Archivi categoria: politica riminese

Dall’industria al producer’s services. Il cambio di riferimento sociale della sinistra

Di Eugenio Pari

L’Emilia – Romagna non è sempre stata una regione industrializzata, per un lungo periodo la sua principale vocazione era prevalentemente rurale. L’economia della regione dal punto di vista industriale, ancora nel secondo dopoguerra, era molto indietro rispetto non solo alla Lombardia o al Piemonte, ma anche rispetto al Veneto, alla Toscana e alle Marche.

L’industrializzazione se comparata con regioni come il Veneto e la Lombardia, vedrà un avvicinamento dell’Emilia – Romagna rispetto alla prima solo sul finire degli anni ’30, mentre il distacco con la Lombardia rimarrà pressoché doppio.

Occupati nell nell’industria manifatturiera come percentuale degli addetti totali*[1]

 

Emilia Romagna Lombardia Veneto
1901** 4 15,1 10,0
1911 9,9 23,2 12,9
1938 15,8 33,4 17,4
1961 27,6 44,4 24,1
1981 42,4 44,2 37,6
2001 28,6 29,2 32,4

 

Il distacco con le regioni maggiormente industrializzate di colmerà, rendendo i le percentuali sostanzialmente omogenee, allorquando le regioni del “Triangolo industriale”, ovvero la Liguria con Genova, il Piemonte con Torino e la Lombardia con Milano, tutti centri con grandi produzioni industriali, cominceranno a trasferire produzioni o segmenti di produzioni nella regione e nella cosiddetta “Terza Italia” ovvero le regioni dell’Italia centro settentrionale.

Nel periodo che va dalla fine degli anni ’70 l’Emilia – Romagna si trova di fronte a Risultati immagini per modello emilianoproblemi di sviluppo economico di tipo nuovo, non solo dettata dalla crisi petrolifera di quel periodo e dalla conseguente crisi economica culminata in una fase di recessione, ma dal dover organizzare, portare a sistema, quel modello di sviluppo economico che ha preso già ha preso forma nei territori, ovvero il modello dei distretti. L’Emilia – Romagna lo fa, ricorrendo alle proprie risorse sociali e politiche.

L’economia di distretto vede una “cabina di regia” a livello istituzionale nella Regione, istituita nel 1970, la quale si fa promotrice di proposte e soluzioni integrate.

Adottando di fatto soluzioni eterodosse rispetto alla propria cultura di appartenenza e riportando “lo sviluppo industriale dell’Emilia – Romagna all’interno dello schema analitico togliattiano”[2], trovando un collante socio – politico nell’azione del Pci che, come detto, in linea con la lezione togliattiana sull’alleanza con il ceto medio, agì anche nei confronti del sindacato in funzione mediatrice rispetto alle istanze salariali dei lavoratori. La contropartita ottenuta dal movimento dei lavoratori sarà, come noto, lo sviluppo del welfare locale e dei servizi pubblici considerati quali elementi di salario accessorio volti a colmare il gap salariale che sussisteva per esempio con i lavoratori di Torino e Milano.

A questo punto è importante riportare un passaggio che definisce il concetto di distretto industriale:

“Marshall riteneva che, in alcuni settori manifatturieri, la produzione  potesse essere organizzata in maniera efficiente sia raggruppando tutte le fasi del ciclo produttivo in un’unica  grande fabbrica, sia distribuendole tra un gran numero di piccoli laboratori indipendenti, ciascuno dei quali specializzato soltanto in una o in poche di esse (…)”[3].

Il tessuto produttivo manifatturiero regionale sarà caratterizzato dalle dimensioni ristrette delle aziende, all’incirca il 60% delle imprese al di sotto dei cinquanta addetti a cui aggiungere un 35% di imprese con un numero di dipendenti compreso tra cinquanta e cinquecento unità e quindi considerato nella fascia delle “medie imprese”.

La frammentazione e la scarsa dimensione del sistema produttivo poneva evidenti problemi non solo di integrazione, ma anche di capacità di innovarsi. Di questo problema, come accennato in precedenza, si fanno carico la Regione e il sistema di governo locale attraverso il Piano di sviluppo regionale del triennio 1982 – 85 che alle tradizionali azioni urbanistiche sulle aree per gli insediamenti produttivi affianca

“la creazione di centri di servizi reali alle imprese (…). Ciò permise alle imprese non solo dell’industria, ma anche dell’agricoltura, della maglieria così come del turismo nell’area romagnola di non vivere una situazione di isolamento e non solo perché intrecciate in un sistema” quello distrettuale appunto “ma anche perché sostenute da servizi esterni all’impresa e interni al sistema di relazioni a cui potevano fare ricorso: quelli offerti dalle associazioni e dalle amministrazioni locali”[4].

Nell’ottica di collaborazione fra piccoli imprenditori e lavoratori, oltre ad essersi generata una sostanziale pax sociale, è prevalsa anche una logica “delle esenzioni”, laddove la politica

“ha creato a favore di una quota significativa del lavoro autonomo e delle imprese di piccole dimensioni un regime speciale di sgravi fiscali, di semplificazione delle procedure amministrative e di agevolazioni creditizie (Arrghetti – Serravalli 1997, p. 343)”[5]

Ma le “facilitazioni”, non sono andate unicamente nella direzioRisultati immagini per modello emilianone dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori, come detto, la pragmaticità della classe politica emiliano – romagnola, in particolare il gruppo dirigente del Pci, considerato sia quello propriamente partitico che gli amministratori locali, subordinati al primo in tutta la fase di costruzione del “modello emiliano” hanno avviato un

“processo di crescita, fornendo beni collettivi che ne hanno ridotto i costi economici e sociali, tanto per gli imprenditori (attraverso misure di sostegno allo sviluppo e politiche sociali), i governi locali hanno reso possibile un compromesso sociale basato, da un lato, sull’elevata flessibilità dell’economia e, dall’altro, sul controllo dei costi e la redistribuzione dei benefici portati dallo sviluppo industriale. In questo senso la regolazione politica, insieme alle reti parentali e comunitarie – il cosiddetto “capitale sociale” ndr – hanno mitigato l’azione del mercato favorendo non solo la coesione sociale ma anche la flessibilità e l’innovazione tecnologica.”[6]

Il delicato nesso tra sviluppo economico e sviluppo democratico, tra benessere materiale e benessere sociale, vera e propria cifra del “modello emiliano” a partire dagli anni ’60 si reggeva, in ultima analisi, sulla capacità di programmazione e di “fare politica” di enti locali e Regione, oltre che sull’azione sindacale.

