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I problemi sociali ed economici in Emilia – Romagna

Di Eugenio Pari

Le sinistre hanno storicamente determinato le condizioni sociali ed economiche perché la nostra Regione potesse creare la crescita economica e produttiva che l’ha inserita e tuttora ancora la inseriscono a pieno titolo fra le aree più sviluppate d’Europa. Ma, dopo decenni di governo pressoché incontrastato e all’insegna dell’innovazione di fatica  vedere risposte a domande centrali quali: cosa ne è dei distretti industriali[1]? Come si sono organizzati per resistere alla sfida dell’economia globalizzata? Come muta la composizione sociale del lavoro operaio? Qual è il ruolo dell’immigrazione: sostituzione di settori abbandonati dagli italiani o di competizione? Quali sono le risposte di fronte alla progressiva fine dell’alleanza fra piccoli imprenditori e lavoratori dipendenti; “formula” del successo economico della regione? Rispetto a quest’ultima domanda è opportuno recuperare un pensiero di Walter Vitali: “[è] un dato di fatto che si sia prodotta una frattura tra lavoro autonomo e dipendente che – (…) – costituisce una chiave interpretativa fondamentale per comprendere le scelte elettorali degli italiani”.

Vitali in un altro scritto individua quattro questioni a cui dare risposta per mantenere alti livelli di coesione sociale, questioni strettamente legate alle dinamiche socio economiche in corso in regione. La prima: “la coesione sociale oggi è minacciata fortemente in modo particolare dal fatto che, essendo l’Emilia – Romagna la regione con il più alto tasso di popolazione immigrata residente richiamata dai suoi livelli di sviluppo  economico, questo determina un conflitto con la popolazione autoctona, soprattutto con le fasce di reddito medio – basse e basse, sull’accesso ai servizi”[2];a tal proposito quanto sostiene Vitali in merito al conflitto immigrati – popolazione autoctona anticipa di qualche anno i fatti di Gorino, dove la popolazione ha inscenato una protesta, con tanto di posti di blocco per impedire l’arrivo nel comune del ferrarese di un gruppo di cittadini immigrati richiedenti asilo.

Il secondo aspetto che riporta Vitali nel suo intervento all’interno del libro a cura di Carlo De Maria, riguarda la questione del welfare territoriale: “ora siamo di fronte a politiche non contingenti, ma di lungo periodo, da parte dei governi che tendono a smantellare esattamente questo tipo di assetto e tendono a introdurre elementi, attraverso tagli drastici s tutto il sistema di servizi, i quali vanificano la possibilità non già di sviluppare o di ulteriormente rafforzare l’attuale standard dei servizi, ma semplicemente di mantenerlo”[3].

Il terzo aspetto sui cui si sofferma l’ex Sindaco di Bologna Vitali riguarda la “crisi economica e sociale in atto” sostenendo che “(…) anche l’Emilia – Romagna è imemersa in pieno nella tempesta. Stiamo perdendo decine di migliaia di posti di lavoro, non solo a tempo indeterminato, ma anche a tempo determinato, con i contratti che non si rinnovano più, in modo particolare quelli delle giovani generazioni e delle donne”[4], è vero che la nostra Regione complessivamente ha tenuto dal punto di vista occupazionale e produttivo soprattutto grazie al fatto che è una regione fortemente orientata all’export e che nel corso del tempo ha saputo mantenersi collegata alla “locomotiva” tedesca. I recenti segnali di indebolimento dell’economia della Germania  stanno incominciando a rallentare una ripresa abbastanza incoraggiante registrata in regione a partire dal 2014 ma, apparentemente, conclusa nel secondo semestre del 2018.

Vi è infine una critica che Vitali indirizzava all’Ente Regione riguardo al tema della pianificazione territoriale, considerando il PTR alquanto insoddisfacente in merito al ruolo dei territori e di Bologna, considerando il capoluogo la “capitale” di un territorio policentrico.

Walter Vitali una risposta, parzialmente, se la da’ quando, rivolto agli amministratori e alle classi dirigenti dell’Emilia – Romagna, sostiene che “negli ultimi decenni abbiamo vissuto di rendita, facendo esattamente il contrario di ciò che ha reso possibile quel modello; le classi dirigenti si sono autoriprodotte; e intanto il vento delle grandi sfide globali ha cominciato a battere ance il nostro territorio ponendoci davanti a problemi molto gravi”[5].

Sul tema è intervenuto diverso tempo fa in un importante articolo pubblicato su Micromega nell’aprile 2014, l’ex Presidente della regione Lanfranco Turci, sostenendo individuando i processi economici e sociali sviluppatisi negli anni precedenti alla crisi, riportandoli in questi termini: “(…) gerarchizzazione delle imprese dei distretti indotta dalla dinamica della globalizzazione, le delocalizzazioni e il ricorso crescente all’outsourcing, la crescita del terziario, i cambiamenti intervenuti nel lavoro dipendente e autonomo, la flessibilizzazione (anche per via legislativa operata dai governi del centro – sinistra) del mercato del lavoro e delle sue nuove figure di atipici” proseguendo Turci sostiene che “ il risultato di questi processi sono le diseguaglianze che crescono e la disarticolazione della società, del capitale sociale e dell’ethos collettivo ancora forte negli anni ‘80 ”[6]. I rapporti di forza partitici e sindacali, è la conclusione del ragionamento di Turci, che le sinistre (in particolare il Pci) aveva spostato a vantaggio di una garanzia di risultati economici e sociali per i lavoratori “cambiarono radicalmente”.

Lo scenario che si viene costruendo è di segno opposto rispetto al sostegno alle “politiche di welfare e agli interventi keynesiani degli enti locali (…) sia nel rapporto fra le classi sia nelle capacità di intervento del pubblico”[7]. Il sistema delle politiche sociali in quegli anni infatti è sempre più costretto all’interno delle famigerate politiche di rigore “che preparano e poi portano all’adozione dell’euro. Anche ad uno sguardo a volo d’uccello non può non colpire l’indebolimento, quando non la distruzione di identità collettive e il cambiamento radicale, la burocratizzazione, l’autoreferenzialità delle grandi nervature sociali che reggevano la società emiliana negli anni passati”.[8]

Dal punto di vista demografico in Emilia-Romagna continua il calo percentuale dei giovani sul totale della popolazione. Negli ultimi 10 anni si è ridotta di 2,5 punti percentuali nei 28 Paesi dell’Unione Europea, di quasi 3 punti in Italia (2,8 per l’esattezza) e di oltre 2 punti in Emilia-Romagna. Si tratta in valori assoluti di quasi 1,4 milioni di persone in meno in Italia, delle quali circa 59.000 nella sola Emilia-Romagna. Nell’ultimo anno tuttavia questa tendenza è meno accentuata, con ogni probabilità per effetto dei trend migratori, caratterizzati da una bassa età media: -0,2 nell’Unione Europea, 0,1 in Italia e addirittura in lieve recupero (+0,1) in Emilia-Romagna.

 

 

 

La provincia italiana con la quota più bassa di popolazione collocata nella fascia d’età fra i 15 e 34 anni d’età continua ad essere quella di Ferrara (16,5%), mentre tutte le altre realtà provinciali dell’Emilia-Romagna restano attestate tra il 18 e il 20% (vedi fig.5.3).

Alla base della riduzione della popolazione giovanile c’è prima di tutto il basso tasso di natalità, il calo costante che si registra dal 2008 ha portato, nel 2017, Emilia-Romagna alla quota di 7,4 nati per mille abitanti, dato inferiore anche a quello nazionale (7,6 per mille abitanti), con la punta più bassa ancora una volta nella provincia di Ferrara (5,9 per mille abitanti).

Pur tuttavia in questo trend vanno considerati i flussi migratori che hanno comportato specialmente negli anni passati soprattutto per ciò che riguarda l’Emilia-Romagna saldi elevati, tali da contribuire in modo determinante a frenare la mancanza di peso complessivo della popolazione giovanile.

Com’è noto l’età media della popolazione immigrata è invero molto inferiore a quella del luogo: oltre la metà degli immigrati residenti nel territorio emiliano-romagnolo nel 2018 risulta avere meno di 35 anni.

Grazie quindi a questo fenomeno la quota di popolazione con età inferiore ai 15 anni è cresciuta sensibilmente in Emilia-Romagna nel decennio 2002-2012, fino a toccare valori molto prossimi a quelli nazionali, dai quali invece era in precedenza lontana. Questo consente di prevedere che nei prossimi anni anche la quota di popolazione in età 15-34 anni possa avere un parziale recupero.

Negli ultimi anni, dal 2015 in poi, anche in Emilia-Romagna come – in modo più accentuato – in Italia, anche la popolazione più giovane, al di sotto dei 15 anni, torna invece a calare.

 

 

La riduzione della quota di giovani sul totale della popolazione deriva in primo luogo dal basso tasso di natalità, in calo costante dal 2008 e sceso nel 2017 in Emilia-Romagna a 7,4 nati per mille abitanti, inferiore anche a quello nazionale (7,6 per mille abitanti), con la punta più bassa ancora una volta nella provincia di Ferrara (5,9 per mille abitanti).

Tuttavia, questo andamento è bilanciato dai flussi migratori che hanno determinato soprattutto in alcuni degli anni scorsi e in particolar modo in Emilia-Romagna saldi elevati, tali da contribuire in modo decisivo a contenere la perdita di peso complessivo della popolazione giovanile.

L’età media della popolazione immigrata è infatti notoriamente molto inferiore a quella indigena: oltre la metà degli immigrati residenti nel territorio emiliano-romagnolo risulta nel 2018 avere meno di 35 anni.

In virtù di questo fenomeno la quota di popolazione con età inferiore ai 15 anni è cresciuta sensibilmente in Emilia-Romagna nel decennio 2002-2012, fino a toccare valori molto prossimi a quelli nazionali, dai quali invece era in precedenza distanziata. Tutto ciò lascia intravedere la possibilità che nei prossimi anni anche la quota di popolazione in età 15-34 anni possa avere un limitato miglioramento.

Dal 2015, come del resto in Italia, la popolazione al di sotto dei 15 anni torna a calare in Emilia-Romagna, cresce invece il valore delle migrazioni verso l’estero in particolare nella fascia d’età che va dai 18 ai 39 anni, il dato censito in regione riguarda, in valori assoluti, per il 2016 il trasferimento all’estero di 1.714 stranieri e 3.615 italiani.

Per ciò che riguarda i livelli occupazionali nel periodo 2007 – 2017 assistiamo ad un calo di oltre il 10% con una crescita dove predominante è la crescita prevalente degli inattivi con livelli consistenti dei disoccupati (+4,6%).

In Emilia-Romagna a rendere ancora più consistente il dato del calo degli occupati è il fatto che si partiva da livelli occupazionali nettamente superiori rispetto al dato nazionale, raddoppia la quota degli inattivi sulla cui entità incide, con particolare riferimento la fascia 15-24, lo  È evidente che in questa fascia d’età, e in particolare con riferimento a quella dai 15 ai 24 anni, la frequenza di percorsi formativi. Ciò nonostante, anche valutando soltanto la fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni, certamente meno coinvolta da attività formative, le propensioni non cambiano in modo significativo.

A tutti i livelli risulta più accentuata in questa fascia la crescita della quota dei disoccupati e meno quella della quota degli inattivi, che diventa addirittura un lieve calo nella media dei 28 Stati della UE, ma resta molto significativa la crescita di entrambi i valori sia In Italia sia in Emilia-Romagna.

Per ciò che riguarda il livello di ricchezza degli emiliano-romagnoli, valutando le dichiarazioni dei redditi del periodo 2009-2017 vediamo che il reddito medio da lavoro dipendente e assimilati nel 2016 – da dichiarazioni dei redditi 2017 – è pari in Emilia-Romagna a 22.220 euro, più alto di quello medio nazionale di oltre 1.500 euro (+7,4%) e, come provato dalla schema che rapporta i redditi da lavoro dipendente, autonomo e da pensioni in Emilia-Romagna e le diversità con l’Italia.

