoziare i contenuti e le quantità di lavoro.

Nell’intervista, il manager parla di «discorso chiuso» a Mirafiori, ma di non aver cercato una «rottura».
La cosa vera è che la Fiat non ha mai fatto nessuna vera trattativa. Si è semplicemente presentata prima a Pomigliano e poi a Mirafiori dicendo o così, o me ne vado. Con l’idea di cancellare non solo il contratto nazionale ma l’esistenza stessa della libertà dei lavoratori di contrattare la loro condizione.

Per Marchionne, è stata la Fiom a non «aver capito la scommessa».
No. La Fiom ha capito talmente bene cosa stava succedendo che ha chiesto di fare una trattativa. In gioco non è l’esistenza della Fiom, ma l’esistenza della contrattazione collettiva e della libertà delle persone che lavorano.

Il manager ribadisce che diritti e «protezioni costituzionali» non sono stati toccati.
Basta leggere l’accordo. 1) La Fiat non si associa più a Confindustria; 2) non esiste più il contratto nazionale di lavoro; 3) si limita il diritto di sciopero, cioè siamo a una lesione costituzionale; 4) si cancella la contrattazione perché non esistono più i delegati eletti dai lavoratori, ma nominati; 5) esistono i sindacati che decide Marchionne, si è perfino inventato l’associazione quadri; 6) siamo in presenza di un aumento dell’orario e di mano libera nella gestione della impresa della forza lavoro.

Per voi un unico complimento tra virgolette: la «Fiom ha costruito un capolavoro mediatico».
Mi pare che sia la Fiat a essere proprietaria di due giornali, che abbia speso una grande quantità di soldi per campagne pubblicitarie e che abbia una qualche influenza anche sui media televisivi. La vera nostra forza è stata quella di parlare delle reali condizioni di vita e di lavoro delle persone. Ciò che ha fatto saltare il coperchio è stato il no dei lavoratori di Pomigliano, i lavoratori licenziati a Melfi che non hanno accettato di essere pagati senza lavorare e oggi la dignità e il coraggio dei lavoratori di Mirafiori. Chi è riuscito a parlare al paese è stata la dignità del lavoro, Marchionne l’ha messa in discussione.

Sostiene che la Fiom ha solo obiettivi politici, al contrario del sindacato statunitense Uaw.
Se lui pensa di trasportare un modello di un sindacato che non ha alcun ruolo contrattuale, noi lo rifiutiamo. Siamo in Europa e facciamo il sindacato che contratta. Ma la cosa che trovo davvero straordinaria è che continui a dire che non spiegherà mai l’intero piano, ma lo farà pezzo per pezzo e tutti devono essere d’accordo. Nel silenzio di governo e forze politiche.

Nell’intervista dice di voler provare a recuperare quei tanti no. Si governa una fabbrica con il 50 per cento?
Sono d’accordo con lui. Dice anche che vorrebbe recuperare quelli che hanno detto sì per paura. Ciò dimostra che sa perfettamente che la maggioranza dei lavoratori in Fiat non sono d’accordo e la cosa più saggia che dovrebbe fare è riaprire una trattativa. Sono convinto che senza il consenso di chi lavora alle linee, le fabbriche non funzionano.

Come andrà a Melfi e a Cassino, dove la Fiat vuole estendere l’accordo?
E’ sbagliato e ci auguriamo che si fermino. In caso contrario metteremo in campo tutte le iniziative giuridiche contrattuali e sindacali per contrastare l’estensione di questo modello.

Ha smentito nuovamente una vendita dell’Alfa Romeo.
Marchionne continua anche a dire che vuole arrivare al 51 per cento della Chrysler al più presto. Per farlo, ha bisogno di soldi e non so dove possa trovarli. Discutere del piano industriale significherebbe capire con trasparenza anche quali sono le scelte che intende compiere.

