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Cambiare si può Rimini

Cambiare si può

Cambiare si può

Il giorno 27/12 l’assemblea “Cambiare si può” ha votato all’unanimità quanto segue:

– convocazione per il 03/01/2013, ore 20.30 presso la Sala del Quartiere 2, in via Pintor (davanti Ospedale Infermi – sopra supermercato Conad);

– denifinizione in quella data di una lista di candidati espressione del territorio riminese;

– il seguente documento:

“L’Assemblea di “Cambiare si può” riunita a Rimini per la terza volta il 27/12/2012 sollecita il Comitato nazionale dei garanti ad accelerare il più possibile i tempi per definire le liste dei candidati di Camera e Senato, sostenendo la candidatura a Capo della coalizione di Antonio Ingroia. Riteniamo indispensabile ce si presenti una sola lista e non un insieme di liste, così come prendiamo favorevolmente atto dell’importante disponibilità di quei partiti che hanno deciso di rinunciare ai propri simboli e a candidare propri dirigenti nelle liste. Da parte nostra sottolineiamo l’altrettanto indispensabile necessità di candidature dai territori in grado di rappresentare lotte e istanze coerenti con i principi ispiratori contenuti nell’appello “Cambiare si può” e genere, essendo già in grado dei nomi per il nostro territorio che verranno formalizzati nella prossima Assemblea convocata per il 3 gennaio p.v. Occorre far presto e bene perché la presentazione di una lista alternativa a centrodestra, centro e centrosinistra – schieramenti che hanno sostenuto e sostengono le politiche del governo Monti – è una condizione essenziale anche se non ancora data. Occorre trasmettere chiaramente, inoltre, che la lista conseguente all’appello “Cambiare si può”, non può essere semplicemente un cartello elettorale, ma l’inizio di un processo politico per la costituzione di una realtà che abbia al proprio centro i seguenti temi: lavoro, lotta alle mafie, lotta alla corruzione, diritti di cittadinanza, beni comuni, ambiente, valori costituzionali e anti fascismo. Un soggetto politico che abbia quale obiettivo quello di riunire in un grande processo di rinnovamento politico le forze sociali, culturali e politiche del Paese per avviare una indispensabile e irrimandabile Rivoluzione democratica del Paese.Un soggetto politico in grado di rinnovare le pratiche e i rapporti non solo della politica e delle istituzioni rappresentative, ma anche i rapporti economici, le dinamiche nelle organizzazioni con l’obiettivo dell’avanzamento progressivo della vicenda sociale italiana.

Documento approvato dall’unanimità alla terza assemblea di “Cambiare si può”, Rimini, 27/12/2012”

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Forlì, il sindaco Balzani rompe col Pd

Forlì, il sindaco Balzani rompe col Pd: “Votiamo contro la fusione Hera-Acegas”

Lo sfogo del primo cittadino su Facebook contro la multiutility che diventerà ancor più “privata” con la prevista mega-operazione finanziaria: “Il voto simbolico di una città di provincia non cambierà le cose ma servirà ad attrarre l’attenzione su un tema politico di cui la tv non parla”. E arriva il plauso del Movimento 5 Stelle di Ravenna

di Davide Turrini | Forlì | 6ottobre 2012

Roberto Balzani, Sindaco di Forlì

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/06/forli-sindaco-balzani-rompe-col-pd-%E2%80%9Cvotiamo-contro-fusione-hera-acegas%E2%80%9D/374615/

Il re è nudo. E ci voleva un apostata come Roberto Balzani per mostrarlo. Ieri pomeriggio il sindaco di Forlì ha rilasciato un messaggio duro e sconfortato nella sua bacheca di Facebook, proprio sulla discussa fusione Hera- Acegas che i comuni dell’Emilia Romagna stanno approvando ad uno ad uno, non senza strascichi polemici all’interno delle varie maggioranze di centrosinistra.

“Di fuori c’è il lato grottesco – attacca Balzani nel post – Fiorito, i diamanti, le vacanze al mare, le case, ecc… Ma, visto da dentro, com’è l’autunno della Repubblica? E’ freddo, nonostante i 27° di oggi. E’ freddo, perché fanno venire i brividi le lotte per aggredire le spoglie dello stato da parte dei poteri meglio organizzati”

Poi il refrain che ha caratterizzato un sindaco spesso non allineato alla linea di partito: “Noi a Forlì siamo soggetti a pressioni incredibili – manager, politici, funzionari, ecc. – semplicemente perché NON siamo d’accordo con la fusione fra Hera e Acegas”.

Sembra uno sfogo di un normale cittadino e invece sono le parole in libertà di un professore universitario di storia, tradizione repubblicana, che nel dicembre del 2008 alla primarie del Pd supera di poche decine di voti la candidata ufficiale e tenta più volte, da primo cittadino eletto, di rivoluzionare la città a partire proprio dal rapporto con Hera. Fin dal 2009, infatti, l’amministrazione Balzani si mette per traverso rispetto alla ristrutturazione della governance di Hera: a fronte della richiesta della multiutility di cedere le reti del gas e dell’acqua in cambio di una nuova emissione di azioni, dà risposta negativa. Successivamente nel 2011 dichiara che il Comune si costituirà parte civile contro Hera per i danni alla salute provocati dagli inceneritori.

Ma è sulla fusione Hera-Acegas, operazione che permetterà un oggettivo reinserimento dei privati nella grande multiutility ignorando la scelta referendaria del giugno 2011, che Balzani ha preso una posizione netta da parecchio tempo, sintetizzata nella seconda parte del post su Facebook: “Perché dobbiamo raccontarci la favola della “governance” pubblica collettiva? La governance è esercitata, nelle spa (soprattutto se quotate), da chi ha pacchetti azionari pesanti. Gli altri guardano. Punto. E’ la realtà. E allora perché prendersela con chi vuol dire questa semplice verità, dimostrando che “il re è nudo”?”

“Le cose non cambieranno per il simbolico voto contrario di una città di provincia – conclude Balzani – Tutto andrà secondo i programmi. Forse, però, ciò servirà ad attrarre l’attenzione su un tema squisitamente POLITICO, di cui nessuno parla in tv”.

Parole pesanti che trovano subito commentatori pronti a ringraziare il sindaco per la sua coerenza e coraggio: “I sindaci emiliano-romagnoli dovrebbero comportarsi tutti come lei”, scrive Marisa Toffanin e ancora “amo chi ha il coraggio delle proprie idee senza peli sulla lingua”, commenta Libertà Piazza. Infine l’assist del consigliere comunale 5 Stelle di Ravenna, Pietro Vandini: “Complimenti da un Consigliere Comunale del Movimento 5 Stelle”.  E se son rose, diceva un antico adagio, fioriranno.

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Fusione AcegasAps – Hera – Cosa c’è dietro?

13 / 9 / 2012

Con una accellerazione giocata nei mesi estivi si va verso la fusione di Acegas Aps (multiutility di gestione dei servizi triestino-padovana) con Hera (multiutility emiliana).

L’operazione rappresenta un’indicazione di carattere nazionale tanto è vero che vi parteciperà anche la Cassa Depositi e prestiti. Dalla fusione dovrebbe nascerà una multiutility che sarà prima per quanto riguarda il business dei rifiuti non a caso legato all’incenerimento, seconda dopo A2a per acqua erogata, ventesima come impresa italiana con 8500 dipendenti.

Il processo con cui ci si è avviati alla fusione va nel senso esattamente opposto dell’indicazione referendaria dell’anno scorso.

Nella forma l’operazione viaggia al di fuori di qualsiasi partecipazione: le migliaia di cittadini che pagano con le loro bollette, sempre più care i servizi erogati, non hanno voce in capitolo e le informazioni parziali sull’operazione passano attraverso articoli di giornale e note stampa.

Nella sostanza si avalla la logica del primato degli interessi finanziari e del mercato riproducendo la stessa logica gestionale che peraltro ha portato le due società ad avere il loro “bel” debito accumulato dai rispettivi consigli di amministrazione, stipendiati con cifre a sei zero.