 

 

Redditi da lavoro dipendente, da lavoro autonomo e da pensione in Emilia-Romagna e differenze con Italia. Dichiarazioni dei redditi 2009-2017

 

Anno dichiara

zione

Redditi da lavoro dipendente

e assimilati

Redditi da lavoro autonomo Redditi da pensione
  Emilia-Romagna Differeza con Italia Emilia-Romagna Differenza con Italia Emilia-Romagna Differenza con Italia
2009 20.460 +1.000 (+5,1%) 42.230 +3.340 (+8,6%) 14.340 +400 (+2,9%)
2010 20.530 +740 (+3,7%) 42.830 +2.950 (+7,4%) 15.050 +450 (+3,1%)
2011 20.600 +790 (+4,0%) 44.310 +2.990 (+7,2%) 15.390 +410 (+2,7%)
2012 20.880 +860 (+4,3%) 45.590 +3.310 (+7,8%) 15.910 +390 (+2,5%)
2013 21.310 +1.030 (+5,1%) 40.800 +4.730 (+13,1%) 16.280 +500 (+3,2%)
2014 21.770 +1.170 (+5,7%) 41.390 +5.730 (+16,1%) 16.820 +540 (+3,3%)
2015 21.810 +1.290 (+6,3%) 41.640 +6.070 (+17,1%) 17.250 +550 (+3,3%)
2016 22.150 +1.490 (+7,2%) 43.810 +5.520 (+14,4%) 17.470 +600 (+3,6%)
2017 22.220 +1.520 (+7,4%) 47.360 +5.620 (+13,5%) 17.840 +670 (+3,9%)

Fonte: Elaborazione su dati del Ministero dell’economia e delle finanze

 

Considerando il lavoro autonomo, nello stesso periodo il distacco con la media nazionale si fa ancora più netto pari al 13,5%, che in termini assoluti equivale a 5.520 euro.

Parlando di redditi è interessante riportare un passaggio “la distribuzione dei redditi netti delle famiglie emiliano-romagnole è maggiormente concentrata (quindi meno equamente distribuita) di quella che si registra nel Nord-Est, ma meno di quella complessiva nazionale”[9]

Sempre per ciò che riguarda il dato sulla povertà relativa, prendendo questo indicatore come più attendibile in quanto suscettibile di meno variazioni, “nel 2017 le famiglie residenti in Emilia-Romagna in condizioni di povertà relativa costituiscono il 4,6% del totale, meno della metà del dato medio italiano (12,3%)”[10].

Situazioni di disagio delle famiglie, riporta il lavoro dell’Ires Emilia-Romagna per la CGIL regionale, pubblicato nel 2018 sono relative “alla grave deprivazione materiale, che si registra, (…), quando sono presenti nella famiglia quattro o più sintomi di disagio economico su un elenco di nove: i) non poter sostenere spese impreviste di 800 euro, ii) non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa, iii) avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti come per es. gli acquisti a rate; iv) non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni, cioè con proteine della carne o del pesce (o equivalente vegetariano); v) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere: vi) una lavatrice vii) un televisore a colori viii) un telefono ix) un’automobile”[11].

In questo caso, prosegue il rapporto commissionato dalla CGIL Emilia-Romagna, l’Istat attesta che “il 6,3% delle famiglie residenti in Emilia-Romagna si trovano in condizioni di grave deprivazione, dato appena inferiore a quello rilevato per l’insieme delle regioni del Nord (6,7%) e decisamente più basso di quello dell’Italia nel suo complesso (12,1%)”.

Pur vedendo aumentati alcuni indicatori del disagio, si assiste comunque al fatto che l’Emilia-Romagna “continua a contraddistinguersi per condizioni di benessere più elevate e meno critiche di quelle medie nazionali – spinte verso il basso da quanto si registra nel Sud del Paese – e sovente anche di quelle di buona parte delle regioni del Nord Italia”[12].

In conclusione, ricorda il Rapporto Ires-CGIL Emilia-Romagna, “non si possono trascurare alcuni segnali ormai consolidatisi nel corso degli ultimi anni” come il fatto che “dietro i dati medi si trovano situazioni profondamente diversificate e dunque una distribuzione dei redditi e delle ricchezze con significative diseguaglianze, come evidenziato dall’indice di concentrazione che, per l’Emilia-Romagna rimane più critico di quello dell’Italia settentrionale e, all’interno della regione, anche da quanto si osserva a livello territoriale e per profili di famiglia. Infatti, si è sottolineato che la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie più numerose e colpisce di più le famiglie giovani. Le elaborazioni Istat mostrano chiaramente come le famiglie in condizioni di povertà aumentino al crescere del numero di figli: il 26,8% delle famiglie con tre o più figli nel 2016 risultano in condizioni di povertà assoluta. Se si considerano le sole famiglie di stranieri con figli minori, tale percentuale sale al 34,6%”[13].

 

 

 

 

Fondamentale è il ruolo del pubblico che attraverso il “sistema di imposte e benefici, riduce il rischio di povertà per gli anziani, mentre lo aumenta per le famiglie con figli minori e per i giovani senza figli. (…) Tanto che Istat evidenzia la necessità di politiche finalizzate a rafforzare la famiglia che aiutino gli individui in tutte le diverse tappe della vita e riducano le disuguaglianze per età e generazioni, prevedendo anche misure che incentivino l’autonomia dei giovani e agevolino la realizzazione dei loro progetti”[14].

La povertà economica, oltre a essere prevalentemente concentrata a livelo territoriale territorialmente, è collegata alla mancanza di lavoro o, per meglio dire, a “un numero di persone occupate per famiglia con un reddito non adeguato alle esigenze complessive della famiglia stessa. Anche se diversi studi mostrano che la probabilità di povertà, per le persone occupate, non dipende tanto da quanto si lavora ma piuttosto dal reddito da lavoro che viene percepito. Ne deriva pertanto una forte preoccupazione per i recenti andamenti di alcune caratteristiche del mercato del lavoro italiano, con un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, chiamati a lavorare più di prima per ottenere in media retribuzioni comunque proporzionalmente in calo e quindi anche sempre meno in grado di contrastare il rischio di povertà”.

Altro elemento critico riguarda l’occupazione femminile, dato tradizionalmente caratterizzato in Italia e in Emilia-Romagna da lavoro precario, tempo parziale, dove le donne sono chiamate a sostenere non solo le difficoltà delle mansioni lavorative, ma anche dai compiti che derivano dalla cura della famiglia e laddove la persona di riferimento è la lavoratrice aumenta anche il rischio di povertà per quelle famiglie.

Abbiamo sottolineato l’importanza del sistema cooperativo in Emilia-Romagna, importanza che deriva anche dal fatto che dall’inizio della crisi ad oggi ha permesso la tenuta occupazionale. Il sistema cooperativo, di cui l’Emilia-Romagna è stata culla, ha vissuto una trasformazione manageriale che ha determinato una crescita dimensionale e finanziaria delle cooperative stesse, fra le origini delle situazioni di crisi (Coop Alleanza 3.0 con una passivo superiore ai 200 milioni di euro) o addirittura liquidate (Manutencoop franata sotto un passivo di circa 790 milioni di euro e 1300 creditori), c’è tanta finanza e una crescita dimensionale insostenibile.

[1] Sistema produttivo costituito da un insieme di imprese, prevalentemente di piccole e media dimensioni, caratterizzate da una tendenza all’integrazione orizzontale e verticale e alla specializzazione produttiva, in genere concernente in un determinato territorio e legate da una comune esperienza storica, sociale, economica e culturale.

http://www.treccani.it/enciclopedia/distretto-industriale_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

[2] W. Vitali, Tra “modello emiliano” e Regione Emilia – Romagna, in C. De Maria, Bologna futuro. Il modello emiliano alla sfida del XXI secolo, pag. 117, Clueb, Bologna 2012

[3]W. Vitali, Tra “modello emiliano” e Regione Emilia – Romagna, in C. De Maria, Bologna futuro. Il modello emiliano alla sfida del XXI secolo, Clueb, Bologna 2012, pag. 117

[4]  W. Vitali, ibidem, pag. 118

[5] W. Vitali, ibidem , pag. 117

[6] L. Turci, in “C’era una volta il riformismo emiliano”,  Micromega on line 09/04/2014 http://temi.repubblica.it/micromega-online/c%u2019era-una-volta-il-riformismo-emiliano

[7] L. Turci, in “C’era una volta il riformismo emiliano”,  Micromega on line 09/04/2014 http://temi.repubblica.it/micromega-online/c%u2019era-una-volta-il-riformismo-emiliano

[8] L. Turci, ibidem

[9] Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 116

[10] Ibidem, pag. 122

[11]Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna N. 6 – Anno 2018, IRES Emilia-Romagna per conto della CGIL Emilia-Romagna,, pag. 124

[12] Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna, ibidem, pag. 126

[13] Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna N. 6 – Anno 2018, IRES Emilia-Romagna per conto della CGIL Emilia-Romagna, pag. 127

[14]Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna, ibidem, pag. 127

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Il collateralismo

Di Eugenio Pari

La comparsa sulla del movimento operaio, pone in termini nuovi il tema dell’organizzazione politica. I partiti socialisti che si affacciarono  sul palco della storia alla fine dell’Ottocento sono una formazione addirittura successiva a forme che il proletariato si era dato in precedenza come le cooperative e il sindacato.

Il movimento cooperativo, non è però esclusività del movimento operaio, rappresenta il tentativo di una risposta a problemi concreti che attraversava il proletariato ed assume caratteristiche diverse in Europa, per esempio: in Inghilterra, dove le prime cooperative risalgono agli anni ’30 dell’Ottocento, si svilupperà intorno alla cooperazione di consumo; in Germania sarà principalmente cooperazione in tema di credito e quindi bancaria e di ispirazione soprattutto cristiana. In Italia, e nella Valle Padana, culla del movimento cooperativo italiano,  saranno innanzitutto le cooperative di produzione lavoro e sebbene il movimento socialista vedrà nella cooperazione uno dei principali strumenti attraverso cui applicare la propria linea politica a livello municipale, la cooperazione di impronta cattolica sarà molto importante in primo luogo quella bancaria attraverso il credito popolare. Vi era nel socialismo riformista un primato delle organizzazioni parallele rispetto al partito, questo primato verrà invertito nel Secondo Dopoguerra dove al centro ci sarà essenzialmente il PCI.

Anderlini definisce il collateralismo come

“modello di relazioni coessenziale al primato dei partiti e perdurato, seppure perdendo di forza, per tutto il corso della Prima Repubblica” (2006).

La strutturazione dei partiti prevedeva “cinghie di trasmissione”, le organizzazioni che componevano questi “ingranaggi” non erano affatto una longa manus dei comunisti nella società, inoltre non erano esclusivo patrimonio del PCI che, comunque, con il concorso dei socialisti alimentava questa struttura rendendola capillare  e di massa.

La DC, per esempio,

“non era da meno: non solo le organizzazioni innervate sulle parrocchie, ma la CISL, le cooperative bianche, la Coldiretti e altro, ivi comprese le banche rurali e le casse popolari sparse per tutto il Paese. (…) Grandi o piccoli che fossero tutti i partiti, ivi compresi quelli della tradizione liberal-borghese, erano strutturati secondo le forme classiche di integrazione democratico sociale di massa”[1].

Trattare del “modello emiliano”, in particolare della fase del suo apogeo, senza trattare il tema del collateralismo sarebbe discorso lasciato a metà, un discorso che parla si del ruolo egemone e di “regia” del PCI, ma che non riesce a spiegare fino in fondo il modo in cui, effettivamente, il Partito comunista riuscisse a mantenere e sviluppare questo ruolo centrale nel sistema economico-sociale dell’intera regione.

Nella Conferenza organizzativa del 1959 il PCI si affermava un concetto fondamentale nell’ottica di contrasto ai monopoli e al ruolo che il “sistema PCI” poteva svolgere:

“in Emilia-Romagna può svilupparsi una intesa permanente fra organizzazioni sindacali dei lavoratori ed associazioni cooperative, artigiane e di ampi settori dell’industria non monopolistica, volta appunto ad attuare una nuova’ redistribuzione del reddito ed un impulso agli investimenti produttivi, con la limitazione e la liquidazione dei superprofitti di monopolio”[2].

Il movimento cooperativo a partire dagli anni ’70 allenterà questo legame, raggiungendo contestualmente risultati economici e produttivi di maggior rilievo rispetto alla fase in cui, fondamentalmente, era una propaggine del Partito.

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Guido Fanti (a sinistra) con Giuseppe Dozza

Anche il Sindacato allargherà la “cinghia di trasmissione”, nel caso del movimento cooperativo, per quanto riguarda il sistema Legacoop, così come nel caso della CGIL il rapporto tra PCI prima e con i partiti da esso discendenti come il PDS, i Ds e in parte il PD il legame non si interromperà mai del tutto, subirà di certo modifiche ma non sarà mai interrotto soprattutto perché sia dirigenti del mondo cooperativo collegato a Legacoop, sia i dirigenti della CGIL in buona parte avevano e hanno in tasca la tessera di quei partiti e, in misura minoritaria, quella del fu PSI.

