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Considerazioni sulla crisi dell’SCM di Rimini

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Eugenio Pari

Eugenio Pari, 09 marzo 2009

 La SCM, principale industria della nostra Provincia, ha dichiarato che 500 lavoratori sono in esubero strutturale e 400 non necessari a causa della crisi, totale 900 persone in carne ed ossa, circa il 50% dell’intera forza lavoro impiegata, saranno licenziate: una operazione di vera e propria macelleria sociale. Al tempo stesso la SCM non è mai stata parca nell’avvio di procedure di cassa integrazione e licenziamenti nel corso degli ultimi anni, nonostante il gruppo abbia registrato profitti per 220 milioni di euro nel decennio 1998 – 2008. I lavoratori dovranno pagare il peso della crisi, loro e nessun altro. Fonti della Confindustria hanno dichiarato in questi giorni che nonostante il crollo dell’economia mondiale le imprese italiane che hanno tenuto basse le retribuzioni dei manager, investendo gli utili sulla produzione stanno riuscendo a far fronte in modo positivo alla crisi, registrano addirittura crescite nella produzione e nei fatturati. Viene quindi da chiedersi come mai, nonostante i bilanci positivi degli ultimi anni, la SCM abbia deciso una cura da cavallo come quella presentata da far pagare, si badi, ai lavoratori?È la ricetta di Roberto Monetini ex direttore della Brembo, nonché braccio destro di Bombassei, uno dei più noti falchi di Federmeccanica? Bombassei, lo dico per chi non lo ricorda, era lo stesso che mentre chiedeva l’abbattimento delle tasse alle imprese (manovra che produsse 5 miliardi di euro in più per le aziende) investiva in Romania e nei paesi dove i lavoratori vengono pagati con una manciata di monete e godono di zero diritti sindacali e previdenziali.
C’è tutto questo e molto di più. Il caso SCM è il ritratto dell’economia e di grande parte dell’imprenditoria italiana: profitti per pochi e costi sociali per molti. Hanno messo tutto il fieno in cascina che era possibile mettere negli anni in cui, anche grazie al sostegno dello stato, era possibile registrare grandi profitti e oggi, a fronte della crisi, scaricano sulla collettività i costi sociali, mandando sul lastrico centinaia di persone che vivono del proprio lavoro.
Rimini, dunque, si scopre nel bel mezzo della crisi economica e industriale che sta attraversando il pianeta, ma a ben guardare il caso SCM è il caso più eclatante di quel processo di desertificazione industriale che si è avviato nel nostro territorio negli ultimi anni: Colussi, Ghigi, Granarolo, ecc. sono imprese che hanno chiuso i battenti a Rimini negli ultimi anni con l’obiettivo di fare speculazioni edilizie sui terreni dove sono installati gli stabilimenti industriali. La SCM non è immune da questo processo, infatti è dal 2004 che vuole edificare appartamenti nell’area della fonderia situata alle Celle. Le imprese, si sa, cercano il massimo dei profitti e, come dimostra questo caso, cercano la massimizzazione dei guadagni a qualsiasi costo. Il punto è che cosa fanno le istituzioni di governo locale oltre le semplici dichiarazioni di principio. Comunicati stampa da leggere davanti ai lavoratori che manifestano non bastano, occorrono politiche che disincentivino i progetti di speculazione sia finanziaria che immobiliare, occorrono politiche che sappiano prefigurare uno sviluppo in grado di creare occupazione attraverso l’innovazione e, sebbene a livello locale le competenze siano limitate, è necessario avere un indirizzo su cui pianificare lo sviluppo economico del proprio territorio. Lo dico amaramente: le istituzioni locali hanno dimostrato di non possedere questa capacità.
La crisi dell’SCM, che per centinaia di persone si trasformerà in dramma esistenziale, dimostra purtroppo la latitanza delle istituzioni negli ultimi anni, rappresenta la mancanza di saper prefigurare il futuro economico, produttivo e sociale delle proprie comunità. Ora, le istituzioni senza tentennamenti devono concretamente appoggiare le rivendicazioni dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali per ridurre gli effetti devastanti dei disegni della SCM e per impostare con tutta la comunità locale un nuovo disegno di sviluppo del nostro territorio che sappia finalmente liberarsi dagli effetti perversi dell’economia della rendita che va a vantaggio di pochi, rilanciando un processo di investimenti a vantaggio, invece, di molti.

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