Alla produzione industriale si sostituisce via via un’economia basata sui servizi, questo passaggio avviene in maniera precoce, sul finire degli anni ‘70, precoce almeno rispetto al panorama nazionale e continentale in quel periodo ancora fortemente incentrato sulla produzione industriale di stampo fordista. Un altro aspetto è la peculiarità della sostituzione dell’economia dei servizi a discapito di quella incentrata sulla produzione industriale come riporta Fausto Anderlini:

“in Emilia – Romagna la transizione post – moderna – cioè il passaggio a un’economia dove la componente manifatturiera, che pure resta una vocazione per nulla secondaria nella matrice regionale, è sopraffatta dai servizi urbani in generale, e dai producer’s services in particolare – si è affacciata precocemente (sulla fine dei ’70 e ha avuto modalità più penetranti che altrove. Hanno giocato a favore due aspetti: il carattere verticalmente disintegrato dell’industria (emiliano – romagnola, ndr), già post – fordista nella sua intima costituzione, e il tenore avanzato dall’armatura urbana”[7].

Quindi il passaggio dall’economia fordista, che, stando ad Anderlini, fordista fino in fondo non è mai stata, a quella post – moderna, basata sui servizi avviene nella nostra regione prima che in altre parti d’Italia. Le caratteristiche della produzione fortemente “disintegrata” non solo nelle dimensioni, come abbiamo visto, ma anche sul territorio favoriscono questo modello che verrà poi definito di new economy. Il policentrismo della regione Emilia – Romagna, l’alto numero di città di dimensioni al di sopra dei centomila abitanti ha favorito una vocazione dei centri urbani a “fare da se’” non solo dal punto di vista della caratterizzazione industriale, ma anche delle vocazioni economiche, contribuendo a portare la regione ad un alto livello di differenziazione produttiva, dove “l’area metropolitana bolognese” rappresentava, stando ad Anderlini, il “momento topico”.  Queste

“attività  post-moderne, inoltre, hanno preso spunto dagli ingredienti del modello sociale messo a punto nell’era industriale, mettendosi a loro servizio: manifattura diffusa, economia cooperativa, welfare locale, sistema istituzionale e culturale, funzione trainante dei consumi culturali (Anderlini, Gennari, 2003). Il risultato è stato una ‘via’ alla terziarizzazione con un proprio imprintig sociale, in linea evolutiva densa e continua. Ne è comunque derivato uno spostamento profondo della gravitazione sociale, con l’emersione di una vasta e multiforme classe media a forte vocazione intellettuale”[8].

Questo passo di Anderlini è fondamentale: il progressivo passaggio da un’economia incentrata sulla produzione ad un’economia incentrata sui servizi, ha determinato, evidentemente, una mutazione sociale con la diminuzione dei lavoratori impiegati nell’industria e il corrispondente aumento dei lavoratori “intellettuali” impiegati nei servizi. Questa sostituzione, sebbene ancora oggi rimanga forte il numero dei lavoratori legati alla produzione dell’industria, ha parallelamente modificato anche i caratteri sociali della sinistra sempre più riferimento dei cosiddetti lavoratori intellettuali e ad essi riferita. Ciò, ha di conseguenza, determinato uno spostamento geografico del consenso e della militanza. Dalle periferie, prevalentemente industriali, delle città ai centri storici densamente abitati dalle classi abbienti e medie a cui, nella maggior parte, possono ascriversi i lavoratori intellettuali. Su questo passaggio è importante riportare un altro passaggio di Anderlini:

“le attività post-moderne, (…), hanno preso spunto dagli ingredienti del modello sociale messo a punto nell’era industriale, mettendosi a loro servizio: manifattura diffusa, economia cooperativa, welfare locale, sistema istituzionale e culturale, funzione trainante dei consumi culturali (…). Oggi il gruppo dominante nel campo del centro – sinistra è esattamente costituito da questa vasta e ramificata classe media urbana, che ha preso il posto che sino ai ’70 era occupato dalla classe operaia e da una parte dei ceti produttivi autonomi (artigiani e piccoli imprenditori di estrazione operaia), con le loro tipiche espressioni istituzionalizzate di capitale sociale. La trasformazione post-moderna non ha tratto la regione dal suo calco politico, tanto che la transizione sociale sembra essere avvenuta secondo la stessa continuità che aveva assecondato la trasformazione dalla società agraria a quella urbano-industriale.”[9]


[1] 1901-81: Zamagni, Una vocazione industriale diffusa, cit., tab. 2; 2001: Istat, Censimento generale dell’industria e dei servizi, Roma, Istat, 2001. * La tabella riporta la percentuale degli addetti all’industria manifatturiera risultanti dai censimenti industriali sugli attivi totali risultanti dai censimenti della popolazione. Questo metodo esclude dal nominatore tutti gli attivi rilevati dai censimenti della popolazione che esercitavano lavori precari, svolgevano attività temporanee o erano disoccupati e che non compaiono nei censimenti industriali. ** Per il 1901 vengono computati al numeratore gli addetti alle attività manifatturiere rilevati dall’inchiesta industriale svolta nelle province italiane tra il 1888 e il 1897 e i cui risultati furono pubblicati sugli “Annali di statistica” tra il 1890 e il 1898 – in A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 209

[2]  A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “Il modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 217

[3]  A. Rinaldi, ibidem, pag. 219

[4] A. Rinaldi, “Il sistema delle piccole imprese”, “Il modello emiliano” nella storia d’Italia.Tra culture politiche e pratiche di governo locale a cura di Carlo De Maria Bologna (BraDypUS) 2014, pag. 223

[5]  In F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 29

[6] F. Ramella, ibidem, pag. 29

[7]  F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del 25 febbraio 2013, Editrice Socialmente, Bologna, 2013, pag. 275

[8] F. Anderlini, ibidem, pag. 275

[9] F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del 25 febbraio 2013, Editrice Socialmente, Bologna, 2013, pag. 275

Annunci
Contrassegnato da tag , , , ,

La subcultura rossa

Di Eugenio Pari

Una definizione di subcultura politica territoriale è offerta da Trigilia quando afferma che essa

”fa riferimento a un sistema politico locale caratterizzato dal predominio di un parito, da una robusta organizzazione della società civile e da un’elevata capacità di mediazione dei diversi interessi”[1].