Questo fatto, a mio avviso, non fu negativo e non lo sarebbe nemmeno in linea di principio, in quanto è vero che i dirigenti del Sindacato e della Cooperazione vissero una sorta di dipendenza nell’individuazione dei rispettivi gruppi dirigenti rispetto al PCI, che, comunque, si assumeva anche il compito della formazione generale dei quadri, ma queste organizzazioni troveranno nel PCI un importantissimo interlocutore in grado di assumersi il compito di portare a sintesi politica le questioni del sindacato e del mondo della cooperazione. Questo rapporto osmotico non era unidirezionale, dal PCI alle organizzazioni collaterali, bensì anche da queste in direzione del Partito. Le cooperative e la CGIL erano le “antenne” del Partito nella società, erano una vera e propria cartina di tornasole rispetto a ciò che si muoveva nella società e alla capacità di tradurla in una linea politica da parte del Partito.

Guido Fanti parla del contributo attraverso

“progetti e realizzazioni che le organizzazioni sindacali, cooperative, artigiane, commerciali e associative di Bologna e della regione, con il supporto del PCI e del PSI, portarono come contributo essenziale alla costruzione, in pochissimi anni, del ‘modello emiliano’. Una dote ricca di progettazione e investimenti produttivi, di nascita ed espansione di migliaia di ditte artigiane e commerciali e di società Cooperative, con la costruzione di circa 100.000 nuovi posti di lavoro, che si univano a quelli creati dalle attività e dalle opere d’interesse pubblico di comuni e province. L’Emilia-Romagna divenne, così, terra di lavoro per migliaia di disoccupati del Veneto, delle Marche e delle pianure padane lombarde e piemontesi.”[3]

Il collateralismo ha avuto quindi una funzione importante nella strategia dei comunisti italiani, come ha scritto Anderlini con particolare riferimento alla cooperazione:

“se c’è del marcio in Danimarca, esso va ricercato non nel collateralismo, ma in ciò che si è sedimentato dopo la sua eclissi naturale: capi di antica nomina politica che una volta emancipati dal controllo possono essere tentati a trasformare le imprese in feudi, seguendo la via postsovietica al capitalismo, ed entristi ormai liberi di arrampicarsi altrove facendo delle coop la pista di lancio”[4].

Citando Mario Tronti, possiamo affermare che l’organizzazione collaterale fu il tentativo di una classe di farsi Stato e strumento di acquisizione della coscienza di classe:

“il passaggio del proletariato a classe operaia, da classe in sé a classe per sé, di classe a coscienza di classe per mezzo dell’organizzazione. Il capitalismo industriale per superare questa sua interna contraddizione ha dovuto superare sé stesso: andando incontro incontro alle sue nuove contraddizioni che oggi lo affliggono. È su queste ultime che oggi andrebbe centrato il conflitto. Ma potrebbe farlo solo chi si facesse consapevole erede di quella storia: forme di lotta, esperienze collettive, solidarity for ever, tutto il potere ai soviet, e prima mutualismo, associazionismo, cooperazione, e poi sindacato e poi partito fino al tentativo di farsi Stato. E patrimonio ideale, sistema di pensieri, rigorosa teoria, concezione del mondo e della vita, il tutto scoperto, praticato, elaborato con passione e realismo, due dimensioni da riaccostare dentro ognuno di noi. Un cammino luminoso che tutte le ombre in seguito accumulatesi non riescono ad oscurare. Io non capisco, (…), perché – se nel momento drammatico del crollo, almeno nei lunghi anni a seguire – non l’abbiamo messa su questo piano”[5].

Perché, in sostanza, queste organizzazioni che erano comunque originate da ideali di

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Da sinistra: Giuseppe Dozza, Renato Zangheri e Guido Fanti

 

giustizia sociale e trasformazione del mondo, a un certo punto hanno deliberatamente deciso di venire a meno a questo impegno? Come mai il mondo della cooperazione, e non parlo di quelle false dietro le quali si nascondono spesso condizioni di lavoro infami, hanno prodotto deviazioni mercantili come nel caso della scalata BNL operata nel 2005 da Consorte (il caso di Buzzi e della cooperativa 29 settembre, a mio avviso non ha nulla a che vedere con questo ragionamento e riguarda solo vicende giudiziarie)? È stata solo la reazione di rispondere alla stringente necessità di unire i principi sociali alle esigenze di bilancio, ovvero la questione delle questioni per le cooperative di essere capaci di unire solidarietà e capacità gestionali, di saper trasmettere un valore sociale e per farlo chiudere senza perdite i bilanci delle cooperative? Oppure è stato un venir meno alla propria funzione storica passando dall’altra parte, dalla parte di quelli da cui ci dovevamo difendere ovvero il capitale? Toschi ne parla in questo modo, dando un segnale del fatto che il mondo della cooperazione, nella sua maggioranza, ha ancora sani e robusti anticorpi, e io ne sono convinto:

“Non possiamo, e anche se potessimo non dobbiamo, liberarci della nostra storia, delle nostre storie così diverse eppure così uguali. La nostra è stata una storia di lotta, di divisioni, di discussioni non solo verso ‘gli altri’ ma al nostro interno e nella lotta e nelle avversità siamo cresciuti fino a divenire quello che siamo oggi. Dobbiamo quindi comprendere per progredire, per costruire su fondamenta solide e riconoscibili – le nostre fondamenta – perché solo se ci ri/conosciamo, se ci ri/troviamo, se ci ri/comprendiamo possiamo conoscere, attraverso noi stessi, anche gli altri, discutere con loro, apprezzare le loro idee e i loro progetti e costruire possibili sintesi che ci possano portare a convergere nel ‘punto marxiano’ (…) [del]: miglioramento delle condizioni di vita”[6].

La classe dirigente dell’organizzazione cooperativa ha tratti anche psicologici che ne spiegano la trasformazione, secondo Anderlini:

“nella querelle che ha accompagnato la scalata BNL, ad esempio, mi ha colpito l’insistenza con cui Fassino ha richiamato la potenza economica delle coop e il loro ‘non essere più quelle di una volta’”

stessi concetti espressi da esponenti di Legacoop, affermazioni che, proseguiva Anderlini, sono realistiche ma

ideologicamente ambigue[a] e, soprattutto, psicologicamente rivelatrici di un’ansia di neo-accreditamento, tipica del complesso d’inferiorità del parvenu, il quale tende a rimuovere la sua origine, anziché farsene un vanto. Di nuovo il complesso, tipicamente trans-comunista, dei ‘figli di un Dio minore’. La faccia perversa e marranesca assunta, dopo la decadenza, del senso aristocratico della diversità comunista. In questo, molti cooperatori, sono emblematici come più non si potrebbe del trans-comunismo”[7].

Nella cooperazione lo sforzo di disinfrancarsi non solo dal rapporto con il Partito, che nell’ottica del movimento operaio, insieme al Sindacato compone lo stesso, può significare anche un allontanamento dalla propria cultura di partenza, nello sforzo di produrre un modernizzazione affidata ad un management attinto dall’esterno dell’impresa cooperativa come in qualsiasi alta SpA. Ciò, è vero, permette maggiori competenze dal punto di vista gestionale e risposte più contingenti alle necessità economico-finanziarie, ma forse queste figure dirigenziali non tengono nella dovuta considerazione la funzione sociale, di trasformazione sociale, propria del movimento cooperativo magari ignorando, per non dire non condividendo, proprio la cultura di partenza che in fin dei conti si innerva nella storia del movimento operaio e degli strumenti (fra cui proprio la cooperazione) che esso ha utilizzato nella lotta per la propria emancipazione.

Parlando del ruolo della cooperazione Sergio Costalli ha sottolineato la necessità di tornare

“a comprendere meglio (…) lo stretto rapporto che esiste tra il nostro operare quotidiano e i bisogni, i desideri e la partecipazione democratica, nel senso più vasto del termine, del corpo sociale e dei cittadini”[8].

[1] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pagg. 112-113

[2] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 81

[3] G. Fanti e G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa. L’impossibile riformismo del PCI, Pendragon, Bologna, 2005, pag. 96

[4] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 169

[5] M. Tronti con A. Bianchi, Il popolo perduto. Per una critica della sinistra., Edizione Nutrimenti, Roma, 2019, pagg. 24-25

[6] L. Toschi, in S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 6

[7] F. Anderlini, La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove. Edizioni Pendragon, Bologna, 2006, pag. 113

[8] S. Costalli, La città co-operativa, Bruno Mondadori, 2013, pag. 29

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Dall’industria al producer’s services. Il cambio di riferimento sociale della sinistra

Di Eugenio Pari

L’Emilia – Romagna non è sempre stata una regione industrializzata, per un lungo periodo la sua principale vocazione era prevalentemente rurale. L’economia della regione dal punto di vista industriale, ancora nel secondo dopoguerra, era molto indietro rispetto non solo alla Lombardia o al Piemonte, ma anche rispetto al Veneto, alla Toscana e alle Marche.

L’industrializzazione se comparata con regioni come il Veneto e la Lombardia, vedrà un avvicinamento dell’Emilia – Romagna rispetto alla prima solo sul finire degli anni ’30, mentre il distacco con la Lombardia rimarrà pressoché doppio.

Occupati nell nell’industria manifatturiera come percentuale degli addetti totali*[1]

 

Emilia Romagna Lombardia Veneto
1901** 4 15,1 10,0
1911 9,9 23,2 12,9
1938 15,8 33,4 17,4
1961 27,6 44,4 24,1
1981 42,4 44,2 37,6
2001 28,6 29,2 32,4

 

Il distacco con le regioni maggiormente industrializzate di colmerà, rendendo i le percentuali sostanzialmente omogenee, allorquando le regioni del “Triangolo industriale”, ovvero la Liguria con Genova, il Piemonte con Torino e la Lombardia con Milano, tutti centri con grandi produzioni industriali, cominceranno a trasferire produzioni o segmenti di produzioni nella regione e nella cosiddetta “Terza Italia” ovvero le regioni dell’Italia centro settentrionale.

Nel periodo che va dalla fine degli anni ’70 l’Emilia – Romagna si trova di fronte a Risultati immagini per modello emilianoproblemi di sviluppo economico di tipo nuovo, non solo dettata dalla crisi petrolifera di quel periodo e dalla conseguente crisi economica culminata in una fase di recessione, ma dal dover organizzare, portare a sistema, quel modello di sviluppo economico che ha preso già ha preso forma nei territori, ovvero il modello dei distretti. L’Emilia – Romagna lo fa, ricorrendo alle proprie risorse sociali e politiche.

L’economia di distretto vede una “cabina di regia” a livello istituzionale nella Regione, istituita nel 1970, la quale si fa promotrice di proposte e soluzioni integrate.

Adottando di fatto soluzioni eterodosse rispetto alla propria cultura di appartenenza e riportando “lo sviluppo industriale dell’Emilia – Romagna all’interno dello schema analitico togliattiano”[2], trovando un collante socio – politico nell’azione del Pci che, come detto, in linea con la lezione togliattiana sull’alleanza con il ceto medio, agì anche nei confronti del sindacato in funzione mediatrice rispetto alle istanze salariali dei lavoratori. La contropartita ottenuta dal movimento dei lavoratori sarà, come noto, lo sviluppo del welfare locale e dei servizi pubblici considerati quali elementi di salario accessorio volti a colmare il gap salariale che sussisteva per esempio con i lavoratori di Torino e Milano.

A questo punto è importante riportare un passaggio che definisce il concetto di distretto industriale:

“Marshall riteneva che, in alcuni settori manifatturieri, la produzione  potesse essere organizzata in maniera efficiente sia raggruppando tutte le fasi del ciclo produttivo in un’unica  grande fabbrica, sia distribuendole tra un gran numero di piccoli laboratori indipendenti, ciascuno dei quali specializzato soltanto in una o in poche di esse (…)”[3].

Il tessuto produttivo manifatturiero regionale sarà caratterizzato dalle dimensioni ristrette delle aziende, all’incirca il 60% delle imprese al di sotto dei cinquanta addetti a cui aggiungere un 35% di imprese con un numero di dipendenti compreso tra cinquanta e cinquecento unità e quindi considerato nella fascia delle “medie imprese”.

La frammentazione e la scarsa dimensione del sistema produttivo poneva evidenti problemi non solo di integrazione, ma anche di capacità di innovarsi. Di questo problema, come accennato in precedenza, si fanno carico la Regione e il sistema di governo locale attraverso il Piano di sviluppo regionale del triennio 1982 – 85 che alle tradizionali azioni urbanistiche sulle aree per gli insediamenti produttivi affianca

“la creazione di centri di servizi reali alle imprese (…). Ciò permise alle imprese non solo dell’industria, ma anche dell’agricoltura, della maglieria così come del turismo nell’area romagnola di non vivere una situazione di isolamento e non solo perché intrecciate in un sistema” quello distrettuale appunto “ma anche perché sostenute da servizi esterni all’impresa e interni al sistema di relazioni a cui potevano fare ricorso: quelli offerti dalle associazioni e dalle amministrazioni locali”[4].

