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Il ruolo del sindacato nel “modello emiliano”

Di Eugenio Pari

La costruzione di un robusto sistema di welfare locale nell’Emilia rossa, non è piovuto dal cielo, né è stato un “regalo” del governo locale. Nella sua costituzione fondamentale è stato il ruolo del sindacato ed, in particolare della CGIL.

Ora vorrei soffermarmi sulla trasformazione che intervenne all’interno della organizzazione sindacale negli anni dell’apogeo del “modello emiliano”. All’interno del movimento sindacale italiano e regionale contemporaneamente alla costruzione del “modello emiliano” si accresce una forte carica conflittuale e contestatrice, rivolta non solo verso il “padronato” ma anche verso la propria parte cioè l’organizzazione politica e sindacale.

Un intervento di Fernando Di Giulio, dirigente del PCI, riportato da Baldissara e Pepe, è abbastanza paradigmatico dell’atteggiamento del Partito nel valutare la situazione del periodo. Ad una conferenza degli operai del PCI l’esponente comunista sosterrà:

A Bologna noi abbiamo sempre avuto grande forza nella classe operaia, credo che abbiamo 40 mila operai iscritti, una grande forza, ma non possiamo prescindere dal fatto che questa forza è cambiata nell’ultimo mese e mezzo; perché ha compiuto delle esperienze che non aveva compiuto prima, e che quindi quegli uomini anche se sono gli stessi, fisicamente parlando, sono diversi politicamente parlando, da quelli che erano due o tre mesi fa.1

Il conflitto del Secondo biennio rosso, la stagione di lotte sindacali che si sviluppa nel nostro Paese sul finire degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, permea anche gli operai comunisti.

Fra i giovani operai si diffuse l’opinione che vedeva il sindacato utile solo nei momenti di conflitto, mentre era “nata la convinzione che se dovessero unirsi al sindacato entrerebbero in una specie di macchina burocratica nella quale la loro influenza sulle decisioni da prendere non conterebbe quasi nulla”2, da studi e analisi del sindacato da parte dei lavoratori emerse una valutazione strumentale e distaccata del sindacato. Questa disaffezione si può spigare così:

La socializzazione – ha scritto Franco De Felice – induce un processo di politicizzazione che ha forme e caratteri profondamente diversi da quelli su cui era costruita la militanza nei grandi partiti di massa”: una generazione da poco entrata nel mondo del lavoro disertava un sindacato che si dimostrava troppo aderente a quei modelli, decretandone l’inadeguatezza ai tempi nuovi; il pieno accesso ai consumi di massa, a cui venivano affidate delle funzioni sociali primarie (socializzazione, riconoscimento, distinzione), ero il vero tratto peculiare di quella fascia d’età. (…) il lavoro appariva esclusivamente nei suoi tratti di costrizione. Difficile immaginare, (…), l’esistenza di margini per la partecipazione sindacale: il “secondo biennio rosso” contribuì radicalmente il quadro.3

Il sindacato, in particolare la FIOM, prese atto di questa realtà e procedette verso uno “svecchiamento” della propria organizzazione, favorendo tra il 1968 e il 1970 un ricambio generazionale non solo dei quadri, ma della strategia. Questo passaggio implicò una serie di effetti politici, primo fra tutti il rifiuto di applicare decisioni prese da altre parti, le lotte dovevano aderire a piattaforme decise nei luoghi di lavoro per poter assumere una maggiore coerenza alle condizioni concrete di lavoro. Inoltre:

Il giovane lavoratore (…) usa un linguaggio diverso, parla di democrazia sindacale, di unificazione sindacale, di superamento delle correnti ideologiche – di una riforma sindacale, di autonomia e pone come condizione pregiudiziale il superamento dell’unità di azione per far sì che il Sindacato possa essere accolto nell’azienda, suo luogo naturale, ed essere partecipe a tutte le decisioni programmatiche di produzione, normative, di prevenzione infortunistica e di nocività.4

Il sindacato nel tentativo di comprendere queste posizioni non frenò né contrastò questa ondata, anzi, cercò di assorbirla trasformandosi e portando ad una sintesi unitaria le diverse tendenze culturali e politiche da cui provenivano queste posizioni.

Prese vita un sindacato che non organizza solo la protesta, ma nell’ottica di aprire un conflitto e di vincerlo sostenne lo studio e l’inchiesta favorendo l’incontro tra lavoratori e studenti che nel proprio nel “Secondo biennio rosso” vedranno una saldatura delle rispettive rivendicazioni. Si infittirono i rapporti tra società e classe lavoratrice, “travasando reciprocamente tensioni politiche e aspirazioni sociali”5. Si avviò una stagione in cui la base per aprire le lotte sindacali era l’avvio di una mobilitazione sociale, occorreva quindi capacità di intervento e conoscenza dei processi produttivi da un lato, dall’altra corrispondenza ai bisogni e alle sensibilità di tutti i lavoratori.

L’azione del sindacato in Emilia fu, in questi anni, un’azione pienamente immersa nel sociale, aspetto che “spinse i giovani attivisti comunisti a individuare nel sindacato un luogo più adatto rispetto al partito, per spendere le proprie energie e il proprio impegno (…)”6, è in questa fase che coloro che diverranno importanti dirigenti come Claudio Sabattini, Francesco Garibaldo, Tiziano Rinaldini entreranno nelle file del sindacato che riceve

(…) dirigenti che si sono formati nell’impegno e nel rigore della vita di un partito di massa, come quello comunista, senza però essere stati esposti al logoramento delle relazioni parlamentari, della vita amministrativa, dei rapporti burocratici o interpartitici; così come eredita forze formatesi nella ricca esperienza associativa del movimento cattolico, ma non nel politicking del partito di maggioranza.7

Per comprendere quale fosse la dialettica interna al PCI e la valutazione sul corso politico del partito in Emilia-Romagna, in particolare a Bologna, cito nuovamente Baldissara e Pepe quando nel loro testo dedicato alla figura e al ruolo di Claudio Sabattini, riportano un colloquio intrattenuto con Franceso Garibaldo nel 2009:

Eravamo tutti dentro il PCI: Claudio (Sabattini) era responsabile della cultura, io ero appena arrivato, non avevo incarichi particolari ma ero stato responsabile nazionale della FGCI, c’era stata una fase in cui ero nella Commissione culturale con la Rossanda, insomma non è che eravamo degli sconosciuti dentro al PCI. Ovviamente per noi la dimensione politica c’è sempre stata, (…), però era prevalente la dimensione culturale. Dopo di che le cose incominciarono a intrecciarsi, perché succede che Claudio, che era in una fase in cui era stato in qualche modo messo su un binario morto, su un binario laterale, aveva delle posizioni politiche di contestazione rispetto al fatto che a Bologna c’era un evidente prevalere della linea di destra, e quindi a quel punto lui fu spedito al sindacato, che non era considerata una promozione.8