Nell’Italia repubblicana, ai fini del nostro ragionamento, esistono due grandi “zolle”, per dirla con Anderlini, prettamente caratterizzate dal “predominio di un partito”: una è quella della subcultura “bianca” a monopolio Dc, una è quella “rossa” connotata dal monopolio della sinistra a prevalenza Pci. È importante notare che questa distinzione non corrisponde ad una precisa classificazione geografica, in quanto nelle regioni stesse esistono enclave dell’uno o dell’altro partito. Queste zone politiche monopolizzate dai due grandi partiti della cosiddetta Prima repubblica, secondo Anderlini[2] per quanto riguarda la Dc nel Nord sono: la zona del Veneto Centrale, Friuli, la zona orientale della Lombardia, il Cuneese, l’area di confine fra Liguria ed Emilia, la Lucchesia ed il Maceratese. Per quanto riguarda il Pci si tratta invece dell’Emilia centrale (corrispondente all’area padana delle province di Bologna, Modena e Reggio Emilia), la Toscana (con i suoi picchi nella Valdelsa, nel Senese e nel Livornese), l’area Romagnolo – marchigiana e l’Umbria (pressoché totalmente).

Risultati immagini per subcultura rossa

Una festa de L’Unità

Queste due subculture politiche si sono storicamente determinate nel tempo, trovando nelle tradizioni culturali e sociali fattori di uno sviluppo che ha portato alla loro precisa definizione politica in una forma più o meno coerente con quella che abbiamo conosciuto nel Secondo dopoguerra “con l’organizzazione e istituzionalizzazione dei due nascenti movimenti popolari (quello socialista e quello cattolico” in un rapporto comunque, per ambedue, conflittuale nei confronti dello Stato nazionale.

Ramella riporta che le due subculture

“rappresentano in origine forme di ‘difesa della società locale’ di fronte alla stabilizzazione del mercato e dello Stato nazionale alla fine dell’Ottocento”[3]

e nella “zona rossa”, quella su cui si sta cercando di ragionare questa “protezione” della società locale avviene con l’esperienza del “socialismo municipale”.

È quindi necessario definire l’espressione “socialismo municipale”. Con essa si intende l’insieme delle politiche avviate dai diversi movimenti e partiti socialisti europei al fine di conquistare e gestire le amministrazioni locali e i governi comunali.[4]

La conquista dei comuni a partire dal 1900 divenne il termine attraverso il quale il movimento operaio e i partiti socialisti europei tentavano di realizzare servizi essenzialmente rivolti ai cittadini più poveri per mitigarne le condizioni di bisogno e subalternità attraverso la fornitura di servizi, la funzione dei comuni era essenzialmente legata al sostegno della classe operaia, anche attraverso iniziative di riforma fiscale tese a una tassazione diretta comunale che colpisse i ceti più ricchi ridistribuendo in servizi queste risorse.

L’origine del socialismo municipale consisteva nel fatto che

“esclusa dal potere centrale, la sinistra aveva avuto modo di sperimentare nelle amministrazioni locali un suo progetto di governo e riorganizzazione della società. In altre parole, esso era stato espressione tipica di una sinistra di opposizione. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale le pratiche di governo locale perdono di specifico rilievo allorché si confondono in una più generale opera di governo svolta dalla sinistra al centro come alla periferia. È chiaro quindi che da allora i contorni del fenomeno sfumano, non perché non ci sia più una politica amministrativa delle sinistre, ma perché questa non si configura più come una pratica forte di spiccata identità, come dimostra anche il fatto che il termine ‘socialismo municipale’ cade in disuso. L’eccezione è ovviamente data da quei paesi in cui la sinistra, o comunque la sua maggior componente, continua a restare lontana dal potere centrale”.[5]

In Emilia Romagna, caso paradigmatico dell’esperienza di governo del Pci e della sinistra italiana, a partire dal Dopoguerra già con l’insediamento delle giunte guidate dal C.l.n. l’intervento pubblico ebbe un effetto moltiplicatore nella direzione delle politiche keynesiane indirizzato alla ricostruzione industriale ed economica e soprattutto antimonopolistica.Risultati immagini per socialismo municipale

Ramella identifica diverse fasi[6] che hanno caratterizzato la storia elettorale del Pci nelle aree della “subcultura rossa”, fasi che possiamo applicare anche al nostro ragionamento sull’Emilia Romgna e si tratta di:

  • Un prima fase detta del radicamento che si apre con le prime elezioni democratiche, quelle per l’elezione della Costituente nel 1946. In questa fase il Pci, uscito dalla clandestinità e dalla lotta di Resistenza, si riorganizza all’interno di un sistema democratico, o, per meglio dire, che il Pci cercherà di indirizzare verso una democrazia popolare. Sono anni di accesissima contrapposizione con la Dc, anni in cui il Pci cercherà, parafrasando Gramsci, di rafforzare le proprie “casematte”, ovvero di “difendere il suo insediamento elettorale” senza però mostrare “una grande capacità di espansione”. Nell’ottica del “Partito nuovo” le organizzazioni collaterali come il Sindacato, il movimento cooperativo e quello associativo, nonché le amministrazioni locali controllate dal Partito hanno un ruolo di sostanziale subordinazione verso quest’ultimo. Il Partito punta ad un aumento delle adesioni e coltiva il senso di appartenenza fra i propri militanti. “Il Pci raccoglie prevalentemente consensi nei ceti popolari, soprattutto tra i mezzadri, nel mondo agricolo e tra gli operai e gli artigiani nelle realtà urbane”.[7]
  • La seconda fase che va dal 1958 fino al 1976, vede una forte espansione in termini di consenso elettorale a vantaggio del Pci. È una fase nella quale il Pci con il governo locale la funzione di cui abbiamo già parlato di sostegno alla piccola e media impresa attraverso un ruolo di mediazione del conflitto sociale, una fase nella quale si realizzano infrastrutture e si allargano i servizi sociali favorendo il “compromesso” o, per meglio dire, la collaborazione se non addirittura l’alleanza fra le classi sociali. In questo quasi trentennio “le organizzazioni degli interessi acquistano una certa autonomia nei confronti del Pci e assumono un ruolo crescente nella mediazione del consenso. La riproduzione della delega politica avviene ora su basi più strumentali e condizionali, legate al giudizio dato sulle politiche messe in atto dal Pci e dagli amministratori locali”[8].
  • La terza fase, quella del declino che va dal 1976 al 1992 e corrisponde agli anni della crisi del Pci. È una fase in cui si assiste ad una profonda ristrutturazione economica e in questa fase a livello locale il Pci, “per buona parte degli anni ’80, mostra una migliore tenuta rispetto al declino elettorale a livello nazionale, grazie al [suo] più solido insediamento organizzativo (…). Dall’altro, sulla fine del decennio e ancor più dopo la [sua] scomparsa (…), lascia intravedere un indebolimento della fedeltà elettorale e una tendenziale omologazione ai comportamenti di voto del resto d’Italia”.[9]
  • Il sistema maggioritario e la ricomposizione dello scenario politico permette ai partiti eredi del Pci di arginare le perdite elettorali e intorno al 1996 si assiste ad una fase di ricompattamento che raggiunge il proprio apice nel 1995. A questa ricrescita del consenso, che riporta i partiti post ed ex comunisti ad un consenso aggregato pari, o quasi, a quello della fase apicale, non corrisponde invece una riduzione del declino organizzativo.

