Archivi categoria: lavoro

Il ruolo del sindacato nel “modello emiliano”

Di Eugenio Pari

La costruzione di un robusto sistema di welfare locale nell’Emilia rossa, non è piovuto dal cielo, né è stato un “regalo” del governo locale. Nella sua costituzione fondamentale è stato il ruolo del sindacato ed, in particolare della CGIL.

Ora vorrei soffermarmi sulla trasformazione che intervenne all’interno della organizzazione sindacale negli anni dell’apogeo del “modello emiliano”. All’interno del movimento sindacale italiano e regionale contemporaneamente alla costruzione del “modello emiliano” si accresce una forte carica conflittuale e contestatrice, rivolta non solo verso il “padronato” ma anche verso la propria parte cioè l’organizzazione politica e sindacale.

Un intervento di Fernando Di Giulio, dirigente del PCI, riportato da Baldissara e Pepe, è abbastanza paradigmatico dell’atteggiamento del Partito nel valutare la situazione del periodo. Ad una conferenza degli operai del PCI l’esponente comunista sosterrà:

A Bologna noi abbiamo sempre avuto grande forza nella classe operaia, credo che abbiamo 40 mila operai iscritti, una grande forza, ma non possiamo prescindere dal fatto che questa forza è cambiata nell’ultimo mese e mezzo; perché ha compiuto delle esperienze che non aveva compiuto prima, e che quindi quegli uomini anche se sono gli stessi, fisicamente parlando, sono diversi politicamente parlando, da quelli che erano due o tre mesi fa.1

Il conflitto del Secondo biennio rosso, la stagione di lotte sindacali che si sviluppa nel nostro Paese sul finire degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, permea anche gli operai comunisti.

Fra i giovani operai si diffuse l’opinione che vedeva il sindacato utile solo nei momenti di conflitto, mentre era “nata la convinzione che se dovessero unirsi al sindacato entrerebbero in una specie di macchina burocratica nella quale la loro influenza sulle decisioni da prendere non conterebbe quasi nulla”2, da studi e analisi del sindacato da parte dei lavoratori emerse una valutazione strumentale e distaccata del sindacato. Questa disaffezione si può spigare così:

La socializzazione – ha scritto Franco De Felice – induce un processo di politicizzazione che ha forme e caratteri profondamente diversi da quelli su cui era costruita la militanza nei grandi partiti di massa”: una generazione da poco entrata nel mondo del lavoro disertava un sindacato che si dimostrava troppo aderente a quei modelli, decretandone l’inadeguatezza ai tempi nuovi; il pieno accesso ai consumi di massa, a cui venivano affidate delle funzioni sociali primarie (socializzazione, riconoscimento, distinzione), ero il vero tratto peculiare di quella fascia d’età. (…) il lavoro appariva esclusivamente nei suoi tratti di costrizione. Difficile immaginare, (…), l’esistenza di margini per la partecipazione sindacale: il “secondo biennio rosso” contribuì radicalmente il quadro.3

Il sindacato, in particolare la FIOM, prese atto di questa realtà e procedette verso uno “svecchiamento” della propria organizzazione, favorendo tra il 1968 e il 1970 un ricambio generazionale non solo dei quadri, ma della strategia. Questo passaggio implicò una serie di effetti politici, primo fra tutti il rifiuto di applicare decisioni prese da altre parti, le lotte dovevano aderire a piattaforme decise nei luoghi di lavoro per poter assumere una maggiore coerenza alle condizioni concrete di lavoro. Inoltre:

Il giovane lavoratore (…) usa un linguaggio diverso, parla di democrazia sindacale, di unificazione sindacale, di superamento delle correnti ideologiche – di una riforma sindacale, di autonomia e pone come condizione pregiudiziale il superamento dell’unità di azione per far sì che il Sindacato possa essere accolto nell’azienda, suo luogo naturale, ed essere partecipe a tutte le decisioni programmatiche di produzione, normative, di prevenzione infortunistica e di nocività.4

Il sindacato nel tentativo di comprendere queste posizioni non frenò né contrastò questa ondata, anzi, cercò di assorbirla trasformandosi e portando ad una sintesi unitaria le diverse tendenze culturali e politiche da cui provenivano queste posizioni.

Prese vita un sindacato che non organizza solo la protesta, ma nell’ottica di aprire un conflitto e di vincerlo sostenne lo studio e l’inchiesta favorendo l’incontro tra lavoratori e studenti che nel proprio nel “Secondo biennio rosso” vedranno una saldatura delle rispettive rivendicazioni. Si infittirono i rapporti tra società e classe lavoratrice, “travasando reciprocamente tensioni politiche e aspirazioni sociali”5. Si avviò una stagione in cui la base per aprire le lotte sindacali era l’avvio di una mobilitazione sociale, occorreva quindi capacità di intervento e conoscenza dei processi produttivi da un lato, dall’altra corrispondenza ai bisogni e alle sensibilità di tutti i lavoratori.

L’azione del sindacato in Emilia fu, in questi anni, un’azione pienamente immersa nel sociale, aspetto che “spinse i giovani attivisti comunisti a individuare nel sindacato un luogo più adatto rispetto al partito, per spendere le proprie energie e il proprio impegno (…)”6, è in questa fase che coloro che diverranno importanti dirigenti come Claudio Sabattini, Francesco Garibaldo, Tiziano Rinaldini entreranno nelle file del sindacato che riceve

(…) dirigenti che si sono formati nell’impegno e nel rigore della vita di un partito di massa, come quello comunista, senza però essere stati esposti al logoramento delle relazioni parlamentari, della vita amministrativa, dei rapporti burocratici o interpartitici; così come eredita forze formatesi nella ricca esperienza associativa del movimento cattolico, ma non nel politicking del partito di maggioranza.7

Per comprendere quale fosse la dialettica interna al PCI e la valutazione sul corso politico del partito in Emilia-Romagna, in particolare a Bologna, cito nuovamente Baldissara e Pepe quando nel loro testo dedicato alla figura e al ruolo di Claudio Sabattini, riportano un colloquio intrattenuto con Franceso Garibaldo nel 2009:

Eravamo tutti dentro il PCI: Claudio (Sabattini) era responsabile della cultura, io ero appena arrivato, non avevo incarichi particolari ma ero stato responsabile nazionale della FGCI, c’era stata una fase in cui ero nella Commissione culturale con la Rossanda, insomma non è che eravamo degli sconosciuti dentro al PCI. Ovviamente per noi la dimensione politica c’è sempre stata, (…), però era prevalente la dimensione culturale. Dopo di che le cose incominciarono a intrecciarsi, perché succede che Claudio, che era in una fase in cui era stato in qualche modo messo su un binario morto, su un binario laterale, aveva delle posizioni politiche di contestazione rispetto al fatto che a Bologna c’era un evidente prevalere della linea di destra, e quindi a quel punto lui fu spedito al sindacato, che non era considerata una promozione.8

L’impronta riformista, incentrata sull’ente locale erogatore di servizi in deficit spending, sulla base di un’impostazione keynesiana che pervadeva il governo locale del PCI in Emilia-Romagna, contenne il conflitto operaio. L’erogazione di questi servizi serviva a sopperire ad una realtà salariale che per gli operaio della regione rimaneva più bassa rispetto agli operai di Torino o Milano del 10-12%. Il contenimento del costo del lavoro, era alla base dell’assunto del PCI, avrebbe permesso economie di scala

Risultati immagini per Francesco Garibaldo CGIL

Francesco Garibaldo

che avrebbero portato a nuovi investimenti e quindi a nuova occupazione. Paolo Inghilesi dirigente della FIOM ed esponente del Manifesto, nel 1970 interverrà su questo argomento tracciando un bilancio dei conflitti che si protraevano da diversi mesi. Nel suo intervento giunse a una conclusione riflettendo sulla netta trasformazione “dalla tradizionale lotta per gli aumenti salariali o per migliori condizioni di lavoro (…) alla contestazione di ogni aspetto dello sfruttamento padronale” fatto che conduceva al fallimento “dell’illusione riformista per cui gli effetti negativi siano trattabili come cosa separata dal processo produttivo che li determina”9. La pax sociale dove ogni interesse veniva considerato e contrappesato dal PCI, trovando soluzioni possibili attraverso l’accordo di tutte le componenti, dall’intervento di Inghilesi pare non essere più sufficiente. Infatti il “Sessantanove operaio” aveva portato a maturazione la consapevolezza che occorresse confronto non solo su una redistribuzione più equa della ricchezza prodotta, ma anche una critica sul modo in cui essa veniva prodotta. Una critica che non intendeva portare acqua al mulino delle tesi extraparlamentari sul “rifiuto del sindacato”, ma, piuttosto tendeva a considerare il sindacato quale vero motore – cosciente – per quelle riforme che per il Paese significavano una vera e propria rivoluzione.

Questa impostazione trovò un’eco nelle posizioni di Sabattini il quale promosse una “offensiva” sulla base dei risultati raggiunti dal recente rinnovo contrattuale, che vedeva nella realtà produttiva regionale, frammentata e diffusa, un terreno su cui sviluppare questo orientamento. Nell’ottica di una lotta fondata sulle riforme, gli interlocutori divennero gli enti locali e il governo regionale, laddove il sindacato si connesse con il tema delle “riforme”, questione strategica per i comunisti in particolare in Emilia-Romagna.

Il tipo di esperienza del movimento sindacale e di classe, investe proprio nella nostra regione, per i contenuti e le forme di lotta, per la strategia di riforma sulla quale tende a innestarsi, l’insieme del movimento politico, delle organizzazioni democratiche, delle istituzioni rappresentative in ispegie gli enti locali e la costituenda Regione. Diviene cioè possibile e concreto che si venga instaurando (…) un rapporto diverso tra movimento sindacale e dei lavoratori e le istituzioni politiche (…) anche perché i contenuti di lotta e gli obiettivi più generali e le forme di gestione si collocano proprio in quelle esperienze di auotogoverno delle masse lavoratrici, di cui l’Ente Regione non può che essere strumento propulsore.10

Nei primi anni ’70 il sindacato si fece quindi portatore di una “battaglia per le riforme” senza però trovare uno sbocco positivo nel governo centrale. Troverà invece un interlocutore nelle amministrazioni locali dando vita ad esperienze feconde. Nella provincia di Bologna la Camera del lavoro arrivò a siglare nel 1973 un Protocollo di intesa nel quale gli enti locali si impegnavano a promuovere “importanti miglioramenti delle condizioni di vita degli operai fuori dalla fabbrica”, ovvero: fasce orarie gratuite per il trasporto pubblico di lavoratori e studenti; unità locali dei servizi sanitari e sociali, potenziamento della medicina preventiva del lavoro; oneri aggiuntivi alle imprese indirizzati alla realizzazione degli asili nido; mense comunali laddove non erano presenti quelle aziendali; equo canone, proprietà indivisa della casa, edilizia popolare; corretta pianificazione del commercio per evitare speculazioni sui prezzi.