L’impronta riformista, incentrata sull’ente locale erogatore di servizi in deficit spending, sulla base di un’impostazione keynesiana che pervadeva il governo locale del PCI in Emilia-Romagna, contenne il conflitto operaio. L’erogazione di questi servizi serviva a sopperire ad una realtà salariale che per gli operaio della regione rimaneva più bassa rispetto agli operai di Torino o Milano del 10-12%. Il contenimento del costo del lavoro, era alla base dell’assunto del PCI, avrebbe permesso economie di scala

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Francesco Garibaldo

che avrebbero portato a nuovi investimenti e quindi a nuova occupazione. Paolo Inghilesi dirigente della FIOM ed esponente del Manifesto, nel 1970 interverrà su questo argomento tracciando un bilancio dei conflitti che si protraevano da diversi mesi. Nel suo intervento giunse a una conclusione riflettendo sulla netta trasformazione “dalla tradizionale lotta per gli aumenti salariali o per migliori condizioni di lavoro (…) alla contestazione di ogni aspetto dello sfruttamento padronale” fatto che conduceva al fallimento “dell’illusione riformista per cui gli effetti negativi siano trattabili come cosa separata dal processo produttivo che li determina”9. La pax sociale dove ogni interesse veniva considerato e contrappesato dal PCI, trovando soluzioni possibili attraverso l’accordo di tutte le componenti, dall’intervento di Inghilesi pare non essere più sufficiente. Infatti il “Sessantanove operaio” aveva portato a maturazione la consapevolezza che occorresse confronto non solo su una redistribuzione più equa della ricchezza prodotta, ma anche una critica sul modo in cui essa veniva prodotta. Una critica che non intendeva portare acqua al mulino delle tesi extraparlamentari sul “rifiuto del sindacato”, ma, piuttosto tendeva a considerare il sindacato quale vero motore – cosciente – per quelle riforme che per il Paese significavano una vera e propria rivoluzione.

Questa impostazione trovò un’eco nelle posizioni di Sabattini il quale promosse una “offensiva” sulla base dei risultati raggiunti dal recente rinnovo contrattuale, che vedeva nella realtà produttiva regionale, frammentata e diffusa, un terreno su cui sviluppare questo orientamento. Nell’ottica di una lotta fondata sulle riforme, gli interlocutori divennero gli enti locali e il governo regionale, laddove il sindacato si connesse con il tema delle “riforme”, questione strategica per i comunisti in particolare in Emilia-Romagna.

Il tipo di esperienza del movimento sindacale e di classe, investe proprio nella nostra regione, per i contenuti e le forme di lotta, per la strategia di riforma sulla quale tende a innestarsi, l’insieme del movimento politico, delle organizzazioni democratiche, delle istituzioni rappresentative in ispegie gli enti locali e la costituenda Regione. Diviene cioè possibile e concreto che si venga instaurando (…) un rapporto diverso tra movimento sindacale e dei lavoratori e le istituzioni politiche (…) anche perché i contenuti di lotta e gli obiettivi più generali e le forme di gestione si collocano proprio in quelle esperienze di auotogoverno delle masse lavoratrici, di cui l’Ente Regione non può che essere strumento propulsore.10

Nei primi anni ’70 il sindacato si fece quindi portatore di una “battaglia per le riforme” senza però trovare uno sbocco positivo nel governo centrale. Troverà invece un interlocutore nelle amministrazioni locali dando vita ad esperienze feconde. Nella provincia di Bologna la Camera del lavoro arrivò a siglare nel 1973 un Protocollo di intesa nel quale gli enti locali si impegnavano a promuovere “importanti miglioramenti delle condizioni di vita degli operai fuori dalla fabbrica”, ovvero: fasce orarie gratuite per il trasporto pubblico di lavoratori e studenti; unità locali dei servizi sanitari e sociali, potenziamento della medicina preventiva del lavoro; oneri aggiuntivi alle imprese indirizzati alla realizzazione degli asili nido; mense comunali laddove non erano presenti quelle aziendali; equo canone, proprietà indivisa della casa, edilizia popolare; corretta pianificazione del commercio per evitare speculazioni sui prezzi.

Arrivammo persino anche alle bollette: luce, gas, l’acqua, telefono… all’autoriduzione delle bollette gestita dal sindacato. (…) Siccome non accettavamo che il governo aumentasse le tariffe dell’energia elettrica, ci facemmo l’autoriduzione: i lavoratori pagavano, venivano alla Camera del lavoro, facevamo i conti, cosa dovevamo pagare e pagavamo quello. Inizialmente un casino, da birichini, poi alla fine… la bevvero: vertenza legali, poi vinte le vertenze legali e diventò una cosa abbastanza consolidata. (…) Le vertenze erano contro i padroni perché aiutassero il comune di Bologna a sostenere i servizi sociali e a metterli in particolare a disposizione delle lavoratrici e dei lavoratori.11

Gli enti locali giocarono un ruolo di mediazione stemperando le ruvidità dello scontro sociale, ma questo ruolo giocoforza venne meno nel periodo 1974 – 1975 “quando la stretta finanziaria fece sentire il suo morso sui bilanci delle amministrazioni periferiche, al restringersi delle possibilità di movimento da parte del settore industriale si sopperì in parte con il dinamismo della spesa pubblica locale”12.

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Sabattini e Rinaldini

Lo spettro della crisi tanto agitato negli anni precedenti, si trasformò in questo periodo in realtà, gli imprenditori colsero l’occasione della sospensione della convertibilità del dollaro (fine del sistema di Bretton Woods) e la crisi petrolifera per giungere a ciò che stava loro più a cuore: stabilizzazione dei rapporti all’interno delle fabbriche. Come conseguenza proliferò lo strumento della cassa integrazione, mentre il sindacato rimase sempre più fermo nella critica all’agitazione dello stato di crisi.

Emerse, in questo contesto, una critica del sindacato, espressa dalla FIOM, alla “politica delle alleanze” su cui invece il PCI basava il suo impianto ideologico nella regione.

