Storie

ANTONIO GRAMSCI

Nel 1908 consegue la licenza ginnasiale e si iscrive al liceo Dettori di Cagliari, città dove vive presso il fratello Gennaro, segretario della locale sezione socialista.

Con molti giovani del liceo Dettori, Gramsci partecipa alle “battaglie” per l’affermazione del libero pensiero e a discussioni di carattere culturale e politico. Abita in una poverissima pensione in via Principe Amedeo, poi si trasferisce in un’altra del Corso Vittorio Emanuele. A scuola si distingue tra i compagni per i suoi vivi interessi culturali, legge moltissimo (in particolare Croce e Salvemini). Rivela spiccatissime tendenze per le scienze esatte e per la matematica. Cagliari, in quel tempo, è una cittadina culturalmente vivace, dove si diffondono i primi fermenti sociali, che influiranno nella sua formazione di una ideologia socialista.

Conseguita la licenza liceale, nel 1911 vince una borsa di studio e si iscrive all’università di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia. Si trasferisce a Torino. Gramsci vive i suoi anni universitari in una Torino industrializzata, dove sono già sviluppate le industrie della Fiat e della Lancia, che hanno eliminato le concorrenti più deboli. Il forte sviluppo industriale ha conferito un aspetto nuovo alla città, che intorno al 1909 ospita circa 60.000 immigrati, che lavorano nelle fabbriche. Data l’alta concentrazione operaia e il ruolo avanzato dell’industria torinese, la organizzazione sindacale costituisce, nella città, una presenza attiva e dinamica, sostenuta da un’ampia mobilitazione dal basso.

Sono le iniziative di lotta nelle fabbriche che portano alla costituzione delle prime commissioni interne e alla elezione di delegati di fabbrica, che siedono, durante le vertenze, al tavolo delle trattative con i rappresentanti padronali. È in questo periodo di forti agitazioni sociali che lo studente Gramsci vive i suoi anni universitari e matura la sua ideologia socialista. Studia i processi produttivi, la tecnologia e l’organizzazione interna delle fabbriche e si impegna per far acquisire agli operai “la coscienza e l’orgoglio di produttori”.

A Torino frequenta anche gli ambienti degli immigrati sardi; l’interesse per la sua terra sarà sempre vivo in lui, sia nelle riflessioni di carattere generale sul problema meridionale, sulle sue abitudini, sul linguaggio, sui luoghi e sulle persone dell’infanzia; temi ricorrenti anche negli anni della maturità. Gli avvenimenti. L’Italia è ancora nettamente divisa tra un Nord in cui è presente un relativo sviluppo industriale e un Meridione caratterizzato dal latifondo a coltivazione estensiva. L’assetto del potere nello Stato e nella società è dunque determinato da un’alleanza tra industriali e agrari, fondata sulla politica protezionistica, che esclude ogni partecipazione al potere da parte delle masse popolari. Ma la crisi di fine secolo, con i movimenti dei fasci siciliani (1894) e l’insurrezione proletaria di Milano (1898), costringe la borghesia italiana a scendere a patti con il movimento operaio. Dall’inizio del secolo, Giolitti, che dichiara la neutralità dello Stato nei conflitti di lavoro, apre un nuovo corso politico fondato su un accordo sociale con il movimento socialista riformista. A questo accordo si oppongono l’ala rivoluzionaria del partito socialista e il movimento sindacalista rivoluzionario.
1912 In cattive condizioni economiche e di salute, Gramsci segue i corsi universitari e sostiene alcuni esami. Ha anche i primi contatti con il movimento socialista torinese.-
Gli avvenimenti. Al congresso socialista di Reggio Emilia i riformisti perdono la direzione del partito. Mussolini diventa direttore dell’Avanti!.
1913 Aderisce ad un pubblico appello contro la politica protezionistica. Probabilmente in quest’anno si iscrive alla sezione socialista di Torino.

Gli avvenimenti. Con il patto Gentiloni, i cattolici partecipano alla competizione elettorale in appoggio a Giolitti.
1914 Soffre di periodiche crisi nervose. Sostiene sul Grido del popolo le posizioni della neutralità attiva e operante in contrasto con la politica della neutralità assoluta prevalente in ambito socialista. Gli avvenimenti. Crisi dell’Internazionale socialista e del movimento operaio europeo che non riescono a far prevalere una politica di pace. Scoppia la Prima guerra mondiale.
1915 Continua la collaborazione con Il Grido del popolo e, a dicembre, entra nella redazione torinese dell’Avanti!, organo del Partito socialista italiano. La sua attività giornalistica s’impone all’attenzione generale non solo per la qualità della scrittura, ma anche per lo spessore della ricerca culturale. Gli avvenimenti. L’italia entra in guerra a fianco dell’intesa. Lenin lancia a Zimmerwald la parola d’ordine di “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”.
1916 Gramsci cura la rubrica “Sotto la mole” dell’Avanti! dove si occupa di critica teatrale e di note di costume. Gli avvenimenti. Nel movimento socialista antimilitarista (conferenza di Kientbal) si fanno strada le posizioni radicali di Lenin.
1917 Dopo la sommossa operaia di agosto, Gramsci diventa segretario della commissione esecutiva provvisoria della sezione socialista di Torino. Dirige di fatto Il Grido del popolo. Nel febbraio del 1917 per conto della Federazione giovanile socialista piemontese esce La città futura, il cui tema di fondo é la contrapposizione tra l’ordine della società borghese e quello della società socialista; a originali articoli di teoria e di propaganda socialista si affiancavano scritti di Croce, Salvemini e A. Carlini. In questo perioda l’influenza di Croce e della polemica antipositivistica dell’idealismo italiano traspare anche nella valutazione entusiastica della rivoluzione russa del novembre 1917, interpretata come “rivoluzione contro il Capitale” (cioè contro la versione deterministica dell’opera di Marx). Gli avvenimenti. In agosto scoppiano in Italia movimenti di protesta contro il carovita e la guerra. In Russia la rivoluzione di febbraio porta all’abdicazione dello zar Nicola II; il governo provvisorio viene rovesciato in novembre dalla rivoluzione bolscevica.
1918 Cessano le pubblicazioni del Grido del popolo (ottobre) e nasce l’edizione piemontese dell’Avanti! (dicembre), diretta da Ottavio Pastore, nella cui redazione Gramsci entra dall’inizio.

Gli avvenimenti. Finisce la guerra mondiale. Movimenti rivoluzionari in vari paesi d’Europa. In Russia la controrivoluzione si militarizza: scoppia la guerra civile.

1919 Gramsci e altri (tra cui Tasca, Terracini, Togliatti) danno vita al settimanale L’Ordine nuovo (maggio), che si schiera per l’adesione del Psi all’Internazionale comunista e in favore del movimento dei consigli di fabbrica. Nei suoi articoli Gramsci afferma che il consiglio di fabbrica deve essere eletto da tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro collocazione politica, in modo che gli operai assumano in pieno la funzione dirigente che spetta loro come “produttori”. Questa esperienza si collocava, in una propettiva rivoluzionaria, a sinistra del movimento socialista dell’epoca, ma in consonanza con altri fermenti della cultura italiana del periodo come quelli che facevano capo al neo-liberalismo di Piero Gobetti, che giudicò infatti positivamente l’opera del gruppo. Gli avvenimenti. La nuova legge per il suffragio universale permette al Psi e al Partito popolare di eleggere rispettivamente 156 e 100 deputati, modificando radicalmente l’assetto del potere politico. A Parigi si inaugura la Conferenza di pace. Viene fondata a Mosca la Terza Internazionale (Comintern). Il congresso socialista di Bologna delibera l’adesione alla nuova Internazionale comunista.
1920 Lo sciopero degli operai dell’industria di Torino di marzo-aprile (sciopero delle lancette) per il riconoscimento dei consigli di fabbrica apre una vivace polemica tra la direzione socialista e il gruppo dell’Ordine nuovo, le cui posizioni politiche ricevono l’approvazione di Lenin. Gramsci si avvicina alla frazione astensionista del Psi, guidata da Bordiga, che prospetta la costruzione del Partito comunista.Gli avvenimenti. Giolitti torna a formare il governo. In settembre lo scontro sociale porta all’occupazione delle fabbriche. La sconfitta segna l’inizio del riflusso del movimento proletario. In Russia, i bolscevichi sbaragliano definitivamente gli eserciti controrivoluzionari.

.1921 Gramsci si convince che bisogna dar vita a un partito nuovo, secondo le direttive di scissione già indicate dall’Internazionale comunista. Il 25 gennaio 1921 si apre a Livorno il 17° congresso nazionale del Psi; le divergenze tra i vari gruppi: massimalisti, riformisti ecc., inducono Gramsci e la minoranza dei comunisti a staccarsi definitivamente dal Psi. Il 21 gennaio dello stesso anno, nella storica riunione di San Marco, nasce il Partito comunista d’Italia: Gramsci sarà un membro del Comitato centrale.