    “A seguito della riforma delle autonomie e dell’introduzione dell’elezione diretta del sindaco, aumenta anche l’indipendenza degli amministratori locali e questo tende spesso a creare conflitti tra le giunte e i partiti che compongono le maggioranze consiliari che le sostengono (…).”[10]

  • Infine l’annus horribilis in cui si intravedono le prime crepe al sistema che apparentemente sembrava monolitico. Vi è un fatto politico che corrisponde a questa fase categorizzata da Ramella, ed è il 1999, anno in cui alle elezioni amministrative la sinistra perde l’amministrazione della città di Bologna, amministrazione tenuta ininterrottamente dal Dopoguerra e prima del fascismo guidata dai socialisti. A dire il vero la parentesi di Guazzaloca durerà solo una legislatura, ma l’aver perso la guida del capoluogo della regione ha un effetto anche psicologico: quello che deriva dall’aver interrotto il monopolio politico della sinistra. Ramella esemplifica efficacemente questa fase sotto la formula del scongelamento.

    “Dopo l’arretramento del 1999 si registra una modesta ripresa alle regionali del 2000, seguita da una pesante sconfitta nel 2001 e da un nuovo recupero alle provinciali del 2004”[11]

Ritorneremo su questo aspetto ma è interessante rendere un grafico elaborato su dati del Ministero dell’Interno  in cui Ramella riporta questi dati.

 

La forza elettorale del Pci e dei partiti postcomunisti secondo le varie fasi (Camera dei deputati; % di voti validi)

 

 Le fasi 1946-58  radicamento 1958-76

crescita

1976-1992

Declino

1992-1996

ricompat

tamento

1996-2001

scongela

mento

%

1958

Var.

1958-46

%

1976

Var. 1976- 58 %

1992

Var. 1992 -76 %

1996

Var. 1996– 92 %

2001

Var. 2001 – 96
Emilia Romagna 36,7 -0,9 48,5 11,8 39,6 -8,9 43,9 4,3 35,9 -8,0
Toscana 34,4 0,8 47,5 13,1 39,3 -8,2 47,2 7,9 40,1 -7,1
Umbria 30,8 2,9 47,3 16,5 40,5 -6,8 45,5 5,0 35,9 -9,6
Marche 25,7 3,9 39,9 14,2 31,3 -8,6 39,1 7,8 30,1 -9
Italia 22,7 3,8 34,4 11,7 21,7 -12,7 29,7 8 23,3 -6,4

 

[1]In F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli Editore, Roma, 2005, pag. 26

[2] F. Anderlini, Il voto, la terra, i detriti. Fratture sociali ed elettorali dall’alba del 2 giugno 1946 al tramonto del25 febbraio 2013, Ed. Socialmente, Bologna, 2013, pag. 150

[3]F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli Editore, Roma, 2005, pag. 27

[4] Dogliani P., Enciclopedia della sinistra europea nel XX Secolo, pag. 593, Editori Riuniti, 2000

[5] Dogliani P., Enciclopedia della sinistra europea nel XX Secolo, pag. 593, Editori Riuniti, 2000

[6] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 50

[7] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag. 50 – 51

[8] F. Ramella, ibidem, pag. 51

[9] F. Ramella, ibidem, pag. 55

[10] F. Ramella, Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo, Donzelli editore, Roma, 2005, pag.54

[11] F. Ramella, ibidem, pag. 56

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Il metodo grillino e la Rivoluzione civile

http://www.inter-vista.it/articoli/item/2607-il-metodo-grillino-e-la-rivoluzione-civile

Dopo l’esito delle urne Rivoluzione civile non molla, anzi. Parte il percorso degli ingroiani verso la ‘democrazia partecipativa’. Si vedranno con i cittadini una volta a settimana, come i grillini. La decisione è arrivata martedì sera durante l’assemblea nella sala comunale di via Pintor. In cinquanta riuniti si sono salutati già a martedì prossimo, nella sala comunale di via del Lupo (zona Grottarossa), per una assemblea che riguarderà l’acqua pubblica. “Ma non un’assemblea con un oratore e tutti zitti. Un’assemblea vera”, precisa Eugenio Pari. Via via, di settimana in settimana, a tema con i cittadini anche la difesa dei servizi socio assistenziali e tutti i temi utili a rilanciare il ruolo politico di Rivoluzione civile.