Una delle cose più contestate dalla parte del sindacato era la politica delle alleanze, perché voleva dire che a questa politica tu dovevi sacrificare l’interesse degli operai. Tieni anche presente come era strutturato il partito: il partito aveva per gli operai le sezioni nelle fabbriche, le sezioni di strada dove gli operai a volte c’erano ma spesso no, perché avevano le sezioni di fabbrica, e avevano quindi gli artigiani, i commercianti, i professionisti.13

Sul tema del rapporto con gli enti locali intervenne anche Luciano Lama, svolgendo un’autocritica rispetto alla linea delle riforme perseguita in quegli anni dal sindacato e ridefinendo le basi politiche della CGIL, puntualizzò che:

mentre in condizioni sempre più difficili, anche nel 1973, i lavoratori riescono a concludere vittoriosamente le loro lotte contrattuali nella società senza schieramenti più vasti e senza un sostanziale mutamento dei rapporti di forza, in realtà non si passa. E il sistema utilizza a piene mani l’inflazione e la svalutazione monetaria per recuperare i profitti e le capacità di esportazione a danno della domanda interna, dell’occupazione e dello stesso sviluppo produttivo generale. Abbiamo ancora una volta la dimostrazione che non basta cambiare il rapporto dalla fabbrica alla società se non investiamo contemporaneamente le strutture statali, le Regioni, gli Enti locali e quindi le forze politiche, se vogliamo cambiare veramente le cose. Il contesto politico decide, anche di noi e del risultato ultimo delle nostre lotte, così come le nostre lotte influiscono sul contesto politico14.

L’organizzazione metalmeccanica sostenne una lotta di tutti i salariati contro il padronato, il partito viceversa affondava il proprio consenso sulla ricerca di un’alleanza fra i salariati e il lavoro autonomo.

Il cardine della forza del sindacato metalmeccanico nuovo era uno strumento, quello dei Consigli di fabbrica, che proprio a Bologna aveva assunto un significato peculiare. Da una parte fu il segno della conquista dell’autonomia da parte del sindacato, che non si sostituì al partito nella sua opera di dialogo con la società, ma tentò di aprire spazi nuovi, organizzando forme di espressione democratica per l’operaio in quanto tale, nel suo stesso luogo d’impiego. Dall’altra la rappresentanza del mondo del lavoro costituì un formidabile strumento, potenzialmente complementare rispetto alle forme di decentramento e di rappresentanza sperimentate dall’amministrazione bolognese, ma portatore di una serie di questioni non facilmente risolvibili e che andavano a toccare delicatissimi nodi presenti in seno al partito e al sindacato.

Si trattava di una questione che trovò il suo precipitato nel convegno sulle piccole imprese, e che si può riassumere in un invito (…) in occasione di un direttivo della FIOM: “la nostra iniziativa nei confronti delle piccole e medie imprese tocca il problema delle alleanze. Questo problema assumerà un ruolo decisivo nel prossimo futuro. Definire in che modo noi crediamo di essere forza egemone”. (…). Era lo stesso Sabattini a sentirsi in dovere di chiarire la questione, precisando che “il lavoro sulle piccole fabbriche non vuole distruggere i piccoli proprietari ma vuole costruire una alternativa al tipo di sviluppo finora messo in atto”. Era proprio il differente modello economico e sociale da promuovere a costituire il nodo del problema15.

La battaglia per il miglioramento delle condizioni di lavoro e dei lavoratori verrà portata anche all’interno delle piccole e medie aziende, gran parte delle quali gravitavano “nell’orbita politica del PCI, [ciò] poneva, di fatto, in discussione le fondamenta stesse del rapporto sindacato-partito in Emilia-Romagna.”16 In queste realtà peculiari del tessuto industriale e produttivo regionale, fino ad allora

(…) era generalmente il partito e non l’azienda a porsi il come controparte, in realtà come mediatore, delle istanze sindacali. Spesso le divergenze verificatesi nel corso della negoziazione venivano ricomposte nella segreteria del partito, in Via Barberia, spianando la strada alla firma dell’accordo. Il nodo cruciale, al centro di questo scontro, era una delle questioni dirimenti nel dibattito sindacale di quegli anni: l’autonomia del sindacato dal partito.17

All’interno della FIOM non mancheranno certo gli argomenti per non “tirare troppo la corda” nei confronti delle piccole aziende, soprattutto perché, nella riconferma della politica delle alleanze, il timore era quello di non fornire pretesti alle piccole imprese per allearsi con i grandi gruppi industriali. Al riguardo sono nitide le parole di Sabattini espresse nel 1976:

Noi siamo contro la politica degli sconti, siamo per un’unificazione complessiva dei lavoratori, siamo per un’unità complessiva di classe, sia per ciò che riguarda la piccola impresa che la grande, sia ovviamente per i lavoratori che vivono nella piccola impresa come nella grande. Ma detto questo noi (…) siamo per puntare su una linea di politica economica, finanziaria, di ricerca scientifica, tale che permetta alla piccola impresa di potersi sviluppare non utilizzando necessariamente il supersfruttamento operaio, il peggioramento delle condizioni economiche della classe operaia (…). Ed è contemporaneamente problema di alleanze sociali, cioè di costruzione di un progetto che tenga conto di questi ceti non facendo loro degli sconti (…). La nostra linea è unità di classe e contemporaneamente sistema di alleanze; occorre perciò avere degli strumenti decisivi a questa linea e quindi non solo allora i consigli di fabbrica ma anche, e soprattutto in questa logica, i consigli di zona, e non solo consigli di zona, ma aggregazioni dirette da parte del sindacato, coinvolgimento di strati sociali apparentemente diversi18.

È in quanto ho cercato di riportare, a mio parere, il motivo per cui il Sindacato, in particolare la CGIL, è tuttora, nel contesto delle organizzazioni che hanno composto il movimento operaio che, come abbiamo visto, hanno edificato il “modello emiliano”, pur con tutte le difficoltà è il nucleo più vitale, maggiormente legato alle contraddizioni sociali e agli strati popolari.

1 Intervento conclusivo del compagno Di Giulio all’Assemblea provinciale degli operai comunisti. Autostazione – 10 novembre 1969. In L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 126

2 A. De Bernardi, Il sessantotto. Una questione storica aperta, in A. Varni (a cura di), il mondo giovanile in Italia tra Ottocento e Novecento, il Mulino, Bologna, 1998, pagg. 206-207, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.128

33 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.130

4 Analisi aziendali. Azienda: SABIEM S.p.a – Bologna, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 132

5 L. Segreto, Storia d’Italia e storia dell’industria, in Storia d’Italia. Annali, vol. 15 Einaudi, Torino, 1999, pag. 71, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 133

6 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 134

7 A. Pizzorno, Sull’azione poltiica dei sindacati e la “militanza” come risorsa, in I soggetti del pluralismo. Classi Partiti Sindacati, il Mulino, Bologna, 1980, pag. 187 in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 135

8 Colloquio di Baldissara con Francesco Garibaldo, 21 dicembre 2009, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag 136

9 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag 148

10 C. Sabattini, Emilia: la spinta parte dalle fabbriche, pag. 38, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 151

11 In L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 211

12 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 212

13 Intervista a A. Naldi, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.219

14 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 527

15L. Baldissara e A. Pepe, , Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 220

16 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem , pag. 318

17 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 318

18 Intervento di Claudio Sabattini al seminario per il gruppo dirigente, Unità sindacale e alleanze sociali, Milano, settembre 1976, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010 , pag.319

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Le politiche locali quali strumenti di democrazia progressiva

Di Eugenio Pari

Il riferimento dei comunisti nel governo dell’Emilia-Romagna fu l’esperienza del socialismo municipale, sebbene fra queste due esperienze sussistessero diversità.