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Sognando Valletta

Di Loris Campetti

Il manifesto, 15.07.2010 http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2010/mese/07/articolo/3079/

Vittorio Valletta

Dal ricatto alla rappresaglia, la trasformazione di Sergio Marchionne in Vittorio Valletta procede alla velocità della luce. Il suo obiettivo è isolare e colpire la Fiom e piegare ogni resistenza operaia, prima con il ricatto e oggi, appunto, con i licenziamenti per rappresaglia contro l’unico sindacato che non è si piegato al suo cospetto.
L’amministratore delegato della Fiat non ha digerito l’esito del referendum di Pomigliano da lui stesso imposto, nell’intento di proclamare la pax taurinensis nella fabbrica campana ribelle. Il ricatto – lavoro in cambio di diritti – era stato rispedito al mittente dal 40% degli operai, e Marchionne, dopo giorni di rabbioso silenzio nella sua residenza americana, aveva dovuto abbassare la testa confermando l’investimento a Pomigliano per la produzione della Panda. Non era riuscito a isolare la Fiom, che anzi aveva raddoppiato i suoi consensi in fabbrica. Addirittura, la pax – presentata con una lettera agli operai in cui il postmarxista «liberal» decretava la fine della lotta di classe – è saltata a Torino, e a Melfi, e via via in tutte le fabbriche del gruppo. A Mirafiori si sciopera per avere quel che gli accordi prevedono, il premio di risultato: visto che si distribuiscono dividendi agli azionisti e optional milionari ai dirigenti, gli operai con uno stipendio falcidiato dalla cassa integrazione non capiscono perché a pagare debbano essere sempre e solo loro. Marchionne non ha fatto attendere la sua risposta: licenziato un delegato della Fiom. A Melfi si sciopera da due settimane contro l’aumento intollerabile dei ritmi, con la pretesa Fiat che la riduzione del lavoro da tre turni a due non comporti riduzione della produzione, imponendo agli operai di un turno la cassa integrazione e a quelli dei due turni restanti di spaccarsi la schiena alla catena di montaggio. Anche a Melfi la risposta è arrivata fulminea: un operaio in sciopero licenziato e due delegati della Fiom sospesi, in attesa di licenziamento. Marchionne tenta di praticare l’obiettivo, estendendo a tutti i dipendenti il divieto di sciopero illusoriamente strappato a Pomigliano con un diktat subìto dal 60% della fabbrica. Contro queste aggressioni la Fiom ha indetto per domani lo sciopero generale di tutto il gruppo Fiat.
Forse Marchionne sta sbagliando i conti. Non siamo negli anni Cinquanta, quando Valletta, con i soldi dell’ambasciatrice americana Luce – che consegnava gli «aiuti» del piano Marshall in cambio della liquidazione della Fiom e del licenziamento dei comunisti – e la polizia di Scelba, riuscì a piegare la resistenza operaia. Oggi, è vero, anche Marchionne ha un amico americano, e molto più potente della Luce, ma è escluso che a Obama freghi qualcosa della Fiom, di Pomigliano, Melfi e Mirafiori. Ma soprattutto, la Fiom del 2010 è altra cosa dalla Fiom dei primi anni Cinquanta che scioperava contro l’aggressione americana alla Corea nella guerra che infiammò il 38° parallelo, perdendo così il suo radicamento tra i lavoratori. Oggi la Fiom non sciopera contro l’embargo Usa a Cuba ma in difesa delle condizioni di lavoro, dei contratti, delle leggi e della Costituzione. E così aumenta i consensi nelle fabbriche. Dovrebbe rifletterci, Sergio Marchionne.

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La fabbrica di nuovo protagonista

Il ruolo del sindacato. L’uso dello sciopero. Ecco qual è la lezione di Pomigliano. Ciò che non va, nell’accordo di Pomigliano, è la violazione di diritti costituzionali dentro una logica da caserma. Ad affermarlo è la Vice Segretaria Generale della CGIL Susanna Camusso in una intervista rilasciata al settimanale ‘L’Espresso’