Nell’ottica di collaborazione fra piccoli imprenditori e lavoratori, oltre ad essersi generata una sostanziale pax sociale, è prevalsa anche una logica “delle esenzioni”, laddove la politica

“ha creato a favore di una quota significativa del lavoro autonomo e delle imprese di piccole dimensioni un regime speciale di sgravi fiscali, di semplificazione delle procedure amministrative e di agevolazioni creditizie (Arrghetti – Serravalli 1997, p. 343)”[5]

Ma le “facilitazioni”, non sono andate unicamente nella direzioRisultati immagini per modello emilianone dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori, come detto, la pragmaticità della classe politica emiliano – romagnola, in particolare il gruppo dirigente del Pci, considerato sia quello propriamente partitico che gli amministratori locali, subordinati al primo in tutta la fase di costruzione del “modello emiliano” hanno avviato un

“processo di crescita, fornendo beni collettivi che ne hanno ridotto i costi economici e sociali, tanto per gli imprenditori (attraverso misure di sostegno allo sviluppo e politiche sociali), i governi locali hanno reso possibile un compromesso sociale basato, da un lato, sull’elevata flessibilità dell’economia e, dall’altro, sul controllo dei costi e la redistribuzione dei benefici portati dallo sviluppo industriale. In questo senso la regolazione politica, insieme alle reti parentali e comunitarie – il cosiddetto “capitale sociale” ndr – hanno mitigato l’azione del mercato favorendo non solo la coesione sociale ma anche la flessibilità e l’innovazione tecnologica.”[6]

Il delicato nesso tra sviluppo economico e sviluppo democratico, tra benessere materiale e benessere sociale, vera e propria cifra del “modello emiliano” a partire dagli anni ’60 si reggeva, in ultima analisi, sulla capacità di programmazione e di “fare politica” di enti locali e Regione, oltre che sull’azione sindacale.

Alla produzione industriale si sostituisce via via un’economia basata sui servizi, questo passaggio avviene in maniera precoce, sul finire degli anni ‘70, precoce almeno rispetto al panorama nazionale e continentale in quel periodo ancora fortemente incentrato sulla produzione industriale di stampo fordista. Un altro aspetto è la peculiarità della sostituzione dell’economia dei servizi a discapito di quella incentrata sulla produzione industriale come riporta Fausto Anderlini:

“in Emilia – Romagna la transizione post – moderna – cioè il passaggio a un’economia dove la componente manifatturiera, che pure resta una vocazione per nulla secondaria nella matrice regionale, è sopraffatta dai servizi urbani in generale, e dai producer’s services in particolare – si è affacciata precocemente (sulla fine dei ’70 e ha avuto modalità più penetranti che altrove. Hanno giocato a favore due aspetti: il carattere verticalmente disintegrato dell’industria (emiliano – romagnola, ndr), già post – fordista nella sua intima costituzione, e il tenore avanzato dall’armatura urbana”[7].

Quindi il passaggio dall’economia fordista, che, stando ad Anderlini, fordista fino in fondo non è mai stata, a quella post – moderna, basata sui servizi avviene nella nostra regione prima che in altre parti d’Italia. Le caratteristiche della produzione fortemente “disintegrata” non solo nelle dimensioni, come abbiamo visto, ma anche sul territorio favoriscono questo modello che verrà poi definito di new economy. Il policentrismo della regione Emilia – Romagna, l’alto numero di città di dimensioni al di sopra dei centomila abitanti ha favorito una vocazione dei centri urbani a “fare da se’” non solo dal punto di vista della caratterizzazione industriale, ma anche delle vocazioni economiche, contribuendo a portare la regione ad un alto livello di differenziazione produttiva, dove “l’area metropolitana bolognese” rappresentava, stando ad Anderlini, il “momento topico”.  Queste

“attività  post-moderne, inoltre, hanno preso spunto dagli ingredienti del modello sociale messo a punto nell’era industriale, mettendosi a loro servizio: manifattura diffusa, economia cooperativa, welfare locale, sistema istituzionale e culturale, funzione trainante dei consumi culturali (Anderlini, Gennari, 2003). Il risultato è stato una ‘via’ alla terziarizzazione con un proprio imprintig sociale, in linea evolutiva densa e continua. Ne è comunque derivato uno spostamento profondo della gravitazione sociale, con l’emersione di una vasta e multiforme classe media a forte vocazione intellettuale”[8].

Questo passo di Anderlini è fondamentale: il progressivo passaggio da un’economia incentrata sulla produzione ad un’economia incentrata sui servizi, ha determinato, evidentemente, una mutazione sociale con la diminuzione dei lavoratori impiegati nell’industria e il corrispondente aumento dei lavoratori “intellettuali” impiegati nei servizi. Questa sostituzione, sebbene ancora oggi rimanga forte il numero dei lavoratori legati alla produzione dell’industria, ha parallelamente modificato anche i caratteri sociali della sinistra sempre più riferimento dei cosiddetti lavoratori intellettuali e ad essi riferita. Ciò, ha di conseguenza, determinato uno spostamento geografico del consenso e della militanza. Dalle periferie, prevalentemente industriali, delle città ai centri storici densamente abitati dalle classi abbienti e medie a cui, nella maggior parte, possono ascriversi i lavoratori intellettuali. Su questo passaggio è importante riportare un altro passaggio di Anderlini:

“le attività post-moderne, (…), hanno preso spunto dagli ingredienti del modello sociale messo a punto nell’era industriale, mettendosi a loro servizio: manifattura diffusa, economia cooperativa, welfare locale, sistema istituzionale e culturale, funzione trainante dei consumi culturali (…). Oggi il gruppo dominante nel campo del centro – sinistra è esattamente costituito da questa vasta e ramificata classe media urbana, che ha preso il posto che sino ai ’70 era occupato dalla classe operaia e da una parte dei ceti produttivi autonomi (artigiani e piccoli imprenditori di estrazione operaia), con le loro tipiche espressioni istituzionalizzate di capitale sociale. La trasformazione post-moderna non ha tratto la regione dal suo calco politico, tanto che la transizione sociale sembra essere avvenuta secondo la stessa continuità che aveva assecondato la trasformazione dalla società agraria a quella urbano-industriale.”[9]


[1] 1901-81: Zamagni, Una vocazione industriale diffusa, cit., tab. 2; 2001: Istat, Censimento generale dell’industria e dei servizi, Roma, Istat, 2001. * La tabella riporta la percentuale degli addetti all’industria manifatturiera risultanti dai censimenti industriali sugli attivi totali risultanti dai censimenti della popolazione. Questo metodo esclude dal nominatore tutti gli attivi rilevati dai censimenti della popolazione che esercitavano lavori precari, svolgevano attività temporanee o erano disoccupati e che non compaiono nei censimenti industriali. ** Per il 1901 vengono computati al numeratore gli addetti alle attività manifatturiere rilevati dall’inchiesta industriale svolta nelle province italiane tra il 1888 e il 1897 e i cui risultati furono pubblicati sugli “Annali di statistica” tra il 1890 e il 1898 – in A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 209

[2]  A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “Il modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 217

[3]  A. Rinaldi, ibidem, pag. 219

[4] A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “Il modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 223

[5]  In F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 29

[6] F. Ramella, ibidem, pag. 29

[7]  F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del 25 febbraio 2013, Editrice Socialmente, Bologna, 2013, pag. 275

[8] F. Anderlini, ibidem, pag. 275

[9] F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del 25 febbraio 2013, Editrice Socialmente, Bologna, 2013, pag. 275

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Forlì, il sindaco Balzani rompe col Pd

Forlì, il sindaco Balzani rompe col Pd: “Votiamo contro la fusione Hera-Acegas”

Lo sfogo del primo cittadino su Facebook contro la multiutility che diventerà ancor più “privata” con la prevista mega-operazione finanziaria: “Il voto simbolico di una città di provincia non cambierà le cose ma servirà ad attrarre l’attenzione su un tema politico di cui la tv non parla”. E arriva il plauso del Movimento 5 Stelle di Ravenna

di Davide Turrini | Forlì | 6ottobre 2012

Roberto Balzani, Sindaco di Forlì

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/06/forli-sindaco-balzani-rompe-col-pd-%E2%80%9Cvotiamo-contro-fusione-hera-acegas%E2%80%9D/374615/

Il re è nudo. E ci voleva un apostata come Roberto Balzani per mostrarlo. Ieri pomeriggio il sindaco di Forlì ha rilasciato un messaggio duro e sconfortato nella sua bacheca di Facebook, proprio sulla discussa fusione Hera- Acegas che i comuni dell’Emilia Romagna stanno approvando ad uno ad uno, non senza strascichi polemici all’interno delle varie maggioranze di centrosinistra.

“Di fuori c’è il lato grottesco – attacca Balzani nel post – Fiorito, i diamanti, le vacanze al mare, le case, ecc… Ma, visto da dentro, com’è l’autunno della Repubblica? E’ freddo, nonostante i 27° di oggi. E’ freddo, perché fanno venire i brividi le lotte per aggredire le spoglie dello stato da parte dei poteri meglio organizzati”

Poi il refrain che ha caratterizzato un sindaco spesso non allineato alla linea di partito: “Noi a Forlì siamo soggetti a pressioni incredibili – manager, politici, funzionari, ecc. – semplicemente perché NON siamo d’accordo con la fusione fra Hera e Acegas”.

Sembra uno sfogo di un normale cittadino e invece sono le parole in libertà di un professore universitario di storia, tradizione repubblicana, che nel dicembre del 2008 alla primarie del Pd supera di poche decine di voti la candidata ufficiale e tenta più volte, da primo cittadino eletto, di rivoluzionare la città a partire proprio dal rapporto con Hera. Fin dal 2009, infatti, l’amministrazione Balzani si mette per traverso rispetto alla ristrutturazione della governance di Hera: a fronte della richiesta della multiutility di cedere le reti del gas e dell’acqua in cambio di una nuova emissione di azioni, dà risposta negativa. Successivamente nel 2011 dichiara che il Comune si costituirà parte civile contro Hera per i danni alla salute provocati dagli inceneritori.

Ma è sulla fusione Hera-Acegas, operazione che permetterà un oggettivo reinserimento dei privati nella grande multiutility ignorando la scelta referendaria del giugno 2011, che Balzani ha preso una posizione netta da parecchio tempo, sintetizzata nella seconda parte del post su Facebook: “Perché dobbiamo raccontarci la favola della “governance” pubblica collettiva? La governance è esercitata, nelle spa (soprattutto se quotate), da chi ha pacchetti azionari pesanti. Gli altri guardano. Punto. E’ la realtà. E allora perché prendersela con chi vuol dire questa semplice verità, dimostrando che “il re è nudo”?”

“Le cose non cambieranno per il simbolico voto contrario di una città di provincia – conclude Balzani – Tutto andrà secondo i programmi. Forse, però, ciò servirà ad attrarre l’attenzione su un tema squisitamente POLITICO, di cui nessuno parla in tv”.

Parole pesanti che trovano subito commentatori pronti a ringraziare il sindaco per la sua coerenza e coraggio: “I sindaci emiliano-romagnoli dovrebbero comportarsi tutti come lei”, scrive Marisa Toffanin e ancora “amo chi ha il coraggio delle proprie idee senza peli sulla lingua”, commenta Libertà Piazza. Infine l’assist del consigliere comunale 5 Stelle di Ravenna, Pietro Vandini: “Complimenti da un Consigliere Comunale del Movimento 5 Stelle”.  E se son rose, diceva un antico adagio, fioriranno.

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Una chiaccherata con il sindaco di Forlì Roberto Balzani

Pubblico di seguito un brano dell’intervista che ebbi occasione di fare al Prof. Roberto Balzani (sindaco di Forlì) sul tema dell’acqua pubblica e sui servizi pubblici locali. Feci questa intervista per inserirla nella mia tesi di laurea intitolata “Servizi pubblici locali, tra capitalismo e democrazia”. L’intervista si svolse il 14/03/2010 e insieme al sottoscritto partecipò il Prof. Nicola Giannelli (Docente di analisi delle politiche pubbliche dell’Università di Urbino).

Eugenio Pari

(…)

“Il vero problema dei servizi comunali nei confronti delle multiutility è l’assimmetria informativa, dal punto di vista della resa dei conti e a volte degli stessi investimenti che si fanno. Non riusciamo ad entrare nel merito oltre ad un certo punto e dall’altra parte i controlli che sono controlli formali e non sostanziali.”