Come organo del nuovo partito Gramsci diresse, ancora a Torino, L’Ordine Nuovo, diventato quotidiano (al quale collaborò anche come critico teatrale Gobetti). Tuttavia nei primi anni del nuovo partito la sua attività fu condizionata dalla direzione di Bordiga, che avendo organizzato una frazione nazionale prima della scissione aveva acquisito una posizione di preminenza, influenzando anche gran parte dello stesso gruppo torinese dell’Ordine Nuovo..-

Gli avvenimenti. 15 gennaio 1921: si apre a Livorno il XVII Congresso del Psi. Il 21 gennaio, da una scissione minoritaria del Psi, nasce il Partito comunista d’Italia (Pcd’I), sezione italiana della Terza Internazionale comunista. Dopo la grande paura dell’occupazione delle fabbriche, gli industriali guardano con favore al movimento fascista. Lenin lancia la Nuova politica economica.

1922 Nel secondo congresso del Pcd’I (Roma, marzo) Gramsci sostiene le posizioni della maggioranza bordighiana, in dissenso con la politica del “fronte unico” con il Psi proposto dall’Internazionale. A maggio parte per Mosca, delegato del partito italiano nell’esecutivo dell’Internazionale e nel giugno partecipa alla conferenza dell’esecutivo allargato. Il soggiorno in Russia sarà importante sia per la sua formazione politica che per la sua vita privata, infatti Gramsci si innamora di una giovane violinista russa, Giulia Schucht che diventerà sua moglie e dalla quale avrà due figli: Delio e Giuliano.

In Russia Gramsci approfondisce le sue conoscenze del leninismo e osserva gli sviluppi della dittatura del proletariato, ciò gli consente di misurare diversamente i problemi dei comunisti italiani, collocandoli in una visione di più ampio respiro. –

Gli avvenimenti. Si moltiplicano le violenze squadristiche e gli assalti alle Camere del lavoro e ai giornali antifascisti. Ulteriore scissione socialista: il congresso di Roma (ottobre) espelle i riformisti. In ottobre marcia su Roma e formazione del governo Mussolini, che in novembre ottiene pieni poteri.
1923 L’esecutivo allargato dell’Internazionale (giugno) discute la situazione italiana e stabilisce d’autorità la formazione di un comitato esecutivo del Pcd’I maggiormente rispondente alla propria politica. Gramsci, in dissenso con le posizioni di Bordiga e favorevole a quelle dell’Internazionale (che sostiene la parola d’ordine del “governo operaio e contadino”), si fa carico della svolta (lettera di settembre per la fondazione dell’Unità). In novembre, viene inviato a Vienna per tenere i collegamenti tra il partito italiano e gli altri partiti comunisti d’Europa. Inizia, con un fitto carteggio, a ricostruire il gruppo dirigente del Pcd’I attorno a quella che era stata la redazione dell’Ordine nuovo.-Gli avvenimenti. Nel febbraio arresto di Bordiga e di parte del comitato esecutivo del Pcd’I, che si riorganizza semiclandestinamente. Bordiga, in carcere, si schiera contro le posizioni dell’Internazionale per quanto riguarda i rapporti con il Psi. Il parlamento italiano approva la legge elettorale maggioritaria presentata dal fascista Acerbo. In Bulgaria viene rovesciato il governo di Stambolijski, leader del partito contadino.
1924 Il 6 aprile del 1924, dopo una campagna elettorale contrassegnata da violenze e intimidazioni fasciste, si svolgono le elezioni e Gramsci viene eletto deputato della circoscrizione del Veneto, quindi torna in Italia, dopo due anni di assenza e si stabilisce a Roma. In febbraio esce a Milano, su indicazione di Gramsci, il quotidiano l’Unità. Continua il lavoro per ricostruire il gruppo dirigente del partito. Gramsci entra nel comitato esecutivo del partito e viene eletto segretario generale. Partecipa all’opposizione parlamentare che si forma a seguito del delitto Matteotti e propone un appello per lo sciopero generale. In agosto nasce a Mosca suo figlio Delio. Imposta con Grieco e Di Vittorio la politica del partito verso il Mezzogiorno. In ottobre propone che l’opposizione aventiniana si costituisca in Antiparlamento e in novembre il gruppo parlamentare comunista rientra in aula. Gli avvenimenti. Le elezioni politiche di maggio, contrassegnate da violenze e intimidazioni, assegnano il 65 per cento dei suffragi ai fascisti. In giugno viene assassinato il deputato riformista Giacomo Matteotti che aveva denunciato i brogli; ne segue una vasta ondata di proteste. In agosto il gruppo socialista che fa capo a Serrati (i “terzini”) aderisce al Pcd’I. Alla morte di Lenin, in Unione Sovietica il potere viene assunto da una direzione collegiale formata da Stalin, Trockij, Zinov’ev e Kamenev.
1925 Tra marzo e aprile partecipa a Mosca ai lavori dell’esecutivo allargato dell’Internazionale. In giugno apre la polemica con la sinistra interna al partito, guidata da Bordiga. Inizia a lavorare all’organizzazione del terzo congresso del Pcd’I. Gli avvenimenti. Superata la crisi Matteotti, Mussolini torna saldamente alla guida del governo. Vengono abolite le commissioni interne e soppressa la libertà sindacale.

1926 In gennaio si svolge a Lione il terzo congresso del Pcd’I: le tesi politiche, stese da Gramsci e Togliatti, vengono approvate con una maggioranza che supera il 90 per cento. La linea di Gramsci, che raccolse intorno a sé un nuovo gruppo dirigente “centrista,” prevalse terzo congresso del Partito comunista d’Italia; alcuni mesi dopo però i suoi rapporti con l’Internazionale comunista subirono una prima incrinatura, con la sua iniziativa di scrivere una lettera allarmata al Comitato centrale del Partito bolscevico per le divisioni interne a quel partito. Pur dando torto all’opposizione la lettere conteneva anche riserve sui metodi della maggioranza (Stalin-Bucharin), e per questo motivo Togliatti, allora rappresentante a Mosca dei comunisti italiani, ritenne opportuno non inoltrarla ufficialmente. Ne nacque una vivace polemica personale tra Gramsci e Togliatti, rilevante sopratutto per l’insistenza da parte del primo sulla necessità di «richiamare alla coscienza politica dei compagni russi, e richiamare energicamente, i pericoli e le debolezze che i loro atteggiamenti stavano per determinare.»

In agosto nasce Giuliano, il secondogenito di Gramsci.

L’8 novembre, a seguito delle leggi eccezionali del regime fascista contro gli oppositori, Gramsci viene arrestato, con gran parte del gruppo dirigente comunista e, nonostante l’immunità parlamentare, è rinchiuso a Regina Coeli. Al processo, tenuto a Roma nel maggio-giugno 1928, fu condannato a oltre vent’anni di reclusione. Il 18 novembre Gramsci è assegnato al confino per cinque anni a Ustica, dove giunge dopo soste nelle carceri di San Vittore a Milano e in quelle di Napoli e di Palermo. A Ustica abita in una casa privata con altri condannati politici con i quali organizza corsi di cultura differenziati a seconda del grado di preparazione dei partecipanti, allo scopo di educare i proletari, per i quali è un dovere, dice, non essere ignoranti, se vogliono essere protagonisti della politica e creatori di una nuova società. Per espiare la pena, Gramsci è poi destinato alla casa penale di Turi (Bari): vi rimane fino al dicembre 1933.

1927 Trasferito dal febbraio nel carcere di San Vittore a Milano, in attesa del processo, inizia a progettare uno studio di ampio respiro sugli intellettuali italiani. Il 28 maggio inizia il processo e il 4 giugno viene emessa la condanna a vent’anni quattro mesi e cinque giorni di reclusione. Poiché soffre di emicrania cronica viene destinato alla casa penale di Turi ed è messo in una cameretta con altri cinque detenuti politici.

1928 Alla fine di maggio, a Roma, Gramsci è processato. Il 4 giugno viene emessa la sentenza: come accennato, è di venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione. In luglio Gramsci raggiunge il carcere di Turi.

1929 In febbraio, nel carcere di Turi, Gramsci, ottenuto il permesso di scrivere in cella, inizia la stesura dei Quaderni dal carcere: saranno 21 nel 1933, quando lascerà Turi per Civitavecchia e complessivamente 33 nel 1937.

1930 Emergono dissensi con altri detenuti comunisti sulla politica da seguire dopo la caduta del fascismo: Gramsci sostiene la necessità di una fase democratica e propone la parola d’ordine della Costituente.

1931 Nel 1931 Gramsci è colpito da una grave malattia, perciò il fratello Carlo ottiene che sia messo in una cella individuale, dove Gramsci cerca di organizzarsi una vita “normale”, fatta di studio, di riflessione, di elaborazione teorica del suo pensiero politico e sociale, di affetti e di ricordi, sforzandosi di restare a contatto con i suoi familiari e con la realtà. Peggiorano le condizioni di salute: in agosto Gramsci ha un’improvvisa emorragia.