Beppe Grillo

Beppe Grillo

Anche prima delle elezioni il nostro vero traguardo – spiega Pari – non era quello di presentare una lista per le elezioni. Era e rimane la costruzione di un partito per l’alternativa rispetto al quadro sociale ed economico del nostro Paese e dell’Europa. Ci stiamo provando”. Allo scopo le assemblee settimanali, perché “la democrazia partecipativa – spiegano – non può limitarsi a fare la somma dei problemi, ma deve riuscire a costruire responsabilmente anche le soluzioni; in questo senso pensiamo di portare a valore le intenzioni propositive che si manifesteranno nel corso delle assemblee che abbiamo già programmato.
Rispetto al metodo grillino, Pari dice che “l’errore più grande che la sinistra potrebbe fare in questo momento è demonizzare il Movimento 5 Stelle. Ma siccome la storia c’insegna e noi non impariamo mai niente, è proprio quello che si sta facendo, ricordando il carattere populista del movimento e alcune cose da loro dette sul fascismo. La verità, fino ad ora, è che nelle liste hanno persone normalissime, casalinghe, piccoli imprenditori, operai. La verità è che hanno aperto la speranza dei cittadini. Ora io non so se con l’azione di governo queste speranze diverranno realtà, ma l’alternativa al loro movimento in questo momento sarebbe lo scontro in piazza. Penso anche che, se da un lato si possano nutrire dubbi su Grillo e Casaleggio, dall’altro è vero che le persone elette non sono Grillo e Casaleggio. Delle contraddizioni che ci sono nel 5Stelle non voglio pensare secondo una teoria complottistica che li vede come nuovi squadristi. Purtroppo c’è tanta inesperienza, a tratti (nei giudizi sul fascismo) banalizzazione del male direbbe Hannah Arendt. C’è tutto e il contrario di tutto nel movimento, ma bisogna capire le ragioni per cui hanno avuto questo voto”.
Rispetto alla lotta del 5Stelle, Pari fa notare come “in Italia il vero pericolo è che la rivoluzione l’hanno sempre fatta le classi dirigenti sovversive. Il loro attacco alla casta politica, mi sembra, potrebbe aprire uno spazio non tanto a un vero cambiamento, ma a una modifica dei gruppi dirigenti. E invece quello che va combattuto in Italia non è solo la politica, ma chi la politica la muove, i potentati economici. Questo è il limite della lista di Grillo”.
A sinistra? “La casa è crollata da un pezzo e bisogna mettersi costruttivamente a ricostruirla, ma non secondo le vecchie formule”, dice Pari. “Basterà l’ulteriore dimissione dei gruppi dirigenti? Ne prendiamo atto ma è un gesto superfluo. Ci vuole un ripensamento generale delle nostre idee, delle nostre teste”. “Noi dovremmo cercare di riprendere le pratiche positive, capire cosa hanno fatto i grillini per connettersi con il popolo e con il sentimento delle persone. Se la sinistra s’interrogasse seriamente su questo forse renderebbe un contributo utile a se stessa. I temi del 5Stelle sono gli stessi che ha messo in campo la sinistra, la quale dovrebbe cercare di capire come mai non è riuscita a fare comprendere alle persone il suo processo di partecipazione e democratizzazione. In questo paese, poi c’è un serio problema di giustizia sociale che va risolto e non si risolve scagliandosi contro i grillini. Occorre una forza politica che abbia connotati sociali”.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Elettromagnetismo, un problema sottovalutato

Il Plert e le cabine Enel

elettrosmog

elettrosmog

Pubblicata oggi indagine di ARPA sul rispetto della norma di legge per quanto concerne l’inquinamento elettromagnetico  nei pressi dei siti sensibili http://www.nqnews.it/news/136013/Antenne_dei_cellulariNessun_allarme__l_Arpa___Valori_nella_norma_.html e http://www.corriereromagna.it/rimini/2012-05-18/l%E2%80%99indagine-di-arpa-inquinamento-elettromagnetico-al-sicuro-scuole-nidi-e-ospizi-i-
E’ certamente una buona notizia, ma che riaccende in noi l’esigenza di  fare presente almeno due situazioni di irregolarità che denunciamo da anni:
1-Il Comune di Rimini non ha provveduto ad adottare il PLERT (Piano di localizzazione delle emittenti radio televisive) approvato dalla Provincia nel 2008, che richiede determinate azioni per la zona sensibile del colle di Covignano. Il Comune di Montescudo, altra zona sensibile del nostro territorio, è invece intervento avvalendosi della nostra collaborazione grazie all’intervento del  prof. Fausto Bersani.
2-I rischi di inquinamento elettromagnetico  riguardano anche le vecchie cabine di trasformazione dell’Enel, ubicate all’interno della abitazioni. il caso eclatante riguarda  una cabina posta al pian terreno di una abitazione di via Paci a Rimini, dove sono stati registrati valori ben superiori ai parametri di legge. Il caso fu oggetto di interrogazione al consiglio comunale grazie alla sensibilità del  consigliere Eugenio Pari e di discussione in consiglio nel 2008. Purtroppo non si trovarono nel bilancio comunale i fondi (poche migliaia di euro) per spostare la cabina e salvaguardare la salute dei residenti. Ma quanti sono in Provincia di Rimini casi analoghi?

Articolo pubblicato su: http://www.federconsumatoririmini.it/News-3/elettromagnetismo-un-problema-sottovalutato-333.html#.T7ZGkYSNYvY.facebook

Contrassegnato da tag , , , , ,

SULL’APPARENTAMENTO TRA VITALI E UDC: “CIO’ CHE NON SIAMO, CIO’ CHE NON VOGLIAMO”.

EUGENIO PARI

Eugenio Pari

Di Eugenio Pari

Vitali e il Pd hanno deciso l’apparentamento con l’Udc al ballottaggio del 21 giugno. Una scelta già sottoscritta da Verdi – Sd con la promessa di ottenere rispettivamente un assessorato in provincia e uno nel comune di Riccione. Pdci e Sinistra critica hanno con orgoglio dichiarato la propria contrarietà all’accordo, mentre Rifondazione ancora non si è espressa, ma spero possa fare anch’essa uno scatto d’orgoglio.
Quello che colgo è che il collante di questo guazzabuglio non è porre un argine al “berlusconismo” ma la promessa e per altro verso la bramosia di posti e prebende. L’accordo Pd – Udc a Rimini si appresta ad essere il prototipo dei futuri assetti in regione nel 2010 e in comune nel 2011, uno schema che prevede di scaricare la sinistra ormai del tutto inutile anche dal punto di vista elettorale.
Si badi: non voglio assolutamente sostenere l’astensione, voglio solo inviare un appello accorato ai dirigenti locali dei partiti della sinistra affinché facciano riconsiderare questo accordo, richiamando Vitali al coerenza con le dichiarazioni che egli stesso faceva all’indomani del voto, diceva infatti: “Sono carico. Non faremo accordi con nessuno”.
La sinistra in questa fase può rilanciare la propria funzione e un proprio ruolo attraverso il rifiuto dell’alleanza con l’Udc, indicare una propria autonomia, una battaglia di estrema difesa dei principi che hanno ispirato il centrosinistra, è l’ultima occasione per marcare la propria autonomia dal Pd e per non cedere ai diktat di un partito che muore dalla voglia di far fuori la sinistra. Vitali ha detto che questa scelta si colloca nella tradizione del centrosinistra riminese, che vide addirittura l’alleanza tra Pci e Dc: falso! Questa è solo una operazione di trasformismo che getta a mare i principi ispiratori del centrosinistra. Il Pd ha tenuto in ostaggio, disanguato e oggi venduto la sinistra non per battere le destre, ma solo per una visione patologica del potere. Un potere in nome del quale vale la pena sacrificare qualsiasi profilo programmatico, un potere che per alimentarsi si è basato su un consociativismo in cui Lombardi ed il Pdl stavano dall’altra parte del tavolo.
Ripeto: non sostengo l’astensione o fughe aventiniane. L’Udc, infatti, in termini numerici è ininfluente per le sorti del candidato di centrosinistra e qualora essa decidesse un accordo con Vitali, gli elettori dello scudo crociato mai e poi mai voterebbero per una coalizione dove ci sono i comunisti. Sicché il candidato del centrosinistra un minuto dopo aver varcato la sede di corso d’Augusto darebbe il benservito a quella sinistra che, a sua volta, avrebbe irrimediabilmente portato a termine un processo di mutazione genetica che la condurrebbe verso l’estinzione politica e culturale. L’accordo Casini – Errani che trova in Rimini un laboratorio e che si profila per essere il viatico di future alleanze in regione, prevede una conditio sine qua non: escludere la sinistra. Se la sinistra non saprà rifiutare questo patto scellerato, che in termini di politiche di governo si tradurrà in una sostanziale omologazione tra Pd e Pdl, segnerà la propria fine, scegliendo di allearsi con l’Udc la sinistra sceglie, di fatto, l’albero a cui impiccarsi.
Si deve chiaramente dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, infatti nonostante l’ottenimento o meno di posti il profilo di una alleanza, di fatto, sancisce anche la sostanza dell’azione di governo che quella compagine può sprigionare o meno.
Di fatto non si tratta di garantire un programma avanzato di sinistra, ma solo alimentare la speranza che qualcuno a sinistra pro domo propria possa vedere avverate le promesse di assessorati, prebende, ecc. che gli sono state presentate. Dopodichè: credere che l’Udc possa sedersi in una giunta dove ci sono assesssori che si dichiarano comunisti o, semplicemente di sinistra, significa credere alle favole e volere far credere alle favole. La sinistra deve e può contare solo sulle proprie forze sapendo che mai potrà arrivare il soccorso scudocrociato, risparmino ai propri elettori questo ennesimo supplizio. Chi siederà al tavolo della trattativa, cercando di rappresentare le istanze del popolo della sinistra, faccia una scelta di dignità, che è anche l’unica scelta possibile, dica chiaramente: o noi o l’Udc. Al popolo della sinistra che cosa vogliamo dire: che basta dichiararsi di sinistra per svolgere un’azione popolare di governo? Che tutto è finalizzato al governo, quando per governare bisogna sedere a fianco di coloro che abbiamo osteggiato fino a ieri, all’Udc che all’inclinazione confessionale più spinta riesce ad unire l’ultraliberismo in economia? A tutto c’è un limite e oggi, la sinistra, deve saper rispettare questo limite e anche imporlo se occorre, perché questa alleanza stravolge la natura stessa della sinistra al di là della necessaria politica delle alleanze.