È bene comprendere da quali presupposti si partì per la definizione delle politiche pubbliche in Emilia-Romagna e in particolare quale funzione si tentò di dare alle aziende pubbliche nella lunga esperienza di governo.

Nell’azione il peso maggiore era dato agli interventi in grado di valorizzare le esperienze che potessero fornire servizi reali ad un tessuto economico ed imprenditoriale formato da piccole e piccolissime imprese il più delle volte artigianali che costituivano e tuttora costituiscono il nerbo dell’economia regionale, questi servizi negli anni rappresenteranno il fiore all’occhiello del modello emiliano.

D’altra parte era presente l’idea di considerare gli imprenditori di queste piccole fabbriche in un certo senso come lavoratori subordinati.

In un quadro di alleanza tra braccianti, operai e piccola borghesia, un’alleanza tra città e campagna, si tendeva a raggiungere un doppio risultato dal punto di vista economico: quello del contrasto delle grandi concentrazioni monopolistiche e quello di sostenere una crescita economica in un contesto dove la disoccupazione arrivava a punte che superavano il 60% come per esempio nelle aree più depresse della provincia ferrarese.

Il PCI attraverso la politica delle alleanze perseguita ed applicata in Emilia-Romagna riuscì a caratterizzarsi in forma assolutamente originale nello scenario dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, “maturando una cultura di governo tale da giustificare la propria candidatura a partito di governo del Paese”.1

I servizi pubblici locali facevano parte di una piattaforma di lotta generale locale per nuove fonti di lavoro e per l’espansione industriale. L’obiettivo era anche quello di raggiungere un controllo democratico “nell’ambito di una diversa politica tariffaria basata sull’accentramento dei reali costi di produzione (…); revisione e controllo democratico dei Comuni sui contratti di fornitura ai privati; (…) sviluppo e potenziamento delle aziende municipalizzate per la distribuzione dell’energia con la revisione dei pubblici contratti”.2

Le politiche realizzate negli anni ’60 in Emilia Romagna rappresentavano il tentativo di realizzare dal basso e dalla periferia le condizioni di un welfare state non solo assistenziale, ma di grande intervento del pubblico nell’economia e nella produzione.

Questa alleanza antimonopolistica viene spiegata da Fausto Anderlini individuando l’esistenza nella formazione regionale delle forze produttive progressive, storicamente date, su cui grava l’ipoteca monopolistico – finanziaria in stretto connubio con lo Stato – apparato centralizzato tendente invece a squilibrare le potenzialità espansive.3

Di fronte a questo scenario la necessità era quella di procedere ad una razionalizzazione che avrebbe marginalizzato il capitale finanziario e i ceti improduttivi. Avviare una razionalizzazione capitalistica che attraverso una politica dei prezzi potesse portare vantaggio alla grande massa di coloro che richiedevano servizi per uso domestico, ma anche a vantaggio dell’artigianato e dei piccoli e medi imprenditori. Soprattutto però ci si concentrava per impegnare le industrie di stato come l’Eni a realizzare i propri fini istituzionali, ossia per l’intensificazione della ricerca e dello sfruttamento del metano e per la rottura dei cartelli monopolistici.

Nel 1959 era già presente una proposta di costituire, seppure a livello regionale, un Ente per l’energia, “le vie per l’industrializzazione passano dunque attraverso profondi mutamenti di indirizzo della politica governativa, attraverso una battaglia antimonopolistica”.4

Oltre i servizi pubblici locali ci sono i servizi socio-educativi quali elementi fondanti del “modello emiliano”, questi due cardini della politica dei comunisti e delle sinistre vengono “da lontano”, e sono rintracciabili nelle prime esperienze di governo locale dei socialisti nella regione.

Esiste una tradizione, quindi, dove “i risultati odierni sono il frutto di un’evoluzione storica lunga e affondano le radici in un passato fatto di tradizioni municipali, associazionismo, lotte sindacali e più in generale politiche per la protezione sociale”5.

La gestione nazionale di servizi come la sanità, ha in verità diverse critiche, ma l’istituzione del principio costituzionale dell’universalità di tale servizio ha permesso comunque un livello minimo del servizio declinato in modi assai diversi quante sono le diversità economiche del panorama regionale italiano. Nelle pieghe delle deleghe alle gestioni locali, non solo sui servizi sanitari, ma anche sulla casa e più in generale sui servizi afferenti al welfare, possiamo senz’altro affermare che l’Emilia-Romagna ha raggiunto nel corso degli anni importanti eccellenze divenute addirittura modello per altre regioni. Infatti come scrive Matteo Troilo: “il ‘modello emiliano’ sembrava riconoscere proprio nel welfare locale una delle sue caratteristiche più forti e identificative. Il welfare locale aveva infatti trovato un terreno molto fertile nella presenza di un benessere diffuso e di una società con poche divisioni. A partire dagli anni 70 la situazione sociale complessiva della regione è però iniziata a cambiare, se nell’economia la regione ha conservato i suoi tratti peculiari questo non si è verificato nella politica e nella società. Con il tempo è calata la partecipazione politica e quelle caratteristiche virtuose che caratteristiche virtuose che caratterizzavano la regione, come bassi livelli di criminalità e forti meccanismi di integrazione sociale, sono andati scomparendo. Sono cambiati i modi di fare famiglia e la regione ha mostrato nel tempo una forte tendenza verso l’instabilità coniugale, il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione (Barbagli – Pisati – Santoro, 2001, pag. 21).6

Senza le tradizioni socio-culturali della regione c’è da credere che il sistema del welfare locale non avrebbe avuto lo stesso successo. Il conflitto sociale, come elemento propulsivo di cambiamento attraverso le rivendicazioni, e il sistema di concezioni ideali e la cultura della classe politica al potere nella regione come elemento in grado di tradurre in scelte di governo i contenuti delle istanze. D’altra parte, lo abbiamo visto, lo sviluppo delle politiche di welfare locale e anche dei servizi pubblici era, per i socialisti prima e per i comunisti poi, una condizione di differenziazione politica rispetto al potere centrale, un elemento anche di conflitto politico che si traduceva in pratica di governo. Si sosteneva la propria alternativa dimostrando, laddove chiamati a governare, le proprie capacità di gestione del potere in senso popolare e alternativo rispetto al potere centrale. In questo senso, credo, si possa leggere la formula di “partito di lotta e di governo”.