Arrivammo persino anche alle bollette: luce, gas, l’acqua, telefono… all’autoriduzione delle bollette gestita dal sindacato. (…) Siccome non accettavamo che il governo aumentasse le tariffe dell’energia elettrica, ci facemmo l’autoriduzione: i lavoratori pagavano, venivano alla Camera del lavoro, facevamo i conti, cosa dovevamo pagare e pagavamo quello. Inizialmente un casino, da birichini, poi alla fine… la bevvero: vertenza legali, poi vinte le vertenze legali e diventò una cosa abbastanza consolidata. (…) Le vertenze erano contro i padroni perché aiutassero il comune di Bologna a sostenere i servizi sociali e a metterli in particolare a disposizione delle lavoratrici e dei lavoratori.11

Gli enti locali giocarono un ruolo di mediazione stemperando le ruvidità dello scontro sociale, ma questo ruolo giocoforza venne meno nel periodo 1974 – 1975 “quando la stretta finanziaria fece sentire il suo morso sui bilanci delle amministrazioni periferiche, al restringersi delle possibilità di movimento da parte del settore industriale si sopperì in parte con il dinamismo della spesa pubblica locale”12.

c_sabattini6

Sabattini e Rinaldini

Lo spettro della crisi tanto agitato negli anni precedenti, si trasformò in questo periodo in realtà, gli imprenditori colsero l’occasione della sospensione della convertibilità del dollaro (fine del sistema di Bretton Woods) e la crisi petrolifera per giungere a ciò che stava loro più a cuore: stabilizzazione dei rapporti all’interno delle fabbriche. Come conseguenza proliferò lo strumento della cassa integrazione, mentre il sindacato rimase sempre più fermo nella critica all’agitazione dello stato di crisi.

Emerse, in questo contesto, una critica del sindacato, espressa dalla FIOM, alla “politica delle alleanze” su cui invece il PCI basava il suo impianto ideologico nella regione.

Una delle cose più contestate dalla parte del sindacato era la politica delle alleanze, perché voleva dire che a questa politica tu dovevi sacrificare l’interesse degli operai. Tieni anche presente come era strutturato il partito: il partito aveva per gli operai le sezioni nelle fabbriche, le sezioni di strada dove gli operai a volte c’erano ma spesso no, perché avevano le sezioni di fabbrica, e avevano quindi gli artigiani, i commercianti, i professionisti.13

Sul tema del rapporto con gli enti locali intervenne anche Luciano Lama, svolgendo un’autocritica rispetto alla linea delle riforme perseguita in quegli anni dal sindacato e ridefinendo le basi politiche della CGIL, puntualizzò che:

mentre in condizioni sempre più difficili, anche nel 1973, i lavoratori riescono a concludere vittoriosamente le loro lotte contrattuali nella società senza schieramenti più vasti e senza un sostanziale mutamento dei rapporti di forza, in realtà non si passa. E il sistema utilizza a piene mani l’inflazione e la svalutazione monetaria per recuperare i profitti e le capacità di esportazione a danno della domanda interna, dell’occupazione e dello stesso sviluppo produttivo generale. Abbiamo ancora una volta la dimostrazione che non basta cambiare il rapporto dalla fabbrica alla società se non investiamo contemporaneamente le strutture statali, le Regioni, gli Enti locali e quindi le forze politiche, se vogliamo cambiare veramente le cose. Il contesto politico decide, anche di noi e del risultato ultimo delle nostre lotte, così come le nostre lotte influiscono sul contesto politico14.

L’organizzazione metalmeccanica sostenne una lotta di tutti i salariati contro il padronato, il partito viceversa affondava il proprio consenso sulla ricerca di un’alleanza fra i salariati e il lavoro autonomo.

Il cardine della forza del sindacato metalmeccanico nuovo era uno strumento, quello dei Consigli di fabbrica, che proprio a Bologna aveva assunto un significato peculiare. Da una parte fu il segno della conquista dell’autonomia da parte del sindacato, che non si sostituì al partito nella sua opera di dialogo con la società, ma tentò di aprire spazi nuovi, organizzando forme di espressione democratica per l’operaio in quanto tale, nel suo stesso luogo d’impiego. Dall’altra la rappresentanza del mondo del lavoro costituì un formidabile strumento, potenzialmente complementare rispetto alle forme di decentramento e di rappresentanza sperimentate dall’amministrazione bolognese, ma portatore di una serie di questioni non facilmente risolvibili e che andavano a toccare delicatissimi nodi presenti in seno al partito e al sindacato.

Si trattava di una questione che trovò il suo precipitato nel convegno sulle piccole imprese, e che si può riassumere in un invito (…) in occasione di un direttivo della FIOM: “la nostra iniziativa nei confronti delle piccole e medie imprese tocca il problema delle alleanze. Questo problema assumerà un ruolo decisivo nel prossimo futuro. Definire in che modo noi crediamo di essere forza egemone”. (…). Era lo stesso Sabattini a sentirsi in dovere di chiarire la questione, precisando che “il lavoro sulle piccole fabbriche non vuole distruggere i piccoli proprietari ma vuole costruire una alternativa al tipo di sviluppo finora messo in atto”. Era proprio il differente modello economico e sociale da promuovere a costituire il nodo del problema15.

La battaglia per il miglioramento delle condizioni di lavoro e dei lavoratori verrà portata anche all’interno delle piccole e medie aziende, gran parte delle quali gravitavano “nell’orbita politica del PCI, [ciò] poneva, di fatto, in discussione le fondamenta stesse del rapporto sindacato-partito in Emilia-Romagna.”16 In queste realtà peculiari del tessuto industriale e produttivo regionale, fino ad allora

(…) era generalmente il partito e non l’azienda a porsi il come controparte, in realtà come mediatore, delle istanze sindacali. Spesso le divergenze verificatesi nel corso della negoziazione venivano ricomposte nella segreteria del partito, in Via Barberia, spianando la strada alla firma dell’accordo. Il nodo cruciale, al centro di questo scontro, era una delle questioni dirimenti nel dibattito sindacale di quegli anni: l’autonomia del sindacato dal partito.17

All’interno della FIOM non mancheranno certo gli argomenti per non “tirare troppo la corda” nei confronti delle piccole aziende, soprattutto perché, nella riconferma della politica delle alleanze, il timore era quello di non fornire pretesti alle piccole imprese per allearsi con i grandi gruppi industriali. Al riguardo sono nitide le parole di Sabattini espresse nel 1976:

Noi siamo contro la politica degli sconti, siamo per un’unificazione complessiva dei lavoratori, siamo per un’unità complessiva di classe, sia per ciò che riguarda la piccola impresa che la grande, sia ovviamente per i lavoratori che vivono nella piccola impresa come nella grande. Ma detto questo noi (…) siamo per puntare su una linea di politica economica, finanziaria, di ricerca scientifica, tale che permetta alla piccola impresa di potersi sviluppare non utilizzando necessariamente il supersfruttamento operaio, il peggioramento delle condizioni economiche della classe operaia (…). Ed è contemporaneamente problema di alleanze sociali, cioè di costruzione di un progetto che tenga conto di questi ceti non facendo loro degli sconti (…). La nostra linea è unità di classe e contemporaneamente sistema di alleanze; occorre perciò avere degli strumenti decisivi a questa linea e quindi non solo allora i consigli di fabbrica ma anche, e soprattutto in questa logica, i consigli di zona, e non solo consigli di zona, ma aggregazioni dirette da parte del sindacato, coinvolgimento di strati sociali apparentemente diversi18.

È in quanto ho cercato di riportare, a mio parere, il motivo per cui il Sindacato, in particolare la CGIL, è tuttora, nel contesto delle organizzazioni che hanno composto il movimento operaio che, come abbiamo visto, hanno edificato il “modello emiliano”, pur con tutte le difficoltà è il nucleo più vitale, maggiormente legato alle contraddizioni sociali e agli strati popolari.

1 Intervento conclusivo del compagno Di Giulio all’Assemblea provinciale degli operai comunisti. Autostazione – 10 novembre 1969. In L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 126

2 A. De Bernardi, Il sessantotto. Una questione storica aperta, in A. Varni (a cura di), il mondo giovanile in Italia tra Ottocento e Novecento, il Mulino, Bologna, 1998, pagg. 206-207, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.128

33 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.130

4 Analisi aziendali. Azienda: SABIEM S.p.a – Bologna, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 132

5 L. Segreto, Storia d’Italia e storia dell’industria, in Storia d’Italia. Annali, vol. 15 Einaudi, Torino, 1999, pag. 71, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 133

6 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 134

7 A. Pizzorno, Sull’azione poltiica dei sindacati e la “militanza” come risorsa, in I soggetti del pluralismo. Classi Partiti Sindacati, il Mulino, Bologna, 1980, pag. 187 in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 135

8 Colloquio di Baldissara con Francesco Garibaldo, 21 dicembre 2009, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag 136

9 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag 148

10 C. Sabattini, Emilia: la spinta parte dalle fabbriche, pag. 38, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 151

11 In L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 211

12 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 212

13 Intervista a A. Naldi, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.219

14 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 527

15L. Baldissara e A. Pepe, , Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 220

16 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem , pag. 318

17 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 318

18 Intervento di Claudio Sabattini al seminario per il gruppo dirigente, Unità sindacale e alleanze sociali, Milano, settembre 1976, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010 , pag.319

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Note a margine sul movimento cooperativo

Di Eugenio Pari

Il tema del movimento cooperativo merita una riflessione particolare, così come quello del ruolo del sindacato nel sistema del “modello emiliano”. Per prima cosa occorre definire cosa sia una cooperativa: la cooperativa è un’impresa particolare con un doppio fine: fare profitti e, dall’altro, perseguire obiettivi sociali.

I due obiettivi si tengono insieme: senza profitti non può esserci il perseguimento di una funzione sociale in quanto la cooperativa fallirebbe. D’altro canto senza una funzione sociale verrebbe a meno l’elemento distintivo della cooperativa che a quel punto sarebbe né più né meno come una qualsiasi altra azienda.

