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Due dossier sulle mafie in Emilia Romagna

La criminalità organizzata si è da tempo insediata anche nella nostra regione, perseguendo metodi poco visibili: poca violenza, molti affari.

Si continua a parlare di strategia di mafia invisibile al nord, una rete di affari, ma anche di violenza: intimidazioni, omicidi. Ma da quando la mafia ha esteso la sua rete nella regione, in un territorio da sempre considerato e che da sempre si considera immune?

Si possono trovare risposte in due dossier molto interessanti e utili.

Il primo http://www.liberainformazione.org/doc/dossier_mafie_emilia_romagna.pdf 

curato dalla Regione Emilia Romagna e da Libera;

l’altro a cura di studenti delle facoltà di giurisprudenza e scienze politiche dell’Università di Bologna e del giornalista Gaetano Alessi http://campus.unibo.it/73130/1/Dossier_Emilia_Romagna.pdf possono sicuramente contribuire a farsi un’idea e a comprendere e conoscere un fenomeno da tempo saldamente radicato nella nostra regione.

Buona lettura

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Speriamo bene…

Di Eugenio Pari

 

Il 14 maggio 2011 l’attuale sindaco Gnassi in merito alla crisi aziendale dell’SCM che allora colpiva 70 lavoratori dichiarava a Il Fatto quotidiano (link:http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/14/il-faccia-a-faccia-del-fatto-tra-i-candidati-a-rimini/111200/) : “Aprirò un tavolo di crisi aziendale per dare una risposta di prospettiva alle 70 famiglie”. Oggi che i lavoratori coinvolti sono 90 ci chiediamo quali siano le intenzioni del sindaco, visto che nella recente crisi del mese di settembre fra le tante voci che si sono ascoltate è mancata proprio quella del Comune. A questo scenario si aggiunga anche che l’azienda Mercatone Uno ha aperto una procedura di mobilità a livello nazionale che coinvolge oltre 400 persone in 6 regioni diverse, al momento Rimini non parrebbe coinvolta ma secondo la Fisascat-Cisl, sindacato che ha fatto emergere la situazione, i lavoratori dei punti vendita riminesi rischiano di essere coinvolti presto.

Nella stessa intervista, in merito alla criminalità organizzata, l’attuale sindaco dichiarava che: “assumerei il protocollo sulla legalità che consente di proteggersi dall’infiltrazione mafiosa. Va anche rivisto il meccanismo degli appalti col criterio del massimo ribasso”. L’ultima operazione della magistratura volta a contrastare un racket delle scommesse clandestine con importanti influenze della camorra è del 24 settembre, un quotidiano locale lunedì 26 settembre apriva con un articolo in cui si spiegava che il clan camorristico dei Fidanzati ha da anni messo le proprie radici in riviera. Le intercettazioni del boss Vallefuoco coinvolto nell’operazione “Vulcano” dimostrano chiaramente che nelle attività criminali sono coinvolti da tempo anche professionisti riminesi, sicché il tema degli anticorpi che la comunità riminese avrebbe da tempo risulta infondato.

Tralasciando, al momento, temi come il lavoro nero, l’evasione fiscale, la riqualificazione ambientale ci chiediamo che cosa si stia facendo per dare coerenza con atti politici e amministrativi alle affermazioni rilasciate in campagna elettorale. Insomma, a che punto è il tavolo di crisi aziendale promosso dal Comune? Soprattutto, il Comune che cosa pensa di fare, come pensa di muoversi rispetto al processo di desertificazione industriale e occupazionale in atto da diversi anni a Rimini? E l’osservatorio sulla legalità?

È vero, sono solo 4 mesi che questa giunta e il suo sindaco si sono insediati, ma un antico adagio recita che “il buon giorno si vede dal mattino” e se comune e provincia si sono dimostrate, almeno sulla stampa, attivissime in merito alle nomine in aziende partecipate come la società Palacongressi, forse per colpa della stampa, questo attivismo su temi come lavoro e politiche per la legalità ci sembra essere andato poco oltre le semplici enunciazioni.

Peraltro sono apprezzabili prese di posizioni come quella sul Capodanno, in cui, finalmente, si chiede ai privati di sostenere i costi per la diretta Rai (infatti quest’anno non ci sarà diretta Rai, visto che poi non era così importante?!), proprio per questo speriamo che si faccia qualcosa e si faccia presto anche sui temi sopra richiamati.

Attendiamo fiduciosi!