La fusione Acegas Aps è in linea con tutto quello che in un quadro generale si sta compiendo sui servizi. Ma allora iniziamo a porci una prima domanda: perché i Governi che si sono succeduti alla guida del Paese (Berlusconi prima, Monti poi) hanno remato (e continuano, in maniera così spudorata, a remare) contro lo straordinario risultato referendario del 12 e 13 giugno 2011, quando 27 milioni di nostri concittadini si pronunciarono in maniera chiara e inequivocabile sulla ripubblicizzazione del servizio i.i. e la fuoriuscita dell’acqua dal mercato e dalle logiche di profitto, sulla cancellazione in tariffa della remunerazione del capitale investito dal gestore…?

Alla domanda potremmo brutalmente rispondere così: nell’era della crisi capitalistica globale quella dei beni comuni rappresenta l’ultima frontiera dell’accumulazione capitalistica.

Fino a che la finanziarizzazione dell’economia ha giocato un ruolo determinante nell’assicurare quei margini di profitto che, nelle società a capitalismo maturo, la produzione materiale di merci non era in grado più di garantire, i beni comuni (i servizi pubblici locali, in primis) hanno avuto, per così dire, vita relativamente tranquilla (così si spiega l’elevato numero di società c.d. in house presenti sul territorio nazionale). Ma con l’entrata in crisi di quest’ultimo meccanismo, abbiamo assistito, da parte di governi e poteri forti, a un surplus di attenzione, tramutatasi presto in “accelerante ossessione” verso ipotesi di privatizzazione della gestione dell’acqua e dei servizi pubblici locali. Ergo, se anche le componenti biologiche della vita sono sottoposte a un processo di mercificazione che le riduce a variabili dipendenti della profittabilità del capitale, non ci sono più limiti ai processi di accumulazione che vengono, così, posti al riparo dalle onnipresenti fluttuazioni del mercato e dei cicli economici.

Questa strategia è alla base degli sciagurati provvedimenti normativi che si sono succeduti con ritmo incalzante ed anche all’accelerata operazione di fusione-incorporazione della nordestina ACEGAS-APS nell’emiliana HERA.

Una operazione che, inutile dirlo, se si pone in rotta di collisione con l’esito referendario, risulta poi perfettamente coerente con l’assunto dominante: “mercati” dettano la linea politica ai Governi esattamente come i consigli di amministrazione (delle due società) decidono al posto dei Consigli comunali (chiamati poi a ratificare quelle scelte).

La mobilitazione che si è intrapresa nelle regioni coinvolte nell’operazione ha perciò un lavoro ampio che guarda alla qualità dei servizi, alle scelte di fondo dello sviluppo territoriale e che tocca ed attraversa profondamente il tema della democrazia. Non a caso uno dei primi slogan utilizzato è stato: noi paghiamo voi decidete.

Il problema, dunque, risiede da un lato sulla necessità di delineare una strategia che, grazie al contributo delle tante soggettività diffuse sul territorio, arrivi a bloccare questo disegno di fusione e, dall’altro, di prefigurare un reale disegno di ripubblicizzazione di tutti i servizi locali sulla ipotesi della azienda speciale.

Alessandro Punzo

Comitato Provinciale Due Sì per l’acqua bene comune

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Radici comuni

Stefano Fassina (responsabile lavoro del Pd) si è dovuto allontanare dal corteo dei lavoratori Alcoa scortato dalla polizia. Da settimane questi uomini si stanno mobilitando

Stefano Fassina (responsabile economia e lavoro Pd) contestato dai lavoratori Alcoa – Roma, 10/09/2012

contro la chiusura dello stabilimento.

Alcuni esultano per questa “fuga” e solidarizzano, occorrerebbe però riflettere su cosa sia accaduto e su quanto accadrà ancora andando avanti di questo passo. La prima considerazione è che quei lavoratori non sono più disponibili a fare distinzioni fra “peggio” e “meno peggio” e, tantomeno, sono disponibili ad accettare attestati di vicinanza dalla politica, richiedono atti concreti, interventi per poter continuare a vivere del proprio lavoro.

C’è una disperazione profonda nel Paese e questa disperazione sta montando in una rabbia palese verso la politica, in quanto in ballo c’è la sopravvivenza.

L’informazione quasi tutta schierata con le compatibilità finanziarie e con il governo Monti – Napolitano, c’è da scommetterci, domani ospiterà l’intervento di qualche solone che stigmatizzerà i lavoratori sardi e le dichiarazioni dei rappresentanti dei partiti che solidarizzeranno con l’esponente del Pd, e ridurranno a battute le folcloristiche uscite di altri politici presenti come Diliberto. Dopodomani nulla rimarrà se non la disperazione e la rabbia.

Certo, Fassina – le cui posizioni spesso sono state dissonanti rispetto al resto del suo partito – cosa poteva aspettarsi? Chi semina vento raccoglie tempesta, si potrebbe dire. Eppure, secondo me, non c’è nulla da esultare, né c’è qualcosa di cui compiacersi. Questi episodi non sono certo il sintomo di una rivoluzione che avanza, quanto è accaduto non è certamente il prodromo delle magnifiche e progressive sorti. Quando non si vuole, perché non si può più, fare distinzioni la storia ci ha insegnato che quasi mai si sono aperte fasi di progresso e democrazia, quasi sempre, invece, si sono instaurate situazioni ancora più autoritarie e antipopolari.

Il punto è che la politica quando non apertamente al servizio del potere finanziario, lo stesso potere che ha prodotto questi livelli di insoddisfazione, alienazione e deprivazione, risulta essere solo un teatrino dove emerge con chiarezza che gli attori non conoscono i problemi e parlano d’altro. A sinistra ancora, invece, si crede che l’alleanza per il governo possa essere una prospettiva efficacie, un’alleanza le cui condizioni sono note: perseguire l’agenda di “rigore” proposta dal governo Monti e accettata dal Pd.

La sinistra non si pone il problema della depoliticizzazione della politica, strologa ancora su alleanze facendo finta che la mercificazione e l’intreccio tra finanza e politica si possa sciogliere con le primarie e con un buon risultato del candidato della sinistra. Finché non si partirà dalla considerazione che a governare, in realtà è la classe dirigente, e non la classe politica che agisce come paravento, la rabbia di chi sta vedendo crollare le proprie condizioni di vita monterà.

Occorre un’alternativa, ma quale? Chi la farà? David Harvey ha sostenuto: “ci troviamo dunque in presenza di un duplice ostacolo: la mancanza di una visione alternativa impedisce la formazione di un movimento di opposizione, e l’assenza di un tale movimento preclude la formulazione di un’alternativa. Come si può dunque superare questa situazione di impasse? Il rapporto tra la visione di cosa fare e perché, e la formazione di un movimento politico in grado di farlo, ha assunto carattere circolare. Se si vuole sperare di realizzare un rinnovamento, questi elementi dovranno rinforzarsi a vicenda; in caso contrario, la potenziale opposizione resterà per sempre bloccata in un circolo vizioso che vanificherà ogni prospettiva di cambiamento costruttivo, lasciandoci vulnerabili dalle future crisi del capitalismo, che si perpetueranno con risultati sempre più micidiali”.

A sinistra ancora si dibatte sulla via “entrista”, leggevo che un vecchio dirigente del PRC sostiene ancora l’importanza fondamentale per i comunisti di entrare nei “parlamenti borghesi”, d’altra parte lo diceva anche Lenin, personalmente credo che nella testa dei dirigenti non ci sia Lenin quanto, invece, un tatticismo politicante. Trovo che l’ingresso nel parlamento per la sinistra sia un fatto importante, ma comunque subordinato a un tema fondamentale: identificare le radici comuni dei problemi per unificare le battaglie dei lavoratori, battaglie per la sopravvivenza, con quelle dei giovani, dei precari, dei disoccupati, dei migranti, una battaglia politica per costruire il futuro piuttosto che per entrare in parlamento.