eugenio_pari@yahoo.it

Eugenio.Pari@comune.rimini.it

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Rimini la città più cara in Italia

caro-vita

Rimini è la città dove la vita costa di più che in ogni altra città italiana. A diffondere i dati su una realtà che tutti i cittadini, specie quelli coi redditi più bassi, conoscono da tempo è l’autorevole Sole 24 Ore.
La scelta di realizzare grandi centri commerciali che nelle intenzioni dell’Amministrazione a partire dal 2003 avrebbe dovuto avere un effetto calmierativo dei prezzi si è dimostrata, alla luce di questi dati, del tutto fallimentare. Come se non bastasse questa amministrazione ha deciso di costruire altri centri commerciali che producono attraverso l’istituzione di cartelli sui prezzi un regime a tutto discapito delle famiglie e una occupazione sempre più precaria e dequalificata.
Il modello di sviluppo di questa città va profondamente rinnovato, occorre una rifondazione delle politiche di crescita, cosa che è molto difficile da fare per chi da tanti, troppi, anni detiene un potere che basa il proprio consenso sul consociativismo e sull’arrendevolezza del soggetto pubblico rispetto alle pressioni dei poteri forti economici.
Questo tema, piuttosto che le polemiche interne ai partiti, dovrebbe essere al centro della campagna elettorale, invece si registra la totale assenza dei candidati nell’esprimere una pur deoble proposta o idea.
Occorre che anche a livello locale si creino direttori sui prezzi a cui far partecipare associazioni dei consumatori, dei sindacati e dell’associazionismo sociale in cui i comuni si facciano parte diligente per sostenere patti con i produttori e i commercianti al fine di mantenere stabilità dei prezzi almeno per le categorie a basso reddito.

Contrassegnato da tag , , , ,

Diritto di critica

escher_hands_mid
Escher hands

Vogliamo innanzi tutto esprimere piena condivisione e sostegno alle valutazioni dell’Ordine degli ingegneri in merito ai progetti per il lungomare.
Le loro valutazioni critiche sono le stesse che da tempo cerchiamo di portare avanti  nei confronti delle scelte dell’Amministrazione Comunale.
Le pesanti critiche rivolte all’Ordine degli ingegneri da parte dell’ing.Massimo Totti responsabile del Settore Infrastrutture, Mobilità e Ambiente del Comune di Rimini, ci sembrano inopportune in quanto è bene ricordare come nella deontologia di un pubblico dipendente il compito principale è quello di realizzare gli indirizzi politici dell’ente.
Vogliamo peraltro rimarcare un fatto e cioè che se fino ad oggi ritenevamo che il rifiuto delle critiche riguardasse alcuni amministratori, oggi dobbiamo constatare che questo atteggiamento pervade anche apparati burocratici dell’amministrazione. Un comportamento che va stigmatizzato. A tal proposito ci sentiamo in dovere di esprimere sostegno e apprezzamento nei confronti di tutti coloro – singoli cittadini, enti, ordini, associazioni ecc. – che, nonostante il rifiuto di un confronto aperto e democratico da parte dell’amministrazione, auspichiamo che possano e vogliano continuare  a manifestare la propria opinione pubblicamente, noi, fin da ora, ci impegniamo a tenere aperto un dialogo franco e sereno con tutte le componenti della società riminese.
I progetti di finanza registrano sempre maggiori critiche, principalmente perché sono stati calati dall’alto trascurando qualsiasi processo partecipativo e di coinvolgimento della città e delle sue componenti sociali ed economiche.
Riscontriamo che di fronte alle critiche crescenti per proposte che prevederanno ulteriori colate di di cemento e, fatto ancor più grave, che privatizzeranno una delle parti più pregiate di territorio pubblico registriamo da parte degli amministratori atteggiamenti di crescente chiusura.
A nostro avviso Rimini non necessita di interventi al di fuori di proposte slegate da pianificazione, ma necessita di progetti e programmi che sappiano far riconquistare il ruolo di leadership della nostra città nel turismo e fare di Rimini un esempio di città ecologica.
A Rimini la rendita da tempo ha preso il sopravvento nell’economia cittadina condizionando pesantemente la maggior parte delle imprese caratterizzate da una conduzione familiare e che, pertanto, vivono del proprio lavoro. Di fronte a decisioni imposte dall’alto queste imprese così come l’economia cittadina rischiano di essere colpite duramente ed espulse dal tessuto economico e sociale di cui per decenni hanno costituito uno degli assi portanti, senza che vi sia alcun tipo di vera innovazione.
È nostra ferma intenzione impegnarci per riempire quegli spazi di partecipazione reale trascurati dall’Amministrazione comunale, sostenendo incontri e confronti in un clima di serena riflessione e valutazione su questi progetti con la città e con gli operatori, per questo intendiamo promuovere
iniziative pubbliche su questi temi alle quali cui, fin da ora, riteniamo opportuno e utile invitare sia gli amministratori del Comune di Rimini (assessori e consiglieri) e i tecnici dell’Amministrazione.