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La strage di San Gennaro

ACCADE IN ITALIA

Guglielmo Ragozzino

 

I sei africani uccisi a colpi di kalashnikov a Castel Volturno venivano dal Togo, dalla Liberia, dal Ghana. Samuel, Christofer, Julius, Erik, Alex. E un altro ancora senza nome, per le cronache. Il più grande aveva 31 anni; il più giovane 26. Erano arrivati in Italia per lavorare. Senza saperlo, come è probabile, erano arrivati, alla fine di un percorso assai difficile, in un luogo famoso per il suo nome: Terra di Lavoro. I sei africani sapevano di sicuro di essere sbarcati in un posto duro, dove avrebbero lavorato tanto per una paga misera, ma non pensavano di arrivare in una terra di assassini. Puntavano a un tetto, un giaciglio comodo, un po’ di cibo, qualche soldo da mandare alle famiglie, giù in Africa, un posto da vedere, gente da conoscere, cose da imparare: niente di più. Ma si sono resi conto presto che i lavori da manovali in edilizia erano ormai scarsi, l’industria tendeva a licenziare, il terziario era soprattutto occupazione stagionale. Restava l’agricoltura e restavano le attività fuorilegge. Nella piana tra Caserta e il mare l’agricoltura era stata nei secoli l’attività portante. Ancora venti anni fa, ai tempi di Jerry Maslo, venuto dal Sudafrica per essere ucciso nel 1989 a Villa Literno, la raccolta del pomodoro era un’attività redditizia. Poi le proprietà sono passate di mano; molti tra gli acquirenti erano interessati più a sbiancare i capitali che a trarre profitto dall’investimento e quindi non avevano intenzione di meccanizzare la raccolta. Così è rimasto il lavoro africano, l’unico disponibile, l’unico che fosse possibile sfruttare, in quell’angolo della Terra di lavoro; dequalificato al massimo, volutamente clandestino, legato alla terra come ai tempi degli antichi servitori della gleba. Come ai tempi di Spartaco che raccolse proprio da quelle parti gladiatori e contadini, schiavi e donne liberate. Alcuni osservano che imprenditori locali, organizzati o meno dalla camorra, si sono serviti della zona per scavare pietrisco per la vicina Alta velocità e poi riempire di rifiuti – pericolosi, tossici – le cave risultanti. I campi di pomodoro nelle vicinanze non ne hanno guadagnato, per via delle infiltrazioni profonde e il prodotto ha perso in qualità, con il risultato sicuro di abbassare ancora i compensi ai braccianti, tutti neri, tutti in nero. Anche vicino al mare l’abuso edilizio era la regola, da decenni. Costruzioni senza regolari permessi, servite da scarse strade e fogne inesistenti, ecomostri in quantità. E poca volontà di intervenire da parte dell’autorità statale o regionale, con una società civile fragile e messa sempre a tacere. In questo ambiente di illegalità diffusa, che sale dal mare, dai campi, dalle case, dalle cave, come un vapore mefitico, è difficile essere buoni. E’ possibile che uno (o forse più) dei sei ragazzi africani avesse così trovato soltanto un lavoro nell’attività più marginale di tutte, lo spaccio. Ma non per questo è stato giustiziato, ma per essersi ribellato al potere illegale cui tutti si adattano. Ora l’Italia, con carabinieri e soldati, è tornata in forze e chiede ordine. Arriva tardi, ancora una volta.

CAMORRA

La rivolta degli immigrati

Centinaia di africani in corteo protestano contro l’uccisione dei sei ragazzi assassinati giovedì sera. «Quale droga, non siamo criminali». Castelvolturno si infiamma: vetrine infrante, auto rovesciate e tensione

Ilaria Urbani – CASTELVOLTURNO (CASERTA) – www.ilmanifesto.it

 

il manifesto

 

ANALISI

Dietro la strage la sfida lanciata dagli scissionisti

Mimmo Spagnoli

 