È un problema che riguarda gran parte dei comuni d’Italia…

Questo è il tema perchè non abbiamo risorse per una gestione diretta, allo stesso tempo si dice che la gestione deve essere esterna tu devi avere solo il compito di programmazione, indirizzo e controllo ma fare le gare fatte bene è difficilissimo è una delle chiavi di volta del servizio e noi anche in questo caso non abbiamo risorse interne, cioè dobbiamo riferirci a persone esterne, diciamo a professionisti esterni

E’ difficlissimo perché il contratto di servizio è fondamentale ed è difficilissimo strutturarlo in maniera tale da avere il coltello dalla parte del manico…

Esattamente poi è difficilissimo trovare professionisti che non sono pagati dalle società di gestione, quindi persone intellettualmente oneste, perchè in realtà è un sistema oligopolistico quello delle società di gestione che è così ben organizzato fra virgolette domina anche il mercato delle professioni, quindi trovare persone in grado di fare buoni contratti,per il pubblico,  fatti per bene, vuol dire avere a che fare con persone che non sono numerose, noi ce ne rendiamo conto, questo vale nel campo degli ingegneri, nel campo dei giuristi, nel campo dei tecnici, quindi è difficile accedere anche pagandoli profumatamente.

Questo è un dramma perché riguarda anche i servizi di ingegneria, io ho visto con l’alta velocità Torino – Lione, prima che i sindaci scendessero sul campo di battaglia sembrava che quel tracciato fosse l’unico possibile al mondo e tutti gli ingegneri del Piemonte eran disposti a giurare su questo, tre anni dopo si è scoperto che quella soluzione li era vecchia, era obsoleta e adesso il presidente del comitato dice che la nuova soluzione non ha più nulla a che vedere con quella vecchia, ed è un architetto… evidentemente era già una soluzione che si voleva far passar così come fosse… quindi questo riguarda tutti i settori…

tutti i settori dell’intervento pubblico….

Cioè questo riguarda le acque…

Acque, rifiuti, smaltimento, ecc. poi ci sono segmenti in cui abbiamo qualche struttura più robusta ma non internalizzata ai comuni, penso a questa Unica per il patrimonio delle reti, Romagna acque per l’acquedotto che è una società integralmente pubblica che avrebbero un potenziale da questo punto di vista anche di costruzione di una tecnostruttura fedele interna, ma è un lavoro sul quale dobbiamo ancora completamente investire perché in realtà l’abitudine culturale a pensarsi come soggetto pubblico che ha questa funzione specifica non è, diciamo, dominante.

Ma i comuni hanno mai pensato di mettersi in rete e costruire un soggetto unico che abbia delle capacità contrattuali, tecniche?

È quello che stiamo cercando di fare, noi disperatamente siccome so che non lo posso fare dentro al comune non abbiamo i soldi per fare queste cose e  anche un comune come Forlì, che ha circa 800 dipendenti, che tu dici caspita quanti ne hai… ma se tu togli il sociale gli insegnanti alla fine rimangono… e poi queste cose qui non è che le puoi fare casualmente è un mestiere complicato, duro, quindi quello che con il Dott. Foschi stiamo cercando di fare è vedere quali delle nostre società partecipate può avere la capacità economica da un lato e il potenziale di acquisizione di queste capacità tecniche proprio per riuscire a concentrarle li, perchè questa è una cosa di cui abbiam bisogno perché altrimenti noi siamo in balia totalmente delle società che gestiscono

Nella delibera del 14.09 (ndr delibera del Consiglio comunale di Forlì) emerge lo scheletro di una nuova gestione, soprattutto perché emerge di non cedere quote di partecipazione, mentre mi pare che uno dichiarati ad esempio dal comune di Rimini e di Modena è cominciare a vendere le quote. Questo signor sindaco che cosa vuole dire?

Io se devo vendere qualcosa vendo le azioni di Hera, non vendo gli assets patrimoniali, cioè vendo le azioni perché li non conto. Il sistema di Hera è una società pubblica teoricamente, ma assolutamente privata realmente, in cui diciamo, c’è una perfetta realizzazione del capitalismo manageriale chandleriano. Nel senso che il management è autoreferenziale e con la scusa che la società è quotata in Borsa, cosa che secondo me è stata esiziale per il destino di Hera, Hera a partecipazione pubblica non doveva essere quotata in Borsa, doveva rimanere una società anche privata ma non quotata, dal momento in cui è stata quotata è chiaro che il cosiddetto riferimento al mercato e all’ipotetico investitore privato che compra le azioni è diventato il punto di riferimento di questo management autoreferenziale che dice “noi dobbiamo rispondere al mercato”, “alla quotazione di Borsa” e questo è il motivo per cui fanno praticamente quello che vogliono…

Cioè la scusa attraverso la quale loro si sentono autonomi…

Assolutamente autonomi, per cui il loro orientamento è l’orientamento verso il risultato finanziario risultato finanziario puro, nei confronti dei soci pubblici che hanno il 60% dicono però noi siamo anche i vostri interlocutori, con voi noi non possiamo avere un rapporto fra socio privato e amministrazione pubblica perché voi siete dentro di noi, voi avete delle quote azionarie quindi, in qualche modo, dobbiamo trovare un accordo più fluido, diciamo, dovete darci una mano perché più profitti facciamo più dividendi stacchiamo…

Non è che tra i colleghi suoi ce ne sono molti che, appunto, privilegiano il margine finanziario rispetto alla qualità del servizio? Perché altrimenti non si spiegherebbe il comportamento del management…

Certo, secondo me infatti, questo è un autentico patto col diavolo, cioè è un meccanismo diabolico perché significa in realtà che si fa una scelta, diciamo che i comuni vengono portati a fare una scelta che è privilegiare il rendimento finanziario, quindi una finanziarizzazione del servizio pubblico che diventa immateriale, viene smaterializzato, quindi spariscono le reti che sono un elemento materiale, quello che ha fatto il sindaco di Modena piuttosto che quello di Ravenna, l’ha trasformata in carta, e ha l’ha reso finanziario. Questa operazione secondo me è contraria a quella che è la libertà municipale, e soprattutto a quella che è la funzione dei comuni, perché oggi i comuni fondamentalmente nel momento che hanno minori trasferimenti dallo stato nel quadro finanziario delle entrate su che cosa possono agire per riuscire ad avere risorse o per riuscire ad aiutare i cittadini? Chiaramente avendo una forte capacità contrattuale nel confronti del gestore dei servizi pubblici quella è la grande partita con cui io posso dare anche dei vantaggi competitivi al mio territorio, se sono capace, avere, nono so, il gas a prezzi più bassi, la corrente a prezzi più bassi, un domani le linee di fibra ottica…

Quindi paradossalmente l’essere comproprietari per una piccola cifra è un handicap, perchè tu sei legato a quel fornitore di servizi che, anzi ti dice, ma tu sei uno dei miei proprietari quindi non mi puoi strozzare con un contratto che mi ponga delle condizioni troppo stringenti, quindi è lui che è tutelato invece del comune, il comune non ha vantaggi perché in realtà non ha un vero potere sulla governance e per di più è legato esclusivamente, quindi uno potrebbe star fuori e contrattare…

Esatto, infatti, questa è la mia idea, quella che in una cosa di questo genere e da una cosa di questo genere è meglio che un comune scinda le funzioni in maniera esplicita, porti a casa il valore che aveva incamerato dentro quel valore del bene materiale che era la vecchia municipalizzata se lo riporta a casa, purtroppo non è più quello, nel caso nostro le municipalizzate del gas che erano state inserite, tutto il nostro parco di società pubbliche

Quante ne avete inserite in Hera voi?

Ah, tantissime. Abbiamo inserito il gas, senza reti per fortuna, e poi l’igene urbana, l’inceneritore e l’idrico…

Non avete messo cimiteri (nota: Rimini esternalizzò i servizi cimiteriali ad Hera nel 2002 per poi rincamerarli nel 2006 e quindi cederli nuovamente ad una società partecipata a capitale pubblico denominata Anthea)…

No… pubblica illuminazione, tieni presente che Hera poi ha fatto un’operazione al suo interno che è stata ancora più devastante, nel senso che ha isolato in una SRL, separandola dalla Holding, i gioielli di famiglia, Herambiente, cioè inceneritori e centrali di produzione di energia elettrica…

Quelle dipendono direttamente da Hera Holding...

Dipendono direttamente da Hera holding e ha cercato di fare entrare, per dotarsi di denaro fresco, dei fondi di investimento vendendo delle quote della SRL, della holding in cui sono gli impianti…

Direttamente sul mercato?

Sul mercato.

Quindi non sono più di Hera queste….

No, il 25% di Ambiente arancione, quindi in realtà io avendo delle azioni della holding ho della carta, perché gli impianti stanno diventando in parte di altri, ecco perché io voglio uscire il prima possibile, perché quando quelli la si sono venduti la quota di maggioranza della SRL Ambiente che controlla gli impianti qual’è il valore di Hera in quanto tale? I contratti di servizio fondamentalmente.

Qui c’è però una tara culturale italiana, perché il modello a cui fai riferimento è il modello anglosassone, cioè il pubblico stabilisce quali sono i suoi obiettivi e mette in piedi un sistema di controllo, il privato, in un regime competitivo, fa il servizio, viene controllato, se funziona male si da a un altro e così via. Invece in Italia l’idea è: noi non leviamo i piedi da nessuna parte, quindi teniamo i piedi in tutte le staffe, quindi vogliamo essere comproprietari del servizio, metterci il cappello del controllore poi si leva il cappello del controllore, mi metto il cappello da azionista, qui poi il livello della governance è più complicato del normale perché ci sono le Hera locali e quella centrale e così via… l’idea è quella di tenere sempre i piedi in tutte le staffe, cosa che si credeva avesse un vantaggio, non so se ce l’ha per la classe politica a questo punto, cioè di riuscire a piazzare poi persone nei vari livelli…

Non è così quantitativamente significativo, diciamo piuttosto che è comodo, nel senso che è chiaro che mettere in piedi un sistema di programmazione e di controllo è faticoso, è costoso anche in termini umani, intellettuali, perché significa che tu devi cominciare a domandarti qual’è l’interesse pubblico anche farti delle domande che avevano risposte chiarissime per i liberali del tempo di Einaudi per esempio, quelli dicevano: ci sono dei monopoli naturali, quelli è bene che non siano mai privatizzati. I monopoli naturali devono essere pubblici dal punto di vista delle reti, degli impianti ed eventualmente posso appaltarne la gestione, ma non posso privatizzare il monopolio naturale perché significa che io vado a creare comunque una distorsione del mercato. Quelle erano cose che nella legge della municipalizzazione di Giolitti del 1903 erano le basi, che oggi apparirebbero di estrema sinistra, se tu le leggi diresti ma queste le ha scritte un pauroso bolscevico, le ha scritte uno dei padri del liberalismo. Sono i cardini del pensiero liberale.

Siccome non sono in grado di garantire una concorrenza di mercato allora do questa cosa in gestione al pubblico, poi creo le condizioni del mercato…

C’è stato anche un grande equivoco sul termine privatizzazione e liberalizzazione. Allora, anche questo è il punto, la liberalizzazione nella testa dei cittadini significa avere più gestori che ti offrono un bene quindi poter scegliere l’operatore. Nel caso di questi servizi pubblici la liberalizzazione è semplicemente la gara. La liberalizzazione si esaurisce li, perché nel momento che io scelgo uno fra i quattro cinque gli consegno un monopolio provvisorio, pro tempore…

Perfino la gara è una finta liberalizzazione perché normalmente i concorrenti si mettono d’accordo fra di loro, vedi il caso del trasporto pubblico, che ancora non l’abbiamo toccato...

Esatto, quindi l’idea di liberalizzazione in questo segmento è limitata a quella finestra…

Gli economisti parlano di “mercato per” invece di “mercato nel” per cui hai la gara per per cui lo spazio del mercato si esaurisce.

Quello che stanno facendo molte comunità senza rendersene conto è una svendita di patrimonio pubblico, senza porsi delle domande sul lungo periodo dell’esito di questo processo, che vuol dire sostanzialmente una funzione che il comune avrà sarà molto meno di regolazione, sarà un soggetto prigioniero di privati che ti diranno loro quando e come costruire lungo le strade, perché se io sono proprietario della rete e che la mia rete passa dentro tutta la città… provate a pensare cosa questo significhi e io posso andare a spaccare il selciato tutti i giorni perché è un mio diritto, cioè ti sei messo in casa una sorta di soggetto parallelo che è il padrone della città, cioè il padrone del sottosuolo.

Secondo questa interpretazione qui, il fatto dell’italianità, Mercatali diceva noi abbiamo costruito Hera però siamo sicuri che ci possa essere un controllo perché comunque siamo noi, mettiamo un limite a possibili invasioni dall’esterno. Quando si va a gara è importante fissare alcuni paletti sicché il gestore può essere anche francese, però i contorni sono chiari, per il rispetto di alcuni semplici elementi o no?