Questa è la posta in gioco, ma non basta l’analisi, occorre anche la mobilitazione, praticare un modello alternativo. Se pensassimo che i dirigenti della sinistra, quelli che vogliono fare le primarie, quelli che si appendono ai simboli, possono minimamente provare a dare rappresentanza e praticare questa strategia sbaglieremmo. Provare a costruire l’alternativa “da sé”, dai territori è l’unica via possibile. Rispetto per la natura, egualitarismo nei rapporti sociali, bene comune, amministrazione democratica e non governata dal denaro, processi lavorativi organizzati dai lavoratori, vita quotidiana intesa come scoperta di nuovi rapporti sociali e non come momento consumistico, “concezioni mentali che pongono l’enfasi sulla realizzazione di sé nel servire gli altri”, possono, anzi dovrebbero, costituire il vocabolario minimo di un qualsiasi soggetto politico che si proponga la trasformazione e il superamento dello stato di cose presente. Possono costituire il manifesto per l’alternativa, un’alternativa che non può attivarsi discendendo da qualche leader nazionale, ma che può essere agita nello spazio e nel tempo in cui ci troviamo ad agire. Proviamoci!

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HERA: BLOCCARE I PROCESSI DI FINANZIARIZZAZIONE PER RILANCIARE I SERVIZI PUBBLICI

di Eugenio Pari

Nei giorni scorsi il Sindaco di Rimini ha giustamente invitato l’AD di Hera Chiarini a ridurre il proprio compenso superiore a quello del presidente degli Stati Uniti Obama. L’invito, che speriamo non rimanga vano, è sacrosanto perché i cittadini non possono continuare a pagare stipendi di questo tipo a dei manager pubblici.

Da qualche parte si deve cominciare, ma occorre affrontare il vero nodo della questione: Hera è immersa in un mare di debiti e qualcuno prima o poi dovrà chiedere conto di questa situazione che rischia di diventare insostenibile. In sostanza è importante porre la questione di principio sulle retribuzioni del management, ma la questione vera sta nei risultati negativi conseguiti da Hera, infatti solo fra il 2010 e il 2011 l’indebitamento finanziario netto passa da 1860,2 milioni di euro a 1.987,2 milioni. Tra il 2010 e il 2011 il debito di Hera aumenta di 127 milioni di euro. A peggiorare e a depauperarsi è il patrimonio dei soci cioè i comuni, quindi un bene collettivo dei cittadini.

(fonte: http://be.gruppohera.it/schemi_bilancio/posizione_finanziaria_netta/081.html)

La “gallina dalle uova d’oro”, nei confronti della quale i comuni hanno privilegiato politiche industriali incentrate sull’incenerimento dei rifiuti piuttosto che sulla raccolta differenziata, non produce più profitti e si squarcia il velo anche su un altro aspetto: la tanto decantata liberalizzazione dei servizi che avrebbe prodotto la quotazione in Borsa di Hera è stato il manto ideologico dietro il quale si è coperto il vero processo, cioè la finanziarizzazione dei servizi pubblici. A promuovere e sostenere questo percorso, si badi, non sono stati i famigerati speculatori finanziari, ma i comuni di centrosinistra e centrodestra della Romagna e dell’Emilia che per mandato costituzionale dovrebbero agire nell’interesse dei cittadini. I processi di finanziarizzazione hanno reso sempre più critica la situazione finanziaria di un bene di cui sono soci e proprietari, di cui i cittadini sono soci e proprietari. È questo il vero aspetto su cui occorre intervenire, le altre scelte sono “cortine fumogene” strumentali ad cambiamento “perché nulla cambi”.

Ora, non servono scoop o allarmismi, ma chiare politiche volte a ridare al settore pubblico un ruolo di peso nell’economia, bloccando i processi di privatizzazione – finanziarizzazione dei servizi pubblici, mettendo al centro l’interesse collettivo e usando le imprese partecipate come volani per lo sviluppo. D’altra parte, si tratterebbe di dare coerenza al pronunciamento quasi plebiscitario dei cittadini in occasione dei referendum sui servizi pubblici dello scorso giugno.

 

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Città e territorio beni comuni

Cemento in aree agricole a Rimini

Alla cortese attenzione della Direttrice Patrizia Lanzetti

Con gentile preghiera di pubblicazione

 

Gentile Direttore,

nella mia breve esperienza di assessore provinciale all’urbanistica fra il 2004 e il 2006 ho sentito ripetere dagli amministratori dei comuni dell’entroterra, come una litania, la richiesta di “sbloccare” i lotti in aree agricole “per dare una casa ai figli dei contadini”. Una richiesta che, nella realtà, il più delle volte riproduce in scala i meccanismi di speculazione edilizia che generalmente si vogliono confinare all’interno delle aree urbane.

Enrico Santini, nei giorni scorsi, ha giustamente lanciato l’allarme sul cemento “divoratore” di aree agricole, sulla dissoluzione di centinaia di imprese del settore ammaliate dai più facili profitti di trasformazione immobiliare dei suoli. Santini ha perfettamente ragione nel sostenere l’importanza delle imprese agricole, con buona pace per chi sostiene l’inutilità dell’istituzione provinciale, quella di Rimini tra il 2000 e il 2005 ha ridotto di oltre 2 milioni di metri quadrati le previsioni sovrastimate dei piani comunali, previsioni che andavano a “divorare” terreno agricolo. La Provincia ha ricoperto e ricopre un ruolo di presidio fondamentale in tema di tutela del territorio e più in generale dell’ambiente e forse e proprio per questo che i propugnatori del laissez fair vorrebbero abolire sostenendo l’inutilità di questo ente che, invece, ha un ruolo evidentemente importante.

Per troppo tempo il territorio è stato ridotto a puro elemento di profitto. Su un bene collettivo come questo è imprescindibile la centralità del ruolo del soggetto pubblico, ruolo che invece si è sacrificato sull’altare della logica della contrattazione tra pubblico e privato.

Nel nostro Paese, nei nostri territori penso invece sia prioritario rovesciare questa pratica cominciando – come mi pare abbia detto il Presidente Vitali – da un rigoroso processo di messa in sicurezza del territorio. Tragedie come quella di Genova o delle Cinque Terre non sono il frutto del destino cinico e baro, bensì del malgoverno che ha lasciato mano libera agli speculatori che hanno tratto vantaggi economici enormi dalla cementificazione selvaggia e quindi dall’impermeabilizzazione dei suoli.

Si è sempre sostenuto che la cementificazione era la conseguenza di dinamiche che, giocoforza, i comuni dovevano esercitare. Infatti, per poter chiudere i propri bilanci i comuni hanno dovuto concedere cemento ai privati. Gli oneri provenienti dalle concessioni edilizie e dall’ICI erano l’unica leva che essi avevano ed hanno per poter garantire i servizi per poter redigere i bilanci in parte corrente (quella parte dove incide la spesa per servizi). Ma, se i comuni incassano cento euro dall’edificazione del territorio, ne spendono cinquecento per portare i servizi indispensabili, senza considerare poi gli interventi emergenziali. Il conto quindi, non torna e non è mai tornato!

Ritengo sia fondamentale considerare la città e il territorio come beni comuni. Città e territorio come beni comuni al centro di una nuova concezione dell’urbanistica e di una nuova coesione sociale. Una città e un territorio dove i servizi necessari sono previsti in quantità e localizzazioni adeguate aperti a tutti i cittadini.

In questo senso vorrei rivolgere un appello al Sindaco Gnassi: salvare l’unica area verde della nostra litoranea, mi riferisco a quella di via Coletti a Rivabella, al centro di tante iniziative del consigliere Fabio Pazzaglia. Quest’area si può salvare dalla cementificazione garantendo peraltro un’area verde ai cittadini di quella zona utilizzando i meccanismi di perequazione inseriti nel nuovo PSC.

Infine, un’ultima considerazione sulle “grandi opere” come il TRC o la nuova statale 16. In democrazia bisognerebbe ascoltare, discutere e trovare le soluzioni migliori e convincersene tutti, stabilire delle regole al cui interno agire tutti, la maggioranza come le minoranze, e con la possibilità di modificare i progetti che non sono scritti nella roccia. Invece di considerare i comitati come fastidiose seccature o, peggio, di non considerarli nemmeno, bisogna considerarne l’azione per quella che effettivamente è, cioè il normale, seppur scomodo, esercizio della dialettica democratica. Se, però, a prevalere sono sempre le ragioni dell’economia e della crescita economica, la sostenibilità delle scelte, l’efficienza e l’efficacia delle scelte stesse rischiano di essere vanificate.