http://www.cgil.it/dettagliodocumento.aspx?ID=14186

02/07/2010

Gli operai erano spariti: da dieci anni erano assenti dal dibattito del paese. Si è quasi negato che esistessero. Siamo diventati thatcheriani senza vivere la finanziarizzazione che c’è stata in Gran Bretagna, perché noi eravamo e siamo ancora ben piantati nel modello manifatturiero. Dico di più: c’è stata una svalutazione dell’identità del lavoratore, anche da parte della politica… Mentre fa un bilancio amaro del recente passato, Susanna Camusso, Segretario Confederale della CGIL, appare quasi sollevata.
L’affare Pomigliano, bella grana che sta tenendo sulla corda la più grande azienda del paese, l’intera organizzazione padronale e il fronte – spaccato – delle centrali sindacali, si sta trasformando in un inaspettato regalo. Perché la sfida della Fiat su turni e produrtività dell’impianto campano, con la successiva conta tra i dipendenti e l’alzata di scudi sui loro diritti, può tradursi in uno tsunami benefico. Spazzare via il velo dell’indifferenza verso la fabbrica, i suoi abitanti e le sue battaglie, ridare linfa al mestiere del sindacalista, e centralità ai temi del lavoro.
Per Camusso, che per molti ha già in tasca il biglietto vincente che la porterà al vertice dell’organizzazione tra pochi mesi, quando scadranno gli otto anni di guida di Guglielmo Epifani, sarebbe l’inizio di una nuova era: la prima donna Segretario confederale, più il ritorno all’orgoglio operaio.
«L’esito del referendum ha fatto da sveglia», dice lei: per Mimì metallurgico, però, l’impasse Pomigliano è ancora tutta da superare.
Quale prevede sarà la prossima mossa FIAT?
«La Fiat sa che su turni e nuova organizzazione l’accordo integrativo ha lo stesso valore di un contratto nazionale, cioè si applica a tutti. Ciò che non va, ed è inefficace perché illegittimo, è la violazione di diritti costituzionali come lo sciopero».
Secondo lei perché la FIAT ha forzato la mano su assenze e scioperi?
«Si capisce solo in una logica da caserma. Non combatti forme anomale di assenteismo con una logica punitiva sui malati. E sullo sciopero quale può essere la sanzione? Il licenziamento? Le procedure dei provvedimenti disciplinari sono regolate e graduate, e non coinvolgono diritti indisponibili. Non credo ci sia un giudice del lavoro che gli darebbe ragione».
Crede che sia praticabile l’ipotesi di una ‘newco’ a Pomigliano?
«L’unica ipotesi concreta che vedo sul tavolo è lo scorporo dell’intera FIAT auto: ma non azzera tutto per ricominciare. E vale per tutti gli stabilimenti, non isola Pomigliano».
Non crede che con la crisi economica i lavoratori siano più disponibili ad accettare condizioni al ribasso?
«Pomigliano dimostra il contrario: che c’è la consapevolezza di un limite. Deve essere la contrattazione nei luoghi di lavoro a rimettere i paletti nel punto giusto».
È cambiato il modo di fare contrattazione? Più locale e con una diminuzione del peso del contratto nazionale, per esempio…
«Nell’ultimo anno e mezzo di crisi abbiamo fatto migliaia di accordi che hanno individuato forme diverse di distribuzione del lavoro. Quanto al livello di contrattazione, il secondo livello è sempre esistito, e lo sbaglio è pensare che possa andare in senso opposto alla contrattazione nazionale. Altro sbaglio: soffiare sul fuoco delle divergenze tra sindacati. Quelle migliaia di accordi li abbiamo fatti quasi tutti con CISL e UIL. Noi l’unità sindacale continuiamo a perseguirla».
Segni di disaffezione da parte degli iscritti?
«Non per la CGIL, che cresce, e non solo tra i pensionati».
Il mestiere del sindacalista oggi richiede altri sistemi, per essere efficace?
«E sempre stato un lavoro pragmatico. Ma deve muoversi su dei valori: che non sono solo il posto di lavoro e il salario, ma anche un’idea del potere dei lavoratori, e un’idea di giustizia. Si vede quali danni ha prodotto far scomparire gli operai dal dibattito del paese, negli ultimi dieci anni: si è svalutata l’identità del lavoro».
Anche gli operai sono cambiati, per: nell’ultimo congresso della CGIL si è accertato che da un quarto a un terzo dei vostri iscritti (secondo le aree del paese), votano centro-destra.
