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I problemi sociali ed economici in Emilia – Romagna

Di Eugenio Pari

Le sinistre hanno storicamente determinato le condizioni sociali ed economiche perché la nostra Regione potesse creare la crescita economica e produttiva che l’ha inserita e tuttora ancora la inseriscono a pieno titolo fra le aree più sviluppate d’Europa. Ma, dopo decenni di governo pressoché incontrastato e all’insegna dell’innovazione di fatica  vedere risposte a domande centrali quali: cosa ne è dei distretti industriali[1]? Come si sono organizzati per resistere alla sfida dell’economia globalizzata? Come muta la composizione sociale del lavoro operaio? Qual è il ruolo dell’immigrazione: sostituzione di settori abbandonati dagli italiani o di competizione? Quali sono le risposte di fronte alla progressiva fine dell’alleanza fra piccoli imprenditori e lavoratori dipendenti; “formula” del successo economico della regione? Rispetto a quest’ultima domanda è opportuno recuperare un pensiero di Walter Vitali: “[è] un dato di fatto che si sia prodotta una frattura tra lavoro autonomo e dipendente che – (…) – costituisce una chiave interpretativa fondamentale per comprendere le scelte elettorali degli italiani”.

Vitali in un altro scritto individua quattro questioni a cui dare risposta per mantenere alti livelli di coesione sociale, questioni strettamente legate alle dinamiche socio economiche in corso in regione. La prima: “la coesione sociale oggi è minacciata fortemente in modo particolare dal fatto che, essendo l’Emilia – Romagna la regione con il più alto tasso di popolazione immigrata residente richiamata dai suoi livelli di sviluppo  economico, questo determina un conflitto con la popolazione autoctona, soprattutto con le fasce di reddito medio – basse e basse, sull’accesso ai servizi”[2];a tal proposito quanto sostiene Vitali in merito al conflitto immigrati – popolazione autoctona anticipa di qualche anno i fatti di Gorino, dove la popolazione ha inscenato una protesta, con tanto di posti di blocco per impedire l’arrivo nel comune del ferrarese di un gruppo di cittadini immigrati richiedenti asilo.

Il secondo aspetto che riporta Vitali nel suo intervento all’interno del libro a cura di Carlo De Maria, riguarda la questione del welfare territoriale: “ora siamo di fronte a politiche non contingenti, ma di lungo periodo, da parte dei governi che tendono a smantellare esattamente questo tipo di assetto e tendono a introdurre elementi, attraverso tagli drastici s tutto il sistema di servizi, i quali vanificano la possibilità non già di sviluppare o di ulteriormente rafforzare l’attuale standard dei servizi, ma semplicemente di mantenerlo”[3].

Il terzo aspetto sui cui si sofferma l’ex Sindaco di Bologna Vitali riguarda la “crisi economica e sociale in atto” sostenendo che “(…) anche l’Emilia – Romagna è imemersa in pieno nella tempesta. Stiamo perdendo decine di migliaia di posti di lavoro, non solo a tempo indeterminato, ma anche a tempo determinato, con i contratti che non si rinnovano più, in modo particolare quelli delle giovani generazioni e delle donne”[4], è vero che la nostra Regione complessivamente ha tenuto dal punto di vista occupazionale e produttivo soprattutto grazie al fatto che è una regione fortemente orientata all’export e che nel corso del tempo ha saputo mantenersi collegata alla “locomotiva” tedesca. I recenti segnali di indebolimento dell’economia della Germania  stanno incominciando a rallentare una ripresa abbastanza incoraggiante registrata in regione a partire dal 2014 ma, apparentemente, conclusa nel secondo semestre del 2018.

Vi è infine una critica che Vitali indirizzava all’Ente Regione riguardo al tema della pianificazione territoriale, considerando il PTR alquanto insoddisfacente in merito al ruolo dei territori e di Bologna, considerando il capoluogo la “capitale” di un territorio policentrico.

Walter Vitali una risposta, parzialmente, se la da’ quando, rivolto agli amministratori e alle classi dirigenti dell’Emilia – Romagna, sostiene che “negli ultimi decenni abbiamo vissuto di rendita, facendo esattamente il contrario di ciò che ha reso possibile quel modello; le classi dirigenti si sono autoriprodotte; e intanto il vento delle grandi sfide globali ha cominciato a battere ance il nostro territorio ponendoci davanti a problemi molto gravi”[5].

Sul tema è intervenuto diverso tempo fa in un importante articolo pubblicato su Micromega nell’aprile 2014, l’ex Presidente della regione Lanfranco Turci, sostenendo individuando i processi economici e sociali sviluppatisi negli anni precedenti alla crisi, riportandoli in questi termini: “(…) gerarchizzazione delle imprese dei distretti indotta dalla dinamica della globalizzazione, le delocalizzazioni e il ricorso crescente all’outsourcing, la crescita del terziario, i cambiamenti intervenuti nel lavoro dipendente e autonomo, la flessibilizzazione (anche per via legislativa operata dai governi del centro – sinistra) del mercato del lavoro e delle sue nuove figure di atipici” proseguendo Turci sostiene che “ il risultato di questi processi sono le diseguaglianze che crescono e la disarticolazione della società, del capitale sociale e dell’ethos collettivo ancora forte negli anni ‘80 ”[6]. I rapporti di forza partitici e sindacali, è la conclusione del ragionamento di Turci, che le sinistre (in particolare il Pci) aveva spostato a vantaggio di una garanzia di risultati economici e sociali per i lavoratori “cambiarono radicalmente”.

Lo scenario che si viene costruendo è di segno opposto rispetto al sostegno alle “politiche di welfare e agli interventi keynesiani degli enti locali (…) sia nel rapporto fra le classi sia nelle capacità di intervento del pubblico”[7]. Il sistema delle politiche sociali in quegli anni infatti è sempre più costretto all’interno delle famigerate politiche di rigore “che preparano e poi portano all’adozione dell’euro. Anche ad uno sguardo a volo d’uccello non può non colpire l’indebolimento, quando non la distruzione di identità collettive e il cambiamento radicale, la burocratizzazione, l’autoreferenzialità delle grandi nervature sociali che reggevano la società emiliana negli anni passati”.[8]

Dal punto di vista demografico in Emilia-Romagna continua il calo percentuale dei giovani sul totale della popolazione. Negli ultimi 10 anni si è ridotta di 2,5 punti percentuali nei 28 Paesi dell’Unione Europea, di quasi 3 punti in Italia (2,8 per l’esattezza) e di oltre 2 punti in Emilia-Romagna. Si tratta in valori assoluti di quasi 1,4 milioni di persone in meno in Italia, delle quali circa 59.000 nella sola Emilia-Romagna. Nell’ultimo anno tuttavia questa tendenza è meno accentuata, con ogni probabilità per effetto dei trend migratori, caratterizzati da una bassa età media: -0,2 nell’Unione Europea, 0,1 in Italia e addirittura in lieve recupero (+0,1) in Emilia-Romagna.