Abbiamo visto in precedenza quale importanza abbia avuto il movimento cooperativo nella costruzione e nel successo del “modello emiliano”.

Anderlini ne parla come di un elemento istituente, mentre i brani di Zangheri che abbiamo riportato collocano il movimento cooperativo quale componente caratteristica del “socialismo municipale” prima e quindi del sistema di governo che da esso andò promanandosi in Emilia-Romagna dal secondo dopoguerra. Tra l’altro, la funzione di difesa delle classi subalterne dalle congiunture economiche, dalle rappresaglie padronali, la nuova organizzazione del lavoro e dei rapporti di lavoro che abbiamo collocato nel capitolo sul riformismo, non vale solo per l’epoca pre fascista, è un ruolo che il movimento cooperativo emiliano-romagnolo ha giocato anche nel secondo dopoguerra, quando operai comunisti e sindacalizzati venivano fatti oggetto di licenziamenti. Le cooperative sono, universalmente, state fondate dalle persone per resistere alle “pressioni provenienti da spietate forze di mercato (…). Gli abitanti delle città e quelli delle campagne crearono le cooperative per poter utilizzare le risorse, finanziarie e umane, che individualmente non potevano accumulare”.1

Le citazioni di Turci, più nel dettaglio, ripercorrono il rapporto fra movimento cooperativo e PCI, quale partito egemone nel movimento operaio italiano e regionale.

La cooperazione all’interno del sistema economico capitalistico costituì con i propri caratteri d’innovazione un elemento implicitamente conflittuale per l’azione a difesa del lavoro, soprattutto in quanto il lavoro cessava di essere una merce. Nel 1946, ad un convegno in Emilia sulla cooperazione Togliatti sosterrà che “in realtà, in regime capitalista, la cooperazione non si sottrae alla legge del profitto, (…)”2. Anche se peculiare, l’attività delle cooperative rimane di stampo capitalistico. Le cooperative non venivano considerate da Togliatti e dal PCI come strumento di lotta al capitale, ma individuava in esse “un ruolo strategico (…) come strumento per la partecipazione da protagonista delle masse alla ricostruzione del Paese e alla realizzazione di un nuovo modello di società (…)”3.

Negli anni ’70 il movimento cooperativo subì una trasformazione. Prese infatti avvio un processo di disinfrancamento dal movimento operaio, il mondo della cooperazione legato alla Lega procedette verso una maggiore autonomia dal ruolo egemone ricoperto dal Partito. Questo processò determinò la frattura di quel nesso apparentemente inscindibile tra impresa economica e movimento sociale. Nel sistema cooperativo assunse rilevanza centrale la parola d’ordine “impresa”. Si attenuarono, fin quasi dissolvendosi, i valori fondanti, così i bilanci divennero la priorità rispetto al socio e al rapporto mutualistico.

Svaniscono anche “gli argini dentro ai quali il movimento cooperativo poteva crescere mantenendo una sua identità di impresa particolare”4 all’interno di un sistema ad economia di mercato.

Nel 1988 Lars Marcus, Presidente ICA, l’organizzazione internazionale di rappresentanza del sistema cooperativo, dichiarò:

esistono prove chiare a conferma del fatto che le cooperative sono state influenzate negativamente dal rapido boom delle economie di mercato capitaliste. In molti paesi, il carattere originale e unico delle cooperative è stato eroso dalle forme dominanti della vita economica, come per esempio le società per azioni. 5

Il tema della fascinazione dell’economia di mercato esercitata sul mondo della cooperazione è, dunque, ben noto da tempo e, come si vede, non è caratteristico solo del nostro Paese e dell’Emilia- Romagna.

Le cooperative di costruzione, di consumo e di servizi in particolare, assumono dimensioni di veri e propri colossi economici, per ciò che riguarda la vita interna questo passaggio si traduce nell’ampliamento della divaricazione fra management e soci. Mano a mano che le cooperative aumentano le proprie dimensioni la distanza fra vertice e base sociale sembra farsi incolmabile. A tal proposito pochi anni fa Lanfranco Turci ha dichiarato:

Questi elementi si sono accentuati nel corso degli anni e (…) sono anche uno dei fattori che spiega l’indebolimento della tradizione ideale del movimento cooperativo.6

Le conseguenze che discendono dai processi al centro della ristrutturazione e dello sviluppo del movimento cooperativo, fanno si che la distinzione fra imprese cooperative e le altre imprese capitalistiche sia sempre più labile, per non dire, in alcuni casi, inesistente.

La rotta liberista sempre più maggioritaria all’interno del movimento cooperativo produrrà una rottura anche con il movimento sindacale. In particolare l’avvicinamento della Lega delle cooperative alle posizioni di Confindustria in occasione del referendum sulla scala mobile, avvicinamento sostenuto in precedenza dalla CNA, porta come risultato la costruzione di un fronte unico contro le posizioni sostenute dalla CGIL isolandola di fatto, in quanto c’era già divisione con gli altri sindacati.

Occorre distinguere però l’operato delle grandi cooperative da quello delle piccole dove in molti casi il rapporto mutualistico, di fiducia e circolazione di idee e informazioni tra base e vertice era e rimane ancora vivo. Essi rappresentano gli elementi fondamentali per la sopravvivenza stessa di queste cooperative.

La “degenerazione”7 ovvero “la deviazione dagli scopi sociali” di queste grandi cooperative, può aver determinato un fattore che ha reso meno guardinghi i vertici delle imprese cooperative nei confronti delle tentazioni del mercato”8, portando a fatti poi sfociati nella cronaca giudiziaria. Questo processo secondo Lanfranco Turci è avvenuto perché:

in qualche modo si dice che il mercato è fatto così, se dobbiamo portare a casa il lavoro dobbiamo stare alle “regole del mercato”. Allora è un bel dilemma. Mi ricordo di qualche dirigente cooperativo che aveva detto in passato “mi domando se devo fare la figura del cretino andando a casa senza lavoro e quindi senza poter garantire la continuità ai miei soci o invece fare la figura dell’eroe portando il lavoro, ma sapendo quello che alle spalle ho dovuto combinare”.9

Fra gli elementi della “degenerazione” Webb, uno dei primi studiosi del sistema cooperativo, includeva anche ciò che “può portare le cooperative alla perdita delle loro caratteristiche democratiche fino a diventare simili o uguali alle imprese degli azionisti”10. C’è da dire che nelle SpA gli azionisti possono decidere i loro management, mentre i soci in questi grandi conglomerati cooperativi, conglomerati perché queste cooperative hanno dato vita a loro volta ad altre società, senza alcun rapporto con il vertice non sempre hanno la possibilità di agire sulla composizione della struttura del vertice. Questa affermazione trova un chiarimento nel fatto che:

Nelle cooperative classiche, più grandi, fino a pochi anni fa la grande maggioranza era composta da soci. C’è stato successivamente un processo di societarizzazione, cioè non è avvenuta una crescita del blocco centrale della cooperativa pura, ma di tante società satelliti collegate. Si tratta di lavoratori dipendenti e non di lavoratori soci. Storicamente, la grande maggioranza erano soci.11

Il vertice, senza criteri sanciti di turn over, diventa molto spesso ad una sorta di nomenklatura inamovibile e immodificabile. Nei casi, sempre più frequenti, di fusione fra cooperative il vertice viene a sua volta costituito per stratificazione, laddove la fusione da’ vita molto spesso a una moltiplicazione di posizione apicali. La sommatoria dei vertici delle cooperative che si sono fuse appare un elemento irrazionale e rappresenta una delle cause di situazioni critiche come quella in cui versa Coop Alleanza 3.0.

La “societarizzazione”di cui parla Turci e la “degenerazione” così come definita da Webb, hanno portato negli ultimi tempi a situazioni di conflitto fra i lavoratori delle cooperative impegnati nella logistica trasporti e le grandi cooperative stesse dando vita a vertenze molto complicate e accese.

Altro aspetto del discorso sulla cooperazione è quello che riguarda le cooperative sociali come appaltatrici di servizi non più eseguiti dagli enti locali. La riduzione dei trasferimenti ai governi locali è stata fra le cause principali che hanno portato al ricorso al cosiddetto “terzo settore” nella gestione di servizi sociali ed educativi. Se apparentemente questo ricorso può sembrare positivo, in realtà esso produce effetti che vanno considerati molto attentamente come ricorda Turci in una intervista del 2015:

Questo è un problema delicatissimo perché da un lato, è naturale che le cooperative sociali, che organizzano lavoratori che cercano occupazione, si candidino a gestire servizi sociali, che siano scuole materne, asili nido o case di riposo. È anche vero però che facendo forza sull’idea delle cooperative sociali, del terzo settore, si dà una spinta, si cerca di legittimare la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Questo è un gioco micidiale. Non sto dicendo che la responsabilità è in capo alle cooperative sociali perché, al di là del caso di Roma, le cooperative sociali in generale, sia come dimensioni che come modo di funzionamento, sono ancora vicine alla forma più classica È chiaro tuttavia che se un Comune, invece di aprire una scuola materna regolare assumendo le insegnanti per dodici mesi all’anno con la tredicesima, con tutti i diritti al riposo e alle ferie, la affida alla cooperativa sociale che fa dei contratti a termine e quindi paga solo i mesi effettivamente lavorati (non tutti i contratti sono così ma in molti casi sono così) è evidente che alla fine il risultato è che hai un servizio meno qualificato. Se la gente la tratti male e non la paghi bene, lavora peggio. Hai quindi servizi meno qualificati e hai lavoratori più sfruttati perché alla fine quelle insegnanti della cooperativa sociale, sono più sfruttate, mentre quelle del servizio pubblico hanno condizioni più dignitose. È un bel conflitto questo. Il motore non è nelle cooperative sociali, è nella politica di attacco al welfare, nel liberismo economico. Questo lo sappiamo bene, ha a che fare con politiche macro economiche con dimensioni ampie, europee. È la ricaduta di un processo molecolare. Quando si trova la motivazione ideale, come il terzo settore, si nobilitano anche politiche che in realtà sono di degrado del welfare. Non per responsabilità degli operatori ma per le scelte che stanno a monte. Tornando al filo del nostro ragionamento, insisterei per provare a lanciare l’idea che si apra un dibattito pubblico senza sotterfugi, senza tatticismi, senza paura di disturbare il manovratore, sullo Stato e le prospettive della cooperazione. Una sinistra che non abbia più vicino, non dico di fianco,ma vicino, un mondo cooperativo, un mondo mutualistico, è una sinistra più povera.12

Abbiamo visto ciò che Lars Marcus affermò nel 1988, quale presidente dell’organizzazione internazionale delle cooperative animò un importante dibattito a livello mondiale sul ruolo della cooperazione favorendo una lunga e significativa ricerca che si protrasse per diverso tempo ed incentrata sulla comprensione delle aspettative, delle idee dei cooperatori nel mondo. Dall’India agli esquimesi, passando per l’Europa e arrivando all’Africa, alla luce del fallimento del socialismo reale e del sempre maggior allineamento alle logiche del mercato, il tentativo di questo sforzo fu di una nuova identificazione dei valori delle cooperative. La tendenza interna al movimento cooperativo di privilegiare “il successo economico a breve termine” fu visto con un certo sospetto da importanti dirigenti internazionali come Laidlow13; così come pur considerando importante il perseguimento della redditività questa non doveva essere “fine a se stessa”.