In questo contesto non è da sottovalutare affatto la spinta che le rivendicazioni, nonché i conflitti, sindacali estesi e con un certa preminenza da una lato erano in grado di esprimere ad una classe politica disponibile ad interpretare e dare risposta a queste rivendicazioni.

Alla base dello sviluppo del welfare locale in Emilia-Romagna c’è un combinato disposto tra conflitto e accoglimento dello stesso attraverso una declinazione in azioni di governo “anche in questo caso la regione emiliana ha avuto uno sviluppo particolare in quanto la possibilità di dare risposta alle esigenze della popolazione in fatto di servizi locali ha consentito spesso di “alzare la posta” nelle rivendicazioni, arrivando a risultati di eccellenza non toccati in altri territori. Le amministrazioni lavorarono per la modernizzazione dello spazio urbano dotando le città di servizi importanti, e finirono per dare un peso effettivo ai problemi dei cittadini. La regione dominava ad esempio la ribalta nazionale delle municipalizzate con l’assunzione diretta dei servizi pubblici. Il sostegno alle piccole e medie imprese attraverso servizi efficienti, una lungimirante politica delle infrastrutture, il potenziamento di un sistema educativo funzionale al mondo del lavoro, servirono a porre il welfare in primo piano nelle politiche municipali. Un ruolo importante in tal senso lo giocarono anche i movimenti femministi ben radicati nella regione e che portarono il mondo politico locale a un’attenzione particolare per quei servizi, come gli asili nido, fondamentali per le pari opportunità (Addabbo et al. 2011).7″

Come vedremo anche gli aspetti di pianificazione territoriale segneranno uno degli elementi per l’affermazione ed il successo del modello emiliano di welfare un quadro virtuoso, “l’urbanizzazione e la struttura demografica sono altre tematiche che hanno condizionato lo sviluppo dei welfare locali e che anche in Emilia Romagna hanno portato a risultati particolari”. Già prima dell’Unità d’Italia il territorio regionale aveva un alto livello di un’urbanizzazione incentrata su centri di un certo rilievo e non su grandi città. Caso raro per l’Italia dell’epoca il livello di popolazione aumentava a partire dal 1861 grazie al basso livello di emigrazione “con il risultato di arrivare negli anni Sessanta e Settanta a livelli di natalità molto alti rispetto ad altre regioni. Di fronte ad una popolazione con molti figli gli amministratori locali dovettero rispondere fattivamente alla necessità di dare servizi all’infanzia e ai genitori. La transizione demografica, con la diminuzione della natalità, si è compiuta più tardi rispetto al livello nazionale ma è diventata più rapida rispetto al resto del paese. Oggi la popolazione regionale è più vecchia rispetto alla media nazionale e ciò ha contribuito a impostare, in un quadro virtuoso, le politiche sociali verso i servizi agli anziani (Del Panta 1997)”.8

Infine l’ultima componente dei welfare regionali è quello del tessuto sociale, inteso “come l’insieme di soggetti estranei sia al settore pubblico che a quello più propriamente privato, in grado di proporre soluzioni importanti a problemi reali. Gli enti senza scopo di lucro affondano le radici nella cultura di questa regione già a partire dal Medioevo, fase storica che vede la costituzione di enti sia laici che religiosi con finalità di assistenza e carità. Nei secoli a seguire vedono la luce, in una prospettiva di difesa delle categorie economiche più deboli, i monti di pietà, e successivamente, per offrire una maggiore tutela delle fasce meno forti a fronte del brusco passaggio da un’economia essenzialmente agricola a una prevalentemente industriale, le società di mutuo soccorso, le banche popolari, le casse di risparmio e quelle rurali. Sia prima che dopo l’Unità i territori che oggi costituiscono la regione Emilia Romagna presentavano numeri alti nel cosiddetto “terzo settore”, segno di una realtà che, già prima dell’esistenza del welfare state, aveva un importante rapporto tra il sistema produttivo e la protezione sociale dei lavoratori e più in generale dei cittadini. Questa eredità è fondamentale ancor più oggi, in una fase, come quella attuale, nella quale è visibile il graduale ritiro dell’intervento pubblico a favore del ‘terzo settore’”.9

Ma il modello ha subito delle profonde modificazioni, modifiche sorte parallelamente alle riforme degli assetti organizzativi dei governi locali insorte all’inizio degli anni ’90, allorquando vennero inseriti dispositivi di gestione, ispirati a schemi manageriali delle imprese private, “orientati a migliorare il grado di efficienza e di efficacia dell’amministrazione. È negli anni Novanta soprattutto che si afferma l’idea delle pubbliche amministrazioni come luoghi di efficienza in quanto governati da principi valutati più efficaci nel ridurre gli sprechi. L’impiego di modelli manageriali è stato introdotto per venire incontro all’esigenza di creare spazi di autonomia della dirigenza rispetto alla politica, oltre che per favorire una mentalità e una cultura amministrativa differenti da quelli sino ad allora praticati [Battistelli 1998]”.10

Questo cambiamento non è stato univoco, anche la cosiddetta società civile ha subito modificazioni: una crescente disaffezione verso l’impegno nella militanza politica già avviata negli anni ’80, la militanza politica, vista come elemento di impegno civile, cala, in particolare tra le fasce sociali più giovani, e l’impegno sociale si trasferisce dalla politica a forme di volontariato nelle associazioni tra cui il “terzo settore”. Come scrive sempre Troilo “fu in questo periodo che si consolidò quel vasto mondo che va sotto il nome di “terzo settore” e che si è espresso in fenomeni come il volontariato organizzato, la cooperazione sociale e l’associazionismo. Queste realtà hanno mostrato una forte crescita quantitativa, una maggiore strutturazione e un crescente livello di professionalità, oltre che un riconoscimento formale da parte dello stato e dell’opinione pubblica. La crescita del ‘terzo settore’ era iniziata nel corso degli anni Settanta, si era sviluppata nel decennio successivo e arrivò a una fase di ulteriore radicamento e maturazione tra gli anni Novanta e il Duemila.11

A indurre questo cambiamento vi sono elementi strutturali come la della crisi della spesa pubblica e della conseguente diminuzione dell’intervento statale nel settore del welfare, rotta che ha permesso la concretizzazione di un nuovo ruolo per gli enti non-profit, chiamati non di rado ad una funzione sostitutiva, quanto meno di supplenza del soggetto pubblico nella produzione dei servizi nonché nella privatizzazione di alcuni di questi come nel caso delle aziende municipalizzate.

