Archivi categoria: Uncategorized

L’urbanistica riformista

Di EUGENIO PARI

Nel tentativo di riportare, seppure per sommi capi, quanto di importante e positivo ci sia stato nell’esperienza di governo della sinistra, del Pci, in Emilia-Romagna non si può tralasciare senz’altro la stagione dell’urbanistica riformista che ha visto in Giuseppe Campos Venuti il proprio rappresentante principale.
In Emilia Romagna negli anni Sessanta e Settanta si sperimentarono i cosiddetti ‘piani riformisti’. Tema fondante di questi piani era il contenimento della rendita urbana. Nei Comuni il contenimento della rendita avveniva tramite la riduzione delle previsioni private dei piani regolatori comunali. Lo strumento utilizzato per comprimere la rendita fu il piano delle aree per l’edilizia economica e popolare – il Peep – introdotto dalla legge del 1962. Nell’aprile del 1962, il ministro Sullo era riuscito a fare approvare dal Parlamento un’anticipazione della sua riforma che riguardava l’acquisizione delle aree per l’edilizia economica e popolare prevedendone l’esproprio a prezzi più bassi di quelli di mercato.
Essenzialmente alla base dell’urbanistica riformista ci sono tre caratteri distintivi1:
1. Lotta alla rendita urbana ed edilizia, alla speculazione, perché sottrae risorse agli investimenti produttivi deprimendo al tempo stesso lo sviluppo economico del paese;
2. La città pubblica è una risposta prioritaria alla domanda di servizi collettivi che esplode a seguito della massiccia crescita della città trasformata dall’immigrazione dalle campagne;
3. I Comuni vogliono governare le trasformazioni fisiche e funzionali delle città e del suolo urbano, sia quello pubblico che quello privato con strumenti, piani e leggi appositamente elaborati.
Il reperimento di aree a costi più contenuti permetteva ai comuni di immaginare e pianificare strumenti con obiettivi di regolazione economica e per l’innalzamento della qualità di vita nelle città “(…) Il primo principio era quello di usare il Peep per anticipare la riforma urbanistica, sottraendo aree alla rendita urbana, mentre il secondo chiedeva di usare il Peep, quale elemento determinante dello sviluppo urbano”2.
Nel 1970, vennero istituite le Regioni a statuto ordinario, e ad esse si trasferirono le funzioni relative al governo del territorio ed alla pianificazione.
È a partire da quegli anni che, da parte dei Comuni dell’Emilia-Romagna, si sviluppa una intensa attività di pianificazione urbanistica. La legge urbanistica nazionale vigente, che costituisce ancora oggi il riferimento per tutta l’attività di pianificazione urbana e territoriale è del 1942. L’attività pianificatoria coinvolge una parte considerevole del territorio regionale e rappresenta una base concreta di sperimentazione e innovazione, “ un vero e proprio laboratorio di elaborazione, di proposta e di verifica”3.
Un laboratorio in crescita che fornisce indicazioni di straordinaria importanza all’iniziativa e alle leggi non solo a livello regionale, ma anche, e soprattutto, a quello nazionale.
Sono, infatti, i piani delle città emiliane degli anni ’60 che affrontano il sistema insediativo in termini di struttura e di funzionalità dello spazio pubblico, di rapporto tra spazio pubblico e attività urbane, in termini di standard urbanistici e di concorso dell’intervento privato nella costruzione del sistema urbano, e sono appunto questi piani che rappresentano la provocazione determinante.
Nel 1967 per i tipi di Einaudi esce “Amministrare l’urbanistica” di Giuseppe Campos Venuti, che racconta le esperienze “sul campo”, come assessore all’urbanistica del Comune di Bologna fra il 1960 ed il 1966, e come progettista di numerosi piani. In alcuni capitoli viene sviluppato il tema della rendita fondiaria urbana ed il ruolo assunto dal regime immobiliare4.
Campos Venuti ne parlerà in una intervista del 2007 sostenendo che

la strategia era tutto sommato semplice. Allora era possibile che il comune acquisisse i terreni agricoli che si volevano urbanizzare espropriandoli ad un prezzo di mercato non troppo superiore a quello agricolo originario; oppure proponendo un esproprio soggetto a compenso consensuale leggermente maggiorato, per fare presto ed evitare lunghi contenziosi, metodo pragmatico che poi diventò legge. Il comune poteva realizzare la politica urbanistica del nuovo piano, a vantaggio di tutti i cittadini che finalmente avevano a disposizione i servizi pubblici prima mancanti, ma anche di tutti gli utilizzatori, che costruivano abitazioni, uffici, fabbriche su terreni ben urbanizzati, ottenuti a prezzi non speculativi. Questa politica si spiega facilmente con un esempio emblematico: durante gli anni Sessanta e Settanta, quindi nel corso di vent’anni, 2.000 ettari di terreni (per capirsi 20 milioni di metri quadrati, pari al 15% del territorio comunale) passarono materialmente dalla condizione agricola a quella urbana. Di questi: 1.700 ettari, cioè l’85 per cento, passarono per le mani del comune con il meccanismo antispeculativo che ho ricordato quindi il controllo della trasformazione urbanistica fu in larghissima misura sottoposto alle scelte dell’amministrazione. Gran parte dei suoli, quelli degli uffici, delle fabbriche e delle abitazioni non riservate all’edilizia economica e popolare, tornavano in seguito ai privati a prezzi non speculativi mentre restavano al comune e ad altri enti pubblici le aree dei servizi e del verde, in misura enorme rispetto al passato, e quelle delle abitazioni popolari ed economiche.5

Non c’è dubbio che anche il Piano per l’edilizia popolare, varato a Bologna tra anni Sessanta e Settanta, volesse rappresentare, oltre che una classica misura anticongiunturale dell’ente locale e un esplicito sistema di riequilibrio territoriale, demografico e sociale della città e delle funzioni urbane, anche un forte, anzi il più forte esempio di “pubblicizzazione” di un consumo primario e di per sé strettamente privato.
È il rilancio e il riorientamento di un settore, quello edilizio che, dal 1963 al 1965, conosce un importante calo di attività pari al 67% sulle nuove costruzioni, mentre i prezzi in lire al metro quadro delle abitazioni cittadine rimangono comunque alti. Non a caso, è lo stesso Dozza, lo si è già ricordato, a parlare della necessità di “imporre scelte di investimenti tali da convertire settori produttivi di beni di consumo durevoli in fonti di moderni beni strumentali e di investimento (…). Questa appunto è condizione perché si affermi una diversa struttura dei consumi”6.
Il bene durevole qui in questione è chiaramente la casa, che, per tradizione, poteva divenire una legittima allocazione di risorse in capo al pubblico ricoprendo una funzione marcatamente assistenziale, ovvero “per difendere i cittadini più deboli dalle intemperie sociali (necessità di un alloggio o necessità di un lavoro)”. Agli occhi della giunta bolognese essa veniva invece a rappresentare “una condizione di completa integrazione sociale con la comunità(…) un servizio sociale e un consumo pubblico (…). Significa che la casa, come la cultura, come la salute, rappresenta, più che un diritto dell’individuo, una necessità collettiva per tutta la società”7. Significava inoltre un esplicito intervento di orientamento dei bilanci familiari in direzione di un fondamentale consumo reso maggiormente accessibile in tempi di progressiva redistribuzione dei redditi. I risultati complessivi di questa scelta sono ben noti: mentre a Roma, tra il 1963 e il 1968, solo il 7,4% dei vani costruiti erano opera di piani di edilizia popolare e a Milano complessivamente toccavano appena il 15%, nello stesso periodo la percentuale realizzata a Bologna arrivò al 34,7% del totale costruito116.

La stagione del riformismo urbanistico matura nei piani attraverso lo sviluppo di nuovi metodi e strumenti di pianificazione. Il punto di partenza è rappresentato dal riconoscimento del peso della rendita fondiaria su ogni scelta urbanistica. Si può senz’altro dire che i piani innovativi hanno anticipato le leggi riformiste. Come ha sostenuto Campos Venuti “(…) l’urbanistica riformista è molto semplicemente quella che riconosce il mercato e le sue esigenze, ma ad esso impone però regole di comportamento che, senza soffocare, anzi stimolando l’iniziativa imprenditoriale, sono necessarie a difendere e garantire gli interessi generali della comunità urbana e nazionale”.
Il tema della proprietà immobiliare “ fu dunque la prima trasformazione innovativa che caratterizza il passaggio dalla generica urbanistica moderna ad una più impegnata urbanistica riformista(…)” all’interno di una cornice normativa che nel corso degli anni ’60 e ’70 e di una prassi pianificatoria che venivano sicuramente implementate dal contributo culturale dell’urbanistica riformista. a Bologna e a Reggio Emilia, a Modena e negli altri comuni che “ praticarono la politica riformista finchè questa fu possibile, si realizzarono città a misura d’uomo e fu la città bella a imporsi “8. Anche se, come ha notato Piccinini

l’urbanistica riformista non è però riuscita sempre a contrastare con efficacia il sistema immobiliare (…). L’auspicato ‘modello regolativo’ non ha funzionato, perché: a) si è sostanzialmente sottovalutato il progressivo impoverimento delle fonti di finanziamento degli enti locali e il meccanismo, per certi versi perverso, degli oneri di urbanizzazione; b) si è sopravvalutato il metodo della concertazione/negoziazione: non si è cioè mai data attenzione al tema della fiscalità locale, o almeno non lo si è fatto fino a quando tale questione non è stata sollevata, maldestramente con altri fini, da determinate forze politiche nazionali.117.

L’urbanistica riformista e le stagioni dei piani che sono stati prodotti ha messo in luce il paradosso che, nella regione più pianificata d’Italia, seppure in modi più composti si è accentuato il consumo di suolo urbano e la dispersione insediativa, realizzando uno scarto notevole tra le enunciazioni e l’attuazione.
L’urbanistica, nonostante quello che se ne dicesse e nonostante le non poche perplessità (per usare un eufemismo) di alcuni settori del Partito comunista, non equivaleva al “mettere un mattone sopra l’altro”, rappresentò in quegli anni un altro strumento di lotta politica per il cambiamento, uso il termine lotta perché gli interessi su cui andava ad intervenire e che giocoforza doveva anche contrastare erano fortissimi, basti pensare alla fine ingloriosa che il democristiano Fiorentino Sullo dovette subire contrastato prima di tutto all’interno del suo partito non appena, nel primo governo di centrosinistra, tentò di mettere una mano regolatrice ai fortissimi interessi speculativi che si andavano sempre più sviluppando nel Paese. Campos Venuti ne parlò in questi termini, spiegando la funzione anticiclica, progressiva e riformista dell’urbanistica e della linea adottata dal Pci “ci battevamo per mantenere le industrie a Bologna che se ne stavano allontanando proprio a causa dei valori di mercato già raggiunti dalle aree industriali. Il comune fece allora una scelta coraggiosa: espropriò i terreni agricoli in periferia e li trasformò in aree industriali attrezzate da vendere a basso costo, facendo un’efficace concorrenza ai prezzi speculativi del mercato”. Ciò permise la nascita di decine di nuove industrie che “sorsero (…) in città negli anni Sessanta e Settanta, mentre dalle grandi città italiane già fuggivano nelle cinture intercomunali, o più lontano; così evitammo a Bologna un troppo rapido decentramento industriale”. Il sistema verteva sull’acquisto di aree a costi accessibili essendo il loro valore non troppo distante da quello delle aree agricole tale da aprire la strada ad una politica “che poi risultò decisiva per maturare nella città una nuova condizione sociale e conquistare anche il consenso dell’opinione pubblica: la diffusione capillare dei servizi. Cominciando dalla scuola; ci eravamo accorti, infatti, che fuori dal centro storico nel Comune di Bologna c’era una sola scuola media, il che per un’amministrazione di sinistra era una lacuna certamente grave. I lavoratori che abitavano in periferia avevano a disposizione soltanto le scuole elementari e ciò rifletteva una concezione della classe operaia di tipo retrogrado e non certo emancipatrice”. L’acquisizione di aree i a costi accessibili consentì di “diffondere le scuole di ogni ordine e grado in tutto il territorio comunale così il primo intervento pubblico che si operava in un nuovo quartiere, era quello di realizzare i servizi scolastici”. Successivamente all’implemento di dotazioni scolastiche venne l’attuazione di tutti gli altri servizi. Diffusione dei servizi, collocazione non più periferica dei quartieri popolari “fu il segno che meglio fece capire ai cittadini bolognesi la novità dell’urbanistica riformista”. La politica dell’urbanistica riformista era quindi composta dalla salvaguardia del centro storico, delle aree ambientalmente rilevanti come la collina, dal decentramento dei servizi terziari e dal mantenimento dei servizi industriali a comporre “una strategia che investiva complessivamente tutta la città, (…) [che] andava a beneficio dell’intera città e di tutti i cittadini. Così il nuovo piano regolatore generale che venne adottato nel 1970 ebbe il consenso dell’opinione pubblica e della comunità”. Aggiunse Campos, riportando le differenze con l’oggi che “il sistema immobiliare è radicalmente cambiato perché durante l’iniziale crescita delle città era possibile applicare la scelta riformista bolognese espropriando a prezzi relativamente bassi le aree di espansione. Oggi invece prevale il problema di vaste aree che è necessario riqualificare nelle città esistente e il costo degli espropri, cresciuto a dismisura, è diventato impraticabile per governare la trasformazione”9.
L’urbanistica, la pianificazione del territorio, le politiche edilizie e le varie declinazioni della rendita immobiliare negli anni presi in oggetto dovevano emergere nel dibattito sociale e politico perché dalle soluzioni progressive ai problemi che ponevano si potevano neutralizzare questi congegni del capitale per attuare la lotta di classe.

 

  1. Intervento di F. Tomasetti al convegno Gli anni ’60 e il futuro: Urbanistica riformista, Rimini, febbraio 2018
  2. G. Campos Venuti, Amministrare l’urbanistica oggi, pag. 33, INU Edizioni, Roma 2012
  3. Rapporto sullo stato della pianificazione urbanistica in Emilia-Romagna, Regione Emilia-Romagna 1999, a cura di Regione Emilia-Romagna Assessorato al Territorio programmazione e Ambiente, Province dell’Emilia-Romagna, INU Emilia-Romagna, pag.24. in M. Piccinini, Le stagioni dell’urbanistica riformista in Emilia-Romagna, Ricerche e progetti per il territorio, la città e l’architettura, n. 6, giugno 2013, ISSN 2036 1602
  4. G. Campos Venuti, ibidem.
  5. G. Campos Venuti, Quando il Comune di Bologna scelse l’urbanistica riformista,Bologna, 4 aprile 2007 Intervista di Paola Furlan
  6. ACCBo, relazione del sindacodi presentazione al bilancio comunale preventivo per il 1965, seduta del 23 giugno 1965, p.1216 in R. Parisini, La città e i consumi. Consumi e trasformazioni urbane a Bologna tra anni ’50 e ’70, tesi, pag. 100
  7. P. Ginsborg, Storia d’Italia…, cit., p.401 in R. Parisini, La città e i consumi. Consumi e trasformazioni urbane a Bologna tra anni ’50 e ’70, tesi, pag. 100
  8. G. Campos Venuti, L’urbanistica riformista. Antologia di scritti, lezioni e piani, a cura di F.Oliva, Etaslibri in M. Piccinini, Le stagioni dell’urbanistica riformista in Emilia-Romagna, Ricerche e progetti per il territorio, la città e l’architettura, n. 6, giugno 2013, ISSN 2036 1602
  9. G. Campos Venuti, Quando il Comune di Bologna scelse l’urbanistica riformista,Bologna, 4 aprile 2007 Intervista di Paola Furlan
Contrassegnato da tag , , , , ,

Il regionalismo differenziato

Di Eugenio Pari

Con la riforma del Titolo V della Costituzione, l’art. 116 ha previsto per le Regioni la possibilità di introdurre “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117”. La distinzione tra materie concorrenti Stato/Regione e di esclusiva competenza statale viene riportata nello schema sottostante.

 

 

Materie concorrenti ex art. 117 c. 3 Costituzione
Materie di potestà legislativa esclusiva statale
ex art. 117 c. 2 Costituzione
– rapporti internazionali e con l’Unione europea delle regioni;
– commercio con l’estero;
– tutela e sicurezza del lavoro;
– istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale;
– professioni;
– ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi;
– tutela della salute;
– alimentazione;
– ordinamento sportivo;
– protezione civile;
– governo del territorio;
– porti e aeroporti civili;
– grandi reti di trasporto e di navigazione;
– ordinamento della comunicazione;
– produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia;
– previdenza complementare e integrativa;
– coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario;
– valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali;
– casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale;
– enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

a) politica estera e rapporti internazionali dello Stato; rapporti dello Stato con l’Unione europea; diritto di asilo e condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea;
b) immigrazione;
c) rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose;
d) difesa e Forze armate; sicurezza dello Stato; armi, munizioni ed esplosivi;
e) moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile
dello Stato; armonizzazione dei bilanci pubblici; perequazione delle risorse finanziarie;
f) organi dello Stato e relative leggi elettorali; referendum statali; elezione del Parlamento europeo;
g) ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali;
h) ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale;
i) cittadinanza, stato civile e anagrafi;
l) giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa;
m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale;
n) norme generali sull’istruzione;
o) previdenza sociale;
p) legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane;
q) dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale;
r) pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell’amministrazione statale, regionale e locale; opere dell’ingegno;
s) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Lo stesso art. 116 della Costituzione prevede la possibilità per le Regioni di indire un referendum consultivo sulla questione, possibilità utilizzata da Veneto e Lombardia, mentre l’Emilia-Romagna ha promosso un iter istituzionale deliberativo dei propri organi legislativi (Consiglio e Giunta).
L’iniziativa sul regionalismo differenziato, come stabilito dal 3 comma dell’art. 116 della Costituzione, spetta alle regioni che, a loro volta, avviano una procedura negoziale con il Governo, coinvolgendo con ruolo vincolante gli Eni locali.
Il Governo è tenuto a presentare alle Camere il disegno di legge che recepisce l’intesa sottoscritta con la regione, la legge è approvata con la maggioranza assoluta di ciascuna Camera.
I precedenti tentativi di portare a compimento ulteriori condizioni di autonomia promossi da Toscana (2003), Lombardia (2006/2007), Veneto (2006/2007) e Piemonte (2008) è mai giunto a compimento.
Le materie su cui l’Emilia-Romagna ha incentrato la proposta di autonomia differenziata sono1:
tutela e sicurezza del lavoro, istruzione tecnica e professionale;
internazionalizzazione delle imprese, ricerca scientifica e tecnologica, sostegno all’innovazione;
territorio e rigenerazione urbana, ambiente e infrastrutture;
tutela della salute;
competenze complementari e accessorie riferite alla governance istituzionale e al coordinamento della finanza pubblica.
Per ciò che riguarda la Lombardia, come detto, a differenza dell’Emilia-Romagna ha promosso un referendum consultivo che ha avuto luogo il 22 ottobre 2017, l’esito della consultazione referendaria, alla quale hanno partecipato circa il 38% degli aventi diritto, è stata la seguente: il SI ha conseguito il 95,3%, i NO il 4% circa le schede bianche sono state pari al 0,8% circa.
Le materie da mettere a principio della trattativa con il Governo sono riunite nelle seguenti 6 aree principali, che tendono a ricomprendere tutti gli ambiti materiali di cui all’articolo 116.