1932 Non ha esito il progetto di uno scambio di prigionieri politici, che avrebbe incluso anche Gramsci, tra l’Italia e l’Unione Sovietica.

1933 In marzo, seconda grave crisi delle condizioni di salute di Gramsci. In novembre viene trasferito nell’infermeria del carcere di Civitavecchia e da qui, in dicembre, nella clinica del dottor Cusumano a Formia.

1934 Riprende la campagna per la liberazione di Gramsci. In ottobre viene accolta la richiesta per la libertà condizionale.

1935 In giugno nuova crisi e aggravamento delle condizioni di salute di Gramsci. In agosto viene trasferito nella clinica “Quisisana” di Roma.

1936 Lo stato di prostrazione fisica impedisce a Gramsci di lavorare ai Quaderni.

1937 Terminato il periodo di libertà condizionale, Gramsci riacquista la piena libertà, ma è in clinica ormai morente. Muore per emorragia cerebrale il 27 aprile. Il giorno seguente si svolgono i funerali. Le sue ceneri vengono inumate al cimitero del Verano a Roma e trasferite, dopo la Liberazione, al Cimitero degli Inglesi.-

La sua vita in carcere era stata anche amareggiata dai difficili rapporti stabilitisi con il partito che aveva diretto prima dell’arresto. In disaccordo con la linea politica adottata alla fine del 1929 su pressione del Komintern, allora in lotta non solo con il fascismo ma anche con la socialdemocrazia (definita come “socialfascismo”), si era trovato, come si è detto, in aperto conflitto con la maggioranza degli altri comunisti detenuti a Turi, e ciò lo aveva indotto a fare del suo isolamento la forma esclusiva della propria esistenza. Si spiega così perché la sua situazione non sia stata allora posta in discussione negli organi dirigenti operanti in esilio, con i quale i suoi rapporti furono sempre indiretti (con la mediazione dell’amico economista Sraffa che lavorava a Cambridge). Tuttavia dopo il 1934, con l’abbandono della propaganda sul “socialfascismo” e il prevalere della politica di unità antifascista, furono intensificate le campagne di stampa internazionali per chiedere la sua liberazione.

UMBERTO TERRACINI

Nato a Genova il 7 luglio 1895, morto a Roma il 7 dicembre 1983, avvocato, dirigente comunista e parlamentare.

Era bambino quando la sua famiglia si trasferì da Genova a Torino. Fu qui che Terracini, studente sedicenne, aderì alla Federazione giovanile socialista, diventando il segretario della locale sezione. La sua propaganda contro la guerra gli procurò il primo arresto nel 1916 e, subito dopo, l’arruolamento e l’invio in zona d’operazione. Partecipò alla prima Guerra mondiale, come soldato semplice del 72° Reggimento fanteria, essendogli stata preclusa (per ragioni politiche), la nomina ad ufficiale.
Finito il conflitto, Terracini, era il 1919, si laureò in Giurisprudenza. Amico di Antonio Gramsci, fu con lui promotore del settimanale L’Ordine Nuovo che, da rassegna di cultura socialista, divenne “organo dei Consigli di fabbrica”.
Nel gennaio del 1921 Terracini, durante il Congresso socialista di Livorno, è tra i fondatori del Partito comunista d’Italia. Entrato nell’Esecutivo del nuovo partito svolge una notevole attività internazionale. Nel giugno-luglio 1921, Terracini partecipa al III Congresso dell’Internazionale comunista e viene eletto nell’Esecutivo, nonostante fosse entrato in polemica con Lenin e con Trotzki, dichiarandosi in contrasto con la direttiva del “Fronte Unico” con i socialisti. Terracini fu per l’ultima volta in Russia in occasione del V Congresso del Comintern del giugno-luglio 1924. Tornato in Italia, nel dicembre fu arrestato.
Catturato una seconda volta a Milano nel 1925, ebbe ancora modo di partecipare a Lille al Congresso del Partito comunista francese. Poi, il 12 settembre 1926, la privazione della libertà, che si sarebbe conclusa soltanto con la fine della dittatura. Conclusione che avvenne in anticipo, rispetto ai 22 anni ai quali Terracini fu condannato, il 4 giugno 1928, dal Tribunale speciale di fronte al quale tenne, non un intervento a propria difesa, ma una memorabile requisitoria contro il fascismo.
Dopo i lunghi anni di carcere e di confino – che sul recluso pesarono, nonostante la moglie Alma Lex gli fosse moralmente vicina, soprattutto per le incomprensioni con i compagni di partito che l’avevano isolato – nell’agosto del 1943 Terracini torna in libertà. Ma la situazione precipita e lui, comunista ed ebreo, deve cercare rifugio in Svizzera, mentre nel suo partito una commissione è incaricata di giudicarne le posizioni politiche. Terracini non attende in Svizzera le conclusioni dell’inchiesta (che arriveranno, con la “riabilitazione”, il 14 dicembre del 1944) e chiede ed ottiene, dal CLNAI di passare nella repubblica partigiana dell’Ossola, dove ha l’incarico di segretario della Giunta di governo.
Dopo la Liberazione, Terracini entra nel Comitato centrale e nella Direzione del PCI. E’ capogruppo dei senatori comunisti per due legislature. Soprattutto è membro della Consulta e il 2 giugno 1946 è eletto presidente dell’Assemblea Costituente. E’ Terracini che appone la sua firma, con Enrico De Nicola e Alcide De Gasperi, alla Costituzione della Repubblica.
Terracini – che è stato senatore sino alla morte, che dalla sua fondazione è stato sempre presidente dell’ANPPIA (l’Associazione nazionale dei perseguitati politici antifascisti), che fu membro autorevole del Consiglio mondiale della Pace, dell’Associazione dei giuristi democratici, della Federazione internazionale dei movimenti di Resistenza, della Società europea di cultura – ha esercitato la sua professione di avvocato soltanto quando si è trattato di difendere i perseguitati, gli antifascisti, le vittime della violenza. L’editore La Pietra ha pubblicato, nel 1975 e nel 1976, una parte dell’epistolario di Umberto Terracini: due libri dal titolo Sulla svolta e Al bando del partito

EUGENIO CURIEL

Nato a Trieste l’11 dicembre 1912, ucciso a Milano il 24 febbraio 1945, fisico, capo del Fronte della Gioventù, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Di agiata famiglia ebrea, aveva dedicato allo studio l’adolescenza, conseguendo con un anno d’anticipo la licenza liceale. Di ingegno vivacissimo, aveva frequentato, per volere del padre, il primo biennio di Ingegneria a Firenze. Si era poi iscritto al Politecnico di Milano, ma lo aveva lasciato per tornare a Firenze a seguire i corsi di Fisica. Completò questi studi a Padova, laureandosi (110/110 e lode), a soli 21 anni, con una tesi sulle disintegrazioni nucleari. Assistente del professor Laura, si diede negli anni tra il 1933 e il 1934 anche agli studi filosofici ed approdò, non senza un processo critico, al marxismo. Di qui, nel 1936, la prima presa di contatto di Curiel con il Centro estero del Partito comunista, a Parigi.
Nel 1937 il giovane intellettuale assume la responsabilità della pagina sindacale del “Bò”, il giornale universitario di Padova. Ma quell’impegno nell’”attività legale” dura poco. Nel 1938 Curiel, a seguito delle leggi razziali, è sollevato dall’insegnamento e si trasferisce a Milano. Qui prende contatti con il Centro interno socialista e con vari gruppi antifascisti, ma il 23 giugno del 1939 viene arrestato da agenti dell’Ovra. Qualche mese nel carcere di San Vittore, il processo e la condanna a cinque anni di confino a Ventotene.
Nell’isola, dove arrivano operai, antifascisti, garibaldini di Spagna – attraverso una sorta di “università proletaria” nella quale anche Curiel insegna, come dimostrano gli appunti ritrovati delle sue lezioni – si formano i quadri che organizzeranno la Resistenza.
Il 21 agosto del 1943 anche Curiel, per sofferta decisione del governo Badoglio, lascia Ventotene. Torna in Veneto, ritrova vecchi amici e collaboratori, indica loro la via della lotta armata e infine ritorna a Milano. Qui dirige, di fatto, l’Unità clandestina e la rivista comunista La nostra lotta, tiene i contatti con gli intellettuali antifascisti, promuove tra i giovani resistenti la costituzione di un’organizzazione unitaria: il “Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà”.
Il mattino del 24 febbraio 1945, a due mesi dalla Liberazione, mentre si sta recando ad un appuntamento, Eugenio Curiel viene sorpreso in piazzale Baracca da una squadra di militi repubblichini guidati da un delatore; non tentano nemmeno di fermarlo: gli sparano una raffica quasi a bruciapelo. Il giovane – che nella motivazione della Medaglia d’oro viene definito “Capo ideale e glorioso esempio a tutta la gioventù italiana” – si rialza, si rifugia a fatica in un portone, ma qui viene raggiunto e finito dai fascisti. Il giorno dopo, sulla macchia rimasta, una donna spargerà dei garofani.