«Prima votavano DC… Comunque se gli operai votano Lega non è solo un problema del sindacato, ma della politica. Intendo dire che se a un operaio viene negato il riconoscimento della professionalità, può preferire identificarsi non con il suo lavoro, ma con il territorio a cui appartiene».
La CGIL ha scioperato contro la manovra finanziaria; si replica in Toscana, Piemonte e Liguria venerdì 2 luglio: per tutelare il potere d’acquisto andrebbe reintrodotta la scala mobile?
«No. Non è l’inflazione quello che riduce gli stipendi, ma il ‘fiscal-drag’ e un’ingiusta distribuzione dei profitti: la scala delle retribuzioni è passata da 1 a 200 a 1 a 500. La leva della competitività del paese si è spostata dalla svalutazione della moneta alla svalutazione del lavoro».
C’è in Italia un imprenditore che possa fare da contraltare allo stile Marchionne ?
«Abbiamo contrattato la riorganizzazione della Pirelli, per esempio, con ben altre modalità».
L’economista Tito Boeri accusa il sindacato di non aver abbastanza tutelato i lavoratori precari: fa autocritica?
«L’idea di intervenire legislativamente sul mercato del lavoro si è rivelata sbagliata: con la legge 30 si sono introdotte 40 forme contrattuali. Bisogna riaffermare il principio secondo il quale di norma il lavoro è a tempo indeterminato, e poi definire poche specificità».
Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, invece, moltiplica: vuole modificare lo Statuto dei lavoratori con uno uno Statuto dei lavori. Le sembra buona cosa?
«No: si spostano le tutele sulle tipologie di lavoro togliendole al lavoratore, che le ha in quanto tale, e non in quanto fa questo o quel mestiere. Lo Statuto, invece, è straordinariamente attuale».
Ma anche per il sindacato non è meglio un lavoro precario a nessun lavoro?
«Non se il precariato serve per sostituire posti di lavoro ordinario: la Fiat è stata la prima a cancellare i contratti a tempo determinato utilizzati in quel modo».
Resta il fatto che ai giovani l’accesso al mercato del lavoro è molto difficile.
«Sì, ma per far entrare loro non bisogna ridurre le tutele degli altri. Semmai si può pensare altro».
Cosa?
«Al posto del blocco per un anno delle pensioni, introdurre una flessibilità in uscita e destinare le risorse risparmiate a contribuire alle future pensioni dei giovani, non a tagliare la spesa corrente.
L’articolo 18 sul licenziamento continua ad attirare critiche. Prevede una nuova campagna per abolirlo?
«Mettiamo le cose in chiaro: l’articolo 18 vieta le discriminazioni, non il licenziamento. E bastano le statistiche dell’Istat a raccontare quanta gente già oggi viene espulsa dai luoghi di lavoro».
Sacconi si è offerto di mediare su Pomigliano: accettate?
«Questo governo ha lavorato piuttosto per la discriminazione e la divisione nel sindacato: se è questo lo spirito, viene nostalgia di Donat Cattin, di Giugni, di Damiano, altri ministri del Lavoro».
Lo sciopero come strumento di lotta sindacale non ha perso efficacia?
«Nessuno ha trovato altro che abbia la stessa forza, visibilità, chiarezza. E a chi ci accusa di fare oggi uno sciopero politico, dico: perché no? Chiediamo che a risanare il paese partecipino tutti, e non solo i lavoratori, come vuole Tremonti».
Il segretario della CISL Raffaele Bonanni, con cui avete marcate divisioni strategiche, si comporta come un amministratore delegato del suo sindacato. E da quella posizione tratta con Fiat. Traccia lo stile di un sindacato moderno?
«Credo che un leader sindacale non possa avere invidia sociale: rappresenta sempre i lavoratori e i pensionati. Detto questo, quando parli con un ministro o un amministratore delegato non lo fai in quanto vieni ammesso a un salotto, ma in virtù degli interessi che vuoi tutelare. Se si perde questa funzione di rappresentanza, tutto cambia segno. E credo che ai lavoratori non piaccia: sanno bene chi sono loro, e che l’impresa è l’impresa».
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Pomigliano dice “lavoro e dignità”