 

 

 

La provincia italiana con la quota più bassa di popolazione collocata nella fascia d’età fra i 15 e 34 anni d’età continua ad essere quella di Ferrara (16,5%), mentre tutte le altre realtà provinciali dell’Emilia-Romagna restano attestate tra il 18 e il 20% (vedi fig.5.3).

Alla base della riduzione della popolazione giovanile c’è prima di tutto il basso tasso di natalità, il calo costante che si registra dal 2008 ha portato, nel 2017, Emilia-Romagna alla quota di 7,4 nati per mille abitanti, dato inferiore anche a quello nazionale (7,6 per mille abitanti), con la punta più bassa ancora una volta nella provincia di Ferrara (5,9 per mille abitanti).

Pur tuttavia in questo trend vanno considerati i flussi migratori che hanno comportato specialmente negli anni passati soprattutto per ciò che riguarda l’Emilia-Romagna saldi elevati, tali da contribuire in modo determinante a frenare la mancanza di peso complessivo della popolazione giovanile.

Com’è noto l’età media della popolazione immigrata è invero molto inferiore a quella del luogo: oltre la metà degli immigrati residenti nel territorio emiliano-romagnolo nel 2018 risulta avere meno di 35 anni.

Grazie quindi a questo fenomeno la quota di popolazione con età inferiore ai 15 anni è cresciuta sensibilmente in Emilia-Romagna nel decennio 2002-2012, fino a toccare valori molto prossimi a quelli nazionali, dai quali invece era in precedenza lontana. Questo consente di prevedere che nei prossimi anni anche la quota di popolazione in età 15-34 anni possa avere un parziale recupero.

Negli ultimi anni, dal 2015 in poi, anche in Emilia-Romagna come – in modo più accentuato – in Italia, anche la popolazione più giovane, al di sotto dei 15 anni, torna invece a calare.

 

 

La riduzione della quota di giovani sul totale della popolazione deriva in primo luogo dal basso tasso di natalità, in calo costante dal 2008 e sceso nel 2017 in Emilia-Romagna a 7,4 nati per mille abitanti, inferiore anche a quello nazionale (7,6 per mille abitanti), con la punta più bassa ancora una volta nella provincia di Ferrara (5,9 per mille abitanti).

Tuttavia, questo andamento è bilanciato dai flussi migratori che hanno determinato soprattutto in alcuni degli anni scorsi e in particolar modo in Emilia-Romagna saldi elevati, tali da contribuire in modo decisivo a contenere la perdita di peso complessivo della popolazione giovanile.

L’età media della popolazione immigrata è infatti notoriamente molto inferiore a quella indigena: oltre la metà degli immigrati residenti nel territorio emiliano-romagnolo risulta nel 2018 avere meno di 35 anni.

In virtù di questo fenomeno la quota di popolazione con età inferiore ai 15 anni è cresciuta sensibilmente in Emilia-Romagna nel decennio 2002-2012, fino a toccare valori molto prossimi a quelli nazionali, dai quali invece era in precedenza distanziata. Tutto ciò lascia intravedere la possibilità che nei prossimi anni anche la quota di popolazione in età 15-34 anni possa avere un limitato miglioramento.

Dal 2015, come del resto in Italia, la popolazione al di sotto dei 15 anni torna a calare in Emilia-Romagna, cresce invece il valore delle migrazioni verso l’estero in particolare nella fascia d’età che va dai 18 ai 39 anni, il dato censito in regione riguarda, in valori assoluti, per il 2016 il trasferimento all’estero di 1.714 stranieri e 3.615 italiani.

Per ciò che riguarda i livelli occupazionali nel periodo 2007 – 2017 assistiamo ad un calo di oltre il 10% con una crescita dove predominante è la crescita prevalente degli inattivi con livelli consistenti dei disoccupati (+4,6%).

In Emilia-Romagna a rendere ancora più consistente il dato del calo degli occupati è il fatto che si partiva da livelli occupazionali nettamente superiori rispetto al dato nazionale, raddoppia la quota degli inattivi sulla cui entità incide, con particolare riferimento la fascia 15-24, lo  È evidente che in questa fascia d’età, e in particolare con riferimento a quella dai 15 ai 24 anni, la frequenza di percorsi formativi. Ciò nonostante, anche valutando soltanto la fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni, certamente meno coinvolta da attività formative, le propensioni non cambiano in modo significativo.

A tutti i livelli risulta più accentuata in questa fascia la crescita della quota dei disoccupati e meno quella della quota degli inattivi, che diventa addirittura un lieve calo nella media dei 28 Stati della UE, ma resta molto significativa la crescita di entrambi i valori sia In Italia sia in Emilia-Romagna.

Per ciò che riguarda il livello di ricchezza degli emiliano-romagnoli, valutando le dichiarazioni dei redditi del periodo 2009-2017 vediamo che il reddito medio da lavoro dipendente e assimilati nel 2016 – da dichiarazioni dei redditi 2017 – è pari in Emilia-Romagna a 22.220 euro, più alto di quello medio nazionale di oltre 1.500 euro (+7,4%) e, come provato dalla schema che rapporta i redditi da lavoro dipendente, autonomo e da pensioni in Emilia-Romagna e le diversità con l’Italia.

 

 

Redditi da lavoro dipendente, da lavoro autonomo e da pensione in Emilia-Romagna e differenze con Italia. Dichiarazioni dei redditi 2009-2017

 

Anno dichiara

zione

Redditi da lavoro dipendente

e assimilati

Redditi da lavoro autonomo Redditi da pensione
  Emilia-Romagna Differeza con Italia Emilia-Romagna Differenza con Italia Emilia-Romagna Differenza con Italia
2009 20.460 +1.000 (+5,1%) 42.230 +3.340 (+8,6%) 14.340 +400 (+2,9%)
2010 20.530 +740 (+3,7%) 42.830 +2.950 (+7,4%) 15.050 +450 (+3,1%)
2011 20.600 +790 (+4,0%) 44.310 +2.990 (+7,2%) 15.390 +410 (+2,7%)
2012 20.880 +860 (+4,3%) 45.590 +3.310 (+7,8%) 15.910 +390 (+2,5%)
2013 21.310 +1.030 (+5,1%) 40.800 +4.730 (+13,1%) 16.280 +500 (+3,2%)
2014 21.770 +1.170 (+5,7%) 41.390 +5.730 (+16,1%) 16.820 +540 (+3,3%)
2015 21.810 +1.290 (+6,3%) 41.640 +6.070 (+17,1%) 17.250 +550 (+3,3%)
2016 22.150 +1.490 (+7,2%) 43.810 +5.520 (+14,4%) 17.470 +600 (+3,6%)
2017 22.220 +1.520 (+7,4%) 47.360 +5.620 (+13,5%) 17.840 +670 (+3,9%)

Fonte: Elaborazione su dati del Ministero dell’economia e delle finanze

 

Considerando il lavoro autonomo, nello stesso periodo il distacco con la media nazionale si fa ancora più netto pari al 13,5%, che in termini assoluti equivale a 5.520 euro.