Infine, per ciò che riguarda il Veneto anche qui il 22 ottobre si è svolto il referendum, riportando il seguente risultato: i partecipanti sono stati il 57,2% degli aventi diritto, i SI sono stati pari al 98,1%, i No hanno riportato l’1,9%, le schede bianche sono state lo 0,2% mentre quelle nulle sono state pari al 0,3%.
Di fatto le materie che la proposta che la Regione Veneto ha avanzato in materia di autonomia sono le stesse della Lombardia.
Vi sono elementi di differenziazione metodologica fra le proposte delle tre regioni, ma nello specifico delle materie oggetto di confronto con il Governo “Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto avranno autonomia legislativa e organizzativa (e corrispondenti stabili risorse finanziarie) in materia di politiche attive del lavoro. L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare l’azione pubblica in tale ambito”1.
Per ciò che riguarda l’Emilia-Romagna in tale competenza la Regione che ha assunto le competenze dei Centri per l’impiego con un’organizzazione a rete dei servizi, garantirà “politiche attive e passive del lavoro, fondato sulla cooperazione tra le istituzioni territoriali e sulla collaborazione di soggetti pubblici e privati”2.
In materia di istruzione Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto avranno competenza sulla programmazione dell’offerta di istruzione regionale. Le tre regioni, per ciò che concerne la programmazione definita in autonomia, provvederanno, attraverso un Piano pluriennale adottato d’intesa con l’Ufficio scolastico regionale, a definire la dotazione dell’organico e ad attribuirlo alle singole scuole sottostando ai seguenti vincoli: salvaguardia dell’assetto statale dei percorsi di istruzione e rispetto delle relative dotazioni organiche.
Nel rispetto del vincolo della copertura delle spese, introdotto in Costituzione con l’introduzione dell’art. 81 il quale, come noto, prevede che “ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte”. Ferma restando la potestà legislativa esclusiva in materia di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale e la potestà legislativa per la determinazione dei princìpi fondamentali in materia di tutela della salute da parte dello Stato, l’Emilia-Romagna, la Lombardia e il Veneto, in materia di salute propongono3:
Una maggiore autonomia finalizzata a rimuovere specifici vincoli di spesa in materia di personale stabiliti dalla normativa statale;
Una maggiore autonomia in materia di accesso alle scuole di specializzazione, ivi incluse: a) la programmazione delle borse di studio per i medici specializzandi; b) l’integrazione operativa dei medici specializzandi con il sistema aziendale. Una peculiarità della Lombardia: l’autonomia si estende alla determinazione del numero dei posti dei corsi di formazione per i medici di medicina generale;
Possibilità di stipulare, per i medici, contratti a tempo determinato di “specializzazione lavoro”;
Spetta alle regioni definire le modalità per inserire i medici titolari del contratto di “specializzazione lavoro” nell’attività delle strutture del SSN, fermo restando che il contratto non dà diritto all’accesso ai ruoli nel SSN né all’instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato;
Possibilità di stipulare accordi con le Università del rispettivo territorio: a) per l’integrazione operativa dei medici specializzandi con il sistema aziendale (Emilia-Romagna e Veneto); b) per rendere possibile l’accesso dei medici titolari del contratto di “specializzazione lavoro” alle scuole di specializzazione58 (Emilia-Romagna e Veneto); c) per l’avvio di percorsi orientati alla stipula dei contratti a tempo determinato di “specializzazione lavoro” (Lombardia);
Una maggiore autonomia nello svolgimento delle funzioni relative al sistema tariffario, di rimborso, di rimunerazione e di compartecipazione, limitatamente agli assistiti residenti nella regione;
Una maggiore autonomia nella definizione del sistema di governance delle aziende e degli enti del SSN;
Possibilità di sottoporre all’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) valutazioni tecnico-scientifiche relative all’equivalenza terapeutica tra diversi farmaci;
Competenza a programmare gli interventi sul patrimonio edilizio e tecnologico del SSN in un quadro pluriennale certo e adeguato di risorse;
Una maggiore autonomia legislativa, amministrativa e organizzativa in materia di istituzione e gestione di fondi sanitari integrativi. Il Veneto avrà anche: una maggiore autonomia in materia di gestione del personale del SSN, inclusa la regolamentazione dell’attività libero-professionale e la facoltà, in sede di contrattazione integrativa collettiva, di prevedere, per i dipendenti del SSN, incentivi e misure di sostegno, anche avvalendosi di risorse aggiuntive regionali, da destinare prioritariamente al personale dipendente in servizio presso sedi montane disagiate.
In tema di distribuzione ed erogazione dei farmaci, l’Emilia-Romagna avrà: competenza a definire, sotto profili qualitativi e quantitativi, le forme di distribuzione diretta dei farmaci per la cura dei pazienti soggetti a controlli ricorrenti. Competenza a garantire che le Aziende sanitarie eroghino direttamente i medicinali per i pazienti in assistenza domiciliare, residenziale e semiresidenziale e ad adottare direttive che impongono alla struttura pubblica di fornire direttamente i farmaci ai pazienti nel periodo immediatamente successivo al ricovero ospedaliero o alla visita specialistica ambulatoriale. L’obiettivo è quello di garantire la continuità assistenziale.
In materia di tutela ambientale, nel rispetto dei principi costituzionali di “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali” e di “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”, le tre regioni padane propongono gli interventi4 riportati nellaseguente tabella:

Proposte delle tre regioni (Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto) in materia di tutela ambientale riguardo al regionalismo differenziato
In materia di difesa del suolo, tutela delle acque dall’inquinamento e gestione delle risorse idriche
Emilia-Romagna: programmazione triennale degli interventi di difesa del suolo e della costa regionali e programmazione triennale degli interventi finalizzati all’attuazione delle misure previste dal Piano di tutela delle acque.

In materia di gestione dei rifiuti
Emilia-Romagna e il Veneto l’ individuazione degli ambiti territoriali ottimali – ATO – per la gestione integrata dei rifiuti urbani
Veneto: indirizzi agli ATO per l’ottimizzazione della raccolta differenziata dei rifiuti e per l’omogeneizzazione dei costi di servizio
Veneto: in conformità ai criteri generali stabiliti a livello statale, individuazione delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti in ragione delle caratteristiche del territorio
Emilia-Romagna e Lombardia: sottoscrizione di accordi con altre regioni per consentire l’ingresso, nel proprio territorio, di rifiuti derivanti dal trattamento di rifiuti urbani non differenziati prodotti nell’altra regione, al fine di smaltirli negli impianti situati nel territorio della regione ad autonomia differenziata. La regione ricevente si riserva la possibilità di fissare un’addizionale progressiva e proporzionata ai quantitativi
Emilia-Romagna: sottoscrizione, con enti pubblici, imprese, soggetti pubblici o privati e associazioni di categoria, di accordi di programma che abbiano ad oggetto la gestione, anche sperimentale, di attività e impianti finalizzati a trattare, ai fini di una loro valorizzazione, rifiuti e acque reflue

In materia di bonifica dei siti inquinati
Emilia-Romagna: programmazione triennale degli interventi finalizzati alla bonifica dei siti contaminati di interesse regionale, nonché alla rimozione dell’amianto
Lombardia e Veneto: attraverso accordi con il Governo, gestione dei finanziamenti statali destinati alla bonifica dei siti di interesse nazionale (SIN) presenti nel territorio regionale. Nell’ambito della procedura di bonifica dei SIN sono tassativamente enumerate le funzioni che la regione può svolgere (controllo, vigilanza, sanzione, individuazione del responsabile della contaminazione, elaborazione dei piani di intervento), mentre viene espressamente escluso che la regione possa individuare i SIN
In materia di tutela dell’aria e di riduzione delle emissioni in atmosfera
Emilia-Romagna: programmazione triennale degli interventi finalizzati all’attuazione delle misure previste dai Piani di risanamento della qualità dell’aria
In materia di prevenzione e ripristino ambientale

Lombardia e Veneto: funzioni amministrative di prevenzione e ripristino ambientale (esclusi i siti di interesse nazionale e fatti salvi gli obblighi dell’operatore). La regione ha comunque l’obbligo di comunicare le misure di prevenzione e ripristino ambientale al Ministro dell’ambiente. È previsto il potere sostitutivo ministeriale in caso di inerzia della regione

In materia di aree protette

Emilia-Romagna: programmazione triennale degli interventi finalizzati alla conservazione e valorizzazione delle aree protette regionali e dei siti della rete Natura 2000
Lombardia: codecisione, d’intesa con gli enti gestori delle aree protette, per l’adozione di determinazioni relative ai prelievi faunistici e agli abbattimenti selettivi necessari a ricomporre squilibri ecologici nelle aree protette regionali
Rapporti internazionali e con l’Unione europea (1)
Tipologia di atto/procedure
Modalità di coninvolgimento regionale
Regioni
Atti dell’UE
Rafforzamento della partecipazione regionale alla formazione – per la Lombardia anche all’attuazione e all’esecuzione – nelle materie oggetto di autonomia differenziata
Emilia-Romagna
Lombardia
Veneto
Accordi internazionali
Rafforzamento della partecipazione regionale all’attuazione e all’esecuzione, specie nelle materie oggetto di autonomia differenziata
Lombardia
Accordi con gli Stati confinanti che hanno immediata ricaduta sul territorio regionale
Partecipazione alla preparazione, sviluppando forme di consultazione tese a valorizzare le relazioni, anche internazionali, che possono concorrere allo sviluppo dei rapporti della società regionale e delle rappresentanze economiche e sociali, negli ambiti e nei limiti dell’autonomia differenziata. Le forme di consultazione sono disciplinate da intesa tra la regione e lo Stato
Lombardia
Relazioni transfrontaliere e cooperazione transfrontaliera delle collettività e autorità territoriali
Impegno del Governo e della regione per la loro intensificazione

Emilia-Romagna
Veneto
Strategia della Commissione europea di cui alla risoluzione del Parlamento europeo del 16 gennaio 2018 in ordine al rafforzamento e allo sviluppo delle strategie macroregionali (SMR) e dei programmi di azione che fanno parte
della Strategia Obiettivo 2014-2020
Cfr. la scheda “La politica regionale dell’UE e le strategie macroregionali”
Impegno del Governo a favorire la Strategia.
Per l’Emilia-Romagna: impegno del Governo a sostenere l’azione della regione nella politica europea delle SMR, anche supportando il ruolo svolto dalla regione quale autorità capofila nello sviluppo della regione EUSAIR (Strategia dell’UE per la Regione adriatico- ionica)
Emilia-Romagna
Veneto
Protocolli aggiuntivi alla Convenzione quadro europea sulla cooperazione transfrontaliera delle collettività e autorità territoriali, stipulata nell’ambito del Consiglio d’Europa a Madrid il 21 maggio 1980 e ratificata dalla legge n. 948 del 1984
Presentazione di un disegno di legge di autorizzazione alla ratifica, per consentire alla regione di operare più incisivamente nell’ambito della cooperazione transfrontaliera

 

1 Servizio studi Senato – Ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, Il regionalismo differenziato e gli accordi preliminari con le regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, maggio 2018 – n. 16, pag. 19

2 Servizio studi Senato – Ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, ibidem, pag. 22

 

Contrassegnato da tag , , , , ,

I problemi sociali ed economici in Emilia – Romagna

Di Eugenio Pari

Le sinistre hanno storicamente determinato le condizioni sociali ed economiche perché la nostra Regione potesse creare la crescita economica e produttiva che l’ha inserita e tuttora ancora la inseriscono a pieno titolo fra le aree più sviluppate d’Europa. Ma, dopo decenni di governo pressoché incontrastato e all’insegna dell’innovazione di fatica  vedere risposte a domande centrali quali: cosa ne è dei distretti industriali[1]? Come si sono organizzati per resistere alla sfida dell’economia globalizzata? Come muta la composizione sociale del lavoro operaio? Qual è il ruolo dell’immigrazione: sostituzione di settori abbandonati dagli italiani o di competizione? Quali sono le risposte di fronte alla progressiva fine dell’alleanza fra piccoli imprenditori e lavoratori dipendenti; “formula” del successo economico della regione? Rispetto a quest’ultima domanda è opportuno recuperare un pensiero di Walter Vitali: “[è] un dato di fatto che si sia prodotta una frattura tra lavoro autonomo e dipendente che – (…) – costituisce una chiave interpretativa fondamentale per comprendere le scelte elettorali degli italiani”.

Vitali in un altro scritto individua quattro questioni a cui dare risposta per mantenere alti livelli di coesione sociale, questioni strettamente legate alle dinamiche socio economiche in corso in regione. La prima: “la coesione sociale oggi è minacciata fortemente in modo particolare dal fatto che, essendo l’Emilia – Romagna la regione con il più alto tasso di popolazione immigrata residente richiamata dai suoi livelli di sviluppo  economico, questo determina un conflitto con la popolazione autoctona, soprattutto con le fasce di reddito medio – basse e basse, sull’accesso ai servizi”[2];a tal proposito quanto sostiene Vitali in merito al conflitto immigrati – popolazione autoctona anticipa di qualche anno i fatti di Gorino, dove la popolazione ha inscenato una protesta, con tanto di posti di blocco per impedire l’arrivo nel comune del ferrarese di un gruppo di cittadini immigrati richiedenti asilo.

Il secondo aspetto che riporta Vitali nel suo intervento all’interno del libro a cura di Carlo De Maria, riguarda la questione del welfare territoriale: “ora siamo di fronte a politiche non contingenti, ma di lungo periodo, da parte dei governi che tendono a smantellare esattamente questo tipo di assetto e tendono a introdurre elementi, attraverso tagli drastici s tutto il sistema di servizi, i quali vanificano la possibilità non già di sviluppare o di ulteriormente rafforzare l’attuale standard dei servizi, ma semplicemente di mantenerlo”[3].

Il terzo aspetto sui cui si sofferma l’ex Sindaco di Bologna Vitali riguarda la “crisi economica e sociale in atto” sostenendo che “(…) anche l’Emilia – Romagna è imemersa in pieno nella tempesta. Stiamo perdendo decine di migliaia di posti di lavoro, non solo a tempo indeterminato, ma anche a tempo determinato, con i contratti che non si rinnovano più, in modo particolare quelli delle giovani generazioni e delle donne”[4], è vero che la nostra Regione complessivamente ha tenuto dal punto di vista occupazionale e produttivo soprattutto grazie al fatto che è una regione fortemente orientata all’export e che nel corso del tempo ha saputo mantenersi collegata alla “locomotiva” tedesca. I recenti segnali di indebolimento dell’economia della Germania  stanno incominciando a rallentare una ripresa abbastanza incoraggiante registrata in regione a partire dal 2014 ma, apparentemente, conclusa nel secondo semestre del 2018.

Vi è infine una critica che Vitali indirizzava all’Ente Regione riguardo al tema della pianificazione territoriale, considerando il PTR alquanto insoddisfacente in merito al ruolo dei territori e di Bologna, considerando il capoluogo la “capitale” di un territorio policentrico.

Walter Vitali una risposta, parzialmente, se la da’ quando, rivolto agli amministratori e alle classi dirigenti dell’Emilia – Romagna, sostiene che “negli ultimi decenni abbiamo vissuto di rendita, facendo esattamente il contrario di ciò che ha reso possibile quel modello; le classi dirigenti si sono autoriprodotte; e intanto il vento delle grandi sfide globali ha cominciato a battere ance il nostro territorio ponendoci davanti a problemi molto gravi”[5].

Sul tema è intervenuto diverso tempo fa in un importante articolo pubblicato su Micromega nell’aprile 2014, l’ex Presidente della regione Lanfranco Turci, sostenendo individuando i processi economici e sociali sviluppatisi negli anni precedenti alla crisi, riportandoli in questi termini: “(…) gerarchizzazione delle imprese dei distretti indotta dalla dinamica della globalizzazione, le delocalizzazioni e il ricorso crescente all’outsourcing, la crescita del terziario, i cambiamenti intervenuti nel lavoro dipendente e autonomo, la flessibilizzazione (anche per via legislativa operata dai governi del centro – sinistra) del mercato del lavoro e delle sue nuove figure di atipici” proseguendo Turci sostiene che “ il risultato di questi processi sono le diseguaglianze che crescono e la disarticolazione della società, del capitale sociale e dell’ethos collettivo ancora forte negli anni ‘80 ”[6]. I rapporti di forza partitici e sindacali, è la conclusione del ragionamento di Turci, che le sinistre (in particolare il Pci) aveva spostato a vantaggio di una garanzia di risultati economici e sociali per i lavoratori “cambiarono radicalmente”.

Lo scenario che si viene costruendo è di segno opposto rispetto al sostegno alle “politiche di welfare e agli interventi keynesiani degli enti locali (…) sia nel rapporto fra le classi sia nelle capacità di intervento del pubblico”[7]. Il sistema delle politiche sociali in quegli anni infatti è sempre più costretto all’interno delle famigerate politiche di rigore “che preparano e poi portano all’adozione dell’euro. Anche ad uno sguardo a volo d’uccello non può non colpire l’indebolimento, quando non la distruzione di identità collettive e il cambiamento radicale, la burocratizzazione, l’autoreferenzialità delle grandi nervature sociali che reggevano la società emiliana negli anni passati”.[8]

Dal punto di vista demografico in Emilia-Romagna continua il calo percentuale dei giovani sul totale della popolazione. Negli ultimi 10 anni si è ridotta di 2,5 punti percentuali nei 28 Paesi dell’Unione Europea, di quasi 3 punti in Italia (2,8 per l’esattezza) e di oltre 2 punti in Emilia-Romagna. Si tratta in valori assoluti di quasi 1,4 milioni di persone in meno in Italia, delle quali circa 59.000 nella sola Emilia-Romagna. Nell’ultimo anno tuttavia questa tendenza è meno accentuata, con ogni probabilità per effetto dei trend migratori, caratterizzati da una bassa età media: -0,2 nell’Unione Europea, 0,1 in Italia e addirittura in lieve recupero (+0,1) in Emilia-Romagna.

 

 

 

La provincia italiana con la quota più bassa di popolazione collocata nella fascia d’età fra i 15 e 34 anni d’età continua ad essere quella di Ferrara (16,5%), mentre tutte le altre realtà provinciali dell’Emilia-Romagna restano attestate tra il 18 e il 20% (vedi fig.5.3).