Questo era l’obiettivo, ma non è mai stato così, non c’è stata mai nessuna riunione a cui ho partecipato come azionista in cui si sia riusciti ad entrare nel merito, nessuna informazione preventiva che ti consentisse come azionista di decidere, non c’è stato mai niente di tutto questo, per cui questa è una clamorosa finzione politica che da semplicemente la sensazione di essere padroni di una cosa di cui in realtà non sei padrone.

L’illusione: ci facciamo la nostra azienda, la famosa battuta di Fassino “abbiamo una banca”…

Certamente un po’ di sottogoverno Hera lo farà, questo è evidente, se c’è da impiegare qualcuno, immagino che i più grossi azionisti alzano il telefono e se è comunque quello l’obiettivo… va bene, però non parliamo d’altro, non parliamo per favore di servizio perché quello proprio zero…

E non si può dire che non si sapesse, perché la prima grande azienda costituita in questo settore è Acea del Comune di Roma, io facendo un po’ di rassegna in letteratura ho trovato che già il sindaco Rutelli dette incarico a tre economisti della Sapienza per vedere se il rapporto tra Comune e Acea potesse essere un rapporto pari a pari, e la pubblicazione che i colleghi misero su una rivista scientifica fu: il comune ha una tale asimmetria informativa che non è in grado di sapere, controllare quello che fa l’azienda, quindi o si costruisce una tecnostruttura in grado di indagare realmente, di contrastare le informazioni distorte che inevitabilmente ci fornisce Acea oppure è chiaro che dovremmo rinunciare ad avere un rapporto contrattuale con l’azienda e si trattava di un rapporto uno a uno e voi siete più numerosi… Ecco quali sono stati, se ci sono stati, casi in cui vi siete trovati a scontrarvi con Hera su singoli aspetti concreti, materiali oppure non ci sono stati…

Diciamo che noi qui sul territorio sono numerosi, quasi tutti, sulla pubblica illuminazione noi cerchiamo di fare un cambiamento tecnologico per usare lampade sap oppure quelle led costringendoli a rispettare il loro contratto che prevede anche una quota per la manutenzione straordinaria, il cambio tecnologico che non hanno mai applicato e siamo in un contenzioso perché li il contratto era stato fatto male all’origine ecc. ecc. e facciamo fatica. Sulla parte dell’igiene urbana abbiamo la parte della raccolta differenziata porta a porta c’è stata una lotta selvaggia per farla partire, loro erano contrari perché è chiaro che dietro questo ci sta per me anche il tema dell’inceneritore che è dentro la città, quindi dentro lo spazio urbano, l’inceneritore più dentro la città in Emilia Romagna ce l’ho io, un inceneritore da 120mila tonnellate più un altro privato che brucia rifiuti ospedalieri speciali da 40mila tonnellate che è attaccato…

Comitati di cittadini….

Beh ce ne sono, forse adesso un po’ meno, perché l’operazione del porta a porta che ha come obiettivo quello di differenziare molto di più che cercare di dare meno mangime all’inceneritore li fa stare per il momento un po’ più tranquilli ma l’obiettivo mio, chiaramente, è quello di fare i conti con l’inceneritore…

Loro non vogliono fare il porta a porta perché gli costa di più?

No, loro… il loro è un meccanismo produttivistico loro hanno sei inceneritori che debbono dargli da mangiare, siccome il tal quale lo buttano la dentro e quello che viene fuori chi se ne frega e brucerebbero qualsiasi cosa è questo il punto. Qual’è il dramma, il dramma è che cosa viene fuori sappiamo è un oggetto di un dibattito molto acceso fra gli specialisti, i medici, ecc. ecc. io, invece, mi vorrei riappropriare della “risorsa rifiuto” per la quota indifferenziata, perché li il vero problema non è la parte che si differenzia: vetro, lattine, carta perché quella è già a posto, il vero problema è il residuo indifferenziato dove c’è dentro anche l’organico perché separando quello e poi soprattutto sull’indifferenziato facendo altre separazioni si può ottenere una materia prima seconda, come viene chiamata dai tecnici, che può costruire delle materie semi plastiche delle cose che possono essere utilizzate, per esempio, anche al posto dell’asfalto, possono essere utilizzate in una serie infinita di attività e su quello mi piacerebbe costruire imprese anche private, dare lavoro ad un nuovo settore. Quando si parla di “economia verde” alla fine dovremo dire qualcosa di serio, questo è uno di quelli. Senza contare che conferire questi rifiuti, questa materia prima diciamo, costa meno che portarla all’incenerimento e quantitativamente il residuo che tu alla fine incenerisci si abbassa. Quindi tu ricicli di più non soltanto in un senso i materiali tradizionali, puoi riciclare anche questa parte qui, parte organica puoi metterla nel compostaggio e quindi anche la produrre energia elettrica , c’è anche quella possibilità, per me Hera dovrebbe fare solo questo. Dovrebbe cioè smantellare progressivamente gli inceneritori o trasformarli in centrali di altro genere per esempio a gas, però è chiaro che non gli conviene.

Ecco, Hera non ha nessuna convenienza a fare questo cammino…

Adesso ti spiego perché. Non c’è nessun’altra industria nella quale la materia prima tu non la paghi ma ti viene pagata e poi produci dell’energia elettrica che ti viene pagata, se tu provi a mettere insieme queste due cose capisci perché Hera non lo vuole fare. Perché è chiaro che se io la trasformo in una centrale a gas, il gas lo devo pagare. Invece io li pago a loro, la loro materia prima la pago.

Loro guadagnano due volte, magari hanno anche degli incentivi perché l’energia elettrica da termovalorizzatore viene considerata…

Hanno il Cip 4. Quindi questo ti da’ l’idea del business, ecco perchè loro farebbero a tappeto inceneritori da qui a Piacenza ogni 10 km potendolo e brucerebbero tutto che viene in Italia, quello sarebbe il loro obiettivo…

E voi siete legati da contratti

Tieni conto che la regione sotto questo profilo, sul tema dello smaltimento ha separato le gare future, noi vogliamo fare una gara sulla raccolta e lo possiamo fare, ma sullo smaltimento, per quello che riguarda l’incenerimento siamo per legge regionale legati a Hera, perché quelli che hanno già gli impianti devono continuare ad averli. Quindi è stata un forzatura…

Questo perché Hera è potente…

Perché è potente, perché ognuno di questi bestioni costa 100 milioni di euro e quindi evidentemente c’è l’ammortamento cioè loro hanno fatto valere questo tipo di ragionamento…

Ci siamo consegnati agli inceneritori in pratica…

Esattamente.

E questo riguarda anche… Hera come dire gestisce anche i rifiuti… perché stiamo parlando dei rifiuti urbani in questo caso però mi sa che i 2/3 sono rifiuti non urbani, speciali, aziendali, ecc. loro gestiscono anche tutta quella filiera li…

Tutta quella parte li, anche quella industriale.

Quindi gestiscono tutto, insomma, non  ci sono altri operatori…

Ma… il settore che da più margine, se tu guardi i bilanci di Hera, è il settore dei rifiuti, quello è il vero business, lo smaltimento, non la raccolta, perché sul gas hai ormai soltanto il differenziale fra il costo che tu importi e quello di erogazione e quindi hai li una margine che, tutto sommato, è finito per legge, come dire gli scostamenti sono veramente minimi, riesci a ripagarti… l’acqua non ne parliamo perché anche sull’acqua non c’è un margine altissimo, il vero grasso è sullo smaltimento dei rifiuti.

Anche sul gas ci guadagnano…

Si però non sono grandi guadagni, qui invece ci sono delle oscillazioni che possono essere del 10, 20 del 25% cioè puoi avere dei margini pazzeschi, dei margini da prima rivoluzione industriale.

La soluzione sarebbe avere più operatori, ma è una soluzione impraticabile perché legislativamente, contrattualmente non è possibile svincolarsi da loro…

No, qui c’è l’unica… diciamo, tu devi pian pianino cercare di arrivare, secondo me in processi molto lunghi, a una forma di differenziazione talmente pesante a costringere loro a pensare a una sorta di riconversione degli impianti.

Lavorando sulla raccolta…

Lavorando sulla raccolta, perché io l’unica arma che ho è la pubblica opinione che l’ha raccolta, se io riesco a costruire un distretto del riciclo in cui apro anche delle fabbriche è chiaro che il vantaggio per i cittadini diventa.

E se ci fosse un legislazione che gli impone un riciclo, una soglia di riciclo maggiore rispetto alla legge Ronchi, perché sulla legge Ronchi immagino che loro siano già a posto…

Ma loro dicono formalmente, trovano tutti i modi per aggirarla. Noi siamo al 50% della raccolta. Sul 50 che te hai differenziato il 70% loro lo ributtano la dentro.

Non riciclano quasi niente…

Quasi niente. Perché loro dicono che se nel cestino della carta tu butti il cartone della pizza sporco quello, loro dicono, è sporco quindi lo buttano dentro

Ecco quello invece potrebbe andare nell’organico...

Ah beh dopo si…

Bisognerebbe fare una campagna culturale ai cittadini, io come cittadino alle volte mi chiedo: questo dove lo devo mettere?

Tutto questo tu lo puoi fare solo se arrivi alla tariffa puntuale, e cioè solo se tu riesci a legare un vantaggio diretto al tuo comportamento virtuoso. Oggi la tariffa dei rifiuti è legata a una media fra la superficie e le persone che abitano l’appartamento e non al consumo. Tu lo devi per forza, nel tempo legare al consumo.

Secondo me, una grossa opera culturale andrebbe fatta a partire dalle scuole… Cioè c’è una tara culturale nostra, per cui va bene incentivare con l’euro in più o l’euro in meno però se tu cominci dalle scuole e insegni alle persone che cosa vuol dire l’organico… Io vedo sto trasferendomi da Firenze a Pesaro, a Pesaro i cassonetti dell’organico sono molto più piccoli dell’indifferenziato, ma l’organico è molto di più di tutto il resto, io che a Firenze faccio l’organico vedo che produco molto più organico che ogni altra cosa, quindi il cassonetto dell’organico dovrebbe esser più grande. È una cosa complessa culturalmente, concettualmente la differenziata, oltre che con gli incentivi lo si fa con l’informazione, con le scuole…

Si, si, ma che questo sia un grande processo culturale è fuori discussione, però oggi come oggi tu hai degli strumenti che sono questi, strumenti che chiamiamoli pure di informazione di una opinione pubblica, dall’altra parte hai strumenti di tipo legislativo e economico che sono di una cogenza e di una capacità di intervento immediato qui e ora, che sono spaventosi per cui anche sotto questo profilo c’è l’asimmetria…

Se l’operatore non ha lui stesso l’interesse a valorizzare i rifiuti, è chiaro che non si fa…

Come parte pubblica facciamo una riflessione: proviamo a dare un indirizzo di correzione a questo tipo di impostazione della società, se siamo il 60%… altrimenti che cosa stiamo a fare noi come proprietà.

E che dicono i colleghi?

I colleghi dicono: sai, il management dice che hanno già speso 600 milioni negli inceneritori bisogna prima ammortizzare quelli. Se ci mettiamo su questo piano saremo tutti morti di tumore.

Il pubblico assume su di se i problemi del privato, cioè dicendo: siccome abbiamo investito… come se fossero soldi pubblici, invece sono soldi del gestore. Quindi hanno fatto un capolavoro, perché io sindaco mi preoccupo dell’investimento del gestore invece del servizio che mi viene dato, perché la considerano una cosa loro…

E’ in parte cosa… è illusorio, però è illusorio fino a un certo punto perché hai la quota di partecipazione che è effettivamente un bene immobilizzato li dentro.

C’è un ritorno, il discorso è che si investe sul ritorno…

Il discorso è che si investe sul ritorno, però è clamorosamente sbagliato secondo me, perché poi tu espropri di fatto… la politica chi la fa? Questo è il punto. Cioè se il pubblico deve fare la politica, cioè un organismo che risponde alla cittadinanza, in questo caso tu hai espropriato il pubblico di quella che è la sua funzione cioè il disegnare una politica pubblica nei confronti della tua generazione e di quella successiva, quindi tu hai che la fanno loro per te e tu essendo azionista ti sei privatizzato il cervello. Questo è il punto. Ma è un errore, io che ho una formazione essenzialmente liberale secondo me questa è proprio distorsiva del vero liberalismo anche di quello classico, cioé lo spazio del mercato, lo spazio del pubblico, lo spazio dell’individuo, cioè devono essere tutte cose in cui c’è un elemento di responsabilità, loro sono totalmente irresponsabili. Quando loro fanno gli investimenti dicono: ma a noi ce l’hanno detto gli azionisti, gli azionisti sono pubblici? Il pubblico ha deciso, noi siamo lo strumento del pubblico. Questo è quello che ti dicono: noi abbiamo fatto quello che ci avete detto voi, voi ci avete detto di fare gli inceneritori, perché ve la prendete, qual’è questo problema adesso dell’inceneritore che fa male? L’avete scelto voi, è una politica pubblica, noi siamo stati solo il vostro braccio secolare capito?