di Francesco Piccioni, il manifesto 24.06.2010 – http://www.ilmanifesto.it/

Venti giorni da segretario generale sono bastati per scoprirne la statura, preso com’è nel mezzo della battaglia più difficile per il mondo del lavoro da molti anni a questa parte. Maurizio Landini (nella foto), il giorno dopo il voto di Pomigliano ha molto da dire.

Voi non avevate dato indicazione di voto. Vi ha sorpreso il risultato?

E’ un elemento di sorpresa, perché eravamo in presenza di un ricatto pesantissimo sui lavoratori. Anche per questo avevamo dato indicazione di andare a votare, visto che la Fiom aveva già deciso di non firmare l’accordo. Mi ha colpito però il segnale di dignità che è stato lanciato. Anche sotto ricatto, le persone hanno detto chiaramente: non ci può essere lavoro senza diritti. Questo dovrebbe far riflettere tutti.

La nota rilasciata dalla Fiat (“andiamo avanti con chi ci sta”) cosa segnala?

Se la Fiat pensa davvero di confrontarsi solo con una parte dei sindacati, dopo il voto di oggi, lo considero un errore. Dovrebbe riflettere su quello che è successo a Pomigliano, ma anche in tutti gli altri stabilimenti del gruppo. Proprio perché è vero che siamo di fronte a una crisi senza precedenti, se davvero la Fiat ha a cuore le sorti dell’attività industriali in questo paese, dovrebbe assumersi la responsabilità di ricercare un consenso con tutte le organizzazioni sindacali. ma soprattutto di dare due messaggi: se vuole l’intelligenza delle persone nel lavoro, deve riconoscerne la dignità; la contrattazione e il confronto sono una risorsa anche per la Fiat. L’idea autoritaria di poter affrontare la crisi attrverso il comando unilaterale della condizione dei lavoro, con uno sfruttamento senza precedenti, beh, i lavoratori hanno risposto che non l’accettano. Visto che per far funzionare le aziende il consenso è decisivo, sarebbe interesse della Fiat affrontare questa crisi ricercando davvero il confronto. Riconoscendo pari dignità agli interessi in campo.

Questo referendum era un ricatto. Ma una volta “sdoganato” dalla Fiat, non sarebbe necessario prevederlo in tutte le situazioni di dissenso tra i vari sindacati?

Assolutamente sì. Qui la stranezza è che siamo in presenza di un accordo separato che viola la Costituzione, contratti e leggi. La strumentalità è emersa tutta, ma si pone comunque il problema: quando ci sono punti di vista diversi tra i sindacati, dove diventare una regola che solo i lavoratori possono decidere, votando, sulle loro condizioni di lavoro. Ho sentito diverse forze politiche dier che era importante il pronunciamento dei lavoratori. Bene: come Fiom, in questi mesi, abbiamo raccolto centinaia di migliaia di firme per una legge di iniziativa popolare che regoli il diritto di votare e decidere sugli accordi. La facciano approvare. Naturalmente, non si può votare sui diritti “indisponibili”; come la parità di salario tra uomo e donna o il diritto di sciopero.

Sacconi vede l’Italia nel Mediterraneo come motore della “quarta potenza emergente”, esplicitando l’idea della competizione al ribasso. E’ una visione che sta pesando anche nella vicenda di Pomigliano?

Quel che è emersa è la totale assenza di un’iniziativa del governo. Hanno semplicemente fatto il tifo per la Fiat. Siamo l’unico paese che in piena crisi non ha nemmeno più un ministro per lo sviluppo. Negli Stati uniti il governo ha stanziato fondi per l’investimento e il riordino del settore auto. Qui hanno dato incentivi pubblici alle imprese, ma senza mai vincolarle alla difesa dell’occupazione. Non si parla di auto elettriche, motori ecologici, una diversa politica della mobilità. C’è solo un accompagnamento dei processi. La stessa famiglia proprietaria della Fiat si impegna più nella finanza e nell’immobiliare che non nell’auto. C’è stato però un incrocio tra le scelte della Fiat e il governo, sull’idea che per poter investire in Italia bisogna cancellare la Costituzione, leggi, diritti. E’ una logica che porta all’imbarbarimento e al sottosviluppo. Se si pensa di uscire dalla crisi competendo su bassi salari e bassi diritti, non si va da nessuna parte. C’è chi sa farlo megli di noi. la lotta di Pomigliano contiene un elemento generale: pone il problema di un altra idea di sviluppo e modello sociale.