Alla base della riduzione della popolazione giovanile c’è prima di tutto il basso tasso di natalità, il calo costante che si registra dal 2008 ha portato, nel 2017, Emilia-Romagna alla quota di 7,4 nati per mille abitanti, dato inferiore anche a quello nazionale (7,6 per mille abitanti), con la punta più bassa ancora una volta nella provincia di Ferrara (5,9 per mille abitanti).

Pur tuttavia in questo trend vanno considerati i flussi migratori che hanno comportato specialmente negli anni passati soprattutto per ciò che riguarda l’Emilia-Romagna saldi elevati, tali da contribuire in modo determinante a frenare la mancanza di peso complessivo della popolazione giovanile.

Com’è noto l’età media della popolazione immigrata è invero molto inferiore a quella del luogo: oltre la metà degli immigrati residenti nel territorio emiliano-romagnolo nel 2018 risulta avere meno di 35 anni.

Grazie quindi a questo fenomeno la quota di popolazione con età inferiore ai 15 anni è cresciuta sensibilmente in Emilia-Romagna nel decennio 2002-2012, fino a toccare valori molto prossimi a quelli nazionali, dai quali invece era in precedenza lontana. Questo consente di prevedere che nei prossimi anni anche la quota di popolazione in età 15-34 anni possa avere un parziale recupero.

Negli ultimi anni, dal 2015 in poi, anche in Emilia-Romagna come – in modo più accentuato – in Italia, anche la popolazione più giovane, al di sotto dei 15 anni, torna invece a calare.

 

 

La riduzione della quota di giovani sul totale della popolazione deriva in primo luogo dal basso tasso di natalità, in calo costante dal 2008 e sceso nel 2017 in Emilia-Romagna a 7,4 nati per mille abitanti, inferiore anche a quello nazionale (7,6 per mille abitanti), con la punta più bassa ancora una volta nella provincia di Ferrara (5,9 per mille abitanti).

Tuttavia, questo andamento è bilanciato dai flussi migratori che hanno determinato soprattutto in alcuni degli anni scorsi e in particolar modo in Emilia-Romagna saldi elevati, tali da contribuire in modo decisivo a contenere la perdita di peso complessivo della popolazione giovanile.

L’età media della popolazione immigrata è infatti notoriamente molto inferiore a quella indigena: oltre la metà degli immigrati residenti nel territorio emiliano-romagnolo risulta nel 2018 avere meno di 35 anni.

In virtù di questo fenomeno la quota di popolazione con età inferiore ai 15 anni è cresciuta sensibilmente in Emilia-Romagna nel decennio 2002-2012, fino a toccare valori molto prossimi a quelli nazionali, dai quali invece era in precedenza distanziata. Tutto ciò lascia intravedere la possibilità che nei prossimi anni anche la quota di popolazione in età 15-34 anni possa avere un limitato miglioramento.

Dal 2015, come del resto in Italia, la popolazione al di sotto dei 15 anni torna a calare in Emilia-Romagna, cresce invece il valore delle migrazioni verso l’estero in particolare nella fascia d’età che va dai 18 ai 39 anni, il dato censito in regione riguarda, in valori assoluti, per il 2016 il trasferimento all’estero di 1.714 stranieri e 3.615 italiani.

Per ciò che riguarda i livelli occupazionali nel periodo 2007 – 2017 assistiamo ad un calo di oltre il 10% con una crescita dove predominante è la crescita prevalente degli inattivi con livelli consistenti dei disoccupati (+4,6%).

In Emilia-Romagna a rendere ancora più consistente il dato del calo degli occupati è il fatto che si partiva da livelli occupazionali nettamente superiori rispetto al dato nazionale, raddoppia la quota degli inattivi sulla cui entità incide, con particolare riferimento la fascia 15-24, lo  È evidente che in questa fascia d’età, e in particolare con riferimento a quella dai 15 ai 24 anni, la frequenza di percorsi formativi. Ciò nonostante, anche valutando soltanto la fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni, certamente meno coinvolta da attività formative, le propensioni non cambiano in modo significativo.

A tutti i livelli risulta più accentuata in questa fascia la crescita della quota dei disoccupati e meno quella della quota degli inattivi, che diventa addirittura un lieve calo nella media dei 28 Stati della UE, ma resta molto significativa la crescita di entrambi i valori sia In Italia sia in Emilia-Romagna.

Per ciò che riguarda il livello di ricchezza degli emiliano-romagnoli, valutando le dichiarazioni dei redditi del periodo 2009-2017 vediamo che il reddito medio da lavoro dipendente e assimilati nel 2016 – da dichiarazioni dei redditi 2017 – è pari in Emilia-Romagna a 22.220 euro, più alto di quello medio nazionale di oltre 1.500 euro (+7,4%) e, come provato dalla schema che rapporta i redditi da lavoro dipendente, autonomo e da pensioni in Emilia-Romagna e le diversità con l’Italia.

 

 

Redditi da lavoro dipendente, da lavoro autonomo e da pensione in Emilia-Romagna e differenze con Italia. Dichiarazioni dei redditi 2009-2017

 

Anno dichiara

zione

Redditi da lavoro dipendente

e assimilati

Redditi da lavoro autonomo Redditi da pensione
  Emilia-Romagna Differeza con Italia Emilia-Romagna Differenza con Italia Emilia-Romagna Differenza con Italia
2009 20.460 +1.000 (+5,1%) 42.230 +3.340 (+8,6%) 14.340 +400 (+2,9%)
2010 20.530 +740 (+3,7%) 42.830 +2.950 (+7,4%) 15.050 +450 (+3,1%)
2011 20.600 +790 (+4,0%) 44.310 +2.990 (+7,2%) 15.390 +410 (+2,7%)
2012 20.880 +860 (+4,3%) 45.590 +3.310 (+7,8%) 15.910 +390 (+2,5%)
2013 21.310 +1.030 (+5,1%) 40.800 +4.730 (+13,1%) 16.280 +500 (+3,2%)
2014 21.770 +1.170 (+5,7%) 41.390 +5.730 (+16,1%) 16.820 +540 (+3,3%)
2015 21.810 +1.290 (+6,3%) 41.640 +6.070 (+17,1%) 17.250 +550 (+3,3%)
2016 22.150 +1.490 (+7,2%) 43.810 +5.520 (+14,4%) 17.470 +600 (+3,6%)
2017 22.220 +1.520 (+7,4%) 47.360 +5.620 (+13,5%) 17.840 +670 (+3,9%)

Fonte: Elaborazione su dati del Ministero dell’economia e delle finanze

 

Considerando il lavoro autonomo, nello stesso periodo il distacco con la media nazionale si fa ancora più netto pari al 13,5%, che in termini assoluti equivale a 5.520 euro.

Parlando di redditi è interessante riportare un passaggio “la distribuzione dei redditi netti delle famiglie emiliano-romagnole è maggiormente concentrata (quindi meno equamente distribuita) di quella che si registra nel Nord-Est, ma meno di quella complessiva nazionale”[9]

Sempre per ciò che riguarda il dato sulla povertà relativa, prendendo questo indicatore come più attendibile in quanto suscettibile di meno variazioni, “nel 2017 le famiglie residenti in Emilia-Romagna in condizioni di povertà relativa costituiscono il 4,6% del totale, meno della metà del dato medio italiano (12,3%)”[10].

Situazioni di disagio delle famiglie, riporta il lavoro dell’Ires Emilia-Romagna per la CGIL regionale, pubblicato nel 2018 sono relative “alla grave deprivazione materiale, che si registra, (…), quando sono presenti nella famiglia quattro o più sintomi di disagio economico su un elenco di nove: i) non poter sostenere spese impreviste di 800 euro, ii) non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa, iii) avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti come per es. gli acquisti a rate; iv) non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni, cioè con proteine della carne o del pesce (o equivalente vegetariano); v) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere: vi) una lavatrice vii) un televisore a colori viii) un telefono ix) un’automobile”[11].

In questo caso, prosegue il rapporto commissionato dalla CGIL Emilia-Romagna, l’Istat attesta che “il 6,3% delle famiglie residenti in Emilia-Romagna si trovano in condizioni di grave deprivazione, dato appena inferiore a quello rilevato per l’insieme delle regioni del Nord (6,7%) e decisamente più basso di quello dell’Italia nel suo complesso (12,1%)”.

Pur vedendo aumentati alcuni indicatori del disagio, si assiste comunque al fatto che l’Emilia-Romagna “continua a contraddistinguersi per condizioni di benessere più elevate e meno critiche di quelle medie nazionali – spinte verso il basso da quanto si registra nel Sud del Paese – e sovente anche di quelle di buona parte delle regioni del Nord Italia”[12].

In conclusione, ricorda il Rapporto Ires-CGIL Emilia-Romagna, “non si possono trascurare alcuni segnali ormai consolidatisi nel corso degli ultimi anni” come il fatto che “dietro i dati medi si trovano situazioni profondamente diversificate e dunque una distribuzione dei redditi e delle ricchezze con significative diseguaglianze, come evidenziato dall’indice di concentrazione che, per l’Emilia-Romagna rimane più critico di quello dell’Italia settentrionale e, all’interno della regione, anche da quanto si osserva a livello territoriale e per profili di famiglia. Infatti, si è sottolineato che la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie più numerose e colpisce di più le famiglie giovani. Le elaborazioni Istat mostrano chiaramente come le famiglie in condizioni di povertà aumentino al crescere del numero di figli: il 26,8% delle famiglie con tre o più figli nel 2016 risultano in condizioni di povertà assoluta. Se si considerano le sole famiglie di stranieri con figli minori, tale percentuale sale al 34,6%”[13].

 

 

 

 

Fondamentale è il ruolo del pubblico che attraverso il “sistema di imposte e benefici, riduce il rischio di povertà per gli anziani, mentre lo aumenta per le famiglie con figli minori e per i giovani senza figli. (…) Tanto che Istat evidenzia la necessità di politiche finalizzate a rafforzare la famiglia che aiutino gli individui in tutte le diverse tappe della vita e riducano le disuguaglianze per età e generazioni, prevedendo anche misure che incentivino l’autonomia dei giovani e agevolino la realizzazione dei loro progetti”[14].

La povertà economica, oltre a essere prevalentemente concentrata a livelo territoriale territorialmente, è collegata alla mancanza di lavoro o, per meglio dire, a “un numero di persone occupate per famiglia con un reddito non adeguato alle esigenze complessive della famiglia stessa. Anche se diversi studi mostrano che la probabilità di povertà, per le persone occupate, non dipende tanto da quanto si lavora ma piuttosto dal reddito da lavoro che viene percepito. Ne deriva pertanto una forte preoccupazione per i recenti andamenti di alcune caratteristiche del mercato del lavoro italiano, con un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, chiamati a lavorare più di prima per ottenere in media retribuzioni comunque proporzionalmente in calo e quindi anche sempre meno in grado di contrastare il rischio di povertà”.

Altro elemento critico riguarda l’occupazione femminile, dato tradizionalmente caratterizzato in Italia e in Emilia-Romagna da lavoro precario, tempo parziale, dove le donne sono chiamate a sostenere non solo le difficoltà delle mansioni lavorative, ma anche dai compiti che derivano dalla cura della famiglia e laddove la persona di riferimento è la lavoratrice aumenta anche il rischio di povertà per quelle famiglie.

Abbiamo sottolineato l’importanza del sistema cooperativo in Emilia-Romagna, importanza che deriva anche dal fatto che dall’inizio della crisi ad oggi ha permesso la tenuta occupazionale. Il sistema cooperativo, di cui l’Emilia-Romagna è stata culla, ha vissuto una trasformazione manageriale che ha determinato una crescita dimensionale e finanziaria delle cooperative stesse, fra le origini delle situazioni di crisi (Coop Alleanza 3.0 con una passivo superiore ai 200 milioni di euro) o addirittura liquidate (Manutencoop franata sotto un passivo di circa 790 milioni di euro e 1300 creditori), c’è tanta finanza e una crescita dimensionale insostenibile.

[1] Sistema produttivo costituito da un insieme di imprese, prevalentemente di piccole e media dimensioni, caratterizzate da una tendenza all’integrazione orizzontale e verticale e alla specializzazione produttiva, in genere concernente in un determinato territorio e legate da una comune esperienza storica, sociale, economica e culturale.

http://www.treccani.it/enciclopedia/distretto-industriale_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

[2] W. Vitali, Tra “modello emiliano” e Regione Emilia – Romagna, in C. De Maria, Bologna futuro. Il modello emiliano alla sfida del XXI secolo, pag. 117, Clueb, Bologna 2012

[3]W. Vitali, Tra “modello emiliano” e Regione Emilia – Romagna, in C. De Maria, Bologna futuro. Il modello emiliano alla sfida del XXI secolo, Clueb, Bologna 2012, pag. 117

[4]  W. Vitali, ibidem, pag. 118

[5] W. Vitali, ibidem , pag. 117

[6] L. Turci, in “C’era una volta il riformismo emiliano”,  Micromega on line 09/04/2014 http://temi.repubblica.it/micromega-online/c%u2019era-una-volta-il-riformismo-emiliano

[7] L. Turci, in “C’era una volta il riformismo emiliano”,  Micromega on line 09/04/2014 http://temi.repubblica.it/micromega-online/c%u2019era-una-volta-il-riformismo-emiliano

[8] L. Turci, ibidem

[9] Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 116

[10] Ibidem, pag. 122

[11]Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna N. 6 – Anno 2018, IRES Emilia-Romagna per conto della CGIL Emilia-Romagna,, pag. 124

[12] Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna, ibidem, pag. 126

[13] Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna N. 6 – Anno 2018, IRES Emilia-Romagna per conto della CGIL Emilia-Romagna, pag. 127

[14]Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna, ibidem, pag. 127

Contrassegnato da tag , , , ,

L’economia regionale ai tempi della crisi

Di Eugenio Pari

Le dinamiche economiche regionali mostrano un quadro di crescita che va dal 1,5% del 2017 passando per il 1,4% del 2018, con una stima per il 2019 che dovrebbe attestarsi al 1,2%. Un andamento che permetterebbe al Pil regionale di crescere del 7,9% rispetto ai livelli più bassi registrati nel 2009. L’Emilia-Romagna cresce e cresce maggiormente rispetto ai livelli nazionali, in particolare nel 2018 è cresciuta dello 0,4% in più paragonandola al livello nazionale tenendo presente che nel 2017 lo scarto tra i due riferimenti era solo dello 0,1%.

La dinamica è trainata in particolare dall’aumento “della Manifattura, che è aumentata di ben + 3,6%, affiancata dai Servizi (+1,3%). Diversamente il settore delle Costruzioni si è mantenuto stabile. Per quanto riguarda l’Agricoltura le stime di Prometeia indicherebbero una forte contrazione, pari a -5,7%, tuttavia il Rapporto sul sistema agroalimentare dell’Emilia-Romagna relativo al 2017”[1].

Il 2018, complessivamente ha registrato un incremento del valore aggiunto totale  di circa la stessa intensità dell’anno precedente (+1,5%) cambia però l’apporto fornito dai diversi settori dell’economia nel conseguimento di tale risultato. Infatti, “l’agricoltura dovrebbe crescere con +2,6% così come le Costruzioni (+1,0%), i Servizi dovrebbero mantenere la crescita contenuta ma costante che li ha caratterizzati durante tutto il periodo della crisi economica (+1,3%) mentre a rallentare significativamente nell’anno in corso sarebbe la Manifattura (+1,7%)”[2].

 

 

 

 

 

 

A determinare tali risultati vi è stato un rallentamento della domanda interna e una frenata di quella estera, elemento quest’ultimo particolarmente importante per la storia dell’economia regionale.

In linea con le tendenze nazionali sebbene in forma più attenuata, anche a livello regionale sono sia il rallentamento registrato dalla domanda interna che da quella estera a contribuire al rallentamento del PIL, con particolare rilievo per la seconda. Le esportazioni nel 2018 hanno registrato un incremento pari al 2,4%, un risultato in netta riduzione rispetto alla tendenza del 2017 (+6,7% dati Istat), “sebbene le evidenze relative alle esportazioni nei primi due trimestri del 2018, di fonte Istat e discusse più avanti in questo capitolo, mostrano in realtà una prosecuzione nel 2018 dell’intensità della crescita delle vendite estere regionali in continuità con l’anno precedente (+4,6% e +7,2% rispettivamente)”[3].

In materia di innovazione il Rapporto Ires sull’economia regionale del 2018 scrive

 

in primo luogo, al fine di monitorare lo sforzo e la capacità innovativa complessiva della regione, comprendendo sia gli impegni privati che quelli pubblici in tale direzione, è possibile prendere in esame alcuni indicatori di input all’innovazione, solitamente misurarti come l’incidenza della spesa totale per R&S sul Pil regionale e personale addetto alla R&S delle imprese. Un primo indicatore a cui si può fare riferimento al fine di studiare il fenomeno dell’innovazione è l’incidenza della spesa totale per ricerca e sviluppo sul totale del Pil. Va tuttavia immediatamente precisato che si tratta di un indicatore di input, che come tale guarda ai cosiddetti fattori abilitanti dell’innovazione, ossia pre-condizioni che dovrebbero favorire, appunto, l’emergere di prodotti e/o processi innovativi, ma che non necessariamente si tradurranno in effettiva innovazione. Ciò premesso, deve comunque essere letto positivamente l’incremento della quota percentuale di spesa destinata alla R&S che si registra per tutti tre i livelli territoriali esaminati alla figura precedente. Si nota infatti un costante aumento del valore percentuale dell’indicatore, in particolare per l’Emilia-Romagna, che, partita alla fine degli anni Novanta su livelli inferiori a quelli medi nazionali, a partire dal 2002 ha superato il dato italiano (oltre a rimanere superiore a quello del Nord-Est).[4]

 

Il dato dell’Emilia-Romagna in materia di innovazione va sicuramente in controtendenza rispetto a quello medio nazionale, ma anche rispetto alla locomotiva del Nord-Est, questa forbice, riporta l’elaborato dell’Ires sull’economia regionale va ampliandosi.

Gli studi in materia di innovazione, in particolare i risultati degli sforzi innovativi delle impese, della Commissione europea, riportano una situazione notoriamente critica per l’Italia collocandola fra gli innovatori moderati “diversamente l’Emilia-Romagna – insieme al Piemonte e al Friuli Venezia Giulia – nel 2014 era una delle uniche regioni italiane a collocarsi nel gruppo precedente, quello degli inseguitori (c.d. “innovation followers”, poi ridefiniti come “strong innovators”), cioè quelle realtà regionali che presentano una resa innovativa uguale o superiore alla media complessiva e che dunque sono ben predisposte per poter inseguire, appunto, gli innovatori leader, costituiti essenzialmente da regioni di Danimarca, Svezia, Finlandia, Regno Unito, Irlanda e Germania. Nella rilevazione del 2016 dell’Innovation Regional Scoreboard, l’Emilia-Romagna ha perso una posizione, ed è tornata ad essere considerata, una regione con innovazione moderata, con il Piemonte e il Friuli-Venezia Giulia a rimanere le uniche due regioni italiane classificate fra gli ‘strong innovators’”[5].