Parlando di redditi è interessante riportare un passaggio “la distribuzione dei redditi netti delle famiglie emiliano-romagnole è maggiormente concentrata (quindi meno equamente distribuita) di quella che si registra nel Nord-Est, ma meno di quella complessiva nazionale”[9]

Sempre per ciò che riguarda il dato sulla povertà relativa, prendendo questo indicatore come più attendibile in quanto suscettibile di meno variazioni, “nel 2017 le famiglie residenti in Emilia-Romagna in condizioni di povertà relativa costituiscono il 4,6% del totale, meno della metà del dato medio italiano (12,3%)”[10].

Situazioni di disagio delle famiglie, riporta il lavoro dell’Ires Emilia-Romagna per la CGIL regionale, pubblicato nel 2018 sono relative “alla grave deprivazione materiale, che si registra, (…), quando sono presenti nella famiglia quattro o più sintomi di disagio economico su un elenco di nove: i) non poter sostenere spese impreviste di 800 euro, ii) non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa, iii) avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti come per es. gli acquisti a rate; iv) non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni, cioè con proteine della carne o del pesce (o equivalente vegetariano); v) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere: vi) una lavatrice vii) un televisore a colori viii) un telefono ix) un’automobile”[11].

In questo caso, prosegue il rapporto commissionato dalla CGIL Emilia-Romagna, l’Istat attesta che “il 6,3% delle famiglie residenti in Emilia-Romagna si trovano in condizioni di grave deprivazione, dato appena inferiore a quello rilevato per l’insieme delle regioni del Nord (6,7%) e decisamente più basso di quello dell’Italia nel suo complesso (12,1%)”.

Pur vedendo aumentati alcuni indicatori del disagio, si assiste comunque al fatto che l’Emilia-Romagna “continua a contraddistinguersi per condizioni di benessere più elevate e meno critiche di quelle medie nazionali – spinte verso il basso da quanto si registra nel Sud del Paese – e sovente anche di quelle di buona parte delle regioni del Nord Italia”[12].

In conclusione, ricorda il Rapporto Ires-CGIL Emilia-Romagna, “non si possono trascurare alcuni segnali ormai consolidatisi nel corso degli ultimi anni” come il fatto che “dietro i dati medi si trovano situazioni profondamente diversificate e dunque una distribuzione dei redditi e delle ricchezze con significative diseguaglianze, come evidenziato dall’indice di concentrazione che, per l’Emilia-Romagna rimane più critico di quello dell’Italia settentrionale e, all’interno della regione, anche da quanto si osserva a livello territoriale e per profili di famiglia. Infatti, si è sottolineato che la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie più numerose e colpisce di più le famiglie giovani. Le elaborazioni Istat mostrano chiaramente come le famiglie in condizioni di povertà aumentino al crescere del numero di figli: il 26,8% delle famiglie con tre o più figli nel 2016 risultano in condizioni di povertà assoluta. Se si considerano le sole famiglie di stranieri con figli minori, tale percentuale sale al 34,6%”[13].

 

 

 

 

Fondamentale è il ruolo del pubblico che attraverso il “sistema di imposte e benefici, riduce il rischio di povertà per gli anziani, mentre lo aumenta per le famiglie con figli minori e per i giovani senza figli. (…) Tanto che Istat evidenzia la necessità di politiche finalizzate a rafforzare la famiglia che aiutino gli individui in tutte le diverse tappe della vita e riducano le disuguaglianze per età e generazioni, prevedendo anche misure che incentivino l’autonomia dei giovani e agevolino la realizzazione dei loro progetti”[14].

La povertà economica, oltre a essere prevalentemente concentrata a livelo territoriale territorialmente, è collegata alla mancanza di lavoro o, per meglio dire, a “un numero di persone occupate per famiglia con un reddito non adeguato alle esigenze complessive della famiglia stessa. Anche se diversi studi mostrano che la probabilità di povertà, per le persone occupate, non dipende tanto da quanto si lavora ma piuttosto dal reddito da lavoro che viene percepito. Ne deriva pertanto una forte preoccupazione per i recenti andamenti di alcune caratteristiche del mercato del lavoro italiano, con un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, chiamati a lavorare più di prima per ottenere in media retribuzioni comunque proporzionalmente in calo e quindi anche sempre meno in grado di contrastare il rischio di povertà”.

Altro elemento critico riguarda l’occupazione femminile, dato tradizionalmente caratterizzato in Italia e in Emilia-Romagna da lavoro precario, tempo parziale, dove le donne sono chiamate a sostenere non solo le difficoltà delle mansioni lavorative, ma anche dai compiti che derivano dalla cura della famiglia e laddove la persona di riferimento è la lavoratrice aumenta anche il rischio di povertà per quelle famiglie.

Abbiamo sottolineato l’importanza del sistema cooperativo in Emilia-Romagna, importanza che deriva anche dal fatto che dall’inizio della crisi ad oggi ha permesso la tenuta occupazionale. Il sistema cooperativo, di cui l’Emilia-Romagna è stata culla, ha vissuto una trasformazione manageriale che ha determinato una crescita dimensionale e finanziaria delle cooperative stesse, fra le origini delle situazioni di crisi (Coop Alleanza 3.0 con una passivo superiore ai 200 milioni di euro) o addirittura liquidate (Manutencoop franata sotto un passivo di circa 790 milioni di euro e 1300 creditori), c’è tanta finanza e una crescita dimensionale insostenibile.

[1] Sistema produttivo costituito da un insieme di imprese, prevalentemente di piccole e media dimensioni, caratterizzate da una tendenza all’integrazione orizzontale e verticale e alla specializzazione produttiva, in genere concernente in un determinato territorio e legate da una comune esperienza storica, sociale, economica e culturale.

http://www.treccani.it/enciclopedia/distretto-industriale_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

[2] W. Vitali, Tra “modello emiliano” e Regione Emilia – Romagna, in C. De Maria, Bologna futuro. Il modello emiliano alla sfida del XXI secolo, pag. 117, Clueb, Bologna 2012

[3]W. Vitali, Tra “modello emiliano” e Regione Emilia – Romagna, in C. De Maria, Bologna futuro. Il modello emiliano alla sfida del XXI secolo, Clueb, Bologna 2012, pag. 117

[4]  W. Vitali, ibidem, pag. 118

[5] W. Vitali, ibidem , pag. 117

[6] L. Turci, in “C’era una volta il riformismo emiliano”,  Micromega on line 09/04/2014 http://temi.repubblica.it/micromega-online/c%u2019era-una-volta-il-riformismo-emiliano

[7] L. Turci, in “C’era una volta il riformismo emiliano”,  Micromega on line 09/04/2014 http://temi.repubblica.it/micromega-online/c%u2019era-una-volta-il-riformismo-emiliano