Occorre, invece, trovare lo spazio per arrivare a scelte convinte e condivise da tutti, compresi i comitati NO – TRC o NO – Statale 16.

Cordiali saluti.

 Eugenio Pari

Coordinatore comunale SEL Rimini

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Città e territori come beni comuni.

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/17907/0/399/

Nove proposte per salvare il Belpaese

Città e territorio

 

Di Paolo Berdini, 29.10.2011

Efficace sintesi della devastazione in atto. Inarrestabile? Le cose che si possono fare per fermare il trend.MicroMega, Newsletter, 28 ottobre 2011

Dopo Tangentopoli la legislazione urbanistica è stata smantellata. Le metropoli sono diventate terreno di conquista degli speculatori. Fiumi di cemento hanno inondato i nostri territori. Ripristinare la legalità, bloccare le espansioni urbane, riqualificare le periferie, recuperare il costruito abbandonato: ecco tutto ciò che andrebbe fatto per fermare il saccheggio del territorio e delle città.

Regole e legalità cancellate

Il 1993 segna lo spartiacque per comprendere cosa è avvenuto nel territorio e nelle città. Tangentopoli aveva mostrato lo stretto intreccio tra l’urbanistica e la corruzione: a Roma e Milano, solo per fermarci alle due maggiori città, le regole venivano sistematicamente cambiate dalla politica collusa con la proprietà fondiaria e con l’affarismo.

Nulla di nuovo. Una storia iniziata nell’immediato dopoguerra:la Roma dominata dalla Società generale immobiliare,la Napoli dei tempi di Lauro, lo scandalo di Agrigento, il sacco di Palermo avevano dimostrato l’arretratezza del sistema economico che dominava le città. È stata la speculazione parassitaria a imporre il proprio dominio: dappertutto erano sorte periferie sfigurate e incivili.

Eppure in quel periodo il legislatore aveva risposto agli scandali con una serie di riforme che avevano collocato l’Italia nel panorama dei paesi virtuosi. Regole e strumenti pubblici chiari e efficaci: la legge sull’edilizia pubblica del 1962, [del 1971 e del 1978 – n.d.r.] la legge ponte del 1967,la Bucalossi del 1977,la Galasso del 1985, la legge sulle aree protette del 1991. Era stato mancato l’obiettivo di scindere in maniera definitiva il diritto di proprietà dal diritto di edificare analogamente agli altri paesi europei poiché il tentativo di riforma di Fiorentino-Sullo fallì nel 1963 per la violentissima reazione del blocco immobiliare. Ciò nonostante, la risposta agli scempi urbanistici portò a una profonda evoluzione della legislazione.

La risposta allo scandalo di Tangentopoli è stata di segno opposto: la legislazione urbanistica è stata infatti smantellata. La cultura delle regole viene sostituita dalla prassi della deroga. I piani regolatori, e cioè il quadro coerente dello sviluppo delle città, vengono sostituiti dall’urbanistica contrattata: volta per volta si decide la dimensione e i caratteri degli interventi urbani, al riparo di qualsiasi trasparenza. Conseguenza inevitabile, se si pensa che le elezioni politiche del 1994 portarono alla vittoria Silvio Berlusconi che all’interno del suo programma aveva promesso «padroni a casa propria» slogan che dà il via alla serie di leggi – mai contrastate negli anni dei governi di centro-sinistra – che avrebbero messo in crisi il governo pubblico del territorio.

Quando scompaiono le regole trionfa l’illegalità. Questo è avvenuto in molti casi, dall’attacco continuo alla magistratura al falso in bilancio alle prescrizioni facili. Ma è nelle città che il malaffare ha trionfato. Quanto emerge dall’inchiesta della magistratura su Sesto San Giovanni ne è la più chiara dimostrazione. I colloqui tra i protagonisti vertono sull’esigenza di variare le volumetrie da realizzare nell’area ex Falk da un milione a un milione e mezzo di metri cubi. Senza alcuna procedura di evidenza pubblica si regalano alla proprietà fondiaria 500 mila metri cubi: un arricchimento in termini economici di oltre 200 milioni di euro. Ammettiamo pure per assurdo che non ci sia stata alcuna tangente: il fatto grave è che attraverso l’urbanistica contrattata si alterano le regole di mercato. Altri operatori che sulla base delle scelte urbanistiche avevano deciso di investire in differenti aree vengono danneggiati e se non vogliono soccombere hanno un’unica strada: venire a patti con la politica e iniziare la contrattazione urbanistica.

Questa patologia spiega il motivo per il quale non c’è nessun operatore edilizio di altri paesi europei che investa sul mercato italiano: chi è abituato al rispetto delle regole non può avventurarsi in un far west dominato da taglieggiatori, speculatori e amministratori pubblici infedeli. Del resto, siamo il paese dei tre condoni edilizi, una vergogna sconosciuta negli altri paesi.

Le periferie più grandi e desolate d’Europa

Dopo circa vent’anni dalla sua affermazione è venuto il momento di tentare un bilancio degli effetti sulle città e sul territorio dell’urbanistica contrattata. Esso deve partire da una constatazione statistica: nel quindicennio che va dalla ripresa del mercato delle costruzioni (1995) ad oggi, un fiume di cemento e asfalto si è riversato sul paese. L’Istat ha certificato (2009) la costruzione di oltre 3 miliardi di metri cubi di cemento, una produzione edilizia imponente, molto simile per dimensioni a quella realizzata negli anni Cinquanta-Settanta quando l’Italia era investita da grandi flussi demografici e da indici di crescita economica a due cifre. La cancellazione delle regole urbane ha dunque giovato al mondo della proprietà fondiaria e delle costruzioni. Ha giovato anche alla qualità delle nostre città?

La risposta è inequivocabile. Le periferie – che rappresentano la parte preponderante delle nostre città – sono in assoluto, con alcune lodevoli eccezioni, le più brutte, disordinate e invivibili dell’intera Europa. Lo sono per le carenze dei sistemi di trasporto, per la qualità dei servizi pubblici e degli stessi edifici. I luoghi scelti per realizzare le nuove periferie hanno anche contraddetto la regola usuale della città liberale, quella cioè di espandersi in adiacenza ai precedenti tessuti, mantenendo la città compatta e minori i costi di funzionamento urbano. In ogni parte del territorio agricolo sono nati centri commerciali, nuclei abitati, residence, cittadelle del consumo: lo sprawl urbano è la caratteristica più evidente del ventennio liberista. Le città italiane nel ventennio dell’urbanistica contrattata sono diventate più estese, più disordinate, socialmente più ingiuste. La speculazione immobiliare ha fatto enormi affari. Gli altri sono stati costretti a spostarsi nelle sempre più lontane e squallide periferie.

Una gigantesca periferia senza struttura e senza relazioni: abbiamo il più basso livello di infrastrutture su ferro, il più alto numero di automobili ad abitante, con il più elevato livello di superficie urbanizzata a parità di popolazione, un consumo di suolo senza uguali nei paesi ad economia forte. Un’immensa «non città», anonima e disordinata. Una frammentazione che genera consumi energetici insostenibili, disfunzioni economiche e scarsa qualità della vita.

Verso il default urbano

Raccogliamo dunque gli effetti di processi giustificati dall’ideologia di uno «sviluppo» che oltre a lasciare macerie urbane ha anche vuotato le casse delle amministrazioni pubbliche. Paradigma di quanto è avvenuto nelle città italiane è il caso di Parma. Una città ricca, con una parte antica meravigliosa e una periferia storica bella, è stata saccheggiata dietro lo schermo dello sviluppo. Oggi Parma ha un deficit di bilancio che pesa sulle spalle delle future generazioni per 600 milioni di euro.

Del resto, la stagione delle «grandi opere» è servita soltanto al saccheggio. Dietro i concetti dell’ammodernamento del paese sono state avviate opere dannose e inutili: dal Mose al ponte di Messina; dal corridoio della Val di Susa alle emergenze della Protezione civile, è stata messa a punto una macchina perfetta che ha favorito soltanto le cricche del malaffare e dilapidato risorse pubbliche. Del resto, per collocare in un panorama più vasto le dinamiche italiane, non si deve dimenticare quanto è avvenuto in Grecia. Anche lì l’ideologia liberista ha imposto a tutti i costi lo svolgimento dei Giochi olimpici nel 2004: il deficit di bilancio accumulato per la folle sfida è stato di 20 miliardi di euro dilapidati in cattedrali nel deserto, poco meno di un decimo del debito che sta collassando quella nazione.