In materia di investimenti esteri c’è da registrare una dinamica che dai disinvestimenti (nel 2012 avevano superato di 4 miliardi gli investimenti), a livello complessivo (il dato di riferimento è quello del 2015, unico disponibile), ha raggiunto oltre 23 miliardi di investimenti diretti esteri (IDE) sul territorio regionale, di cui oltre il 41% rientrano nel settore della Manifattura. Il secondo settore per importanza, che rappresenta il 33% in regione è l’intermediazione finanziaria mentre il terzo è l’ampia categoria “Altri servizi” che detiene una quota molto inferiore rispetto alle prime due ovvero del 12%.

Questo dato di natura macroeconomica permette:

 

di avere un’idea dei flussi in entrata e in uscita degli investimenti diretti esteri ma nulla ci dicono sulle caratteristiche delle imprese che hanno generato questi valori. Un interessante approfondimento su questo tema è stato prodotto nell’ultima edizione del rapporto di Unioncamere sull’Economia Regionale38 dove si offre un quadro dell’evoluzione delle imprese multinazionali in regione. In questo lavoro le imprese multinazionali vengono identificate come quelle che detengono (almeno) una partecipazione pari o superiore al 10% del capitale sociale di un’impresa estera (come conseguenza di un investimento diretto dall’estero o “in entrata”, chiamate IDE_In). Esistono poi naturalmente multinazionali che hanno sia un investitore straniero nella propria compagine azionaria per una quota superiore al 10% e che al contempo detengono partecipazioni superiori al 10% del capitale sociale in un’impresa estera, in tal caso vengono chiamate IDE_In&Out.[6]

 

 

 

 

 

 

 

 

Il valore economico raggiunto dalle multinazionali estere è pari a circa 42 miliardi di euro, dal punto di vista occupazionale mediamente le multinazionali contano 134 dipendenti, anche se:

 

le più grandi, che corrispondono a realtà d’impresa “multinazionalizzate” già da molto tempo, sono quelle internazionalizzate in entrambe le direzioni (232 dipendenti in media), seguite dalle IDE_Out (197 dipendenti) e, a notevole distanza da quelle in entrata (55 dipendenti). Molte di queste ultime sono affiliate di imprese estere costituite in regione prevalentemente per fini distributivi e dunque fisiologicamente con dimensioni più limitate.Quello che è di particolare interesse notare è la forte dinamica espansiva dell’attività di internazionalizzazione durante la recessione economica: nel 2009 le multinazionali erano 836, registrando quindi un’espansione numerica negli anni della crisi economica pari al 188%39. Ad espandersi maggiormente dal punto di vista numerico sono state le IDE_In&Out (+320%), seguite da quelle IDE_In (+244%) e dal quelle Out (132%). Ad accrescere durane la crisi economica non è stato solo il numero di queste imprese ma anche le loro dimensioni: sono infatti aumentati del 41% i fatturati aggregati (dell’80% per quelle IDE_In&Out) e del 13% l’occupazione (sfiora il 50% per le IDE_In, raggiungono il 40% IDE_In&Out).[7]

 

Il ruolo delle multinazionali che operano in Emilia-Romagna per l’economia regionale, coosì come il livello di internazionalizzazione è notevolmente cresciuto dopo la crisi rispetto ai periodi pre-crisi, siamo quindi di fronte “processo in forte dinamica espansiva che proseguirà molto probabilmente nel futuro”.

Il settore manifatturiero avanza, mentre quello delle costruzioni, uscito dalla crisi soltanto nel 2015 aumenta nei termini di fatturato complessivo ma riscontra ancora gravi difficoltà sul piano della produttività. Il commercio conferma la propria curvatura negativa registrata negli ultimi anni, questa tendenza potrebbe essere generata non tanto e non solo dalla curvatura negativa dei consumi “quanto piuttosto dal graduale spostamento degli acquisti dai negozi fisici a quelli virtuali tramite l’e-commerce”.

Per ciò che concerne il numero delle imprese a fine 2017 in regione se ne registravano 404.758 attive. in Emilia-Romagna il numero complessivo delle imprese è passato da poco più di 400.000 nel 1998 a quasi 432.000 nel 2008, anno in cui ha raggiunto un picco, per poi iniziare, negli anni successivi, a contrarsi in misura significativa. Per quanto tra il 2015 e il 2017 vi sia stato un rallentamento della perdita delle imprese, il è comunque proseguito, con la perdita di 5.500. Al 2018 pare essersi fermata l’emorragia e il numero complessivo delle imprese tenederebbe a stabilizzarsi. Nel grafico elaborato da Ires Emilia-Romagna la linea rossa nel grafico successivo mostra come il numero complessivo delle imprese sia cresciuto costantemente nei dieci anni compresi tra il 1998 e il 2008 mentre abbia subito una flessione successivamente. La linea blu ci indica invece il tasso di crescita delle imprese attive e ci mostra come in alcuni periodi la crescita del tessuto produttivo sia stata più accelerata, ad esempio nel 2000 e nel 2004, mentre in altri momenti il tasso di crescita si sia contratto o sia sceso persino in territorio negativo, come è accaduto per quasi tutto il periodo tra il 2008 e il 2017”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La perdita delle imprese non si è distribuita omogeneamente nei vari settori dell’economia regionale, il maggior numero di scomparse delle attività si è verificato nel settore delle costruzioni, seguito da quello dei trasporti e del magazzinaggio.

In controtendenza alcuni settori come quelli dei servizi di alloggio e ristorazione, e noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese sono quelli che hanno sperimentato incrementi maggiori. Va ricordato che,soprattutto laddove le contrazioni sono maggiormente consistenti, nel periodo precedente alla crisi le quote di imprese individuali erano molto alte (74% delle imprese delle Costruzioni e l’85% delle imprese in Agricoltura del 2007 erano Ditte Individuali), quindi la consistente chiusura di attività di piccolissime dimensioni contribuisce in misura significativa a generare il crollo della numerosità d’impresa”.

Le imprese artigiane, storicamente fondamentali per il tessuto economico emiliano-romagnolo, “sono quelle che hanno subito i maggiori contraccolpi della crisi: sul totale delle oltre 27 mila imprese perse tra il 2008 e il 2017 oltre 19 mila sono infatti artigiane. Contemporaneamente, nel corso della crisi economica, le società di capitale sono aumentate di oltre 13mila unità, a testimonianza ulteriore del fatto che la recessione ha avuto ripercussioni disomogenee sia rispetto ai settori produttivi che alla dimensione d’impresa, contribuendo così a modificare l’assetto strutturale dell’economia regionale”.

Nel complesso questo capitolo ci consegna una fotografia relativa al nel corso dell’anno 2017 la situazione economica regionale risultava essere molto positiva, essa è stata, infatti, “stimolata da diversi canali, sia interni quali investimenti e consumi delle famiglie che esteri. In particolare, collegato all’ottimo andamento del commercio mondiale, le esportazioni regionali hanno toccato il tasso di crescita massimo degli ultimi anni. Questo aspetto, unito al buon andamento degli investimenti, ha favorito una dinamica espansiva soprattutto della manifattura, a fianco della quale però sostanzialmente tutti i settori hanno avuto performance positive, se pur con intensità diversificate. I dati relativi al 2018, presentano una decelerazione delle dinamiche espansive dell’anno precedente, in linea con l’andamento internazionale e con il rallentamento del commercio mondiale”.

Luci e ombre se parliamo di occupazione e disoccupazione, il Rapporto dell’Ires sostiene infatti “in termini più generali, l’analisi della composizione della forza lavoro rispetto alla popolazione complessiva permette di avanzare alcune riflessioni:

– In primo luogo, si registra come la quota di forza lavoro sulla popolazione nel 2017 cresca sia rispetto al 2000 che al 2008 ma più per effetto di una partecipazione al mercato del lavoro dei disoccupati che per un innalzamento del numero di occupati;

– La contrazione della quota occupazionale sull’intera popolazione, passato da 53,2% del 2008 al 51,6% del 2017, rappresenta sicuramente una fragilità per il sistema di welfare pubblico in quanto segnala una flessione della base contributiva e fiscale e rileva una criticità nell’equilibrio tra le generazioni”.

Guardando il dato sulla dimensione delle imprese viene confermato il tratto caratteristico del sistema imprenditoriale dell’Emilia-Romagna, infatti quasi il 90%, che in termini occupazionali significa creazione del 29% dei posti di lavoro, sono piccole aziende fino a 5 addetti. Le imprese con oltre 100 addetti ammontano allo 0,3% del totale ma contemporaneamente danno occupazione al 31% dei lavoratori emiliano romagnoli.

Se negli ultimi cinque anni le imprese fino a 5 dipendenti sono diminuite quelle tra 10 e 49 sono aumentate del 6%. Quello a cui si è dunque assistito negli ultimi cinque anni è la crescita della dimensione d’impresa solo in parte dovuto all’aumento dimensionale delle aziende e in parte dovuto all’ingresso di società già strutturate (vedi tabella).

Per ciò che concerne il settore di attività si assiste nel 2018 alla conferma del trend che vede un calo delle aziende del comparto agricoltura, con contrazioni, seppur meno marcate del settore commercio, costruzioni e manifatturiero. Cresce “il comparto ‘altra industria’ in particolare nei settori operanti nell’ambito dell’energia, e il terziario”[8].

Il calo del commercio è rappresentato in termini di imprese, mentre l’occupazione tiene grazie alla grande distribuzione.

 

Imprese (sett. 2018) e addetti (giu. 2018) per classe dimensionale e incidenza sul totale

Classe dimensionale Impresa Addetti Quota imprese Quota addetti
Fino a 5 addetti 358.769 534.188 88,7% 29,0%
Da 6 a 9 addetti 20.865 165.892 5,2% 9,0%
Da 10 a 19 addetti 15.394 227.213 3,8% 12,3%
Da 20 a 49 addetti 6.369 213.983 1,6% 11,6%
Da 50 a 99 addetti 1.708 130.165 0,4% 7,1%
100 addetti e oltre 1.387 569.133 0,3% 30,9%
Totale 405.512 1.840.574 100,0% 100,%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive (a sett. 2018) e addetti (a giugno 2018). Incidenza sul totale e variazione allo stesso periodo del 2017. MACROSETTORE

 

  Imprese Quota Variazione Addetti Quota

Variazione

Agricoltura 57.042 14% -1,7% 96.394 5,3% 6,4%
Manifatturiero 43.474 11% -0,5% 498.378 21,2% 1,7%
Altro industria 1.591 0% 1,4% 32.874 1,8% -3,7%
Costruzioni 65.739 16% -0,9% 157.323 8,6% 1,8%
Commercio 91.157 23% -1,1% 302.131 16,5% 1,2%
Alloggio-ristorazione 30.222 7% 0,6% 196.179 10,7% 6,0%
Servizio imprese 86.867 21% 1,0% 393.211 21,5% 3,0%
Servizi persone 28.363 7% 1,1% 153.419 8,4% 3,3%
Totale 404.455 100   1.829.909 100

 

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive (a sett. 2018) e addetti (a giugno 2018). Incidenza sul totale e variazione allo stesso periodo del 2017. MANIFATTURIERO

 

 
Imprese Quota Variazione Addetti Quota Variazione
Agroalimentare 4.839 11,1% -0,1% 67.326 13,5% -0,2%
Sistema moda 6.659 15,3% -1,1% 46.936 9,4% -0,5%
Legno, mobili 3.379 7,8% -1,7% 20.384 4,1% 0,6%
Carta, editoria 1.641 3,8% -2,4% 14.203 2,8% 0,6%
Minerali non metalliferi 1.633 3,8% 0,2% 34.538 6,9% 6,1%
Metalli 1.450 3,3% -1,4% 33.317 6,7% -2,8%
Elettricità – elettronica 10.646 24,5% 0,1% 97.090 19,5% 3,2%
Macchine e app. meccanici 4.198 9,7% -2,8% 103.157 20,7% 4,4%
Mezzi di trasporto 760 1,7% 1,7% 20.806 4,2% 2,0%
Altro manifatturiero 6.068 14,0% 1,7% 27.872 5,6% -3,6%
Totale 43.474 100,0% -0,5% 498.378 100,0% 1,7%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Per ciò che riguarda il sistema delle imprese dal punto di vista della loro tipologia si assiste alla flessione numerica delle cooperative seppure esse siano in crescita dal punto di vista degli addetti, il 14% degli occupati in Emilia-Romagna lavora infatti in una società cooperativa.

Le difficoltà delle imprese di piccola dimensione si leggono anche dalle difficoltà delle imprese artigiane, laddove il numero delle imprese diminuisce del 1% pur mantenendo inalterati i livelli occupazionali. L’artigianato, nonostante i risultati non positivi conseguiti nel 2018, rimane comunque un elemento fondamentale dell’economia regionale occupando il 17% dei lavoratori.

 

 

Imprese attive nel 2018, incidenza sul totale e variazione rispetto all’anno precedente.

IMPRESE PER FORMA GIURIDICA

 

Imprese Quota imprese Quota addetti Variazione imprese Variazione addetti
Imprese individuali 228.273 56,4% 18,5% -1,2% -0,3%
Società di persone 77.147 19,1% 15,2% -2,5% -1,0%
Società di capitale 89.642 22,2% 51,2% 3,7% 3,6%
Cooperative 5.006 1,2% 13,7% -1,7% 0,6%
Consorzi e altro 4.444 1,1% 1,5% 0,4% 1,5%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive nel 2018, incidenza sul totale e variazione rispetto all’anno precedente.

IMPRESE ARTIGIANE

 

Imprese Quota imprese Quota addetti Variazione imprese Variazione addetti
Artigiane 127.456 31,5% 17,3% -1,0% 0,0%
Non artigiane 277.056 68,5% 82,7% -0,1% 3,2%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive nel 2018, incidenza sul totale e variazione rispetto all’anno precedente.

IMPRESE ARTIGIANE

 

  Imprese Quota imprese Quota addetti Variazione imprse Variazione addetti
Straniera 48.162 11,9% 6,0% 3,0% 4,9%
Italiana 356.350 88,1% 94,0% -0,8% 2,5%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

 

 

 

 

Venendo al settore esportazioni a fronte dell’incremento a livello nazionale del 3,1% le performances dell’Emilia-Romagna registrano un incremento del 5,2%, in particolare, dal 2013 al 2015 hanno avuto un incremento del 5% a trimestre, “diversamente, nel corso del 2016 la dinamica di crescita ha segnato una contrazione e le esportazioni sono aumentate a ritmo decisamente inferiore rispetto a quanto avvenuto nei treni anni precedenti. Il 2017 ha fatto registrare un ulteriore balzo delle esportazioni regionali, facendo sfiorare il +10% al primo e quarto trimestre, e generando complessivamente nell’anno +6,7%. Dal punto di vista merceologico, i settori che nel 2017 hanno fatto registrare i maggiori incrementi delle proprie esportazioni sono: metalli e prodotti in metallo, ed in generale tutta l’area della meccanica, gli apparecchi elettronici ed ottici, la chimica e la moda. Dal punto di vista geografico tutte le aree hanno mostrato ottime performance ad eccezione dell’Africa. Nel corso dei primi sei mesi del 2018 è proseguita di fatto la tendenza molto positiva del 2017, i primi due trimestri dell’anno in corso assomigliano infatti al periodo precedente sia per l’intensità della crescita che per i settori che hanno contribuito a determinarla”[9].

Analizzando i dati forniti da Unioncamere Emilia-Romagna nel suo Rapporto sull’economia regionale del 2018 emerge quanto l’export dal 2008 si sia maggiormente indirizzato verso l’Asia e l’America. Le esportazioni verso l’Asia, nel decennio 2008-2018, passano da 12,7% al 14,3%  del totale, mentre per ciò che riguarda l’America, sempre nello stesso periodo, esse passano dal 11,5% al 14,2% del totale dei beni esportati dalla regione. Questo aumento, almeno per ciò che concerne gli USA, rischia di essere suscettibile di cambiamenti dovuti al rischi della potenziale guerra commerciale sui dazi tra Stati Uniti e Cina.

Le esportazioni emiliano-romagnole verso i paesi del Vecchio Continente nel 2018 hanno segnato un incremento del 5% rispetto all’anno precedente, fra i dati spicca l’aumento del 14,4% delle esportazioni verso il Regno Unito, verso Romania e Austria dove in entrambi i casi l’aumento è del 9,6%. L’export verso il maggior partner commerciale emiliano-romagnolo, la Germania, incrementano del 6,1%, in un quadro sostanzialmente positivo si colloca il risultato nei confronti della Francia (5%).

Passando alle dolenti note non si può non riportare il risultato negativo per ciò che riguarda la Russia (-1,5%) e ancora maggiore è il risultato negativo dell’export nei confronti della Turchia (-15,0%), la gravità di quest’ultimo dato è da ricondurre alla crisi valutaria che ha portato ad un’importante svalutazione della divisa nazionale.

Nell’arco del 2018 incrementano le esportazioni verso Canada del 4,3% e seppure nel 2018 si registri un calo del 5,1% rispetto all’anno precedente il dato dell’export con il Messico assume toni clamorosi se rapportato con il 2008 dove il dato aumenta del 72,9%.  Sempre nel confronto con il 2008 le performance potrebbe essere definita strepitosa per ciò che riguarda le esportazioni con la Cina dove il dato in un decennio cresce del 123%.

 

 

Esportazioni dell’Emilia-Romagna per settori di attività.

Gennaio-settembre 2017 e 2018. (Valori in euro)

Merce 2017 gen-sett 2018 genn-sett

(provvisorio)

Var. %

2017 – 2018

Var. %

2008-2018

Peso % 2018 Trend Peso % 2008-2018
Agricoltura, silvicoltura e pesca 689.382.705 689.837.361 0,4 12,2 1,5 -12,1
Prodotti da estrazione minerali 10.830.341 12.481.070 15,2 -56,7 0,0 -66,1
Prodotti alimentari, bevande e tabacco 3.965.999.594 4.126.973.111 4,1 71,0 8,8 34,0
Prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori 5.025.255.055 5.223.815.302 4,0 41,2 11,2 10,6
Legno e podotti in legno carta e stampa 347.720.308 366.877.798 5,5 5,1 0,8 -17,7
Coke e prodotti petroliferi raffinati 23.149.500 34.674.660 49,8 -19,8 0,1 -37,2
Sostanze e prodotti chimici 2.491.899.136 2.542.617.601 2 34,6 5,4 5,4
Articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici 825.598.483 918.800.588 11,3 106,3 2 61,6
Articoli in gomma e materie plastiche altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi 4.607.856.141 4.511.865.029 -2,1 16,3 9,7 -8,9
Metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti* 3.397.703.645 3.659.346.080 7,7 20,8 7,8 -5,4
Computer, apparecchi elettronici e ottici * 1.156.418.482 1.287.655.715 11,3 81,1 2,8 41,9
Macchinari ed apparecchi in c.a. 12.836.558.775 13.493.202.157 5,1 14,1 28,9 -10,7
Mezzi di trasporto 5.083.757.013 5.345.098.628 5,1 25,0 11,5 -2,1
Settori riconducibili alla meccanica* 24.742.412.383 26.199.378.108 5.9 20,7 56,1 -5,4
Prodotti delle altre attività manifatturiere 1.352.926.977 1.466.260.758 8,4 19,5 3,1 -6,4
Totale attività manifatturiere 43.382.817.579 43.391.262.985 4,6 27,3 97,2 -0,3
Energia elettrica, gas, vapore e aria cond. 2.404 0 n.a. n.a. n.a. n.a.
Trattamento rifiuti e risanamento 112.772.613 103.697.953 -8,0 34,6 0,2 5,5
Prodotti, attività dei servizi di informazione e comunicazione 149.275.613 235.693.797 57,9 32,7 0,5 4,0
Prototti delle attività professionali, scientifiche e tecniche 210.918 438.244 107,8 230,5 0,0 -45,8
Prodotti delle altre attività di servizi //// //// //// //// //// ////
Provviste di bordo, merci di ritorno o respinte, varie 13.730.679 240.789.841 n.a. n.a. 1862,4
 

Totale

 

44.365.805.225 46.680.106.837 5,2 27,7 100 0,0

 

 

Esportazioni dell’Emilia-Romagna per mercati di sbocco.