[8] L. Turci, ibidem

[9] Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 116

[10] Ibidem, pag. 122

[11]Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna N. 6 – Anno 2018, IRES Emilia-Romagna per conto della CGIL Emilia-Romagna,, pag. 124

[12] Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna, ibidem, pag. 126

[13] Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna N. 6 – Anno 2018, IRES Emilia-Romagna per conto della CGIL Emilia-Romagna, pag. 127

[14]Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna, ibidem, pag. 127

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L’economia regionale ai tempi della crisi

Di Eugenio Pari

Le dinamiche economiche regionali mostrano un quadro di crescita che va dal 1,5% del 2017 passando per il 1,4% del 2018, con una stima per il 2019 che dovrebbe attestarsi al 1,2%. Un andamento che permetterebbe al Pil regionale di crescere del 7,9% rispetto ai livelli più bassi registrati nel 2009. L’Emilia-Romagna cresce e cresce maggiormente rispetto ai livelli nazionali, in particolare nel 2018 è cresciuta dello 0,4% in più paragonandola al livello nazionale tenendo presente che nel 2017 lo scarto tra i due riferimenti era solo dello 0,1%.

La dinamica è trainata in particolare dall’aumento “della Manifattura, che è aumentata di ben + 3,6%, affiancata dai Servizi (+1,3%). Diversamente il settore delle Costruzioni si è mantenuto stabile. Per quanto riguarda l’Agricoltura le stime di Prometeia indicherebbero una forte contrazione, pari a -5,7%, tuttavia il Rapporto sul sistema agroalimentare dell’Emilia-Romagna relativo al 2017”[1].

Il 2018, complessivamente ha registrato un incremento del valore aggiunto totale  di circa la stessa intensità dell’anno precedente (+1,5%) cambia però l’apporto fornito dai diversi settori dell’economia nel conseguimento di tale risultato. Infatti, “l’agricoltura dovrebbe crescere con +2,6% così come le Costruzioni (+1,0%), i Servizi dovrebbero mantenere la crescita contenuta ma costante che li ha caratterizzati durante tutto il periodo della crisi economica (+1,3%) mentre a rallentare significativamente nell’anno in corso sarebbe la Manifattura (+1,7%)”[2].

 

 

 

 

 

 

A determinare tali risultati vi è stato un rallentamento della domanda interna e una frenata di quella estera, elemento quest’ultimo particolarmente importante per la storia dell’economia regionale.

In linea con le tendenze nazionali sebbene in forma più attenuata, anche a livello regionale sono sia il rallentamento registrato dalla domanda interna che da quella estera a contribuire al rallentamento del PIL, con particolare rilievo per la seconda. Le esportazioni nel 2018 hanno registrato un incremento pari al 2,4%, un risultato in netta riduzione rispetto alla tendenza del 2017 (+6,7% dati Istat), “sebbene le evidenze relative alle esportazioni nei primi due trimestri del 2018, di fonte Istat e discusse più avanti in questo capitolo, mostrano in realtà una prosecuzione nel 2018 dell’intensità della crescita delle vendite estere regionali in continuità con l’anno precedente (+4,6% e +7,2% rispettivamente)”[3].

In materia di innovazione il Rapporto Ires sull’economia regionale del 2018 scrive

 

in primo luogo, al fine di monitorare lo sforzo e la capacità innovativa complessiva della regione, comprendendo sia gli impegni privati che quelli pubblici in tale direzione, è possibile prendere in esame alcuni indicatori di input all’innovazione, solitamente misurarti come l’incidenza della spesa totale per R&S sul Pil regionale e personale addetto alla R&S delle imprese. Un primo indicatore a cui si può fare riferimento al fine di studiare il fenomeno dell’innovazione è l’incidenza della spesa totale per ricerca e sviluppo sul totale del Pil. Va tuttavia immediatamente precisato che si tratta di un indicatore di input, che come tale guarda ai cosiddetti fattori abilitanti dell’innovazione, ossia pre-condizioni che dovrebbero favorire, appunto, l’emergere di prodotti e/o processi innovativi, ma che non necessariamente si tradurranno in effettiva innovazione. Ciò premesso, deve comunque essere letto positivamente l’incremento della quota percentuale di spesa destinata alla R&S che si registra per tutti tre i livelli territoriali esaminati alla figura precedente. Si nota infatti un costante aumento del valore percentuale dell’indicatore, in particolare per l’Emilia-Romagna, che, partita alla fine degli anni Novanta su livelli inferiori a quelli medi nazionali, a partire dal 2002 ha superato il dato italiano (oltre a rimanere superiore a quello del Nord-Est).[4]

 

Il dato dell’Emilia-Romagna in materia di innovazione va sicuramente in controtendenza rispetto a quello medio nazionale, ma anche rispetto alla locomotiva del Nord-Est, questa forbice, riporta l’elaborato dell’Ires sull’economia regionale va ampliandosi.

Gli studi in materia di innovazione, in particolare i risultati degli sforzi innovativi delle impese, della Commissione europea, riportano una situazione notoriamente critica per l’Italia collocandola fra gli innovatori moderati “diversamente l’Emilia-Romagna – insieme al Piemonte e al Friuli Venezia Giulia – nel 2014 era una delle uniche regioni italiane a collocarsi nel gruppo precedente, quello degli inseguitori (c.d. “innovation followers”, poi ridefiniti come “strong innovators”), cioè quelle realtà regionali che presentano una resa innovativa uguale o superiore alla media complessiva e che dunque sono ben predisposte per poter inseguire, appunto, gli innovatori leader, costituiti essenzialmente da regioni di Danimarca, Svezia, Finlandia, Regno Unito, Irlanda e Germania. Nella rilevazione del 2016 dell’Innovation Regional Scoreboard, l’Emilia-Romagna ha perso una posizione, ed è tornata ad essere considerata, una regione con innovazione moderata, con il Piemonte e il Friuli-Venezia Giulia a rimanere le uniche due regioni italiane classificate fra gli ‘strong innovators’”[5].

In materia di investimenti esteri c’è da registrare una dinamica che dai disinvestimenti (nel 2012 avevano superato di 4 miliardi gli investimenti), a livello complessivo (il dato di riferimento è quello del 2015, unico disponibile), ha raggiunto oltre 23 miliardi di investimenti diretti esteri (IDE) sul territorio regionale, di cui oltre il 41% rientrano nel settore della Manifattura. Il secondo settore per importanza, che rappresenta il 33% in regione è l’intermediazione finanziaria mentre il terzo è l’ampia categoria “Altri servizi” che detiene una quota molto inferiore rispetto alle prime due ovvero del 12%.