La Cgil sembra aver capito in ritardo la portata di questa sfida. A partire dallo sciopero generale di domani, è possibile che tutta l’organizzazione si muova?

Credo proprio di sì, ed è questo lo spirito con cui parteciperemo. Deve essere l’inizio di una mobilitazione e di una discussione nel paese. Pomigliano ha chiarito che siamo davanti a un bivio, al “dopo cristo”. Ma quali sono le risposte? C’è una risposta diversa da quella Fiat e che faccia di lavoro e diritti un punto di costruzione di un’altra fase? Mentre il governo blocca i salari nel pubblico impiego, nel settore privato – se passa la loro logica – viene chiesto al sindacato di farsi complice della compressione dei diritti “per uscire dalla crisi”. C’è quindi un interesse generale. Per cambiare questo quadro solo la Cgil può mettere in campo la mobilitazione necessaria. Non c’è un secondo tempo. La partita per modificare la situazione si sta giocando ora.

http://www.fiom.cgil.it/

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LETTERA APERTA SULLA VICENDA SCM

manifestazione all'SCM

Di nuovo sulla vicenda SCM, questa volta perché la “novità” è rappresentata dalle dichiarazioni di Aureli. Sostenere, come fa lui, che o riceve l’appoggio incondizionato di tutta la politica locale oppure è pronto a trasferire la produzione in Cina oBrasile è sostenere un ricatto puro e semplice.

Sorprende verificare anche in questo caso la trasformazione di chi quando i profitti crescono sale alla ribalta per posizioni liberal, diventando in rigido “padrone della ferriera” quando questi profitti, che peraltro hanno prodotto scarsissimi incrementi retributivi, tendono a ridursi. I sacrifici che vengono richiesti ai lavoratori, in un momento del genere dovrebbero essere sostenuti anche dalle imprese che, invece, scaricano sulla collettività e sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori i costi della crisi.

Io credo che la deroga contrattuale sul’organizzazione del lavoro all’interno dell’SCM, a cui la FIOM si è opposta e che ha fatto inalberare la dirigenza e la proprietà aziendale, sia prima di tutto una questione sindacale. Ma i progressivi attacchi della proprietà nei confronti del sindacato maggiormente rappresentativo dei lavoratori stia via via facendo calare la maschera sulle vere intenzioni di Aureli, cioè trasferire la produzione laddove è maggiormente remunerativo, laddove il livello dei diritti sindacali è più basso. Allora, questa questione, da sindacale diviene di interesse rilevante per l’intera collettività.

In questo caso non si possono non rilevare profonde analogie con la vicenda FIAT di Pomigliano d’Arco. Il metodo di gestire le relazioni industriali è tornato ad essere, come negli anni ’50, quello del ricatto prima di tutto esercitato sui lavoratori e quindi al territorio, minacciando la fuga in paesi economicamente più vantaggiosi per l’impresa. D’altra parte come si spiega il fatto che Aureli abbia imposto un diktat di questo tipo?

Credo che, rispondendo al dettato costituzionale il quale dovrebbe essere la bussola gli amministratori locali e per i parlamentari, l’impresa sia una ricchezza per la società nella misura in cui essa abbia una funzione sociale. Quindi, stando così le cose è sbagliato invocare un sostegno delle amministrazioni senza alcuna prospettiva sulla ricaduta sociale delle scelte di un’impresa e ancora più sbagliato sarebbe accordarlo. Chiedere sacrifici ai lavoratori, come, tra l’altro, se non ne avessero fatti e non ne stessero facendo già abbastanza, rinunciando all’applicazione di un elemento contrattuale, senza alcuna prospettiva di continuità lavorativa è ingiusto. Avviare l’ingresso di lavoratori alla produzione di fronte all’incremento degli ordinativi è nell’ordine delle cose, ma in questo caso, in assenza di prospettive che indichino un vero rilancio e continuità produttiva nel tempo, il rischio che terminato l’ordinativo i lavoratori se ne tornino a casa e l’azienda proceda comunque verso la delocalizzazione è ben più che evidente e le amministrazioni locali devono assolutamente sventarlo.