Gennaio – Settembre 2017 e 2018. (Valori in euro.)

Territorio (Paese) 2017 gen-set 2018 gen-set

(provvisorio)

Var %

2017-18

Var%

2008-18

Peso %

2018

Trend peso 2008-18
Francia 4.925.360.617 5.172.883.480 5,0 30,8 11,1 2,5
Paesi Bassi 1.129.966.553 1.219.222.247 7,9 31,7 2,6 3,2
Germania 5.633.672.302 5.979.067.778 6,1 32,0 12,8 3,4
Regno Unito 2.756.147.535 3.151.890.932 14,4 56,8 6,8 22,9
Spagna 2.268.396.414 2.335.598.845 3,0 9,0 5,0 -14,6
Belgio 1.101.437.726 1.138.692.091 3,4 18,6 2,4 -7,1
Norvegia 192.342.878 212.292.653 10,4 20,3 0,5 -5,7
Svezia 586.469.096 611.914.652 4,3 42,3 1,3 11,5
Finlandia 194.694.606 211.078.838 8,4 2,5 0,5 -19,7
Austria 960.460.096 1.073.782.950 9,5 16,6 2,3 -8,7
Svizzera 913.443.816 976.588.027 6,9 -7,8 2,1 -27,8
Turchia 812.736.979 691.196.020 -15,0 13,5 1,5 -11,1
Polonia 1.430.512.592 1.480.068.440 3,5 59,0 3,2 24,6
Slovacchia 234.542.010 268.371.522 14,4 53,3 0,6 20,1
Ungheria 408.727.694 414.799.145 1,5 20,5 0,9 -5,6
Romania 715.557.357 776.663.849 8,5 26,4 1,7 -0,9
Bulgaria 210.785.378 231.844.850 10,0 6,7 0,5 -16,4
Ucraina 169.502.670 213.416.501 25,9 -28,4 0,5 -43,9
Bielorussia 38.308.886 58.682.664 53,2 -7,4 0,1 -27,5
Russia 1.090.727.007 1.074.132.070 -1,5 -29,8 2,3 -45,0
Serbia 107.742.984 121.704.748 13,0 7,4 0,3 -15,8
EUROPA 29.369.398.010 31.140.697.975 5,0 21,6 66,7 -4,8
Marocco 134.510.069 140.575.653 4,5 13,3 0,3 -32,1
Algeria 352.761.116 328.734.451 -6,8 42,4 0,7 11,5
Tunisia 155.371.024 165.726.036 6,7 15,1 0,4 -33,5
Egitto 224.548.852 227.233.846 1,2 -26,7 0,5 .42,6
Sud Africa 252.094.947 242.614.506 -3,8 1,5 0,5 -20,5
AFRICA 1.498.844.501 1.555.537.864 3,8 -3,2 3,3 -24,2
Stati Uniti 4.265.410.557 4.538.852.051 6,4 66,1 9,7 30,1
Canada 454.501.701 474.098.962 4,3 53,0 1,0 19,9
Messico 455.328.713 428.947.338 -5,8 72,9 0,9 35,5
Brasile 398.526.251 387.163.713 -2,9 25,6 0,8 -1,6
Argentina 176.482.606 167.564.182 -5,1 33,1 0,4 4,3
AMERICA 6.294.034.129 6.624.272.162 5,2 58,2 14,2 23,9
Iran 233.495.139 168.152.257 -28,0 -39,4 0,4 -52,6
Israele 263.707.769 247.525.091 -6,1 65,6 0,5 29,8
Ar. Saudita* 389.423.687 316.258.745 -18,8 -9,7 0,7 -29,3
E.A.U.** 404.895.051 363.828.089 -10,1 16,9 0,8 -34,9
India 400.922.508 431.576.526 7,6 30,9 0,9 2,6
Indonesia 154.660.830 159.341.663 3,0 80,2 0,3 41,1
Singapore 117.823.880 171.367.560 15,0 7,8 0,1 16,6
Filippine 100.233.173 113.885.644 13,6 248,9 0,2 173,3
Cina 1.307.032.445 1.401.293.556 7,2 123,0 3,0 74,7
Sud Corea 350.408.597 391.321.440 11,7 68,7 0,8 32,1
Giappone 757.129.301 833.502.314 10,1 55,3 1,8 21,7
Taiwan 151.383.341 146.853.847 -3,0 76,2 0,3 38,0
Hong Kong 531.050.931 503.505.770 -5,2 63,5 1,1 28,1
Macao 13.773.073 19.885.443 44,4 801.8 0,0 606,4
ASIA 6.572.337.875 6.663.058.395 1,4 43,6 14,3 12,5
Australia 525.293.287 586.811.346 11,7 41,2 1,3 10,6
Nuova Zelanda 80.297.242 79.937.884 -0,4 27,0 0,2 -0,5
OCEANIA 623.190.710 696.540.442 10,2 34,6 1,5 5,5
 

MONDO

 

44.366.805.225

 

46.680.106.837

 

5,2

 

27,7

   

 

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Istat, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna

*Arabia Saudita; ** Emirati Arabi Uniti

 

 

In conclusione l’economia regionale ha dimostrato si saper attuare un cambiamento riorientando le proprie esportazioni verso paesi extra UE, paesi che, come la Cina, hanno francamente subìto meno le conseguenze della crisi economica. Ma, al tempo stesso, si profilano delle nubi all’orizzonte se teniamo in considerazione le possibili conseguenze della guerra commerciale paventata dagli USA nei confronti della Cina e a repentaglio ci sono anche gli incoraggianti risultati della vendita di prodotti emiliano-romagnoli al Regno Unito a causa della Brexit.

Vi è poi da considerare che gli economisti si stanno interrogando da tempo sul rallentamento – transitorio o permanente? – del commercio mondiale. Jeffrey Frenkel lo riconduce a tre cause “in primo luogo l’estensione e la frammentazione della catena glovale del valore sarebbe ormai arrivata al livello massimo reso possibile dall’attuale paradigma tecnologico. (…) In secondo luogo, si starebbe ormai esaurendo la spinta propulsiva sugli scambi internazionali generata dall’entrata di nuovi attori nel commercio mondiale, che si è avuta soprattutto a seguito dell’integrazione delle economie ex-comuniste e della Cina nel WTO. La Cina sarebbe poi protagonista del terzo mutamento di scenario in corso: il riorientamento dell’economia cinese verso la domanda interna ed i servizi starebbe determinando un minor contributo del gigante asiatico alla crescita degli scambi internazionali, anche in considerazione fatto che il commercio mondiale possiede una elasticità sulla produzione di servizi molto più contenuta rispetto a quella che ha sulla produzione manifatturiera. Per non parlare del rallentamento della velocità di crescita del gigante asiatico, molto lontana dalle medie del 10 per cento annue raggiunte negli anni passati”[10].

Se confermato questo scenario, potrebbe avere evidenti ripercussioni per un territorio come quello dell’Emilia-Romagna che sulle esportazioni ha costruito una buona parte delle proprie fortune economiche.

[1] Ires Toscana-Prometeia Scenari Economie Locali, Ottobre 2018  In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna

[2] Ires Toscana-Prometeia ibidem

[3]In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 43

[4] In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 43

[5]Ibidem, pagg. 45-46

[6]In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 47

[7]Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 47

[8] Rapporto sull’economia regionale 2018, Unioncamere e Regione Emilia-Romagna, a cura del Centro studi e monitoraggio dell’economia di Unioncamere Emilia-Romagna, dicembre 2018, pag.

[9] Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 51

[10] Rapporto sull’economia regionale 2018, Unioncamere e Regione Emilia-Romagna, a cura del Centro studi e monitoraggio dell’economia di Unioncamere Emilia-Romagna, dicembre 2018, pag. 73

Contrassegnato da tag , ,

Il collateralismo

Di Eugenio Pari

La comparsa sulla del movimento operaio, pone in termini nuovi il tema dell’organizzazione politica. I partiti socialisti che si affacciarono  sul palco della storia alla fine dell’Ottocento sono una formazione addirittura successiva a forme che il proletariato si era dato in precedenza come le cooperative e il sindacato.

Il movimento cooperativo, non è però esclusività del movimento operaio, rappresenta il tentativo di una risposta a problemi concreti che attraversava il proletariato ed assume caratteristiche diverse in Europa, per esempio: in Inghilterra, dove le prime cooperative risalgono agli anni ’30 dell’Ottocento, si svilupperà intorno alla cooperazione di consumo; in Germania sarà principalmente cooperazione in tema di credito e quindi bancaria e di ispirazione soprattutto cristiana. In Italia, e nella Valle Padana, culla del movimento cooperativo italiano,  saranno innanzitutto le cooperative di produzione lavoro e sebbene il movimento socialista vedrà nella cooperazione uno dei principali strumenti attraverso cui applicare la propria linea politica a livello municipale, la cooperazione di impronta cattolica sarà molto importante in primo luogo quella bancaria attraverso il credito popolare. Vi era nel socialismo riformista un primato delle organizzazioni parallele rispetto al partito, questo primato verrà invertito nel Secondo Dopoguerra dove al centro ci sarà essenzialmente il PCI.

Anderlini definisce il collateralismo come

“modello di relazioni coessenziale al primato dei partiti e perdurato, seppure perdendo di forza, per tutto il corso della Prima Repubblica” (2006).

La strutturazione dei partiti prevedeva “cinghie di trasmissione”, le organizzazioni che componevano questi “ingranaggi” non erano affatto una longa manus dei comunisti nella società, inoltre non erano esclusivo patrimonio del PCI che, comunque, con il concorso dei socialisti alimentava questa struttura rendendola capillare  e di massa.

La DC, per esempio,

“non era da meno: non solo le organizzazioni innervate sulle parrocchie, ma la CISL, le cooperative bianche, la Coldiretti e altro, ivi comprese le banche rurali e le casse popolari sparse per tutto il Paese. (…) Grandi o piccoli che fossero tutti i partiti, ivi compresi quelli della tradizione liberal-borghese, erano strutturati secondo le forme classiche di integrazione democratico sociale di massa”[1].

Trattare del “modello emiliano”, in particolare della fase del suo apogeo, senza trattare il tema del collateralismo sarebbe discorso lasciato a metà, un discorso che parla si del ruolo egemone e di “regia” del PCI, ma che non riesce a spiegare fino in fondo il modo in cui, effettivamente, il Partito comunista riuscisse a mantenere e sviluppare questo ruolo centrale nel sistema economico-sociale dell’intera regione.

Nella Conferenza organizzativa del 1959 il PCI si affermava un concetto fondamentale nell’ottica di contrasto ai monopoli e al ruolo che il “sistema PCI” poteva svolgere:

“in Emilia-Romagna può svilupparsi una intesa permanente fra organizzazioni sindacali dei lavoratori ed associazioni cooperative, artigiane e di ampi settori dell’industria non monopolistica, volta appunto ad attuare una nuova’ redistribuzione del reddito ed un impulso agli investimenti produttivi, con la limitazione e la liquidazione dei superprofitti di monopolio”[2].

Il movimento cooperativo a partire dagli anni ’70 allenterà questo legame, raggiungendo contestualmente risultati economici e produttivi di maggior rilievo rispetto alla fase in cui, fondamentalmente, era una propaggine del Partito.

Risultati immagini per guido fanti

Guido Fanti (a sinistra) con Giuseppe Dozza

Anche il Sindacato allargherà la “cinghia di trasmissione”, nel caso del movimento cooperativo, per quanto riguarda il sistema Legacoop, così come nel caso della CGIL il rapporto tra PCI prima e con i partiti da esso discendenti come il PDS, i Ds e in parte il PD il legame non si interromperà mai del tutto, subirà di certo modifiche ma non sarà mai interrotto soprattutto perché sia dirigenti del mondo cooperativo collegato a Legacoop, sia i dirigenti della CGIL in buona parte avevano e hanno in tasca la tessera di quei partiti e, in misura minoritaria, quella del fu PSI.

Questo fatto, a mio avviso, non fu negativo e non lo sarebbe nemmeno in linea di principio, in quanto è vero che i dirigenti del Sindacato e della Cooperazione vissero una sorta di dipendenza nell’individuazione dei rispettivi gruppi dirigenti rispetto al PCI, che, comunque, si assumeva anche il compito della formazione generale dei quadri, ma queste organizzazioni troveranno nel PCI un importantissimo interlocutore in grado di assumersi il compito di portare a sintesi politica le questioni del sindacato e del mondo della cooperazione. Questo rapporto osmotico non era unidirezionale, dal PCI alle organizzazioni collaterali, bensì anche da queste in direzione del Partito. Le cooperative e la CGIL erano le “antenne” del Partito nella società, erano una vera e propria cartina di tornasole rispetto a ciò che si muoveva nella società e alla capacità di tradurla in una linea politica da parte del Partito.

Guido Fanti parla del contributo attraverso

“progetti e realizzazioni che le organizzazioni sindacali, cooperative, artigiane, commerciali e associative di Bologna e della regione, con il supporto del PCI e del PSI, portarono come contributo essenziale alla costruzione, in pochissimi anni, del ‘modello emiliano’. Una dote ricca di progettazione e investimenti produttivi, di nascita ed espansione di migliaia di ditte artigiane e commerciali e di società Cooperative, con la costruzione di circa 100.000 nuovi posti di lavoro, che si univano a quelli creati dalle attività e dalle opere d’interesse pubblico di comuni e province. L’Emilia-Romagna divenne, così, terra di lavoro per migliaia di disoccupati del Veneto, delle Marche e delle pianure padane lombarde e piemontesi.”[3]

Il collateralismo ha avuto quindi una funzione importante nella strategia dei comunisti italiani, come ha scritto Anderlini con particolare riferimento alla cooperazione:

“se c’è del marcio in Danimarca, esso va ricercato non nel collateralismo, ma in ciò che si è sedimentato dopo la sua eclissi naturale: capi di antica nomina politica che una volta emancipati dal controllo possono essere tentati a trasformare le imprese in feudi, seguendo la via postsovietica al capitalismo, ed entristi ormai liberi di arrampicarsi altrove facendo delle coop la pista di lancio”[4].

Citando Mario Tronti, possiamo affermare che l’organizzazione collaterale fu il tentativo di una classe di farsi Stato e strumento di acquisizione della coscienza di classe:

“il passaggio del proletariato a classe operaia, da classe in sé a classe per sé, di classe a coscienza di classe per mezzo dell’organizzazione. Il capitalismo industriale per superare questa sua interna contraddizione ha dovuto superare sé stesso: andando incontro incontro alle sue nuove contraddizioni che oggi lo affliggono. È su queste ultime che oggi andrebbe centrato il conflitto. Ma potrebbe farlo solo chi si facesse consapevole erede di quella storia: forme di lotta, esperienze collettive, solidarity for ever, tutto il potere ai soviet, e prima mutualismo, associazionismo, cooperazione, e poi sindacato e poi partito fino al tentativo di farsi Stato. E patrimonio ideale, sistema di pensieri, rigorosa teoria, concezione del mondo e della vita, il tutto scoperto, praticato, elaborato con passione e realismo, due dimensioni da riaccostare dentro ognuno di noi. Un cammino luminoso che tutte le ombre in seguito accumulatesi non riescono ad oscurare. Io non capisco, (…), perché – se nel momento drammatico del crollo, almeno nei lunghi anni a seguire – non l’abbiamo messa su questo piano”[5].

Perché, in sostanza, queste organizzazioni che erano comunque originate da ideali di

Image result for Renato Zangheri Guido Fanti

 

Da sinistra: Giuseppe Dozza, Renato Zangheri e Guido Fanti

 

giustizia sociale e trasformazione del mondo, a un certo punto hanno deliberatamente deciso di venire a meno a questo impegno? Come mai il mondo della cooperazione, e non parlo di quelle false dietro le quali si nascondono spesso condizioni di lavoro infami, hanno prodotto deviazioni mercantili come nel caso della scalata BNL operata nel 2005 da Consorte (il caso di Buzzi e della cooperativa 29 settembre, a mio avviso non ha nulla a che vedere con questo ragionamento e riguarda solo vicende giudiziarie)? È stata solo la reazione di rispondere alla stringente necessità di unire i principi sociali alle esigenze di bilancio, ovvero la questione delle questioni per le cooperative di essere capaci di unire solidarietà e capacità gestionali, di saper trasmettere un valore sociale e per farlo chiudere senza perdite i bilanci delle cooperative? Oppure è stato un venir meno alla propria funzione storica passando dall’altra parte, dalla parte di quelli da cui ci dovevamo difendere ovvero il capitale? Toschi ne parla in questo modo, dando un segnale del fatto che il mondo della cooperazione, nella sua maggioranza, ha ancora sani e robusti anticorpi, e io ne sono convinto:

“Non possiamo, e anche se potessimo non dobbiamo, liberarci della nostra storia, delle nostre storie così diverse eppure così uguali. La nostra è stata una storia di lotta, di divisioni, di discussioni non solo verso ‘gli altri’ ma al nostro interno e nella lotta e nelle avversità siamo cresciuti fino a divenire quello che siamo oggi. Dobbiamo quindi comprendere per progredire, per costruire su fondamenta solide e riconoscibili – le nostre fondamenta – perché solo se ci ri/conosciamo, se ci ri/troviamo, se ci ri/comprendiamo possiamo conoscere, attraverso noi stessi, anche gli altri, discutere con loro, apprezzare le loro idee e i loro progetti e costruire possibili sintesi che ci possano portare a convergere nel ‘punto marxiano’ (…) [del]: miglioramento delle condizioni di vita”[6].