Questo dato di natura macroeconomica permette:

 

di avere un’idea dei flussi in entrata e in uscita degli investimenti diretti esteri ma nulla ci dicono sulle caratteristiche delle imprese che hanno generato questi valori. Un interessante approfondimento su questo tema è stato prodotto nell’ultima edizione del rapporto di Unioncamere sull’Economia Regionale38 dove si offre un quadro dell’evoluzione delle imprese multinazionali in regione. In questo lavoro le imprese multinazionali vengono identificate come quelle che detengono (almeno) una partecipazione pari o superiore al 10% del capitale sociale di un’impresa estera (come conseguenza di un investimento diretto dall’estero o “in entrata”, chiamate IDE_In). Esistono poi naturalmente multinazionali che hanno sia un investitore straniero nella propria compagine azionaria per una quota superiore al 10% e che al contempo detengono partecipazioni superiori al 10% del capitale sociale in un’impresa estera, in tal caso vengono chiamate IDE_In&Out.[6]

 

 

 

 

 

 

 

 

Il valore economico raggiunto dalle multinazionali estere è pari a circa 42 miliardi di euro, dal punto di vista occupazionale mediamente le multinazionali contano 134 dipendenti, anche se:

 

le più grandi, che corrispondono a realtà d’impresa “multinazionalizzate” già da molto tempo, sono quelle internazionalizzate in entrambe le direzioni (232 dipendenti in media), seguite dalle IDE_Out (197 dipendenti) e, a notevole distanza da quelle in entrata (55 dipendenti). Molte di queste ultime sono affiliate di imprese estere costituite in regione prevalentemente per fini distributivi e dunque fisiologicamente con dimensioni più limitate.Quello che è di particolare interesse notare è la forte dinamica espansiva dell’attività di internazionalizzazione durante la recessione economica: nel 2009 le multinazionali erano 836, registrando quindi un’espansione numerica negli anni della crisi economica pari al 188%39. Ad espandersi maggiormente dal punto di vista numerico sono state le IDE_In&Out (+320%), seguite da quelle IDE_In (+244%) e dal quelle Out (132%). Ad accrescere durane la crisi economica non è stato solo il numero di queste imprese ma anche le loro dimensioni: sono infatti aumentati del 41% i fatturati aggregati (dell’80% per quelle IDE_In&Out) e del 13% l’occupazione (sfiora il 50% per le IDE_In, raggiungono il 40% IDE_In&Out).[7]

 

Il ruolo delle multinazionali che operano in Emilia-Romagna per l’economia regionale, coosì come il livello di internazionalizzazione è notevolmente cresciuto dopo la crisi rispetto ai periodi pre-crisi, siamo quindi di fronte “processo in forte dinamica espansiva che proseguirà molto probabilmente nel futuro”.

Il settore manifatturiero avanza, mentre quello delle costruzioni, uscito dalla crisi soltanto nel 2015 aumenta nei termini di fatturato complessivo ma riscontra ancora gravi difficoltà sul piano della produttività. Il commercio conferma la propria curvatura negativa registrata negli ultimi anni, questa tendenza potrebbe essere generata non tanto e non solo dalla curvatura negativa dei consumi “quanto piuttosto dal graduale spostamento degli acquisti dai negozi fisici a quelli virtuali tramite l’e-commerce”.

Per ciò che concerne il numero delle imprese a fine 2017 in regione se ne registravano 404.758 attive. in Emilia-Romagna il numero complessivo delle imprese è passato da poco più di 400.000 nel 1998 a quasi 432.000 nel 2008, anno in cui ha raggiunto un picco, per poi iniziare, negli anni successivi, a contrarsi in misura significativa. Per quanto tra il 2015 e il 2017 vi sia stato un rallentamento della perdita delle imprese, il è comunque proseguito, con la perdita di 5.500. Al 2018 pare essersi fermata l’emorragia e il numero complessivo delle imprese tenederebbe a stabilizzarsi. Nel grafico elaborato da Ires Emilia-Romagna la linea rossa nel grafico successivo mostra come il numero complessivo delle imprese sia cresciuto costantemente nei dieci anni compresi tra il 1998 e il 2008 mentre abbia subito una flessione successivamente. La linea blu ci indica invece il tasso di crescita delle imprese attive e ci mostra come in alcuni periodi la crescita del tessuto produttivo sia stata più accelerata, ad esempio nel 2000 e nel 2004, mentre in altri momenti il tasso di crescita si sia contratto o sia sceso persino in territorio negativo, come è accaduto per quasi tutto il periodo tra il 2008 e il 2017”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La perdita delle imprese non si è distribuita omogeneamente nei vari settori dell’economia regionale, il maggior numero di scomparse delle attività si è verificato nel settore delle costruzioni, seguito da quello dei trasporti e del magazzinaggio.

In controtendenza alcuni settori come quelli dei servizi di alloggio e ristorazione, e noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese sono quelli che hanno sperimentato incrementi maggiori. Va ricordato che,soprattutto laddove le contrazioni sono maggiormente consistenti, nel periodo precedente alla crisi le quote di imprese individuali erano molto alte (74% delle imprese delle Costruzioni e l’85% delle imprese in Agricoltura del 2007 erano Ditte Individuali), quindi la consistente chiusura di attività di piccolissime dimensioni contribuisce in misura significativa a generare il crollo della numerosità d’impresa”.

Le imprese artigiane, storicamente fondamentali per il tessuto economico emiliano-romagnolo, “sono quelle che hanno subito i maggiori contraccolpi della crisi: sul totale delle oltre 27 mila imprese perse tra il 2008 e il 2017 oltre 19 mila sono infatti artigiane. Contemporaneamente, nel corso della crisi economica, le società di capitale sono aumentate di oltre 13mila unità, a testimonianza ulteriore del fatto che la recessione ha avuto ripercussioni disomogenee sia rispetto ai settori produttivi che alla dimensione d’impresa, contribuendo così a modificare l’assetto strutturale dell’economia regionale”.

Nel complesso questo capitolo ci consegna una fotografia relativa al nel corso dell’anno 2017 la situazione economica regionale risultava essere molto positiva, essa è stata, infatti, “stimolata da diversi canali, sia interni quali investimenti e consumi delle famiglie che esteri. In particolare, collegato all’ottimo andamento del commercio mondiale, le esportazioni regionali hanno toccato il tasso di crescita massimo degli ultimi anni. Questo aspetto, unito al buon andamento degli investimenti, ha favorito una dinamica espansiva soprattutto della manifattura, a fianco della quale però sostanzialmente tutti i settori hanno avuto performance positive, se pur con intensità diversificate. I dati relativi al 2018, presentano una decelerazione delle dinamiche espansive dell’anno precedente, in linea con l’andamento internazionale e con il rallentamento del commercio mondiale”.