Se si mettono queste caratteristiche del territorio in relazione con la crisi economica e finanziaria che sta colpendo sempre più intensamente il paese e che provocherà un’inevitabile diminuzione delle capacità di spesa delle amministrazioni pubbliche, gli interrogativi sul futuro delle nostre città si fanno allarmanti. Non avremo risorse per portare i servizi nel territorio diffuso e – ciò che in prospettiva è più importante – non potremo competere con i livelli di efficienza delle città europee, con la qualità dei servizi erogati ai cittadini, con la loro capacità di fare rete – e richiamare investimenti privati – proprio in virtù dell’alto livello di funzionalità.

Viaggiamo verso una prospettiva insostenibile. Nella crisi globale una struttura forte del territorio è un potente fattore di traino di nuove attività: territori a bassa densità non sono invece in grado di competere con i livelli di concentrazione di servizio esistenti nelle città del mondo.La Comunità

europea prevede che nel 2020 l’80 per cento della popolazione degli Stati membri vivrà in ambiente urbano. La sfida per la ripresa economica passa dunque per le città e l’Italia è la cenerentola rispetto ai paesi, che anche in questi anni di liberismo non hanno abbandonato la cultura del governo delle città.

Abbiamo minato le stesse basi per una nuova fase di sviluppo e per tentare di colmare la distanza dobbiamo essere in grado di rendere concrete due condizioni: bloccare per sempre le espansioni urbane perché è un costo che non possiamo permetterci più e investire risorse pubbliche per migliorare le città. Assistiamo purtroppo a una rincorsa bipartisan a espandere ancora le città e a impoverirle cancellando il welfare urbano, i trasporti,fino a ipotizzare di svendere i monumenti.

È come se una banda di malfattori si fosse impadronita del paese. Continua infatti l’assalto alle coste marine ancora integre. Dalla Sardegna alla Sicilia l’unico motore di sviluppo è il cemento. Assistiamo poi a un altro assalto all’integrità dei luoghi condotto mediante nuovi mostri giuridici come i «piani casa» (nel Lazio si deroga perfino per le aree ricomprese nei parchi) o le «zone a burocrazia zero» volute dal ministro Tremonti con le quali si possono superare anche i vincoli paesaggistici che hanno rilevanza costituzionale sulla scorta dell’articolo 9. Salvatore Settis ha lanciato l’allarme sul rischio della definitiva cancellazione dei paesaggi storici italiani.

Se a questo si aggiunge ancora che – deroghe a parte – i vigenti piani regolatori prevedono espansioni illimitate (solo i recenti piani di Roma e Milano prevedono un incremento di 120 milioni di metri cubi di cemento, e cioè un milione di nuovi abitanti in due città che perdono popolazione da circa trenta anni!) c’è davvero da preoccuparsi. Occorre interrompere questa folle corsa alla distruzione del paese.

Le città e il territorio sono beni comuni

Solo in base a nuovi princìpi giuridici si potrà fermare il saccheggio del territorio e delle città. È necessario un nuovo paradigma e, se finora lo sviluppo delle città e del territorio ha favorito la speculazione immobiliare e il mondo delle imprese colluse con la politica, è venuto il momento di riportare i destini delle città e del territorio nelle mani delle popolazioni insediate. Occorre affermare che il territorio, le città e le risorse naturali che consentono la vita insediativa sono beni comuni non negoziabili. Le istituzioni pubbliche, attraverso le forme della partecipazione attiva della popolazione, ne sono i custodi e i garanti nel quadro delle specifiche competenze. È questo il pilastro su cui deve essere rifondato il governo del territorio. I beni comuni non possono essere trasformati in funzione dell’esclusivo tornaconto dei proprietari degli immobili ma ogni mutamento deve essere deciso dalle amministrazioni pubbliche attraverso forme di partecipazione delle comunità insediate, specie in questo periodo di scarse risorse economiche.

Il principio generale si completa con due corollari. In primo luogo occorre conoscere quanto è avvenuto. Finora non ci sono dati ufficiali su quante abitazioni sono state costruite e quante sono invendute, quante aree industriali sono dismesse, quante aree urbane sono prive delle più elementari opere di urbanizzazione. Per completare il quadro conoscitivo è necessario applicare un anno di moratoria edilizia in cui sono consentiti soltanto gli interventi in corso, quelli di recupero e ristrutturazione di edifici esistenti ma è preclusa ogni urbanizzazione di terreni agricoli. Una sorta di simmetria con l’anno di sospensione dell’entrata in vigore della «legge ponte» che la proprietà immobiliare impose e che servì per compiere alcuni dei più gravi misfatti che deturpano ancora oggi il territorio.

Il secondo corollario riguarda il fatto che su ogni opera di rilevanza territoriale, da un nuovo centro commerciale a una grande opera, è la popolazione insediata che deve esprimersi attraverso le mature forme di partecipazione, e cioè i referendum confermativi. Visto che le regole sono state infrante, occorre ricostruirle a partire da un nuovo protagonismo: quello dei custodi del bene comune, i cittadini.

Insieme al nuovo principio su cui deve rifondarsi il governo del territorio e delle città, è poi urgente definire le principali linee di azione da intraprendere per una nuova forma di governo. Lo faremo individuando nove fondamentali provvedimenti.

Le politiche individuate hanno bisogno di investimenti pubblici. Una prassi normale nella storia delle città: esse sono infatti luoghi pubblici per eccellenza e la loro evoluzione è stata sempre alimentata dalla lungimiranza di coloro che la governavano. Oggi non si investe più perché «non ci sono più soldi». Una menzogna vergognosa. Non passa giorno in cui non apprendiamo scandali e ruberie compiuti ai danni del territorio e dell’ambiente. È purtroppo vero che le risorse pubbliche vengono spese per opere inutili, per alimentare un sistema di potere che sfugge ormai al controllo democratico. La spesa pubblica per i provvedimenti contenuti in questo elenco serve per favorire la ricerca tecnologica e nuove produzioni, per rendere le città più vivibili. È un investimento per il futuro del paese e delle giovani generazioni.

 