GIUSEPPE DI VITTORIO

Bracciante poverissimo e autodidatta, partecipò all’esperienza del sindacalismo rivoluzionario e aderì all’USI (l’Unione Sindacale Italiana, nata nel 1912 dalla scissione con la CGdL riformista), ricoprendone dal 1913 la carica di membro del Comitato Centrale. Scoppiata la Grande Guerra, condivise le motivazioni degli interventisti e partì come volontario per il fronte, da dove sarebbe tornato gravemente ferito.
Influenzato dall’esperienza della rivoluzione bolscevica in Russia, Di Vittorio guardò con attenzione alla nascita del Partito Comunista d’Italia nel 1921, al quale aderì qualche anno più tardi. Dopo la stretta totalitaria del fascismo, che produsse la cancellazione delle libertà sindacali in Italia e che costò a Di Vittorio alcuni mesi di prigionia (dal settembre 1925 al maggio 1926), nel novembre dello stesso anno venne condannato a dodici anni di carcere dal Tribunale Speciale; costretto a riparare in Francia, diventò uno dei principali organizzatori della lotta di resistenza antifascista, dapprima come membro del Comitato Centrale del Partito (dal 1928) e quindi come responsabile della CGdL clandestina, di orientamento comunista (dal 1930).
Chiusa l’esperienza negativa segnata dalla teoria del “socialfascismo”, comunisti e socialisti si riavvicinarono organizzando i “fronti popolari” contro la grave minaccia del nazifascismo. Sul fronte sindacale italiano, Di Vittorio e Buozzi avviarono a Parigi una serie di incontri, dai quali sarebbe scaturito un programma di azione unitaria per il futuro. Nella seconda metà degli anni Trenta, Di Vittorio proseguì la lotta antifascista, combattendo nelle file delle Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola; dal 1937 diresse a Parigi il giornale “La Voce degli Italiani”. Arrestato dalla Gestapo il 10 febbraio 1941, dopo circa nove mesi di carcere fu affidato alle autorità italiane di polizia che lo mandarono al confino a Ventotene, dove sarebbe rimasto fino alla caduta di Mussolini nel luglio 1943.

Tra il 1943 e il 1944, Di Vittorio fu tra i protagonisti della rinascita del sindacato libero e democratico in Italia; insieme a Grandi e Canevari fu uno dei firmatari del Patto di Roma (9 giugno 1944), l’atto ricostituivo della CGIL. Tra il 1944 e il 1948 ricoprì la carica di Segretario Generale della CGIL unitaria fornendo un contributo decisivo alla ricostruzione economica nazionale, alla rilegittimazione internazionale del Paese e alla elaborazione della Costituzione repubblicana in qualità di Deputato dell’Assemblea Costituente. Mantenne la guida della nuova CGIL anche dopo le scissioni del 1948-1950. Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, Di Vittorio fu Presidente della FSM, la Federazione Sindacale Mondiale, nonché Senatore di diritto nella prima legislatura (1948-53) e Deputato nella seconda (1953-1957).
Tra i suoi atti principali alla guida della CGIL, occorre ricordare l’elaborazione del Piano del Lavoro, presentata al Congresso di Genova del 1949, e la proposta di uno Statuto dei diritti dei lavoratori, lanciata al Congresso di Napoli del 1952. Non ebbe esitazioni ad ammettere pubblicamente gli errori dell’organizzazione che dirigeva; memorabili rimangono l’autocritica al Comitato Direttivo della CGIL dell’aprile 1955 e la condanna dell’invasione dell’Ungheria nel 1956. Morì a Lecco il 3 novembre 1957, indimenticato protagonista della storia nazionale.
L’affermazione del valore sociale e culturale del lavoro è stato il principio che ha sempre ispirato e accompagnato l’azione sindacale di Di Vittorio; l’autonomia, la democrazia e l’unità del sindacato sono stati i suoi principali obiettivi. La CGIL doveva restare rigorosamente plurale e apartitica, senza per questo venire meno ad una sua naturale vocazione politica, centrata sulla difesa e lo sviluppo della democrazia e della Costituzione repubblicana, che aveva nella solidarietà e nei diritti i suoi principali valori.
Pur vivendo una stagione assai difficile, segnata da tensioni ideologiche stridenti legate al sottile equilibrio bipolare della guerra fredda, Di Vittorio lavorò sempre per l’unità di tutti i lavoratori, dalla quale faceva derivare anche l’unità sindacale; a suo avviso, solo in questo modo sarebbe stato possibile difendere l’interesse generale della classe lavoratrice, lottando efficacemente per la sua emancipazione.

ENRICO BERLINGUER

Quando era diventato segretario generale del Pci, nel ’72, Berlinguer aveva scritto a un vecchio compagno di scuola del liceo Azuni di Sassari, la sua città: “Non si può rinunciare alla lotta per cambiare ciò che non va. Il difficile, certo, è stare in mezzo alla mischia mantenendo fermo un ideale e non lasciandosi invischiare negli aspetti più o meno deteriori che vi sono in ogni battaglia. Ma alternative non ne esistono”. In quel momento aveva cinquant’anni e, fuori dal Pci, non era molto popolare e conosciuto. Soprattutto la grande stampa tendeva a rappresentarlo come un personaggio grigio e triste, tutto interno alla nomenklatura di partito, un secchione che “si era iscritto giovanissimo alla direzione del Pci”, secondo una famosa battuta di Giancarlo Pajetta. Anni dopo, interrogato da Giovanni Minoli per Mixer su quale fosse la cosa che gli dava più fastidio sentir dire di sé, Enrico aveva risposto: “Che sarei triste, perché non è vero”. E in effetti tutti quelli che l’hanno conosciuto conservano nella memoria un uomo del tutto diverso, capace di grandi emozioni e di grandi svolte. Enrico era un uomo che aveva l’arte di vivere. Spesso ha imparato la lezione dei fatti ed è ripartito dagli errori per intraprendere strade nuove. Oggi tutti riconoscono a Berlinguer il merito dello strappo dell’Unione Sovietica. Ma pochi ricordano che da ragazzo Enrico aveva cominciato la sua militanza politica, il 18 settembre del ’43, al momento della cacciata dei nazisti, issando sul palazzo del Governo di Sassari la bandiera dell’ Urss. E’ quasi scomparsa dalle celebrazioni agiografiche la storia del giovane Berlinguer che su indicazione di Togliatti ricostruisce la Fgci, l’organizzazione giovanile, (che nei momenti migliori arriverà al mezzo milione di militanti) ancorandola al mito di Giuseppe Stalin,”il miglior amico e maestro della gioventù”, come Berlinguer l’aveva definito con sincera convinzione nei suoi discorsi. Con il ’56 e la pubblicazione del rapporto di Kruscev Enrico entra in una crisi profonda, è meno pronto di altri alle denunce e alle autocritiche. Ma dopo un periodo tormentato in cui riesce a fare i conti fino in fondo con se stesso, la sua critica al socialismo reale diventa parte integrante della sua vita. E’ un ripensamento che lo porta a proclamare il valore universale della democrazia, a Mosca, di fronte alla platea immobile dei burocrati sovietici. E che nell’82, dopo i fatti polacchi, lo spinge fino alle estreme conseguenze dello strappo. Ma anche in altri passaggi forse meno clamorosi, della sua storia politica Berlinguer era partito da se stesso, dal proprio mondo intimo, per arrivare a conseguenze inaspettate. E’ abbastanza conosciuto il legame profondo che aveva con sua moglie Letizia, una bella ragazza della borghesia romana che non era comunista al momento del matrimonio e che non lo sarebbe diventata neanche dopo. Dei quattro figli, (la primogenita, Bianca, è oggi giornalista del Tg 3) era particolarmente legato alla seconda, Maria, l’unica che fin da ragazzina si era iscritta al partito. Nel ’77, quando era scoppiata la contestazione degli autonomi, Berlinguer aveva reagito con durezza a quello strano movimento che parlava di strategia dei desideri e di bisogno di comunismo, e che considerava il Pci, entrato da poco nell’area di governo, fra i suoi nemici principali.

Quell’anno, al festival dell’Unità di Modena, Berlinguer aveva definito gli autonomi “untorelli” e paragonati agli squadristi che nel’19 assaltavano le case del popolo. Ma a Modena, come molti militanti della Fgci, era andata anche Maria. Al ritorno Berlinguer si era sentito aggredire dalla figlia, che gli aveva rimproverato di non capire i giovani, i loro bisogni, i loro desideri. Ancor peggio era successo con Marco, l’unico figlio maschio, che addirittura aveva sfilato nel corteo di protesta degli autonomi che erano andati a fare con le mani il segno della P38 sotto le Botteghe Oscure.