L’obettivo non erano loro, o meglio i poveri Kwaku, Cristopher, Antwi e gli altri immigrati massacrati l’altra notte a Castelvolurno dagli scissionisti del clan Bidognetti valevano quanto altri: neri, insomma, uccisi per dare una lezione agli altri neri, quelli che avevano violato le regole dello spaccio e della camorra. «I morti erano puliti», si è lasciato sfuggire un inquirente a poche ore dalla strage. Un necrologio rispettoso non solo perché, già dalle prime verifiche, viene fuori – in un quadro normale e articolato come di solito si incontra in questa zona – che, ad esempio, Cristopher Adams aveva ottenuto il permesso di soggiorno dalla prefettura di Agrigento; che Francis Antwi era stato in passato fermato dalla polizia ed era destinatario di un decreto di espulsione dall’Italia; che regolare permesso di soggiorno, rilasciato dalla prefettura di Napoli aveva ottenuto anche Joseph Ayimbora o che, infine, la richiesta di permesso di soggiorno per motivi umanitari era stata invece richiesta dal liberiano Alex Geemes. I bidognettiani, infatti, secondo l’ultima ricostruzione dei fatti, dopo il primo delitto risalgono il litorale a caccia di altri «insolventi» a cui dare una lezione definitiva: rimontano in auto (almeno due quelle impiegate dal gruppo di fuoco, ma forse sono tre o quattro quelle complessivamente usate nell’operazione) e continuano in direzione Napoli fin quando, dopo almeno un altro tentativo, non si imbattono nella sartoria, ancora in attività nonostante l’ora. Ammazzano i primi due che disgraziatamente stanno soppraggiungendo proprio in quel momento e continuano a colpi di kala e di 9×21 (accoppiata che usata come una vera e propria firma) avanzando in direzione del locale. A chi tocca tocca. Quasi certo allora il movente («pizzo» non pagato nonostante i minacciosi avvertimenti), quasi sicuri i mandanti della sanguinosa rappresaglia. Anche se nessuno lo dice apertamente i sicari sono gli stessi che terrorizzano gli imprenditori dell’agro aversano e che puntano dritto al controllo dei lucrosi affari gestiti un tempo da Francesco Bidognetti (detto «Cicciotto ‘e mezzanotte»). Agli ordini, molto probabilmente, di Alessandro Cirillo e Giuseppe Setola, latitanti da meno di un anno. Cirillo sarebbe stato indicato da Anna Carrino, la compagna del boss che ora collabora con gli inquirenti, come una sorta di «reggente» del clan. E’ irreperibile da quando è riuscito, in primavera, a sfuggire a una maxioperazione dei carabinieri. Setola invece è uccel di bosco dopo essere evaso da una clinica di Pavia dove era stato ricoverato agli arresti domiciliari (ma era stato già condannato all’ergastolo) per subire un intervento ad un occhio. Intorno ai due un nutrito gruppo di luogotenenti insediati sul litoriale, come Oreste Spagnolo, la cui casa fu immediatamente perquisita dopo l’omicidio di Domenico Noviello, titolare di un’autoscuola ucciso perché si era ribellato al racket. O come Giovanni Letizia, i cui interessi sono a Castelvolturno. A loro gli inquirenti attribuiscono gli ultimi delitti, dal padre del pentito Bidognetti a Michele Orsi, l’imprenditore dei rifiuti che aveva iniziato a collaborare con i magistrati. Una costola «militare» del clan guardata con interesse dai latitanti eccellenti come Antonio Iovine e Michele Zagaria. «La base del clan chiede il sangue», dice qualcuno.

 

Articoli tratti da www.ilmanifesto.it – 20/ 09/2008

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“Niente razzismo, questo è uno scontro tra clan”

Una intervista pubblicata su il manifesto del 20/09/2008

Parla Francesco Barbagallo, docente di storia all’Università Federico II di Napoli

Di Enrico Miele – www.ilmanifesto.it

“Sette omicidi non possono corrispondere a logiche razziste. La criminalità locale non vuole cedere il controllo del casertano a organizzazioni provenienti da altri paesi. Questo non è razzismo, ma scontro tra clan”. È netto il pensiero di Francesco Barbagallo, professore di storia all’Università Federico II di Napoli, nel descrivere la guerriglia urbana avvenuta ieri a Castelvolturno.

Un conflitto per il controllo del territorio quindi…

In queste zone una parte dei migranti tende ad organizzarsi come gruppo criminale strutturato che con il passare del tempo si espande, entrando in conflitto con i clan della zona. Ma la risposta dei casalesi nasconde uno scontro sulle modalità di sviluppo dell’attività criminale.

C’è un tentativo dei casalesi di reclutare i migranti che arrivano in quelle zone?

Io ribalterei il problema. In Campania tutta una serie di attività economiche si svolgono sotto il controllo dei clan. Non solo lo spaccio della droga, ma anche altri commerci in cui operano comunità di provenienza africana. Non è possibile svolgere alcuna attività senza che intervenga la criminalità locale, perché i clan controllano il mercato del lavoro.