Così “il ‘terzo settore’ nelle sue varie componenti si presenta quindi attualmente come uno degli attori che a livello locale partecipa maggiormente alla creazione del sistema di welfare. La legislazione più recente non solo ha fornito alle organizzazioni non-profit un riconoscimento formale, ma le ha sottoposte a criteri più stringenti e selettivi nella concessione dei finanziamenti. Ciò ha fatto sì che buona parte delle organizzazioni di “terzo settore” abbiano iniziato in questi ultimi anni ad agire in ambiti sempre più tecnici. [D’Acunto e Musella 1995; Bova 2009].12

A un elemento però va prestata grandissima attenzione: il progressivo disimpegno nella gestione diretta dei servizi da parte dei soggetti pubblici, non è equivalso ad una riduzione della richiesta dei servizi stessi. Complici fattori sociologici come quello del progressivo invecchiamento della popolazione “si è così venuto a creare una sorta di paradosso: è lievitata la richiesta di quantità e qualità di servizi alle persone ma si è fatta strada la difficoltà di mantenerne gli elevati costi. La sfida del futuro per Bologna sarà quella di conservare gli alti standard elevati che hanno caratterizzato il welfare cittadino, ben inserito nel modello regionale, aumentando la collaborazione con le istituzioni non-profit e con gli enti privati”13.

Quando parliamo di sviluppo delle politiche di welfare locale nei comuni della nostra regione non possiamo non considerare il ruolo fondamentale avuto dalle organizzazioni sindacali, con particolare riguardo alla CGIL. La CGIL dell’ l’Emilia-Romagna ha avuto la funzione non solo sindacale, quelle che riguardano il compito dell’istituzione sociale, ma è stata portatrice di una autonoma attitudine politica. Dati questi presupposti la conflittualità diviene un’ ‘utile’ contraddizione sociale: nel senso che il carattere strutturale del conflitto presente nella società contemporanea spinge inevitabilmente alla sua regolamentazione o alla sua deflagrazione e, di conseguenza, per un verso accelera il cambiamento sociale e per l’altro conduce all’affermazione o alla negazione del principio democratico” 14.

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Una manifestazione operaia a Bologna negli anni ’70

Secondo Marzia Maccaferri i temi alla base della politica di inclusione e avanzamento portata avanti dalla CGIL, sono tre: conflittualità, trasformazione economico-sociale e cittadinanza. Temi che determinano la politica della CGIL negli anni della costruzione del “modello emiliano”, dove la posta in gioco, usando un’espressione coniata da Claudio Sabattini, era quella di “spostare in avanti la soglia dei diritti”.

Il progresso materiale e il generale miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori erano al centro dell’azione del sindacato e dei partiti della sinistra in Italia come in regione. Una visione materiale richiedeva che anche la classe operaia approdasse al godimento dei frutti della società dei consumi aumentando il proprio benessere materiale. Il benessere materiale però, secondo la visione della CGIL in Emilia-Romagna, era una faccia della medaglia, l’altra non poteva che essere il benessere sociale. Nel discorso sindacale bolognese e regionale prende forma la questione dei “consumi sociali” i quali “nel quadro più ampio della creazione di un sistema di vantaggi collettivi; ambivano (…) a presentarsi come una proposta di incidere oltre il singolo individuo o nucleo familiare o segmento industriale, ma anzi in senso ampio e globale sull’intera società. A fronte di una concezione che ‘tecnocraticamente’ pretendeva l’apoliticità della pianificazione dello spazio pubblico, affermare il ruolo primario delle lotte per la casa e il diritto al trasporto pubblico efficiente mettendo al centro il conflitto (…)”15.

Il tema della casa, dei servizi, della tutela alla salute, dei nuovi bisogni sociali come la presenza di un asilo nido o scuola materna sostenuti dal sindacato ha portato a ridefinire il concetto e lo status di cittadinanza, erano i contenuti di una nuova richiesta di progresso sociale basata su elementi concreti e non astratti. Elementi che entravano nelle rivendicazioni degli operai in sede di rivendicazione, per esempio tra i volantini del Consiglio di fabbrica di un’azienda metalmeccanica si leggeva “cosa vogliamo: un asilo che non abbia tutte le carenze riscontrate attualmente e cioè più verde, più attrezzature, personale, etc. etc. Ma soprattutto vogliamo un asilo di quartiere aperto a tutti i bambini e alle loro esperienze diverse (…). La nostra proposta immediata è quella di far uscire dalla fabbrica il nido – nelle immediate vicinanze (…). Le imprese dovranno farsi carico di questi costi e di altri costi relativi ad importanti servizi sociali che interessano i lavoratori.16

La fabbrica non solo era luogo di lavoro, sede circoscritta di un avanzamento o meno salariale o delle condizioni generali di lavoro, la fabbrica era al centro dello spostamento in avanti della soglia dei diritti di tutta la comunità. Un’azione rivendicatrice nella fabbrica non solo andava a vantaggio dei lavoratori ma di tutta la cittadinanza, il conflitto sindacale diventava strumento per la progressione delle condizioni di vita della collettività.

Negli anni settanta, proprio quando il “modello emiliano” raggiunge il proprio apogeo questa azione di rivendicazione non avviene da un fronte unico composto da organizzazione sindacale e partito da un lato, padronato dall’altro. In questi anni gli enti locali, stragrande maggioranza dei quali guidati dalle sinistre a trazione PCI, teorizzano e praticano la propria “terzietà”. In questo quadro, quindi, il sindacato non solo diventa motore anche di un’azione politica saldando “nuovi bisogni socio-politici ad antiche rivendicazioni tradunioniste (…)” ma si trasforma “in una sorta di ‘centro d’intervento’ per i diritti dei cittadini, da quello allo studio a quelli dei consumatori, al diritto alla casa, (…)”17

1 N. Bellini, Il socialismo in una regione sola. Il Pci e il governo dell’industria in Emilia Romagna, Il Mulino, n.5, 1989

2 G. Fanti, intervento alla I Conferenza regionale del Pci, Bologna giugno 1959, in I Comunisti in Emilia Romagna, Documenti e Materiali, a cura di Pier Paolo D’Attorre, 1981

3 F. Anderlini, Terra rossa. Comunismo ideale, socialdemocrazia reale. Il Pci in Emilia Romagna, Istituto Gramsci Emilia Romagna, 1990

4 G. Fanti, intervento alla I Conferenza regionale del Pci, Bologna giugno 1959, in I Comunisti in Emilia Romagna, Documenti e Materiali, a cura di Pier Paolo D’Attorre, 1981

5 M. Troilo, La Regione Emilia-Romagna e il welfare state dagli anni 70 a oggi, in Bologna futuro, a cura di C. De Maria, Clueb, Bologna, 2012, pag. 92