Non hanno tutti i torti, perché trovano nell’altra parte….Da un lato questa degli inceneritori è funzionale alla politica industriale dell’azienda perché io ottengo una cifra di redistribuzione degli utili….Ma c’è una tara industrialista cioè l’idea delle partecipazioni statali, che oggi si chiamano partecipazioni comunali…

Si, capitalismo municipale.

Capitalismo municipale… quindi questa sarebbe una tara della classe dirigente o è una ricaduta della restrizione delle risorse per cui i comuni annaspano e si attaccano alla canna del gas…

Secondo me tutte e due, cioè c’è sicuramente una distorsione industrialista di questa idea che il comune, il municipio possa avere una forza economica anche quando non è in grado di gestirla, succede spessissimo in realtà, il nostro tema delle partecipate è il tema di una sorta di una grande illusione di potere di controllo o programmazione che non c’è, dove c’è la negoziazione verbale cioè l’esibizione verbale di un disegno a cui non corrisponde un’azione sostanziale, quindi c’è una retorica del potere municipale che sicuramente si incarna anche in una certa classe dirigente in questa illusione industrialista.

E qui è particolarmente antica…

Perché aveva avuto anche delle buone ragioni, nel senso che la stagione delle municipalizzate e cioè i primi 15 anni del secolo e poi la seconda fase fra gli anni ’50 e la metà degli anni ’60 ha dato vita effettivamente a delle imprese che erano a scala territoriale compatibile con la capacità di controllo e di gestione del personale politico e anche tecnico che era reperibile in loco, quindi c’era una sorta di equilibrio, quando la scala dell’organizzazione dei servizi a rete ha divelto questo rapporto con il municipio, inevitabilmente, per ragioni tecnologiche, di servizi, di mercato non c’è più stata relazione tra il livello della politica pubblica, del governo della politica pubblica e quello della gestione. È stata questa sorta di divaricazione di dimensione territoriale, perché tu avevi una dimensione territoriale amministrativa che è quella del 1861, ce l’hai ancora adesso salvo rare, Rimini è andata per conto suo… non è andata in meglio è andata a frantumarsi ulteriormente e i servizi che invece erano sempre più compattati per scale territoriali più ampie. Quando queste due cose non parlano tutto ti è saltato tra le mani, con in più l’illusione che essendo diventato più grande sei diventato più potente, più importante, mentre in realtà hai perso… Poi, voglio dire, non è mica una male la dimensione più ampia quando c’è un cambiamento tecnologico, dopo però devi avere una dimensione politico amministrativa equivalente, se tu non ce la fai a farla quel livello li, hai perso il controllo di quel pezzo.

Infatti Andreatta diceva che questa cosa non andava lasciata ai comuni, ma doveva avere dimensione regionale, ricordo quando era ministro del tesoro disse state attenti perché qui non si può industrializzare e al tempo stesso pensare che i comuni gestiscano l’industrializzazione, forse si può immaginare una dimensione regionale dentro la quale…

Dal mio punto di vista non è che sia legato a queste cose in assoluto. Per me se la scala è una scala di servizio regionale, sub regionale, in due o tre ambiti va benissimo, purché il soggetto pubblico che ha questa sorta di titolarità del monopolio naturale, chiamiamolo così, sia in grado di fare appunto la programmazione e il controllo e poi che ne risponda al cittadino, perché non può essere che decide lui e il cittadino viene a fare un mazzo così a me se il servizio non va bene, perché anche questo bisogna dirlo, cioè se il problema dei rifiuti se lo prende la regione e sono affari loro sono libero. Però dopo il cittadino deve avere una persona fisica con cui se il cassonetto ha dei problemi o se qualcuno non passa a raccogliere il pattume si deve arrabbiare con quello li altrimenti c’è qualcosa che non funziona. Invece siamo noi che ci prendiamo tutto… la gente comune è convinta che sia tu il titolare di questa decisione finale

E Sono ancora convinti che si tratti della vecchia municipalizzata

Certo…

Infatti è quello che dico rispetto alla ripubblicizzazione dell’acqua, il problema non è ripubblicizzare la gestione, il problema sono i sistemi di controllo, chi risponde a chi. Io posso anche ripubblicizzare, ma quando sono di fronte a questi processi di industrializzazione, che tanto riguardano anche il settore idrico, allora il problema rimane quello tra cittadino e gestione, non l’hai risolto con la partecipazione e basta, in un’intervista Rodotà dice che bisogna ripubblicizzare il pubblico, bisgona cambiare il concetto di pubblico considerando alcuni beni, come l’acqua, come beni comuni).

Tanto è vero che noi abbiamo una società che è Romagna Acque, è quella che ha fatto l’acquedotto, e noi stiamo ragionando, siccome la gestione ce l’ha Hera di ritrasferire una gestione in house, noi abbiamo una struttura tale…

Non siete solo voi…

No ci sono tutti i comuni della Romagna tra il Bidente e il Marecchia sostanzialmente avremmo una possibilità, se passa il referendum, di farci una gestione in house e quindi ripubblicizzare… però qui la struttura ci sarebbe come dimensione per poterla eventualmente fare…

L’affidamento in house però per sentenza della Corte europea prevede che tu abbia su questa azienda lo stesso controllo che hai sui tuoi uffici, è difficile dimostrare che 20, 100 comuni ciascuno di questi ha sull’azienda la stessa…  devi dare a ciascun socio lo stesso diritto di veto che ha un grande… E Nella delibera del consiglio comunale su Hera parlate di patti parasociali, di patti di sindacato

Dentro Hera i patti sono essenzialmente di primo livello, secondo livello fatti per eleggere il consiglio di amministrazione, quindi hanno una funzione puramente rappresentativa…

E e parliamo di una cosa esistente…

No, no esistente, che è quella che viene utilizzata, quindi ci sono prima patti all’interno della  Romagna di un certo tipo per stabilire chi a rotazione chi tocca questo a chi tocca quest’altro, per stabilire l’organigramma, ma non sono patti che hanno una funzione di decisione politica, non è che dicano decidiamo quali sono i patti parasociali con cui la politica di Hera si decide con quale maggioranza per la parte pubblica e questo sarebbe interessante e questo non l’abbiamo.

Questo è tutto affidato al codice civile e basta…

Si, poi ci sono questi su Romagna Acque che hanno più o meno lo stesso, poi anche sui trasporti.

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Fusione AcegasAps – Hera – Cosa c’è dietro?

13 / 9 / 2012

Con una accellerazione giocata nei mesi estivi si va verso la fusione di Acegas Aps (multiutility di gestione dei servizi triestino-padovana) con Hera (multiutility emiliana).

L’operazione rappresenta un’indicazione di carattere nazionale tanto è vero che vi parteciperà anche la Cassa Depositi e prestiti. Dalla fusione dovrebbe nascerà una multiutility che sarà prima per quanto riguarda il business dei rifiuti non a caso legato all’incenerimento, seconda dopo A2a per acqua erogata, ventesima come impresa italiana con 8500 dipendenti.

Il processo con cui ci si è avviati alla fusione va nel senso esattamente opposto dell’indicazione referendaria dell’anno scorso.

Nella forma l’operazione viaggia al di fuori di qualsiasi partecipazione: le migliaia di cittadini che pagano con le loro bollette, sempre più care i servizi erogati, non hanno voce in capitolo e le informazioni parziali sull’operazione passano attraverso articoli di giornale e note stampa.

Nella sostanza si avalla la logica del primato degli interessi finanziari e del mercato riproducendo la stessa logica gestionale che peraltro ha portato le due società ad avere il loro “bel” debito accumulato dai rispettivi consigli di amministrazione, stipendiati con cifre a sei zero.

La fusione Acegas Aps è in linea con tutto quello che in un quadro generale si sta compiendo sui servizi. Ma allora iniziamo a porci una prima domanda: perché i Governi che si sono succeduti alla guida del Paese (Berlusconi prima, Monti poi) hanno remato (e continuano, in maniera così spudorata, a remare) contro lo straordinario risultato referendario del 12 e 13 giugno 2011, quando 27 milioni di nostri concittadini si pronunciarono in maniera chiara e inequivocabile sulla ripubblicizzazione del servizio i.i. e la fuoriuscita dell’acqua dal mercato e dalle logiche di profitto, sulla cancellazione in tariffa della remunerazione del capitale investito dal gestore…?

Alla domanda potremmo brutalmente rispondere così: nell’era della crisi capitalistica globale quella dei beni comuni rappresenta l’ultima frontiera dell’accumulazione capitalistica.

Fino a che la finanziarizzazione dell’economia ha giocato un ruolo determinante nell’assicurare quei margini di profitto che, nelle società a capitalismo maturo, la produzione materiale di merci non era in grado più di garantire, i beni comuni (i servizi pubblici locali, in primis) hanno avuto, per così dire, vita relativamente tranquilla (così si spiega l’elevato numero di società c.d. in house presenti sul territorio nazionale). Ma con l’entrata in crisi di quest’ultimo meccanismo, abbiamo assistito, da parte di governi e poteri forti, a un surplus di attenzione, tramutatasi presto in “accelerante ossessione” verso ipotesi di privatizzazione della gestione dell’acqua e dei servizi pubblici locali. Ergo, se anche le componenti biologiche della vita sono sottoposte a un processo di mercificazione che le riduce a variabili dipendenti della profittabilità del capitale, non ci sono più limiti ai processi di accumulazione che vengono, così, posti al riparo dalle onnipresenti fluttuazioni del mercato e dei cicli economici.

Questa strategia è alla base degli sciagurati provvedimenti normativi che si sono succeduti con ritmo incalzante ed anche all’accelerata operazione di fusione-incorporazione della nordestina ACEGAS-APS nell’emiliana HERA.

Una operazione che, inutile dirlo, se si pone in rotta di collisione con l’esito referendario, risulta poi perfettamente coerente con l’assunto dominante: “mercati” dettano la linea politica ai Governi esattamente come i consigli di amministrazione (delle due società) decidono al posto dei Consigli comunali (chiamati poi a ratificare quelle scelte).

La mobilitazione che si è intrapresa nelle regioni coinvolte nell’operazione ha perciò un lavoro ampio che guarda alla qualità dei servizi, alle scelte di fondo dello sviluppo territoriale e che tocca ed attraversa profondamente il tema della democrazia. Non a caso uno dei primi slogan utilizzato è stato: noi paghiamo voi decidete.

Il problema, dunque, risiede da un lato sulla necessità di delineare una strategia che, grazie al contributo delle tante soggettività diffuse sul territorio, arrivi a bloccare questo disegno di fusione e, dall’altro, di prefigurare un reale disegno di ripubblicizzazione di tutti i servizi locali sulla ipotesi della azienda speciale.

Alessandro Punzo

Comitato Provinciale Due Sì per l’acqua bene comune

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Il caso Iren

“Mamma ho perso oltre 8 milioni di euro…”

Da Enìa a Iren, una storia purtroppo vera. I comuni montani hanno fatto nozze con i fichi secchi. Avevano potenzialmente oltre 11 milioni di euro, si sono ritrovati con poco più di due e mezzo. Ma è morale tenere al tavolo di comando Tutankamon. Se ne discute al tavolo Hemingway

Al tavolo Hemingway conoscono “un grullo” che, convinto dalle parole di Graziano Delrio, impegnò tutti i risparmi famigliari nel sottoscrivere azioni di Enìa, quando i comuni scelsero di quotarla in borsa. Aveva 13.200 euro. Sottoscrisse 1.200 azioni al prezzo di 10,10 euro. Enìa raggiunse una capitalizzazione in borsa di 1miliardo 250milioni di euro. Era una azienda gioiello a capitale diffuso e radicata sul territorio emiliano.

Preso dalla grandeur, supportati da costosi advisors, Delrio fu fra i più convinti sostenitori del matrimonio fra Enìa ed Iride, il cui “insano amore” generò Iren. Il “grullo” si ritrovò con 5.544 azioni di Iren frutto di un 10% di premio su quelle Enìa, tenute per un anno e del concambio 1:4,20 della fusione con Iride. Si sentiva tranquillo, ma….

Oggi il “grullo” ha voluto verificare l’entità del suo patrimonio che in origine era di 13.200 euro. Alle 16,21 del 7 agosto 2012 ha guardato la borsa. Le sue azioni valgono 0,336 euro per un totale quindi di 1.862,78 euro. Iren è capitalizzata in borsa 353.690.495 euro.

Il “grullo” è andato in depressione, accusando anche improvvisi attacchi di bile. Dal tavolo Hemingway-Cadsociale del bar di Puianello solidarietà ai tanti “grulli” che hanno creduto in un progetto di reggianità ed…hanno depauperato il proprio investimento.