  1. Chiudere la fase dell’espansione urbana. È preminente interesse pubblico bloccare la corsa all’ulteriore espansione delle città e ridurre a zero il consumo di suolo ai fini insediativi e il mantenimento della parte naturale che è il luogo della biodiversità. Alcune normative regionali hanno già stabilito che nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali devono essere consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riuso e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti. La norma di principio valida su tutto il territorio nazionale potrebbe affermare ad esempio che «la realizzazione di nuovi insediamenti di tipo urbano o ampliamenti di quelli esistenti, ovvero nuovi elementi infrastrutturali, nonché attrezzature puntuali può essere definita ammissibile soltanto ove non sussistano alternative di riuso e di riorganizzazione degli insediamenti, delle infrastrutture o delle attrezzature esistenti». L’esperienza ci insegna però che una simile norma non ha da sola la forza per fermare l’espansione urbana. Sono troppe le deroghe che consentono il nascere di nuovi insediamenti. L’efficacia della norma può essere resa stringente recuperando una proposta che da tempo Italia Nostra propugna, quella di inserire le aree agricole all’interno delle categorie dei beni tutelati ai fini paesaggistici dalla legge Galasso. Si dovrà dunque aggiungere al codice dei Beni culturali e paesaggistici (decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) un comma che afferma: «Il territorio agricolo è vincolato come bene paesaggistico» in modo che sia conseguentemente sottoposto alla tutela dei piani paesaggistici. Un piccolo e combattivo nucleo di sindaci ha dato vita al movimento «Stop al consumo di suolo», dimostrando che sono i cittadini a chiedere che le città non crescano più: si tratta di estendere all’intero paese ciò che è già in movimento.
  2.  Il territorio del lavoro. I suoli agricoli sottratti alla monocultura del mattone e dell’asfalto possono fornire una prospettiva produttiva. Ai fini di una lungimirante gestione del territorio nazionale, infatti, si deve recuperare un uso agricolo consapevole, puntare sulla qualità del prodotto, sulla riconversione biologica, sulla filiera corta. Un tema decisivo per il futuro economico del paese, una prospettiva che comporta la possibilità di integrazioni di reddito, la riscoperta delle radici culturali e della qualità del cibo. L’avvio di nuove politiche sarebbe di grande importanza perché i territori collinari e montani si stanno spopolando sempre più velocemente, con gravi rischi sulla stessa stabilità geologica dei versanti. Compito delle autorità pubbliche è riattivare il tessuto sociale dell’Italia «marginale». Un solo esempio: i terreni abbandonati costano poco sul mercato immobiliare e le amministrazioni pubbliche potrebbero dunque inserirsi come operatori attivi e acquisire estese porzioni di territori da affidare poi alle comunità locali. Non sarebbe questa una spesa pubblica «classica», improduttiva. È al contrario un modo intelligente di investire sul futuro del paese, utilizzando ad esempio le risorse liberate attraverso la vendita delle proprietà pubbliche non indispensabili.
  3.  Pareggio di bilancio dei conti pubblici a carico della rendita parassitaria. Il blocco delle espansioni urbane porterebbe un consistente riequilibrio dei bilanci pubblici. Si spendono ingenti risorse per inseguire e raggiungere tutti i frammenti delle espansioni urbane nati recentemente. A carico della collettività resta infatti il pesante compito di realizzare le strade e le infrastrutture energetiche, di garantire i servizi pubblici, i trasporti e la quotidiana gestione dei quartieri. Questi oneri sono ormai insostenibili poiché la crisi economica ha ridotto le capacità di spesa delle amministrazioni. Si deve dunque stabilire il principio che ogni attività di trasformazione urbanistica presuppone l’esistenza o la preliminare realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale, a iniziare dalle reti di trasporto su ferro. A carico del privato vanno anche tutte le spese di mantenimento e di gestione dei nuovi insediamenti: è ora di chiudere il rubinetto che prosciuga le casse dello Stato. In questo modo si possono cancellare le folli previsioni dei piani regolatori comunali. Se vogliamo davvero cambiare le città non possiamo consentire che si costruisca in luoghi privi di sistemi di trasporto non inquinante. I cittadini hanno il diritto, come in ogni altro paese europeo, di vivere in modo civile e non essere costretti a passare molte ore al giorno in spostamenti in automobile. È ora che gli attori edilizi si facciano carico della realizzazione delle infrastrutture, interrompendo il comodo gioco di scaricarne i costi sulle amministrazioni pubbliche che non sono più in grado di farsene carico. Stesso ragionamento vale nel campo dell’erogazione dei pubblici servizi dove si sperpera un altro fiume di risorse economiche attraverso un impressionante numero di società di scopo. In nome dell’ideologia della presunta «efficienza», ad esempio, a Parma sono state create 34 società partecipate per gestire compiti ordinari come erogare l’acqua. Anche nell’area bolognese e in molte altre città i servizi pubblici sono gestiti da un numero imponente di società. Presidenze, consigli di amministrazione, consulenti d’oro che riportano docilmente i soldi ai decisori politici. In questa stessa ottica di recupero di risorse economiche deve essere sottoposto a radicale revisione il paradigma della svendita del patrimonio pubblico così di moda nei circoli della finanza internazionale e dei politicanti nostrani. Nulla in contrario: proprietà pubbliche non utilizzate per il soddisfacimento delle esigenze collettive possano essere poste in vendita. Ma ciò deve in primo luogo escludere i beni culturali poiché un paese che guarda al futuro non vende le sue radici. In secondo luogo deve avvenire soltanto dopo aver coinvolto le popolazioni locali, poiché quel patrimonio appartiene a loro, e dopo aver verificato che quegli immobili da vendere non possano servire per abbattere il flusso delle risorse pubbliche spese per pagare affitti di uffici pubblici alla grande proprietà immobiliare. A Roma, ad esempio, importanti istituzioni – ad iniziare dal parlamento – pagano canoni altissimi a immobiliaristi e faccendieri anche se esistono ancora grandi edifici pubblici localizzati in posizione centrale. Invece di svenderli, potrebbero essere riutilizzati al posto di quelli per i quali si pagano i canoni di affitto. Un altro eloquente esempio riguarda lo stesso ministero dell’Economia guidato da Giulio Tremonti, e cioè l’istituzione che più di ogni altra dovrebbe perseguire una rigorosa politica di risparmio. La sede del ministero ubicata a ridosso del laghetto dell’Eur è stata di recente dismessa e venduta per consentire l’ennesima speculazione immobiliare. Le strutture lavorative prima concentrate sono state smembrate e ora sono localizzate in due immobili tra loro distanti. Paghiamo i costi del disservizio e lauti canoni di affitto a grandi società immobiliari: lo Stato svende e il privato ci guadagna.
  4.  Il diritto all’abitare. Occorre pertanto invertire questo meccanismo perverso: la vendita degli immobili pubblici deve essere decisa dalla collettività dopo attenta verifica della loro potenzialità di essere riutilizzati per fini istituzionali o per risolvere i fabbisogni abitativi. La grande produzione edilizia di questi anni non ha infatti risolto il problema delle abitazioni. Sono centinaia di migliaia le famiglie che non hanno casa o vivono in abitazioni improprie. Nelle grandi città italiane esistono oltre 300 mila abitazioni nuove invendute. Ciononostante, i valori economici degli immobili hanno subìto un’impennata provocando l’espulsione dalle zone centrali delle città di un numero enorme di famiglie a medio e basso reddito. Una nuova legge «sull’abitare», e cioè sul diritto di tutti non soltanto ad avere un tetto, ma anche ad avere una città efficiente e accogliente è un altro fondamentale tassello del programma di governo. Anche in questo settore va affermato un nuovo principio: a tutti i cittadini sono garantiti i diritti fondamentali all’abitazione, ai servizi, alla mobilità, al godimento sociale del patrimonio culturale, alla dignità umana. La legislazione dello Stato determina le quantità minime di dotazioni di opere di urbanizzazione, di spazi per servizi pubblici, e la fruizione collettiva e per l’edilizia sociale, nonché i requisiti inderogabili di tali dotazioni.
  5. Le radici culturali da conservare. Nel delirio della cancellazione delle regole, si è tentato perfino di aggredire le radici della nostra storia urbana, i centri antichi. Nel cosiddetto «piano casa» berlusconiano si alludeva infatti anche alla possibilità di trasformare le tipologie presenti nei centri storici e continuamente si tenta di forzare le norme esistenti. Converrà dunque ribadire con una legge ad hoc che gli insediamenti storici non possono essere manomessi, ma conservati gelosamente per le future generazioni. In forza della competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela dei beni culturali dovranno essere vincolati ope legis gli insediamenti urbani storici e le strutture insediative storiche non urbane; le unità edilizie e gli spazi scoperti, i siti in qualsiasi altra parte del territorio, aventi riconoscibili e significative caratteristiche strutturali, tipologiche e formali. Le radici culturali delle città e dei territori non possono essere modificate. 
  6. Periferie da rendere belle. Se da un lato si chiude la fase della crescita urbana, il governo delle città deve essere in grado di dare sbocchi concreti a un comparto produttivo che rappresenta comunque una percentuale importante del sistema produttivo italiano. In tal senso devono essere facilitate e avviate a trasformazione tutte quelle aree urbane che hanno bisogno di riqualificazione urbanistica. Si tratta dei tessuti abusivi ancora oggi privi dei requisiti minimi di civiltà e vivibilità (marciapiedi pedonali, piazze e servizi pubblici) e dei tessuti produttivi dismessi: è questo un patrimonio volumetrico imponente che potrebbe rappresentare – in una chiave sistematica – la chiave di volta di una riqualificazione urbana. In tal senso va varato un provvedimento legislativo «quadro» (la materia urbanistica è «concorrente» tra Stato e Regioni ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e lo Stato deve limitarsi alla definizione di norme quadro) che incentivi attraverso aiuti economici, fiscali e procedurali il rinnovo urbano e la creazione di periferie belle.
  7. La riconversione tecnologica ed ecologica delle città. I provvedimenti fin qui elencati appartengono a un orizzonte che potremmo definire «tradizionale», nel senso che fa i conti con la crisi urbana ma non tiene conto della necessità sempre più impellente della riconversione ecologica delle aree urbane, del risparmio energetico, del cambiamento climatico in atto. Abbiamo edifici e città energivore: puntare al risparmio energetico serve a mettere in moto un gigantesco volano di ricerca, produzione e occupazione superiore a qualsiasi altro investimento nelle cosiddette «grandi opere». Anche qui alcune esperienze già sono in campo. Il progetto «casa clima» delle provincie di Trento e Bolzano ha dimostrato di aver saputo essere volano di interventi di sostituzione edilizia e di risparmio energetico. Occorre però definire un provvedimento legislativo che aggredisca la questione urbana in maniera complessiva, dalla produzione energetica, ai sistemi di illuminazione fino alla forestazione urbana, definendo politiche efficaci e finanziando, anche attraverso forme di sgravio fiscale, l’evoluzione energetica delle città. Occorre aprire una fase di profonda e radicale innovazione tecnologica delle città e del territorio in grado di far tesoro del patrimonio di innovazione, di ricerca e di produzione che in altri paesi è ormai una solida realtà produttiva. Come è noto i nostri sistemi di trasporto urbano sono tra i più antiquati e inquinanti. Esistono invece infiniti esempi di sperimentazioni e attuazione di sistemi a impatto energetico e ambientale ridotto (tramvie, filovie, reti ciclabili integrate con i nodi del trasporto pubblico). È il caso di sottolineare che si dovrà interrompere il consumo di suolo agricolo che oggi viene alimentato da progetti di fonti energetiche alternative. Troppe aggressioni al paesaggio collinare dell’Italia sono già state compiute: discutibili impianti eolici e pannelli fotovoltaici deturpano paesaggi storici, si pensi soltanto al caso di Sepino. Nel futuro le fonti energetiche di nuova concezione devono trovare spazio nelle aree già compromesse lasciando intatti i territori aperti. Va infine superata l’arretratezza dei sistemi di smaltimento dei rifiuti urbani. Basta guardare all’Europa dove sono diventati un volano economico. A parte poche aree virtuose, siamo il paese delle discariche in cui viene sepolto tutto, compresi i materiali riciclabili, e di quelle abusive gestite dal circuito della criminalità organizzata. Il ciclo dello smaltimento dei rifiuti urbani deve invece diventare un elemento connotativo di politiche di risanamento ambientale e di innovazione delle filiere produttive. 
  8. Territori sicuri. Antonio Cederna poneva sullo stesso piano la tutela dell’integrità culturale delle città e la salvaguardia dell’integrità fisica dei territori. Siamo un paese ad alta fragilità geologica e abbiamo ogni anno un numero impressionante di frane. Tragedie che coinvolgono intere comunità locali e distruggono interi territori. Meglio prevenire che intervenire su emergenze senza fine. Una nuova politica di gestione del territorio passa prioritariamente per la sua messa in sicurezza, per il potenziamento dell’Ufficio geologico centrale (oggi lasciato nell’oblio); nella redazione della carta geologica nazionale che ancora non vede colpevolmente la luce; nell’avvio di politiche di regimazione dei corsi d’acqua. Piccole opere preziose invece di grandi, inutili cattedrali nel deserto.
  9. Il ripristino della legalità. È del tutto evidente che per essere efficace, le nuove norme in materia di governo del territorio devono essere perfezionate con l’abrogazione delle normative derogatorie. In ordine di importanza devono essere cancellati l’accordo di programma, e cioè il grimaldello che scardina le procedure urbanistiche ordinarie, e la strumentazione d’emergenza sperimentata in questi anni dai «galantuomini» della Protezione civile, i «piani casa», le zone a burocrazia zero, le compensazioni urbanistiche e quelle ambientali. Scorciatoie che servono soltanto a nascondere il saccheggio. E in tema di legalità un discorso particolare merita l’esigenza di bonificare i troppi siti inquinati esistenti sul territorio nazionale. È un problema che investe sia il Nord, che riutilizza i suoli precedentemente produttivi senza le necessarie bonifiche (come ad esempio a Santa Giulia a Milano), sia il Meridione, in cui il circuito dei rifiuti gestito dalla malavita organizzata ha riversato sul territorio ogni tipo di veleno. Un paese civile non può continuare ad abbandonare intere popolazioni al rischio di morbilità o di malattie ereditarie. Ripristinare la legalità serve alla salute di un paese smarrito
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Contro la manovra, al fianco dei lavoratori