Come ho ricostruito nella mia biografia di Berlinguer, è soprattutto da questi episodi che era partito il suo ripensamento. Un anno dopo Enrico affermerà in un discorso: “Talvolta siamo scossi e sgomenti di fronte ai giovani. Ma sono figli nostri, sono figli della nostra lotta per la libertà. Vogliamo essere con loro e interpretare il senso della loro ribellione, anche quando non ne condividiamo certe forme.” Anche Berlinguer d’altra parte era stato un ribelle. La morte della madre, avvenuta quando Enrico aveva solo 14 anni, ne aveva fatto un ragazzo chiuso e incapace di applicarsi allo studio, mettendolo in forte dissidio con il padre. Le pagelle del giovane Berlinguer, che ancor oggi si possono consultare al liceo di Sassari, erano state disastrose. Aveva ricordato Berlinguer stesso in un’intervista: “Da ragazzo c’era in me un sentimento di ribellione. Contestavo tutto. La religione, lo Stato, le frasi fatte e le usanze sociali. Avevo letto Bakunin e mi sentivo un anarchico”. Era probabilmente questo senso di ribellione che l’aveva portato a fare una scelta diversa rispetto a quella della sua famiglia, che oggi potremmo definire radical-borghese, piena di personaggi fuori dal comune, come il nonno Enrico, mazziniano convinto, o come il padre Mario, un brillante avvocato che non gli aveva perdonato facilmente la decisione di non laurearsi e di diventare comunista.

Ho sempre pensato che quel lontano passato famigliare abbia in qualche modo giocato un ruolo negli ultimi anni deI.la vita di Enrico. Dopo la delusione della solidarietà nazionale e il trauma dell’assassinio di Aldo Moro,c’era stata una fase di crisi, di ripiegamento. Ma quando ne era uscito Berlinguer aveva vissuto la fase più ricca e creativa della sua vita: come se la fine del compromesso storico, oltre che degli ultimi legami con I’Urss, lo avesse liberato da molte pastoie e il suo pensiero riuscisse a esprimersi più compiutamente. Con una capacità di anticipazione che oggi lascia stupiti, aveva intuito la degenerazione che stavano vivendo i partiti, la loro trasformazione in macchine di potere e di corruzione. Aveva capito che il mondo stava cambiando e che la sinistra, se voleva continuare ad esistere e a non rinunciare a se stessa, doveva rinnovare il suo bagaglio, “trovare strade nuove per i vecchi ideali”, come aveva detto una volta. Nei primi anni Ottanta Berlinguer era riuscito a mettere a fuoco i grandi temi di una nuova politica di sinistra, al di là della tradizione comunista. Dalla questione ecologica al riconoscimento della diversità femminile alla ricerca di un’eticità della politica, la sua voce si era fatta sentire molto al di fuori degli steccati del Pci.

Berlinguer si era assunto appassionatamente il problema della pace e della costruzione di un nuovo ordine ‘mondiale, in tempi in cui la Bosnia e il Ruanda con le loro stragi spaventose erano ancora molto lontani. In una delle sue interviste più felici, quella su “1984” di Orwell, aveva espresso una visione quasi avveniristica del mondo, affermando che il disarmo totale non poteva essere considerato irrealizzabile e che sulle grandi questioni era necessario lavorare con “l’utopia dei tempi lunghi”. Il 10 ottobre ’82 ad Assisi, alla marcia della Pace, per sostenere queste idee non aveva esitato a rilanciare il messaggio di un santo, il “folle Francesco”, che aveva saputo contestare le crociate e la distinzione fra guerra giusta e ingiusta. E in una riunione della Direzione Comunista, a chi gli aveva chiesto come poteva fare l’Europa a difendersi se avesse rinunciato ai missili come chiedevano i pacifisti, aveva risposto con una franchezza che è caratteristica di quegli anni: “Forse in questo c’è una contraddizione più grande: essere comunisti e pronunciarsi a favore delle armi atomiche”. Berlinguer non parlava mai della morte. Pensava che fosse un fatto della vita, da affrontare semplicemente quando sarebbe venuta. Aveva un gusto quasi fisico del pericolo e a volte sembrava quasi che volesse sfidare la sorte guidando la sua barca nel mare in tempesta della Sardegna, dove tornava ogni anno per le vacanze. Anche il suo ultimo discorso, su quel palco di Padova, portato eroicamente a termine davanti a migliaia di persone dopo essere stato colpito da un ictus, e’ sembrata un’ ultima sfida. Vinta nonostante tutto. Primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volonta’ politica della nazione; e cio’ possono farlo non occupando pezzi sempre piu’ larghi di Stato, sempre piu’ numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversita’.

“Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilita’ concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorita’ rispetto ad altri, che la professionalita’ e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata”.

“Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onesta’, ci siamo stati noi”.

“La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perche’ dico che la questione morale e’ il centro del problema italiano”.
“Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparita’ sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realta’, dentro le forme capitalistiche – e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla Dc – non funzionino piu’, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacche’ esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di inoccupati, di emarginati, di sfruttati.

“La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si e’ sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perche’ i partiti socildemocratici si trovano di fronte a realta’ per essi finora ignote o da essi ignorate.

“Quando ci si protende a stimolare e a dare forza ai movimenti della masse giovanili e delle masse femminili, o delle masse di disoccupati o degli anziani, si allarga l’orizzonte della politica, la si arricchisce di contenuti prima prima mai pensati. E’ proprio in questo impegno che la politica diventa milizia animata da una forte tensione ideale e morale.

“Noi restiamo convinti che per rinnovare noi stessi e spingere gli altri a rinnovarsi dobbiamo mantenere ben netti e riaffermare i caratteri che ci contraddistinguono e ci fanno diversi. Bisogna infatti che, in linea di partenza, sia dispersa ogni illusione di una nostra possibile resa o collusione od omerta’, presente e futura, verso quei metodi di gestione tra i partiti e tra questi e il governo e le istituzioni e la vita economica e la societa’, fino alle degenerazioni che stanno corrodendo le fondamenta della nostra repubblica.
“Essere tanti comunisti e seri comunisti e’ la vera condizione anche per avere tanti voti, ma e’ soprattutto la garanzia di fare del nostro partito un sempre piu’ saldo e consistente strumento del reale rinnovamento e dello sviluppo del Paese.

“Certa mentalita’ retriva e discriminatoria nei confronti della donna, certe posizioni pregiudizialmente antifemminili e antifemministe, costituiscono un ostacolo concreto e pesante alle’emancipazione femminile, e, si’, fanno dell’uomo l’oppressore della donna. E non mi riferisco solo al borghese, al capitalista, ma anche all’operaio, anche al proletario, anche al comunista. E’ il retaggio di una storia antichissima che oggi, con la crescente consapevolezza femminile dei propri diritti, determina una certa lotta tra i sessi e l’esigenza per la donna di una liberazione anche nei confronti dell’uomo…. “Non puo’ essere libero un popolo che ne opprime un altro” scriveva Marx; un’affermazione che potrebbe essere parafrasata a questo modo: non puo’ essere libero un uomo che opprime una donna”.

“La lotta, la pressione di massa saranno sempre necessarie. Certo si puo’ immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccetabile perche’ significherebbe stravolgere l’essenza della vita democratica”.

“Bisogna attrezzarsi per saper essere anche partiti-immagine e partiti d’opinione. Il rischio e’ quello di diventare solo questo. Perche’ sarebbe un impoverimento non solo della vita politica, ma dela vita dell’uomo in generale”.

“La politica di austerita’ quale e’ da noi intesa puo’ essere fatta propria dal movimento operaio proprio in quanto essa puo’ recidere alla basa la possibilita’ di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel gonfiamento del solo consumo privato, che e’ fonte di parassitismi e di privilegi, e puo’ invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato e guidato dai principi della massima produttivita’ generale, della razionalita’, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura. “Lor signori”, come direbbe il nostro Fortebraccio, vogliono invece l’assurdo perche’ in sostanza pretendono di mantenere il consumismo, che ha caratterizzato lo sviluppo economico italiano negli ultimi venti-venticinque anni, e, insieme, di abbassare i salari”.

“Noi vogliamo che la nostra vita sia una vita completa, multilaterale, ricca e piena, una vita nella quale l’uomo esprima tutti i suoi valori real. E’ questo che da’ un senso alla vita, da’ valore a un popolo”.