I consiglieri comunali: Eugenio Pari, Fabio Pazzaglia, Leandro Coccia, Giorgio Giovagnoli

Contrassegnato da tag , , , ,

Esternalizzazione mensa. Intervento di Pari, Pazzaglia, Coccia, Giovagnoli

‘Il servizio mensa per nidi e materne ha un ruolo educativo non solo mensapratico’. L’intervento dei consiglieri Pari Eugenio, Leandro Coccia, Giovagnoli Giorgio  e Pazzaglia Fabio.

 RIMINI | 02 maggio 2009 | L’intervento dei consiglieri

L’Amministrazione Comunale di Rimini prima di decidere di privatizzare le mense per i bambini dei nidi e delle scuole di infanzia doveva ritenere opportuno ed utile aprire una riflessione anche su eventuali altri i servizi che potevano essere oggetto di una esternalizzazione per avere un quadro complessivo della situazione.
Il servizio mensa per gli asili nidi e le scuole materne non può essere preso in considerazione solo dal punto di vista dell’alimentazione e cioè dei cibi forniti e della loro qualità.
Il servizio mensa svolge anche una funzione educativa, sociale e persino culturale perché è in grado di coinvolgere tutti i soggetti operanti in quelle strutture attraverso un rapporto in cui le diverse funzioni diventano stimoli di conoscenza e di coinvolgimento reciproco. Nessuno è “ideologicamente” contro le privatizzazioni in quanto conveniamo che in alcuni settori esse, non solo sono inevitabili, ma sono anche necessarie perché razionalizzano e rendono più efficienti i servizi ed anche perché dal punto di vista economico producono minor costi e quindi diminuiscono la spesa corrente.
Tanto per intenderci un conto è appaltare all’esterno, per esempio, le busta paga dei dipendenti comunali, oppure la gestione dei servizi cimiteriali, mentre altra cosa è sottrarre alla gestione dell’A.C. un servizio così delicato che ha effetti diretti sulla salute e sulla formazione dei bambini per gli aspetti di cui si diceva precedentemente.
Si può discutere anche attorno alla possibilità di ridimensionare il ruolo diretto del Comune nella gestione di determinati servizi ed anche della sua funzione di organo di controllo ma prima dobbiamo, sempre e comunque, essere in grado di esercitare una vera e propria capacità di controllo.
Mantenere la qualità del servizio senza avere adeguate e sicure forme di controllo è cosa ben difficile. Esistono queste figure attualmente all’interno dell’Amministrazione Comunale ? Esistono all’interno dell’Amministrazione Comunale strutture formate per controllare il rispetto delle norme e la preparazione dei pasti esternalizzati? La delibera che il Consiglio Comunale ha approvato giovedì, con il voto contrario dei firmatari di questo comunicato, è un appalto che supera i 4 milioni di euro, un impegno economico e finanziario quindi consistente. Affidare la gestione di servizi pubblici a privati comporta, a volte, rischi non indifferenti, proprio perché è già accaduto che ad aggiudicarsi i bandi siano state ditte private che sulla carta garantiscono il massimo degli standard qualitativi e al tempo stesso l’offerta economica più vantaggiosa, ma che una volta vinto il bando non sono in grado di mantenere, in buona o cattiva fede, i livelli di qualità promessi.
Prima di decidere di privatizzare le mense l’amministrazione Comunale poteva prendere in considerazione l’eventuale investimento di risorse adeguate in tutte le cucine.
Sembra invece che nel bando saranno incluse le cucine migliori, quelle più dotate di strumentazioni e all’ Amministrazione Comunale rimarranno le più obsolete.
Che il privato debba seguire la logica del profitto o quanto meno di non rimetterci è pacifico, ma il Comune no!
Siamo noi l’Ente deputato alla tutela degli interessi della collettività e non altri. Ci chiediamo come verrà garantita la qualità del servizio se i soggetti privati saranno obbligati in prima istanza a ricavarne profitti a scapito dell’erogazione di un miglior servizio per la collettività.
Alcuni genitori hanno manifestato i loro timori riguardanti la proposta di esternalizzare le cucine in quanto temono che sia l’inizio di un percorso destinato a peggiorare la qualità dell’alimentazione.
Le preoccupazioni riguardano molti aspetti tra i quali la probabile modifica della norma che riguarda la cottura delle pietanze nel senso che i cibi potranno essere cotti con molti giorni di anticipo come è stato proposto in altre città.
Oppure se sarà contemplata la possibilità di scongelare le pietanze col microonde oppure quali saranno le garanzie sull’utilizzo o meno di cibi transgenici.I bambini di fronte a questi scenari futuri riceveranno una sana alimentazione o scivoleranno verso il modello americano del “fast food”? Attorno a queste problematiche i consiglieri di maggioranza dovevano avere la possibilità di discuterne prima che il Consiglio Comunale approvasse la privatizzazione delle mense per i nidi e per gli asili.
Ciò non è avvenuto poiché nell’arco di una decina di giorni la delibera è passata in Commissione e poi in Consiglio Comunale.
Un’ urgenza che non si giustifica in nessun modo perché non ci sono scadenze di legge vincolanti.
Nella seduta di giovedì del Consiglio Comunale abbiamo chiesto il rinvio della delibera per un confronto e una riflessione all’interno della maggioranza.
Nonostante la richiesta fosse stata avanzata da consiglieri di maggioranza ed altri consiglieri di maggioranza avevano manifestato forti perplessità e malcontento perché non avevano avuto la possibilità di discutere l’oggetto, la giunta non ha accettato nessuna mediazione non tenendo conto delle proteste dei sindacati, dei lavoratori e dei genitori.
E questo per una maggioranza di centro sinistra non è certamente un comportamento che va a suo merito.Per tutte queste ragioni abbiamo votato contro la privatizzazione delle mense nei nidi e negli asili del Comune di Rimini.