Sinistra Ecologia Libertà aderisce allo sciopero perché i 131 miliardi di euro complessivi per gli anni 2011 – 2014 sono tutti a carico dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Fra le varie modifiche apportate dal governo viene salvata dal contributo di solidarietà la casta dei supermanager e dei direttori dei grandi giornali, che possono festeggiare.

È una manovra iniqua e sbagliata che colpisce i diritti e il salario dei lavoratori dipendenti, taglia i servizi sociali erogati dai Comuni e dalle Regioni, non colpisce l’evasione fiscale e la corruzione, non introduce una vera patrimoniale ed una vera lotta alle speculazioni finanziarie e non delinea nessuna nuova azione di politica industriale affermando l’idea tragica per il Paese che per uscire dalla crisi bisogna tagliare i diritti, il Contratto Nazionale e lo Statuto dei lavoratori.

Estendendo il modello che Marchionne ha imposto alla Fiat per decreto legge il governo vuole cancellare l’esistenza del Contratto Nazionale e aprire alla libertà di licenziare. Migliaia di lavoratori e lavoratrici posti in mobilità rischiano di non arrivare più alla pensione. La manovra sui contratti distrugge il contratto nazionale, aumenta gli orari di lavoro per chi ha un posto, incrementa la precarietà e i licenziamenti selvaggi.

È una manovra in contrasto con il pronunciamento popolare avvenuto nei referendum dello scorso giugno, che riapre alla privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici.

Tutto il costo della manovra è, alla fine, a carico del lavoro dipendente, dei pensionati e dei più poveri. I ricchi non pagano, niente, per l’evasione fiscale si fanno chiacchiere. Questa è una brutale manovra di classe, fatta da un governo squalificato, che si aggancia all’Europa solo per giustificare la propria esistenza.

Lo sciopero generale deve dare il via a un movimento che punti a rovesciare il governo e la manovra. Dobbiamo fermarli! Dobbiamo fermare il disastro provocato da Berlusconi, ma dobbiamo anche dire basta al governo unico delle banche europeo che sta portando l’Europa a una recessione drammatica, per difendere la speculazione e la finanza.

  • Basta con Berlusconi!
  • Basta con la BCE!
  • Basta con l’Europa delle Banche!

Sinistra Ecologia Libertà – Circolo comunale di Rimini

info: circoloselrn@libero.it

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Uragano in arrivo

Guido Viale, il manifesto 12 luglio 2011

Tanto tuonò che piovve. Messa a confronto con la potenza della finanza internazionale, la situazione dell’Italia si rivela ormai ben poco differente da quella della Grecia. Non importa che i cosiddetti “fondamentali” dell’economia siano differenti. La finanza internazionale ha ormai la forza e gli strumenti, se lo volesse, per mettere alle corde persino la Germania. È da mesi che gli economisti lo sanno (o lo temono). Ma non lo dicono, per scaramanzia. Al massimo lo accennano; ma solo per chiedere più lacrime (le loro: di coccodrillo) e più sangue (quello di chi non ne ha quasi più).