“Noi pensiamo che gli insegnamenti fondamentali che ci ha trasmesso prima di tutto Marx e alcune delle lezioni di Lenin conservino una loro validita’, e che vi sia d’altra parte, tutto un patrimonio e tutta una parte di questo insegnamento che sono ormai caduti, che debbono essere abbandonati con gli sviluppi nuovi che abbiamo dato alla nostra elaborazione che si concentra su un tema che non era il tema centrale dell’opera di Lenin. Il tema su cui noi ci concentriamo e’ quello della via al socialismo e dei modi e delle forme della costruzione socialista in societa’ economicamente sviluppate e con tradizioni democratiche quali sono le societa’ dell’occidente europeo. E’ chiaro che l’esplorazione di vie nuove verso il socialismo, in questa parte dell’Europa e del mondo, richiede soluzioni del tutto originali, rispetto a quelle che si sono attuate nell’Unione Sovietica e che poi si sono via via attuate negli altri paesi dell’Est, sia europeo, sia asiatico. Da questo punto di vista, noi consideriamo l’esperienza storica del movimento socialista, nel suo complesso, nelle sue due fasi: quella socialdemocratica e quella dei paesi dove il socialismo e’ stato avviato sotto la direzione dei partiti comunisti nell’Est europeo. Ognuna di queste esperienze ha dato i suoi frutti all’avanzata del movimento operaio, ma entrambe vanno superate criticamente con nuove formule, con nuove soluzioni, con quella, cioe’, che noi chiamaiamo terza via, la terza via appunto rispetto alle vie tradizionali della socialdemocrazia e rispetto ai modelli dell’Est europeo”.
“Quali furono infatti gli obiettivi per cui e’ sorto il movimento per il socialismo? L’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento tra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realta’ del mondo d’oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono piu’ validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono a una sempre piu’ incisiva azione in Italia e nel mondo”.

Enrico Berlinguer nacque a Sassari nel 1922 da una famiglia di tradizioni democratico-progressiste. Venne educato all’antifascismo e al socialismo liberale espresso dal partito sardo d’azione, di cui il padre Mario era un autorevole rappresentante. Studente in legge, nel 1943 aderi’ al Partito comunista italiano e nell’anno seguente organizzo’ una manifestazione contro il governo Badoglio. Arrestato, venne processato dopo tre mesi di detenzione e prosciolto. A Roma fu nominato segretario del Fronte della gioventu’, entrando a far parte nel 1945 del comitato centrale del Pci e nel 1948 della direzione. Segretario generale della federazione giovanile (Fgci) dal 1949 al 1956, diresse successivamente la scuola per la formazione dei quadri del partito e, nel 1960 entro’ nella segreteria nazionale. Allontanatone nel 1966, ritorno’ presto ai vertici del Pci: nel 1969 fu nominato fu nominato vicesegretario e nel 1972 subentro’ a Luigi Longo come segretario generale. Berlinguer consolido’ l’autonomia del Pci da Mosca e miglioro’ i rapporti con le forze democratiche. Sostenne il diritto di ogni partito comunista a una linea indipendente e, quindi, la legittimita’ di una “via italiana al socialismo” distinta dal sistema sovietico. Nel 1973 propose, con una serie di famosi articoli su “Rinascita” in seguito al golpe di Pinochet in Cile, un nuovorapporto di collaborazione tra le forze della sinistra e quelle cattoliche e laiche di centro, definito “compromesso storico”. Nel frattempo stabili’ piu’ stretti legami con i partiti comunisti dell’Europa occidentale (“eurocomunismo”) e accentuo’ la critica nei confronti della politica sovietica.E’ nel 1981 lo strappo, dopo la sanguinosa repressione polacca. Fallita l’esperienza dei governi di unita’ nazionale, Berlinguer si batte’ nel Pci per un nuovo rapporto con i movimenti emergenti (i giovani, le donne, gli emarginati) e indico come cuore della crisi italiana la “questione morale”, cioe’ la degenerazione dei partiti che avevano occupato lo Stato. In aspra polemica con la linea craxiana di tagli della scala mobile, condusse in prima persona la campagna elettorale europea del 1984 (che doveva portare il Pci allo storico sorpasso sulla Dc). Mori’ a Padova, dopo un comizio.

LUIGI PINTOR

Nato a Roma il 18 settembre 1925, deceduto a Roma il 17 maggio 2003, giornalista. Di famiglia sarda antifascista, aveva partecipato giovanissimo alla Guerra di Liberazione. Era entrato nella Resistenza dopo aver ricevuto, da Napoli, una “lettera testamento” del fratello maggiore, datata 28 novembre 1943. Due giorni dopo Giaime, il fratello appunto, sarebbe saltato su una mina, mentre tentava di raggiungere, d’accordo con il Comando inglese, gruppi partigiani nel Lazio. Luigi Pintor aveva combattuto con i GAP romani sino al 14 maggio 1944. Quel giorno, tradito da Guglielmo Blasi (un gappista che aveva partecipato all’attentato di via Rasella e che poi, arrestato per furto, era finito per entrare nel reparto speciale di polizia fascista denominato “banda Koch”), Pintor fu arrestato con Carlo Salinari, Franco Calamandrei e Silvio Serra.
Con Serra, Pintor è portato alla pensione Iaccarino, base della “banda Koch” e interrogato e torturato per otto giorni; poi viene rinchiuso a Regina Coeli insieme a Serra, nell’attesa della condanna a morte. Quando la sentenza sta per essere eseguita e Pintor è riportato, con Serra ed altri quattro antifascisti, alla pensione Iaccarino, un intervento del Vaticano determina un rinvio e un nuovo trasferimento a Regina Coeli dei condannati. Per loro l’arrivo degli americani a Roma rappresenta la salvezza (anche se Serra sarebbe caduto l’anno dopo combattendo nel Ravennate).
Nel dopoguerra Luigi Pintor è stato redattore e poi condirettore dell’Unità, e membro del Comitato centrale del PCI. Deputato nel 1968 e nel 1987, Pintor fu radiato dal PCI nel 1969 con il gruppo del “Manifesto”. A più riprese è stato direttore dell’omonimo giornale, sul quale ha continuato a scrivere (l’ultimo suo articolo è del 24 aprile 2003) pezzi di grande lucidità, e spesso di encomiabile brevità, tra gli appuntamenti più attesi dai suoi lettori. Luigi Pintor ha scritto anche numerosi libri: Parole al vento (1990), Servabo: memoria di fine secolo (1991), La signoraKirchgessner (1998), Il nespolo (2001), Politicamente scorretto (2001). Proprio nei giorni della sua morte è uscito, presso Bollati Boringhieri, I luoghi del delitto.
Nel maggio del 2007, a Roma, un viale di Villa Ada è stato intitolato a Luigi Pintor.

CINO MOSCATELLI

Nato a Novara il 3 febbraio 1908, morto a Borgosesia (Vercelli) il 31 ottobre 1981, tornitore meccanico, organizzatore e dirigente politico, Medaglia d’argento al Valor Militare. Cino, questo il diminutivo da ragazzo che gli sarebbe rimasto per tutta la vita, non aveva ancora tredici anni quando partecipò all’occupazione dello stabilimento Rumi di Novara, dove lavorava come garzone. Meno di due anni dopo, nel luglio del 1922, Cino, con gli apprendisti della Scotti e Brioschi, è uno di quei “fanciulli proletari” che, durante la “battaglia di Novara”, difesero a sassate la Camera del Lavoro dal primo assalto fascista.
L’aprile del 1925 vede il giovane organizzare lo sciopero degli apprendisti delle Officine Meccaniche Novaresi, un’iniziativa che lo mette ancor più nel mirino dei fascisti, tanto che nello stesso anno deve cercare lavoro Milano. Trova un posto all’Alfa Romeo, ma ci resta poco; è tra gli organizzatori di uno sciopero e tanto basta perché anche dall’Alfa si debba allontanare. Va a fare, sempre a Milano, il tornitore alla Cerutti. Ci lavora sino al settembre del 1927 quando, durante le proteste contro l’esecuzione negli Stati Uniti degli anarchici Sacco e Vanzetti, per facilitare la riuscita dello sciopero, stacca improvvisamente l’energia elettrica nella fabbrica, provocando un corto circuito che gli vale l’allontanamento dalla Cerutti.
Moscatelli, che dal 1925 era militante comunista, ripara in Svizzera dove frequenta un corso politico clandestino. Altre scuole di partito seguirà a Berlino e a Mosca per stabilirsi poi, nel 1930, per un breve periodo in Francia, addetto al Centro estero del PCdI, collaborando ai fogli dei giovani comunisti Il galletto rosso e l’Avanguardia. Nello stesso anno Moscatelli viene incaricato di rientrare in Italia, per potenziare l’organizzazione clandestina comunista in Emilia-Romagna. In pochi mesi d’attività ottiene buoni risultati, ma l’8 novembre, a Bologna, è arrestato dalla polizia.
Il 24 aprile del ’31, il Tribunale speciale lo processa e lo condanna a sedici anni e otto mesi di carcere. Cino finisce nel penitenziario di Volterra, poi in quello di Civitavecchia, quindi in quello Alessandria, dove gli fanno scontare sei mesi in cella d’isolamento. Nel 1935 Moscatelli è scarcerato per amnistia, ma nel 1937 viene di nuovo arrestato. Imprigionato a Vercelli, uscirà dal carcere soltanto all’armistizio, quando si dedicherà subito all’organizzazione della guerra partigiana in Valsesia.
Come commissario politico del raggruppamento Divisioni Garibaldi del Cusio-Verbano-Ossola e direttore del foglio partigiano Stella Alpina, conquista presto vasta popolarità, ma soprattutto fama di temibile avversario presso i tedeschi e i fascisti.
Dopo la Liberazione, Moscatelli è stato, tra l’altro, sindaco di Novara, deputato alla Costituente per il PCI, sottosegretario alla Presidenza dal Consiglio nel terzo Gabinetto De Gasperi. Senatore nel ’48, nel 1953 e nel 1958 è stato eletto deputato. Per un breve periodo ha diretto la federazione torinese del partito e sino al 1956 è stato membro del CC del PCI. Quando si è ritirato dagli incarichi maggiori della vita politica, Moscatelli – che nel 1958 aveva pubblicato presso Einaudi, in collaborazione con Pietro Secchia, il libro di memorie Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola– ha fondato nel 1974, a Borgosesia, l’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli. Dopo la scomparsa di Cino Moscatelli, l’istituto ha preso il suo nome.