Io aggiungo un riferimento personale, ho assistito più volte prima come assessore provinciale all’urbanistica e poi come consigliere comunale a proposte bi partisan di cambiare destinazione d’uso allo stabilimento delle Celle da produttivo a residenziale – direzionale. Qualora queste proposte dovessero andare in porto, senza alcun progetto industriale a sostegno della continuità produttiva e lavorativa, a vantaggio di chi andrebbero? E, aggiungo, la vicenda di questi giorni si appresta ad essere il casus belli con cui accelerare da un lato la delocalizzazione e dall’altro la monetizzazione speculativa di una trasformazione d’uso degli stabilimenti produttivi. Il saldo di questa operazione sarebbe a tutto svantaggio dei lavoratori e del nostro territorio che procederebbe lungo la strada della desertificazione industriale.

Infine, questa deroga contrattuale è una deroga normativa, è una deroga che prelude ad un progetto generale di soppressione e riduzione dei diritti costituzionalmente garantiti, il combinato disposto di rapporti lavorativi sempre più basati sul rapporto lavoratore – datore fa saltare il principio normativo per cui in un contratto è da garantire maggiormente la parte più debole ossia il lavoratore uniti a contratti sempre più territoriali va inquadrato nel processo di controriforma del diritto del lavoro portato avanti dal governo che addirittura Napolitano si è rifiutato di controfirmare.

Non esiste alcuna temporaneità alla sospensione dei diritti di chi lavora, ciò rappresenterebbe un varco che trasformandosi in voraggine coinvolgerebbe non solo gli interessi e i diritti dei lavoratori direttamente coinvolti, ma la complessità delle lavoratrici e dei lavoratori a prescindere dalle categorie in cui sono impiegati. Questà è la posta in gioco. Se qualcuno come Pizzolante, deputato Pdl, attacca pesantemente la FIOM e la CGIL non lo fa certo per sostenere gli interessi generali dei lavoratori, né quelli del nostro territorio e tantomeno in nome di chissà quale modernità. Lo fa unicamente perché in questo caso è più facile, molto più facile, stare dalla parte del più forte fare ciò che i conservatori come lui hanno sempre fatto nella storia.

Eugenio Pari
Consigliere comunale SEL Rimini

 

Rimini, 22.06.2010

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ANTONIO PIZZINATO: «Fiat vuole cancellare sessant’anni di storia e diritti dei lavoratori»

Antonio Pizzinato

 Di Giorgio Salvetti, il manifesto 20/06/2010

www.ilmanifesto.it/

«La vicenda di Pomigliano mette in discussione i diritti costituzionali, sessant’anni di storia delle relazioni sindacali in Italia e umilia le esigenze psicofisiche della persona che lavora». Antonio Pizzinato è stato segretario della Cgil fino al 1988. Dopo essere stato deputato del Pci e senatore del Pds ora è presidente dell’Anpi Lombardia. Ha letto con attenzione il diktat di Marchionne ed è rimasto esterrefatto. A suo giudizio è incomprensibile non solo da un punto di vista sindacale ma anche da un punto di vista aziendale.

Che cosa ti ha colpito?

L’atteggiamento della Fiat è incoerente: nel momento in cui sceglie di investire, rinnovare e organizzare un’azienda non cerca un’ipotesi di intesa, collaborazione e partecipazione con i lavoratori, ma impone un’ipotesi che non è figlia di un confronto che fa piazza pulita dei diritti e del contratto nazionale. È una scelta in contrasto con ciò che sta avvenendo in tutto il mondo. Ormai anche in Cina si tratta con i lavoratori. Lo scorso anno gli operai cinesi hanno protestato per avere le 40 ore e il presidente cinese gli ha dovuto dare ragione. Questo è l’unico modo per aumentare la produttività. Non si può innovare in nessun senso se non si tiene in considerazione la componente umana nel processo produttivo. Questo accordo, invece, prescinde dalle esigenze del lavoratore e dunque è astratto dalla realtà concreta del lavoro. È fuori dal mondo.