Il problema è che non sanno che altro dire, Mario Draghi, per esempio, ha affermato che non ci sono precedenti di fallimento (default) di uno Stato da cui trarre insegnamenti. Intanto non è vero e, vista la posizione che andrà a occupare sarebbe meglio che anche lui – e non solo lui – studiasse meglio il problema. Perché non c’è solo la Grecia, né solo gli stati membri più deboli  – i cosiddetti PIGS, a cui ora si è aggiunta anche l’Italia: PIIGS – a essere a rischio. Persino Obama teme il default: e non ha solo il problema, anche lui, dei tagli di bilancio: tra un po’ deve rinegoziare una fetta di debito e potrebbe non trovar più sottoscrittori disponibili come un tempo, poi deve confermare l’ultimo stock di moneta creata dal nulla: una cosa (che adesso si chiama quantitative easing) con cui gli Stati Uniti hanno dominato l’economia mondiale per sessant’anni, ma che non è detto gli riesca ancora. Neanche la Francia naviga in buone acque. E la Germania, locomotiva d’Europa, vive di export verso il resto del continente e verso la Cina. Ma se metà dei paesi membri dell’Ue sarà messa alle strette la bonanza tedesca potrebbe finire. E neanche la Cina va più tanto bene: scioperi, rivolte, aumenti salariali vertiginosi, inflazione, “bolle” finanziarie. Ben scavato vecchia talpa, direbbe Marx. Se sullo sfondo non ci fosse una crisi ambientale di dimensioni planetarie. Insomma: non c’è “aria di crisi”. C’è un uragano in arrivo.

Per mesi gli economisti hanno trattato Tremonti come un baluardo contro il default del paese: solo perché lui sostiene di esserlo. Ma è un ministro – il secondo della serie – che non si accorge nemmeno che la casa dove abita viene pagata, vendendo cariche pubbliche a suon di tangenti, da una persona con cui (e con la cui compagna) lui lavora da anni  gomito a gomito. Affidereste a quest’uomo i vostri risparmi?

Qualcuno però ha trovato la soluzione: azzerare tutto il deficit pubblico subito. “Lacrime e sangue” ora e non tra due anni: così Perotti e Zingales su Il Sole 24 Ore di sabato scorso. Tagliare pensioni, sussidi alle imprese, costi della politica; e giù con le privatizzazioni. Che originalità! Segue un bell’elenco di “roba” – aziende e servizi pubblici – da vendere subito (per decenza non hanno citato anche l’acqua). Per le manovre “intelligenti”, aggiungono gli autori, non c’è tempo. Infatti la loro proposta non è una manovra intelligente. Intanto, in queste condizioni, vendere vuol dire svendere. E azzerare il deficit non è possibile, perché poi, anche se non si emettono nuovi titoli, bisognerà rinegoziare quelli in scadenza; i tassi li farà la finanza con le sue società di rating; e non saranno certo quelli di prima. Così il deficit si crea di continuo, in una rincorsa senza fine. Prima o dopo il default arriva. Naturalmente, per mettere alle corde pensionati, lavoratori e welfare, e svendere il paese, ci vuole il “consenso”, ci avvertono gli autori. Per loro il consenso è il “coinvolgimento dell’opposizione”. Forse ci sarà: ma non servirà a niente.  Perché il consenso è un’altra cosa: è il coinvolgimento delle donne e degli uomini che hanno animato l’ultima annata di resistenza nelle fabbriche, di mobilitazioni nelle piazze, di occupazione di scuole e università, di campagne referendarie, di elezioni amministrative, di processi molecolari per ricostruire una solidarietà distrutta dal liberismo e dal degrado politico, morale e culturale del paese. È il popolo degli indignados, che ormai, con i nomi e le proposte più diverse, ha invaso la scena anche in Italia: forse con una solidità persino maggiore, dovuta a una storia più lunga, che risale indietro nel tempo, fino al G8 di Genova; e forse anche a prima. Un popolo che quel consenso non lo darà mai.

Se per Perotti e Zingales il problema è “ far presto” , per altri economisti continua invece a esser la crescita: non quella che permette di ricostruire i redditi e occupazione strangolati; ma quella necessaria per ricostituire un “avanzo primario” nei conti pubblici, con cui azzerare il deficit e cominciare a ripagare il debito ai pescecani della finanza internazionale: ben nascosti dietro che ha investito in Bot qualche migliaia di euro. Questi economisti li rappresenta tutti Paolo Guerrieri sull’Unità del 10.7: “Il paese è fragile – spiega – ma la ricetta per la crescita la conosciamo tutti”. E qual è? “Concorrenza, nuove infrastrutture (il Tav?) , ricerca (di che?), liberalizzazione (forse voleva dire “privatizzazione”) dei servizi (anche dell’acqua?). Cose che sappiamo – aggiunge – ce l’hanno consigliate tutti”. Paolo Guerrieri ha appreso questa ricetta dall’economia mainstream e probabilmente continuerà a insegnarla ai suoi allievi per tutto il resto della vita. Pensa che per tornare alla crescita, che per lui è la “normalità”, basti premere un bottone; perché il disastro attuale è solo una momentanea interruzione: non si sa se dovuta agli “eccessi” della finanza o all’inettitudine di Berlusconi.

Guido Viale

Ma le cose non stanno così. In un mondo al cappio, è la finanza internazionale che fa le “politiche economiche”. Quelle che vedete. Gli stati non ne fanno più; o ne fanno solo più quel poco che la finanza gli permette di fare; a condizione di poter continuare a speculare e a mandare in malora il pianeta. Anche “la crescita”, ormai, le interessa solo fino a un certo punto; se non c’è, poco male: per lo meno finché restano pensioni, salari, welfare, servizi pubblici e beni comuni da saccheggiare. Non è la prima volta nella storia che questo succede. Anche Luigi XIV, il Re Sole, diceva: dopo di me, il diluvio.

Adesso sta a noi – a tutti gli “indignati” che non accettano questo stato di cose e questo futuro – ricostruire dal basso quello che Stati e Governi non sono più in grado di promuovere; e nemmeno di concepire. Cioè il progetto di una società, di un sistema produttivo e di modelli di consumo condivisi, più equi, più sobri, più efficienti, più onesti; ma soprattutto le strade da percorrere – itinerari mai tracciati – per realizzarli. E tutto in un mondo che sarà sempre più – e a breve – cosparso di macerie: sociali, ambientali e morali. Ma anche di reazioni furibonde e, verosimilmente, violente (basta pensare all’occupazione militare della Valle di Susa per imporre il “loro” modello di crescita; o a quella della Campania per imporre la “loro” gestione dei rifiuti). Non sarà una passeggiata per nessuno.

Un programma per realizzare quel progetto oggi non c’è; e non c’è il “soggetto” – per usare un’espressione ormai logora – per elaborarlo e portarlo avanti. Non a caso. Perché è un programma irrinunciabile plurale; che può nascere solo dal concorso di mille iniziative dal basso, se saranno in grado di tradursi in proposte che consentano un coordinamento e se avranno la capacità di imporsi con la forza della ragione sui numeri. Ci aiuta il fatto che per ciascuno di noi l’agire locale è sempre orientato da un pensiero globale. L’opposto di quello che fanno i Governi e le forze che li sorreggono. Provocano disastri globali in nome delle convenienze dettate da un meschino pensiero locale. La disfatta della cosiddetta governance europea non è altro.

Tra i criteri ispiratori della nostra progettualità c’è innanzitutto un salto concettuale: nell’era industriale lo “sviluppo” economico è stato promosso e diretto dall’aumento della produttività del lavoro. Che è andata talmente avanti che oggi è praticamente impossibile misurare il valore di un bene con la quantità di lavoro che esso contiene, anche se ci sono ancora – e sono tanti – dinosauri come Marchionne che lasciano credere di poter battere la concorrenza tedesca o cinese rubando agli operai dieci minuti di pausa, qualche ora di straordinario, o qualche giorno di malattia. Tutto ciò è avvenuto a scapito dell’ambiente e delle sue risorse, saccheggiate come se non avesse mai fine. Da ora in poi, invece, si tratta  di valorizzare le risorse ambientali e renderle sempre più produttive: con la condivisione, la sobrietà, l’efficienza, il riciclo, le fonti rinnovabili, la biodiversità (ecco un modo di distinguere la ricerca che vogliamo dalle vuote declamazioni in suo favore). Perché è dall’uso più accorto delle risorse che dipende anche la produttività del lavoro, che non può più essere misurata in giorni, ore, minuti e secondi; ma solo con grado di cooperazione e condivisione che quell’uso saprà sviluppare.

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