6 M. Troilo, La Regione Emilia-Romagna e il welfare state dagli anni 70 a oggi, in Bologna futuro, a cura di C. De Maria, Clueb, Bologna, 201, pag. 94

7 M. Troilo, Bologna e il Welfare locale, appunti per una storia, https://ladigacivile.eu/

8 M. Troilo, ibidem

9 M. Troilo, ibidem

10 M. Troilo, ibidem

11 M. Troilo, ibidem

12 M. Troilo, ibidem

13 M. Troilo, ibidem

14 M. Maccaferri, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacati a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini (1968-1974), Ediesse, Roma, 2010, pag. 351

15 M. Maccaferri, ibidem, pag.403

16 Documento del Comitato Esecutivo Unitario sulla iniziativa per le lotte sociali, in M. Maccaferri, ibidem, pag. 385

17 M. Maccaferri, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacati a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini (1968-1974), Ediesse, Roma, 2010, pag. 381

 

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Il collateralismo

Di Eugenio Pari

La comparsa sulla del movimento operaio, pone in termini nuovi il tema dell’organizzazione politica. I partiti socialisti che si affacciarono  sul palco della storia alla fine dell’Ottocento sono una formazione addirittura successiva a forme che il proletariato si era dato in precedenza come le cooperative e il sindacato.

Il movimento cooperativo, non è però esclusività del movimento operaio, rappresenta il tentativo di una risposta a problemi concreti che attraversava il proletariato ed assume caratteristiche diverse in Europa, per esempio: in Inghilterra, dove le prime cooperative risalgono agli anni ’30 dell’Ottocento, si svilupperà intorno alla cooperazione di consumo; in Germania sarà principalmente cooperazione in tema di credito e quindi bancaria e di ispirazione soprattutto cristiana. In Italia, e nella Valle Padana, culla del movimento cooperativo italiano,  saranno innanzitutto le cooperative di produzione lavoro e sebbene il movimento socialista vedrà nella cooperazione uno dei principali strumenti attraverso cui applicare la propria linea politica a livello municipale, la cooperazione di impronta cattolica sarà molto importante in primo luogo quella bancaria attraverso il credito popolare. Vi era nel socialismo riformista un primato delle organizzazioni parallele rispetto al partito, questo primato verrà invertito nel Secondo Dopoguerra dove al centro ci sarà essenzialmente il PCI.

Anderlini definisce il collateralismo come

“modello di relazioni coessenziale al primato dei partiti e perdurato, seppure perdendo di forza, per tutto il corso della Prima Repubblica” (2006).

La strutturazione dei partiti prevedeva “cinghie di trasmissione”, le organizzazioni che componevano questi “ingranaggi” non erano affatto una longa manus dei comunisti nella società, inoltre non erano esclusivo patrimonio del PCI che, comunque, con il concorso dei socialisti alimentava questa struttura rendendola capillare  e di massa.

La DC, per esempio,

“non era da meno: non solo le organizzazioni innervate sulle parrocchie, ma la CISL, le cooperative bianche, la Coldiretti e altro, ivi comprese le banche rurali e le casse popolari sparse per tutto il Paese. (…) Grandi o piccoli che fossero tutti i partiti, ivi compresi quelli della tradizione liberal-borghese, erano strutturati secondo le forme classiche di integrazione democratico sociale di massa”[1].

Trattare del “modello emiliano”, in particolare della fase del suo apogeo, senza trattare il tema del collateralismo sarebbe discorso lasciato a metà, un discorso che parla si del ruolo egemone e di “regia” del PCI, ma che non riesce a spiegare fino in fondo il modo in cui, effettivamente, il Partito comunista riuscisse a mantenere e sviluppare questo ruolo centrale nel sistema economico-sociale dell’intera regione.

Nella Conferenza organizzativa del 1959 il PCI si affermava un concetto fondamentale nell’ottica di contrasto ai monopoli e al ruolo che il “sistema PCI” poteva svolgere:

“in Emilia-Romagna può svilupparsi una intesa permanente fra organizzazioni sindacali dei lavoratori ed associazioni cooperative, artigiane e di ampi settori dell’industria non monopolistica, volta appunto ad attuare una nuova’ redistribuzione del reddito ed un impulso agli investimenti produttivi, con la limitazione e la liquidazione dei superprofitti di monopolio”[2].

Il movimento cooperativo a partire dagli anni ’70 allenterà questo legame, raggiungendo contestualmente risultati economici e produttivi di maggior rilievo rispetto alla fase in cui, fondamentalmente, era una propaggine del Partito.

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Guido Fanti (a sinistra) con Giuseppe Dozza

Anche il Sindacato allargherà la “cinghia di trasmissione”, nel caso del movimento cooperativo, per quanto riguarda il sistema Legacoop, così come nel caso della CGIL il rapporto tra PCI prima e con i partiti da esso discendenti come il PDS, i Ds e in parte il PD il legame non si interromperà mai del tutto, subirà di certo modifiche ma non sarà mai interrotto soprattutto perché sia dirigenti del mondo cooperativo collegato a Legacoop, sia i dirigenti della CGIL in buona parte avevano e hanno in tasca la tessera di quei partiti e, in misura minoritaria, quella del fu PSI.

Questo fatto, a mio avviso, non fu negativo e non lo sarebbe nemmeno in linea di principio, in quanto è vero che i dirigenti del Sindacato e della Cooperazione vissero una sorta di dipendenza nell’individuazione dei rispettivi gruppi dirigenti rispetto al PCI, che, comunque, si assumeva anche il compito della formazione generale dei quadri, ma queste organizzazioni troveranno nel PCI un importantissimo interlocutore in grado di assumersi il compito di portare a sintesi politica le questioni del sindacato e del mondo della cooperazione. Questo rapporto osmotico non era unidirezionale, dal PCI alle organizzazioni collaterali, bensì anche da queste in direzione del Partito. Le cooperative e la CGIL erano le “antenne” del Partito nella società, erano una vera e propria cartina di tornasole rispetto a ciò che si muoveva nella società e alla capacità di tradurla in una linea politica da parte del Partito.

Guido Fanti parla del contributo attraverso

“progetti e realizzazioni che le organizzazioni sindacali, cooperative, artigiane, commerciali e associative di Bologna e della regione, con il supporto del PCI e del PSI, portarono come contributo essenziale alla costruzione, in pochissimi anni, del ‘modello emiliano’. Una dote ricca di progettazione e investimenti produttivi, di nascita ed espansione di migliaia di ditte artigiane e commerciali e di società Cooperative, con la costruzione di circa 100.000 nuovi posti di lavoro, che si univano a quelli creati dalle attività e dalle opere d’interesse pubblico di comuni e province. L’Emilia-Romagna divenne, così, terra di lavoro per migliaia di disoccupati del Veneto, delle Marche e delle pianure padane lombarde e piemontesi.”[3]

Il collateralismo ha avuto quindi una funzione importante nella strategia dei comunisti italiani, come ha scritto Anderlini con particolare riferimento alla cooperazione:

“se c’è del marcio in Danimarca, esso va ricercato non nel collateralismo, ma in ciò che si è sedimentato dopo la sua eclissi naturale: capi di antica nomina politica che una volta emancipati dal controllo possono essere tentati a trasformare le imprese in feudi, seguendo la via postsovietica al capitalismo, ed entristi ormai liberi di arrampicarsi altrove facendo delle coop la pista di lancio”[4].