Però un corteo spontaneo non è usuale nel casertano. Perché stavolta i migranti sono scesi in piazza?

L’uccisione di sei persone ha prodotto emozione nei gruppi di cui facevano parte. Le comunità di stranieri sono numerose nella zona. È chiaro che alcune sono estranee ai giri criminali. È più una “mistura” tra migranti coinvolti in traffici illeciti e altri più esterni ai circuiti criminali, ma in qualche modo collegati, che reagiscono alla violenza subita.

Lo Stato come classica risposta manderà l’esercito. Può servire in un contesto del genere?

(Ride) Qui l’esercito non serve a niente. I militari sono assoldati dai clan, com’è accaduto nella guerra di Scampia dove, al fianco dei Di Lauro vi erano ex militari delle guerre balcaniche che tenevano in scacco le forze dell’ordine.

Stampa, processi sotto i riflettori, condanne,. I clan del casertano sembrano in difficoltà…

Negli ultimi tempi c’è una reazione forte dei casalesi proprio perché vengono attaccati intensamente. Reagiscono per dimostrare di poter mantenere il controllo della situazione. Se alle confessioni che stanno facendo i pentiti si aggiunge anche la rivolta dei migranti sono costretti a reagire.

Quindi un effetto dell’attenzione mediatica c’è stato?

Certo, perché Saviano ha attuato un’opera d’informazione che è diventata patrimonio comune nella società civile. Prima di Gomorra nessuno conosceva i casalesi. Ora i clan del casertano sono celebri, anche se negano di essere criminali. Loro si considerano imprenditori, una multinazionale. Se poi qualcuno gli pesta i piedi lo ammazzano, che sia bianco o nero.

 

 

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Gomorra fronte del nord

L'arresto di Francesco "Sandokan" Schiavone

Un articolo molto interessante sull’ultimo numero de L’Espresso del 18/09/2008 – di Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi

Bologna, Modena, Parma, Reggio: è la nuova terra di conquista dei casalesi. Il pentito Bidognetti descrive l’assalto camorrista. Con il gioco d’azzardo, il racket, l’ingresso nei cantieri. E con la sfida dei padrini campani a Felice Maniero: ‘Fatti da parte’

Tra la via Emilia e il West, nella Modena cantata da Francesco Guccini, c’è gente che le pistole le usa davvero. “Gli interessi dell’organizzazione dei casalesi si estendono oltre la provincia di Caserta, anche ai territori dell’Emilia-Romagna, e in particolare alle province di Modena, Reggio Emilia e Bologna. L’interesse dei casalesi e la loro presenza sul territorio inizia sin dalla fine degli anni Ottanta, ma in realtà molti miei concittadini, per motivi attinenti ad attività da loro prestate, in modo particolare nel settore edile, si trasferirono in Emilia già negli anni ’70. Oggi si può dire che, vista la numerosa presenza di casalesi in quella zona, Modena e Reggio Emilia corrispondono a Casal di Principe e San Cipriano D’Aversa….”.

Domenico Bidognetti è stato un protagonista del romanzo criminale che in vent’anni ha portato i camorristi di tre paesini alla costruzione di un impero. Lui Gomorra l’ha vista crescere e prosperare. È cugino del padrino Francesco Bidognetti, quel Cicciotto ‘e Mezzanotte che anche dal carcere ha dominato l’ascesa dei mafiosi campani. La sua collaborazione con i magistrati, che va avanti da un anno, sta svelando nuove dimensioni della conquista casalese. Partendo dall’occupazione di quelle province del Nord dove maggiore era la prospettiva di guadagno e minore il rischio di entrare in guerra con le cosche siciliane e calabresi, radicate in Lombardia e Piemonte: l’Emilia-Romagna, appunto, e parte del Veneto. Con il sogno proibito di mettere un piede a Milano, realizzando quell’assalto alla capitale morale già tentato da Raffaele Cutolo nei primi anni Ottanta.

Giochi d’azzardo
Il contagio avviene sempre partendo dai soldi. Prima le bische e gli investimenti immobiliari. Solo in una seconda fase si mettono sul tavolo le armi e la violenza per imporre il racket. Con un obiettivo strategico: entrare nel giro delle grandi opere, trasferendo sopra la linea gotica gli accordi con le aziende padane collaudati nei cantieri campani dell’Alta velocità. Si comincia quindi dall’industria dell’allegria. Bidognetti elenca night e ristoranti gestiti dagli affiliati, racconta della spartizione del territorio con i calabresi e con il boss del Brenta Felice Maniero, parla delle mazzette estorte ai costruttori Pizzarotti di Parma, in un’Emilia inedita in cui i camorristi sembrano muoversi come fossero a casa loro.