Il tema del mutualismo, “del self-help volontario e reciproco, dell’emancipazione economica – sostenendo che erano ampiamente influenzati dai valori come l’onestà, l’attenzione verso gli altri, il pluralismo (approccio democratico) e la capacità costruttiva (fede nella via cooperativa)”14, sono i temi su cui all’interno del movimento cooperativo stesso si sta cercando da tempo di ribadire la funzione sociale delle cooperative forse passata in second’ordine rispetto alla funzione economica.

La questione della ridefinizione di un tessuto sociale ormai sfrangiato, del capitale sociale di cui l’Emilia-Romagna era, seppure oggi molto consumato, rimane ancora ricca è un tema su cui la cooperazione può e deve cercare di giocare un proprio ruolo tentando di ripristinare uno spirito comunitario e di mettere in relazioni spezzoni e individualità sociali troppo spesso lasciate a se stesse in una condizione di isolamento nella quale l’unica elaborazione sono teorie basate sul rancore e la paura.

1 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 169

2 P. Togliatti, intervento al convegno dei cooperatori comunisti del 26-28 ottobre 1946, pag.108. da “i comunisti e la cooperazione” storia documentaria.1945-1980 editore De Donato, in S. Caserta, La ”recherche du temps perdu” del movimento cooperativo. Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 90

3 S. Caserta, La ”recherche du temps perdu” del movimento cooperativo. Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 90

4 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 81

5 . Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag .175

6 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 81

7 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 24

8 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 82

9 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 82

10 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 25

11 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 86

12 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 88

13 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 175

14 Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag.178

Contrassegnato da tag , , ,

La concezione materialistica della storia

Di Eugenio Pari

Il fatto è dunque il seguente: individui determinati che svolgono un’attività produttiva secondo un modo determinato entrano in questi determinati rapporti sociali e politici. In ogni singolo caso l’osservazione empirica deve mostrare empiricamente e senza alcuna mistificazione e speculazione il legame fra l’organizzazione sociale e politica e la produzione. L’organizzazione sociale e lo Stato risultano costantemente dal processo della vita di individui determinati; ma di questi individui, non quali possono apparire nella rappresentazione propria o altrui, bensì quali sono realmente, cioè come operano e producono materialmente, e dunque agiscono fra limiti, presupposti e condizioni materiali determinate e indipendenti dal loro arbitrio. La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini, linguaggio della vita reale. Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini appaiono qui ancora come emanazione diretta del loro comportamento materiale. Ciò vale allo stesso modo per la produzione spirituale, quale essa si manifesta nel linguaggio della politica, delle leggi, della morale, della religione, della metafisica, ecc. di un popolo. Sono gli uomini i produttori delle loro rappresentazioni, idee, ecc., ma gli uomini reali, operanti, così come sono condizionati da un determinato sviluppo delle loro forze produttive e dalle relazioni che vi corrispondono fino alle loro formazioni più estese. La coscienza non può mai essere qualche cosa di diverso dall’essere cosciente, e l’essere degli uomini è il processo reale della loro vita. Se nell’intera ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura, questo fenomeno deriva dal processo storico della loro vita, proprio come il capovolgimento degli oggetti sulla retina deriva dal loro immediato processo fisico. Esattamente all’opposto di quanto accade nella filosofia tedesca, che discende dal cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo. Cioè non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi; ma si parte dagli uomini realmente operanti e sulla base del processo reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita. Anche le immagini nebulose che si formano nel cervello dell’uomo sono necessarie sublimazioni del processo materiale della loro vita, empiricamente constatabile e legato a presupposti materiali. Di conseguenza la morale, la religione, la metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell’autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo, ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano insieme con questa realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza. Nel primo modo di giudicare si parte dalla coscienza come individuo vivente, nel secondo modo, che corrisponde alla vita reale, si parte dagli stessi individui reali viventi e si considera la coscienza soltanto come la loro coscienza. Questo modo di giudicare non è privo di presupposti. Esso muove dai presupposti reali e non se ne scosta per un solo istante. I suoi presupposti sono gli uomini, non in qualche modo isolati e fissati fantasticamente, ma nel loro processo di sviluppo, reale ed empiricamente constatabile, sotto condizioni determinate. Non appena viene rappresentato questo processo di vita attivo, la storia cessa di essere una raccolta di fatti morti, come negli empiristi che sono anch’essi astratti, o un’azione immaginaria di soggetti immaginari, come negli idealisti. Là dove cessa la speculazione, nella vita reale, comincia dunque la scienza reale e positiva, la rappresentazione dell’attività pratica, del processo pratico di sviluppo degli uomini. Cadono le frasi sulla coscienza e al loro posto deve subentrare il sapere reale. Con la rappresentazione della realtà la filosofia autonoma perde i suoi mezzi d’esistenza. Al suo posto può tutt’al più subentrare una sintesi dei risultati più generali che è possibile astrarre dall’esame dello sviluppo storico degli uomini. Di per sé, separate dalla storia reale, queste astrazioni non hanno assolutamente valore. Esse possono servire soltanto a facilitare l’ordinamento del materiale storico; a indicare la successione dei suoi singoli strati. Ma non danno affatto, come la filosofia, una ricetta o uno schema sui quali si possano ritagliare e sistemare le epoche storiche. La difficoltà comincia, al contrario, quando ci si dà allo studio e all’ordinamento del materiale, sia di un’epoca passata che del presente, a esporlo realmente. Il superamento di queste difficoltà è condizionato da presupposti che non possono affatto essere enunciati in questa sede, ma che risultano soltanto dallo studio del processo reale della vita e dell’azione degli individui di ciascuna epoca. Qui prenderemo alcune di queste astrazioni di cui ci serviamo nei confronti dell’ideologia e le illustreremo con esempi storici.

L’ideologia tedesca, K. Marx – F. Engels, 1846

La trasformazione della società capitalistica attraverso lo sviluppo delle contraddizioni interne al meccanismo del sistema richiede secondo Marx l’intervento di un fattore soggettivo (un soggetto sociale che operi attivamente per quella trasformazione).

All’interno dei rapporti di produzione capitalistici questo soggetto è la classe dei lavoratori salariati che deve organizzarsi “a parte”, in partito inteso come soggetto autonomo sul terreno della politica intesa come lotta generale – su tutti gli aspetti della vita sociale – per la trasformazione dei rapporti di forza complessivi tra le classi sociali in lotta.

Per fare la storia gli uomini devono essere messi nelle condizioni di farla. Tali condizioni sono:

  1. potersi riprodurre da un punto di vista materiale, ovvero realizzare i propri bisogni vitali attraverso il ricambio con la natura: mangiare, vestirsi, abitare. Da qui la concezione materialistica della storia;
  2. tali bisogni vengono soddisfatti socialmente. Per riprodurre le proprie condizioni di vita gli uomini devono necessariamente entrare in relazione tra di loro e ciò avviene attraverso la divisione del lavoro. L’insieme di tali relazioni o rapporti di produzione viene a determinare un modo di produzione;
  3. il modo in cui gli uomini entrano in relazioni economiche muta storicamente e le ragioni di questo mutamento sono da rintracciare nello sviluppo delle contraddizioni interne ai meccanismi di funzionamento del modo di produzione stesso;
  4. le relazioni economiche caratterizzano il modo di produzione non sono stabilite tra individui, ma tra classi sociali, che non sono date in base al reddito o alla ideologia o ai comportamenti sociali, ma si formano in base alla posizione che occupano all’interno del sistema di divisione del lavoro vigente nel modo di produzione.

Una classe è sempre in sé anche se non è sempre per sé, questa frase significa che l’esistenza di una classe è un elemento oggettivo, si appartiene ad essa in base alla posizione assunta nella divisione del lavoro, ciò avviene indipendentemente dall’avere o meno coscienza di questa appartenenza, e di trarre da questo la consapevolezza della necessità del perseguire i propri interessi, perseguendo quelli generali di classe.

Rapporto struttura/sovrastruttura

La storia viene spiegata a partire dalle opinioni che società ed attori di fanno di sé, quindi, per esempio viene detto che le crociate siano state fatte per corrispondere ad un sentimento religioso; che la Rivoluzione francese sia avvenuta per rispondere ad aspirazioni di libertà; che la liberazione degli schiavi sia alla base della Guerra civile americana.

In realtà questi avvenimenti storici hanno profonde radici economiche che si collocano all’interno di un contesto di importanti trasformazioni del modo di produzione e dei rapporti sociali allora vigenti.

Per comprendere le cause dei fenomeni storici bisogna andare oltre i fenomeni stessi, fenomeni che sono la mera rappresentazione della realtà.

Si deve penetrare nella struttura più interna e meno visibile della società, quindi scavare fino a riportare alla luce lo scheletro che sostiene il resto dell’organismo sociale e gli permette di funzionare. Tale struttura è l’insieme di rapporti di produzione organizzati secondo un modo storicamente definito. Su queste basi si sviluppa il resto dell’organismo sociale che viene definito sovrastruttura, che, a sua volta si articola in diversi livelli:

– rapporti giuridici;

– rapporti politici;

– ideologie;

– espressioni artistico-culturali;

– Stato.

Fra questi livelli il più importante è lo Stato.

Il rapporto struttura/sovrastruttura è dialettico, ovvero la sovrastruttura interviene nella struttura modificandola. L’intervento dello Stato è sempre orientato alla conservazione dei rapporti di produzione dominanti secondo gli interessi complessivi della classe dominante in un preciso momento storico. Lo Stato rappresenta gli interessi della classe dominante sulla base di rapporti di forza esistenti in una particolare situazione ed in una determinata fase di sviluppo del modo di produzione.