La classe dirigente dell’organizzazione cooperativa ha tratti anche psicologici che ne spiegano la trasformazione, secondo Anderlini:

“nella querelle che ha accompagnato la scalata BNL, ad esempio, mi ha colpito l’insistenza con cui Fassino ha richiamato la potenza economica delle coop e il loro ‘non essere più quelle di una volta’”

stessi concetti espressi da esponenti di Legacoop, affermazioni che, proseguiva Anderlini, sono realistiche ma

ideologicamente ambigue[a] e, soprattutto, psicologicamente rivelatrici di un’ansia di neo-accreditamento, tipica del complesso d’inferiorità del parvenu, il quale tende a rimuovere la sua origine, anziché farsene un vanto. Di nuovo il complesso, tipicamente trans-comunista, dei ‘figli di un Dio minore’. La faccia perversa e marranesca assunta, dopo la decadenza, del senso aristocratico della diversità comunista. In questo, molti cooperatori, sono emblematici come più non si potrebbe del trans-comunismo”[7].

Nella cooperazione lo sforzo di disinfrancarsi non solo dal rapporto con il Partito, che nell’ottica del movimento operaio, insieme al Sindacato compone lo stesso, può significare anche un allontanamento dalla propria cultura di partenza, nello sforzo di produrre un modernizzazione affidata ad un management attinto dall’esterno dell’impresa cooperativa come in qualsiasi alta SpA. Ciò, è vero, permette maggiori competenze dal punto di vista gestionale e risposte più contingenti alle necessità economico-finanziarie, ma forse queste figure dirigenziali non tengono nella dovuta considerazione la funzione sociale, di trasformazione sociale, propria del movimento cooperativo magari ignorando, per non dire non condividendo, proprio la cultura di partenza che in fin dei conti si innerva nella storia del movimento operaio e degli strumenti (fra cui proprio la cooperazione) che esso ha utilizzato nella lotta per la propria emancipazione.

Parlando del ruolo della cooperazione Sergio Costalli ha sottolineato la necessità di tornare

“a comprendere meglio (…) lo stretto rapporto che esiste tra il nostro operare quotidiano e i bisogni, i desideri e la partecipazione democratica, nel senso più vasto del termine, del corpo sociale e dei cittadini”[8].

[1] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pagg. 112-113

[2] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 81

[3] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 96

[4] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 169

[5] M. Tronti con A. Bianchi, Il popolo perduto. Per una critica della sinistra., Edizione Nutrimenti, Roma, 2019, pagg. 24-25

[6] L. Toschi, in S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 6

[7] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 113

[8] S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 29

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Dall’industria al producer’s services. Il cambio di riferimento sociale della sinistra

Di Eugenio Pari

L’Emilia – Romagna non è sempre stata una regione industrializzata, per un lungo periodo la sua principale vocazione era prevalentemente rurale. L’economia della regione dal punto di vista industriale, ancora nel secondo dopoguerra, era molto indietro rispetto non solo alla Lombardia o al Piemonte, ma anche rispetto al Veneto, alla Toscana e alle Marche.

L’industrializzazione se comparata con regioni come il Veneto e la Lombardia, vedrà un avvicinamento dell’Emilia – Romagna rispetto alla prima solo sul finire degli anni ’30, mentre il distacco con la Lombardia rimarrà pressoché doppio.

Occupati nell nell’industria manifatturiera come percentuale degli addetti totali*[1]

 

Emilia Romagna Lombardia Veneto
1901** 4 15,1 10,0
1911 9,9 23,2 12,9
1938 15,8 33,4 17,4
1961 27,6 44,4 24,1
1981 42,4 44,2 37,6
2001 28,6 29,2 32,4

 

Il distacco con le regioni maggiormente industrializzate di colmerà, rendendo i le percentuali sostanzialmente omogenee, allorquando le regioni del “Triangolo industriale”, ovvero la Liguria con Genova, il Piemonte con Torino e la Lombardia con Milano, tutti centri con grandi produzioni industriali, cominceranno a trasferire produzioni o segmenti di produzioni nella regione e nella cosiddetta “Terza Italia” ovvero le regioni dell’Italia centro settentrionale.

Nel periodo che va dalla fine degli anni ’70 l’Emilia – Romagna si trova di fronte a Risultati immagini per modello emilianoproblemi di sviluppo economico di tipo nuovo, non solo dettata dalla crisi petrolifera di quel periodo e dalla conseguente crisi economica culminata in una fase di recessione, ma dal dover organizzare, portare a sistema, quel modello di sviluppo economico che ha preso già ha preso forma nei territori, ovvero il modello dei distretti. L’Emilia – Romagna lo fa, ricorrendo alle proprie risorse sociali e politiche.

L’economia di distretto vede una “cabina di regia” a livello istituzionale nella Regione, istituita nel 1970, la quale si fa promotrice di proposte e soluzioni integrate.

Adottando di fatto soluzioni eterodosse rispetto alla propria cultura di appartenenza e riportando “lo sviluppo industriale dell’Emilia – Romagna all’interno dello schema analitico togliattiano”[2], trovando un collante socio – politico nell’azione del Pci che, come detto, in linea con la lezione togliattiana sull’alleanza con il ceto medio, agì anche nei confronti del sindacato in funzione mediatrice rispetto alle istanze salariali dei lavoratori. La contropartita ottenuta dal movimento dei lavoratori sarà, come noto, lo sviluppo del welfare locale e dei servizi pubblici considerati quali elementi di salario accessorio volti a colmare il gap salariale che sussisteva per esempio con i lavoratori di Torino e Milano.

A questo punto è importante riportare un passaggio che definisce il concetto di distretto industriale:

“Marshall riteneva che, in alcuni settori manifatturieri, la produzione  potesse essere organizzata in maniera efficiente sia raggruppando tutte le fasi del ciclo produttivo in un’unica  grande fabbrica, sia distribuendole tra un gran numero di piccoli laboratori indipendenti, ciascuno dei quali specializzato soltanto in una o in poche di esse (…)”[3].

Il tessuto produttivo manifatturiero regionale sarà caratterizzato dalle dimensioni ristrette delle aziende, all’incirca il 60% delle imprese al di sotto dei cinquanta addetti a cui aggiungere un 35% di imprese con un numero di dipendenti compreso tra cinquanta e cinquecento unità e quindi considerato nella fascia delle “medie imprese”.

La frammentazione e la scarsa dimensione del sistema produttivo poneva evidenti problemi non solo di integrazione, ma anche di capacità di innovarsi. Di questo problema, come accennato in precedenza, si fanno carico la Regione e il sistema di governo locale attraverso il Piano di sviluppo regionale del triennio 1982 – 85 che alle tradizionali azioni urbanistiche sulle aree per gli insediamenti produttivi affianca

“la creazione di centri di servizi reali alle imprese (…). Ciò permise alle imprese non solo dell’industria, ma anche dell’agricoltura, della maglieria così come del turismo nell’area romagnola di non vivere una situazione di isolamento e non solo perché intrecciate in un sistema” quello distrettuale appunto “ma anche perché sostenute da servizi esterni all’impresa e interni al sistema di relazioni a cui potevano fare ricorso: quelli offerti dalle associazioni e dalle amministrazioni locali”[4].

Nell’ottica di collaborazione fra piccoli imprenditori e lavoratori, oltre ad essersi generata una sostanziale pax sociale, è prevalsa anche una logica “delle esenzioni”, laddove la politica

“ha creato a favore di una quota significativa del lavoro autonomo e delle imprese di piccole dimensioni un regime speciale di sgravi fiscali, di semplificazione delle procedure amministrative e di agevolazioni creditizie (Arrghetti – Serravalli 1997, p. 343)”[5]

Ma le “facilitazioni”, non sono andate unicamente nella direzioRisultati immagini per modello emilianone dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori, come detto, la pragmaticità della classe politica emiliano – romagnola, in particolare il gruppo dirigente del Pci, considerato sia quello propriamente partitico che gli amministratori locali, subordinati al primo in tutta la fase di costruzione del “modello emiliano” hanno avviato un

“processo di crescita, fornendo beni collettivi che ne hanno ridotto i costi economici e sociali, tanto per gli imprenditori (attraverso misure di sostegno allo sviluppo e politiche sociali), i governi locali hanno reso possibile un compromesso sociale basato, da un lato, sull’elevata flessibilità dell’economia e, dall’altro, sul controllo dei costi e la redistribuzione dei benefici portati dallo sviluppo industriale. In questo senso la regolazione politica, insieme alle reti parentali e comunitarie – il cosiddetto “capitale sociale” ndr – hanno mitigato l’azione del mercato favorendo non solo la coesione sociale ma anche la flessibilità e l’innovazione tecnologica.”[6]

Il delicato nesso tra sviluppo economico e sviluppo democratico, tra benessere materiale e benessere sociale, vera e propria cifra del “modello emiliano” a partire dagli anni ’60 si reggeva, in ultima analisi, sulla capacità di programmazione e di “fare politica” di enti locali e Regione, oltre che sull’azione sindacale.

Alla produzione industriale si sostituisce via via un’economia basata sui servizi, questo passaggio avviene in maniera precoce, sul finire degli anni ‘70, precoce almeno rispetto al panorama nazionale e continentale in quel periodo ancora fortemente incentrato sulla produzione industriale di stampo fordista. Un altro aspetto è la peculiarità della sostituzione dell’economia dei servizi a discapito di quella incentrata sulla produzione industriale come riporta Fausto Anderlini:

“in Emilia – Romagna la transizione post – moderna – cioè il passaggio a un’economia dove la componente manifatturiera, che pure resta una vocazione per nulla secondaria nella matrice regionale, è sopraffatta dai servizi urbani in generale, e dai producer’s services in particolare – si è affacciata precocemente (sulla fine dei ’70 e ha avuto modalità più penetranti che altrove. Hanno giocato a favore due aspetti: il carattere verticalmente disintegrato dell’industria (emiliano – romagnola, ndr), già post – fordista nella sua intima costituzione, e il tenore avanzato dall’armatura urbana”[7].

Quindi il passaggio dall’economia fordista, che, stando ad Anderlini, fordista fino in fondo non è mai stata, a quella post – moderna, basata sui servizi avviene nella nostra regione prima che in altre parti d’Italia. Le caratteristiche della produzione fortemente “disintegrata” non solo nelle dimensioni, come abbiamo visto, ma anche sul territorio favoriscono questo modello che verrà poi definito di new economy. Il policentrismo della regione Emilia – Romagna, l’alto numero di città di dimensioni al di sopra dei centomila abitanti ha favorito una vocazione dei centri urbani a “fare da se’” non solo dal punto di vista della caratterizzazione industriale, ma anche delle vocazioni economiche, contribuendo a portare la regione ad un alto livello di differenziazione produttiva, dove “l’area metropolitana bolognese” rappresentava, stando ad Anderlini, il “momento topico”.  Queste

“attività  post-moderne, inoltre, hanno preso spunto dagli ingredienti del modello sociale messo a punto nell’era industriale, mettendosi a loro servizio: manifattura diffusa, economia cooperativa, welfare locale, sistema istituzionale e culturale, funzione trainante dei consumi culturali (Anderlini, Gennari, 2003). Il risultato è stato una ‘via’ alla terziarizzazione con un proprio imprintig sociale, in linea evolutiva densa e continua. Ne è comunque derivato uno spostamento profondo della gravitazione sociale, con l’emersione di una vasta e multiforme classe media a forte vocazione intellettuale”[8].

Questo passo di Anderlini è fondamentale: il progressivo passaggio da un’economia incentrata sulla produzione ad un’economia incentrata sui servizi, ha determinato, evidentemente, una mutazione sociale con la diminuzione dei lavoratori impiegati nell’industria e il corrispondente aumento dei lavoratori “intellettuali” impiegati nei servizi. Questa sostituzione, sebbene ancora oggi rimanga forte il numero dei lavoratori legati alla produzione dell’industria, ha parallelamente modificato anche i caratteri sociali della sinistra sempre più riferimento dei cosiddetti lavoratori intellettuali e ad essi riferita. Ciò, ha di conseguenza, determinato uno spostamento geografico del consenso e della militanza. Dalle periferie, prevalentemente industriali, delle città ai centri storici densamente abitati dalle classi abbienti e medie a cui, nella maggior parte, possono ascriversi i lavoratori intellettuali. Su questo passaggio è importante riportare un altro passaggio di Anderlini:

“le attività post-moderne, (…), hanno preso spunto dagli ingredienti del modello sociale messo a punto nell’era industriale, mettendosi a loro servizio: manifattura diffusa, economia cooperativa, welfare locale, sistema istituzionale e culturale, funzione trainante dei consumi culturali (…). Oggi il gruppo dominante nel campo del centro – sinistra è esattamente costituito da questa vasta e ramificata classe media urbana, che ha preso il posto che sino ai ’70 era occupato dalla classe operaia e da una parte dei ceti produttivi autonomi (artigiani e piccoli imprenditori di estrazione operaia), con le loro tipiche espressioni istituzionalizzate di capitale sociale. La trasformazione post-moderna non ha tratto la regione dal suo calco politico, tanto che la transizione sociale sembra essere avvenuta secondo la stessa continuità che aveva assecondato la trasformazione dalla società agraria a quella urbano-industriale.”[9]


[1] 1901-81: Zamagni, Una vocazione industriale diffusa, cit., tab. 2; 2001: Istat, Censimento generale dell’industria e dei servizi, Roma, Istat, 2001. * La tabella riporta la percentuale degli addetti all’industria manifatturiera risultanti dai censimenti industriali sugli attivi totali risultanti dai censimenti della popolazione. Questo metodo esclude dal nominatore tutti gli attivi rilevati dai censimenti della popolazione che esercitavano lavori precari, svolgevano attività temporanee o erano disoccupati e che non compaiono nei censimenti industriali. ** Per il 1901 vengono computati al numeratore gli addetti alle attività manifatturiere rilevati dall’inchiesta industriale svolta nelle province italiane tra il 1888 e il 1897 e i cui risultati furono pubblicati sugli “Annali di statistica” tra il 1890 e il 1898 – in A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 209

[2]  A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “Il modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 217

[3]  A. Rinaldi, ibidem, pag. 219

[4] A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “Il modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 223

[5]  In F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 29

[6] F. Ramella, ibidem, pag. 29

[7]  F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del 25 febbraio 2013, Editrice Socialmente, Bologna, 2013, pag. 275

[8] F. Anderlini, ibidem, pag. 275

[9] F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del 25 febbraio 2013, Editrice Socialmente, Bologna, 2013, pag. 275

Contrassegnato da tag , , , ,

La subcultura rossa

Di Eugenio Pari

Una definizione di subcultura politica territoriale è offerta da Trigilia quando afferma che essa

”fa riferimento a un sistema politico locale caratterizzato dal predominio di un parito, da una robusta organizzazione della società civile e da un’elevata capacità di mediazione dei diversi interessi”[1].

Nell’Italia repubblicana, ai fini del nostro ragionamento, esistono due grandi “zolle”, per dirla con Anderlini, prettamente caratterizzate dal “predominio di un partito”: una è quella della subcultura “bianca” a monopolio Dc, una è quella “rossa” connotata dal monopolio della sinistra a prevalenza Pci. È importante notare che questa distinzione non corrisponde ad una precisa classificazione geografica, in quanto nelle regioni stesse esistono enclave dell’uno o dell’altro partito. Queste zone politiche monopolizzate dai due grandi partiti della cosiddetta Prima repubblica, secondo Anderlini[2] per quanto riguarda la Dc nel Nord sono: la zona del Veneto Centrale, Friuli, la zona orientale della Lombardia, il Cuneese, l’area di confine fra Liguria ed Emilia, la Lucchesia ed il Maceratese. Per quanto riguarda il Pci si tratta invece dell’Emilia centrale (corrispondente all’area padana delle province di Bologna, Modena e Reggio Emilia), la Toscana (con i suoi picchi nella Valdelsa, nel Senese e nel Livornese), l’area Romagnolo – marchigiana e l’Umbria (pressoché totalmente).

Risultati immagini per subcultura rossa

Una festa de L’Unità

Queste due subculture politiche si sono storicamente determinate nel tempo, trovando nelle tradizioni culturali e sociali fattori di uno sviluppo che ha portato alla loro precisa definizione politica in una forma più o meno coerente con quella che abbiamo conosciuto nel Secondo dopoguerra “con l’organizzazione e istituzionalizzazione dei due nascenti movimenti popolari (quello socialista e quello cattolico” in un rapporto comunque, per ambedue, conflittuale nei confronti dello Stato nazionale.

Ramella riporta che le due subculture

“rappresentano in origine forme di ‘difesa della società locale’ di fronte alla stabilizzazione del mercato e dello Stato nazionale alla fine dell’Ottocento”[3]

e nella “zona rossa”, quella su cui si sta cercando di ragionare questa “protezione” della società locale avviene con l’esperienza del “socialismo municipale”.

È quindi necessario definire l’espressione “socialismo municipale”. Con essa si intende l’insieme delle politiche avviate dai diversi movimenti e partiti socialisti europei al fine di conquistare e gestire le amministrazioni locali e i governi comunali.[4]

La conquista dei comuni a partire dal 1900 divenne il termine attraverso il quale il movimento operaio e i partiti socialisti europei tentavano di realizzare servizi essenzialmente rivolti ai cittadini più poveri per mitigarne le condizioni di bisogno e subalternità attraverso la fornitura di servizi, la funzione dei comuni era essenzialmente legata al sostegno della classe operaia, anche attraverso iniziative di riforma fiscale tese a una tassazione diretta comunale che colpisse i ceti più ricchi ridistribuendo in servizi queste risorse.