Luci e ombre se parliamo di occupazione e disoccupazione, il Rapporto dell’Ires sostiene infatti “in termini più generali, l’analisi della composizione della forza lavoro rispetto alla popolazione complessiva permette di avanzare alcune riflessioni:

– In primo luogo, si registra come la quota di forza lavoro sulla popolazione nel 2017 cresca sia rispetto al 2000 che al 2008 ma più per effetto di una partecipazione al mercato del lavoro dei disoccupati che per un innalzamento del numero di occupati;

– La contrazione della quota occupazionale sull’intera popolazione, passato da 53,2% del 2008 al 51,6% del 2017, rappresenta sicuramente una fragilità per il sistema di welfare pubblico in quanto segnala una flessione della base contributiva e fiscale e rileva una criticità nell’equilibrio tra le generazioni”.

Guardando il dato sulla dimensione delle imprese viene confermato il tratto caratteristico del sistema imprenditoriale dell’Emilia-Romagna, infatti quasi il 90%, che in termini occupazionali significa creazione del 29% dei posti di lavoro, sono piccole aziende fino a 5 addetti. Le imprese con oltre 100 addetti ammontano allo 0,3% del totale ma contemporaneamente danno occupazione al 31% dei lavoratori emiliano romagnoli.

Se negli ultimi cinque anni le imprese fino a 5 dipendenti sono diminuite quelle tra 10 e 49 sono aumentate del 6%. Quello a cui si è dunque assistito negli ultimi cinque anni è la crescita della dimensione d’impresa solo in parte dovuto all’aumento dimensionale delle aziende e in parte dovuto all’ingresso di società già strutturate (vedi tabella).

Per ciò che concerne il settore di attività si assiste nel 2018 alla conferma del trend che vede un calo delle aziende del comparto agricoltura, con contrazioni, seppur meno marcate del settore commercio, costruzioni e manifatturiero. Cresce “il comparto ‘altra industria’ in particolare nei settori operanti nell’ambito dell’energia, e il terziario”[8].

Il calo del commercio è rappresentato in termini di imprese, mentre l’occupazione tiene grazie alla grande distribuzione.

 

Imprese (sett. 2018) e addetti (giu. 2018) per classe dimensionale e incidenza sul totale

Classe dimensionale Impresa Addetti Quota imprese Quota addetti
Fino a 5 addetti 358.769 534.188 88,7% 29,0%
Da 6 a 9 addetti 20.865 165.892 5,2% 9,0%
Da 10 a 19 addetti 15.394 227.213 3,8% 12,3%
Da 20 a 49 addetti 6.369 213.983 1,6% 11,6%
Da 50 a 99 addetti 1.708 130.165 0,4% 7,1%
100 addetti e oltre 1.387 569.133 0,3% 30,9%
Totale 405.512 1.840.574 100,0% 100,%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive (a sett. 2018) e addetti (a giugno 2018). Incidenza sul totale e variazione allo stesso periodo del 2017. MACROSETTORE

 

  Imprese Quota Variazione Addetti Quota

Variazione

Agricoltura 57.042 14% -1,7% 96.394 5,3% 6,4%
Manifatturiero 43.474 11% -0,5% 498.378 21,2% 1,7%
Altro industria 1.591 0% 1,4% 32.874 1,8% -3,7%
Costruzioni 65.739 16% -0,9% 157.323 8,6% 1,8%
Commercio 91.157 23% -1,1% 302.131 16,5% 1,2%
Alloggio-ristorazione 30.222 7% 0,6% 196.179 10,7% 6,0%
Servizio imprese 86.867 21% 1,0% 393.211 21,5% 3,0%
Servizi persone 28.363 7% 1,1% 153.419 8,4% 3,3%
Totale 404.455 100   1.829.909 100

 

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive (a sett. 2018) e addetti (a giugno 2018). Incidenza sul totale e variazione allo stesso periodo del 2017. MANIFATTURIERO

 

 
Imprese Quota Variazione Addetti Quota Variazione
Agroalimentare 4.839 11,1% -0,1% 67.326 13,5% -0,2%
Sistema moda 6.659 15,3% -1,1% 46.936 9,4% -0,5%
Legno, mobili 3.379 7,8% -1,7% 20.384 4,1% 0,6%
Carta, editoria 1.641 3,8% -2,4% 14.203 2,8% 0,6%
Minerali non metalliferi 1.633 3,8% 0,2% 34.538 6,9% 6,1%
Metalli 1.450 3,3% -1,4% 33.317 6,7% -2,8%
Elettricità – elettronica 10.646 24,5% 0,1% 97.090 19,5% 3,2%
Macchine e app. meccanici 4.198 9,7% -2,8% 103.157 20,7% 4,4%
Mezzi di trasporto 760 1,7% 1,7% 20.806 4,2% 2,0%
Altro manifatturiero 6.068 14,0% 1,7% 27.872 5,6% -3,6%
Totale 43.474 100,0% -0,5% 498.378 100,0% 1,7%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Per ciò che riguarda il sistema delle imprese dal punto di vista della loro tipologia si assiste alla flessione numerica delle cooperative seppure esse siano in crescita dal punto di vista degli addetti, il 14% degli occupati in Emilia-Romagna lavora infatti in una società cooperativa.

Le difficoltà delle imprese di piccola dimensione si leggono anche dalle difficoltà delle imprese artigiane, laddove il numero delle imprese diminuisce del 1% pur mantenendo inalterati i livelli occupazionali. L’artigianato, nonostante i risultati non positivi conseguiti nel 2018, rimane comunque un elemento fondamentale dell’economia regionale occupando il 17% dei lavoratori.

 

 

Imprese attive nel 2018, incidenza sul totale e variazione rispetto all’anno precedente.

IMPRESE PER FORMA GIURIDICA

 

Imprese Quota imprese Quota addetti Variazione imprese Variazione addetti
Imprese individuali 228.273 56,4% 18,5% -1,2% -0,3%
Società di persone 77.147 19,1% 15,2% -2,5% -1,0%
Società di capitale 89.642 22,2% 51,2% 3,7% 3,6%
Cooperative 5.006 1,2% 13,7% -1,7% 0,6%
Consorzi e altro 4.444 1,1% 1,5% 0,4% 1,5%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive nel 2018, incidenza sul totale e variazione rispetto all’anno precedente.

IMPRESE ARTIGIANE

 

Imprese Quota imprese Quota addetti Variazione imprese Variazione addetti
Artigiane 127.456 31,5% 17,3% -1,0% 0,0%
Non artigiane 277.056 68,5% 82,7% -0,1% 3,2%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive nel 2018, incidenza sul totale e variazione rispetto all’anno precedente.