Formazione economico-sociale storicamente determinata: Usa, Giappone, Germania sono tutti paesi capitalisti, ognuno di loro però presenta delle peculiarità, ognuno di loro ha incorporato in modo specifico le leggi capitalistiche.

Analisi di fase: è l’analisi della particolare fase attraversata da modo di produzione.

Si distingue in

Fase storica: quella che si basa sul lungo periodo;

Fase politica: quella sul medio periodo.

A queste due fasi occorre collegare un’analisi tattica e una strategica, ambedue questi tipi di analisi devono fondare sull’analisi concreta della situazione concreta, ossia l’analisi dei nessi esistenti in un certo momento storico tra i vari livelli di realtà (economia, stato, politica, partiti, cultura e rappresentazioni della coscienza).

K. Marx, Prefazione e introduzione a “Per la critica dell’economia politica”

K. Marx, L’ideologia tedesca

K. Marx, La concezione materialistica della storia

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , ,

L’economia regionale ai tempi della crisi

Di Eugenio Pari

Le dinamiche economiche regionali mostrano un quadro di crescita che va dal 1,5% del 2017 passando per il 1,4% del 2018, con una stima per il 2019 che dovrebbe attestarsi al 1,2%. Un andamento che permetterebbe al Pil regionale di crescere del 7,9% rispetto ai livelli più bassi registrati nel 2009. L’Emilia-Romagna cresce e cresce maggiormente rispetto ai livelli nazionali, in particolare nel 2018 è cresciuta dello 0,4% in più paragonandola al livello nazionale tenendo presente che nel 2017 lo scarto tra i due riferimenti era solo dello 0,1%.

La dinamica è trainata in particolare dall’aumento “della Manifattura, che è aumentata di ben + 3,6%, affiancata dai Servizi (+1,3%). Diversamente il settore delle Costruzioni si è mantenuto stabile. Per quanto riguarda l’Agricoltura le stime di Prometeia indicherebbero una forte contrazione, pari a -5,7%, tuttavia il Rapporto sul sistema agroalimentare dell’Emilia-Romagna relativo al 2017”[1].

Il 2018, complessivamente ha registrato un incremento del valore aggiunto totale  di circa la stessa intensità dell’anno precedente (+1,5%) cambia però l’apporto fornito dai diversi settori dell’economia nel conseguimento di tale risultato. Infatti, “l’agricoltura dovrebbe crescere con +2,6% così come le Costruzioni (+1,0%), i Servizi dovrebbero mantenere la crescita contenuta ma costante che li ha caratterizzati durante tutto il periodo della crisi economica (+1,3%) mentre a rallentare significativamente nell’anno in corso sarebbe la Manifattura (+1,7%)”[2].

 

 

 

 

 

 

A determinare tali risultati vi è stato un rallentamento della domanda interna e una frenata di quella estera, elemento quest’ultimo particolarmente importante per la storia dell’economia regionale.

In linea con le tendenze nazionali sebbene in forma più attenuata, anche a livello regionale sono sia il rallentamento registrato dalla domanda interna che da quella estera a contribuire al rallentamento del PIL, con particolare rilievo per la seconda. Le esportazioni nel 2018 hanno registrato un incremento pari al 2,4%, un risultato in netta riduzione rispetto alla tendenza del 2017 (+6,7% dati Istat), “sebbene le evidenze relative alle esportazioni nei primi due trimestri del 2018, di fonte Istat e discusse più avanti in questo capitolo, mostrano in realtà una prosecuzione nel 2018 dell’intensità della crescita delle vendite estere regionali in continuità con l’anno precedente (+4,6% e +7,2% rispettivamente)”[3].

In materia di innovazione il Rapporto Ires sull’economia regionale del 2018 scrive

 

in primo luogo, al fine di monitorare lo sforzo e la capacità innovativa complessiva della regione, comprendendo sia gli impegni privati che quelli pubblici in tale direzione, è possibile prendere in esame alcuni indicatori di input all’innovazione, solitamente misurarti come l’incidenza della spesa totale per R&S sul Pil regionale e personale addetto alla R&S delle imprese. Un primo indicatore a cui si può fare riferimento al fine di studiare il fenomeno dell’innovazione è l’incidenza della spesa totale per ricerca e sviluppo sul totale del Pil. Va tuttavia immediatamente precisato che si tratta di un indicatore di input, che come tale guarda ai cosiddetti fattori abilitanti dell’innovazione, ossia pre-condizioni che dovrebbero favorire, appunto, l’emergere di prodotti e/o processi innovativi, ma che non necessariamente si tradurranno in effettiva innovazione. Ciò premesso, deve comunque essere letto positivamente l’incremento della quota percentuale di spesa destinata alla R&S che si registra per tutti tre i livelli territoriali esaminati alla figura precedente. Si nota infatti un costante aumento del valore percentuale dell’indicatore, in particolare per l’Emilia-Romagna, che, partita alla fine degli anni Novanta su livelli inferiori a quelli medi nazionali, a partire dal 2002 ha superato il dato italiano (oltre a rimanere superiore a quello del Nord-Est).[4]

 

Il dato dell’Emilia-Romagna in materia di innovazione va sicuramente in controtendenza rispetto a quello medio nazionale, ma anche rispetto alla locomotiva del Nord-Est, questa forbice, riporta l’elaborato dell’Ires sull’economia regionale va ampliandosi.

Gli studi in materia di innovazione, in particolare i risultati degli sforzi innovativi delle impese, della Commissione europea, riportano una situazione notoriamente critica per l’Italia collocandola fra gli innovatori moderati “diversamente l’Emilia-Romagna – insieme al Piemonte e al Friuli Venezia Giulia – nel 2014 era una delle uniche regioni italiane a collocarsi nel gruppo precedente, quello degli inseguitori (c.d. “innovation followers”, poi ridefiniti come “strong innovators”), cioè quelle realtà regionali che presentano una resa innovativa uguale o superiore alla media complessiva e che dunque sono ben predisposte per poter inseguire, appunto, gli innovatori leader, costituiti essenzialmente da regioni di Danimarca, Svezia, Finlandia, Regno Unito, Irlanda e Germania. Nella rilevazione del 2016 dell’Innovation Regional Scoreboard, l’Emilia-Romagna ha perso una posizione, ed è tornata ad essere considerata, una regione con innovazione moderata, con il Piemonte e il Friuli-Venezia Giulia a rimanere le uniche due regioni italiane classificate fra gli ‘strong innovators’”[5].

In materia di investimenti esteri c’è da registrare una dinamica che dai disinvestimenti (nel 2012 avevano superato di 4 miliardi gli investimenti), a livello complessivo (il dato di riferimento è quello del 2015, unico disponibile), ha raggiunto oltre 23 miliardi di investimenti diretti esteri (IDE) sul territorio regionale, di cui oltre il 41% rientrano nel settore della Manifattura. Il secondo settore per importanza, che rappresenta il 33% in regione è l’intermediazione finanziaria mentre il terzo è l’ampia categoria “Altri servizi” che detiene una quota molto inferiore rispetto alle prime due ovvero del 12%.

Questo dato di natura macroeconomica permette:

 

di avere un’idea dei flussi in entrata e in uscita degli investimenti diretti esteri ma nulla ci dicono sulle caratteristiche delle imprese che hanno generato questi valori. Un interessante approfondimento su questo tema è stato prodotto nell’ultima edizione del rapporto di Unioncamere sull’Economia Regionale38 dove si offre un quadro dell’evoluzione delle imprese multinazionali in regione. In questo lavoro le imprese multinazionali vengono identificate come quelle che detengono (almeno) una partecipazione pari o superiore al 10% del capitale sociale di un’impresa estera (come conseguenza di un investimento diretto dall’estero o “in entrata”, chiamate IDE_In). Esistono poi naturalmente multinazionali che hanno sia un investitore straniero nella propria compagine azionaria per una quota superiore al 10% e che al contempo detengono partecipazioni superiori al 10% del capitale sociale in un’impresa estera, in tal caso vengono chiamate IDE_In&Out.[6]

 

 

 

 

 

 

 

 

Il valore economico raggiunto dalle multinazionali estere è pari a circa 42 miliardi di euro, dal punto di vista occupazionale mediamente le multinazionali contano 134 dipendenti, anche se:

 

le più grandi, che corrispondono a realtà d’impresa “multinazionalizzate” già da molto tempo, sono quelle internazionalizzate in entrambe le direzioni (232 dipendenti in media), seguite dalle IDE_Out (197 dipendenti) e, a notevole distanza da quelle in entrata (55 dipendenti). Molte di queste ultime sono affiliate di imprese estere costituite in regione prevalentemente per fini distributivi e dunque fisiologicamente con dimensioni più limitate.Quello che è di particolare interesse notare è la forte dinamica espansiva dell’attività di internazionalizzazione durante la recessione economica: nel 2009 le multinazionali erano 836, registrando quindi un’espansione numerica negli anni della crisi economica pari al 188%39. Ad espandersi maggiormente dal punto di vista numerico sono state le IDE_In&Out (+320%), seguite da quelle IDE_In (+244%) e dal quelle Out (132%). Ad accrescere durane la crisi economica non è stato solo il numero di queste imprese ma anche le loro dimensioni: sono infatti aumentati del 41% i fatturati aggregati (dell’80% per quelle IDE_In&Out) e del 13% l’occupazione (sfiora il 50% per le IDE_In, raggiungono il 40% IDE_In&Out).[7]

 

Il ruolo delle multinazionali che operano in Emilia-Romagna per l’economia regionale, coosì come il livello di internazionalizzazione è notevolmente cresciuto dopo la crisi rispetto ai periodi pre-crisi, siamo quindi di fronte “processo in forte dinamica espansiva che proseguirà molto probabilmente nel futuro”.

Il settore manifatturiero avanza, mentre quello delle costruzioni, uscito dalla crisi soltanto nel 2015 aumenta nei termini di fatturato complessivo ma riscontra ancora gravi difficoltà sul piano della produttività. Il commercio conferma la propria curvatura negativa registrata negli ultimi anni, questa tendenza potrebbe essere generata non tanto e non solo dalla curvatura negativa dei consumi “quanto piuttosto dal graduale spostamento degli acquisti dai negozi fisici a quelli virtuali tramite l’e-commerce”.