Al tavolo, amici della montagna reggiana, pensano anche a quei comuni montani che si ritrovavano in casa un patrimonio di azioni ed ora, fra patto di stabilità ed esigui dividendi, “sono chiamati a fare le nozze coi fichi secchi”.

Parlano i numeri:

Al tavolo si chiedono se sia morale mantenere al posto di comando i Tutankamon (visto lo stipendio) del board di Iren. I sindaci della montagna la pensano nello stesso modo?

(Il portavoce del tavolo Hemingway-Cadsociale , Mario Guidetti)

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Esternalizzazione mensa. Intervento di Pari, Pazzaglia, Coccia, Giovagnoli

‘Il servizio mensa per nidi e materne ha un ruolo educativo non solo mensapratico’. L’intervento dei consiglieri Pari Eugenio, Leandro Coccia, Giovagnoli Giorgio  e Pazzaglia Fabio.

 RIMINI | 02 maggio 2009 | L’intervento dei consiglieri

L’Amministrazione Comunale di Rimini prima di decidere di privatizzare le mense per i bambini dei nidi e delle scuole di infanzia doveva ritenere opportuno ed utile aprire una riflessione anche su eventuali altri i servizi che potevano essere oggetto di una esternalizzazione per avere un quadro complessivo della situazione.
Il servizio mensa per gli asili nidi e le scuole materne non può essere preso in considerazione solo dal punto di vista dell’alimentazione e cioè dei cibi forniti e della loro qualità.
Il servizio mensa svolge anche una funzione educativa, sociale e persino culturale perché è in grado di coinvolgere tutti i soggetti operanti in quelle strutture attraverso un rapporto in cui le diverse funzioni diventano stimoli di conoscenza e di coinvolgimento reciproco. Nessuno è “ideologicamente” contro le privatizzazioni in quanto conveniamo che in alcuni settori esse, non solo sono inevitabili, ma sono anche necessarie perché razionalizzano e rendono più efficienti i servizi ed anche perché dal punto di vista economico producono minor costi e quindi diminuiscono la spesa corrente.
Tanto per intenderci un conto è appaltare all’esterno, per esempio, le busta paga dei dipendenti comunali, oppure la gestione dei servizi cimiteriali, mentre altra cosa è sottrarre alla gestione dell’A.C. un servizio così delicato che ha effetti diretti sulla salute e sulla formazione dei bambini per gli aspetti di cui si diceva precedentemente.
Si può discutere anche attorno alla possibilità di ridimensionare il ruolo diretto del Comune nella gestione di determinati servizi ed anche della sua funzione di organo di controllo ma prima dobbiamo, sempre e comunque, essere in grado di esercitare una vera e propria capacità di controllo.
Mantenere la qualità del servizio senza avere adeguate e sicure forme di controllo è cosa ben difficile. Esistono queste figure attualmente all’interno dell’Amministrazione Comunale ? Esistono all’interno dell’Amministrazione Comunale strutture formate per controllare il rispetto delle norme e la preparazione dei pasti esternalizzati? La delibera che il Consiglio Comunale ha approvato giovedì, con il voto contrario dei firmatari di questo comunicato, è un appalto che supera i 4 milioni di euro, un impegno economico e finanziario quindi consistente. Affidare la gestione di servizi pubblici a privati comporta, a volte, rischi non indifferenti, proprio perché è già accaduto che ad aggiudicarsi i bandi siano state ditte private che sulla carta garantiscono il massimo degli standard qualitativi e al tempo stesso l’offerta economica più vantaggiosa, ma che una volta vinto il bando non sono in grado di mantenere, in buona o cattiva fede, i livelli di qualità promessi.
Prima di decidere di privatizzare le mense l’amministrazione Comunale poteva prendere in considerazione l’eventuale investimento di risorse adeguate in tutte le cucine.
Sembra invece che nel bando saranno incluse le cucine migliori, quelle più dotate di strumentazioni e all’ Amministrazione Comunale rimarranno le più obsolete.
Che il privato debba seguire la logica del profitto o quanto meno di non rimetterci è pacifico, ma il Comune no!
Siamo noi l’Ente deputato alla tutela degli interessi della collettività e non altri. Ci chiediamo come verrà garantita la qualità del servizio se i soggetti privati saranno obbligati in prima istanza a ricavarne profitti a scapito dell’erogazione di un miglior servizio per la collettività.
Alcuni genitori hanno manifestato i loro timori riguardanti la proposta di esternalizzare le cucine in quanto temono che sia l’inizio di un percorso destinato a peggiorare la qualità dell’alimentazione.
Le preoccupazioni riguardano molti aspetti tra i quali la probabile modifica della norma che riguarda la cottura delle pietanze nel senso che i cibi potranno essere cotti con molti giorni di anticipo come è stato proposto in altre città.
Oppure se sarà contemplata la possibilità di scongelare le pietanze col microonde oppure quali saranno le garanzie sull’utilizzo o meno di cibi transgenici.I bambini di fronte a questi scenari futuri riceveranno una sana alimentazione o scivoleranno verso il modello americano del “fast food”? Attorno a queste problematiche i consiglieri di maggioranza dovevano avere la possibilità di discuterne prima che il Consiglio Comunale approvasse la privatizzazione delle mense per i nidi e per gli asili.
Ciò non è avvenuto poiché nell’arco di una decina di giorni la delibera è passata in Commissione e poi in Consiglio Comunale.
Un’ urgenza che non si giustifica in nessun modo perché non ci sono scadenze di legge vincolanti.
Nella seduta di giovedì del Consiglio Comunale abbiamo chiesto il rinvio della delibera per un confronto e una riflessione all’interno della maggioranza.
Nonostante la richiesta fosse stata avanzata da consiglieri di maggioranza ed altri consiglieri di maggioranza avevano manifestato forti perplessità e malcontento perché non avevano avuto la possibilità di discutere l’oggetto, la giunta non ha accettato nessuna mediazione non tenendo conto delle proteste dei sindacati, dei lavoratori e dei genitori.
E questo per una maggioranza di centro sinistra non è certamente un comportamento che va a suo merito.Per tutte queste ragioni abbiamo votato contro la privatizzazione delle mense nei nidi e negli asili del Comune di Rimini.

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La politica e i poteri forti a Rimini

Esiste un disagio profondo al quale la classe politica che da più di dieci anni

Le mani sulla città, 1963 di F. Rosi

Le mani sulla città, 1963 di F. Rosi

sta governando Rimini non è più in grado di dare risposta e soluzione. Esiste un profondo e giustificato senso di delusione nei confronti di una Amministrazione che non ha saputo fare altro che cedere alle pressioni dei poteri forti riminesi, quei poteri legati a quella rendita immobiliare che ha sottratto spazi sempre più grandi alla qualità della vita dei riminesi, quella rendita che ha determinato una impennata dei costi degli immobili, quella rendita che ha tolto occasioni di miglioramento della propria condizione di vita a molti, troppi, cittadini. La debolezza della politica nei confronti del blocco di potere riminese non è una caratteristica solo dell’amministrazione Melucci – Ravaioli, di cui Stefano Vitali rappresenta un asse portante, ma è la caratteristica di una opposizione, di cui Marco Lombardi è stato alfiere, che su queste questioni si è sempre accomodata al tavolo della trattativa riducendo il proprio ruolo all’ottenimento di posti, come per esempio la vice presidenza della Fiera. Per questo ritengo che l’elemento più caratteristico della politica locale sia un consociativismo che ha mortificato le aspettative di cambiamento dei cittadini, che ha soffocato ipotesi di progresso e sviluppo locale, facendo perdere sempre maggiori quote di benessere alla nostra città. La responsabilità, quindi, non può essere imputata solo al centrosinistra riminese ma anche a quella che, almeno teoricamente, avrebbe dovuto essere l’opposizione. Se Vitali e Lombardi non sono le due facce della stessa medaglia, credo, ci manchi davvero poco. Pensiamo alle reazioni di entusiasmo bipartisan sui progetti di finanza del lungomare, manifestate peraltro per il Pdl proprio da Lombardi; o al minuetto che si è fatto per tanti mesi sulla vicenda stadio; pensiamo infine a quella che la scorsa estate ebbi modo di definire come “corrispondenza di amorosi sensi” fra Maurizio Melucci e Formigoni sulla contrattazione edilizia in favore dei grandi costruttori, già in uso da diversi anni a Milano e che si vorrebbe incentivare con ancora maggior decisione a Rimini, una pratica dove il soggetto pubblico perde qualsiasi funzione a garanzia della collettività e dove la città, intesa come merce di scambio e non come bene collettivo, diventa terreno di conquista volto a soddisfare gli appetiti edilizi. Questi fatti non sono del passato, ma una pratica del presente e, ahimé, rischiano di esserlo per il futuro. Sicché Rimini oggi si trova davanti ad un paradosso, cioè: un piccolo gruppo di consiglieri di centrosinistra eletti nelle fila della maggioranza, di cui mi onoro di fare parte, si trovano per coerenza rispetto al programma di mandato a fare quella opposizione vera, non solo sui temi legati all’urbanistica come troppo semplicemente si vorrebbe far passare, ma rispetto a quelle politiche su cui il centrosinistra si attarda in accordicchi con il centrodestra. Una battaglia ideale ma assai concreta vista la posta in gioco, che probabilmente vedrà sconfitto o strumentalizzato chi dicendo questo non ha fatto altro che dire la verità, interpretando quello che tanti cittadini riminesi, elettori, militanti del Pd e della sinistra pensano da tempo. Se il centrosinistra oggi si trova di fronte al rischio più che concreto di perdere diversi comuni oltre che la provincia non è certo per capacità della destra, ma per propria, unica e indiscutibile responsabilità di essersi comportato né più né meno come avrebbe potuto comportarsi una amministrazione di destra, partendo dal tema più importante: lo strapotere di pochi a danno degli interessi collettivi. Ora, di fronte a queste responsabilità storiche che hanno visto perdere funzioni di salvaguardia degli interessi collettivi proprie delle amministrazioni, non basta appellarsi all’amor di patria o al fatto che stanno arrivando i barbari quando bellamente il sindaco Ravaioli ha sostenuto per esempio le norme del pacchetto sicurezza ideato dalla parte più becera del centrodestra, non basta invocare la scelta di campo, occorrerebbe una profonda revisione delle pratiche e un reale cambiamento della compagine governativa cominciando dal mandare a casa coloro che principalmente hanno avuto responsabilità come il vicesindaco Maurizio Melucci. Sappiamo, però, che questa soluzione non può essere che il primo tentativo di dare risposte alla volontà che la società riminese da tempo manifesta di tornare a discutere, confrontarsi sul futuro, sulla qualità del vivere, sulla propria identità e cultura. Sono saliti in molti da destra e da sinistra sul carro vincente che Melucci si è trovato a trainare, visto che tutti si sono più o meno accomodati dalla parte dei vincenti qualcuno per coerenza e per passione, ha invece deciso di stare dalla parte del torto. Vitali vincerà, nonostante la feroce battaglia all’interno del Pd, ma a perdere sarà la nostra città che ancora una volta vedrà vincere il consociativismo che la sta spegnendo.

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Dagli antichi fattori ai nuovi manager

Di Valentino Parlato, il manifesto 01 aprile 2009

Una delle novità di questa crisi è che i padroni non ci sono più. Ci sono asolo i manager: da punire, tassare, sequestrare. A pensarci un po’ sembra di esser tornati alla civiltà contadina, quando i baroni proprietari stavano nei bei palazzi di città (quasi tutti gli agrari pugliesi abitavano a Napoli) e in campagna c’erano solo i fattori contro i quali si scatenava l’ira di braccianti e contadini.
Questo fenomeno di oscuramento dei proprietari è cominciato da tempo: le Spa (società anonime) furono già un bell’esperimento di dissimulazione della proprietà, che continuava a sfruttare nascondendo il volto.
Ma, forse, in questo nascondersi c’è anche un indebolimento del diritto di proprietà e vale ricordare che nelle campagne la proprietà assenteista apre le porte alla riforma agraria.
E’ un dato di fatto che i manager, come i fattori di un tempo, con le stock option e altro hanno ridotto i guadagni del proprietario, che pur di rimaner nascosto accettava di pagare il tributo. E, anche in Italia, alcuni eccellenti manager (non farò nomi) si sono un po’ arricchiti alle spalle dello sfruttamento dei padroni sui lavoratori. Si potrebbe ancora aggiungere che la primazia dei managers potrebbe essere un primo passo per l’abolizione della proprietà, nel senso che i proprietari sono diventati rentiers.
Intanto la rabbia dei lavoratori in Francia si scatena contro i manager, che sono gli attuali fattori. La storia delle campagne può insegnare qualcosa.
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