IMPRESE ARTIGIANE

 

  Imprese Quota imprese Quota addetti Variazione imprse Variazione addetti
Straniera 48.162 11,9% 6,0% 3,0% 4,9%
Italiana 356.350 88,1% 94,0% -0,8% 2,5%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

 

 

 

 

Venendo al settore esportazioni a fronte dell’incremento a livello nazionale del 3,1% le performances dell’Emilia-Romagna registrano un incremento del 5,2%, in particolare, dal 2013 al 2015 hanno avuto un incremento del 5% a trimestre, “diversamente, nel corso del 2016 la dinamica di crescita ha segnato una contrazione e le esportazioni sono aumentate a ritmo decisamente inferiore rispetto a quanto avvenuto nei treni anni precedenti. Il 2017 ha fatto registrare un ulteriore balzo delle esportazioni regionali, facendo sfiorare il +10% al primo e quarto trimestre, e generando complessivamente nell’anno +6,7%. Dal punto di vista merceologico, i settori che nel 2017 hanno fatto registrare i maggiori incrementi delle proprie esportazioni sono: metalli e prodotti in metallo, ed in generale tutta l’area della meccanica, gli apparecchi elettronici ed ottici, la chimica e la moda. Dal punto di vista geografico tutte le aree hanno mostrato ottime performance ad eccezione dell’Africa. Nel corso dei primi sei mesi del 2018 è proseguita di fatto la tendenza molto positiva del 2017, i primi due trimestri dell’anno in corso assomigliano infatti al periodo precedente sia per l’intensità della crescita che per i settori che hanno contribuito a determinarla”[9].

Analizzando i dati forniti da Unioncamere Emilia-Romagna nel suo Rapporto sull’economia regionale del 2018 emerge quanto l’export dal 2008 si sia maggiormente indirizzato verso l’Asia e l’America. Le esportazioni verso l’Asia, nel decennio 2008-2018, passano da 12,7% al 14,3%  del totale, mentre per ciò che riguarda l’America, sempre nello stesso periodo, esse passano dal 11,5% al 14,2% del totale dei beni esportati dalla regione. Questo aumento, almeno per ciò che concerne gli USA, rischia di essere suscettibile di cambiamenti dovuti al rischi della potenziale guerra commerciale sui dazi tra Stati Uniti e Cina.

Le esportazioni emiliano-romagnole verso i paesi del Vecchio Continente nel 2018 hanno segnato un incremento del 5% rispetto all’anno precedente, fra i dati spicca l’aumento del 14,4% delle esportazioni verso il Regno Unito, verso Romania e Austria dove in entrambi i casi l’aumento è del 9,6%. L’export verso il maggior partner commerciale emiliano-romagnolo, la Germania, incrementano del 6,1%, in un quadro sostanzialmente positivo si colloca il risultato nei confronti della Francia (5%).

Passando alle dolenti note non si può non riportare il risultato negativo per ciò che riguarda la Russia (-1,5%) e ancora maggiore è il risultato negativo dell’export nei confronti della Turchia (-15,0%), la gravità di quest’ultimo dato è da ricondurre alla crisi valutaria che ha portato ad un’importante svalutazione della divisa nazionale.

Nell’arco del 2018 incrementano le esportazioni verso Canada del 4,3% e seppure nel 2018 si registri un calo del 5,1% rispetto all’anno precedente il dato dell’export con il Messico assume toni clamorosi se rapportato con il 2008 dove il dato aumenta del 72,9%.  Sempre nel confronto con il 2008 le performance potrebbe essere definita strepitosa per ciò che riguarda le esportazioni con la Cina dove il dato in un decennio cresce del 123%.

 

 

Esportazioni dell’Emilia-Romagna per settori di attività.

Gennaio-settembre 2017 e 2018. (Valori in euro)

Merce 2017 gen-sett 2018 genn-sett

(provvisorio)

Var. %

2017 – 2018

Var. %

2008-2018

Peso % 2018 Trend Peso % 2008-2018
Agricoltura, silvicoltura e pesca 689.382.705 689.837.361 0,4 12,2 1,5 -12,1
Prodotti da estrazione minerali 10.830.341 12.481.070 15,2 -56,7 0,0 -66,1
Prodotti alimentari, bevande e tabacco 3.965.999.594 4.126.973.111 4,1 71,0 8,8 34,0
Prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori 5.025.255.055 5.223.815.302 4,0 41,2 11,2 10,6
Legno e podotti in legno carta e stampa 347.720.308 366.877.798 5,5 5,1 0,8 -17,7
Coke e prodotti petroliferi raffinati 23.149.500 34.674.660 49,8 -19,8 0,1 -37,2
Sostanze e prodotti chimici 2.491.899.136 2.542.617.601 2 34,6 5,4 5,4
Articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici 825.598.483 918.800.588 11,3 106,3 2 61,6
Articoli in gomma e materie plastiche altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi 4.607.856.141 4.511.865.029 -2,1 16,3 9,7 -8,9
Metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti* 3.397.703.645 3.659.346.080 7,7 20,8 7,8 -5,4
Computer, apparecchi elettronici e ottici * 1.156.418.482 1.287.655.715 11,3 81,1 2,8 41,9
Macchinari ed apparecchi in c.a. 12.836.558.775 13.493.202.157 5,1 14,1 28,9 -10,7
Mezzi di trasporto 5.083.757.013 5.345.098.628 5,1 25,0 11,5 -2,1
Settori riconducibili alla meccanica* 24.742.412.383 26.199.378.108 5.9 20,7 56,1 -5,4
Prodotti delle altre attività manifatturiere 1.352.926.977 1.466.260.758 8,4 19,5 3,1 -6,4
Totale attività manifatturiere 43.382.817.579 43.391.262.985 4,6 27,3 97,2 -0,3
Energia elettrica, gas, vapore e aria cond. 2.404 0 n.a. n.a. n.a. n.a.
Trattamento rifiuti e risanamento 112.772.613 103.697.953 -8,0 34,6 0,2 5,5
Prodotti, attività dei servizi di informazione e comunicazione 149.275.613 235.693.797 57,9 32,7 0,5 4,0
Prototti delle attività professionali, scientifiche e tecniche 210.918 438.244 107,8 230,5 0,0 -45,8
Prodotti delle altre attività di servizi //// //// //// //// //// ////
Provviste di bordo, merci di ritorno o respinte, varie 13.730.679 240.789.841 n.a. n.a. 1862,4
 

Totale

 

44.365.805.225 46.680.106.837 5,2 27,7 100 0,0

 

 

Esportazioni dell’Emilia-Romagna per mercati di sbocco.

Gennaio – Settembre 2017 e 2018. (Valori in euro.)