Spostare le pause della mensa a fine turno è così grave?

Non si può considerare chi lavora in catena come chi lavora dietro una scrivania. La modalità di produzione fordista, anche considerate tutte le possibili innovazioni, ha dei limiti fisici oggettivi. La lotta per la pausa pranzo si faceva nel 1943. Mi ricordo che la questione delle pause fu determinante nel mio primo negoziato alla Borletti, una fabbrica di macchine da cucire cui anche la Fiat era proprietaria. Erano gli anni cinquanta. Gli imprenditori di allora non erano buoni ma conoscevano e tenevano conto della realtà di lavoro in catena. Per questo trattavano con sindacati e lavoratori. Anche informalmente. Era loro interesse. A Pomigliano, invece, Fiat annulla i risultati di ogni precedente accordo per i nuovi assunti. Quei diritti non saranno di tutti i lavoratori, ma solo dei più anziani, come fossero “privilegi” personali. Ma insomma, questa fu una delle questioni dell’autunno caldo…

Se è vero che non si può fare un’azienda senza considerare la realtà del lavoratore, perché imporre un “accordo” che in questo senso sarebbe addirittura masochista?

Proprio perché prescinde dalla realtà effettiva del lavoro in fabbrica, ho il sospetto che abbia altre finalità. Si mira a risultati politici. Si vogliono scardinare i diritti costituzionali e contrattuali ottenuti in anni di relazioni sociali e sindacali. Non è un caso che alcuni punti dell’accordo di Pomigliano coincidano con alcuni emendamenti al decreto sul lavoro che Napolitano si è rifiutato di firmare rimandandolo in Parlamento. Altro che fatto eccezionale: a Pomigliano si tenta di inaugurare una “nuova” stagione nei rapporti sociali che è paragonabile solo con la politica della Fiat dei primi anni ’80. Si tratta di un grosso passo indietro.

E allora perché anche a sinistra e nella Cgil c’è chi spinge perché i lavoratori accettino il ricatto di Marchionne?

Non mi occupo di relazioni sindacali dal 1991. Ma ho la sensazione che gli imprenditori, sia le forze politiche e sociali che dovrebbero rappresentare il lavoro non ne conoscano più la realtà oggettiva. C’è stata una grande frantumazione: nello stesso posto di lavoro ci sono dipendenti di tante aziende diverse, ognuno con padroni e vertenze diverse. In realtà ci vorrebbe una situazione omogenea per tutti quelli che lavorano nello stesso posto. Questa disgregazione non è frutto dei nuovi modelli produttivi ma di “nuove” regole e norme ben precise che hanno cambiato profondamente i luoghi di lavoro. Il risultato è che i lavoratori vivono una condizione fisica, psicologica e anche relazioni personali sempre più difficili. E non solo nelle fabbriche. Così si innescano guerre tra poveri, disillusione, rassegnazione. E in queste condizioni anche le mobilitazioni sono molto più difficili da realizzare.

Se questa è la realtà, anche un pessimo accordo appare meglio di nulla. E allora che altro può fare un sindacato, o un partito?

Piuttosto che affrontare la situazione si tende a non volerla vedere. Ci si siede sullo status quo e si finisce per assecondarlo per timore di non essere sostenuti dagli stessi lavoratori di cui non si conosce più la condizione vera. Ma così si producono e si riproducono le ragioni sociali che fanno mancare questo sostegno. È solo su questa base che si può accettare il ricatto: meglio un brutto accordo che nessun accordo. È la fine delle trattative, almeno sindacali, almeno per come le ricordo io. Tutto questo è un male per i lavoratori, per i sindacati, ma anche per gli imprenditori. Invito tutti, Marchionne per primo, a rivedere la questione di Pomigliano e a modificare atteggiamento. Al di là del risultato del referendum.

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