Citando Mario Tronti, possiamo affermare che l’organizzazione collaterale fu il tentativo di una classe di farsi Stato e strumento di acquisizione della coscienza di classe:

“il passaggio del proletariato a classe operaia, da classe in sé a classe per sé, di classe a coscienza di classe per mezzo dell’organizzazione. Il capitalismo industriale per superare questa sua interna contraddizione ha dovuto superare sé stesso: andando incontro incontro alle sue nuove contraddizioni che oggi lo affliggono. È su queste ultime che oggi andrebbe centrato il conflitto. Ma potrebbe farlo solo chi si facesse consapevole erede di quella storia: forme di lotta, esperienze collettive, solidarity for ever, tutto il potere ai soviet, e prima mutualismo, associazionismo, cooperazione, e poi sindacato e poi partito fino al tentativo di farsi Stato. E patrimonio ideale, sistema di pensieri, rigorosa teoria, concezione del mondo e della vita, il tutto scoperto, praticato, elaborato con passione e realismo, due dimensioni da riaccostare dentro ognuno di noi. Un cammino luminoso che tutte le ombre in seguito accumulatesi non riescono ad oscurare. Io non capisco, (…), perché – se nel momento drammatico del crollo, almeno nei lunghi anni a seguire – non l’abbiamo messa su questo piano”[5].

Perché, in sostanza, queste organizzazioni che erano comunque originate da ideali di

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Da sinistra: Giuseppe Dozza, Renato Zangheri e Guido Fanti

 

giustizia sociale e trasformazione del mondo, a un certo punto hanno deliberatamente deciso di venire a meno a questo impegno? Come mai il mondo della cooperazione, e non parlo di quelle false dietro le quali si nascondono spesso condizioni di lavoro infami, hanno prodotto deviazioni mercantili come nel caso della scalata BNL operata nel 2005 da Consorte (il caso di Buzzi e della cooperativa 29 settembre, a mio avviso non ha nulla a che vedere con questo ragionamento e riguarda solo vicende giudiziarie)? È stata solo la reazione di rispondere alla stringente necessità di unire i principi sociali alle esigenze di bilancio, ovvero la questione delle questioni per le cooperative di essere capaci di unire solidarietà e capacità gestionali, di saper trasmettere un valore sociale e per farlo chiudere senza perdite i bilanci delle cooperative? Oppure è stato un venir meno alla propria funzione storica passando dall’altra parte, dalla parte di quelli da cui ci dovevamo difendere ovvero il capitale? Toschi ne parla in questo modo, dando un segnale del fatto che il mondo della cooperazione, nella sua maggioranza, ha ancora sani e robusti anticorpi, e io ne sono convinto:

“Non possiamo, e anche se potessimo non dobbiamo, liberarci della nostra storia, delle nostre storie così diverse eppure così uguali. La nostra è stata una storia di lotta, di divisioni, di discussioni non solo verso ‘gli altri’ ma al nostro interno e nella lotta e nelle avversità siamo cresciuti fino a divenire quello che siamo oggi. Dobbiamo quindi comprendere per progredire, per costruire su fondamenta solide e riconoscibili – le nostre fondamenta – perché solo se ci ri/conosciamo, se ci ri/troviamo, se ci ri/comprendiamo possiamo conoscere, attraverso noi stessi, anche gli altri, discutere con loro, apprezzare le loro idee e i loro progetti e costruire possibili sintesi che ci possano portare a convergere nel ‘punto marxiano’ (…) [del]: miglioramento delle condizioni di vita”[6].

La classe dirigente dell’organizzazione cooperativa ha tratti anche psicologici che ne spiegano la trasformazione, secondo Anderlini:

“nella querelle che ha accompagnato la scalata BNL, ad esempio, mi ha colpito l’insistenza con cui Fassino ha richiamato la potenza economica delle coop e il loro ‘non essere più quelle di una volta’”

stessi concetti espressi da esponenti di Legacoop, affermazioni che, proseguiva Anderlini, sono realistiche ma

ideologicamente ambigue[a] e, soprattutto, psicologicamente rivelatrici di un’ansia di neo-accreditamento, tipica del complesso d’inferiorità del parvenu, il quale tende a rimuovere la sua origine, anziché farsene un vanto. Di nuovo il complesso, tipicamente trans-comunista, dei ‘figli di un Dio minore’. La faccia perversa e marranesca assunta, dopo la decadenza, del senso aristocratico della diversità comunista. In questo, molti cooperatori, sono emblematici come più non si potrebbe del trans-comunismo”[7].

Nella cooperazione lo sforzo di disinfrancarsi non solo dal rapporto con il Partito, che nell’ottica del movimento operaio, insieme al Sindacato compone lo stesso, può significare anche un allontanamento dalla propria cultura di partenza, nello sforzo di produrre un modernizzazione affidata ad un management attinto dall’esterno dell’impresa cooperativa come in qualsiasi alta SpA. Ciò, è vero, permette maggiori competenze dal punto di vista gestionale e risposte più contingenti alle necessità economico-finanziarie, ma forse queste figure dirigenziali non tengono nella dovuta considerazione la funzione sociale, di trasformazione sociale, propria del movimento cooperativo magari ignorando, per non dire non condividendo, proprio la cultura di partenza che in fin dei conti si innerva nella storia del movimento operaio e degli strumenti (fra cui proprio la cooperazione) che esso ha utilizzato nella lotta per la propria emancipazione.

Parlando del ruolo della cooperazione Sergio Costalli ha sottolineato la necessità di tornare

“a comprendere meglio (…) lo stretto rapporto che esiste tra il nostro operare quotidiano e i bisogni, i desideri e la partecipazione democratica, nel senso più vasto del termine, del corpo sociale e dei cittadini”[8].

[1] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pagg. 112-113

[2] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 81

[3] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 96

[4] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 169

[5] M. Tronti con A. Bianchi, Il popolo perduto. Per una critica della sinistra., Edizione Nutrimenti, Roma, 2019, pagg. 24-25

[6] L. Toschi, in S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 6

[7] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 113

[8] S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 29

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