L’origine del socialismo municipale consisteva nel fatto che

“esclusa dal potere centrale, la sinistra aveva avuto modo di sperimentare nelle amministrazioni locali un suo progetto di governo e riorganizzazione della società. In altre parole, esso era stato espressione tipica di una sinistra di opposizione. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale le pratiche di governo locale perdono di specifico rilievo allorché si confondono in una più generale opera di governo svolta dalla sinistra al centro come alla periferia. È chiaro quindi che da allora i contorni del fenomeno sfumano, non perché non ci sia più una politica amministrativa delle sinistre, ma perché questa non si configura più come una pratica forte di spiccata identità, come dimostra anche il fatto che il termine ‘socialismo municipale’ cade in disuso. L’eccezione è ovviamente data da quei paesi in cui la sinistra, o comunque la sua maggior componente, continua a restare lontana dal potere centrale”.[5]

In Emilia Romagna, caso paradigmatico dell’esperienza di governo del Pci e della sinistra italiana, a partire dal Dopoguerra già con l’insediamento delle giunte guidate dal C.l.n. l’intervento pubblico ebbe un effetto moltiplicatore nella direzione delle politiche keynesiane indirizzato alla ricostruzione industriale ed economica e soprattutto antimonopolistica.Risultati immagini per socialismo municipale

Ramella identifica diverse fasi[6] che hanno caratterizzato la storia elettorale del Pci nelle aree della “subcultura rossa”, fasi che possiamo applicare anche al nostro ragionamento sull’Emilia Romgna e si tratta di:

  • Un prima fase detta del radicamento che si apre con le prime elezioni democratiche, quelle per l’elezione della Costituente nel 1946. In questa fase il Pci, uscito dalla clandestinità e dalla lotta di Resistenza, si riorganizza all’interno di un sistema democratico, o, per meglio dire, che il Pci cercherà di indirizzare verso una democrazia popolare. Sono anni di accesissima contrapposizione con la Dc, anni in cui il Pci cercherà, parafrasando Gramsci, di rafforzare le proprie “casematte”, ovvero di “difendere il suo insediamento elettorale” senza però mostrare “una grande capacità di espansione”. Nell’ottica del “Partito nuovo” le organizzazioni collaterali come il Sindacato, il movimento cooperativo e quello associativo, nonché le amministrazioni locali controllate dal Partito hanno un ruolo di sostanziale subordinazione verso quest’ultimo. Il Partito punta ad un aumento delle adesioni e coltiva il senso di appartenenza fra i propri militanti. “Il Pci raccoglie prevalentemente consensi nei ceti popolari, soprattutto tra i mezzadri, nel mondo agricolo e tra gli operai e gli artigiani nelle realtà urbane”.[7]
  • La seconda fase che va dal 1958 fino al 1976, vede una forte espansione in termini di consenso elettorale a vantaggio del Pci. È una fase nella quale il Pci con il governo locale la funzione di cui abbiamo già parlato di sostegno alla piccola e media impresa attraverso un ruolo di mediazione del conflitto sociale, una fase nella quale si realizzano infrastrutture e si allargano i servizi sociali favorendo il “compromesso” o, per meglio dire, la collaborazione se non addirittura l’alleanza fra le classi sociali. In questo quasi trentennio “le organizzazioni degli interessi acquistano una certa autonomia nei confronti del Pci e assumono un ruolo crescente nella mediazione del consenso. La riproduzione della delega politica avviene ora su basi più strumentali e condizionali, legate al giudizio dato sulle politiche messe in atto dal Pci e dagli amministratori locali”[8].
  • La terza fase, quella del declino che va dal 1976 al 1992 e corrisponde agli anni della crisi del Pci. È una fase in cui si assiste ad una profonda ristrutturazione economica e in questa fase a livello locale il Pci, “per buona parte degli anni ’80, mostra una migliore tenuta rispetto al declino elettorale a livello nazionale, grazie al [suo] più solido insediamento organizzativo (…). Dall’altro, sulla fine del decennio e ancor più dopo la [sua] scomparsa (…), lascia intravedere un indebolimento della fedeltà elettorale e una tendenziale omologazione ai comportamenti di voto del resto d’Italia”.[9]
  • Il sistema maggioritario e la ricomposizione dello scenario politico permette ai partiti eredi del Pci di arginare le perdite elettorali e intorno al 1996 si assiste ad una fase di ricompattamento che raggiunge il proprio apice nel 1995. A questa ricrescita del consenso, che riporta i partiti post ed ex comunisti ad un consenso aggregato pari, o quasi, a quello della fase apicale, non corrisponde invece una riduzione del declino organizzativo.

    “A seguito della riforma delle autonomie e dell’introduzione dell’elezione diretta del sindaco, aumenta anche l’indipendenza degli amministratori locali e questo tende spesso a creare conflitti tra le giunte e i partiti che compongono le maggioranze consiliari che le sostengono (…).”[10]

  • Infine l’annus horribilis in cui si intravedono le prime crepe al sistema che apparentemente sembrava monolitico. Vi è un fatto politico che corrisponde a questa fase categorizzata da Ramella, ed è il 1999, anno in cui alle elezioni amministrative la sinistra perde l’amministrazione della città di Bologna, amministrazione tenuta ininterrottamente dal Dopoguerra e prima del fascismo guidata dai socialisti. A dire il vero la parentesi di Guazzaloca durerà solo una legislatura, ma l’aver perso la guida del capoluogo della regione ha un effetto anche psicologico: quello che deriva dall’aver interrotto il monopolio politico della sinistra. Ramella esemplifica efficacemente questa fase sotto la formula del scongelamento.

    “Dopo l’arretramento del 1999 si registra una modesta ripresa alle regionali del 2000, seguita da una pesante sconfitta nel 2001 e da un nuovo recupero alle provinciali del 2004”[11]

Ritorneremo su questo aspetto ma è interessante rendere un grafico elaborato su dati del Ministero dell’Interno  in cui Ramella riporta questi dati.

 

La forza elettorale del Pci e dei partiti postcomunisti secondo le varie fasi (Camera dei deputati; % di voti validi)

 

 Le fasi 1946-58  radicamento 1958-76

crescita

1976-1992

Declino

1992-1996

ricompat

tamento

1996-2001

scongela

mento

%

1958

Var.

1958-46

%

1976

Var. 1976- 58 %

1992

Var. 1992 -76 %

1996

Var. 1996– 92 %

2001

Var. 2001 – 96
Emilia Romagna 36,7 -0,9 48,5 11,8 39,6 -8,9 43,9 4,3 35,9 -8,0
Toscana 34,4 0,8 47,5 13,1 39,3 -8,2 47,2 7,9 40,1 -7,1
Umbria 30,8 2,9 47,3 16,5 40,5 -6,8 45,5 5,0 35,9 -9,6
Marche 25,7 3,9 39,9 14,2 31,3 -8,6 39,1 7,8 30,1 -9
Italia 22,7 3,8 34,4 11,7 21,7 -12,7 29,7 8 23,3 -6,4

 

[1]In F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli Editore, Roma, 2005, pag. 26

[2] F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del25 febbraio 2013, Ed. Socialmente, Bologna, 2013, pag. 150

[3]F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli Editore, Roma, 2005, pag. 27

[4] Dogliani P., Enciclopedia della sinistra europea nel XX Secolo, pag. 593, Editori Riuniti, 2000

[5] Dogliani P., Enciclopedia della sinistra europea nel XX Secolo, pag. 593, Editori Riuniti, 2000

[6] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 50

[7] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 50 – 51

[8] F. Ramella, ibidem, pag. 51

[9] F. Ramella, ibidem, pag. 55

[10] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag.54

[11] F. Ramella, ibidem, pag. 56

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Ceto medio e Emilia Rossa (2)

Di seguito alcuni appunti sul celebre discorso di Palmiro Togliatti. Nelle mie intenzioni questo sarebbe il primo di una serie di riflessioni che vorrei svolgere sul cosiddetto “modello emiliano”.

Di Eugenio Pari

“Emilia rossa” è l’espressione con cui per decenni si è caratterizzato il modello non solo politico, ma sociale economico e culturale dell’Emilia Romagna.

Come noto questa formula trae le sue origini dal celebre discorso che Togliatti pronunciò al Teatro comunale di Reggio Emilia il 24 settembre 1946, discorso i cui contenuti determinano una vera e propria “pietra angolare” del modello emiliano e nella linea politica nazionale del Pci.

togliatti

Palmiro Togliatti

Il modello a cui Togliatti si ricollega nel tentativo di indicare da un lato la linea generale del Pci e dall’altro di offrire un riferimento concreto di governo ai comunisti emiliano romagnoli, è quello del “riformismo” dei Costa, dei Marabini, dei Massarenti e Prampolini.

Ecco il passaggio in questione:

“Il socialismo è stato tra di noi un grande movimento progressivo, non soltanto perché ha portato sulla scena politica l’operaio, colle sue rivendicazioni di libertà e di giustizia sociale, ma perché sulla stessa scena ha collocato al primo piano anche il bracciante e le altre categorie decisive di lavoratori della terra. Aver fatto delle plebi rurali povere, miserabili, febbricitanti e turbolente una massa di milioni di donne e di uomini inquadrati nelle Leghe, nelle cooperative, nelle Camere del lavoro, nelle sezioni di un partito nazionale; avere insegnato loro a conquistare e gestire i comuni; e soprattutto averle strette insieme con legami di solidarietà e avere acceso nell’animo loro la fede inestinguibile di un avvenire migliore, nella redenzione del lavoro da ogni sfruttamento e da ogni oppressione, questo fu il grande merito dei pionieri del socialismo, degli Andrea Costa, degli Anselmo Marabini, dei Giuseppe Massarenti, dei Camillo Prampolini e di tutti gli alrti.1

Il “Migliore” citando i nomi dei “pionieri” che edificarono il socialismo municipale in Emilia parlerà nei loro confronti di “venerazione”. Togliatti si esprimerà in questi termini:

“I nomi di questi uomini, noi comunisti, li onoriamo e li veneriamo, e non solo perché fanno parte delle migliori tradizioni del popolo italiano, che noi sentiamo nostre, ma perché in essi riconosciamo dei maestri di quella politica che si fonda sulla capacità di esprimere le aspirazioni più profonde degli uomini che vivono del loro lavoro, e sulla capacità di organizzare la lotta per la realizzazione di queste aspirazioni.2

Togliatti dopo queste frasi si sofferma però su una critica, che può apparire un monito ai dirigenti emiliani del Pci, partito che ha avuto una rapidissima crescita organizzativa e di voto, partito con “profondissime radici in tutti gli strati”. Una critica a posteriori rispetto alla necessità di costruire quella che verrà definita politica delle alleanze, ovvero il blocco sociale del Partito nella regione.

“(…) Vi era nei riformisti un pericoloso particolarismo, cioè la tendenza a separare l’uno dall’altro i problemi, in modo che veniva quasi sempre perduta la visione di prospettiva e dell’interesse generale del movimento. Il vecchio dirigente riformista era capace, meglio di chiunque di fare l’interesse della cooperativa da lui fondata e diretta; ma ad un certo punto non era più in grado di comprendere se, per fare questo interesse in modo esclusivistico, non andava contro l’interesse e i fini di tutto il movimento, o non cedeva al nemico qualcuna delle posizioni di principio che non debbono essere cedute. Lo stesso avveniva nel movimento sindacale. Lo stesso nel campo politico. In questo modo di producevano due conseguenze principali, che dovevano essere fatali alla sorte del riformismo e anche del socialismo in Italia: da un lato veniva spezzata l’unità delle classi lavoratrici e della loro azione, che perdeva il necessario rilievo nazionale; dall’altro penetravano nelle file stesse del socialismo le influenze dei nemici del socialismo stesso, e questo perdeva il suo slancio, si corrompeva, si imborghesiva, diventava l’arena delle ambizioni di avvocati e di altri politicanti della città.3

Ora, tralasciando i toni pacati e razionali, propri del leader comunista, toni a cui, vale la pena dircelo, siamo completamente disabituati osservando il dibattito politico contemporaneo, Togliatti mette in guardia i dirigenti e militanti comunisti tracciando le responsabilità che hanno portato al “fallimento” i socialisti. Fra queste vi è l’incapacità di non aver saputo attuare politiche unitarie fra il proletariato delle campagne e gli “strati intermedi”, una “errata impostazione del problema contadino” espressa in questi termini:

“Il riformismo, (…) non seppe mai prendere una giusta posizione verso gli strati intermedi delle campagne. Legò la soluzione del problema della terra a formule generali, astratte e vuote, non aderenti alla realtà, come quella della socializzazione. Nell’azione pratica si comportò verso i gruppi intermedi come se non ne comprendesse le caratteristiche e i bisogni, lasciando affiorare errate e pericolose tendenze livellatrici, come se lo scopo fosse stato quello di far diventare tutti i lavoratori agricoli dei braccianti e per questa via portarli per forza al socialismo. Questa posizione era antimarxista, quant’altra mai, e assurda poi, tanto nella vostra regione, quanto nelle altre regioni italiane dove le forme di economia agricola individuale, (…), hanno radici profondissime.4

Si potrebbero trarre alcune conclusioni su questo brano. La prima potrebbe consistere in una critica alla fase di collettivizzazione forzata voluta in Urss negli anni ’30, una critica che per quanto “a posteriori” unita alla dottrina del “partito nuovo” e al carattere nazionale del Pci, già metteva in luce elementi di differenziazione del Pci rispetto al Pcus, in anni, peraltro, dove la difformità rispetto alla linea del partito di riferimento era

s-l500

copertina di Politica nazionale e Emilia Rossa (Editori Riuniti)

pesantemente sanzionata dai sovietici. L’altra potrebbe essere rispetto al dibattito interno al Partito in tema di politiche agrarie in particolare sulla polemica fra Sereni, interprete della linea togliattiana e Grieco, su posizioni più ortodosse, divisione a cui ci riferiremo più avanti. Un’ultima riflessione potrebbe riguardare l’indicazione a dirigenti e militanti di non attuare politiche e atteggiamenti livellatori e pauperistici, che porteranno il partito negli anni successivi a sostenere l’iniziativa privata di piccoli e medi imprenditori i quali militeranno e rafforzeranno il partito stesso.

I “gruppi intermedi” delle campagne, in particolare la classe mezzadrile, stringerà quell’alleanza, con il proletariato operaio e con il ceto medio, che sta alla base del successo elettorale, politico e amministrativo del Pci nelle “regioni rosse”, in particolare in Emilia Romagna e Toscana.

Un’altra differenza tra comunisti e socialisti, questa volta non distinti dai riformisti, la sancisce Renato Zangheri5 il quale in un articolo su Rinascita del 1969 riprende gli aspetti non razionali dei socialisti. È interessante sottolineare che Zangheri scrive questo articolo quando il modello di governo comunista nella regione, già arrivato a maturazione, è alla vigilia di importanti cambiamenti che cercherò di definire più avanti.

Scriveva Zangheri:

“(…) c’era nel vecchio socialismo della nostra regione una concezione del mondo, una filosofia (…), un costume, una morale, una fede nella liberazione dell’umanità. Oggi siamo pervenuti ad una concezione più logica del partito, l’adesione al quale è essenzialmente l’adesione ad un programma politico, e quindi tende ad escludere gli elementi di fideismo e di dogmatismo. Una delle conseguenze del carattere “messianico”, (…), del vecchio socialismo (…), fu di trasferire le attese e le speranze in un futuro remoto, al quale ci si rivolgeva in modo approssimato e assieme confuso ed astratto (…). oggi noi [comunisti] siamo forti in Emilia e in Romagna perché abbiamo profonde radici fra i proletari della città e della campagna, ma anche perché siamo usciti dallo steccato e abbiamo stabilito collegamenti con tutte le forze interessate alla trasformazione della società.6

Un approccio “logico”, razionale al tema della trasformazione che doveva essere collocata all’interno dell’idea di “democrazia progressiva”; non certo un approccio insurrezionale o di preparazione all’insurrezione, cose queste ultime, che Togliatti aveva escluso, come risaputo, fin dal 1944, anno della cosiddetta “Svolta di Salerno”.

A differenza di ciò che avvenne in Grecia, tenendo a bada pulsioni insurrezionali ancora presenti nel Partito, Togliatti appoggia una linea di governo, di cui l’Emilia Romagna sarà il prototipo, da svilupparsi all’interno dei principi democratici che verranno, di li a due anni, esplicitati nella Costituzione. La linea da seguire è quella delle “riforme di struttura”come fattori della “via italiana al socialismo”, egli aveva però anche ben chiaro il fatto che i rischi di un ritorno al fascismo era ben presente. D’altra parte egli non volle e non poté tralasciare le responsabilità del movimento operaio nei confronti dell’ascesa del fascismo in Italia.

“È assurdo pensare che il fascismo si piovuto sopra di noi dal cielo. Se il nostro paese è diventato fascista, è perché nell’organismo stesso italiano vi erano quei germi che, sviluppandosi, dovevano di necessità portare alla tirannide fascista. Questi germi devono essere cercati nella nostra stessa struttura sociale e nella natura delle nostre classi dirigenti. Se vogliamo dunque evitare la ricaduta, dobbiamo modificare parecchie cose nella struttura e nella direzione della vita nazionale.7

La lezione di Gramsci sul “sovversivismo delle classi dirigenti italiane”, ovvero la tendenza dei gruppi dominanti a sovvertire regole e procedure democratiche per conculcare le minoranze e difendere le proprie posizioni di potere è piuttosto esplicita in questo passaggio del discorso di Togliatti.

Torniamo quindi alla rottura fra gli “strati” dei lavoratori delle campagne esercitata dai riformisti, già accennata in precedenza a causa della “errata impostazione del problema contadino”.

“La sconfitta del movimento riformista emiliano fu essenzialmente una grande rottura tra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivistica, e i gruppi intermedi delle campagne e delle città. Questa rottura, che non fu solo di natura economica, ma si alimentò anche di elementi ideologici soprattutto di ordine nazionale, fu all’origine del fascismo.8

Questa revisione critica delle politiche agrarie dei socialisti esercitata dal Pci, arrivando alla conclusione che queste condussero alla divisione fra braccianti e mezzadri nella Valle Padana, divisione che a sua volta contribuì all’ascesa del fascismo non riguarderà, invece, la valutazione e le politiche comuniste sulla questione agraria nel Mezzogiorno. Nell’Italia meridionale, infatti, il Pci, nel secondo Dopoguerra, adottò una linea di cautela nei confronti delle lotte del movimento contadino meridionale che prima dell’avvento del fascismo adottarono i socialisti.

La linea comune di socialisti e comunisti nell’approccio alla questione agraria meridionale dipese, secondo un saggio di Anna Rossi Doria del 1976:

“(…) dalla mancanza di fiducia (…) verso la capacità dei contadini [del sud] (…) di organizzarsi in modo autonomo”, che riproduceva una caratteristica dei dirigenti socialisti degli inizi del secolo: “la diffidenza (…) circa la possibilità del cafone meridionale a saper rispettare la dura disciplina della lotta di classe e a non trascendere in eccessi”.9

Togliatti nel 1946 a Reggio Emilia, nel suo discorso a quadri e militanti comunisti con toni piuttosto espliciti si soffermerà sulla questione sollevata nel saggio di Anna Rossi Doria . In una passaggio si poteva ben comprendere che c’era e ci sarebbe stato un diverso atteggiamento dei comunisti rispetto alle lotte nelle campagne, differenziazione dovuta alle caratteristiche storiche, culturali e persino geografiche in cui esse si erano sviluppante e andavano riorganizzandosi.

Volesse il cielo che un movimento potente e vittorioso di masse come quello emiliano si fosse sviluppato in altre regioni: nel Veneto, in Sicilia, in Sardegna, in Calabria, in Basilicata, (…). Volesse il cielo che anche quei lavoratori avessero saputo spezzare da tempo la soggezione ai rapporti tradizionali d’autorità, e invece di conservare l’ossequio servile per il loro sfruttatore di votare secondo l’indicazione dell’agrario e del prete avessero saputo condurre una lotta potente e bene organizzata per redimersi dalla arretratezza e dalla miseria, collo stesso slancio ed impeto dei lavoratori emiliani. Se ciò fosse avvenuto, la nostra patria sarebbe oggi un paese molto più progredito di quanto non sia.10

Togliatti non poteva immaginare il futuro e quindi sapere che proprio nel tentativo di sovvertire quei rapporti feudali e di sottomissione, peraltro per via pacifica, il 1 maggio 1947 verranno uccise undici persone fra uomini, donne e bambini nella piana di Portella della Ginestra per mano del famigerato bandito Giuliano.