Territorio (Paese) 2017 gen-set 2018 gen-set

(provvisorio)

Var %

2017-18

Var%

2008-18

Peso %

2018

Trend peso 2008-18
Francia 4.925.360.617 5.172.883.480 5,0 30,8 11,1 2,5
Paesi Bassi 1.129.966.553 1.219.222.247 7,9 31,7 2,6 3,2
Germania 5.633.672.302 5.979.067.778 6,1 32,0 12,8 3,4
Regno Unito 2.756.147.535 3.151.890.932 14,4 56,8 6,8 22,9
Spagna 2.268.396.414 2.335.598.845 3,0 9,0 5,0 -14,6
Belgio 1.101.437.726 1.138.692.091 3,4 18,6 2,4 -7,1
Norvegia 192.342.878 212.292.653 10,4 20,3 0,5 -5,7
Svezia 586.469.096 611.914.652 4,3 42,3 1,3 11,5
Finlandia 194.694.606 211.078.838 8,4 2,5 0,5 -19,7
Austria 960.460.096 1.073.782.950 9,5 16,6 2,3 -8,7
Svizzera 913.443.816 976.588.027 6,9 -7,8 2,1 -27,8
Turchia 812.736.979 691.196.020 -15,0 13,5 1,5 -11,1
Polonia 1.430.512.592 1.480.068.440 3,5 59,0 3,2 24,6
Slovacchia 234.542.010 268.371.522 14,4 53,3 0,6 20,1
Ungheria 408.727.694 414.799.145 1,5 20,5 0,9 -5,6
Romania 715.557.357 776.663.849 8,5 26,4 1,7 -0,9
Bulgaria 210.785.378 231.844.850 10,0 6,7 0,5 -16,4
Ucraina 169.502.670 213.416.501 25,9 -28,4 0,5 -43,9
Bielorussia 38.308.886 58.682.664 53,2 -7,4 0,1 -27,5
Russia 1.090.727.007 1.074.132.070 -1,5 -29,8 2,3 -45,0
Serbia 107.742.984 121.704.748 13,0 7,4 0,3 -15,8
EUROPA 29.369.398.010 31.140.697.975 5,0 21,6 66,7 -4,8
Marocco 134.510.069 140.575.653 4,5 13,3 0,3 -32,1
Algeria 352.761.116 328.734.451 -6,8 42,4 0,7 11,5
Tunisia 155.371.024 165.726.036 6,7 15,1 0,4 -33,5
Egitto 224.548.852 227.233.846 1,2 -26,7 0,5 .42,6
Sud Africa 252.094.947 242.614.506 -3,8 1,5 0,5 -20,5
AFRICA 1.498.844.501 1.555.537.864 3,8 -3,2 3,3 -24,2
Stati Uniti 4.265.410.557 4.538.852.051 6,4 66,1 9,7 30,1
Canada 454.501.701 474.098.962 4,3 53,0 1,0 19,9
Messico 455.328.713 428.947.338 -5,8 72,9 0,9 35,5
Brasile 398.526.251 387.163.713 -2,9 25,6 0,8 -1,6
Argentina 176.482.606 167.564.182 -5,1 33,1 0,4 4,3
AMERICA 6.294.034.129 6.624.272.162 5,2 58,2 14,2 23,9
Iran 233.495.139 168.152.257 -28,0 -39,4 0,4 -52,6
Israele 263.707.769 247.525.091 -6,1 65,6 0,5 29,8
Ar. Saudita* 389.423.687 316.258.745 -18,8 -9,7 0,7 -29,3
E.A.U.** 404.895.051 363.828.089 -10,1 16,9 0,8 -34,9
India 400.922.508 431.576.526 7,6 30,9 0,9 2,6
Indonesia 154.660.830 159.341.663 3,0 80,2 0,3 41,1
Singapore 117.823.880 171.367.560 15,0 7,8 0,1 16,6
Filippine 100.233.173 113.885.644 13,6 248,9 0,2 173,3
Cina 1.307.032.445 1.401.293.556 7,2 123,0 3,0 74,7
Sud Corea 350.408.597 391.321.440 11,7 68,7 0,8 32,1
Giappone 757.129.301 833.502.314 10,1 55,3 1,8 21,7
Taiwan 151.383.341 146.853.847 -3,0 76,2 0,3 38,0
Hong Kong 531.050.931 503.505.770 -5,2 63,5 1,1 28,1
Macao 13.773.073 19.885.443 44,4 801.8 0,0 606,4
ASIA 6.572.337.875 6.663.058.395 1,4 43,6 14,3 12,5
Australia 525.293.287 586.811.346 11,7 41,2 1,3 10,6
Nuova Zelanda 80.297.242 79.937.884 -0,4 27,0 0,2 -0,5
OCEANIA 623.190.710 696.540.442 10,2 34,6 1,5 5,5
 

MONDO

 

44.366.805.225

 

46.680.106.837

 

5,2

 

27,7

   

 

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Istat, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna

*Arabia Saudita; ** Emirati Arabi Uniti

 

 

In conclusione l’economia regionale ha dimostrato si saper attuare un cambiamento riorientando le proprie esportazioni verso paesi extra UE, paesi che, come la Cina, hanno francamente subìto meno le conseguenze della crisi economica. Ma, al tempo stesso, si profilano delle nubi all’orizzonte se teniamo in considerazione le possibili conseguenze della guerra commerciale paventata dagli USA nei confronti della Cina e a repentaglio ci sono anche gli incoraggianti risultati della vendita di prodotti emiliano-romagnoli al Regno Unito a causa della Brexit.

Vi è poi da considerare che gli economisti si stanno interrogando da tempo sul rallentamento – transitorio o permanente? – del commercio mondiale. Jeffrey Frenkel lo riconduce a tre cause “in primo luogo l’estensione e la frammentazione della catena glovale del valore sarebbe ormai arrivata al livello massimo reso possibile dall’attuale paradigma tecnologico. (…) In secondo luogo, si starebbe ormai esaurendo la spinta propulsiva sugli scambi internazionali generata dall’entrata di nuovi attori nel commercio mondiale, che si è avuta soprattutto a seguito dell’integrazione delle economie ex-comuniste e della Cina nel WTO. La Cina sarebbe poi protagonista del terzo mutamento di scenario in corso: il riorientamento dell’economia cinese verso la domanda interna ed i servizi starebbe determinando un minor contributo del gigante asiatico alla crescita degli scambi internazionali, anche in considerazione fatto che il commercio mondiale possiede una elasticità sulla produzione di servizi molto più contenuta rispetto a quella che ha sulla produzione manifatturiera. Per non parlare del rallentamento della velocità di crescita del gigante asiatico, molto lontana dalle medie del 10 per cento annue raggiunte negli anni passati”[10].

Se confermato questo scenario, potrebbe avere evidenti ripercussioni per un territorio come quello dell’Emilia-Romagna che sulle esportazioni ha costruito una buona parte delle proprie fortune economiche.

[1] Ires Toscana-Prometeia Scenari Economie Locali, Ottobre 2018  In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna

[2] Ires Toscana-Prometeia ibidem

[3]In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 43

[4] In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 43

[5]Ibidem, pagg. 45-46

[6]In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 47

[7]Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 47

[8] Rapporto sull’economia regionale 2018, Unioncamere e Regione Emilia-Romagna, a cura del Centro studi e monitoraggio dell’economia di Unioncamere Emilia-Romagna, dicembre 2018, pag.

[9] Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 51

[10] Rapporto sull’economia regionale 2018, Unioncamere e Regione Emilia-Romagna, a cura del Centro studi e monitoraggio dell’economia di Unioncamere Emilia-Romagna, dicembre 2018, pag. 73

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