PIETRO SECCHIA

Nato a Occhieppo Superiore (Vercelli) il 19 dicembre 1903, morto a Roma il 7 luglio 1972, dirigente politico comunista. Studente ginnasiale, nel 1917, per le disagiate condizioni della sua famiglia, il ragazzo aveva dovuto impiegarsi presso una conceria di Biella. Fu licenziato tre anni dopo per aver partecipato, unico tra gli impiegati, ad uno sciopero a fianco degli operai. Pietro Secchia, che era già diventato un dirigente dei giovani socialisti, sul finire del 1920 partecipò al movimento dell’occupazione delle fabbriche. Come la grande maggioranza dei membri della Federazione giovanile socialista, aveva aderito alla Frazione comunista promossa da Bordiga e nel gennaio del 1921 fu tra i promotori del P.C.d’I a Biella. L’agosto del 1922 lo vede partecipare alla difesa di Novara contro le bande fasciste.
Nel 1923 a Milano, dove lavorava come muratore, divenne segretario della Federazione giovanile comunista. A dicembre dello stesso anno fu costretto ad emigrare in Francia. Tornò in Italia su sollecitazione di Luigi Longo e, in occasione del V Congresso dell’Internazionale comunista, fu mandato a Mosca. Di nuovo in Italia, dove la vita del partito si svolgeva ormai in semi clandestinità, andò a lavorare alla Fiat di Torino. Era ormai diventato un “rivoluzionario professionale” ed usava nomi di copertura (il nome di battaglia prevalente, tra i tanti utilizzati, era “Botte”).
Nel novembre del 1925 il primo arresto, a Trieste, e la condanna a dieci mesi di reclusione. Altri arresti e condanne sarebbero seguiti. Responsabile del Centro interno del suo partito dal gennaio 1931, Secchia finisce nelle mani della polizia il 3 aprile del 1931. Il 2 dicembre il Tribunale speciale fascista lo condanna a diciassette anni e nove mesi di reclusione. Sconta la pena nei carceri di Lucca e Civitavecchia e, quando è amnistiato, nel 1936, è confinato a Ponza e a Ventotene. Secchia è liberato il 19 agosto 1943. A fine mese partecipa a Roma alla costituzione della Direzione provvisoria del Partito comunista, che è divisa tra la Capitale e Milano.
E’ nel capoluogo lombardo che Longo (come responsabile politico) e Secchia (come responsabile organizzativo) danno immediato impulso alla lotta partigiana. Si costituisce il Comando generale delle Brigate Garibaldi. Ne è a capo Luigi Longo, Secchia è il commissario politico. E’ in questo ruolo che egli difende la politica di unità ciellenista e lo sforzo di mobilitazione popolare contro i nazifascisti. Secchia si impegna nella attività organizzativa quotidiana per dare il massimo sviluppo al movimento garibaldino, senza trascurare il rafforzamento del suo partito e il suo radicamento tra le masse.
Al V Congresso del PCI, che si svolge nel 1945, Pietro Secchia è eletto membro del CC, della Direzione e della Segreteria. Dal 1948 al 1954 è, con Longo, vice segretario del Partito, dalla direzione del quale viene poi in qualche modo emarginato, anche se ha sempre svolto incarichi di rilievo. Secchia è stato anche consultore nazionale, deputato alla Costituente e senatore dal 1948. Nel 1963 ha ricoperto la carica di vicepresidente del Senato. E’ stato pure vice presidente dell’ANPI nazionale e dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia. Copiosa la sua produzione di saggi sulla storia del movimento operaio e sulla Resistenza.

GIOVANNI PESCE

Nato a Visone (Alessandria) il 22 febbraio 1918, morto a Milano il 27 luglio 2007, Medaglia d’Oro al valor militare. Era ancora un bambino quando la sua famiglia dovette emigrare in Francia. A 13 anni era già al lavoro in una miniera della Grand’Combe, la zona mineraria delle Cevennes in cui vivevano i suoi. Aderì ragazzino al Partito comunista e divenne anche segretario della Sezione giovanile. Fu uno dei discorsi a Parigi di Dolores Ibarruri, la “Pasionaria”, a convincerlo della necessità di arruolarsi nelle Brigate Internazionali, che nella Guerra civile spagnola sostenevano il regime democratico contro i fascisti di Franco. Fu tra i più giovani combattenti italiani inquadrati nella Brigata Garibaldi. Ferito tre volte, sul fronte di Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio dell’Ebro, porta ancora nel corpo le schegge della ferita più grave.
Rientrato in Italia nel 1940, Pesce viene arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Nel settembre del 1943 è tra gli organizzatori dei G.A.P. a Torino; dal maggio del 1944 assume a Milano, sino alla Liberazione il comando del 3° G.A.P. “Rubini“.
Nella motivazione della Medaglia d’oro al valor militare concessa a “Visone” (questo il nome di battaglia di Giovanni Pesce), si legge tra l’altro “Ferito ad una gamba in un’audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura portando in salvo un compagno gravemente ferito…In pieno giorno nel cuore della città di Torino affrontava da solo due ufficiali tedeschi e dopo averli abbattuti a colpi di pistola, ne uccideva altri due accorsi in aiuto dei primi e sopraffatto e caduto a terra fronteggiava coraggiosamente un gruppo di nazifascisti che apriva intenso fuoco contro di lui, riuscendo a porsi in salvo incolume…”.
Giovanni Pesce è stato, dalla costituzione dell’A.N.P.I., membro del suo Consiglio nazionale. Tra la numerosa memorialistica sulla Resistenza, basti ricordare i suoi “Un garibaldino in Spagna” del 1955 e “Senza tregua – La guerra dei G.A.P.” del 1967. Proprio nel sessantesimo anniversario della Liberazione, Franco Giannantoni e Ibio Paolucci hanno pubblicato, presso le Edizioni Arterigere-EsseZeta, un “libro della memoria” di 368 pagine intitolato: “Giovanni Pesce «Visone» un comunista che ha fatto l’Italia“.
Dopo la scomparsa del valoroso combattente antifascista, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al Presidente dell’ANPI Nazionale e di Milano, Tino Casali, il seguente messaggio: “Ho appreso con commozione la triste notizia della scomparsa di Giovanni Pesce, comandante partigiano, Medaglia d’Oro al Valor Militare, protagonista della Resistenza al nazifascismo e della Liberazione di Milano e Torino, tenace assertore dei principi di libertà, di pace, di eguaglianza e di democrazia sanciti dalla Costituzione della Repubblica. Nel ricordo dei momenti di incontro, in cui ho potuto apprezzare e stimare la passione, il coraggio e gli ideali di cui Giovanni Pesce ha dato testimonianza, partecipo sentitamente al dolore dei familiari e al cordoglio del movimento antifascista e democratico”.