Di certo, però, era assolutamente in grado di trarre delle conclusioni sulle lotte nelle campagne del Mezzogiorno nel biennio 1944 – 46, ciclo che il Pci definiva “caratterizzato da rivolte disperate ed estremistiche, [di] spontaneità assoluta, tradizione secolare delle occupazioni delle terre e del ribellismo municipale”11.

Ciò che sostanzialmente manca ai lavoratori del Mezzogiorno è la capacità organizzativa che storicamente ha caratterizzato i proletari emiliano romagnoli. Oltre a ciò, la realtà di questa regione è sempre stata incentrata su solide doti di associazione fra i più deboli, doti che per ragioni storicamente determinate i lavoratori del Mezzogiorno non possedevano e che il movimento operaio fino ad allora non aveva nemmeno più di tanto provato ad instillare. I comunisti, attraverso soprattutto la penetrazione dell’organizzazione sindacale proveranno ad attivare queste capacità fra il proletariato del Mezzogiorno.

Mi sono semplicemente limitato a riportare alcune impressioni, in quanto l’analisi e il dibattito dei comunisti sulla questione agraria sono qualcosa di molto più profondo e non semplicemente sintetizzabile. Esse coinvolgono anche la differenza di prospettiva presente non solo tra i militanti, che comunque si adegueranno sempre nella stragrande maggioranza alla linea sancita dai gruppi dirigenti, ma all’interno del gruppo dirigente stesso. Posizioni che riguardavano il carattere che il Pci avrebbe dovuto assumere con la linea togliattiana di cui, come detto, l’interprete per le politiche agrarie nel gruppo dirigente era Emilio Sereni12; mentre la linea più ortodossa, per meglio dire su posizioni leniniste classiche era invece rappresentata da Ruggero Grieco.13 Sereni sosteneva una battaglia in funzione antimonopolistica anche nelle campagne e quindi una politica delle alleanze fra i “gruppi” delle campagne; al contrario, Grieco ribadiva con fermezza la tesi di disarticolare le categorie che componevano il lavoro nelle campagne utilizzando le contraddizioni interne per arrivare alla sua riorganizzazione in funzione anticapitalistica e rivoluzionaria.

L’approccio pragmatico e sicuramente incentrato sulla linea della “politica delle alleanze” di Togliatti e di tutto il Pci, nell’economia del ragionamento che si sta tentando di portare avanti, contribuirà in maniera determinante a rendere il “gruppo” mezzadrile alla base del forte consenso in Emilia Romagna e alla sua trasformazione in classe imprenditoriale.

Mi sembra opportuno riportare un passaggio di Caciagli, sulle differenze tra Pci e Pcf, cioè tra i due più importanti partiti comunisti dell’Occidente, caratterizzato il primo nella ricerca originale di una “via al socialismo” e quindi impegnato sulla costruzione delle necessarie alleanze per arrivarci; mentre il secondo ancorato ad una visione più ortodossa del proprio “compito rivoluzionario”.

‘I mezzadri costituirono il principale vettore di penetrazione comunista in Emilia Romagna (…). L’abilità del Pci fu di non accontentarsi di quella che Maurice Thorez chiamava ‘una materia di prim’ordine (…). Il Pci si rivolse agli artigiani, ai commercianti e agli intellettuali (…). I suoi sforzi suscitarono tensioni interne, qualcuno dei suoi militanti più radicali non apprezza per niente questa politica delle alleanze. Ma non modificano la composizione sociale del partito dominata da mezzadri, braccianti e operai. (…) A differenza del monolitismo operaio della banlieu parigina, la base sociale del Pci è dunque tridimensionale’ (Lazar, Maison Rouges). Il Pci chiamava quel sistema di alleanze “blocco sociale”, ma possiamo chiamarlo alleanza interclassista. Proprio qui stava, rispetto al Pcf, la capacità del Pci di aggregare e allargare il consenso. Una capacità che mostrò tutti i suoi effetti quando i mezzadri e gli operai divennero piccoli e medi imprenditori nei sistemi di economia differenziata. (…) la classe gardèe del Pci, i mezzadri, misero anni a scomparire e lasciarono un’eredità; la classe gardèe delle fabbriche della banlieu, fu spazzata via in poco tempo”14

verrebbe, da dire con la ristrutturazione capitalistica chiuse le fabbriche anche la classe operaia abbandonò progressivamente il Pcf, portandolo, di fatto alla marginalità politica. Per il Pci e i partiti di sua derivazione, il discorso fu moltro diverso: le trasformazioni del sistema economico e produttivo della fine anni ’70, inizio anni ’80 non determinarono affatto una fuoriuscita da esso da parte della propria classe gardèe.

1P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 36, Editori Riuniti, Roma

2P. Togliatti, ibidem, pag. 37

3P. Togliatti, ibidem, pag. 37

4P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 38, Editori Riuniti, Roma

5 Renato Zangheri è nato a Rimini il 10 aprile 1925. Ha frequentato il liceo Giulio Cesare di Rimini, poi la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, dove si è laureato con lode con una tesi su “Problemi e aspetti del socialismo italiano”. Assistente del professor Luigi Dal Pane ha conseguito la libera docenza e nel 1960 la cattedra universitaria. Ha insegnato Storia economica e storia delle dottrine economiche nelle Università di Trieste e Bologna. I suoi principali studi riguardano la distribuzione della proprietà terriera fra ‘700 e ‘800, i catasti come fonti storiche, il pensiero dei fisiocratici francesi, la storia del socialismo. La carriera amministrativa a Bologna comincia come consigliere nel 1956; dal 1959 è assessore con Dozza e poi sindaco di Bologna dal 1970 al 1983. Nel 1971 lancia il primo grande piano di recupero e risanamento del centro storico. Nel 1973 vara misure sul trasporto pubblico che prevedono corsie preferenziali e fascie orarie gratuite. Intenso il dibattito culturale e politico durante il suo mandato tra intellettuali, istituzioni e il movimento studentesco, soprattutto dopo l’uccisione di Francesco Lorusso nel marzo 1977.In quegli anni alcune fra le pagine più dolorose della storia della città: la strage dell’Italicus nel 1974 e la bomba alla stazione il 2 agosto 1980. Nel 1982, per la prima volta in Italia, affida una struttura pubblica all’associazionismo omosessuale. Nel marzo 1983 Renato Zangheri lascia Bologna per dirigere il Dipartimento sullo Stato e le autonomie locali della Direzione del Pci. Si mantiene l’accordo Pci-Psi, che designa successore sindaco Renzo Imbeni. Eletto deputato nel 1983 e 1987, Zangheri è presidente del gruppo parlamentare del Pci negli anni fra 1986 e 1989. Dal 1991 aderisce al PDS, quindi ai DS. Dal 1991 torna all’insegnamento universitario, ricoprendo fra 1991 e 1994 la carica di Rettore dell’Università di San Marino. Nell’ultimo decennio si dedica alla redazione della Storia del socialismo italiano di cui sono usciti i primi due volumi. Nel 1998 è nominato dal Ministero dei Beni culturali presidente della Commissione scientifica per la nuova edizione nazionale delle opere di Antonio Gramsci, incarico da cui si è dimesso nel 2000. Muore a Imola il 6 agosto 2015. https://www.bibliotecasalaborsa.it/documenti/20367

6R. Zangheri, Ruolo e alleanze della classe operaia, Rinascita, 1969

7P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 29, Editori Riuniti, Roma

8P. Togliatti, ibidem, pag. 38

9I corsivi sono di S. G. Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno, Torino, 1972, pag. 177 compreso nel saggio di Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

10P. Togliatti, ibidem, pag. 36

11Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

12 Emilio Sereni. Nato a Roma il 13 agosto 1907, deceduto a Roma il 20 marzo 1977, studioso di Agronomia, dirigente del Partito Comunista Italiano. Sereni subì il primo arresto a Portici nel 1930. Era da poco rientrato a Napoli da Parigi, dove aveva preso contatto con i dirigenti del Centro estero del P.C.d’I. Portato davanti al Tribunale speciale con Manlio Rossi Doria , i due saranno condannati a 15 anni di reclusione. Grazie ad amnistia, Sereni è liberato nel 1935. Espatriato con la famiglia in Francia continua nell’attività politica e il 1940 lo vede a Tolosa, intento a ricreare quei collegamenti che, l’anno successivo, porteranno alla costituzione di un CLN in nuce. Tra il 1942 e il 1943 Sereni si collega alla Resistenza francese e comincia a pubblicare La parola del soldato, un giornale clandestino rivolto ai militari delle forze d’occupazione italiane in Francia. Non trascura, tuttavia, il suo impegno di studioso e scrive quello che è considerato un classico della letteratura storico-economica del Novecento: La questione agraria nella rinascita nazionale. Il libro uscirà a Roma soltanto nel 1946. Ma nel 1943 Emilio Sereni finisce di nuovo in manette. Il 17 giugno i carabinieri delle nostre forze di occupazione in Francia lo arrestano. Carcerato e torturato nel forte di Antibes, lo studioso antifascista è giudicato da un nostro Tribunale militare, con altri otto coimputati, per “direzione di guerra civile e incitamento alla diserzione”. La condanna è a 18 anni di reclusione e Sereni, nonostante il governo Badoglio sia subentrato a quello di Mussolini, è tradotto nel carcere di Fossano (Cuneo). Fallito un tentativo di evasione, il dirigente comunista finisce nelle mani delle SS, che fortunatamente non sanno quale sia la sua vera identità. Rinchiuso per sette mesi nel “braccio della morte”, è liberato nell’agosto del 1944 e si porta a Milano. Qui dirige, nonostante sia malato, il lavoro di propaganda e, con Luigi Longo il PCI nel CLN dell’Alta Italia. Nei giorni dell’insurrezione è Emilio Sereni che sottoscrive, a nome del PCI, il manifesto dell’assunzione dei poteri da parte del CLN della Lombardia ed è sempre lui che, dopo la Liberazione, presiede il CLN lombardo ed è nominato commissario per l’Alta Italia dal ministero degli Interni. Nel dopoguerra Sereni, membro della Direzione del suo partito e membro della Costituente, organizza i Consigli di Gestione, è ministro (prima dell’Assistenza postbellica e poi dei Lavori pubblici) nel secondo Gabinetto De Gasperi, parlamentare sino al 1972, responsabile del settore culturale del PCI, membro dell’Esecutivo mondiale dei Partigiani della Pace, presidente dell’Alleanza Nazionale Contadini. Un impegno massacrante, che non gli impedisce tuttavia di continuare nel lavoro scientifico che si concretizza nell’insegnamento universitario e in diversi libri, tra cui: Il capitalismo nelle campagne 1860-1900 (1947), Storia del paesaggio agrario (1962), Comunità rurali dell’Italia (1965), Capitalismo e mercato nazionale (1967). http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1339/emilio-sereni

13 Ruggero Grieco. Nato a Foggia il 19 agosto 1893, deceduto a Massa Lombarda (Ravenna) il 23 luglio 1955, parlamentare e dirigente comunista, promotore della riforma agraria. Fu, dopo la Liberazione, il principale promotore e organizzatore, con Giuseppe Di Vittorio, dei contadini italiani per la riforma agraria. Rimasto orfano di padre a soli sette anni, Grieco si era diplomato in agronomia a Spoleto. Nel 1912, a Foggia, aveva aderito al Partito socialista e aveva trascorso l’autunno tra i braccianti, per conoscerne direttamente i problemi e le aspettative. Trasferitosi a Napoli per frequentare la Scuola superiore di agricoltura di Portici, dopo un anno e mezzo dovette abbandonare gli studi per difficoltà famigliari. A Napoli, dove aveva avuto modo di conoscere Amedeo Bordiga, collaborò al settimanale Il Lavoro e, con lo stesso Bordiga, tentò inutilmente di fare opera di moralizzazione tra i socialisti locali. Nel 1913 Grieco, che si era trasferito a Roma, fu chiamato alle armi e assegnato al 1° Reggimento Granatieri di Sardegna. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, combatté sul Carso e sul Grappa col grado di sottotenente. Tornato a Napoli al termine del conflitto, Greco riprese i contatti con Bordiga e, con lui e con i compagni del gruppo torinese dell’Ordine Nuovo, fu tra i promotori della nascita del PCd’I, nel cui Comitato Centrale fu eletto, entrando a far parte anche dell’Esecutivo. Fu Antonio Gramsci a convincerlo, e a portarlo nella sua maggioranza al Congresso di Lione. Dopo la proclamazione, nel 1926, delle “Leggi eccezionali” fasciste, Grieco fu costretto ad espatriare e fu designato a dirigere, con Palmiro Togliatti, del suo partito. Nel 1927, in contumacia, il dirigente comunista fu condannato a 17 anni e 6 mesi di reclusione dal Tribunale speciale. Cominciarono così i lunghi anni dell’esilio, che videro Ruggero Grieco impegnato in un’attività politica senza soste. Dal 1927 al 1939 fu tra i principali redattori della rivista Lo Stato Operaio. Nel 1928, il VI Congresso dell’Internazionale Comunista lo elesse membro candidato dell’Esecutivo; nel 1935, il VII Congresso lo nominò membro effettivo. Quando, allo scoppio della II Guerra mondiale, Grieco riparò dalla Francia all’Unione Sovietica, lavorò presso la sezione italiana di Radio Mosca. Mentre si trovava nella capitale sovietica, ebbe modo di partecipare in prima persona alla battaglia in difesa della città e di meritare, per questo, una decorazione al valore. Rientrato nell’Italia già liberata nel settembre del 1944, Ruggero Grieco fu nominato, dopo la Liberazione, alto commissario aggiunto all’Epurazione, consultore nazionale e deputato all’Assemblea Costituente. Senatore di diritto nel primo Senato della Repubblica, fu confermato nell’incarico nelle elezioni del 1953. Dirigente della Sezione agraria del Partito comunista italiano, ha dato, con Giuseppe Di Vittorio, un decisivo contributo alla costituzione di quella “Associazione dei contadini del Mezzogiorno”, che è stata per lunghi anni uno dei suoi principali obiettivi di lavoro. Autore di molte pubblicazioni sui problemi di politica agraria, Ruggero Grieco è stato stroncato da un infarto, mentre teneva un comizio nel Ravennate. http://www.anpi.it/donne-e-uomini/873/ruggero-grieco

14M. Caciagli, Addio alla provincia rossa, pag. 375, Carocci, 2018

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Ceto medio ed Emilia rossa

Palmiro Togliatti e “Ceto medio ed Emilia Rossa”

IN ALLEGATO IL FILE INTEGRALE DEL DISCORSO TENUTO DA TOGLIATTI A REGGIO EMILIA IL 24/09/1946 ceto medio emilia rossa 

s-l500

 In questo discorso il segretario del PCI argomentò a fondo le ragioni storico-politiche che imponevano la costruzione di un solido rapporto con i ceti medi. Così facendo Togliatti si collocava per molti aspetti nel solco della tradizione del movimento socialista italiano, la cui eredità veniva infatti apertamente rivendicata, allo stesso tempo egli definiva l’originalità e la «modernità» del «partito nuovo» rispetto al vecchio riformismo proprio nella capacità di andare oltre quell’impianto particolarista e classista che aveva spinto il PSI a privilegiare le ragioni dei braccianti a scapito di quelle dei mezzadri e dei piccoli proprietari, contribuendo a determinare una frattura sociale in cui si sarebbe inserito il fascismo. Il rapporto con i ceti medi, secondo Togliatti, era invece essenziale, sia per il radicamento del PCI che per la realizzazione di quel «patto tra produttori» che era al centro della proposta di politica economica da lui lanciata in agosto su «l’Unità» con un esplicito riferimento al New Deal rooseveltiano. Un «nuovo corso» la cui realizzazione era considerata necessaria per superare in modo duraturo le tensioni sociali che attraversavano il paese e per il successo della strategia lanciata a partire dalla «svolta di Salerno».

Estratto pubblicato su: https://ilmigliore.wordpress.com/2016/04/19/ceto-medio-ed-emilia-rossa/

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Fine corsa

Siamo di fronte all’ennesima sconfitta della sinistra, una sinistra che di fatto si liquefa’, scompare e quando ottiene risultati al di

italia 2018

sopra del quorum lo supera per pochissimi decimali e pur eleggendo una pattuglia di eletti essi rischiano di risultare ininfluenti.
Si possono rivolgere mille e una critica a LeU o a PaP, ma il punto vero, secondo me, è che il volto del Paese è cambiato profondamente e il problema è che manca una qualsiasi connessione tra le forze che, a vario titolo e modo, ancora si richiamano alla sinistra e i bisogni delle persone.
È successo qualcosa di inedito, almeno per la storia repubblicana, ovvero che la maggioranza dei cittadini ha utilizzato gli strumenti della democrazia per uscire dalla democrazia costituzionale, le elezioni, quindi, non sono più il mezzo attraverso il quale risanare e problematizzare la politica, ma sono un’occasione per “ribaltare il tavolo”. Non mi riferisco alla sola, prevedibile peraltro, affermazione della Lega di Salvini, ma anche al M5S in cui la critica al sistema dei partiti (la casta), per molti versi condivisibile, sta virando nell’esaltazione del principio plebiscitario. Penso che il M5S determini oggi quel movimento che Gramsci definiva come “rivoluzione passiva”. Si elevano al ruolo di censori e riformatori della politica, ma la prima cosa che ha fatto Di Maio all’inizio della propria campagna elettorale è stata tranquillizzare i mercati e i poteri finanziari nei quali risiede l’origine della crisi.
Mi pare sia accaduto ciò che è accaduto negli Stati Uniti con l’elezione di Trump, ovvero si è consumata una vendetta nei confronti della sinistra considerata quale custode e rappresentante degli interessi dei poteri economici e finanziari che hanno drasticamente ridotto le condizioni materiali di milioni di cittadini italiani. Gli elettori, questo secondo me è il messaggio che dovremmo cogliere, hanno voluto colpire le èlites del Paese, èlites da tempo individuate nella sinistra. Sinistra che nel suo complesso è priva di risposte: da un lato fa proclami avventuristici e irrealizzabili; dall’altro propone il ricorso al welfare state sapendo però che le compatibilità economiche a suo tempo accettate, di fatto, lo rendono uno strumento inapplicabile.
Nonostante la generosità di molte donne e molti uomini che ancora spendono le proprie energie in modo disinteressato per mantenere una presenza organizzata di partiti che si richiamano a quella tradizione, nonostante il milione e mezzo di voti delle due liste dichiaratamente di sinistra (LeU e PaP) occorre prendere atto di ciò che, ancora una volta i cittadini hanno sancito, cioè che la sinistra è senza popolo e, quindi, non c’è più e come tale non ha ragione di essere.