Per ciò che concerne il numero delle imprese a fine 2017 in regione se ne registravano 404.758 attive. in Emilia-Romagna il numero complessivo delle imprese è passato da poco più di 400.000 nel 1998 a quasi 432.000 nel 2008, anno in cui ha raggiunto un picco, per poi iniziare, negli anni successivi, a contrarsi in misura significativa. Per quanto tra il 2015 e il 2017 vi sia stato un rallentamento della perdita delle imprese, il è comunque proseguito, con la perdita di 5.500. Al 2018 pare essersi fermata l’emorragia e il numero complessivo delle imprese tenederebbe a stabilizzarsi. Nel grafico elaborato da Ires Emilia-Romagna la linea rossa nel grafico successivo mostra come il numero complessivo delle imprese sia cresciuto costantemente nei dieci anni compresi tra il 1998 e il 2008 mentre abbia subito una flessione successivamente. La linea blu ci indica invece il tasso di crescita delle imprese attive e ci mostra come in alcuni periodi la crescita del tessuto produttivo sia stata più accelerata, ad esempio nel 2000 e nel 2004, mentre in altri momenti il tasso di crescita si sia contratto o sia sceso persino in territorio negativo, come è accaduto per quasi tutto il periodo tra il 2008 e il 2017”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La perdita delle imprese non si è distribuita omogeneamente nei vari settori dell’economia regionale, il maggior numero di scomparse delle attività si è verificato nel settore delle costruzioni, seguito da quello dei trasporti e del magazzinaggio.

In controtendenza alcuni settori come quelli dei servizi di alloggio e ristorazione, e noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese sono quelli che hanno sperimentato incrementi maggiori. Va ricordato che,soprattutto laddove le contrazioni sono maggiormente consistenti, nel periodo precedente alla crisi le quote di imprese individuali erano molto alte (74% delle imprese delle Costruzioni e l’85% delle imprese in Agricoltura del 2007 erano Ditte Individuali), quindi la consistente chiusura di attività di piccolissime dimensioni contribuisce in misura significativa a generare il crollo della numerosità d’impresa”.

Le imprese artigiane, storicamente fondamentali per il tessuto economico emiliano-romagnolo, “sono quelle che hanno subito i maggiori contraccolpi della crisi: sul totale delle oltre 27 mila imprese perse tra il 2008 e il 2017 oltre 19 mila sono infatti artigiane. Contemporaneamente, nel corso della crisi economica, le società di capitale sono aumentate di oltre 13mila unità, a testimonianza ulteriore del fatto che la recessione ha avuto ripercussioni disomogenee sia rispetto ai settori produttivi che alla dimensione d’impresa, contribuendo così a modificare l’assetto strutturale dell’economia regionale”.

Nel complesso questo capitolo ci consegna una fotografia relativa al nel corso dell’anno 2017 la situazione economica regionale risultava essere molto positiva, essa è stata, infatti, “stimolata da diversi canali, sia interni quali investimenti e consumi delle famiglie che esteri. In particolare, collegato all’ottimo andamento del commercio mondiale, le esportazioni regionali hanno toccato il tasso di crescita massimo degli ultimi anni. Questo aspetto, unito al buon andamento degli investimenti, ha favorito una dinamica espansiva soprattutto della manifattura, a fianco della quale però sostanzialmente tutti i settori hanno avuto performance positive, se pur con intensità diversificate. I dati relativi al 2018, presentano una decelerazione delle dinamiche espansive dell’anno precedente, in linea con l’andamento internazionale e con il rallentamento del commercio mondiale”.

Luci e ombre se parliamo di occupazione e disoccupazione, il Rapporto dell’Ires sostiene infatti “in termini più generali, l’analisi della composizione della forza lavoro rispetto alla popolazione complessiva permette di avanzare alcune riflessioni:

– In primo luogo, si registra come la quota di forza lavoro sulla popolazione nel 2017 cresca sia rispetto al 2000 che al 2008 ma più per effetto di una partecipazione al mercato del lavoro dei disoccupati che per un innalzamento del numero di occupati;

– La contrazione della quota occupazionale sull’intera popolazione, passato da 53,2% del 2008 al 51,6% del 2017, rappresenta sicuramente una fragilità per il sistema di welfare pubblico in quanto segnala una flessione della base contributiva e fiscale e rileva una criticità nell’equilibrio tra le generazioni”.

Guardando il dato sulla dimensione delle imprese viene confermato il tratto caratteristico del sistema imprenditoriale dell’Emilia-Romagna, infatti quasi il 90%, che in termini occupazionali significa creazione del 29% dei posti di lavoro, sono piccole aziende fino a 5 addetti. Le imprese con oltre 100 addetti ammontano allo 0,3% del totale ma contemporaneamente danno occupazione al 31% dei lavoratori emiliano romagnoli.

Se negli ultimi cinque anni le imprese fino a 5 dipendenti sono diminuite quelle tra 10 e 49 sono aumentate del 6%. Quello a cui si è dunque assistito negli ultimi cinque anni è la crescita della dimensione d’impresa solo in parte dovuto all’aumento dimensionale delle aziende e in parte dovuto all’ingresso di società già strutturate (vedi tabella).

Per ciò che concerne il settore di attività si assiste nel 2018 alla conferma del trend che vede un calo delle aziende del comparto agricoltura, con contrazioni, seppur meno marcate del settore commercio, costruzioni e manifatturiero. Cresce “il comparto ‘altra industria’ in particolare nei settori operanti nell’ambito dell’energia, e il terziario”[8].

Il calo del commercio è rappresentato in termini di imprese, mentre l’occupazione tiene grazie alla grande distribuzione.

 

Imprese (sett. 2018) e addetti (giu. 2018) per classe dimensionale e incidenza sul totale

Classe dimensionale Impresa Addetti Quota imprese Quota addetti
Fino a 5 addetti 358.769 534.188 88,7% 29,0%
Da 6 a 9 addetti 20.865 165.892 5,2% 9,0%
Da 10 a 19 addetti 15.394 227.213 3,8% 12,3%
Da 20 a 49 addetti 6.369 213.983 1,6% 11,6%
Da 50 a 99 addetti 1.708 130.165 0,4% 7,1%
100 addetti e oltre 1.387 569.133 0,3% 30,9%
Totale 405.512 1.840.574 100,0% 100,%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive (a sett. 2018) e addetti (a giugno 2018). Incidenza sul totale e variazione allo stesso periodo del 2017. MACROSETTORE

 

  Imprese Quota Variazione Addetti Quota

Variazione

Agricoltura 57.042 14% -1,7% 96.394 5,3% 6,4%
Manifatturiero 43.474 11% -0,5% 498.378 21,2% 1,7%
Altro industria 1.591 0% 1,4% 32.874 1,8% -3,7%
Costruzioni 65.739 16% -0,9% 157.323 8,6% 1,8%
Commercio 91.157 23% -1,1% 302.131 16,5% 1,2%
Alloggio-ristorazione 30.222 7% 0,6% 196.179 10,7% 6,0%
Servizio imprese 86.867 21% 1,0% 393.211 21,5% 3,0%
Servizi persone 28.363 7% 1,1% 153.419 8,4% 3,3%
Totale 404.455 100   1.829.909 100

 

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive (a sett. 2018) e addetti (a giugno 2018). Incidenza sul totale e variazione allo stesso periodo del 2017. MANIFATTURIERO

 

 
Imprese Quota Variazione Addetti Quota Variazione
Agroalimentare 4.839 11,1% -0,1% 67.326 13,5% -0,2%
Sistema moda 6.659 15,3% -1,1% 46.936 9,4% -0,5%
Legno, mobili 3.379 7,8% -1,7% 20.384 4,1% 0,6%
Carta, editoria 1.641 3,8% -2,4% 14.203 2,8% 0,6%
Minerali non metalliferi 1.633 3,8% 0,2% 34.538 6,9% 6,1%
Metalli 1.450 3,3% -1,4% 33.317 6,7% -2,8%
Elettricità – elettronica 10.646 24,5% 0,1% 97.090 19,5% 3,2%
Macchine e app. meccanici 4.198 9,7% -2,8% 103.157 20,7% 4,4%
Mezzi di trasporto 760 1,7% 1,7% 20.806 4,2% 2,0%
Altro manifatturiero 6.068 14,0% 1,7% 27.872 5,6% -3,6%
Totale 43.474 100,0% -0,5% 498.378 100,0% 1,7%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Per ciò che riguarda il sistema delle imprese dal punto di vista della loro tipologia si assiste alla flessione numerica delle cooperative seppure esse siano in crescita dal punto di vista degli addetti, il 14% degli occupati in Emilia-Romagna lavora infatti in una società cooperativa.

Le difficoltà delle imprese di piccola dimensione si leggono anche dalle difficoltà delle imprese artigiane, laddove il numero delle imprese diminuisce del 1% pur mantenendo inalterati i livelli occupazionali. L’artigianato, nonostante i risultati non positivi conseguiti nel 2018, rimane comunque un elemento fondamentale dell’economia regionale occupando il 17% dei lavoratori.

 

 

Imprese attive nel 2018, incidenza sul totale e variazione rispetto all’anno precedente.

IMPRESE PER FORMA GIURIDICA

 

Imprese Quota imprese Quota addetti Variazione imprese Variazione addetti
Imprese individuali 228.273 56,4% 18,5% -1,2% -0,3%
Società di persone 77.147 19,1% 15,2% -2,5% -1,0%
Società di capitale 89.642 22,2% 51,2% 3,7% 3,6%
Cooperative 5.006 1,2% 13,7% -1,7% 0,6%
Consorzi e altro 4.444 1,1% 1,5% 0,4% 1,5%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive nel 2018, incidenza sul totale e variazione rispetto all’anno precedente.

IMPRESE ARTIGIANE

 

Imprese Quota imprese Quota addetti Variazione imprese Variazione addetti
Artigiane 127.456 31,5% 17,3% -1,0% 0,0%
Non artigiane 277.056 68,5% 82,7% -0,1% 3,2%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive nel 2018, incidenza sul totale e variazione rispetto all’anno precedente.

