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DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CAPOGRUPPO SEL RIMINI) SULLA CRISI DELLA MAGGIORANZA A RIMINI

Rimini, 22.09.2010

Comunicato stampa

Apprendo dalle considerazioni di Ravaioli e Agosta che a cercare la rottura saremmo stati noi consiglieri che da tre anni diciamo che il progetto Murri non andava bene.

Il sindaco, addirittura, accusa i “ribelli” di essere la causa della futura ed eventuale sconfitta alle urne. Si riduce la complessità di una critica ad una certa linea politica troppo incline ai poteri forti, a semplice critica della politica urbanistica in voga negli ultimi dodici anni. Queste posizioni sono auto consolatorie nel migliore dei casi, mistificatorie invece se parliamo politicamente, dopo aver ripetutamente dichiarata conclusa la politica della cementificazione, del motore immobiliare i colpi di coda di questa Giunta sono proprio dei motori immobiliari.

Dopo dodici anni è auto consolatorio dire che la crisi del centrosinistra l’hanno determinata i consiglieri “ribelli” e non le scelte stesse che hanno sempre più allontanato e fatto arrabbiare gli elettori del centrosinistra. L’elenco delle scelte non condivise è lungo, per quanto mi riguarda va dall’applicazione dell’addizionale Irpef fatta per pagare la festa di Capodanno, alla privatizzazione dei servizi educativi, passando per la privatizzazione dei servizi pubblici fino ad arrivare al taglio dell’assistenza domiciliare per anziani e non autosufficienti.

Scegliendo i poteri forti siano essi legati alla rendita immobiliare o ai poteri economici corporativi come è stato fatto negli ultimi dodici anni non si vince, invece si è aumentato e si aumenta il divario tra chi ha governato e intende continuare a farlo e le esigenze, i problemi e le aspirazioni delle persone in carne ed ossa.

Si sono creati in vitro esigenze del tutto fuori contesto, come per esempio lo stadio, per consentire colate di cemento, si tace davanti alla minacce di Aureli che tendono solo ad ottenere cambi di trasformazione d’uso e si mostrano i muscoli con gli anziani come nel caso delle case popolari. Su tutte queste cose, Agosta, dovrebbe ricordare la nostra critica, le nostre proposte inascoltate e il nostro atteggiamento mai accondiscendente nel voto. Ora si dice che queste critiche sono banali e strumentali visto il clima elettorale, ma io ribadisco che sono cose che si dicono almeno dal 2006 e ciò che è banale e veramente strumentale è inseguire la destra, imitarla, pensando di raccogliere consenso, mentre è vero il contrario e cioè che il consenso si perde perché tra l’originale proposta della destra e la copia del Pd chi ci crede sceglie la destra, mentre sempre più persone preferiscono starsene a casa.

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LETTERA APERTA SULLA VICENDA SCM

manifestazione all'SCM

Di nuovo sulla vicenda SCM, questa volta perché la “novità” è rappresentata dalle dichiarazioni di Aureli. Sostenere, come fa lui, che o riceve l’appoggio incondizionato di tutta la politica locale oppure è pronto a trasferire la produzione in Cina oBrasile è sostenere un ricatto puro e semplice.

Sorprende verificare anche in questo caso la trasformazione di chi quando i profitti crescono sale alla ribalta per posizioni liberal, diventando in rigido “padrone della ferriera” quando questi profitti, che peraltro hanno prodotto scarsissimi incrementi retributivi, tendono a ridursi. I sacrifici che vengono richiesti ai lavoratori, in un momento del genere dovrebbero essere sostenuti anche dalle imprese che, invece, scaricano sulla collettività e sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori i costi della crisi.

Io credo che la deroga contrattuale sul’organizzazione del lavoro all’interno dell’SCM, a cui la FIOM si è opposta e che ha fatto inalberare la dirigenza e la proprietà aziendale, sia prima di tutto una questione sindacale. Ma i progressivi attacchi della proprietà nei confronti del sindacato maggiormente rappresentativo dei lavoratori stia via via facendo calare la maschera sulle vere intenzioni di Aureli, cioè trasferire la produzione laddove è maggiormente remunerativo, laddove il livello dei diritti sindacali è più basso. Allora, questa questione, da sindacale diviene di interesse rilevante per l’intera collettività.