Contrassegnato da tag , , , , ,

La politica e i poteri forti a Rimini

Esiste un disagio profondo al quale la classe politica che da più di dieci anni

Le mani sulla città, 1963 di F. Rosi

Le mani sulla città, 1963 di F. Rosi

sta governando Rimini non è più in grado di dare risposta e soluzione. Esiste un profondo e giustificato senso di delusione nei confronti di una Amministrazione che non ha saputo fare altro che cedere alle pressioni dei poteri forti riminesi, quei poteri legati a quella rendita immobiliare che ha sottratto spazi sempre più grandi alla qualità della vita dei riminesi, quella rendita che ha determinato una impennata dei costi degli immobili, quella rendita che ha tolto occasioni di miglioramento della propria condizione di vita a molti, troppi, cittadini. La debolezza della politica nei confronti del blocco di potere riminese non è una caratteristica solo dell’amministrazione Melucci – Ravaioli, di cui Stefano Vitali rappresenta un asse portante, ma è la caratteristica di una opposizione, di cui Marco Lombardi è stato alfiere, che su queste questioni si è sempre accomodata al tavolo della trattativa riducendo il proprio ruolo all’ottenimento di posti, come per esempio la vice presidenza della Fiera. Per questo ritengo che l’elemento più caratteristico della politica locale sia un consociativismo che ha mortificato le aspettative di cambiamento dei cittadini, che ha soffocato ipotesi di progresso e sviluppo locale, facendo perdere sempre maggiori quote di benessere alla nostra città. La responsabilità, quindi, non può essere imputata solo al centrosinistra riminese ma anche a quella che, almeno teoricamente, avrebbe dovuto essere l’opposizione. Se Vitali e Lombardi non sono le due facce della stessa medaglia, credo, ci manchi davvero poco. Pensiamo alle reazioni di entusiasmo bipartisan sui progetti di finanza del lungomare, manifestate peraltro per il Pdl proprio da Lombardi; o al minuetto che si è fatto per tanti mesi sulla vicenda stadio; pensiamo infine a quella che la scorsa estate ebbi modo di definire come “corrispondenza di amorosi sensi” fra Maurizio Melucci e Formigoni sulla contrattazione edilizia in favore dei grandi costruttori, già in uso da diversi anni a Milano e che si vorrebbe incentivare con ancora maggior decisione a Rimini, una pratica dove il soggetto pubblico perde qualsiasi funzione a garanzia della collettività e dove la città, intesa come merce di scambio e non come bene collettivo, diventa terreno di conquista volto a soddisfare gli appetiti edilizi. Questi fatti non sono del passato, ma una pratica del presente e, ahimé, rischiano di esserlo per il futuro. Sicché Rimini oggi si trova davanti ad un paradosso, cioè: un piccolo gruppo di consiglieri di centrosinistra eletti nelle fila della maggioranza, di cui mi onoro di fare parte, si trovano per coerenza rispetto al programma di mandato a fare quella opposizione vera, non solo sui temi legati all’urbanistica come troppo semplicemente si vorrebbe far passare, ma rispetto a quelle politiche su cui il centrosinistra si attarda in accordicchi con il centrodestra. Una battaglia ideale ma assai concreta vista la posta in gioco, che probabilmente vedrà sconfitto o strumentalizzato chi dicendo questo non ha fatto altro che dire la verità, interpretando quello che tanti cittadini riminesi, elettori, militanti del Pd e della sinistra pensano da tempo. Se il centrosinistra oggi si trova di fronte al rischio più che concreto di perdere diversi comuni oltre che la provincia non è certo per capacità della destra, ma per propria, unica e indiscutibile responsabilità di essersi comportato né più né meno come avrebbe potuto comportarsi una amministrazione di destra, partendo dal tema più importante: lo strapotere di pochi a danno degli interessi collettivi. Ora, di fronte a queste responsabilità storiche che hanno visto perdere funzioni di salvaguardia degli interessi collettivi proprie delle amministrazioni, non basta appellarsi all’amor di patria o al fatto che stanno arrivando i barbari quando bellamente il sindaco Ravaioli ha sostenuto per esempio le norme del pacchetto sicurezza ideato dalla parte più becera del centrodestra, non basta invocare la scelta di campo, occorrerebbe una profonda revisione delle pratiche e un reale cambiamento della compagine governativa cominciando dal mandare a casa coloro che principalmente hanno avuto responsabilità come il vicesindaco Maurizio Melucci. Sappiamo, però, che questa soluzione non può essere che il primo tentativo di dare risposte alla volontà che la società riminese da tempo manifesta di tornare a discutere, confrontarsi sul futuro, sulla qualità del vivere, sulla propria identità e cultura. Sono saliti in molti da destra e da sinistra sul carro vincente che Melucci si è trovato a trainare, visto che tutti si sono più o meno accomodati dalla parte dei vincenti qualcuno per coerenza e per passione, ha invece deciso di stare dalla parte del torto. Vitali vincerà, nonostante la feroce battaglia all’interno del Pd, ma a perdere sarà la nostra città che ancora una volta vedrà vincere il consociativismo che la sta spegnendo.

Contrassegnato da tag , , , ,

Mafia a Rimini, parliamone

Il Ponte, 3 aprile 2009

francesco_forgione

Francesco Forgione

E’ cronaca di questi giorni: la Romagna e il Riminese non sono esenti dal fenomeno mafioso. Ma come agisce la criminalità organizzata in contesti in cui essa non è “autoctona”? A tali interrogativi cerca di dare alcune risposte il Centro culturale “Paolo VI” organizzando – mercoledì 8 aprile alle 21 presso i Musei della Città – un incontro con Francesco Forgione (già Presidente della Commissione parlamentare antimafia e autore del libro ‘Ndrangheta) e il procuratore di Rimini Paolo Giovagnoli.  A Rimini tra l’altro è sorto da un anno un osservatorio sulla legalità, che proprio in questi giorni si è costituito in associazione: ha svolto un lavoro di raccolta dati sulla criminalità organizzata in provincia negli ultimi 10 anni. Il Centro “Paolo VI” intende dunque fare il punto sullo “stato della mafia”, oggi che se ne parla poco, per cui sembra che il fenomeno sia scomparso o, in parte, risolto. In realtà, la mafia ha una capacità di inquinare l’ordinamento democratico, condizionando la società e l’economia, generando così una vera cultura mafiosa, anche laddove essa non è “indigena”. Per questo è importante non abbasare la guardia a livello di coscienza civica.
Contrassegnato da tag , , , , , , ,
Annunci