IMPRESE ARTIGIANE

 

  Imprese Quota imprese Quota addetti Variazione imprse Variazione addetti
Straniera 48.162 11,9% 6,0% 3,0% 4,9%
Italiana 356.350 88,1% 94,0% -0,8% 2,5%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

 

 

 

 

Venendo al settore esportazioni a fronte dell’incremento a livello nazionale del 3,1% le performances dell’Emilia-Romagna registrano un incremento del 5,2%, in particolare, dal 2013 al 2015 hanno avuto un incremento del 5% a trimestre, “diversamente, nel corso del 2016 la dinamica di crescita ha segnato una contrazione e le esportazioni sono aumentate a ritmo decisamente inferiore rispetto a quanto avvenuto nei treni anni precedenti. Il 2017 ha fatto registrare un ulteriore balzo delle esportazioni regionali, facendo sfiorare il +10% al primo e quarto trimestre, e generando complessivamente nell’anno +6,7%. Dal punto di vista merceologico, i settori che nel 2017 hanno fatto registrare i maggiori incrementi delle proprie esportazioni sono: metalli e prodotti in metallo, ed in generale tutta l’area della meccanica, gli apparecchi elettronici ed ottici, la chimica e la moda. Dal punto di vista geografico tutte le aree hanno mostrato ottime performance ad eccezione dell’Africa. Nel corso dei primi sei mesi del 2018 è proseguita di fatto la tendenza molto positiva del 2017, i primi due trimestri dell’anno in corso assomigliano infatti al periodo precedente sia per l’intensità della crescita che per i settori che hanno contribuito a determinarla”[9].

Analizzando i dati forniti da Unioncamere Emilia-Romagna nel suo Rapporto sull’economia regionale del 2018 emerge quanto l’export dal 2008 si sia maggiormente indirizzato verso l’Asia e l’America. Le esportazioni verso l’Asia, nel decennio 2008-2018, passano da 12,7% al 14,3%  del totale, mentre per ciò che riguarda l’America, sempre nello stesso periodo, esse passano dal 11,5% al 14,2% del totale dei beni esportati dalla regione. Questo aumento, almeno per ciò che concerne gli USA, rischia di essere suscettibile di cambiamenti dovuti al rischi della potenziale guerra commerciale sui dazi tra Stati Uniti e Cina.

Le esportazioni emiliano-romagnole verso i paesi del Vecchio Continente nel 2018 hanno segnato un incremento del 5% rispetto all’anno precedente, fra i dati spicca l’aumento del 14,4% delle esportazioni verso il Regno Unito, verso Romania e Austria dove in entrambi i casi l’aumento è del 9,6%. L’export verso il maggior partner commerciale emiliano-romagnolo, la Germania, incrementano del 6,1%, in un quadro sostanzialmente positivo si colloca il risultato nei confronti della Francia (5%).

Passando alle dolenti note non si può non riportare il risultato negativo per ciò che riguarda la Russia (-1,5%) e ancora maggiore è il risultato negativo dell’export nei confronti della Turchia (-15,0%), la gravità di quest’ultimo dato è da ricondurre alla crisi valutaria che ha portato ad un’importante svalutazione della divisa nazionale.

Nell’arco del 2018 incrementano le esportazioni verso Canada del 4,3% e seppure nel 2018 si registri un calo del 5,1% rispetto all’anno precedente il dato dell’export con il Messico assume toni clamorosi se rapportato con il 2008 dove il dato aumenta del 72,9%.  Sempre nel confronto con il 2008 le performance potrebbe essere definita strepitosa per ciò che riguarda le esportazioni con la Cina dove il dato in un decennio cresce del 123%.

 

 

Esportazioni dell’Emilia-Romagna per settori di attività.

Gennaio-settembre 2017 e 2018. (Valori in euro)

Merce 2017 gen-sett 2018 genn-sett

(provvisorio)

Var. %

2017 – 2018

Var. %

2008-2018

Peso % 2018 Trend Peso % 2008-2018
Agricoltura, silvicoltura e pesca 689.382.705 689.837.361 0,4 12,2 1,5 -12,1
Prodotti da estrazione minerali 10.830.341 12.481.070 15,2 -56,7 0,0 -66,1
Prodotti alimentari, bevande e tabacco 3.965.999.594 4.126.973.111 4,1 71,0 8,8 34,0
Prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori 5.025.255.055 5.223.815.302 4,0 41,2 11,2 10,6
Legno e podotti in legno carta e stampa 347.720.308 366.877.798 5,5 5,1 0,8 -17,7
Coke e prodotti petroliferi raffinati 23.149.500 34.674.660 49,8 -19,8 0,1 -37,2
Sostanze e prodotti chimici 2.491.899.136 2.542.617.601 2 34,6 5,4 5,4
Articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici 825.598.483 918.800.588 11,3 106,3 2 61,6
Articoli in gomma e materie plastiche altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi 4.607.856.141 4.511.865.029 -2,1 16,3 9,7 -8,9
Metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti* 3.397.703.645 3.659.346.080 7,7 20,8 7,8 -5,4
Computer, apparecchi elettronici e ottici * 1.156.418.482 1.287.655.715 11,3 81,1 2,8 41,9
Macchinari ed apparecchi in c.a. 12.836.558.775 13.493.202.157 5,1 14,1 28,9 -10,7
Mezzi di trasporto 5.083.757.013 5.345.098.628 5,1 25,0 11,5 -2,1
Settori riconducibili alla meccanica* 24.742.412.383 26.199.378.108 5.9 20,7 56,1 -5,4
Prodotti delle altre attività manifatturiere 1.352.926.977 1.466.260.758 8,4 19,5 3,1 -6,4
Totale attività manifatturiere 43.382.817.579 43.391.262.985 4,6 27,3 97,2 -0,3
Energia elettrica, gas, vapore e aria cond. 2.404 0 n.a. n.a. n.a. n.a.
Trattamento rifiuti e risanamento 112.772.613 103.697.953 -8,0 34,6 0,2 5,5
Prodotti, attività dei servizi di informazione e comunicazione 149.275.613 235.693.797 57,9 32,7 0,5 4,0
Prototti delle attività professionali, scientifiche e tecniche 210.918 438.244 107,8 230,5 0,0 -45,8
Prodotti delle altre attività di servizi //// //// //// //// //// ////
Provviste di bordo, merci di ritorno o respinte, varie 13.730.679 240.789.841 n.a. n.a. 1862,4
 

Totale

 

44.365.805.225 46.680.106.837 5,2 27,7 100 0,0

 

 

Esportazioni dell’Emilia-Romagna per mercati di sbocco.

Gennaio – Settembre 2017 e 2018. (Valori in euro.)

Territorio (Paese) 2017 gen-set 2018 gen-set

(provvisorio)

Var %

2017-18

Var%

2008-18

Peso %

2018

Trend peso 2008-18
Francia 4.925.360.617 5.172.883.480 5,0 30,8 11,1 2,5
Paesi Bassi 1.129.966.553 1.219.222.247 7,9 31,7 2,6 3,2
Germania 5.633.672.302 5.979.067.778 6,1 32,0 12,8 3,4
Regno Unito 2.756.147.535 3.151.890.932 14,4 56,8 6,8 22,9
Spagna 2.268.396.414 2.335.598.845 3,0 9,0 5,0 -14,6
Belgio 1.101.437.726 1.138.692.091 3,4 18,6 2,4 -7,1
Norvegia 192.342.878 212.292.653 10,4 20,3 0,5 -5,7
Svezia 586.469.096 611.914.652 4,3 42,3 1,3 11,5
Finlandia 194.694.606 211.078.838 8,4 2,5 0,5 -19,7
Austria 960.460.096 1.073.782.950 9,5 16,6 2,3 -8,7
Svizzera 913.443.816 976.588.027 6,9 -7,8 2,1 -27,8
Turchia 812.736.979 691.196.020 -15,0 13,5 1,5 -11,1
Polonia 1.430.512.592 1.480.068.440 3,5 59,0 3,2 24,6
Slovacchia 234.542.010 268.371.522 14,4 53,3 0,6 20,1
Ungheria 408.727.694 414.799.145 1,5 20,5 0,9 -5,6
Romania 715.557.357 776.663.849 8,5 26,4 1,7 -0,9
Bulgaria 210.785.378 231.844.850 10,0 6,7 0,5 -16,4
Ucraina 169.502.670 213.416.501 25,9 -28,4 0,5 -43,9
Bielorussia 38.308.886 58.682.664 53,2 -7,4 0,1 -27,5
Russia 1.090.727.007 1.074.132.070 -1,5 -29,8 2,3 -45,0
Serbia 107.742.984 121.704.748 13,0 7,4 0,3 -15,8
EUROPA 29.369.398.010 31.140.697.975 5,0 21,6 66,7 -4,8
Marocco 134.510.069 140.575.653 4,5 13,3 0,3 -32,1
Algeria 352.761.116 328.734.451 -6,8 42,4 0,7 11,5
Tunisia 155.371.024 165.726.036 6,7 15,1 0,4 -33,5
Egitto 224.548.852 227.233.846 1,2 -26,7 0,5 .42,6
Sud Africa 252.094.947 242.614.506 -3,8 1,5 0,5 -20,5
AFRICA 1.498.844.501 1.555.537.864 3,8 -3,2 3,3 -24,2
Stati Uniti 4.265.410.557 4.538.852.051 6,4 66,1 9,7 30,1
Canada 454.501.701 474.098.962 4,3 53,0 1,0 19,9
Messico 455.328.713 428.947.338 -5,8 72,9 0,9 35,5
Brasile 398.526.251 387.163.713 -2,9 25,6 0,8 -1,6
Argentina 176.482.606 167.564.182 -5,1 33,1 0,4 4,3
AMERICA 6.294.034.129 6.624.272.162 5,2 58,2 14,2 23,9
Iran 233.495.139 168.152.257 -28,0 -39,4 0,4 -52,6
Israele 263.707.769 247.525.091 -6,1 65,6 0,5 29,8
Ar. Saudita* 389.423.687 316.258.745 -18,8 -9,7 0,7 -29,3
E.A.U.** 404.895.051 363.828.089 -10,1 16,9 0,8 -34,9
India 400.922.508 431.576.526 7,6 30,9 0,9 2,6
Indonesia 154.660.830 159.341.663 3,0 80,2 0,3 41,1
Singapore 117.823.880 171.367.560 15,0 7,8 0,1 16,6
Filippine 100.233.173 113.885.644 13,6 248,9 0,2 173,3
Cina 1.307.032.445 1.401.293.556 7,2 123,0 3,0 74,7
Sud Corea 350.408.597 391.321.440 11,7 68,7 0,8 32,1
Giappone 757.129.301 833.502.314 10,1 55,3 1,8 21,7
Taiwan 151.383.341 146.853.847 -3,0 76,2 0,3 38,0
Hong Kong 531.050.931 503.505.770 -5,2 63,5 1,1 28,1
Macao 13.773.073 19.885.443 44,4 801.8 0,0 606,4
ASIA 6.572.337.875 6.663.058.395 1,4 43,6 14,3 12,5
Australia 525.293.287 586.811.346 11,7 41,2 1,3 10,6
Nuova Zelanda 80.297.242 79.937.884 -0,4 27,0 0,2 -0,5
OCEANIA 623.190.710 696.540.442 10,2 34,6 1,5 5,5
 

MONDO

 

44.366.805.225

 

46.680.106.837

 

5,2

 

27,7

   

 

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Istat, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna

*Arabia Saudita; ** Emirati Arabi Uniti

 

 

In conclusione l’economia regionale ha dimostrato si saper attuare un cambiamento riorientando le proprie esportazioni verso paesi extra UE, paesi che, come la Cina, hanno francamente subìto meno le conseguenze della crisi economica. Ma, al tempo stesso, si profilano delle nubi all’orizzonte se teniamo in considerazione le possibili conseguenze della guerra commerciale paventata dagli USA nei confronti della Cina e a repentaglio ci sono anche gli incoraggianti risultati della vendita di prodotti emiliano-romagnoli al Regno Unito a causa della Brexit.