GIUSEPPE “PEPPINO” IMPASTATO

“Tra la casa di Peppino Impastato e quella di Gaetano Badalamenti ci sono cento passi. Li ho consumati per la prima volta in un pomeriggio di gennaio, con uno scirocco gelido che lavava i marciapiedi e gonfiava i vestiti. Mi ricordo un cielo opprimente e la strada bianca che tagliava il paese in tutta la sua lunghezza, dal mare fino alle prime pietre del monte Pecoraro. Cento passi, cento secondi: provai a contarli e pensai a Peppino. A quante volte era passato davanti alle persiane di Don Tano quando ancora non sapeva come sarebbe finita. Pensai a Peppino, con i pugni in tasca, tra quelle case, perduto con i suoi fantasmi. Infine pensai che è facile morire in fondo alla Sicilia.” (Claudio Fava, “Cinque delitti imperfetti”, Mondatori 1994, p.9). Già nel ’78 la storia di Peppino aveva ispirato due efficaci servizi televisivi di Michele Mangiafico e di Giuseppe Marrazzo. L’idea di fare un film sulla vicenda viene, nel 79 al regista Gillo Pontecorvo. Egli arriva a Cinisi per un’indagine preliminare, si informa se nella vita di Peppino c’era qualche ragazza, chiede per quale motivo la gente avrebbe dovuto dare ascolto a Peppino e al suo messaggio, sparisce senza dare più notizie. Nel 1993 Claudio Fava e il regista Marco Risi preparano, per Canale 5, un servizio su Peppino, il primo di una serie intitolata “Cinque delitti imperfetti”, quelli di Impastato, Boris Giuliano, Giuseppe Insalaco, Mauro Ristagno e Giovanni Falcone.
Nel 1995 ci prova il regista Antonio Garella, che prepara un video, poi inspiegabilmente non più trasmesso, per la trasmissione televisiva “Mixer”. C’è anche qualche “Piovra” televisiva che si ispira al caso di un giovane impegnato contro la mafia, che lavora in una radio libera.
Nel 1998 è la volta del giovane regista Antonio Bellia con un video di 32 minuti dal titolo “Peppino Impastato: storia di un siciliano libero”, distribuito da “Il Manifesto”.
Contemporaneamente Claudio Fava e la sua compagna Monica Capelli cominciano a lavorare su una sceneggiatura, mi richiedono una copia delle registrazioni di Radio Aut, concorrono al Premio Solinas, che vincono, e con il quale si ottengono una parte dei fondi per finanziare il film. Il lavoro di regia viene affidato a Marco Tullio Giordana, già autore di alcuni films d’impegno, come “Maledetti vi amerò” (1980) e “Pasolini, un delitto italiano” (1995), autore anche di un romanzo edito nel 1990 “Vita segreta del signore delle macchine”: come scritto in un settimanale, si ritrova nella sua opera “l’ossessivo filo conduttore del confronto con la memoria”. Giordana, con molto scrupolo professionale, individua i luoghi, ascolta le testimonianze, recepisce i suggerimenti di modifica di alcune parti di sceneggiatura, assume gli attori, in gran parte locali e, comunque siciliani: tra di essi Luigi Lo Cascio, un attore di teatro alla sua prima esperienza, che recita la parte di Peppino,, cui somiglia in modo impressionante, Lucia Sardo, ottima interpetre della madre di Peppino, Gigi Burruano, il padre di Peppino, che conferisce al suo personaggio una drammatica e toccante umanità, Tony Sperandeo, ormai specializzato nella parte del mafioso e, in questo caso di Tano Badalamenti, Claudio Gioè, interamente dentro la parte di Salvo Vitale. Il film crea scalpore ed entusiasmo a Cinisi, coinvolge l’intero paese e riesce ad ottenere molti più risultati di quanti non se ne erano conseguiti in vent’anni di lavoro politico. Dopo alcuni mesi di intenso impegno, grazie anche al sostegno del giovane produttore Fabrizio Mosca, Giordana riesce a concludere il lavoro e partecipa, il 31 agosto, al Festival di Venezia: l’effetto è subito sconvolgente: dodici minuti di applausi, entusiasmi, premio per la migliore sceneggiatura, leoncino d’oro a Lorenzo Randazzo, che interpreta la parte di Pappini bambino.
Man mano che esce nelle sale cinematografiche, il film continua a raccogliere consensi, a suscitare emozioni e si conclude costantemente con applausi spontanei e forti momenti di commozione: il regista ha saputo creare un prodotto equilibrato in ogni sua parte, calato quasi totalmente nel fatto reale e che ruota in una serie di tematiche ancora presenti nella memoria, dalla splendida utopia del ’68 alla forza delle idee della sinistra extra-parlamentare, alla dinamica dei conflitti familiari nel triangolo padre-madre-fratello, all’intuizione dell’uso politico dello strumento radiofonico, all’entusiasmo giovanile dei compagni di lotta, alla creatività degli hyppies e dei movimenti del ’77, alla crudeltà di un sistema che non esita a ricorrere alla morte nei confronti di chi lo smaschera e ne denuncia i misfatti. Le scuole di tutta Italia, le università, le associazioni culturali scoprono Peppino Impastato e proiettano il film aprendo dibattiti su questa pagina di storia e di vita.
Il film è scelto anche per rappresentare l’Italia all’Oscar, come miglior film straniero, ma non avrà la fortuna di concorrere alla fase finale del premio per le stesse ragioni a suo tempo avanzate per “Il Postino”: è un film “comunista”, o quantomeno un film in cui il comunismo è considerato una “positiva” scelta di vita: per gli americani è meglio lasciar perdere. In compenso, nell’aprile del 2001 il film vince cinque David di Donatello, tra i quali quello per la scuola e quello per io miglior attore protagonista, Luigi Lo Cascio.

 

PIO LA TORRE

Pio La Torre (Palermo, 24 dicembre 1927Palermo, 30 aprile 1982) è stato un politico italiano.

Nacque nella frazione di Altarello di Baida del comune di Palermo in una famiglia di contadini molto povera. Sin da giovane si impegnò nella lotta a favore dei braccianti, finendo anche in carcere, prima nella Confederterra, poi nella Cgil (come segretario regionale della Sicilia) e, infine, aderendo al Partito comunista italiano.

Nel 1960 entrò nel Comitato centrale del PCI e, nel 1962 fu eletto segretario regionale, succedendo a Emanuele Macaluso. Nel 1969 si trasferì a Roma per dirigere prima la direzione della Commissione agraria e poi di quella meridionale. Messosi in luce per le sue doti politiche, Enrico Berlinguer lo fece entrare nella Segreteria nazionale di Botteghe Oscure. Nel 1972 venne eletto deputato, e subito in Parlamento si occupò di agricoltura. Propose una legge che introduceva il reato di associazione mafiosa (Legge Rognoni-La Torre) ed una norma che prevedeva la confisca dei beni ai mafiosi (scopo poi raggiunto dall’associazione Libera, che raccolse un milione di firme al fine di presentare una proposta di legge, che si concretizzò poi nella legge 109/96).

Nel 1981 decise di tornare in Sicilia per assumere la carica di segretario regionale del partito. Svolse la sua maggiore battaglia contro la costruzione della base missilistica NATO a Comiso che, secondo La Torre, rappresentava una minaccia per la pace nel Mar Mediterraneo e per la stessa Sicilia; per questo raccolse un milione di firme in calce ad una petizione al Governo. Ma le sue iniziative erano rivolte anche alla lotta contro la speculazione edilizia.

Alle 9:20 del 30 aprile 1982, con una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del partito.[1] Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo, che guidava, ad uno stop, immediatamente seguito da raffiche di proiettili.[1] Da un’auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio.[1] Pio La Torre morì all’istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.[1]

Al funerale presero parte centomila persone tra cui Enrico Berlinguer, il quale fece un discorso.[1]

Poco dopo l’omicidio fu rivendicato dai Gruppi proletari organizzati. Dopo nove anni di indagini, nel 1991, i giudici del tribunale di Palermo chiusero l’istruttoria rinviando a giudizio nove boss mafiosi aderenti alla Cupola mafiosa di Cosa Nostra. Per quanto riguarda il movente si fecero varie ipotesi, ma nessuna di queste ottenne riscontri effettivi. Nel 1992, un mafioso pentito, Leonardo Messina, rivelò che Pio La Torre fu ucciso su ordine di Totò Riina, capo dei corleonesi, a causa della sua proposta di legge riguardante i patrimoni dei mafiosi.

Alcuni hanno sostenuto l’ipotesi che quello di Pio La La Torre sia un omicidio di natura politica. Dalle carte dei servizi segreti risulta che La Torre viene pedinato fino a una settimana prima della morte. Il movente, in questa chiave di lettura, è da ricercare nelle intuizioni dell’onorevole: parlando in Parlamento associa l’omicidio di Piersanti Mattarella con il caso Sindona e con la riscoperta di una vocazione americana della mafia siciliana. È La Torre a conoscere i risvolti più segreti dell’attività del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa; a comprendere il peso della P2; a intuire la posta in gioco con l’installazione della base missilistica Usa a Comiso; a intravedere, con nove anni di anticipo, il peso di strutture come Gladio.[4]

Il 30 aprile 2007 venne intitolato a Pio La Torre, dalla giunta di centrosinistra, il nuovo aeroporto di Comiso. Nell’agosto del 2008, la nuova giunta di centrodestra guidata dal sindaco Giuseppe Alfano decide di togliere l’intitolazione a La Torre per tornare a quella precedente di “Generale Magliocco”, un generale del periodo fascista distintosi nella guerra colonialista d’Etiopia [5] [6]. Il 10 maggio 2008, a Torino, è stato presentato il libro Pio La Torre – Una Storia Italiana di Giuseppe Bascietto e Claudio Camarca, con la prefazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Si tratta della prima biografia del politico autorizzata dalla famiglia La Torre.
Nel 2012 il movimento siciliano “No MUOS“, contrario all’installazione dell’antenna a Niscemi, ha dichiarato di voler portare avanti la politica di La Torre contraria alla militarizzazione della Sicila.

 

One thought on “Storie

  1. pietro fattori ha detto:

    quelli-di-una-volta, antenati di cui essere orgogliosi

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