Rivelazioni pagate a caro prezzo
Il padre di Bidognetti è stato assassinato tre mesi fa. Lui invece è andato avanti. Le sue parole intersecano e completano anni di indagini della Procura antimafia di Napoli, che già hanno svelato la penetrazione della famiglia Zagaria a Parma. Ma anche l’altro collaboratore di giustizia, Gaetano Vassallo, fornisce retroscena illuminanti sui traffici di cocaina tra Riviera romagnola e Costa domiziana, completando l’affresco dell’arrembaggio malavitoso.

Soldi facili
La scoperta della terra promessa avviene secondo il modello classico: il soggiorno obbligato. Un capoclan spedito dai giudici a Modena fa di necessità virtù criminale: sfrutta le colonie di emigrati campani onesti per imporre il modello camorrista. “Accadeva tra l’89 e il ’90. All’epoca noi ritenevamo questa zona molto sicura, una sorta di fortezza. Sui casalesi e i sanciprianesi residenti lì esercitavamo pressioni, quando eravamo a Modena o Reggio per latitanza o provvedimenti di natura giudiziaria”. Domenico Bidognetti si trasferisce in Emilia una prima volta a 15 anni: è apprendista di una ditta casertana, ma dopo tre mesi torna indietro “perché mi sentivo sfruttato”.
Scopre così che ci sono soldi molto più facili. Le bische, ad esempio, e i videopoker che i casalesi decidono di gestire “in regime di monopolio”. La rete che unisce Caserta, Modena e Reggio frutta oltre 200 milioni di lire al mese, che i boss venuti dal Sud non vogliono dividere con nessuno. “Venimmo a sapere che c’era un gruppo riconducibile a Felice Maniero e a un calabrese che volevano inserirsi in quell’attività. Decidemmo di incontrare il Maniero, e da Casal di Principe partì una squadra di notevole spessore criminale”: una delegazione che somma diverse condanne all’ergastolo. Due auto con pezzi da novanta come i cugini Bidognetti, Raffaele e Giuseppe Diana e l’imprendibile latitante Antonio Iovine. “Nell’incontro imponemmo a Maniero di lasciar perdere. Quando tornammo, mio cugino Cicciotto commentò l’inutilità del loro intervento, dando del ‘drogato’ a Maniero”. L’atteggiamento cambia nei confronti della ‘ndrangheta. I padrini casertani si fanno più rispettosi e stringono patti. Le zone dove incassare il racket vengono divise in base alla provenienza: ognuno impone il pizzo a negozianti e ditte create in Emilia da emigrati della zona d’origine, riproducendo al Nord omertà e regole di casa. È una situazione paradossale: nella gogna finiscono imprenditori che avevano lasciato il Sud proprio per sfuggire alla prepotenza dei clan. Per i boss invece le spedizioni hanno parentesi felici: nei ristoranti e nei night emiliani non devono chiedere, tutto viene offerto, tutto è gratis. “Tirammo fuori solo una mancia per le ragazze che ci avevano intrattenuto…”.

Caccia all’uomo
Le faide si spostano spesso da Caserta al Nord. Bidognetti descrive inseguimenti nella nebbia e vendette incrociate lungo la direttrice dell’Autosole. C’è il pedinamento nel centro di Modena condotto durante i giorni di Natale: dopo lunghi appostamenti, il bersaglio viene sorpreso in una piazzetta, ma all’ultimo momento arriva un’auto e i killer rinunciano a colpire. Solo un rinvio: la condanna verrà poi eseguita ad Aversa. A Modena ci sono parenti fidati che custodiscono le armi e altri designati come autisti per la conoscenza dei luoghi. Ma al volante non si dimostrano all’altezza: uno degli agguati fallisce proprio perché la vittima riesce a seminare il commando. Le sentenze nascono anche da semplici sospetti. Uno degli ambasciatori delle famiglie si vanta di guidare senza patente e non temere i controlli della polizia. E due boss venuti da Caserta per incontrarlo vengono invece bloccati dagli agenti: quanto basta per qualificarlo come infame e decretarne l’esecuzione.