Vi è poi da considerare che gli economisti si stanno interrogando da tempo sul rallentamento – transitorio o permanente? – del commercio mondiale. Jeffrey Frenkel lo riconduce a tre cause “in primo luogo l’estensione e la frammentazione della catena glovale del valore sarebbe ormai arrivata al livello massimo reso possibile dall’attuale paradigma tecnologico. (…) In secondo luogo, si starebbe ormai esaurendo la spinta propulsiva sugli scambi internazionali generata dall’entrata di nuovi attori nel commercio mondiale, che si è avuta soprattutto a seguito dell’integrazione delle economie ex-comuniste e della Cina nel WTO. La Cina sarebbe poi protagonista del terzo mutamento di scenario in corso: il riorientamento dell’economia cinese verso la domanda interna ed i servizi starebbe determinando un minor contributo del gigante asiatico alla crescita degli scambi internazionali, anche in considerazione fatto che il commercio mondiale possiede una elasticità sulla produzione di servizi molto più contenuta rispetto a quella che ha sulla produzione manifatturiera. Per non parlare del rallentamento della velocità di crescita del gigante asiatico, molto lontana dalle medie del 10 per cento annue raggiunte negli anni passati”[10].

Se confermato questo scenario, potrebbe avere evidenti ripercussioni per un territorio come quello dell’Emilia-Romagna che sulle esportazioni ha costruito una buona parte delle proprie fortune economiche.

[1] Ires Toscana-Prometeia Scenari Economie Locali, Ottobre 2018  In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna

[2] Ires Toscana-Prometeia ibidem

[3]In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 43

[4] In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 43

[5]Ibidem, pagg. 45-46

[6]In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 47

[7]Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 47

[8] Rapporto sull’economia regionale 2018, Unioncamere e Regione Emilia-Romagna, a cura del Centro studi e monitoraggio dell’economia di Unioncamere Emilia-Romagna, dicembre 2018, pag.

[9] Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 51

[10] Rapporto sull’economia regionale 2018, Unioncamere e Regione Emilia-Romagna, a cura del Centro studi e monitoraggio dell’economia di Unioncamere Emilia-Romagna, dicembre 2018, pag. 73

Contrassegnato da tag , ,

Considerazioni sulla crisi dell’SCM di Rimini

eugenio-pari

Eugenio Pari

Eugenio Pari, 09 marzo 2009

 La SCM, principale industria della nostra Provincia, ha dichiarato che 500 lavoratori sono in esubero strutturale e 400 non necessari a causa della crisi, totale 900 persone in carne ed ossa, circa il 50% dell’intera forza lavoro impiegata, saranno licenziate: una operazione di vera e propria macelleria sociale. Al tempo stesso la SCM non è mai stata parca nell’avvio di procedure di cassa integrazione e licenziamenti nel corso degli ultimi anni, nonostante il gruppo abbia registrato profitti per 220 milioni di euro nel decennio 1998 – 2008. I lavoratori dovranno pagare il peso della crisi, loro e nessun altro. Fonti della Confindustria hanno dichiarato in questi giorni che nonostante il crollo dell’economia mondiale le imprese italiane che hanno tenuto basse le retribuzioni dei manager, investendo gli utili sulla produzione stanno riuscendo a far fronte in modo positivo alla crisi, registrano addirittura crescite nella produzione e nei fatturati. Viene quindi da chiedersi come mai, nonostante i bilanci positivi degli ultimi anni, la SCM abbia deciso una cura da cavallo come quella presentata da far pagare, si badi, ai lavoratori?È la ricetta di Roberto Monetini ex direttore della Brembo, nonché braccio destro di Bombassei, uno dei più noti falchi di Federmeccanica? Bombassei, lo dico per chi non lo ricorda, era lo stesso che mentre chiedeva l’abbattimento delle tasse alle imprese (manovra che produsse 5 miliardi di euro in più per le aziende) investiva in Romania e nei paesi dove i lavoratori vengono pagati con una manciata di monete e godono di zero diritti sindacali e previdenziali.
C’è tutto questo e molto di più. Il caso SCM è il ritratto dell’economia e di grande parte dell’imprenditoria italiana: profitti per pochi e costi sociali per molti. Hanno messo tutto il fieno in cascina che era possibile mettere negli anni in cui, anche grazie al sostegno dello stato, era possibile registrare grandi profitti e oggi, a fronte della crisi, scaricano sulla collettività i costi sociali, mandando sul lastrico centinaia di persone che vivono del proprio lavoro.
Rimini, dunque, si scopre nel bel mezzo della crisi economica e industriale che sta attraversando il pianeta, ma a ben guardare il caso SCM è il caso più eclatante di quel processo di desertificazione industriale che si è avviato nel nostro territorio negli ultimi anni: Colussi, Ghigi, Granarolo, ecc. sono imprese che hanno chiuso i battenti a Rimini negli ultimi anni con l’obiettivo di fare speculazioni edilizie sui terreni dove sono installati gli stabilimenti industriali. La SCM non è immune da questo processo, infatti è dal 2004 che vuole edificare appartamenti nell’area della fonderia situata alle Celle. Le imprese, si sa, cercano il massimo dei profitti e, come dimostra questo caso, cercano la massimizzazione dei guadagni a qualsiasi costo. Il punto è che cosa fanno le istituzioni di governo locale oltre le semplici dichiarazioni di principio. Comunicati stampa da leggere davanti ai lavoratori che manifestano non bastano, occorrono politiche che disincentivino i progetti di speculazione sia finanziaria che immobiliare, occorrono politiche che sappiano prefigurare uno sviluppo in grado di creare occupazione attraverso l’innovazione e, sebbene a livello locale le competenze siano limitate, è necessario avere un indirizzo su cui pianificare lo sviluppo economico del proprio territorio. Lo dico amaramente: le istituzioni locali hanno dimostrato di non possedere questa capacità.
La crisi dell’SCM, che per centinaia di persone si trasformerà in dramma esistenziale, dimostra purtroppo la latitanza delle istituzioni negli ultimi anni, rappresenta la mancanza di saper prefigurare il futuro economico, produttivo e sociale delle proprie comunità. Ora, le istituzioni senza tentennamenti devono concretamente appoggiare le rivendicazioni dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali per ridurre gli effetti devastanti dei disegni della SCM e per impostare con tutta la comunità locale un nuovo disegno di sviluppo del nostro territorio che sappia finalmente liberarsi dagli effetti perversi dell’economia della rendita che va a vantaggio di pochi, rilanciando un processo di investimenti a vantaggio, invece, di molti.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Eugenio Pari. Lettera aperta sui centri commerciali

Rimini, 25 marzo 2008

Il dibattito sull’apertura dei centri commerciali nei giorni festivi consegna chiaramente la grande questione per la nostra città: Rimini paradigma di una economia basata sul consumo che sempre più spesso vede nelle risorse ambientali e territoriali elementi utili solo al profitto e gli individui come merce. A dire il vero credo che questo sia il problema della nostra società basata su un’idea dello sviluppo incentrato sull’esaurimento irresponsabile dei beni ambientali e sulla finalizzazione di qualsiasi scelta al lucro.

Sono apprezzabili e condivisibili le posizioni del Vescovo Lambiasi, come prima quelle di De Nicolò, così come è condivisibile la posizione delle Organizzazioni sindacali ed in particolare della CGIL. Io, però, terrei fuori questi soggetti da un dibattito che rischia di essere viziato dal clima di campagna elettorale e che pertanto corre il pericolo di rimanere oggetto di scontro politico, quindi del tutto ininfluente dal punto di vista della soluzione del problema, che come detto, verte sul modello economico e sociale della nostra realtà.

Credo che l’Amministrazione debba rivedere la propria decisione di concedere solo tre giorni di chiusura festiva per i centri commerciali, sapendo però che ciò potrà avere delle ricadute sul settore turistico, in questo senso la posizione del Segretario comunale Pd Gigi Bonadonna, improntata sul buonsenso e su posizioni di merito convincenti, mi sembra davvero un buon punto di partenza per giungere ad una sintesi.

Io penso che il problema risieda anche, anzi soprattutto, nelle condizioni lavorative delle persone assunte nei centri commerciali, nei loro contratti di lavoro improntati sulla precarietà sulla flessibilità più spinta. Alcune inchieste confermano ciò che purtroppo sapevamo: vi è un clima pesantissimo adoperato contro le lavoratrici e i lavoratori, essi sono sottoposti al ricatto di perdere il posto di lavoro e su questo è necessaria un’azione sindacale. Così come sono convinto che occorrerà valutare attentamente ogni provvedimento di allungamento dei giorni di chiusura in quanto: più giorni i centri commerciali stanno chiusi minore rischia di essere lo stipendio dei lavoratori.

Il motivo di questa proporzione a svantaggio dei lavoratori sta proprio nelle condizioni contrattuali e lavorative applicate, sulle quali è necessaria un’azione che va, purtroppo, al di la’ delle sole intenzioni e dei singoli provvedimenti dell’Amministrazione comunale. Concludendo e rimanendo in attesa di conoscere la posizione del Sindaco, faccio altre due considerazioni: perché non si cerca, già da oggi, con l’appoggio e la mediazione dell’Amministrazione riminese e delle altre istituzioni del territorio modalità di svolgimento delle mansioni lavorative che garantiscano più diritti per le donne e gli uomini impiegati nel commercio? Perché non subordinare il calendario di apertura di questi centri ad un programma di nuove assunzioni con cui coprire l’intero corso dell’anno? Di fatto, questo problema che si ripete ormai da diversi anni rende stringente il nodo sul modello economico ed è giunto il tempo di trovare risposte strategiche e innovative.