In questo caso non si possono non rilevare profonde analogie con la vicenda FIAT di Pomigliano d’Arco. Il metodo di gestire le relazioni industriali è tornato ad essere, come negli anni ’50, quello del ricatto prima di tutto esercitato sui lavoratori e quindi al territorio, minacciando la fuga in paesi economicamente più vantaggiosi per l’impresa. D’altra parte come si spiega il fatto che Aureli abbia imposto un diktat di questo tipo?

Credo che, rispondendo al dettato costituzionale il quale dovrebbe essere la bussola gli amministratori locali e per i parlamentari, l’impresa sia una ricchezza per la società nella misura in cui essa abbia una funzione sociale. Quindi, stando così le cose è sbagliato invocare un sostegno delle amministrazioni senza alcuna prospettiva sulla ricaduta sociale delle scelte di un’impresa e ancora più sbagliato sarebbe accordarlo. Chiedere sacrifici ai lavoratori, come, tra l’altro, se non ne avessero fatti e non ne stessero facendo già abbastanza, rinunciando all’applicazione di un elemento contrattuale, senza alcuna prospettiva di continuità lavorativa è ingiusto. Avviare l’ingresso di lavoratori alla produzione di fronte all’incremento degli ordinativi è nell’ordine delle cose, ma in questo caso, in assenza di prospettive che indichino un vero rilancio e continuità produttiva nel tempo, il rischio che terminato l’ordinativo i lavoratori se ne tornino a casa e l’azienda proceda comunque verso la delocalizzazione è ben più che evidente e le amministrazioni locali devono assolutamente sventarlo.

Io aggiungo un riferimento personale, ho assistito più volte prima come assessore provinciale all’urbanistica e poi come consigliere comunale a proposte bi partisan di cambiare destinazione d’uso allo stabilimento delle Celle da produttivo a residenziale – direzionale. Qualora queste proposte dovessero andare in porto, senza alcun progetto industriale a sostegno della continuità produttiva e lavorativa, a vantaggio di chi andrebbero? E, aggiungo, la vicenda di questi giorni si appresta ad essere il casus belli con cui accelerare da un lato la delocalizzazione e dall’altro la monetizzazione speculativa di una trasformazione d’uso degli stabilimenti produttivi. Il saldo di questa operazione sarebbe a tutto svantaggio dei lavoratori e del nostro territorio che procederebbe lungo la strada della desertificazione industriale.

Infine, questa deroga contrattuale è una deroga normativa, è una deroga che prelude ad un progetto generale di soppressione e riduzione dei diritti costituzionalmente garantiti, il combinato disposto di rapporti lavorativi sempre più basati sul rapporto lavoratore – datore fa saltare il principio normativo per cui in un contratto è da garantire maggiormente la parte più debole ossia il lavoratore uniti a contratti sempre più territoriali va inquadrato nel processo di controriforma del diritto del lavoro portato avanti dal governo che addirittura Napolitano si è rifiutato di controfirmare.

Non esiste alcuna temporaneità alla sospensione dei diritti di chi lavora, ciò rappresenterebbe un varco che trasformandosi in voraggine coinvolgerebbe non solo gli interessi e i diritti dei lavoratori direttamente coinvolti, ma la complessità delle lavoratrici e dei lavoratori a prescindere dalle categorie in cui sono impiegati. Questà è la posta in gioco. Se qualcuno come Pizzolante, deputato Pdl, attacca pesantemente la FIOM e la CGIL non lo fa certo per sostenere gli interessi generali dei lavoratori, né quelli del nostro territorio e tantomeno in nome di chissà quale modernità. Lo fa unicamente perché in questo caso è più facile, molto più facile, stare dalla parte del più forte fare ciò che i conservatori come lui hanno sempre fatto nella storia.

Eugenio Pari
Consigliere comunale SEL Rimini

 

Rimini, 22.06.2010

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