La legge del clan
Il pentito non lesina dettagli. Elenca i capi militari a cui era affidata la custodia del fronte Nord. “Nel 1995 Francesco ‘Sandokan’ Schiavone ci rappresentò la necessità di sottoporre a estorsione non solo i commercianti casertani, ma anche quelli non campani, come ad esempio gli emiliani. Per noi fu una novità: sino ad allora le estorsioni venivano praticate solo a danno di imprenditori che realizzavano grossi appalti”. La richiesta è legata a un momento di grande crisi economica del clan, con le prime operazioni antimafia che avevano fatto finire in cella capi e gregari e quindi la necessità di mantenere le famiglie. Anche in questo caso c’è un’osmosi tra le attività campane e quelle emiliane. Le commesse pubbliche più importanti a Caserta andavano spesso a colossi del Nord, che poi accettavano la legge dei camorristi, concedendo quote di lavoro e mazzette cash. Il collaboratore ripercorre la storia della Pizzarotti di Parma, che scese a patti per la costruzione del nuovo carcere di Santa Maria Capua Vetere, destinato a custodire proprio i camorristi. Un appalto da 82 miliardi di lire, portato avanti dal ’93 in poi, quando Mani Pulite aveva azzerato i cantieri settentrionali. A vincerlo è un consorzio guidato dalla celebre coop ravennate Cmc e dalla Pizzarotti. Gli emissari delle aziende emiliane e i loro geometri vennero intimiditi con schiaffi, percosse e pistole spianate. “Partecipai a una riunione con l’ingegnere della Pizzarotti per sollecitare i lavori che spettavano a una delle nostre ditte di fiducia”. I boss ottengono un duplice vantaggio: denaro in nero, pagato attraverso giri di fatture false, e contratti leciti per entrare in una dimensione imprenditoriale.

Scacco alle due torri
“Anche a Bologna da tempo i casalesi hanno propri interessi economici”. Bidognetti però sugli investimenti non sa essere più preciso: è un uomo d’azione, che ricorda tutto delle pistolettate, ma non ha amministrato capitali. Sul riciclaggio sotto le due torri gli investigatori lavorano da tempo nel segreto. Ma le indagini hanno già smantellato parte della rete creata a Parma dagli Zagaria, assieme ai Bidognetti e agli Schiavone la terza grande famiglia casalese: lì si erano uniti a immobiliaristi locali, trovando agganci nella politica cittadina e sfiorando il colpo grosso. Uno degli Zagaria riesce a incontrare Giovanni Bernini, leader emergente di Forza Italia e presidente uscente del consiglio comunale ma soprattutto consigliere dell’allora ministro Pietro Lunardi. Dalle intercettazioni emerge come la ricerca di un contatto con Lunardi e con i costruttori parmensi fosse quasi un’ossessione per gli Zagaria. Non è un caso. Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna scandiscono l’asse delle opere più importanti in ballo: l’Alta velocità, le tangenziali, le nuove corsie dell’autostrada. Un Eldorado di cantieri e subappalti che hanno tentato in tutti i modi di infiltrare. Finora non c’è prova che ci siano riusciti. Ma i padrini casertani contano sul fattore protezione: quasi tutti i colossi italiani hanno costruito nel territorio chiave tra Roma e Napoli. Dove avrebbero ricevuto dai casalesi servizi importanti: sicurezza, manodopera a basso costo e pace sindacale. Il tutto in cambio di subappalti, portati a termine con efficienza. Un contratto che molti manager settentrionali hanno trovato vantaggioso.

La dama bianca
In Romagna i casalesi scoprono anche delle professionalità innovative. Ne parla Gaetano Vassallo, ‘il ministro dei rifiuti’ della camorra, descrivendo l’ammirazione del clan per un narcos romagnolo, che apre una nuova rotta per i rifornimenti di cocaina dal Sudamerica. Un personaggio che viene subito ammesso nella cerchia che conta per la capacità di far entrare fiumi di droga attraverso tanti corrieri insospettabili: dieci chili a settimana, 40 al mese. Li chiamavano ‘criature’, ossia bambini. Ma l’amico della Romagna era anche in grado di fornire rifugi sicuri per i latitanti che volevano stare alla larga dalle retate e dai killer avversari. Quando il clima ad Aversa e a Casal di Principe si faceva teso, quale migliore esilio che il divertimentificio adriatico?

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Gomorra-fronte-del-nord/2041523//0

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